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Cava United FC: Piccolo club, grandi orizzonti

Stefano Pagnozzi

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Che le esperienze italiane di partecipazione attiva nei club siano fortemente influenzate e legate allo sviluppo parallelo in tutta Europa di un nuovo modo di vivere il calcio, sopratutto quello locale, che si richiama ai principi di coinvolgimento dell’intera comunità nella valorizzazione del ruolo sociale dello sport, come strumento di aggregazione e coesione, ne abbiamo esempio dal piccolo club campano di Seconda categoria Cava United FC. Il Community Club, nato nel 2014 dall’iniziativa dell’associazione di tifosi Sogno Cavese(LINK), dal Gennaio 2016 è partner attivo di un interessante progetto del circuito europeo Erasmus + ‘Clubs and Supporters for Better Governance in Football”, che vede coinvolti altri otto paesi nello sviluppo di un percorso di interscambio tra diverse realtà calcistiche continentali di buone pratiche di governance dei club sportivi di proprietà di associazioni di tifosi.

Il progetto, partito lo scorso Marzo 2016 e che si concluderà nel Dicembre 2017, si sta articolando con reciproci scambi di informazioni utili derivanti dalle esperienze dirette locali e con la condivisione delle buone pratiche dedicate a tre differenti aspetti che rivestono una particolare importanza per tutte le realtà impegnate nel coinvolgimento diretto dei supporters nella governance delle società di calcio: buona gestione, sostenibilità finanziaria, attività di volontariato. Le attività del programma vedono la partecipazione sia di singoli club che delle organizzazioni di coordinamento nazionali: C.A.P. Ciudad de Murcia; FASFE (Spagna); Cava United; Supporters in Campo (Italia); Conseil National des Supporters de Football (Francia); Cork City FC; Irish Supporters’ Network (Irlanda); FC United of Manchester; Supporters Direct (Regno Unito); Malmö FF; Svenskafotbollssupporterunionen (Svezia); Schalke 04; Unsere Kurve (Germania)

Cava United FC con Supporters in Campo, associazione che coordina i supporters e gruppi di supporters italiani che promuovono la diffusione dei modelli sostenibili di proprietà e gestione delle società e delle istituzioni sportive, ha avuto la possibilità di confrontarsi con i rappresentanti di club come Schalke 04, Malmö FF e il famoso FC United of Manchester di cui sono stati ospiti lo scorso Giugno per il primo workshop del progetto dedicato ai modelli governance dei club di proprietà dei tifosi.

Come è stato l’impatto con questo progetto, i temi sicuramente molto interessanti e la presenza di grandi club sarà stata certamente uno stimolo per voi?

Sicuramente ci onora essere parte di un progetto tra i cui partecipanti figurano club prestigiosi e con un certo blasone, così come club che hanno fatto scuola in ambito fan ownership . La contemporanea presenza di Società più piccole come la nostra è la prova evidente che certe tematiche relative alla ‘governance dal basso’ e soprattutto la passione per il gioco del calcio è la stessa a tutte le latitudini e in tutte le categorie. Inutile negare che, in alcune circostanze, quali ad esempio l’approfondimento su tematiche di natura finanziaria, hanno visto trattare argomenti piuttosto prematuri per una piccola società come la nostra. Tuttavia, con le dovute proporzioni, l’impegno necessario a gestire una Società di calcio è comunque enorme: ciò che cambia, evidentemente, sono le strutture organizzative che sono ovviamente proporzionate alle dimensioni del Club.

Come si sono articolati gli scambi finora, avete dei partner specifici?

Ad oggi abbiamo avuto il piacere di incontrare i rappresentanti dell’Associazione nazionale svedese in occasione dello scambio effettuato con Supporters in Campo. I nostri partner sono Cap Ciudad de Murcia con i quali il prossimo aprile abbiamo previsto di effettuare la nostra visita e di ospitarli a Cava de’ Tirreni e lo United of Manchester che avremo l’onore di ospitare nella seconda parte del 2017.

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Il primo workshop a Manchester ospiti dei Red Rebels per parlare di governance, quali aspetti vi hanno colpito e quali insegnamenti utili avete riportato? Quali delle soluzioni illustrate nel corso dell’incontro pensate possano funzionare anche da noi?

