Chissà cosa significa essere Pinilla. Un giocatore che non conosce il grigio e che sembra non volerlo conoscere. Un giocatore che lascia il segno nel popolo. Un giocatore che crea letteralmente dipendenza. Un veicolatore di energia allo stato puro che è in grado di trascinare letteralmente uno stadio intero.

Chissà cosa significa essere Pinilla. Sicuramente avere la forza di essere così prorompenti da mandare un chiaro messaggio all’Europa a soli 18 anni, con la casacca dell’Universidad de Chile, società seconda per prestigio solamente al Colo-Colo e società della sua città natale: Santiago del Cile. Una squadra, quella con la casacca azul, con la quale realizza 20 reti in 39 partite. Una maglia che ha rappresentato il massimo comun denominatore della sua carriera: “el Romántico Viajero“, così viene chiamata la compagine grazie a cui ha mosso i primi passi nel fútbol. E chi è stato un “Romantico Viaggiatore” più di lui?

Chissà cosa significa essere Pinilla. Soprattutto, chissà cosa si prova ad esserlo in Cile, Italia, Spagna, Portogallo, Spagna, Scozia, Cile, Scozia, Brasile, Cipro e di nuovo Italia. Un vagar por el mundo che l’ha fatto crescere, che l’ha reso l’uomo che è oggi. Esperienze brevi a intense, dalla prima all’ultima, spesso frizionate da infortuni che ne hanno condizionato l’esplosione. Sei mesi in Spagna ai Celestes del Celta Vigo, altri sei mesi in Spagna con i Montañeses del Racing Santander, sei mesi in Scozia con i Maroons degli Hearts, altri sei mesi nella sua Universidad de Chile, breve parentesi nuovamente in territorio britannico, quattro mesi in Brasile con il Gigante da Colina del Vasco da Gama ed infine sei mesi a Cipro con gli “Dei” dell’Apollon Limassol.

Chissà cosa significa essere Pinilla. Algunos partidos pero muy importantes, come accaduto con gli scozzesi: tre presenze in Scottish Premiership, una nel preliminare di Champions League e due nel primo turno di Coppa UEFA. Attore non protagonista, invece, della cavalcata dei Leões dello Sporting Lisbona. In semifinale, all’Estádio José Alvalade, contro l’AZ di Alkmaar realizza una rete letteralmente brutale da fuori area, definita dal quotidiano portoghese A Bola come una «pinbomba».

Chissà cosa significa essere Pinilla. Sicuramente significherebbe essere ossessionati dall’estetica. Significa essere visionari, avere la capacità di interpretare ogni palla volante come una rovesciata. Oppure, per meglio dire, come una chilena. Il primo giocatore capace di fregiarsi di questo ammirato gesto tecnico, che ogni bambino sogna fin dall’infanzia, è stato eseguito proprio da un giocatore spagnolo naturalizzato cileno: Ramón Unzaga, colui che l’ha portato alla ribalta alla Coppa America del 1920. La stampa argentina soprannomino quel gesto come “chilena” in suo onore. Un gesto che Mauricio è riuscito a realizzare per ben cinque volte con la maglia della Dea.

Chissà cosa significa essere Pinilla. Sicuramente significa anche non aver paura di dire la verità. Come quando, con la maglia del Cagliari, gli venne fischiato un rigore a favore contro l’Inter per un presunto contatto di Matías Silvestre. A fine partita, quasi orgogliosamente, il delantero chileno affermò ai microfoni di «essersi buttato appena sentito il tocco con l’avversario». Una búsqueda de la verdad, “una ricerca della verità” per cui non è stato comunque punito, in quanto giudicata come simulazione non evidente.

Chissà cosa significa essere Pinilla. Sicuramente provare orgoglio per le vittorie con la nazionale: la Selección de fútbol de ChileAlgunos partidos pero muy importantes, si diceva. Poche presenze, zero marcature ma due Coppe America in tasca per Mauricio, conquistate rispettivamente a Cile 2015 e USA 2016. Una macchia, invece, non gli ha permesso di divenire autentico eroe in patria. Entrato a partita in corso ai Mondiali di Brasile 2014 agli ottavi di finale proprio contro la Seleção verdeoro, nei tempi supplementari fa tremare la traversa così come tutto il Brasile, rischiando di inventarsi una seconda «pinbomba». Ai calci di rigore sarà uno dei tre cileni a sbagliare, insieme ai compagni Gonzalo Jara e Alexis Sánchez. Profeta all’estero come sarebbe potuto diventarlo in patria.

Chissà cosa significa essere Pinilla. Sicuramente sembrare nati per indossare due colori su tutti: quelli del Genoa, l’ambiente che sembra calzargli più a pennello da quando è arrivato in Italia. La Gradinata Nord l’ha osannato fin da subito: vuoi per la garra con cui morde l’erba dello Stadio Ferraris, vuoi per il suo aspetto da guerriero, vuoi per il suo essere sempre sopra le righe. Un esempio su tutti. Il Genoa nel settembre 2014 affronta la Lazio, che per tutta la partita mette sotto il Grifone. Ma allo stadio qualcosa si percepisce. Pinilla è in panchina ma la gente, conscia del fatto che a momenti dovrà entrare per dare il cambio ad Alessandro Matri, inizia a provare un’energia crescente, che si sprigiona in un boato appena Mauricio mette i piedi i suoi tacchetti sul manto erboso. Il goal lo cerca, ce l’ha nello sguardo. E puntualmente arriva, all’ultimo respiro, allungandosi in tuffo dopo esser partito come un treno dal cuore dell’area. Completando così la missione.

Già a gennaio le due strade si sono separate, per poi ricongiungersi adesso. «Sono stra felice di essere al Genoa per riprendere nel miglior modo possibile la strada che avevo lasciato», ha dichiarato il cileno. Quasi come gli fosse stato affidato un compito in quel di Genova.

Quindi, in sintesi, cosa significa essere Pinilla? Significa non essere mai banali.


 

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