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Rio 2016: Chapeau, Greg. Chapeau, Vincenzo!

Andrea Muratore

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6 agosto 2016, una data, un simbolo, un obiettivo. Una rincorsa durata oltre dodici mesi, tra sacrifici, allenamenti intensi, un Tour dedicato appositamente alla preparazione di Rio e ambizioni neanche troppo nascoste di puntare al colpo grosso. Una medaglia, d’oro, d’argento o di bronzo che fosse, agognata, inseguita, accarezzata e sfuggita sul più bello nel modo più beffardo. Vincenzo Nibali è incredulo, allibito, attonito. Ancora non sente la sofferenza della clavicola fratturatasi nella caduta sulla discesa della Casas des Canoas di Niemeyer, 11 km dall’arrivo della gara di ciclismo su strada dei Giochi della XXXI Olimpiade. Nello sguardo perso e smarrito del fuoriclasse siciliano si legge una delusione infinita, l’insormontabile smarrimento leggibile in chi ha visto sfuggire sul più bello quanto orgogliosamente aveva inseguito.

Erano un’occasione unica, queste Olimpiadi, e Nibali lo sapeva fin troppo bene: percorso durissimo, zero spazio per i tatticismi, un tourbillon di saliscendi insidiosi sulle alture circostanti Rio de Janeiro prima della passerella conclusiva sul lungomare di Copacabana. Una gara unica nel suo genere, interpretabile solo ed esclusivamente con fantasia, entusiasmo e dinamicità, nella maniera preferita dallo “Squalo dello Stretto”. Così era stato, sino a quella curva galeotta che ha reclamato a sé le ambizioni del principale pretendente all’oro olimpico e del sorprendente e indomito colombiano Sergio Henao, dopo aver già punito alla stessa maniera in precedenza il pimpante tasmaniano Richie Porte. La squadra italiana, sapientemente costruita dal CT Davide Cassani, affiatata e rodata, aveva messo in campo una strategia perfetta, riuscendo a portare dapprima tre uomini al comando in un gruppo di otto corridori, Nibali, Aru e Caruso, e in seguito a piazzare con lo “Squalo” un’ulteriore stoccata, dopo aver sistematicamente gestito ottimamente tutte le fasi topiche della corsa.

Sul suo terreno più congeniale, una discesa tecnica, piena di tornanti e curve insidiose, Nibali avrebbe tentato di fare il vuoto, di scrollarsi di dosso Henao e il polacco Rafal Majka abili a stare a ruota ma sicuramente meno in palla del siciliano, ma il destino ha deciso di infrangersi contro un marciapiede posto ai lati della carreggiata, risparmiando esclusivamente Majka, lesto a incunearsi tra i due avversari disarcionati e i loro destrieri azzoppati.

Il ciclismo è scuola di vita. Il ciclismo impartisce lezioni sportive ed esistenziali, nella somma degli avvenimenti ascese, cadute, risalite e scatti assumono il ruolo di moniti, di insegnamenti, ricordano il mutevole corso della fortuna e degli eventi. Lo sguardo vitreo e inconsolabile di Nibali, seduto su quel marciapiede aspettando Godot, aspettando la lontana ammiraglia per risalirvi sconsolato, ricorda quello simile, altrettanto perso e inespressivo, di Steven Kruijswijk, sorprendente leader del Giro d’Italia 2016 sino alla discesa del Colle dell’Agnello alla terzultima tappa, quando la foga e la volontà di seguire a tutti i costi Nibali, lanciatosi in un’irresistibile picchiata, gli costarono una rovinosa caduta, un infortunio e un pesante ritardo al traguardo di Risoul, ove lo “Squalo” versando lacrime di gloria arrivò braccia al cielo, pronto il giorno dopo a portare a compimento la propria guerra-lampo per la riconquista della Maglia Rosa. Ancora più sofferente, spinto sino alle lacrime dal dolore provocato da una caduta che gli aveva procurato una frattura della clavicola analoga a quella riportata da Nibali in Brasile, appariva il 3 aprile Greg Van Avermaet sulle strade del Giro delle Fiandre. Il 31enne di Lokeren, ex calciatore divenuto dapprima velocista e in seguito cacciatore di classiche, corridore di tempra tutta fiamminga, vedeva così sfumare, nella più importante corsa della sua terra natale, la possibilità di conquistare un successo in una delle grandi classiche di primavera della cosiddetta “Campagna del Nord”, e di poter dunque imprimere sulla sua carriera il sigillo della definitiva consacrazione dopo aver collezionato tre podi e molte delusioni tra Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix.