Il workshop di Manchester è stato assolutamente interessante ed è stata l’occasione per comprendere quanto coloro i quali sono impegnati nella titanica impresa di gestire un Club si ritrovino nelle medesime situazioni relativamente alla ricerca di ‘nuova forza lavoro’. Il tema del coinvolgimento dei Soci e la necessità di ampliare il numero di volontari impegnati è indubbiamente una problematica comune. Da un punto di vista pratico, l’attività di analisi della base costituisce sicuramente un punto di partenza fondamentale per comprendere quali e quante risorse cercare di coinvolgere ed in che tipo di attività. Inoltre, questa attività risulta di fondamentale importanza per poter implementare iniziative ad hoc con l’obiettivo di incrementare tanto il grado di soddisfazione, quanto il numero di Soci.

Sensazioni entrando al Broadhurst Park? Un’icona per le molte tifoserie ”ribelli” in giro per l’Europa…

Beh, che dire, il raggiungimento del loro obiettivo è stato motivo di orgoglio per l’intero movimento e, chiaramente, allo stesso tempo un’aspirazione per ciascuna delle nostre iniziative, ancor più se di piccole dimensioni!

A Novembre invece siete stati allo Swedbank Stadion di Malmö in Svezia ospiti del Malmö FF e dell’organizzazione nazionale di supporters svedesi Svenska Fotbollssupporterunionen per il secondo incontro del progetto, in questo caso si parlava di sostenibilità finanziaria, un tema spesso ignorato dalle nostre parti…cosa ne pensate? Dove vedete l’Italia carente?

A nostro giudizio questo è Il Tema, soprattutto in Italia. Il sistema indubbiamente andrebbe riformato, a partire dalla suddivisione dei ricavi derivanti dai diritti televisivi, per finire alla costruzione di stadi di proprietà. A questo proposito, l’esempio degli amici di Malmo credo rappresenti un impagabile esempio: hanno iniziato con una quota minoriaria, ed oggi sono riusciti ad essere proprietari al 100% del loro stadio.

Con riferimento ai cosiddetti campionati minori (per fatturati non di certo per la passione messa in campo dai tifosi), pensiamo seriamente sia necessario fare un ‘passo indietro’: le cifre che ad oggi circolano dalla Serie D fino, perché no, alla terza categoria, sono obiettivamente insostenibili. Non trattandosi di campionati professionistici, è assurdo pensare che i Club che lottano in Eccellenza o in Serie D per la promozione abbiano i budget attuali. Con buona pace dei Presidenti mecenati, è inevitabile il rischio di infiltrazioni di ogni tipo… E, a maggior ragione, il coinvolgimento dei tifosi nella governance non può che costituire un baluardo, il miglior organo di vigilanza possibile, gli unici veri proprietari e depositari della passione che c’è dietro qualsiasi Club!

L’esperienza ”europea” quindi finora positiva? I prossimi incontri?

Assolutamente si! Il progetto a cui abbiamo l’onore di partecipare costituisce un’impagabile momento di crescita.

L’aspetto più interessante è che ciascuno, anche i rappresentanti dei club più piccoli, riesce a trasferire agli altri partecipanti le proprie best practice e a fornire spunti utili, ovviamente da adattare ai relativi contesti.

Il prossimo incontro si terrà il prossimo giugno a Gelsenkirchen, ospiti dello Shalke04. I temi trattati saranno relativi all’ampliamento della membership e al coinvolgimento dei volontari.

Tornando alle attività nostrane, il vostro club è particolarmente attento alla comunità locale, quali sono state le ultime collaborazioni e progetti in questo senso? E quali sono i vostri prossimi programmi?

Il legame con il territorio è sicuramente un aspetto che ci caratterizza e che dovrebbe essere imprescindibile per qualsiasi Supporters Trust. Siamo sempre pronti a recepire sollecitazioni dal territorio per iniziative di carattere benefico che puntualmente sosteniamo e incoraggiamo. Come Sogno Cavese ormai da anni continuiamo ad intraprendere una serie di iniziative con al centro il gioco del calcio: dal torneo ‘Alla viva il parroco’ che vede la partecipazione dei ragazzi degli oratori delle Parrocchie del territorio, al Torneo che coinvolge i bambini e le bambine delle scuole elementari della città di Cava de’ Tirreni, alla collaborazione con la Cooperativa la Fenice per l’organizzazione del Torneo ‘Scalciando insieme’ che vede impegnati in un torneo di calcio ragazzi ospitati da cooperative sociali e centri di igiene mentale. Insomma, sotto il motto ‘Il calcio è della gente’, cerchiamo in tutti i modi di far si che torni ad essere innanzitutto un modo per stare insieme e divertirsi!

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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