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Chamonix 1924: le Olimpiadi dei Soldati

Francesco Beltrami

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Il Biathlon fa la sua comparsa  alle Olimpiadi proprio in occasione della prima edizione invernale della grande kermesse sportiva. Viene disputata una sola gara, a squadre, riservata a formazioni militari di quattro componenti capitanate da un ufficiale, denominata nel programma dei Giochi di Chamonix “Ski Militaire course de 30 K.”. La gara si disputò il 29 gennaio del 1924, martedì. I quattro sciatori di ciascuna squadra dovevano percorrere un tracciato di 30 chilometri, che ai tempi veniva disegnato su un solo giro, con partenza allo Stadio Olimpico di Chamonix Mont Blanc, da dove si procedeva verso Le Lavancher, poi Argentiere, Charamilon, Trelechamp, di nuovo Argentiere, dove era posto il poligono di tiro, Les Tines, Les Frasses, Le Belvedere e arrivo nuovamente alla Stadio Olimpico.



La prova di tiro prevedeva che tre dei quattro componenti la pattuglia, era escluso l’ufficiale in comando, sparassero diciotto colpi, sei ciascuno, contro un bersaglio posto a 250 metri di distanza. Per ogni colpo giunto a segno era previsto un abbuono di trenta secondi sul tempo finale della prova di sci. Furono sei le nazionali a presentarsi alla partenza quella mattina disturbata dal maltempo, e sembra da alcune fonti alla presenza di ben 1307 spettatori in buona parte civili, all’epoca un vero record per una gara di sci militare.

E’ la Finlandia alle 8.40 a partire per prima, con l’ufficiale Vaino Bremer e i militi Vilhelm Mattila, August Eskelinen e Heikki Hirvonen. Vaino Bremer era un capitano dell’esercito finlandese, noto oltre che come sportivo anche come pioniere dell’aviazione. Nato nel 1899 a Turku morirà il 23 dicembre del 1964 a Kerava, nei pressi dell’aeroporto di Helsinki-Vantaa appunto in un incidente aereo. Sei mesi dopo la gara per pattuglie militari a Chamonix sarebbe stato protagonista anche dei Giochi Olimpici estivi di Parigi, dove gareggiò nel Pentathlon Moderno, chiudendo nono  in una gara dominata dagli svedesi. In quegli stessi anni Venti Vaino era a capo della pattuglia acrobatica della Suomen Ilmavoimat, l’aviazione militare finlandese, nel 1931 attraverserà l’intera Europa in volo e nel 1932 volò da Helsinki a Città del capo e ritorno. Per il 1933 aveva programmato la circumnavigazione aerea del globo, ma dovette desistere per il divieto dell’Unione Sovietica ad attraversare il proprio spazio aereo, partì comunque ma dovette effettuare in nave parte del percorso. La notte della vigilia di Natale del 1964 ai comandi del suo Beechcraft Baron con un passeggero a bordo si stava preparando all’atterraggio, era buio, le condizioni meteorologiche erano pessime e, come appurò successivamente l’inchiesta, il sessantacinquenne Vaino Bremer pur essendo un veterano dell’aviazione con migliaia di ore di volo alle spalle era poco aduso al volo strumentale utilizzato sugli aerei moderni. Il velivolo precipitò nei boschi vicini alla pista e sia il pilota che il suo compagno persero la vita. Ora riposa nel cimitero di Honkanummen.

La squadra finlandese

Alle 8.43 fu il turno dei padroni di casa della Francia, con l’ufficiale Camille Mandrillon al comando di Georges Berthet, Maurice Mandrillon e André Vandelle. Camille Mandrillon nato a Les Rousses nel 1891 ha un posto nella storia olimpica che va oltre la partecipazione alla gara delle pattuglie militari a Chamonix, fu infatti lui a leggere durante la cerimonia d’apertura  il 24 gennaio il primo Giuramento olimpico della storia dei Giochi Invernali, e nella medesima occasione fu anche il primo portabandiera della Francia in quella manifestazione.Tra i soldati che lo accompagnavano quella mattina in gara c’era anche suo fratello Maurice, più giovane di ben undici anni, e anche gli altri due componenti erano originari di Les Rousses, comune del dipartimento dello Jura a 1107 metri di altitudine, che al tempo delle Olimpiadi di Chamonix era abitato da circa 1700 persone, ora vanta 3100 abitanti e dagli anni Settanta è il centro principale dell’importante comprensorio sciistico noto come Station de Rousses. Camille morirà a 77 anni nel 1969, mentre suo fratello Maurice vivrà fino al 1981.

