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Giochi di palazzo

Che fine ha fatto la Virtus Roma?

Lorenzo Martini

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Negli ultimi anni, il Basket si sta affermando come uno degli sport più seguiti in Italia. Prima la finale alle Olimpiadi di Atene del 2004, poi gli approdi in NBA di Bargnani, Belinelli, Gallinari e Datome hanno dato nuova linfa ad un movimento sempre più in crescita.  Se a questo aggiungiamo l’elettrizzante finale scudetto dello scorso anno, che ha visto Sassari imporsi su Reggio Emilia dopo 7 logoranti partite, abbiamo il quadro generale di uno sport che, anche in terra nostrana, sa appassionare e coinvolgere un sempre maggior numero di persone.

Eppure, malgrado questo trend positivo, le problematiche non sono poche, e alcune lasciano veramente attoniti. Il caso più eclatante è probabilmente quello riguardante la capitale: Roma, la città in cui ogni sport dovrebbe trovare ampio spazio, non ha neanche una squadra nella massima lega del basket.

 Di certo saranno in molti a ricordarsi della Virtus Roma, la squadra vincitrice di uno Scudetto, di una Coppa Campioni, di una Coppa Intercontinentale e di due Coppe Korac. La compagine in cui hanno militato giocatori del calibro di Larry Wright negli anni ’80,  Brian Shaw nei ’90, Carlton Myers e Dejan Bodiroga nei primi anni 2000. Eppure, questa stessa squadra dalla stagione 2015-2016 non milita più nella Seria A, ma è stata retrocesse in A2. Il tutto non per demeriti sportivi, ma per problematiche finanziarie.

 Come mai? Il perché cercheremo di spiegarlo.

 Per capire il tutto è necessario un salto indietro nel tempo, esattamente al 2011. La Virtus è al suo quinto anno di fila in Eurolega, la massima lega continentale, 3 anni prima ha raggiunto una finale scudetto persa con Siena. Può contare su giocatori di caratura internazionale come Gigi Datome e Charles Smith. Eppure i primi scricchiolii nell’ambiente si intravedono quando Claudio Toti, proprietario della Virtus dal 2000, decide di giocare soltanto le partite di Eurolega nel PalaEur, un palazzetto tanto ampio quanto costoso, preferendo il ben più economico Palazzetto dello Sport per i match di campionato.

La stagione si chiude in modo disastroso, per la prima volta dal ’94 la squadra non riesce a raggiungere i playoff. Ma, soprattutto, Toti si sente abbandonato da istituzioni e sponsor. Dopo anni di acquisti esosi, accompagnati però da ben pochi successi –unico trofeo la Supercoppa Italiana nel 2001 -, i tanti sponsor sostenitori della Virtus decidono di fare un passo indietro.

Il campionato successivo è ancora più drammatico, il roster della Virtus è nettamente ridimensionato e a fine anno Toti è sul punto di lasciare il mondo del basket. La società è sull’orlo del fallimento, quando, proprio l’ultimo giorno ammissibile per l’iscrizione in Serie A, il presidente ci ripensa e iscrive la squadra, grazie all’indispensabile contratto di sponsorizzazione con l’Acea.

Seppure il budget sia limitatissimo, la stagione si rivela strepitosa. Partendo da outsider, la Virtus Roma raggiunge un’inaspettata finale scudetto, prima di infrangere le sue speranze davanti alla Siena di coach Banchi. Sembrerebbe che il peggio sia passato, ma in realtà le difficoltà economiche sono tutt’altro che scomparse. La società deve rinunciare a partecipare all’Eurolega e allestisce una nuova rosa con una disponibilità economica ancora più stringata. Malgrado questo, anche l’annata 2013-2014 è più che positiva, visto che la squadra raggiunge le semifinali scudetto e esprime un ottimo livello di gioco.

Ma, nonostante i risultati, gli sponsor che sostengono la società sono sempre meno, non convinti dal progetto societario. Toti fa un appello ai tifosi: raggiungere i 2000 abbonamenti, così da poter tornare a giocare al PalaEur e aumentare gli introiti. Ma le 2000 tessere non vengono raggiunte, si resta a giocare al Palazzetto dello Sport con una disponibilità ristretta ai minimi termini.

Inoltre, il general manager Nicola Alberani ogni anno è costretto a rivoluzionare la squadra. A causa della disastrata situazione economica, non può che sottoscrivere contratti annuali e i giocatori dopo il periodo concordato spesso decidono di abbandonare squadra e società.

La stagione 2014-2015 trascorre senza scossoni, ma stavolta la Virtus Roma non riesce a raggiungere i playoff. Il che implica una vetrina mediatica in meno con cui cercare nuovi sponsor disponibili. E’ l’inizio di un’estate che sarà un vero calvario.

Già a pochi giorni dalla fine del campionato, erano circolate voci prima su una misteriosa cordata russa intenzionata a mettere le mani sulla Virtus, poi su un interessamento di James Pallotta e della sua AS Roma. Neanche il tempo di sognare in grande, che arriva la smentita di Toti, lapidario: la Virtus Roma non verrà iscritta a nessun campionato.

I tifosi sono sotto shock, sembra impossibile che la Virtus stia per scomparire. Si susseguono voci di fantomatiche società pronte ad investire nella Capitale, ma è tutto fumo. Rendendosi conto dei malumori della piazza romana, i primi di luglio, Toti ha un ripensamento: iscriverà una squadra “lacrime e sangue” al campionato di Serie A, a patto però che intervengano due sponsor pronti a garantire il raggiungimento di un budget annuale di 2 milioni e mezzo.

