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Chris Andersen, un’aquila reale nel corpo di un uomo

Lorenzo Martini

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I Cleveland Cavs di Lebron stanno dominando la Eastern Conference. Tyronn Lue  può contare su un gruppo forte e affiatato, reso ancor più coeso grazie all’elettrizzante vittoria natalizia contro gli Warriors di Curry e Durant. Eppure, per il resto della stagione i Cavaliers dovranno fare a meno di un giocatore chiave in uscita dalla panchina, un big man tutto muscoli e tatuaggi: Chris Andersen, alias Birdman.

Andersen si è gravemente infortunato pochi giorni fa, durante una sessione di allenamento, riportando la lesione del crociato del ginocchio destro. Una brutta tegola per Lebron e soci sotto le plance, ma soprattutto una situazione davvero spiacevole per Birdman: a 38 anni suonati, un infortunio del genere rischia seriamente di mettere fine alla sua lunga carriera. Una carriera schizofrenica, piena di alti e bassi neanche fosse un elettrocardiogramma. Una storia memorabile, che vale la pena raccontare.

 Chris, primo di 3 figli, nasce il 7 luglio 1978 a Long Beach, in California. La madre Linda, nata da una famiglia di bikers e “spiriti liberi”, si era arruolata nelle forze armate ed era diventata infermiera nella base di Port Hueneme, Malibu, dove aveva incontrato il danese Claus Andersen. Affascinata dalla stravaganza e dai fantasmagorici racconti dell’uomo, si trasferisce insieme a lui prima in California, dove mette al mondo i loro 3 figli, poi a Iola, un minuscolo paesino sperduto nel Texas.

Ma Claus Andersen non è particolarmente incline alla vita di coppia. Prima ancora di finire di costruire la loro casa decide di abbandonare la sua famiglia, per vendere i suoi dipinti a New York. Linda si trova in condizioni disperate. Per fortuna le vengono in soccorso i vicini di casa e soprattutto il fratello: James parte dalla California e finisce di sistemarle casa, supportandola in un momento così delicato. E per i suoi figli piazza un canestro traballante nel fienile, che diventa un’ indispensabile valvola di sfogo per il piccolo Chris: per metabolizzare l’assenza del padre, saranno proprio il canestro e il pallone da basket a fargli compagnia nelle lunghe notti insonni.

 In pochi anni Chris subisce una crescita fisica spaventosa, che lo aiuta molto nel basket. Pur non godendo di un talento innato, il suo atletismo lo rende in breve uno dei prospetti più interessanti del Texas. Peccato però che i suoi voti – e il suo comportamento – siano pessimi, il che gli sbarra le porte della Houston University, allenata da un certo Clyde Drexler. Deve accontentarsi del meno quotato Blinn College. Del resto Chris è sempre stato abituato ad una vita sregolata: la madre,che aveva impugnato una pistola già all’età di 10 anni, è affiliata alla band di bikers Bandidos e si preoccupa più dei suoi tatuaggi che dei figli. Un ambiente poco salutare per la crescita di un ragazzo.

 Nel 1999, dopo solo un anno di College, Andersen si dichiara eleggibile per il draft. Una scelta folle, visto che nessuno scout NBA ha avuto il tempo per scoprire il suo potenziale. Per fortuna però ha messo gli occhi su di lui lo Jiangsu Nangang Dragons, club cinese che gli firma un contratto. Chris parte alla volta di Pechino insieme alla madre e vivrà per 5 mesi in un albergo pechinese: un stile di vita tutt’altro che familiare, visto che fino ad allora aveva vissuto in una catapecchia nel cuore del Texas. Poco dopo viene notato da alcuni club americani, finchè non approda in D-League, ai Fayeteville Patriots. La sua esplosività in campo, unita ad un’elasticità nei movimenti davvero rara, lo rendono un lungo appetibile ai radar NBA. E alla fine sono i Denver Nuggets che si accaparrano i suoi talenti. E lui li ripaga come meglio non potrebbe, a suon di stoppate e di giocate che esaltano i tifosi.

