6 agosto 2016, una data, un simbolo, un obiettivo. Una rincorsa durata oltre dodici mesi, tra sacrifici, allenamenti intensi, un Tour dedicato appositamente alla preparazione di Rio e ambizioni neanche troppo nascoste di puntare al colpo grosso. Una medaglia, d’oro, d’argento o di bronzo che fosse, agognata, inseguita, accarezzata e sfuggita sul più bello nel modo più beffardo. Vincenzo Nibali è incredulo, allibito, attonito. Ancora non sente la sofferenza della clavicola fratturatasi nella caduta sulla discesa della Casas des Canoas di Niemeyer, 11 km dall’arrivo della gara di ciclismo su strada dei Giochi della XXXI Olimpiade. Nello sguardo perso e smarrito del fuoriclasse siciliano si legge una delusione infinita, l’insormontabile smarrimento leggibile in chi ha visto sfuggire sul più bello quanto orgogliosamente aveva inseguito.

Erano un’occasione unica, queste Olimpiadi, e Nibali lo sapeva fin troppo bene: percorso durissimo, zero spazio per i tatticismi, un tourbillon di saliscendi insidiosi sulle alture circostanti Rio de Janeiro prima della passerella conclusiva sul lungomare di Copacabana. Una gara unica nel suo genere, interpretabile solo ed esclusivamente con fantasia, entusiasmo e dinamicità, nella maniera preferita dallo “Squalo dello Stretto”. Così era stato, sino a quella curva galeotta che ha reclamato a sé le ambizioni del principale pretendente all’oro olimpico e del sorprendente e indomito colombiano Sergio Henao, dopo aver già punito alla stessa maniera in precedenza il pimpante tasmaniano Richie Porte. La squadra italiana, sapientemente costruita dal CT Davide Cassani, affiatata e rodata, aveva messo in campo una strategia perfetta, riuscendo a portare dapprima tre uomini al comando in un gruppo di otto corridori, Nibali, Aru e Caruso, e in seguito a piazzare con lo “Squalo” un’ulteriore stoccata, dopo aver sistematicamente gestito ottimamente tutte le fasi topiche della corsa.

Sul suo terreno più congeniale, una discesa tecnica, piena di tornanti e curve insidiose, Nibali avrebbe tentato di fare il vuoto, di scrollarsi di dosso Henao e il polacco Rafal Majka abili a stare a ruota ma sicuramente meno in palla del siciliano, ma il destino ha deciso di infrangersi contro un marciapiede posto ai lati della carreggiata, risparmiando esclusivamente Majka, lesto a incunearsi tra i due avversari disarcionati e i loro destrieri azzoppati.

Il ciclismo è scuola di vita. Il ciclismo impartisce lezioni sportive ed esistenziali, nella somma degli avvenimenti ascese, cadute, risalite e scatti assumono il ruolo di moniti, di insegnamenti, ricordano il mutevole corso della fortuna e degli eventi. Lo sguardo vitreo e inconsolabile di Nibali, seduto su quel marciapiede aspettando Godot, aspettando la lontana ammiraglia per risalirvi sconsolato, ricorda quello simile, altrettanto perso e inespressivo, di Steven Kruijswijk, sorprendente leader del Giro d’Italia 2016 sino alla discesa del Colle dell’Agnello alla terzultima tappa, quando la foga e la volontà di seguire a tutti i costi Nibali, lanciatosi in un’irresistibile picchiata, gli costarono una rovinosa caduta, un infortunio e un pesante ritardo al traguardo di Risoul, ove lo “Squalo” versando lacrime di gloria arrivò braccia al cielo, pronto il giorno dopo a portare a compimento la propria guerra-lampo per la riconquista della Maglia Rosa. Ancora più sofferente, spinto sino alle lacrime dal dolore provocato da una caduta che gli aveva procurato una frattura della clavicola analoga a quella riportata da Nibali in Brasile, appariva il 3 aprile Greg Van Avermaet sulle strade del Giro delle Fiandre. Il 31enne di Lokeren, ex calciatore divenuto dapprima velocista e in seguito cacciatore di classiche, corridore di tempra tutta fiamminga, vedeva così sfumare, nella più importante corsa della sua terra natale, la possibilità di conquistare un successo in una delle grandi classiche di primavera della cosiddetta “Campagna del Nord”, e di poter dunque imprimere sulla sua carriera il sigillo della definitiva consacrazione dopo aver collezionato tre podi e molte delusioni tra Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix.

