Dal “Il Fatto Quotidiano” del 19 Febbraio 2016

Qualche ora prima la premiata ditta Montezemolo-Malagò aveva declamato tra sogni e promesse l’ode a Roma Olimpica 2024, altro che Parigi e Los Angeles, figurarsi. Qualche ora dopo, intorno allo stadio chiamato (ironia della sorte) Olimpico, si è rischiata la tragedia, come neppure ad Accra o Abidjan. Mercoledì sera, a pochi minuti dall’inizio di Roma-Real Madrid eravamo lì, schiacciati con migliaia di persone contro le barriere metalliche che circondano l’impianto, mentre altre migliaia di persone spingevano per entrare prima che la partita avesse inizio.

Del resto, se con un affluenza prevista di 60 mila persone i varchi per l’ingresso nei settori Tevere e Nord sono ridotti a tre, con i rallentamenti dovuti alle laboriose operazioni di controllo antiterrorismo, è inevitabile che si crei un pericolosissimo effetto imbuto con urla, panico, bambini sollevati in aria per farli respirare e la sensazione che stesse per accadere qualcosa di irreparabile. 

Avremmo tanto voluto lì con noi il prefetto della Capitale Gabrielli (quello con i superpoteri come Nembo Kid) giustamente orgoglioso dello slogan “fuori i violenti e più famiglie allo stadio”, perché avrebbe potuto constatare come una violenza forse più pericolosa contro i cittadini possa provenire da coloro a cui è stato demandato l’ordine pubblico. Si tratta di personaggi piuttosto creativi che dopo aver escogitato la formula dell’ordine senza il pubblico, desertificando di fatto lo stadio con misure degne di Guantanamo, mercoledì sera hanno sperimentato la soluzione opposta, quella del pubblico senza l’ordine con il rischio che qualcuno si facesse male. Effetti collaterali della ricerca applicata all’inettitudine. Non ce l’abbiamo con agenti e steward mandati allo sbaraglio, e siamo sicuri che nel settore della tribuna autorità sia andato tutto nel migliore dei modi.

Si replica domenica quando per Roma-Palermo, partita per pochi intimi, i varchi saranno aumentati e allargati. Tranquilli, le teste pensanti non vanno mai in vacanza.

Antonio Padellaro

 

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