 Ma i quasi 300.000 dollari al mese gli danno alla testa. Inizia a sperperare i suoi soldi in costosissime limousine e night club, in scarpe e regali. Si circonda di gente tutt’altro che raccomandabile, tant’è che spende fior fiori di quattrini in cauzioni per i suoi amici scapestrati. La madre, accortasi dell’andazzo, prende la sua Harley Davidson e guida dal Texas fino in Colorado per stare vicino al figlio e controllarlo. Ma nel 2004 i  Nuggets non si fidano più di lui e Chris deve fare le valigie, destinazione New Orleans. Qui continua la sua vita di eccessi: eroina, cocaina, metanfetamina sono compagnie quotidiane, finchè nel 2006 viene scoperto dall’antidoping e squalificato per due anni. La madre, appresa la notizia, decide che da quel momento non gli parlerà mai più.

 Chris capisce che sta buttando la sua vita alle ortiche. Non ci sta. Decide allora di affidarsi a Joe Abunassar, guru dell’NBA, con cui inizia un lungo e fruttuoso percorso professionale. Dopo i due anni di stop è pronto a tornare, conscio dei suoi errori passati: La squalifica mi ha salvato la vita, dirà qualche anno dopo. Gli Hornets lo reintegrano in squadra, ma saranno i Denver Nuggets a firmargli un nuovo contratto nel 2008, offrendogli l’ultima chance della sua carriera. Una chance che lui non si lascia scappare: dentro e fuori dal campo si mostra più maturo e diventa ben presto una pedina fondamentale in uscita dalla panchina, sfruttando la sua incredibile mobilità sotto canestro che lo porterà a siglare ben 2.1 stoppate a partita nei playoff 2009.

Chris ha smesso con le droghe, ma è comunque rimasto sé stesso. Deve quindi trovare un modo per esprimere la sua indole stravagante.  Proprio per questo decide i riabbracciare una delle sue passioni più intime: i tatuaggi. Una passione nata a 12 anni, quando si fece il primo tatuaggio, e poi rafforzata durante il suo soggiorno in Cina, trasportato dagli influssi delle culture orientali. Lui, che possiede delle braccia lunghe come le ali di un’aquila reale e si avventa su ogni pallone come l’uccello più rapace, decide di ricoprire gran parte del suo corpo di tatuaggi, spesso raffiguranti volatili. E ad ogni stoppata messa a segno, esulta mimando il volo di un uccello. I tifosi impazziscono per lui, tant’è che gli affibbiano il suo celebre soprannome: Birdman.

L’idillio con i Nuggets dura per anni, fino al 2012, quando viene citato in tribunale. Pedopornografia, questo il reato che gli viene imputato. Il mito di Birdman crolla inesorabilmente, Chris sprofonda in un incubo. Solo l’anno successivo si scoprirà la verità: Andersen è stato raggirato da una donna canadese, tale Shelly Lynn Chartier, che oltre a diffondere materiale pedopornografico era riuscita ad incastrarlo, per poi tentare di estorcergli denaro. Ma nel 2012, a indagini in corso, i Nuggets avevano comunque deciso di scaricare il lungo texano. Lui per nove mesi rimane senza squadra, con la sua carriera in bilico, finchè i Miami Heat di Lebron non gli offrono un contratto di 10 giorni. Lui ripaga la fiducia a suon di stoppate, tant’è che Pat Riley gli firma un nuovo contratto fino a fine stagione. E in maglia Heat Birdman tocca l’apice del successo: vince un titolo NBA, risultando un fattore devastante nelle Finals contro gli Spurs, quando sigla un 15 su 15 al tiro nelle prime 5 gare. Poi verrà squalificato per gara 6, ma questo è un altro discorso…

Ora la carriera di Birdman sembra al capolinea. Lui, che ci ha regalato sul campo momenti indimenticabili, potrebbe appendere le scarpe al chiodo per sempre. Eppure, non perdiamo le speranze: come ha fatto tante volte in passato, non stupirebbe se Birdman tornasse, spiegando le sue ali e spiccando nuovamente il volo.