La squadra francese

Terza a partire fu l’Italia, guidata da Pietro Dente, sottotenente degli Alpini, con Goffredo Lagger, Albino Bich e Paolo Francia, sappiamo poco di questi quattro pionieri del Biathlon in Italia, se ne conosce la data di nascita, 1901 per tutti e quattro e se ne sono perse le tracce dopo le Olimpiadi.

Alle 8.49 al via la pattuglia polacca, comandata dal sottotenente Zbigiew Woycicki, nato a Zakopane nel 1902, di lui si sa che partecipò alla gara di sci militare anche quattro anni dopo a Saint Moritz e che, tornato in Polonia, morì pochi mesi dopo a nemmeno 26 anni. Con lui Szczepan Witkowski, Stanislaw Chrobak e Stanislaw Kadziolka.

Quinti a partire i cecoslovacchi, con Karel Buchta (capitano), Josef Bim, Bohuslav Josifek e Jan Mittlohner. Josef Bim fu atleta completo e gareggiò in diverse discipline invernali durante la sua breve vita: nato il 24 gennaio 1901 a Vysoké Nad Jizerou morì infatti a soli 33 anni il 5 settembre del 1934. Riuscì a gareggiare in due olimpiadi, nel 1924 prese parte anche alle gare di Combinata Nordica finendo tredicesimo e di Salto Speciale chiudendo ventiseiesimo, mentre nel 1928 rappresentò la Cecoslovacchia nel Salto ottenendo un ventesimo posto. Fu presente anche a due edizioni dei Mondiali di Sci Nordico, nel 1925 a Janske Lazne, in casa, fu quinto nella Combinata, dove invece finì ventitreesimo un anno dopo a Lahti in Finlandia.

Ultima a partire fu alle 8.52 la pattuglia della Svizzera, guidata dal tenente bernese Denis Vaucher, classe 1898 fu uno degli ultimi partecipanti alle gare di Chamonix a venire a mancare, in quanto sopravvisse fino al 1993, col caporale Antoine Jules e i fucilieri Alphonse Julen e Alfred Aufdenblatten. I fratelli Julen erano membri di una famiglia che diede ben quattro olimpionici alla Svizzera, il cugino Oswald Julen fu combinatista nordico, mentre un altro cugino, Simon Julen fondista. Alfred Aufdenblatten invece in quei Giochi prese parte anche alla prova della 50 chilometri di fondo in cui fu costretto al ritiro.

Torniamo ora sulla neve in quella mattinata di maltempo nell’inverno delle Alpi francesi. La pattuglia finlandese transitò per prima a tutti i controlli e sparò con ottima precisione al poligono centrando 11 dei 18 bersagli, alle sue spalle in diversi erano in difficoltà. La Polonia e l’Italia dovettero ritirarsi a causa delle avverse condizioni meteo, anche se per quel che riguarda l’abbandono dell’Italia altre fonti riferiscono sia  stato causato dalla rottura di uno sci di uno dei componenti la squadra.

Molto veloce avanzava la Svizzera partita per ultima, che dopo un discreto poligono 8/18 il risultato, superò tutte le nazioni partite prima di lei tranne la Finlandia. I francesi spararono veramente male, 2/18 oltre a essere lenti sugli sci, mentre i cecoslovacchi fecero un po’ meglio al poligono 5/18, ma avanzavano nella neve ancora più lentamente dei francesi.

