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Calcio

Gigi Riva: il Rombo di Tuono che disse No alla Vecchia Signora

Alessandro Mastroluca

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I calciatori oggi sono un po’ come i nomadi, seguono i soldi e non il cuore“. Il messaggio di Francesco Totti dello scorso anno a Higuain e Pjanic, passati alla Juventus, era chiaro. Il capitano della Roma non li nomina, ma lasciava intendere a Gazzetta World la sua idea di calcio, il suo piccolo mondo antico. “Forse è questa la differenza tra me e tutti gli altri. Non sono in tanti gli atleti che seguono il loro cuore. Scelgono di andare altrove per vincere e guadagnare di più, sono un po’ come dei nomadi. Non tutti gli stranieri sono Maradona”.

Ma come Maradona, un altro campione fece un gran rifiuto alla Juventus. È la fine degli anni Sessanta, sono i primi anni dei capelloni e dell’infatuazione per il calcio totale olandese. La Juve, a parte lo scudetto del 1967 griffato Heriberto Herrera, non è un gran periodo. Intanto cresce il Cagliari di Gigi Riva, diventato Rombodituono nel giorno della rovesciata al Vicenza. L’intesa con il centravanti di quella Juve, “PietruzzoAnastasi già c’è: chiedere per credere alla difesa della Jugoslavia nella ripetizione della finale europea dell’Olimpico. L’Avvocato Agnelli pensa proprio a Riva, dopo un’amara semifinale di Coppa dei Campioni, per riaccendere l’illusione un po’ sopita del Ginnasiarca.Questi tifosi meritano per davvero una squadra di nuovo grande” annuncia.

La stagione 1969-70 è più grigia che bianconera. La dirigenza ha scelto in panchina il morbido “Don” Louis Carniglia, che però dopo quattro sconfitte nelle prime otto partite, viene licenziato. Al suo posto viene promosso Ercole Rabitti, responsabile del settore giovanile. Nel mercato autunnale da Brescia arriva  un giovane di Alghero, scartato due anni prima dal Cagliari di Scopigno quando giocava nella Torres, che finisce nella squadra per cui ha sempre tifato da piccolo e debutta in serie A proprio contro i sardi. È Antonello Cuccureddu, che si prende anche la soddisfazione di pareggiare il vantaggio di Domenghini mentre tutto lo stadio intona “serie B, serie B” agli juventini al limite della zona retrocessione. È l’inizio della rinascita della Juve che al ritorno si presenta a soli due punti dal Cagliari capolista. È una guerra dei mondi, la rivoluzione contro la restaurazione. Una delle proverbiali autoreti di Niccolai apre la sfida, Riva apre un duello personale col portiere bianconero Anzolin che capitola nel recupero, prima dell’intervallo. Ma nella ripresa Lo Bello assegna un rigore molto dubbio ai bianconeri. Batte Haller, Albertosi para, l’arbitro fa ripetere e Riva viene portato via a forza dai compagni. Haller va di nuovo sul dischetto e stavolta segna. Lo Bello però compensa con un penalty al Cagliari. Riva va teso ma la palla scivola sotto Anzolin. La serie positiva della Juve finirà la settimana successiva e il Cagliari festeggerà lo scudetto.

Intanto, però, la Juventus ha trovato l’uomo che la condurrà all’antica gloria, Giampiero Boniperti. È diventato l’amministratore delegato della società che si fida sempre più di Italo Allodi, il manager che aveva costruito la “Grande Inter” di Moratti ed Herrera. E la prima mossa per fare grande la Juve è arrivare a Rombodituono.

Il Cagliari ha una società solida, ha spiegato anni dopo il capitano e leader della difesa Pierluigi Cera. “La società aveva una grossa mano da Angelo Moratti, per questioni politiche ed economiche legate alla Saras la raffineria con sede a Sarroch. “Altri soldi li metteva il Credito industriale sardo. La società aveva buone disponibilità, poteva permettersi investimenti impossibili ad altri”. La Juventus però presenta un’offerta di quelle che non si possono rifiutare: un miliardo di lire. Cento milioni in più di quelli con cui nove anni prima aveva tentato Pelè. “Quando vennero a realizzare in Brasile una fabbrica della Fiat, mi proposero di giocare nella Juventus” ha raccontato O’Rey. “Non accettai l’invito di Agnelli perché mi trovavo molto bene nel Santos che per 12 anni è stata la migliore squadra del mio Paese”.

Il miliardo fa vacillare il presidente Arrica. Ma Riva cancella ogni possibile trattativa. Il centravanti di Leggiuno, amico di De André, che si scambiava lettere col latitante Graziano Mesina, dice no. “Grazie, ma voglio restare a Cagliari. Per sempre”.

Una fede ostinata, un’identificazione simbiotica che sembra spezzarsi di nuovo, quattro anni dopo. È la vigilia dei Mondiali, il Cagliari è in cattive acque e i giornali danno già per certo il passaggio di Riva al Milan. I tifosi insorgono e la società deve emettere un comunicato. “Alcune società hanno ripetutamente manifestato il proposito di ottenere Riva, il Consiglio di amministrazione del Cagliari ha ritenuto doveroso prendere in considerazione tali richieste onde accertare se dal loro accoglimento potessero derivare alla società vantaggi di carattere tecnico-finanziario, soprattutto proiettati nel futuro”. Come da accordi, la società informa Rombodituono delle sue intenzioni. “In due diversi colloqui, uno telefonico l’altro di persona, Riva ha formalmente dichiarato che non intendeva lasciare il Cagliari. Di conseguenza le trattative sono state interrotte giacché nessuna delle parti ha ritenuto di coartare la volontà del giocatore”.