 

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Il cuore grande di Marc Gasol

Lorenzo Martini

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Questa è l’immagine che da ieri sta facendo il giro del mondo. Una donna, stremata e incredula, salvata da una nave di Open Arms a 80 miglia dalle coste libiche. Il suo nome è Josephine e la sua è una storia tragica: partita dal Camerun, dopo un lungo periodo in Libia stava per esaudire il suo sogno di raggiungere l’Europa. Un sogno però infrantosi sul suo gommone, rivoltatosi a causa del mare mosso. Lei, inspiegabilmente ignorata dalla guardia costiera libica, è rimasta in balia del Mediterraneo per ore e ore, aggrappata ad un pezzo di legno e alla speranza di non dover morire. Una speranza che, alla fine, non è stata tradita.

Una foto che tocca nel profondo. E tra i milioni di pensieri che possono venire in mente guardando una scena simile, dovrebbe far riflettere che al fianco di Josephine c’è un uomo che guadagna 20 milioni di dollari l’anno. Guardatelo attentamente: è proprio lui, Marc Gasol. Il centro spagnolo dei Memphis Grizzlies, superstar NBA che non solo ha vinto di tutto con la sua Spagna, ma da anni si conferma come uno dei lunghi più forti nel basket oltreoceano.

Cosa ci fa un personaggio di questo spessore su una nave delle ONG, su una nave di volontari? Ebbene, fa il volontario. A raccontarlo è stato lo stesso Marc, in un’intervista a El Pais: “Nel 2015 ho incontrato Óscar Camps di Open Arms e sono rimasto impressionato dalla sua convinzione, dal modo in cui ha messo a disposizione di questa causa tutte le sue risorse finanziare, logistiche e personali per aiutare queste persone. Ammiro questo tipo di persone, che fanno qualcosa, che non aspettano che gli altri lo facciano”.

Da allora il più piccolo dei Gasol ha iniziato a collaborare con Open Arms, trascorrendo parte delle sue vacanze estive a sostenerne la causa. Un gesto bellissimo, che si va a aggiungere a quanto lui e il fratello Pau fanno con la Gasol Foundation, un’associazione no-profit il cui scopo consiste nel sostenere famiglie americane in difficoltà economiche, con programmi alimentari e attività fisiche salutari.

A El Pais Marc ha spiegato cosa lo ha spinto a supportare Open Arms: Ho due figli e voglio essere da esempio per loro. Posso immaginare la situazione di un padre che deve affrontare viaggi come questi in cui si rischia tutto per raggiungere un paese dove poter vivere in pace e con dignità. Penso che se fossi al suo posto vorrei che qualcuno mi aiutasse mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi soldi, dandomi una mano. Penso che dovremmo tutti contribuire in qualche modo. È molto diverso sentire o leggere che un tot persone sono morte in mare. Molto diverso è vederle, vedere una persona morta e capire che quella persona era il centro del mondo nella vita di qualcuno.

Del resto, nel salvataggio di Josephine, Marc ha anche assistito al ritrovamento di due corpi privi di vita, una donna e un bambino adagiati su un pezzo di legno. Ed è per questo che oltre alla gioia per aver salvato una vita c’è tanta amarezza, manifestata con un tweet fin troppo esplicito:Frustrazione, rabbia, impotenza. È incredibile come così tante persone vulnerabili vengano abbandonate alle loro morti in mare. Profonda ammirazione per quelli che stavolta chiamo i miei compagni di squadra”.

Evitando di entrare nel merito della questione e dei relativi risvolti politici, non si può che applaudire al gesto di Marc. Una star internazionale, un atleta famosissimo, ma anche una persona umile, concretamente vicina ai problemi umanitari dei nostri tempi. Un campione sul campo, che in quest’occasione ha dimostrato il suo valore anche nella vita. Un modello, un esempio, da cui non ci resta che imparare.