La Finlandia al tiro

Allo stadio olimpico entrò per prima la Finlandia che tagliò il traguardo alle 12.45.40 seguita alle 12.55.06 dalla Svizzera che però era partita 15 minuti dopo. Al tempo dei finlandesi furono tolti 5 minuti e 30 secondi in virtù degli 11 bersagli colpiti, a quello degli svizzeri 4 minuti. La Svizzera quindi ottenne il primo posto con un tempo compensato di 3 ore 56 minuti e 6 secondi contro le 4 ore 0 minuti e 10 secondi dei finnici, conquistando così il primo oro olimpico della storia del Biathlon.

Nella lotta per il bronzo nonostante il fallimentare poligono la Francia regolò la Cecoslovacchia per 1 minuto e 1 secondo, avendola battuta di 2’31” sugli sci: non bastò infatti ai cechi il minuto e mezzo di maggior abbuono conquistato nella prova di tiro.

Quattro anni dopo a Saint Moritz il Biathlon fu ancora presente, ma solo come sport dimostrativo, lo stesso avvenne nel 1936 a Garmisch e di nuovo al ritorno delle Olimpiadi dopo la Seconda Guerra Mondiale a Saint Moritz 1948. Poi più nulla nemmeno a livello dimostrativo, fino al 1960 quando a Squaw Valley negli Stati Uniti il Biathlon entrò ufficialmente nel programma Olimpico, con una sola gara, l’Individuale sui 20 chilometri e 4 poligoni. Le donne invece dovettero aspettare fino ad Albertville nel 1992 per avere il loro spazio a cinque cerchi. Nei decenni però l’importanza di questo sport ha continuato a crescere inarrestabilmente, agli ultimi Giochi a Sochi ha assegnato ben undici titoli olimpici, cinque maschili, cinque femminili e uno misto, la staffetta composta da 2 uomini e due donne per squadra.

Gli Svizzeri raggiungono i Polacchi lungo il percorso

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Davide Cassani: “Ciclismo? Gioie e drammi si bilanciano e non c’è mai nulla di scontato”

Fabio Bandiera

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A cavallo tra la fine del Giro d’Italia e l’inizio del Tour de France la stagione ciclistica vive il suo momento apicale in cui da un lato si tracciano i primi bilanci e dall’altro ci si proietta sulla restante parte di una stagione frenetica e ostaggio di un calendario sempre più fitto e serrato. Il commissario tecnico della nazionale Davide Cassani segue e monitora la stagione dei colori azzurri con un occhio attento al Giro d’Italia under 23 appena conclusosi e un altro rivolto all’imminente Grand Boucle che di sicuro fornirà altre indicazioni utili dello stato dell’arte del ciclismo nostrano.

Inizia la sua carriera professionistica  nel 1982 con la Termolan di Bruno Reverberi e nei quattordici anni di attività veste le maglie di tra Carrera, Bianchi, Ariostea, Mg Technigym e Saeco al fianco di campioni del calibro di Visentini, Roche, Argentin riservandosi il ruolo di gregario di lusso con licenza di uccidere. Tra i suoi trofei più prestigiosi, oltre a due tappe vinte al giro, figurano tre giri dell’Emilia, una Milano Torino,  una Coppa Sabatini e due Coppe Agostoni a cui si affiancano tre podi alla Freccia Vallone, Amstel Gold Race e Lombardia. Dismessi i panni di atleta incomincia, grazie a Marino Bartoletti, la sua avventura in Rai a cui presterà la sua voce per diciotto anni diventando di fatto il commentatore ufficiale del grande ciclismo al fianco del grande Adriano De Zan seguito da Auro Bulbarelli e Francesco Pancani. Nel 2014 la FCI gli propone la direzione tecnica della nazionale maggiore, succedendo a Paolo Bettini, incarico che svolge da cinque anni con scrupolosa metodicità e con la speranza di coronare con un sigillo iridato il suo mandato che lo vede sempre attivo alla ricerca di conferme e nuovi talenti. Lo abbiamo raggiunto per discutere il momento attuale del nostro ciclismo tra luci e ombre, dubbi e certezze.