Riva, dal ritiro di un Mondiale fallimentare, se la prende con Arrica. “Dovrebbe essere contento, così potrà imbastire il suo solito show attorno al mio nome. La verità è che questi dirigenti contano poco o niente, i soldi li cacciano altri, non loro. Io sono stato per anni la fortuna del Cagliari e adesso non voglio esserne la disgrazia”.


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21 Commenti

21 Comments

  1. emiliano

    luglio 28, 2016 at 11:08 am

    Non capisco tutte queste polemiche per questi cambi di casacca. Il calcio è un gioco ma soprattutto un business che ha come volano principale il calciatore. Guadagna e fa guadagnare milioni. Mi sembra pacifico. E’ un fortunato professionista libero di scegliere dove andare a “lavorare”. Non capisco perchè un lavoratore qualunque è libero di cambiare azienda perchè trova condizioni migliori altrove mentre loro no. Piuttosto a preoccupare è la massa di poveretti che si identifica nella “propria” squadra in mancanza di altro nella vita. Uscite, leggete libri, frequentate persone, meglio se donne, godetevi il tempo libero e perchè no, anche una bella partita di calcio.

    • viktor

      luglio 28, 2016 at 12:29 pm

      Ineccepibile. Vorrei vedere se a quelli che si lamentano tanto offrissero il doppio o il triplo per andare alla concorrenza se ne farebbero un’altra questione morale

  2. Alfonso

    luglio 28, 2016 at 11:17 am

    Direi piuttosto come mercenari!!!

  3. paolo

    luglio 28, 2016 at 11:51 am

    sono passati parecchi anni ma da come la ricordo io, non è stato Maradona a rfiutare la Juventus ma la dirigenza Juventina si è raffreddata nei confronti del pibe quando ha capito che non era consono allo “stile Juve”. In altre parole avrebbe voluto fare quello che gli pareva, come poi in effetti faceva a Napoli

    • Dante

      luglio 28, 2016 at 3:25 pm

      Lo stile Juve, esatto, quello raccontato da calciopoli, dalla serie B, dallo scudetto tolto, dagli arbitri chiusi nel bagno.

      Lo stile Juve, quello che Bonucci spiegava testa a testa a Rizzoli l’anno scorso.

      Lo stile Juve, quello della famiglia Agnelli e della Fiat.

      Tutta roba di cui andar fieri.

      Chi crede all’eterno amore promesso dai giocatori è un ingenuo.

      Chi promette quello che sa di non voler, o non poter mantenere .. invece cos’è ?

  4. marcov2

    luglio 28, 2016 at 12:18 pm

    Per trovare un esempio di rifiuto siete dovuti andare in un periodo in cui non c’era internet e neppure la tv a colori.
    La differenza dei tempi di Riva è che la Juve pagava il miliardo al Cagliari ma poche decine di milioni (di lire) al calciatore. Oggi per Higuain la Juve paga 90 milioni al Napoli ma una decina di milioni (di euro) all’anno al calciatore.
    Fine del discorso.
    In più qualcuno dovrebbe spiegarmi perché un calciatore argentino nato in Francia cresciuto nelle giovanili del River Plate esploso nel Real Madrid avrebbe dovuto avere legami particolari con Napoli e il Napoli con cui ha giocato solo tre anni. Sempre per rimanere nel paragone nel 1970 Riva era in Sardegna già da 7 anni.
    Il problema è che i tifosi credono alle balle che raccontano i calciatori: “sono innamorato di questa maglia con cui ho sempre voluto giocare sin da quando ero bambino” “i meravigliosi ragazzi della curva sono miei fratelli” ma per piacere, manco nei film porno si recita così male.
    I Napoletani poi credono alla propria retorica di chi va là si innamora e non se ne vuole andare via. Come no, chiedetelo a Koulibaly.

    • Arvaro 'l laido

      luglio 29, 2016 at 7:19 pm

      Infatti bastava citare solo IL CAPITANO,vera unica bandiera.
      Berlusconi gli fece recapitare un assegno in bianco con un biglietto che recitava:”metta lei la cifra”. Il Real Madrid ogni anno lo chiedeva ai Sensi,ci avrebbero guadagnato di brutto e idem Totti vincendo sicuramente di tutto e guadagnando una marea di soldi.

  5. la 557

    luglio 28, 2016 at 1:46 pm

    i sardi ancora oggi conservano tantissimo orgoglio di aver avuto un campione in tutti i sensi come Gigi Riva

  6. Franz

    luglio 28, 2016 at 3:11 pm

    2010 Di Natale rifiuta la Juventus (e circa 1,5 milioni di € in più a stagione) per restare all’Udinese… non tutti sono mercenari

    • Gianni T.

      luglio 28, 2016 at 10:03 pm

      Sarà inoltre capocannoniere. E contribuirà alla stagione più esaltante dell’Udinese (da ultima in classifica a terza).

  7. peppino255

    luglio 28, 2016 at 4:12 pm

    Quando i campioni praticavano lo “sport”….!!! C’est l’argent qui fait la guere…. un modo per vincere, oggi, è anche saper sottrarre all’avversario un giocatore significativo e col denaro averlo dalla propria parte…! Colpa di che ancora segue il calcio credendolo uno sport…:!