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Tim Duncan: Il suono del silenzio

Born in the post

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Nel Gennaio 2016 “The Sound of Silence “, canzone dal grandioso potere evocativo che ha fatto la storia della musica, ha compiuto i 50 anni dall’uscita nella sua versione definitiva.
Negli anni non si contano neanche più il numero di cover e imitazioni varie del pezzo.
La più bella secondo me rimane quella realizzata durante l’arco di tutta la sua carriera da Tim Duncan, nato giusto 10 anni e qualche mese più tardi del magnifico singolo di Simon e Garfunkel.
Un uomo che nel silenzio ha costruito tutti i suoi successi e del silenzio si è rivestito corpo e anima come fosse una seconda pelle.
Detto, ridetto e ripetuto. E lo ridico ancora.
Provare a decriptare il basket restando nel recinto del parquet è un esercizio sterile, se non completamente inutile.
E non lo dico solo io.
Un tale che ne sa infinitamente più di me e di tutti voi lo ha ribadito a più riprese.
Se pensiamo che il basket sia solo basket non abbiamo capito niente di basket“.
E nemmeno della vita, ma questo lo aggiungo io.

Oggi Duncan compie 42 anni.

Ha vinto 5 anelli, 2 MVP, 3 premi di miglior giocatore delle finali e giocato 15 All Star Game.

Cercare di capire cosa si celi dietro i suoi silenzi e la sua enigmatica maschera facciale è impresa veramente ardua.
Capire quella sorta di autismo cestistico scolpito sul suo volto è un enigma che dura da 20 anni.
Per capire Duncan non basta più solo uscire dal rettangolo di gioco come spiegavo prima.
Per capire Duncan forse servirebbe Umberto Eco.
Bisogna sconfinare nella semiotica, la disciplina che studia i segni e il loro percorso verso la significazione, cioè il modo in cui questi acquisiscano un senso e vadano a costituire un concreto processo di comunicazione.
Capire Duncan potrebbe essere la chiave di lettura per capire il segreto dei San Antonio Spurs.
Per poi arrivare a capire cosa leghi lui, Popovich, Ginobili e Tony Parker.

Come facevano a comunicare tra loro spesso senza nemmeno aprire la bocca.
C’è un qualcosa nell’alchimia che questi quattro uomini hanno creato che trascende i confini dello sport. E’ un legame , inconosciuto, inconoscibile ed esclusivo che forse nasconde dentro di sé il senso stesso della vita.

Beh.. forse quello no ma di certo c’è il segreto del loro successo sportivo.

La faccia di Duncan è quella di Anton Chigurh , il killer spietato di “Non è un paese per vecchi“.

E’ la faccia spaventosa di Javier Bardem nel film dei Cohen.

Che si appresti a saltare per la palla a due di una partita di pre-season o che stia per tirare il libero della vittoria in gara 7 delle Finals, state certi che vedrete sempre la stessa espressione.
E la sconfitta o il successo saranno conditi con l’ingrediente di sempre.
Il Silenzio.

Arrivare per 19 volte consecutive alla post-season significa creare una falla nell’intera struttura dello sport americano.
Tutte le leghe sono pensate, organizzate e governate per poter produrre ed esprimere ciclicamente un cambiamento al vertice.
Il salary cap, che impedisce alle squadre forti di aggiungere “troppi” giocatori forti a quelli di cui già dispone, e il draft annuale, dove le squadre con le classifiche peggiori hanno le possibilità maggiori di accaparrarsi i giovani più validi ne sono le dimostrazioni più lampanti.
Che poi il fine ultimo di questa struttura magari non sia proprio quello di una maggiore circolazione dei talenti, nè di un ampliamento geografico delle passioni, ma di una maggiore e capillare raccolta di denari è un altro discorso.
San Antonio è andato oltre tutto questo.

Gli avversari si sono effettivamente rinnovati e interscambiati.

Golden State è un esempio di come un’ottima gestione manageriale e delle scelte al draft possa portarti dalle stalle alle stelle.

Loro no.

Loro son sempre stati sulle stelle.

Loro sono sempre stati lì a lottare per il titolo.

