Che cosa potrebbe succedere al nostro calcio se da domani le frontiere venissero chiuse? In tempi come quelli attuali, dove il tema dell’immigrazione è divenuto centrale in molte delle agende politiche dei governi, la domanda non sembra affatto peregrina. Con le frontiere chiuse, quali sarebbero le conseguenze per lo sport ad oggi, più amato dagli italiani? Sarebbe migliore o, peggiore? Guardando alle formazioni delle prime 5 squadre della serie A (e contando quanti non italiani sono schierati come titolari) la risposta potrebbe essere quasi scontata. Senza poter operare sul calciomercato in ambito internazionale, le nostre cosiddette “big” perderebbero gran parte dei loro pezzi pregiati e di conseguenza una fetta consistente della competitività.

Tanto per fare un esempio, basta vedere quanti italiani sono stati schierati nella formazione titolare della Juventus campione d’Italia, nella stagione che si è appena conclusa. Ad eccezione del reparto difensivo che ha mantenuto un elevato coefficiente di italianità (con Buffon in porta e il trio Bonucci-Chiellini-Barzagli in linea difensiva) nel resto dei reparti, ad essere schierati sono stati solo stranieri. Stesso discorso lo si può fare sia per la Roma che per il Napoli, vale a dire la seconda e la terza classificata. Nelle quali in media, 9/11 della formazione titolare provengono tutti da altri Paesi. Ma da questo punto di vista, tra le big della serie A, il record appartiene all’Inter che tanto per non smentire il nome che porta, si è dimostrata internazionale anche nei fatti, arrivando a schierare dal 1’ fino a 11 giocatori stranieri. Come i nerazzurri solo l’Udinese, rinomata per essere una fucina di talenti pescati giovanissimi in giro per il mondo.

Questo per dire che se all’improvviso le frontiere venissero chiuse, non sarebbero poche le società di calcio italiane della massima serie che si troverebbero in difficoltà. Non è un mistero infatti che nel calcio, più che in altri settori, l’immigrazione sia un veicolo di risorse importantissimo. Anche perché l’altra faccia della medaglia purtroppo non è così confortante. Laddove, ai consistenti investimenti effettuati sul calciomercato non corrispondono altrettante risorse destinate alla crescita dei settori giovanili. Che, sebbene in crescita negli ultimi anni, restano poco produttivi rispetto alle altre realtà europee. Almeno questa è la realtà che è stata raccontata dal report pubblicato dal CIES (il noto centro studi sul calcio che ha sede in Svizzera) lo scorso ottobre. Nel quale sono riportate le classifiche dei “vivai” più produttivi in base ad alcuni parametri: il numero dei giocatori cresciuti nei propri vivai “emigrati” nei primi 5 campionati d’Europa e quelli rimasti a giocare nei campionati nazionali. Se le prime 3 posizioni sono occupate dai club più ricchi al mondo vale a dire Real Madrid, Barcellona e Manchester United, per vedere la prima squadra italiana bisogna scendere fino al settimo posto. E’ la Roma, che non a caso, negli ultimi anni è tornata ad investire pesantemente nel settore giovanile.

Secondo uno studio del Sole 24 Ore, ripreso anche dal sito Calciomercato.it, nell’ultima stagione la società giallorossa, che vanta un settore giovanile con oltre 200 tesserati, avrebbe investito sui giovani almeno 10 milioni di euro. E i benefici sono andati ben oltre gli ottimi risultati ottenuti sul campo. Attualmente la Roma vanta il numero più alto di ragazzi (21) formati nel settore giovanile che militano in squadre europee. Nessun’altra società italiana è in grado di competere con i giallorossi. I quali, nel 2014 hanno anche realizzato la cifra record di 50 milioni di euro come plusvalenze derivanti da cessioni di giovani del vivaio. E anche sul campo, nell’ultima stagione i risultati non sono stati da meno.  La Primavera di Alberto De Rossi ha messo a segno una doppietta vincendo Coppa Italia e Supercoppa italiana, gli Allievi Nazionali hanno visto sfumare il sogno scudetto perdendo la finale contro il Milan. E non è un caso, perché proprio la società rossonera, nelle ultime stagioni, non potendosi più permettere le spese folli del passato, ha operato un vero e proprio cambio di strategia (almeno fino all’arrivo dei cinesi). Tornando ad investire sul settore giovanile, con una cifra che nell’ultima stagione ha superato i 7 milioni di euro. E i risultati in termini di giovani valorizzati (Donnarumma su tutti ma non soltanto lui), sono sotto gli occhi di tutti. In tempi di fair play finanziario (gli investimenti nei settori giovanili non rientrano nel conteggio) e senza poter contare su risorse aggiuntive come quelle derivanti da stadi di proprietà (ad eccezione della Juventus) le principali società italiane sembrano finalmente aver capito che la strada per crescere passa inevitabilmente per un ritorno all’investimento nei settori giovanili. Che è anche l’unica strada per fare in modo che la nostra nazionale di calcio non debba ricorrere a schierare i cosiddetti oriundi, per restare competitiva in ambito mondiale.

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