  8. Jonathan

    luglio 28, 2016 at 4:18 pm

    Baggio – Fiorentina/Juve
    Figo – Barca/Real
    Ronaldo – Inter/Milan
    A me sembra che i Napoletani stanno un pò esagerando per uno che è stato li solo 3 anni! non una vita!
    Ed i giornali e AdL ci stanno ricamando sopra perché la Juve fa notizia…
    Se mettessimo la stessa grinta ad Ottobre per il referendum sarei più tranquillo!

    • Arvaro 'l laido

      luglio 29, 2016 at 7:21 pm

      Guardi che Baggio fu venduto dai Pontello alla juve,non fu un tradimento come si pensa.

  9. Paolo

    luglio 28, 2016 at 4:49 pm

    Lo stesso Totti si impuntò non molto tempo fa, quando pretese un prolungamento di contratto ed aumento, quando la coerenza la si chiede agli altri. Ipocrita. Il calcio a questi livelli è professione e se lo fai per passione, lo fai gratis, altrimenti stai zitto. Gli esempi di Riva e di altri, pochi ad essere sinceri, son datati nel tempo, e lo stesso Totti alla fine, rientra anche lui nella categoria. Ha fatto pesare la sua classe per rimanere nella sua città……è lo stesso approccio….soldi, soldi, soldi!

    • Arvaro 'l laido

      luglio 29, 2016 at 7:25 pm

      Ma parli delle cose che conosce e non di totti tanto per…..
      Non si è mai impuntato,il quinquennale a 5 mln glielo fece la sensi direi giustamente,poi c’è stato il biennale e questi altri due guadagnati sul campo.
      Sciacquati la bocca.
      Vorrei vedere quanti ipocriti come te giocherebbero in serie a solo per passione!

  10. andrea santagati

    luglio 28, 2016 at 7:12 pm

    Sicuramente, con Higuain la Juve, vincera` il prossimo scudetto ma, a livello internazionale, ….. dubito. Gli arbitri sono diversi e lo stile Juve non si impone come in Italia.

  11. re57

    luglio 28, 2016 at 7:31 pm

    Totti, De laurentis…ecc…ecc…quando la volpe non arriva all’uva …dice che è acerba…!!!!

  12. Italiano medio

    luglio 29, 2016 at 12:00 pm

    Totti ha dimostrato di essere veramente attaccato alla maglia della Roma e di amarla come nessun altro. Difatti ha sempre giocato gratis.

  13. dana

    luglio 29, 2016 at 2:02 pm

    Totti aveva gia firmato per il real madrid..qui in spagna ,che si racconta la verita,tutti lo sanno..aveva gia firmato ed il sindaco di allora,Veltroni,chiese quasi in ginocchio a Florentino Perez di non comprare Totti se no gli avrebbero messo a ferro e fuoco la citta’…Non per niente il fratello e la madre sono palazzinari a Roma con case del comune,chissa come mai,e sono ancora obbligati a farlo giocare con 40 anni e pagarlo…
    quindi mio caro Francesco,hai rinunciato ben poco tu per rimanere nella tua amata Roma..i soldi su un contratto sonouna cosa,le cose che ti hanno dato a cambio veramente sono altre..

  14. Valter Toni

    agosto 9, 2016 at 8:05 pm

    Ma a parte tanti discorsi, ad un bambino come me che aveva 7 anni, “rombo di tuono” a cui veniva attribuita la frase “con quei soldi a Cagliari si possono fare un sacco di appartamenti” non poteva che accrescere il mito, come fosse una divinità dell’Olimpo. E non è forse un caso che a distanza di 46 anni, pur non essendo sardo, il Cagliari è l’unica squadra di cui guardo il risultato, e la voce di Nando Martellini che dice “Riva, Riva, ed è goal” mi procura grandi brividi alla schiena.

  15. giuseppe

    febbraio 11, 2017 at 5:17 pm

    Non sono tifoso della roma ma ammiro totti come giocatore…e’ vero poteva andare all estero e ha rifiutato, come e’ vero che il contratto del pupone era pazzesco + ritocco, ma l amore che ha totti x la roma va oltre tt, x chi nn lo sapesse quando la roma era in brutte acque pago’ di tadca sua gli stipendi degli operai,giardinieri, elettricisti ect della roma fc, acquisto’ alcune quote della societa’ x dare liquidita’.’quindi tra lui e la roma il rapporto e’ intenso.

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Calcio

Road to World Cup: Argentina 1978, l’Albiceleste Campione a tutti i costi

Paolo Valenti

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Quando, nel mese di marzo del 1976, la giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla prese il potere in Argentina, al calcio d’inizio del mondiale di calcio mancavano poco più di due anni e l’apparato organizzativo, fino a quel momento, non aveva brillato per efficienza e tempismo.

In altre parole c’era più di qualche preoccupazione legata alla buona riuscita della manifestazione che però sfumò nel momento in cui i principali esponenti della dittatura compresero il valore strumentale al quale avrebbero potuto piegare il campionato del mondo. Fu così che, grazie anche alle risorse ingenti che si decise di utilizzare, il mundial argentino si svolse senza alcun disguido logistico-organizzativo: troppo importante il ritorno di immagine, la visione di un paese ordinato, compatto e vincente da poter esportare all’estero.