Il riscatto non sarebbe tardato, Greg. L’atleta definito come un campione incompleto, un fuoriclasse mancato da numerosi addetti ai lavori per le sue difficoltà di adattamento alle fasi più critiche delle corse si è dapprima presentato in grande spolvero al Tour de France 2016, ove è riuscito a far sua la maglia gialla sul traguardo di Le Lioran, quinta tappa, e a mantenerla con grinta leonina per diversi giorni, difendendola su tracciati a lui non congeniali, e nella giornata di sabato ha saputo cogliere il trionfo della vita, il colpo della grandeur al termine della più emozionante corsa olimpica di ciclismo che si ricordi. Non avrebbe dovuto, secondo i pronostici, reggere facilmente un tracciato del genere Greg Van Avermaet. Tempra, concentrazione mentale e tenacia, sintomo di una perfetta condizione mentale oltre che fisica, hanno permesso al fiammingo di mantenersi costantemente in gioco, di non affondare sotto i colpi di Nibali e di tenere nel mirino il trio di testa e, in seguito alla caduta del siciliano e di Henao, di lanciare l’inseguimento conclusivo a Majka sfruttando le superiori qualità di passista.

Nei sei chilometri di caccia scatenatisi ai piedi della discesa conclusiva si sono viste le doti troppo spesso tenute nascoste da Van Avermaet, che dopo essersi scrollato di dosso i compagni di inseguimento (tra cui il nostro eccellente Fabio Aru), eccezion fatta per il danese Fuglsang, ha messo nel mirino il fuggitivo e lo ha infilato al termine di un rettilineo infinito, imponendosi di prepotenza al termine di uno sprint sui generis, senza volate e accelerazioni dopo 240 km di fatiche che avevano reso la questione una mera sfida di gambe, ancor prima che di tecnica. Oro al Belgio, argento alla Danimarca, bronzo alla Polonia, rammarico all’Italia. Rammarico per l’occasione sfumata, per una sporca, beffarda curva che ha rovinato al suolo Nibali e disfatto il lavoro di una nazionale mai così ben strutturata e coesa dal Mondiale di Firenze del 2013, concluso sempre da Nibali con un quarto posto amaro, ma di certo non quanto l’epilogo anticipato della sua Olimpiade. Nibali esce sconfitto e deluso, ma ancora più campione dai Giochi di Rio. L’atteggiamento mostrato in corsa ha dato ragione ai suoi piani del dopo Giro, alle mosse compiute in un Tour pensato come allenamento intensivo per le Olimpiadi e, soprattutto, lustrato ancora di più la classe del simbolo stesso del ciclismo e dello sport nazionali dei giorni nostri, che ha illuminato la corsa sino al cruciale, decisivo scivolone in curva.

Queste potrebbero sembrare vane parole, vacue consolazioni per l’oggettività dei fatti, che impietosamente ha visto la medaglia negata all’Italia e a colui che più di tutti se la meritava. Ebbene, non è così. Il ciclismo è scuola di vita, le Olimpiadi sono scuola di Storia. La vita e la storia insegnano che i piani ben congegnati, le strategie meglio applicate, i sogni di gloria possono infrangersi o venire stravolti da casualità, elementi imprevedibili, fatalità: prendere atto di tutto ciò impone al tempo stesso di riconoscere l’onore delle armi e il dovuto plauso a chi è stato punito solo dall’imprevisto, dal destino.

Chapeau, Greg, ma al tempo stesso chapeau, Vincenzo.

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