Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

Nel segno di Sir Alex Ferguson: gli allenatori più longevi della storia del calcio

Nel segno di Sir Alex Ferguson: gli allenatori più longevi della storia del calcio

Compie oggi 76 anni Sir Alex Ferguson, leggendario allenatore del Manchester United. Con i Red Devils ha vinto tutto in una carriera che l’ha visto seduto sulla panchina della parte rossa di Manchester per 27 anni. Ma lo scozzese è solo uno dei recordman di longevità. Ecco gli altri “eterni” della panchina.

Guy Roux (Auxerre 1961–2005)
Una vera e propria istituzione del calcio mondiale. Guy Roux tecnicamente ha allenato per quattro periodi diversi l’Auxerre ma il totale di 53 anni è comunque un dato assolutamente invidiabile. Il tecnico transalpino ha iniziato a giocare nella squadra nel 1952 e ad allenarla ancor prima di appendere gli scarpini al chiodo. Con Roux, i biancazzurri hanno scalato le serie del campionato francese a partire dalla terza, raggiungendo la finale di Coppa di Francia nel 1979, approdando in Ligue 1 nel 1980 e vincendo il titolo nel 1996.

Willie Maley (Celtic 1897–1940)
Maley è stato il primo tecnico riconosciuto del Celtic (fondato dieci anni prima della sua nomina) ed ha vinto non poco: 16 titoli e 14 Coppe di Scozia, con 1.045 successi su 1.614 incontri. In precedenza, aveva anche giocato con i biancoverdi di Glasgow, diventandone l’allenatore a 29 anni e conquistando il titolo alla prima stagione.

Ronnie McFall (Portadown 1986–2016)
Assunto dai nordirlandesi del Portadown a dicembre 1986, McFall ha preso il posto di Sir Alex Ferguson in panchina e vi è rimasto per ben trenta lunghi anni. Ex giocatore del Portadown e allenatore del Glentoran dal 1979 al 1984, ha vinto il primo campionato nel 1990 e conquistato anche la coppa nazionale la stagione successiva. Nel 1995/96 e nel 2001/02 ha nuovamente vinto il titolo nazionale.

Ignacio Quereda (Spagna femminile, 1988–2015)
Ex giocatore in prova al Real Madrid, Quereda è stato scelto dalla Spagna il 1° settembre 1988 ed è rimasto in carica fino a questa settimana. Ha lasciato la panchina dopo aver partecipato al suo primo mondiale, raggiungendo anche le semifinali del Campionato Europeo UEFA femminile 1997 e i quarti nel 2013. Per un breve periodo ha anche allenato le giovanili, vincendo il Campionato Europeo Under 19 UEFA femminile 2004.

Sir Alex Ferguson (Manchester United, 1986–2013)
Sir Alex non ha certo bisogno di presentazioni. In principio, la permanenza di Ferguson a Manchester non sembrava destinata a durare a lungo, nonostante i precedenti successi con l’Aberdeen. Tuttavia, il tecnico ha finito per conquistare 13 titoli in Premier League, scavalcando il Liverpool e mettendo fine a un’attesa di 25 anni, nel 1993. Due Champions League completano la sua straordinaria bacheca.

Juan Santisteban (Spagna giovanile, 1988–2008)
Ex giocatore del Real Madrid negli anni ’50 e ’60, ha guidato le giovanili del club e quindi ha iniziato a lavorare con la Spagna Under 16 del 1988, vincendo i titoli europei di categoria nel 1991, 1997, 1999 e 2001. Dopo la nascita della categoria Under 17, ha vinto il titolo continentale nel 2007 (allenando provvisoriamente l’Under 19 e conquistando un altro titolo europeo) e nel 2008.

Valeriy Lobanovskiy (Dynamo Kyiv 1974–1982, 1984–1990, 1997–2002)
‘Il Colonnello’: un’istituzione del calcio ucraino. Lobanovskiy ha anche allenato Dnipro Dnipropetrovsk, Unione Sovietica, Emirati Arabi, Kuwait e l’Ucraina, ma è sempre stato il simbolo della Dynamo Kiev. Nominato allenatore dalla società nel 1974, ha vinto sette titoli sovietici nei primi due anni, aggiungendo la Coppa delle Coppe e la Supercoppa UEFA nel 1975 e aggiudicandosi in totale 13 campionati. A questi trionfi va aggiunta la Coppa delle Coppe 1986.

Francky Dury (Zultse VV 1990–1993, 1994–2001, SV Zulte Waregem 2001–2010, 2011–)
Anche se il suo periodo più lungo in panchina non è durato più di nove anni, in realtà Dury ha allenato lo stesso club per due decadi. Ingaggiato dallo Zultse nel 1990, ha condotto il club dalle serie regionali al campionato nazionale. Nel 2001, la squadra si è poi fusa con il KSV Waregem, raggiungendo il massimo campionato nel 2004/05. L’anno seguente, Dury ha vinto la Coppa del Belgio, mentre nel 2006/07 ha giocato in Coppa UEFA, arrivando ai sedicesimi. Il tecnico è dunque passato al Gent nel 2010 ma non ha saputo eguagliare i passati successi. Alla fine, è tornato allo Zulte Waregem nel 2011, arrivando secondo in campionato e qualificandosi per la UEFA Champions League.