Buongiorno Davide, partiamo dal passato recente. Abbiamo assistito ad uno splendido Giro D’Italia, con un’impresa straordinaria targate Chris Froome

Si è stato un giro incerto, ricco di imprese e clamorose sorprese. Tutti gli ingredienti che fanno di questa corsa una delle più belle del mondo. L’azione di Froome a cui hanno fatto seguito le cotte improvvise di campioni del calibro di Aru e Pinot hanno sicuramente contribuito a renderlo appassionante e imprevedibile.

Dal punto di vista del c.t. della nazionale, che riscontri hai avuto dalla corsa rosa?

Beh sicuramente il movimento è ancora buono: Pozzovivo competitivo e Formolo, che poteva fare di più, nei primi dieci lo testimoniano. E’ mancato il podio con Aru, ma penso anche a ragazzi giovani come Ciccone e Masnada che si sono fatti vedere. Un giro in chiaroscuro che va visto da più angolazioni, a questo dobbiamo aggiungere il poker di Elia Viviani e lo splendido successo di Battaglin, mentre l’anno scorso avevamo vinto solo una tappa con Nibali. Prendiamoci il bicchiere mezzo pieno e guardiamo avanti con fiducia.

Questo giro ci ha anche restituito il lato più umano del ciclismo. Nessun leader in grado di ammazzare la corsa, ma tanta competitività e continui cambi di casacca. Il ciclismo di oggi è anche questo? Meno automi, più uomini?

Senz’altro Froome ha corso in un modo diverso così come la Sky, hanno rischiato il tutto per tutto cogliendo al volo l’unica possibilità che avevano sul Colle delle Finestre e hanno fatto saltare il banco. Questo per fortuna  è il ciclismo, con cuore e gambe e senza tatticismi esasperati accadono imprese del genere. Gioie e drammi si bilanciano e non c’è mai nulla di scontato.

Un bilancio della tua esperienza da Commissario Tecnico, come definiresti  i tuoi primi quattro anni al timone della nazionale?

Per me è ovviamente un onore aver ricevuto questo incarico, ho cercato di investire sul settore giovanile ed è importante in tal senso la ripartenza del giro dilettanti che hanno un calendario molto ridotto rispetto ai professionisti. Ciò toglie competitività rispetto ai pari-età degli altri paesi e questo trend va  invertito, poi i risultati magari li vedremo tra qualche anno, io ce la sto mettendo tutta poi vedremo sei miei sforzi avranno riscontro in futuro. Dobbiamo assolutamente ripartire dal basso e investire sugli juniores e sperare anche con un po’ di fortuna che nascano nuovi talenti.

Riavvolgiamo il nastro. I tuoi diciotto anni in Rai.

Estato un pezzo importante della mia vita e un privilegio che mi ha permesso di rimanere in contatto con questo mondo meraviglioso dal di dentro. Ringrazio Marino Bartoletti che ha creduto in me e posso senz’altro dire che la Rai è stata e continua ad essere per questo sport un elemento fondamentale e insostituibile, il ciclismo è ancora in chiaro e gli ascolti premiano questa scelta aziendale. Poi dopo tanti anni era giusto cambiare e cercare di fare qualcos’altro che tornasse a stimolarmi.

Il caso Aru, deluso e respinto dal Giro. Forse si è ecceduto nella preparazione? Troppo maniacale?

Beh è chiaro che la delusione è stata enorme, aveva preparato questo momento per sei mesi e poi è saltato tutto nel peggior modo possibile. E’ sicuramente uno spunto di analisi che Fabio dovrà svolgere col suo team e i suoi preparatori e di sicuro qualcosa andrà rivisto perché non credo siano stati problemi di salute. Non ha perso la mia fiducia perché un campione come lui non diventa un brocco dall’oggi al domani e sono convinto che può fare ancora bene nella seconda parte della stagione.

Domanda di striscio sul doping. Ormai non se ne parla quasi più, ottimo segnale per il movimento.

Assolutamente sì, sono anni che il ciclismo lotta con questo problema. La politica dei controlli asfissianti ha dato i propri frutti, oggi chi si fa beccare o è un pollo o un incosciente.

Cassani atleta, come nasce questa passione che ti ha fatto arrivare al professionismo.