Duncan ha giocato 1392 partite in stagione regolare.
Ne ha vinte più di mille.
Questo significa che ha “terminato” l’avversario di turno praticamente sempre.
Un sicario determinato, silente e senza cuore. Proprio come Anton Chirurg.
In attacco ha messo a referto più di 26 mila punti.
Ma mai una volta che abbia urlato “Yeah”, o agitato i pugni, o sventolato un dito verso pubblico o avversari.
In difesa ha messo a referto più di 3 mila stoppate.
Ma mai una volta che abbia abbaiato contro l’avversario frasi come “Not in my house” o lo abbia schernito a gesti.
Lui no.
Lui agli avversari ha sempre lasciato solo e soltanto il suono del silenzio.

The Sound of Silence

E’ stato un dominatore del pitturato come non se ne vedevano dai tempi di Bill Russell.

Ha fermato tutti gli avversari che hanno osato entrare nella sua casa.
Li ha lasciati lì nella loro indeterminatezza più totale. Piccoli e indifesi contro un colosso senza volto. Dominati come da un Dio dell’Antico Testamento che ti piega al proprio volere.

Sempre.
Ho in mente alcuni frammenti dei duelli epici che fece con Kevin Garnett.

Uno contro uno. Faccia a faccia, con Garnett che dà sfogo al suo trash talking più feroce.

Roba che indurrebbe Gesù Cristo in persona a schiodarsi dalla croce per prenderlo a schiaffi.

Duncan non lo guarda mai, non risponde, muove le braccia, prende la sua posizione, manda un bacio al fidato tabellone e mette i due punti.

Poi torna nella sua metà campo come niente fosse. Come se il rognoso avversario neanche esistesse.

Lasciando al malandrino provocatore solo il suono del silenzio.

Ma anche a mettere insieme tutti i suoi numeri strabilianti, tutte le sue azioni di gioco da Bibbia del basket non si cava un ragno dal buco. Perchè questa non è un’equazione, o un documentario. Qui siamo ben sopra il livello della matematica o dell’indagine giornalistica, ed è inutile cercare di capire Duncan restando in questi campi. Se voi ci avete capito qualcosa scrivetemelo pure nei commenti.
Io son sincero, non ci ho capito niente.

A 34 anni aveva già vinto quello che doveva vincere o forse di più.

Non ho capito perché non ha mollato a 35 anni dopo un’eliminazione al primo turno.

Non ho capito perché non ha mollato a 36 anni dopo che l’impietoso gap fisico atletico contro gli Oklahoma di Durant gli aveva precluso un’altra finale.

Non ho capito perché non ha mollato a 37 anni dopo una finale persa anche per colpa sua.

Non ho capito perché non ha mollato a 38 con il quinto anello al dito.

Non ho capito perché non ha mollato a 39 dopo un’eliminazione bruciante al primo turno.

E allora tanto vale andare idealmente tutti insieme a non capire in Cile.
Sull’isola di Rapa Nui per la precisione.
Lì possiamo accovacciarci ad ammirare la migliore rappresentazione plastica di Tim Duncan mai realizzata.
I Moai.
I giganteschi monoliti in tufo vulcanico che custodiscono l’isola.
Impassibili e dominanti proprio come Tim Duncan.
E proprio come Tim Duncan custodi di un segreto inconoscibile su cui ci si interroga da più di un millennio senza lo straccio di una risposta convincente.
Accontentiamoci quindi di averli potuti ammirare e, ripensandoci, godiamoceli in religioso silenzio, consci di essere  stati davanti a qualcosa di più grande sia di noi che del luogo fisico che li ospita.
Godiamoci magari il suono stesso del silenzio, come piace a Tim, e sempre in silenzio, se mai fosse possibile, facciamogli i più sinceri auguri per i suoi primi 42 anni.

Se c’è un uomo che ha veramente giocato sempre pulito è lui.

The Sound of Silence.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in the post

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Chi è davvero Ersan Ilyasova?

Lorenzo Martini

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La stagione NBA si è ormai conclusa. Niente più partite alle 3 di notte, niente più gare di playoff al cardiopalma, non ci resta che aspettare ottobre, per la prossima Regular Season. E tra i tantissimi protagonisti di questo finale di stagione un ruolo importante se l’è ritagliato un giocatore tutt’altro che famoso, poco incline a far parlare di sé, ma dal passato ricco di misteri. Stiamo parlando di Ersan Ilyasova, ala grande turca che in uscita dalla panchina ha dato un contributo fondamentale ai suoi Sixers. Ma perché il suo passato sarebbe così enigmatico?