La nazione, in qualche modo, ritrovò una parte della sua unità, volendo dimostrare al mondo di potercela fare. A Luis Cesar Menotti e ai suoi ragazzi venne chiesto di dare il meglio di quello che potevano: a quello che serviva fuori dal campo per vincere ci avrebbero pensato i politici. Nel 1978 venne riproposta la formula già utilizzata in Germania che, dopo il primo turno, prevedeva la costituzione di due gironi di semifinale che avrebbero promosso le vincitrici alla finale e le seconde classificate alla disputa dell’incontro per il terzo posto. Ai nastri di partenza una vera e propria favorita non c’era, anche se Germania Ovest, Olanda e Brasile sembravano avere qualcosa più delle altre. Difficile, inizialmente, capire le reali possibilità dei padroni di casa, altalenanti nei risultati raccolti nella partite pre-mondiale e con una formazione titolare trovata solo all’ultimo momento.

L’Italia partì accompagnata da sfiducia e perplessità che, come anche in altre occasioni, alla fine vennero smentite sul campo. In effetti le critiche alla rinnovata nazionale guidata da Enzo Bearzot, che aveva fallito l’appuntamento con gli europei del 1976, si basavano sulle poco brillanti esibizioni che gli azzurri avevano fornito nelle ultime amichevoli disputate: sconfitta in Spagna a inizio anno, l’Italia aveva pareggiato a Napoli a febbraio contro la Francia di un ancor giovane Michel Platini facendosi rimontare due gol e aveva giocato una pessima partita all’Olimpico contro la Jugoslavia rimediando uno 0-0 accompagnato da fischi assordanti. Bearzot pensava agli uomini da scegliere anche, forse soprattutto, in relazione alla loro capacità di creare un gruppo unito. Un valore che, oltre alle indubbie qualità tecniche, fu uno dei segreti del convincente mundial argentino, che fece scoprire al mondo due giovani ragazzi che avrebbero scritto tra le pagine più belle della storia del nostro calcio: Antonio Cabrini e Paolo Rossi.  
Alla fine la coppa riuscì a finire nelle mani gaudenti di Daniel Passarella, capitano di una squadra che, seppur aiutata dai pesanti condizionamenti che impedirono al Brasile di giungere in finale e all’Olanda di disputarla in un clima sereno, dimostrò valori indiscutibili che passavano per le giocate di calciatori del calibro di Osvaldo Ardiles, Daniel Bertoni e del capocannoniere della competizione: Mario Alberto Kempes, tornato in patria per regalare alla sua gente momenti di felicità assoluta.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Argentina 1978

LE CURIOSITA’

La festa dopo Italia-Ungheria
Battuta l’Ungheria per 3-1 nella seconda partita del girone eliminatorio, l’Italia si trovò matematicamente qualificata per il secondo turno. Ciò bastò per far scendere in strada tanti tifosi che, armati di bandiere, trombette e clacson, manifestarono una gioia forse eccessiva per la portata dell’evento. Probabilmente su quella voglia di fare festa influì in parte la situazione del Paese, che un mese prima dell’inizio del mondiale aveva dovuto sopportare il peso dell’omicidio di Aldo Moro, che aveva costituito il momento più drammatico di quei cosiddetti “anni di piombo”. La voglia di evadere dal quotidiano, di distrarsi e trovare spazi nei quali poter vivere emozioni positive aveva convogliato verso gli azzurri tutto quell’entusiasmo.

Un arbitro molto fiscale

Mar del Plata, 3 giugno 1978: Brasile e Svezia fanno il loro esordio al mondiale a vent’anni dalla finale che disputarono nel paese scandinavo, che vide i verde-oro vincere la loro prima Coppa del Mondo. Al 90° le squadre sono sull’1-1 quando Nelinho va a battere un calcio d’angolo dalla parte sinistra della porta difesa dal portiere Hellstrom: parabola a rientrare verso l’area disegnata di collo esterno destro (una specialità che il terzino brasiliano mise in evidenza anche in occasione del gol che fece a Zoff nella finale per il terzo posto) sulla quale si avventa Zico di testa. E’ il gol che avrebbe deciso la partita a favore del Brasile se l’arbitro, il gallese Clive Thomas, non avesse fischiato la fine del match proprio mentre il pallone percorreva la sua traiettoria dalla lunetta del corner verso l’area di rigore. Nonostante le proteste dei giocatori, il gol non entrò a referto. 

Il sogno di Bertoni

Daniel Bertoni, uno dei maggiori protagonisti dell’Albiceleste nel mundial ‘78, segnò il terzo gol della finale contro l’Olanda, quello che fermò il punteggio sul definitivo 3-1. Forse per lui non fu una sorpresa, dal momento che qualche tempo prima dell’inizio del campionato del mondo aveva rilasciato un’intervista nella quale dichiarava di aver sognato di realizzare “il gol della vittoria nella finale, mentre gli avversari parevano patate. Io credo nel significato dei sogni e sono convinto che questo si realizzerà”. Aveva ragione.

Il Tango

In Argentina fece il suo esordio quello che diventerà una stella del calcio mondiale. No, non stiamo parlando di un giocatore non ancora affermato ma dello strumento senza il quale sarebbe stato impossibile disputare le partite: il Tango, il pallone ufficiale del mundial 1978. Rivoluzionario soprattutto nel nuovo design grafico che andava a sostituire i vecchi pentagoni neri che si alternavano nella cucitura agli esagoni bianchi, il Tango fu subito favorevolmente accolto dagli spettatori per la facilità con cui si rendeva visibile e per gli effetti ottici che generava rotolando sul campo. I calciatori ne apprezzarono da subito la leggerezza rispetto ai precedenti palloni che tuttavia non inficiava la regolarità delle traiettorie sia dei tiri potenti che di quelli ad effetto: qualità che resero il Tango, probabilmente, il miglior pallone mai prodotto per il gioco del calcio. 