Ho cominciato da allievo a quindici anni, avevo una grande passione e ho iniziato tardi perché mio padre la bici non me l’ha comprata prima. Avevo le idee molto chiare al riguardo e con un pizzico di fortuna e tanta costanza sono riuscito a coronare il mio sogno e sono strafelice per quello che ho fatto come corridore. Oggi il problema di molti giovani è quello di non avere le idee chiare, troppi stimoli e molta confusione non ti focalizzano su un obiettivo.

I valori di questo sport sono unici ed universali. Entusiasmo oceanico e grandi dimostrazioni d’affetto per la famiglia Scarponi, sono ulteriori prove che lasciano senza parole.

Perché il ciclismo è uno sport di fatica e uno sport  popolare che fa parte della nostra storia che è passato almeno una volta sotto casa nostra lasciando ricordi indelebili. Traspare l’umiltà di questi ragazzi che lavorano sodo, la gente né è consapevole e ammira la loro straordinaria caparbietà. Poi nel caso di Michele quando viene a mancare uno di noi, un grande come lui, nasce spontaneo questo attaccamento a lui e alla sua famiglia.

Per chiudere. Da grande cosa vuoi fare e un ricordo di tutti questi anni da protagonista a vari livelli in questo sport.

Da grande voglio continuare a vivere il presente e svolgere il mio lavoro al meglio seguendo la mia passione per questo sport. Un ricordo che mi viene in mente tra i tanti posso raccontarti un aneddoto recente: stavo salendo sull’Etna per vedere l’arrivo della tappa del giro e ho incontrato un ragazzo di quattrodici anni che ha fatto la salita con me,  quando mi ha salutato in cima mi ha detto  che questo era il giorno più bello della sua vita. Ennesima dimostrazione dell’unicità e della magia del ciclismo.

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Educazione Spartana: come si allenavano gli uomini più forti dell’Antichità

Nicola Raucci

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La storia di Sparta è da sempre avvolta da una aurea leggendaria. Come affermato da Agesilao II, mitico re spartano, i suoi uomini ne costituivano le invalicabili mura. Guerrieri imbattibili forgiati dal radicale sistema educativo di Stato, la agoghé (ἀγωγή), di cui ci parlano Senofonte e Plutarco. L’allenamento dei ragazzi iniziava al termine del settimo anno, sotto l’autorità di un paidonómos. Uno stile di vita estremo: era proibito l’uso dei calzari per rafforzare i piedi in previsione del posizionamento in battaglia e delle lunghe marce e si riceveva un solo mantello all’anno per temprare  il  corpo  ad  ogni  condizione  climatica  e  marcare  l’uguaglianza  tra  pari.  Il  cibo era razionato. Licurgo, il principale legislatore spartano, riteneva che una dieta limitata favorisse l’altezza più di una ricca di cibo. Inoltre, ci si abituava a combattere efficacemente con un ridotto fabbisogno energetico. La agoghé mirava in particolar modo a sviluppare nei ragazzi disciplina e senso di appartenenza al gruppo; l’educazione scolastica era perciò di tipo utilitaristico. Oltre a ginnastica e giochi che implicavano i principi fondamentali del combattimento, si imparava a leggere e scrivere, la poesia, la musica e la danza. Si ritiene che sia proprio di origine spartana la pirrica, danza di guerra che aveva lo scopo di sincronizzare i movimenti da eseguire in battaglia.

I 12 anni costituivano uno spartiacque importante del periodo di formazione come poi successivamente i 18. Sulla soglia dei 20 anni, quando si diventava a tutti gli effetti arruolabili, si era ancora sotto gli ordini del paidonómos, la cui supervisione cessava solo al compimento del trentesimo anno di età. Fino ad allora gli uomini erano obbligati a sottoporsi a periodici controlli. Da Agatarchide sappiamo che ogni dieci giorni i giovani dovevano effettuare il controllo del peso in presenza degli efori, che ispezionavano le loro vesti e la biancheria anche con cadenza giornaliera.