 Tutto ha inizio nell’agosto del 2002. Il giovane talento uzbeko Arsen Ilyasov, classe ’84, entra in territorio turco grazie ad un visto di quindici giorni. Su di lui è fortissimo l’interesse del Trabzonspor, che vede in quel diciottenne uzbeko un prospetto da non lasciarsi sfuggire. Ma dopo i quindici giorni di permesso, succede qualcosa d’incredibile: il ragazzo sparisce nel nulla, senza lasciare traccia.

Poche settimane dopo, il 19 settembre tale Semsettin Bulut, cittadino turco residente a Eskiseir, si presenta all’anagrafe con l’intento di effettuare la registrazione di suo figlio, nato il 15 maggio 1987. Il tutto sembra assurdo, perché vorrebbe dire che il ragazzo ha vissuto per 15 anni senza un documento che ne attestasse l’esistenza, come fosse un fantasma sul territorio turco. Eppure dopo qualche giorno l’ufficio accetta la registrazione, rilasciando i documenti d’identità che certificano la cittadinanza turca del giovane, il cui nome è proprio Ersan Ilyasova. Per giunta, dopo qualche gisettimana il Trabzonspor tessera il quindicenne, grazie all’avallo della federazione turca.

E il giovane Ersan si distingue fin da subito per il suo talento cristallino, tant’è che in breve viene convocato in nazionale turca U18 e poi in U20. Ma tutto quel talento non può non farsi notare, tant’è che la federazione uzbeka si accorge dell’incredibile somiglianza di Ersan con lo scomparso Arsen Ilyasov.

Ha così inizio uno scontro senza precedenti tra le due Federazioni. Quella uzbeka denuncia la questione con una lettera ufficiale alla FIBA, mentre quella turca nega tutta la vicenda e chiede di poter iniziare delle indagini. La FIBA dal canto suo si ritrova tra due fuochi: non sa se affidare queste indagini alla Turchia, all’Uzbekistan o a un organo super partes.

Il caso è ancor più intricato se si tiene conto del divario di ben tre anni tra le date di nascita di Arsen Ilyasov e Ersan Ilyasova. Se infatti venisse appurato che sono la stessa persona, tutti i riconoscimenti ottenuti dal secondo in U18 e U20 andrebbero rivisti o addirittura cancellati. Non una cosa da poco, tenendo conto che Ilyasova nel 2006 verrà anche insignito del premio MVP ai mondiali U20, dopo aver trascinato la sua nazionale ad uno storico argento.

Ma in questi casi a spuntarla è sempre la Federazione con più rilevanza internazionale. E così la federazione turca, fresca vincitrice dell’argento agli Europei del 2001, viene messa a capo delle indagini. Ma a causa di procrastinamenti mai veramente giustificati, l’inchiesta ha inizio con ben due settimane di ritardo e si conclude con un nulla di fatto: non viene trovato nemmeno un documento che attesti la nazionalità uzbeka di tale Arsen Ilyasov. Il tutto malgrado uno sbalorditivo articolo di Fanatik, rivista turca che era entrata in possesso di documenti scottanti e che gettava più di qualche ombra su tutta la vicenda.

Che sia stato tutto insabbiato? Difficile credere il contrario, eppure le indagini vengono ufficialmente chiuse. Alla FIBA non resta che riconoscere Ilyasova come un atleta turco. Il giocatore si dichiarerà poi eleggibile al Draft del 2005, e la vicenda cadrà pian piano nel dimenticatoio.

Ora, a 13 anni di distanza, è davvero impossibile capire come siano andate realmente le cose. Una vicenda semplicemente frutto di un paio di strambe coincidenze? O la macchinazione di un piano perfetto, di una montatura creata ad arte? Che siate più o meno complottisti , non lo sapremo mai.

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