 

L’assenza di Cruijff

Per Johan Cruijff il mondiale del 1978 avrebbe potuto essere l’occasione per riscattarsi della sconfitta patita nella finale tedesca rimediata quattro anni prima a Monaco di Baviera. Ma il fuoriclasse olandese, pochi mesi prima dell’inizio del torneo, decise di non partecipare, dando anche l’addio (temporaneo) al calcio. A quel gesto vennero date molteplici interpretazioni: dai dissapori con la Federazione a una presunta protesta contro il regime argentino fino alla paura di cadere vittima di un rapimento. In realtà sembra che Cruijff prese quella decisione semplicemente perché non aveva più gli stimoli giusti per prender parte a una competizione come il mondiale. L’Olanda dovette così rinunciare al miglior giocatore che l’Europa avesse mai espresso.

 

La squalifica di Johnston

La Scozia era partita per il mondiale con aspettative elevate: l’intero Paese aveva grande fiducia nelle possibilità di andare avanti nella manifestazione e uno dei suoi più illustri cittadini, Rod Stewart, aveva anche composto un inno per l’occasione. Sul campo le cose non andarono così bene, nonostante nell’ultima partita la squadra di Kenny Dalglish, Joe Jordan e Graeme Souness riuscì a battere l’Olanda. Alla delusione del risultato si unì anche la brutta figura fatta da Willie Johnston, trentaduenne centrocampista in forza al West Bromwich Albion, che venne trovato positivo al controllo antidoping prima della partita contro l’Iran. Inizialmente il giocatore reclamò la sua innocenza sostenendo che la positività era dovuta all’assunzione di medicine per curare la febbre da fieno salvo ammettere, solo in un secondo momento, di aver preso sostanze stimolanti utilizzate anche in passato. Gli venne comminata una squalifica di un anno.

Tagliati i baffi Mario

Servì un po’ di tempo a Mario Kempes per diventare l’eroe del mundial. Nelle prime tre partite El Matador non riesce a trovare la porta e da un contributo alla squadra non all’altezza della sua fama e delle sue capacità. E’ El Flaco Menotti a trovare la chiave giusta per sbloccare Mario: nel trasferimento verso Rosario, dove l’albiceleste affronterà la Polonia, si avvicina a Kempes, lo guarda negli occhi e gli dice: “Io con questi baffi non ti ho mai visto segnare. Perché non te li tagli?”. Detto, fatto. E con la Polonia arriva la prima di tre doppiette che porteranno l’Argentina alla vittoria finale.

Il no a Maradona

Nonostante avesse già collezionato quattro presenze in nazionale e avesse cominciato a dar prova del suo talento smisurato, Diego Maradona non venne inserito da Menotti nei ventidue che avrebbero giocato il mondiale. Il ragazzo ci rimase malissimo per una scelta dettata dalla necessità di tenere unito il gruppo e dalla giovanissima età del futuro Pibe de Oro, che avrebbe avuto in futuro altre possibilità di disputare i mondiali.

P2

Nella tribuna d’onore dello stadio Monumental, il giorno della finale, a fianco del generale Videla siede un cittadino italiano. Come è facile immaginare, non si tratta di un appassionato qualsiasi bensì di Licio Gelli, venerabile Gran Maestro della loggia massonica P2 che proprio in quegli anni era in auge. Dalle ricostruzioni successive, emerse che la P2 aveva consolidato diversi legami con l’Argentina, dapprima con Peron e successivamente grazie ai rapporti con la dittatura, in particolare con l’ammiraglio Massera, tra i più cruenti repressori degli oppositori del regime e membro anch’esso della loggia massonica.

LA FINALE

Alle 16 del 25 giugno 1978 all’Estadio Monumental di Buenos Aires (quello che ospita il River Plate) tutto è pronto per il calcio d’inizio della finale del mondiale. Per certi versi è una replica simmetrica della finale del 1974, allorquando gli olandesi provarono a sottrarre la vittoria ai padroni di casa: quattro anni prima la Germania Ovest e adesso l’Argentina. Il clima è incandescente, il tifo per l’Albiceleste impressionante: centinaia, migliaia di coriandoli e stelle filanti piovono sulla pista e in mezzo al campo rendendone impossibile la pulizia. Immagini di una finale mai viste prima né dopo quel 1978.

Le formazioni scendono in campo con tenute dai colori intensi: Olanda nella classica divisa arancione coi pantaloncini bianchi, Argentina con magliette a strisce verticali coi colori della bandiera perfettamente aderenti al busto dei giocatori, luminose come non lo sono mai state. I padroni di casa mettono subito la partita sul piano della tensione, chiedendo all’arbitro, l’italiano Sergio Gonella, di verificare se la fasciatura che porta al polso René Van de Kerkhof sia regolare. Si perde un po’ di tempo, il bendaggio viene aggiustato e finalmente si può cominciare. La partita è dura, dai toni agonistici molto accesi. Colpi e botte da una parte e dall’altra, con gli olandesi che, per non farsi spaventare, rispondono col gioco duro all’atteggiamento intimidatorio di tutto l’ambiente. Il risultato si sblocca al 38° quando Mario Kempes prende una palla al limite dell’area e, trascinando con sé il difensore che lo marca, si porta verso la porta di Jongbloed, che anticipa in scivolata mettendo in rete. Gli Oranje, seppur non più brillanti come nel 1974, restano comunque una squadra di assoluto livello internazionale e, proprio quando tutto il Paese sudamericano pensa di essere già Campione del Mondo, all’82° pareggiano con Nanninga, subentrato al 58° al posto di Rep.

