Se non fosse per l’intensità dello sguardo, caratterizzato da profondi occhi chiari, sarebbe difficile per chiunque dire che il bell’uomo di mezza età che oggi compie quarantanove anni è l’evoluzione scolpita dal tempo del ragazzo di Reconquista (pardon, Avellaneda: a Reconquista andò ad abitarci all’età di sei anni) che nell’estate del 1991 arrivò a Firenze fresco vincitore della Coppa America con la nazionale argentina. Nella città dei Medici Gabriel Omar Batistuta non arrivò preannunciato da squilli di fanfara: il vero crack della campagna acquisti di quell’anno doveva essere il connazionale Diego Latorre, suo compagno di squadra già ai tempi del Boca Juniors, del cui passaggio nel nostro campionato sono rimaste tracce assai flebili.


 

I primi mesi nel capoluogo toscano non furono facili nemmeno per Gabriel, che nel periodo di ambientamento ebbe anche qualche dissapore coi compagni di squadra. Batistuta svestì definitivamente la sua crisalide nel mese di febbraio del 1992, quando nel giro di pochi giorni sbloccò la sua mitragliatrice segnando la sua prima tripletta in serie A al Foggia zemaniano e marchiando con una doppietta una prestazione super contro la Roma all’Olimpico. Chissà: forse il premio di cinquanta milioni di lire promesso da Cecchi Gori al traguardo dei dieci gol o, più semplicemente, il compimento del processo di adattamento in un ambiente nuovo, fatto sta che da quel momento Batigol, come lo appellarono affettuosamente i tifosi viola, non si fermò più, instaurando con Firenze un rapporto viscerale che solo le esigenze economiche della società e la sua necessità di raggiungere un successo importante porteranno a chiudere otto anni dopo. Tredici gol al termine della prima stagione, sedici in quella successiva, ventisei nel 1995 e ventitrè nell’anno dell’addio a Firenze. In nove anni di permanenza in viola Gabriel frantumò ogni record, chiudendo la sua lunga storia con la Fiorentina con 207 gol complessivi. Inutile raccontare quanto sia stato amato dalla tifoseria, alla quale seppe regalare momenti di pura esaltazione. Dal gol al Barcellona nella semifinale di Coppa delle Coppe del 10 aprile 1997, a seguito del quale Bati zittì con mimica eloquente il pubblico del Camp Nou, a quello segnato contro l’Arsenal a Wembley il 27 ottobre 1999: un gesto di rara forza fisica e precisione di tiro, sintesi delle qualità migliori del bomber di Reconquista. Lanciato sulla destra all’ingresso dell’area di rigore, Batistuta, dopo aver dettato il passaggio, si portò la palla avanti col sinistro superando il proprio marcatore in velocità, prima di esplodere col destro un tiro che andò in diagonale all’incrocio dei pali opposto.

Capelli lunghi al vento, barba spesso non rasata, con indosso le maglie larghe degli anni novanta Batistuta, per movenze e coraggio atletico, sembrava la proiezione sui campi di calcio di Sandokan, il personaggio dei romanzi di Emilio Salgari noto al grande pubblico per la sua indomita voglia di libertà, ben celebrata nella metà degli anni settanta da una riuscita serie televisiva che i cinquantenni di oggi ancora ricordano. Batistuta, senza volerlo, quasi senza accorgersene, divenne l’emblema di una città, il vanto di un Comune che con la famiglia Cecchi Gori, dopo lo sfortunato tentativo dei Pontello, provò a inserirsi nelle lotte di vertice del campionato italiano. Ma i Toldo, i Rui Costa, gli Edmundo, i Mijatovic, i Chiesa, oltre allo stesso Batistuta, non furono sufficienti per raggiungere il massimo traguardo. Gabriel lo capì con l’arrivo del nuovo millennio, complice anche una situazione finanziaria che cominciava a farsi sempre più difficile da sostenere per Cecchi Gori. Nell’estate del 2000 Bati lasciò Firenze: servirono settanta miliardi di lire per convincere i viola a cederlo alla Roma di Franco Sensi, deciso a tutto pur di vincere quello scudetto che il dirimpettaio Sergio Cragnotti aveva appena riportato nella Capitale dopo diciassette anni ma dalla parte opposta del Tevere. Dalla curva Fiesole alla curva Sud il passo non è breve ma le scene furono le stesse: il 6 giugno 2000 Batigol si presentò davanti a 13.000 tifosi incantati al solo fatto di vederlo all’Olimpico non da avversario, animati dalla stessa voglia di vittoria che spinse il centravanti argentino ad abbandonare i suoi affetti per seguire il sentiero di una nuova avventura.

L’impatto sui colori giallorossi fu devastante: doppietta alla seconda di campionato in trasferta a Lecce, gol contro il Vicenza, tripletta a Brescia. A fine novembre arrivò la partita contro la Fiorentina, quella che non avrebbe voluto mai giocare, quella che gli obblighi professionali gli imposero di affrontare come se fosse la Juventus quando la Juventus non era. Era tutto il suo passato, la costruzione del suo mito, il ragazzo che si era fatto uomo. E quando, a otto minuti dalla fine, lo zero a zero sembrava inchiodato sui tabelloni dell’Olimpico, ci pensò lui, col più classico dei suoi gol, ad affondare il pugnale nel ventre di Toldo e dei suoi vecchi compagni, rimanendo a galla nell’impossibile equilibrio tra le esigenze del presente e l’uccisione del suo passato. I tifosi della Roma lo adoravano come un dio pagano, assumendo la sua capigliatura bionda come elemento di congiunzione con le figure celesti, quando non il Messia stesso. Gabriel aveva ormai trentuno anni e stava cominciando a portare la croce dei suoi problemi alle cartilagini che, seppur limitandone il rendimento nella seconda parte della stagione, non gli impedirono comunque di arrivare a fine campionato alla “solita”, ragguardevole cifra di venti gol.

Dalla statua che i tifosi viola eressero in suo nome ai cori ebbri di gioia che i tifosi della Roma gli tributarono nei baccanali popolari seguenti alla vittoria dello scudetto, Batistuta si presentava come elemento carismatico portatore di una leadership difficile da definire, capace di splendere di luce propria nonostante la vicinanza di stelle di prima grandezza come Rui Costa a Firenze e Totti a Roma. Lo scudetto coi giallorossi fu il vertice di una carriera che, all’improvviso, imboccò il tunnel della fine. Fece ancora un anno e mezzo nella capitale, con pochi gol e tanti problemi fisici che ne limitarono quella lucidità sotto porta che non gli era mai mancata. Il presidente Sensi lo scaricò all’Inter con poca grazia, definendo la sua cessione ai nerazzurri come “un’operazione rara di paraculaggine acuta”. Nel mezzo ci fu l’ultimo mondiale disputato con l’Albiceleste, che per un attimo dette a lui e ai suoi tifosi la speranza di vederlo tornare ai suoi soliti livelli: fu solo un abbaglio, il canto del cigno di un grande campione che visse la sua storia tra amore e ambizione.

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