C’è una cittadina, a pochi chilometri da Salerno. Porta nord della Costiera Amalfitana e finestra sull’azzurro del Mar Tirreno, che da lì a poco si apre regalando panorami mozzafiato. Cava de’ Tirreni la incontri poco dopo Nocera, lasciandoti alle spalle l’agro nocerino, terra di concentrazione industriale. Cava, nell’immaginario sportivo nazionale, è la Cavese. Un club che vanta gloriose annate in Serie B, tra cui spicca l’impresa di San Siro, contro il Milan, nella stagione ’80-’81. Tivelli e Di Michele gli eroi di quella giornata. Nulla poté la rete di Jordan, The Shark, che all’epoca indossava la maglia rossonera.

La Cavese non è una semplice squadra di calcio. Ma un sentimento. Un’istituzione cittadina. Il Simonetta Lamberti, che col suo nome omaggia una bambina tristemente caduta sotto il colpi della camorra, è il tempio del tifo blufoncè. Un luogo dove entrare in punta di piedi e dove, volendo, riecheggiano ancora i canti ritmati dai tamburi di quei favolosi anni ottanta, costellati dalla Serie B e dagli infuocati derby campani. Su tutti quelli con la Salernitana. “Pisciaiuoli” contro “cavaiuoli”.

Oggi la Cavese si trova in Serie D, e dopo anni di fallimenti, delusioni e anonimato, sta disputando un campionato all’altezza delle sue aspettative. Con il suo pubblico sempre pronto a seguirla in massa. Non è facile. Sì, perché in Serie D non c’è la tessera del tifoso, ma c’è la solerte e muscolosa mannaia dei divieti imposti da Osservatorio e CASMS, sempre pronta ad abbattersi sui tifosi metelliani. Tra i più colpiti dalle restrizioni. Nonostante, ai punti, le violenze o gli atti illegali, si contino davvero sulle punta delle dita negli ultimi anni. Ma abbiamo imparato un concetto chiaro e conciso: è più facile (e conveniente) vietare o limitare che gestire con intelligenza l’ordine pubblico ai margini di una partita di pallone. Come avviene in buona parte del globo terracqueo.

In questo quadro rientrano i fatti legati alla gara disputata dagli aquilotti ad Aversa, lo scorso 21 febbraio, in seguito alla quale la Questura di Caserta ha emesso ben 68 daspo. Applicando, de facto, quel Daspo di gruppo “creato” dal ministro dell’Interno Alfano e quasi subito oggetto di critica feroce da diversi pulpiti. Su fronte mediatico si è scelto per una descrizione degli avvenimenti totalmente accusatoria nei confronti dei tifosi, attenendosi alle veline ufficiali, senza la minima indagine e senza la consultazione della consueta “altra campana”. Così si è parlato di parapiglia generato da tifosi senza biglietto che hanno attaccato sconsideratamente le forze dell’ordine, con uno di loro che si è indebitamente impossessato di un manganello.

Nel tentativo di fare chiarezza abbiamo interpellato l’avvocato Emilio Coppola, difensore del ragazzo succitato e al corrente di come le cose siano andate in quel pomeriggio, e ascoltato i ragazzi della Curva Sud Catello Mari. “Come dichiarato anche dal capo del commissariato di Aversa Paolo Iodice – esordisce Coppola  – c’è stata una grave mancanza di comunicazione con la squadra e le tifoserie della Digos di Salerno, la quale aveva annunciato l’arrivo di 400 tifosi metelliani. In realtà i fan a mettersi in marcia verso il “Bisceglia” sono stati circa il doppio. Il commissariato di Aversa – continua – aveva disposto soltanto una trentina di uomini per la gestione dell’ordine pubblico allo stadio. Numero irrisorio e che dà perfettamente l’idea di come sin da principio ci siano stati dei madornali errori di valutazione”.

Il problema è sorto all’arrivo dei pullman con a bordo i tifosi organizzati. “Le forze dell’ordine – racconta – erano del tutto impreparate al controllo e alla gestione della cosa. Bisognava espletare le classiche pratiche per far affluire i tifosi al settore ospiti e, in più, far acquistare i tagliandi ai tifosi giunti senza. Si è detto – specifica – che la maggior parte dei supporter voleva accedere senza pagare, quando ci risulta che questo sia vero soltanto per il 10% degli stessi. Numero che non giustifica assolutamente la carica fatta partire, nello stato di confusione generatosi, da Iodice, come da lui ammesso successivamente. Un’azione gratuitamente violenta per evitare che tutti entrassero senza esser controllati, dopo che gli animi si erano riscaldati a causa del lentissimo filtraggio che stava precludendo a molti tifosi blufoncé di assistere dall’inizio al match”.