Il riscatto non sarebbe tardato, Greg. L’atleta definito come un campione incompleto, un fuoriclasse mancato da numerosi addetti ai lavori per le sue difficoltà di adattamento alle fasi più critiche delle corse si è dapprima presentato in grande spolvero al Tour de France 2016, ove è riuscito a far sua la maglia gialla sul traguardo di Le Lioran, quinta tappa, e a mantenerla con grinta leonina per diversi giorni, difendendola su tracciati a lui non congeniali, e nella giornata di sabato ha saputo cogliere il trionfo della vita, il colpo della grandeur al termine della più emozionante corsa olimpica di ciclismo che si ricordi. Non avrebbe dovuto, secondo i pronostici, reggere facilmente un tracciato del genere Greg Van Avermaet. Tempra, concentrazione mentale e tenacia, sintomo di una perfetta condizione mentale oltre che fisica, hanno permesso al fiammingo di mantenersi costantemente in gioco, di non affondare sotto i colpi di Nibali e di tenere nel mirino il trio di testa e, in seguito alla caduta del siciliano e di Henao, di lanciare l’inseguimento conclusivo a Majka sfruttando le superiori qualità di passista.

Nei sei chilometri di caccia scatenatisi ai piedi della discesa conclusiva si sono viste le doti troppo spesso tenute nascoste da Van Avermaet, che dopo essersi scrollato di dosso i compagni di inseguimento (tra cui il nostro eccellente Fabio Aru), eccezion fatta per il danese Fuglsang, ha messo nel mirino il fuggitivo e lo ha infilato al termine di un rettilineo infinito, imponendosi di prepotenza al termine di uno sprint sui generis, senza volate e accelerazioni dopo 240 km di fatiche che avevano reso la questione una mera sfida di gambe, ancor prima che di tecnica. Oro al Belgio, argento alla Danimarca, bronzo alla Polonia, rammarico all’Italia. Rammarico per l’occasione sfumata, per una sporca, beffarda curva che ha rovinato al suolo Nibali e disfatto il lavoro di una nazionale mai così ben strutturata e coesa dal Mondiale di Firenze del 2013, concluso sempre da Nibali con un quarto posto amaro, ma di certo non quanto l’epilogo anticipato della sua Olimpiade. Nibali esce sconfitto e deluso, ma ancora più campione dai Giochi di Rio. L’atteggiamento mostrato in corsa ha dato ragione ai suoi piani del dopo Giro, alle mosse compiute in un Tour pensato come allenamento intensivo per le Olimpiadi e, soprattutto, lustrato ancora di più la classe del simbolo stesso del ciclismo e dello sport nazionali dei giorni nostri, che ha illuminato la corsa sino al cruciale, decisivo scivolone in curva.

Queste potrebbero sembrare vane parole, vacue consolazioni per l’oggettività dei fatti, che impietosamente ha visto la medaglia negata all’Italia e a colui che più di tutti se la meritava. Ebbene, non è così. Il ciclismo è scuola di vita, le Olimpiadi sono scuola di Storia. La vita e la storia insegnano che i piani ben congegnati, le strategie meglio applicate, i sogni di gloria possono infrangersi o venire stravolti da casualità, elementi imprevedibili, fatalità: prendere atto di tutto ciò impone al tempo stesso di riconoscere l’onore delle armi e il dovuto plauso a chi è stato punito solo dall’imprevisto, dal destino.

Chapeau, Greg, ma al tempo stesso chapeau, Vincenzo.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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