Ma fino a metà luglio di nuovi sponsor disponibili non se ne vede neanche l’ombra. Toti sarebbe tentato di partecipare alla stagione imminente, per poi trovare in seguito nuovi finanziatori. Ma le sanzioni economiche a cui andrebbe incontro se non reperisse risorse sufficienti sarebbero esorbitanti. Alla fine, viene scelta la classica via di mezzo: iscrizione sì, ma alla Lega A2, con conseguente “autoretrocessione”.

Se questa retrocessione non può che dispiacere e deludere i tanti sostenitori virtussini, per fortuna l’altra faccia della medaglia è un più rosea. Con l’iscrizione in Lega A2 viene infatti dato il via ad un nuovo progetto: totale abbandono dei grandi palcoscenici nazionali per lasciare spazio alla valorizzazione di giovani talenti e a un maggiore radicamento sul territorio. La Virtus Roma cerca di creare un cordone ombelicale con le scuole e le piccole società capitoline, sostenendo attività di rilancio del basket a Roma. Un progetto ambizioso ma ben strutturato, che potrebbe regalare tante soddisfazioni.

Dopo un inizio di stagione tutt’altro che incoraggiante – sei sconfitte di fila – la Virtus ha finalmente trovato una maggiore costanza di rendimento. I tifosi a sostenerla non mancano, la squadra è ricca di giovanissimi talenti pronti a sbocciare.

Sarà solo l’ennesimo anno di transizione prima di un’altra estate turbolenta? Per saperlo dovremo almeno aspettare maggio. Per ora non ci resta che godere di questo progetto dedicato ai giovani e all’ambiente scolastico romano. Non vedere la Virtus ai massimi livelli nazionali è un colpo al cuore, ma chissà che da queste macerie non cresca una nuova, sana realtà cestistica, dove a regnare sia uno sport pulito.

FOTO: www.blog.guerinsportivo.it

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Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

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Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

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Calcio

Calcio tedesco: nonostante il Mondiale, un modello da seguire

Massimiliano Guerra

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Un fallimento. Inutile girarci attorno ma quella della Germania in Russia per i Campionati del Mondo è stato un totale fallimento. Una brutta figura perché la nazionale tedesca da Campione del Mondo in carica si è fatta eliminare in un girone abbastanza agevole, arrivando addirittura ultima, battuta nell’ultimo match da una Corea del Sud che non aveva nulla da chiedere. Molti si sono affrettati a parlare di crisi del calcio tedesco o della dimostrazione che il modello di calcio fatto in Germania non è più valido.

Una tesi però non corretta perché a differenza di quello che sta accadendo in Italia o in Olanda, per citare due tra le grandi escluse e deluse dell’ultimo Mondiale, il fallimento della nazionale tedesca non è stato causato da una crisi sistemica, ma da una serie di fattori che hanno inciso in maniera negativamente decisiva: scelte sbagliate di Low, tanti giocatori sazi che non sono riusciti a dare il 100%, un po’ (tanta) presunzione che è stata fatale nelle tre partite del girone. Detto questo il calcio tedesco rimane comunque uno dei sistemi e di modelli più all’avanguardia del calcio europeo e mondiale. Ecco perché.

Gioventù: Partiamo dal Mondiale. La Nazionale tedesca era sesta squadra più giovane della competizione iridata, terza se vogliamo considerare solo chi ha già vinto la Coppa del Mondo, dietro sola Francia e Inghilterra. Un dato molto importante dato che la Germania si presentava in Russia con i galloni di Campione e soprattutto una rosa di altissima qualità. Il fallimento poi è stato inaspettato quanto rispettoso di una “tradizione” che vede i campioni del mondo uscire al primo turno nella successiva edizione.  Passiamo poi a quello che succede in Bundesliga. Il campionato tedesco dei cinque maggiori europei è quello che ha l’età media più bassa. Le società tedesche puntano sui giovani e lo fanno realmente: nella classifica dei campionati e delle squadre più giovani del continente, stilata dal Cies, la Germania è al 12° posto, prima tra i top campionati europei, seguita dalla Francia al 17°, dalla Spagna al 20° e dall’Inghilterra addirittura 29°. Non benissimo l’Italia in 24° posizione, in virtù dei 27,37 anni in media dei calciatori impiegati. E nella massima serie teutonica le prime due classificate sono il Lipsia con 23.2 di media e il Bayer Leverkusen con 23.8.

Nella classifica dei club, tra i  primi 100 più giovani, la Germania può vantare ben 8 club. Nessuno come lei. Dati importanti che se sommati all’alta specializzazione che i tecnici tedeschi stanno portando avanti fa si che il calcio tedesco sia sempre più all’avanguardia. I cosi detti Laptop trainer, di cui abbiamo già ampiamente parlato, come Thomas Tuchel (ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) hanno sfruttato gli imponenti investimenti della Federazione tedesca dopo la sconfitta nei Mondiali del 2006 e hanno totalmente stravolto il ruolo dell’allenatore. Di conseguenza anche lo sviluppo dei giocatori giovani è stato modificato regalando alla Germania una serie sterminata di giovani talenti.

Tirando le somme il calcio tedesco, al netto della brutta figura in Russia, rimane di gran lunga il modello da seguire per ambire ad uno sviluppo innovativo e moderno del calcio, lontano da alcune vecchie considerazioni che stanno bloccando la crescita del movimento calcistico nel nostro paese.

 

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