L’inquietudine per gli argentini non finisce qui, perché a pochi secondi dalla fine Rob Rensenbrink colpisce il palo della porta difesa da Fillol. E’ il momento della storia in cui l’Olanda si trova più vicina a vincere un mondiale ma è anche l’attimo di sliding doors che inchioda gli Oranje al loro amaro destino. Quando, alla fine del primo tempo supplementare, El Matador si ritrova a tu per tu con Jongbloed dopo un’altra delle sue progressioni in verticale, la carambola che nasce dall’impatto col portiere porta nuovamente in vantaggio l’Albiceleste. È Daniel Bertoni a chiudere definitivamente la partita al 115°, realizzando il suo sogno e quello di milioni di connazionali che aspettavano questa vittoria da quarantotto anni. Tutto il Paese è in festa: per qualche ora anche le torture e i voli della morte si sono interrotti in una sorta di tregua olimpica che ha permesso al popolo argentino di perdersi nella felicità della vittoria.

I PROTAGONISTI

Mario Alberto KempesEl Matador, soprannome guadagnato già in giovane età per via delle sue notevoli capacità realizzative, non aveva cominciato al meglio il torneo: prime tre partite all’asciutto e quell’ansia che prende ogni attaccante quando non riesce a impallinare i portieri avversari. Dovette aspettare il girone di semifinale per far vedere al suo paese e al mondo le giocate di cui era capace: sei gol nelle ultime quattro partite gli valsero la classifica dei marcatori e il titolo mondiale. Kempes era un attaccante atipico: non era una prima punta statica che trovava nell’area di rigore la sua zona di confort ma spaziava su tutto il fronte offensivo partendo preferibilmente dalla fascia sinistra o dalle zone centrali della tre quarti campo per poi inserirsi nel cuore delle difese avversarie, chiedendo il duetto con i compagni o concludendo progressioni individuali che un fisico potente ma comunque agile gli consentiva. Appena ventiduenne emigrò a Valencia dove spese gli anni più esaltanti della sua carriera e dove, ancora oggi, è venerato come una divinità. Con l’Argentina giocò anche il mondiale dell’82 senza riuscire a ripetere le mirabolanti prestazioni del 1978. Ritiratosi, girò il mondo allenando squadre ai più sconosciute. Oggi è un affermato opinionista sportivo della ESPN latinoamericana.

Antonio Cabrini – Il Bell’Antonio fu tra i giocatori che si misero maggiormente in luce nel corso del mundial argentino. Arrivato in Sudamerica come rincalzo di Maldera e Cuccureddu, il giovane terzino cremonese venne promosso titolare da Bearzot nella prima partita contro la Francia tra la sorpresa generale. Il CT friulano, la cui scelta era ancor più significativa considerando il riguardo che aveva per le gerarchie instauratesi all’interno del gruppo, cercava tra i suoi uomini quelli che potessero dare vivacità e freschezza a una squadra partita dall’Italia in condizioni opache. Cabrini, insieme a Paolo Rossi, seppe rispondere alle aspettative, mostrando le doti che poi confermò nel prosieguo della carriera. Capace di coprire tutta la fascia sinistra grazie a una buona corsa, arrivava al cross con facilità sfruttando la sua precedente esperienza di ala sinistra. Oltre a difendere e crossare era in grado di giungere spesso alla conclusione grazie a un efficace tiro dalla distanza e a buone doti nel gioco aereo. Il rendimento espresso nel corso del torneo spinse la FIFA a premiarlo come miglior giovane del mondiale 1978. Con la maglia azzurra, però, il meglio doveva ancora venire: quarto agli Europei dell’80, Cabrini fu uno dei maggiori protagonisti della vittoriosa spedizione spagnola dell’82. Disputò il suo terzo campionato del mondo nel 1986 in Messico e fece parte della rinnovata nazionale di Azeglio Vicini nel primo anno della gestione del selezionatore romagnolo. Dopo il ritiro, avvenuto nel 1991, provò con alterne fortune la carriera di allenatore trovando un ruolo stabile come tecnico della nazionale femminile, lasciata nell’estate del 2017 dopo un periodo di cinque anni.

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Calcio

Gli anni 80 e lo scudetto che non ti aspetti: il Verona di Osvaldo Bagnoli

Andrea Corti

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Il 19 Maggio 1985 il Verona di Bagnoli diventava Campione d’Italia, conquistando un incredibile Scudetto che vi raccontiamo.

 C’è poco da fare, le storie degli outsider che riescono a ribaltare il pronostico hanno grande appeal tra gli appassionati dello sport e del calcio in particolare, probabilmente anche in considerazione del peso che i soldi hanno sempre più in questa disciplina. Oltremanica, ad esempio, Brian Clough a cavallo tra gli anni 70 e 80 è entrato nella leggenda guidando il suo piccolo Nottingham Forest a vincere prima il campionato e poi due Coppe dei Campioni consecutive. Nel 1992 la favola della Danimarca, nazionale ritrovatasi all’improvviso e inaspettatamente (a causa dell’esclusione della Jugoslavia dopo l’inizio della guerra) a partecipare agli Europei di Svezia, incollò davanti ai televisori i calciofili di ogni dove fino alla finale vinta contro la Germania.