Di reazione alla carica effettuata dagli agenti in tenuta antisommossa, la maggior parte dei tifosi è stata fatta entrare per snellire la procedura, mentre un capannello, colpiti con violenza dalle manganellate, ha reagito per difendersi e nel parapiglia ci sarebbe stato l’episodio del famoso manganello sottratto, contestato dallo stesso Iodice. “Sulla strada del ritorno – dice l’avvocato – quattro pullman di tifosi cavesi sono stati fermati sulla Tangenziale di Napoli, nei pressi Casoria, per essere perquisiti e identificati. Tra loro Iodice avrebbe riconosciuto l’autore del furto dal colore del giubbino. Il fatto è che non ci sono fotogrammi a disposizione per foraggiare tale accusa e, nonostante l’arresto sia avvenuto in flagranza differita, il giudice non ha minimamente tenuto in considerazione questo aspetto importante e ha confermato l’arresto costringendo il ragazzo ai domiciliari, facendo leva, anche e soprattutto, sui suoi vari precedenti. Dal materiale che abbiamo a disposizione si vedono trenta persone accalcarsi ai cancelli, ma null’altro”.

L’altro aspetto, che ha avuto ancor più risalto a livello mediatico, è il ritrovamento, a bordo del torpedone, di aste per le bandiere e fumogeni, ritenuto materiale atto ad offendere (se in occasione di manifestazioni sportive è vietato il possesso di artifizi pirotecnici, ci chiediamo cosa ci sia di strano, in un pullman di tifosi, nell’avere aste per le bandiere?). “Sfruttando gli infiniti poteri conferiti alle questure dalla Legge Alfano – sottolinea – sono stati emessi 68 Daspo e altrettante denunce penali per detenzione di materiale pirotecnico, ai danni di tutti gli occupanti del mezzo. Per avere un’idea sulla natura di tali provvedimenti è sufficiente pensare che tra i denunciati figurava anche una signora di circa 80 anni, celebre tifosa della Cavese, alla quale, nei giorni successivi, il commissariato di Cava ha fatto revocare il tutto”.

 Diffide che vanno dai cinque anni con firma per i recidivi, ai tre anni senza firma per gli altri. “Per non scatenare  la bufera mediatica non si è parlato di “Daspo di gruppo”, anche se lo è a tutti gli effetti – evidenzia Coppola – c’è stato un processo per direttissima ma io credo che il caso verrà archiviato durante le indagini preliminari. Questo perché se in una denuncia di massa, come questa, non si riconosce la singola responsabilità, è impossibile procedere. Per quanto riguarda l’aspetto amministrativo (Daspo ndr), bisognerà vedere. È già successo in passato – ricorda – che simili casi portassero all’annullamento quasi immediato della fase penale, ma alla conferma delle diffide con le più disparate motivazioni addotte dai vari organi preposti alla loro emissione”.

Uno sperpero di denaro pubblico non indifferente, oltre all’assurdità di tutta la faccenda e della sua gestione precedente  e postuma. I ragazzi della Curva Sud hanno anche voluto precisare che “le nostre responsabilità possono limitarsi al fatto di esser arrivati all’ultimo momento. Noi siamo partiti da Cava con 471 biglietti venduti. Tuttavia – raccontano – resta inconcepibile far entrare ottocento persone in quella maniera, con solamente due steward messi ai cancelli. Il commissariato di Aversa era totalmente impreparato, basti pensare che in molti hanno dovuto acquistare tagliandi scritti a penna, dato che era finita la carta per stampare”.

Più di qualcuno racconta anche di provocazioni gratuite da parte degli agenti: “Ci hanno detto di essersi fatti mettere di turno solo per vendicarsi di incidenti del passato, in cui c’era stata di mezzo la nostra tifoseria. A un certo punto – sostengono – hanno deciso di far passare la maggior parte dei presenti, mentre per gli ultimi cento hanno chiamato ben tre volte la carica (c’è da dire che la maggior parte degli agenti non ha ascoltato gli ordini) e al filtraggio diverse persone sono state colpite alla pancia. Al ritorno – continuano – ci hanno fatto fermare nell’area di sosta dalla quale generalmente vengono scortate le tifoserie al San Paolo, perquisendo il pullman ma non trovando il manganello incriminato. Ci hanno obbligato a stenderci a terra facendoci togliere le scarpe. Il dispiegamento di forze dell’ordine era impressionante, circa duecento agenti. Eppure – sottolineano – il manganello non è stato ritrovato e allora, secondo noi, per giustificare questo folle pomeriggio in cui è stata dimostrata tutta l’inefficienza della gestione dei tifosi, hanno proceduto con questi arresti di massa”.

Altri parlano anche di volontà premeditata per distruggere un movimento, come quello cavese, da sempre all’avanguardia nel contrasto agli abusi nei confronti dei tifosi e, anche grazie alle prestazioni della squadra, in netta crescita numerica negli ultimi mesi. Di certo resta l’amaro in bocca, per l’ennesima pagina che dimostra come in Italia non ci sia la minima volontà di gestire taluni eventi. Sempre meglio creare un casus belli per giustificare i prossimi divieti o le prossime false verità sostenute mezzo stampa.

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FOTO: www.sportpeople.net

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