I calciatori oggi sono un po’ come i nomadi, seguono i soldi e non il cuore“. Il messaggio di Francesco Totti dello scorso anno a Higuain e Pjanic, passati alla Juventus, era chiaro. Il capitano della Roma non li nomina, ma lasciava intendere a Gazzetta World la sua idea di calcio, il suo piccolo mondo antico. “Forse è questa la differenza tra me e tutti gli altri. Non sono in tanti gli atleti che seguono il loro cuore. Scelgono di andare altrove per vincere e guadagnare di più, sono un po’ come dei nomadi. Non tutti gli stranieri sono Maradona”.

Ma come Maradona, un altro campione fece un gran rifiuto alla Juventus. È la fine degli anni Sessanta, sono i primi anni dei capelloni e dell’infatuazione per il calcio totale olandese. La Juve, a parte lo scudetto del 1967 griffato Heriberto Herrera, non è un gran periodo. Intanto cresce il Cagliari di Gigi Riva, diventato Rombodituono nel giorno della rovesciata al Vicenza. L’intesa con il centravanti di quella Juve, “PietruzzoAnastasi già c’è: chiedere per credere alla difesa della Jugoslavia nella ripetizione della finale europea dell’Olimpico. L’Avvocato Agnelli pensa proprio a Riva, dopo un’amara semifinale di Coppa dei Campioni, per riaccendere l’illusione un po’ sopita del Ginnasiarca.Questi tifosi meritano per davvero una squadra di nuovo grande” annuncia.

La stagione 1969-70 è più grigia che bianconera. La dirigenza ha scelto in panchina il morbido “Don” Louis Carniglia, che però dopo quattro sconfitte nelle prime otto partite, viene licenziato. Al suo posto viene promosso Ercole Rabitti, responsabile del settore giovanile. Nel mercato autunnale da Brescia arriva  un giovane di Alghero, scartato due anni prima dal Cagliari di Scopigno quando giocava nella Torres, che finisce nella squadra per cui ha sempre tifato da piccolo e debutta in serie A proprio contro i sardi. È Antonello Cuccureddu, che si prende anche la soddisfazione di pareggiare il vantaggio di Domenghini mentre tutto lo stadio intona “serie B, serie B” agli juventini al limite della zona retrocessione. È l’inizio della rinascita della Juve che al ritorno si presenta a soli due punti dal Cagliari capolista. È una guerra dei mondi, la rivoluzione contro la restaurazione. Una delle proverbiali autoreti di Niccolai apre la sfida, Riva apre un duello personale col portiere bianconero Anzolin che capitola nel recupero, prima dell’intervallo. Ma nella ripresa Lo Bello assegna un rigore molto dubbio ai bianconeri. Batte Haller, Albertosi para, l’arbitro fa ripetere e Riva viene portato via a forza dai compagni. Haller va di nuovo sul dischetto e stavolta segna. Lo Bello però compensa con un penalty al Cagliari. Riva va teso ma la palla scivola sotto Anzolin. La serie positiva della Juve finirà la settimana successiva e il Cagliari festeggerà lo scudetto.

Intanto, però, la Juventus ha trovato l’uomo che la condurrà all’antica gloria, Giampiero Boniperti. È diventato l’amministratore delegato della società che si fida sempre più di Italo Allodi, il manager che aveva costruito la “Grande Inter” di Moratti ed Herrera. E la prima mossa per fare grande la Juve è arrivare a Rombodituono.

Il Cagliari ha una società solida, ha spiegato anni dopo il capitano e leader della difesa Pierluigi Cera. “La società aveva una grossa mano da Angelo Moratti, per questioni politiche ed economiche legate alla Saras la raffineria con sede a Sarroch. “Altri soldi li metteva il Credito industriale sardo. La società aveva buone disponibilità, poteva permettersi investimenti impossibili ad altri”. La Juventus però presenta un’offerta di quelle che non si possono rifiutare: un miliardo di lire. Cento milioni in più di quelli con cui nove anni prima aveva tentato Pelè. “Quando vennero a realizzare in Brasile una fabbrica della Fiat, mi proposero di giocare nella Juventus” ha raccontato O’Rey. “Non accettai l’invito di Agnelli perché mi trovavo molto bene nel Santos che per 12 anni è stata la migliore squadra del mio Paese”.

Il miliardo fa vacillare il presidente Arrica. Ma Riva cancella ogni possibile trattativa. Il centravanti di Leggiuno, amico di De André, che si scambiava lettere col latitante Graziano Mesina, dice no. “Grazie, ma voglio restare a Cagliari. Per sempre”.

Una fede ostinata, un’identificazione simbiotica che sembra spezzarsi di nuovo, quattro anni dopo. È la vigilia dei Mondiali, il Cagliari è in cattive acque e i giornali danno già per certo il passaggio di Riva al Milan. I tifosi insorgono e la società deve emettere un comunicato. “Alcune società hanno ripetutamente manifestato il proposito di ottenere Riva, il Consiglio di amministrazione del Cagliari ha ritenuto doveroso prendere in considerazione tali richieste onde accertare se dal loro accoglimento potessero derivare alla società vantaggi di carattere tecnico-finanziario, soprattutto proiettati nel futuro”. Come da accordi, la società informa Rombodituono delle sue intenzioni. “In due diversi colloqui, uno telefonico l’altro di persona, Riva ha formalmente dichiarato che non intendeva lasciare il Cagliari. Di conseguenza le trattative sono state interrotte giacché nessuna delle parti ha ritenuto di coartare la volontà del giocatore”.

Riva, dal ritiro di un Mondiale fallimentare, se la prende con Arrica. “Dovrebbe essere contento, così potrà imbastire il suo solito show attorno al mio nome. La verità è che questi dirigenti contano poco o niente, i soldi li cacciano altri, non loro. Io sono stato per anni la fortuna del Cagliari e adesso non voglio esserne la disgrazia”.


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