Ma anche in Italia, non troppo tempo fa, una squadra è riuscita a sovvertire i favori del pronostico e la logica dello show-business, entrando nella leggenda: è la stagione 1984/85 e a inizio campionato i tifosi italiani si chiedono chi la spunterà nell’ormai consueto duello tra Roma e Juventus: i giallorossi di Falcao, passati dalle mani di Liedholm a quelle di Eriksson, sono reduci dalla traumatica sconfitta ai rigori nella finale casalinga di Coppa dei Campioni con il Liverpool. Sarà traumatica per altre ragioni, invece, la cavalcata della Juventus di Platini verso la prima ‘Coppa dalle grandi orecchie’ della storia del club piemontese, alzata il 29 maggio nello scenario di uno stadio Heysel di Bruxelles sconvolto per la morte di 39 spettatori a causa dei disordini del prepartita. Pochi giorni prima di quella tragedia che avrebbe cambiato il modo di vivere il calcio in Europa, sul campo dello Stadio Comunale di Bergamo si conclude in trionfo una delle più belle favole regalate dalla Serie A nella sua storia: al fischio finale di Atalanta-Verona, terminata con un pareggio che laurea i veneti Campioni d’Italia, il giornalista Rai Giampiero Galeazzi intervista sul terreno di gioco l’allenatore Osvaldo Bagnoli, che risponde con una compostezza difficile da credere considerato il momento prima di venire trascinato via in trionfo dai suoi ragazzi. E’ la prima volta (e rimarrà anche l’unica) che una squadra di una città non capoluogo di regione conquista il tricolore del calcio: ed averlo fatto negli anni in cui il nostro campionato era di gran lunga il più bello e difficile del mondo, potendo tra le altre cose vantare la presenza in campo di leggende come Platini, Zico e Maradona, rende l’idea dell’impresa compiuta dall’Hellas.

La storia della squadra di Bagnoli inizia nel 1981/82, quando il neo-tecnico scaligero ottiene al primo tentativo la promozione in Serie A: la stagione successiva il Verona stupisce tutti, concludendo il campionato al quarto posto in classifica. Anno dopo anno arrivano al Bentegodi i protagonisti dell’impresa del maggio 1985: se il portierone Garella (noto anche e soprattutto per le sue parate poco ortodosse con i piedi), il libero e capitano Tricella e il talentuoso Di Gennaro hanno svolto tutta la trafila partendo dalla serie cadetta, presto li raggiungono i vari Fanna, Volpati, Briegel ed Elkjaer, che vanno a formare uno dei collettivi più efficaci di quegli anni. La stagione altalenante delle avversarie per il titolo agevola i gialloblu e al termine del campionato una città può festeggiare in un misto di orgoglio e incredulità.

Di lì a poco, per certi aspetti a pochissimo, il calcio sarebbe cambiato irrevocabilmente, rendendo sempre più difficili storie come quella di Bagnoli e i suoi uomini. E palesando il perché, quando a vincere sono i Verona o i Leicester di turno, a gioire sono tutti quelli che non credevano che con il calcio si potesse ancora sognare.

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Calcio

Da Gil a Wanda Group: Atletico Madrid, tutto tranne che un Miracolo Sportivo

Massimiliano Guerra

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Con la vittoria dell’Europa League contro il Marsiglia, l’Atletico Madrid si è portato a casa l’ennesimo trofeo del suo nuovo corso. Con il Cholo Simeone lo score ci racconta che nei 7 anni in cui l’ex Lazio e Inter siede sulla panchina di Griezmann e soci, la squadra ha ottenuto 6 trionfi senza contare le due finali di Champions per mano del Real Madrid.

Quando si parla di Atletico Madrid, si apprezza il fatto che i colchoneros riescano sempre in patria a battersi con due colossi economici e sportivi come Real Madrid e Barcellona, riuscendo in qualche occasione anche ad avere la meglio e a sottrarre a questi due potenze lo scettro di Campione di Spagna come accadde nel 2015. Non solo, in Europa l’Atletico ha raggiunto traguardi importantissimi conquistando due finali Champions in 4 anni e  vincendo anche tre Europa League e una Supercoppa europea. Risultati incredibili per una società che solo 17 anni fa retrocedeva in Segunda Division ed era sull’orlo del precipizio finanziario a causa della scellerata gestione dell’allora presidente Jesus Gil. Molti hanno parlato di un miracolo ma, analizzando più o meno a fondo la storia recente del club di Madrid, capiremo che non è cosi. Anzi, l’Atletico Madrid sta diventando ogni anno che passa una vera e propria potenza finanziaria grazie al patron Cerezo, ma soprattutto, al nuovo socio di minoranza, il Gigante cinese Wanda Group.