Terminata la agoghé si era uno Spartiata in possesso dei pieni diritti e che avrebbe prestato servizio fino ai 60 anni. Nessuno scrittore antico riporta esplicitamente il regime di allenamento specifico seguito. Tuttavia, Senofonte ci informa sul fatto che la legge imponesse a tutti gli Spartani di praticare esercizi ginnici anche durante una campagna militare. Ciò suggerirebbe l’idea che i guerrieri si tenessero in continuo allenamento, consapevoli dell’importanza dell’esercizio fisico regolare per salute e morale, fattori indispensabili al successo sul campo di battaglia.

Quando immaginiamo i guerrieri spartani dobbiamo pensare a uomini dal fisico definito di circa 1,55-1,65m di altezza e intorno ai 55kg di peso. I muscoli più sviluppati erano in particolare quelli del collo, delle braccia e delle gambe. Gli allenamenti venivano eseguiti nella maggior parte dei casi a corpo libero focalizzandosi sul pieno controllo del corpo, sulla coordinazione e sulla resistenza. Alla base vi erano corsa, piegamenti, trazioni e addominali. Gli Spartani erano poi sportivi appassionati oltre che guerrieri. Le discipline di squadra erano particolarmente popolari, tra cui il gioco con una piccola palla di dura pelle imbottita con crine di cavallo: l’episkyros. Il gioco consisteva nella sfida tra due squadre composte solitamente da 14 giocatori l’una. Si tracciava una linea sul terreno a metà campo e una linea di porta dietro a ciascuna formazione. Le due compagini dovevano tentare di lanciare la palla con i piedi o le mani al di là degli avversari al fine di farli arretrare dietro la linea di fondo. Le partite potevano essere piuttosto violente; i rivali venivano fatti indietreggiare a forza di pugni. Non va dimenticata poi la passione per la caccia, utile, come affermava Licurgo, per sopportare la fatica del soldato. Attività più educativa che altro, dato che l’apporto proteico nella dieta spartana proveniva innanzitutto da legumi e pesce. In ogni caso, il pane era l’alimento principale in grado di sostenere l’apporto di carboidrati, mentre olio d’oliva e grasso animale garantivano le necessarie riserve. Frutta e verdura erano fonte di fibre e il miele di zuccheri.

Per quanto riguarda la condizione delle donne, allenamento e educazione avevano la stessa importanza vista per gli uomini. La popolazione femminile godeva di una maggiore libertà ed era in genere in migliori condizioni di salute rispetto alla media delle donne greche. Le Spartane, famose per la loro particolare bellezza, avevano il decisivo e importante compito di generare figli sani e robusti. Citando Gorgo, moglie di Leonida, solo le donne di Sparta erano in grado di generare veri uomini. Le ragazze potevano gareggiare pubblicamente accanto ai maschi nelle diverse pratiche sportive, compresa la  lotta. Inoltre, le atlete spartane erano le  sole donne a  cui era consentito partecipare ai Giochi olimpici antichi.

Parlando di Sparta realtà e mito sono talvolta indistinguibili, ma la storia dei suoi guerrieri è di continua ispirazione nella vita come nello sport, dove la sicurezza nei propri mezzi può permettere il raggiungimento di obiettivi ritenuti impossibili. Una sicurezza a tratti irrazionale e folle, tuttavia concreta, riassumibile nelle sprezzanti parole di Leonida alle Termopili nel 480 a.C.:

Ad un uomo, che lo informava di come migliaia di Persiani fossero ormai a ridosso dei pochi opliti a difesa del passo, il re spartano, dinanzi ai suoi trecento Spartiati schierati, rispose “Anche noi siamo addosso a loro”.

 

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Giornata Mondiale del Rifugiato: quattro atleti, quattro fughe, quattro tragedie

Tommaso Nelli

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Il 20 Giugno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, un tema quanto mai attuale per la situazione che stiamo vivendo quotidianamente. Anche lo Sport non è esente. Quattro storie, diversissime tra loro, per capire cosa spinge un atleta a fuggire.

Non sappiamo se fuggisse verso l’Italia o verso l’Europa, ma di certo fuggiva verso una vita migliore, Fatim Jawara. Originaria del Gambia, portiere titolare della nazionale di calcio femminile a soli diciannove anni, è annegata nel Mar Mediterraneo, nell’ottobre 2016 in seguito al rovesciamento dell’imbarcazione sulla quale era salita sulle coste della Libia.

Era un talento nato, Fatim – «Siamo disperati. È una grossa perdita per noi e per tutto il paese» ha commentato il presidente della Federcalcio del minuscolo stato africano dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa – ma in certi casi la bravura, per un atleta, non è sufficiente per sfuggire alla povertà. E allora, per non soccombere o per non rassegnarsi a un destino già scritto, si converte la fame sportiva in fame di vita, ci si fa coraggio, ci si mette alle spalle il passato e si prova a cercare la fortuna da un’altra parte, consapevoli comunque di affrontare una sfida dai rischi molto alti, talvolta fatali.

Come capitato a un’altra atleta, Saamiya Yusuf Omar, velocista somala che nel 2008 aveva partecipato alle Olimpiadi di Pechino nei 200 metri, concludendo le sue batterie sempre col tempo più alto. Anche lei nel 2012 era salita a bordo di uno dei tanti barconi della speranza. Anche lei, come Fatim, vide interrotta in maniera tragica e analoga la sua corsa verso un mondo migliore.

Un’esigenza che animò anche Lutz Eigendorf, centrocampista sì tedesco, ma dell’Est. Era nato a Brandeburgo, aldilà del Muro, in quella DDR dove anche il calcio era affar di Stato. Erich Mielke, il numero uno della Stasi (il Ministero addetto alla sicurezza del Paese) era anche il proprietario della Dinamo Berlino, il club più titolato del Paese, grazie anche a successi ottenuti con metodi non proprio all’insegna della glasnost (trasparenza) cara a Gorbaciov, nel quale militava lo stesso Eigendorf. Che però non ne poteva più del controllo massiccio dello Stato sulla sua vita e così, nel marzo 1979, approfittò di un’amichevole giocata a Ovest, contro il Kaiserslautern, per non fare più ritorno in patria.

A Occidente, oltre che giocarvi, Eigendorf voleva anche vivervi. Sembrava destinato a una carriera di successo, ma deluse le aspettative e quattro anni dopo fu ceduto al modesto Eintracht Braunschweig, dove però fu bersagliato dagli infortuni. Il 20 febbraio 1983, quello che con eccessiva fretta era stato ribattezzato il “Beckenbauer dell’Est”, rilasciò un’intervista televisiva dove elogiò la Bundesliga e le possibilità che avrebbe offerto ai calciatori orientali. Due settimane dopo, il 5 marzo, uscì di strada con la sua “Alfa Romeo nera”, sbattendo contro un albero e morendo dopo trentaquattro ore di ospedale. La Procura archiviò il caso sostenendo che si trattò di un incidente per guida in stato di ebbrezza, ma il tasso alcolemico del sangue era di 0.22 g/l. Caduto il Muro di Berlino e aperti gli archivi della Stasi, un’inchiesta del giornalista televisivo Heribert Schwan, basata su alcuni documenti desecretati, avanzò l’ipotesi che Eigendorf – la cui storia è trattata da Alessandro Mastroluca ne La valigia dello sport – fosse stato ucciso proprio dalla Stasi come punizione per l’affronto compiuto nei confronti dello Stato.

Dallo sport che non basta allo sport che sembra non bastare. E dal quale si fugge, ma per gettarsi nelle braccia della distruzione. Mediano tedesco di origini musulmane, Burak Karan da ragazzo aveva maturato anche alcune presenze nelle rappresentative giovanili della Mannschaft (Under 16, Under 17). Nel 2008 giocava nell’Aachen, serie-B tedesca e pareva avviato a un’onesta carriera che però lui stesso decise di interrompere per aderire alla Jihad, la guerra santa. Si trasferì con la famiglia in un villaggio della Turchia, ai confini con la Siria, imbracciò il kalashnikov e non di lui non si ebbero più notizie. Fino all’ottobre del 2013, quando il suo corpo fu ritrovato dilaniato dalle bombe.

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