Da Gil alla Doyen- Nel 2000 la situazione economica dell’Atletico Madrid era disastrosa. Retrocesso nella seconda divisone spagnola, l’Atletico, anche dopo la morte del presidente Gil e l’arrivo di Cerezo come patron del club, vide notevolmente aumentare il proprio debito e assottigliarsi le possibilità di crescita. Il debito dell’Atletico ammontava a 514 milioni di euro, di cui circa 215 milioni nei confronti del fisco spagnolo. Qui arriva la prima svolta nella storia recente del club: nell’estate del 2011 vengono ceduti i migliori giocatori come Aguero (venduto  al Manchester City per 45 milioni) che sommate alle altre cessioni permettono all’Atletico di incassare più di 80 milioni di euro. Sembra inevitabile il ridimensionamento ma il club rilancia investendo ben 90 milioni sul mercato per prendere giocatori del calibro di Radamel Falcao dal Porto per 40 milioni. Un rilancio inaspettato che può essere spiegato solo in un modo : la collaborazione con la Doyen Sport di cui abbiamo già parlato molte volte qui su Io Gioco Pulito. Il fondo Doyen era una TPO (Third party ownership) che ultimamente la FIFA ha deciso di mettere fuori legge nel calcio. Ecco cosa succedeva: l’Atletico comprava Falcao per 40 milioni di euro. Di questi 40 solo una parte era pagata dall’Atletico che poteva usufruire di un anticipo per l’acquisto da parte della Doyen, che però in cambio richiedeva  il 55% dei diritti di registrazione del calciatore. Questo voleva dire che al successivo trasferimento il 55% della somma incassata dall’Atletico sarebbe andata direttamente nelle casse della Doyen Sport. Un metodo che è stato usato anche nel caso della cessione di Diego Costa al Chelsea. In quel caso fu proprio il presidente Cerezo ha dichiarare che dei 38 milioni solo la metà sarebbero stati incassati dal club iberico.  Un metodo che ha permesso all’Atletico di mantenersi ad alti livelli, riuscendo anche a risanare il bilancio, grazie anche alle continue partecipazione alla Champions e alle vittorie in campo internazionale e non solo. Un metodo nebuloso che ha destato grandi polemiche e di cui poi la Fifa si è dovuta per forza occupare.

Arriva Wanda – Nel Dicembre 2014 la Fifa mette definitivamente al bando le TPO e l’Atletico è costretto a cambiare strategia. Essendo riuscito a limitare di molto il debito con il fisco portandolo ad 80 milioni, l’Atletico diventa comunque una società appetibile e attrae l’attenzione di un importantissimo investitore cinese Wang Jianling proprietario del gigante cinese Wanda Gruop. Wang Jianling è l’uomo più potente di Cina con un patrimonio stimato sui 38 miliardi di dollari ed è anche uno dei collaboratori più stretti del Governo Cinese per quanto riguarda la sviluppo del calcio cinese nel mondo. Il primo Aprile 2015 Wanda Gruop entra ufficialmente nell’Atletico Madrid con il 20% delle quote. Per capire la potenza del Gruppo Wanda, basti pensare che nello stesso tempo ha deciso di rilevare Infront (detentrice dei diritti Tv in Italia) e di stringere una partnership con la FIFA con l’obiettivo di sviluppare il movimento calcio in Cina e magari riuscire a portare in Mondiali lì nel 2030. I vantaggi per l’Atletico grazie a questo nuovo socio sono tangibili: dopo l’acquisizione del 20% delle quote Wang ha subito avviato il progetto per potenziare le Academy dell’Atletico, con la costruzione di nuovi impianti all’avanguardia, con un investimento da 30 milioni di euro, con lo scopo di portare in Spagna 90 giovani calciatori cinesi e gettare le basi per costruire la nuova nazionale cinese. Dopo l’ingresso in società del Wanda Group è diventato molto intenso anche il rapporto tra l’Altetico Madrid ed il Guangzhou, squadra cinese di proprietà del gruppo, portando ulteriori fondi nelle casse dei biancorossi con operazioni di mercato al quanto creative. Una su tutte quella che portò Jackson Martinez dall’Atletico Madrid al Guangzhou per ben 42 milioni di euro. Una cifra spropositata per un giocatore che era finito ai margini del progetto tecnico di Pablo Simeone. Soldi freschi che servono quindi ad aiutare le casse societarie che intanto, grazie ai grandi risultati sul campo, crescono sempre più. Se infatti prendiamo la classifica per fatturato dei club europei stilata da Deloitte per la stagione 15-16, l’Atletico Madrid è in netta ascesa con un incremento di ben 60 milioni rispetto ad un anno prima.

STADIO NUOVO – A conclusione di un processo di crescita così importante non poteva che esserci la costruzione del nuovo stadio di proprietà, il Wanda Metropolitano. Una struttura iper-moderna e tecnologica, molto simile all’Allianz Arena, che sorge alla Peineta (17 km dal Vicente Calderon) ed è più grande (da 54mila a 66mila posti, 7.500 dei quali Vip), moderna e lussuosa, con sauna e piscina negli spogliatoi. Per ora prende ovviamente il nome del gruppo cinese ma si sta lavorando per poter vendere i naming rights a qualche altro sponsor per poter massimizzare i guadagni su un’investimento così importante. Il blocco del mercato imposto all’Atletico Madrid risalente all’estate scorsa per aver infranto il regolamento sulla compravendita di calciatori di età inferiore ai 18 anni è sembrato solo un intoppo nel percorso di crescita esponenziale del club. Una sanzione del genere per club “normali” sarebbe stato un colpo ferale, mente per una società come l’Atletico che ormai è entrata nel Gotha dei club più ricchi del mondo è stato solo un semplice rallentamento che forse, può aver facilitato anche il lavoro di un grande tecnico come Simeone. E a Gennaio la fine del blocco e il ritorno di Diego Costa hanno fatto il resto. Tutto questo quindi a conferma che l’Atletico Madrid può essere considerato tutto tranne che un miracolo sportivo, perché alle sue spalle negli ultimi anni si sono mossi gruppi e investitori potentissimi che hanno fatto sì che una società in difficoltà come quella dei colchoneros possa ora considerarsi una delle più grandi del mondo.

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