Vittorio Pozzo (Italy, 1929–48)
Semplicemente l’allenatore più longevo di sempre sulla panchina di una nazionale maggiore europea: il mitico Vittorio Pozzo ha lavorato per l’Italia alle Olimpiadi del 1912 e 1924, prima di diventare Ct della nazionale maggiore nel 1929. Con gli Azzurri ha conquistato la Coppa del Mondo 1934 e 1938.

Mickey Evans (Caersws 1983–2007, 2009–)
Evans ha passato l’intera carriera da calciatore al Wrexham e ha dimostrato grossa fedeltà anche da allenatore. A 36 anni, infatti, è stato nominato giocatore-allenatore dal Caersws e vi è rimasto fino a 60 anni. In quel periodo, Evans ha dominato nella Mid-Wales League, assicurandosi un posto nella Cymru Alliance e diventando uno dei membri fondatori della League of Wales nel 1992. Ha conquistato pure tre Coppe di Lega ed un posto in Coppa UEFA Intertoto nel 2002.


Calcio e Migranti, il Cefal United: “Calcio, linguaggio universale. All’integrazione preferiamo l’interazione”

Calcio e Migranti, il Cefal United: “Calcio, linguaggio universale. All’integrazione preferiamo l’interazione”

Immigrazione, integrazione, accoglienza. Sono tre parole che sentiamo pronunciare ogni giorno nei Tg e tra la gente. Ragazzi, uomini, donne e intere famiglie che arrivano in Italia con la speranza di tornare a vivere e dimenticare le guerre e le carestie che colpiscono le loro terre.

Lampedusa è entrata nel cuore di tutti noi, è il centro pulsante degli sbarchi e dell’accoglienza ma in tutto il paese nascono centri e associazioni che ospitano e aiutano queste persone catapultate in una realtà completamente nuova.

Una di esse è la Cefal-Emilia Romagna (Lugo e Cotignola), Centro di formazione professionale che opera in diversi ambiti e con diverse iniziative come, per esempio, i Tandem Linguistici: ragazzi di diverse nazionalità che tutte le domeniche (ore 18) si incontrano in una birreria di Lugo per imparare il francese, l’inglese e l’italiano. Un momento di confronto socio-culturale al quale partecipano: richiedenti asilo, ragazze straniere “alla pari”, ragazzi inglesi e lughesi interessanti a imparare le lingue straniere.

Poi c’è un altro progetto che la Cefal ha organizzato per creare coesione: Cefal United è la squadra di calcio composta da immigrati richiedenti asilo, iscritta al campionato Uisp calcio a 5 che conta 18 ragazzi tra i 18 e i 30 anni.

Abbiamo contattato il referente del progetto, Marco Scardovi per farci raccontare qualcosa in più.

Cefal United, come nasce l’idea di organizzare una squadra di calcio?

“Faccio una premessa: il Cefal nasce come centro di formazione professionale all’interno del quale i ragazzi sono impegnati alcuni a scuola altri in attività di volontariato. Organizziamo altresì diversi progetti di interazione socio-culturale rivolti a ragazzi richiedenti asilo politico tra questi, c’è anche l’ambito sportivo e soprattutto calcistico che è una delle discipline preferite infatti ci sono dei ragazzi tesserati in alcune squadre locali. A un certo punto però abbiamo pensato di creare un team tutto nostro per consentire a questi ragazzi di avere degli obiettivi di medio e lungo periodo; fare allenamenti settimanali e giocare la partita, nel tempo possono riuscire a restituire loro un po’ di fiducia e in se stessi e negli altri grazie proprio al confronto durante i match”.

In quale campionato siete iscritti?

“Al torneo Uisp calcio a 5. Una scelta che ha diverse ragioni: in primis la volontà di coinvolgere più ragazzi possibili, in secondo luogo per questioni logistiche in quanto il calcio a 11 ci avrebbe portato a trasferte troppo lunghe e impegnative mentre il nostro progetto punta all’allenamento quale fattore di crescita e formazione dello spirito di squadra. Il calcio a 5 ha infatti tempi diversi dal calcio a 11 ma il campionato è lungo, in 8 mesi avranno modo di creare interazione fra loro e con gli altri”.

Com’è composta la squadra?

“Abbiamo tre allenatori-calciatori italiani con ragazzi che provengono dall’Africa Sud Sahariana Occidentale che chiedono asilo politico”.


L’immigrazione, tema cado che divide. Voi avete scelto l’inclusione attraverso il calcio, perché?

“Perché il calcio parla un linguaggio universale ed è lo sport che piace a tutti. Quando si parla di immigrati e immigrazione, si usa spesso il termine integrazione. Io personalmente preferisco parlare di interazione, lo ritengo più idoneo in quanto parlare di ‘integrazione’ è come se presupponesse un peccato originale”.

I ragazzi, come hanno accolto la proposta di fare una squadra di calcio?

“Molto bene. Anzi, cominciano a vedersi dei risultati. Ogni giorno il loro pensiero è alle famiglie, ai figli e alla loro terra lontana; riuscire a dare un momento di svago, divertimento e serenità è importantissimo anche per ciò che riusciamo a trasmettere all’esterno”.

Il nome, Cefal United, ha una spiegazione?

“Spesso la molteplicità di etnie può creare tensione tra gli stessi ragazzi. Partendo dal fatto che il nostro primo intervento mira a creare interazione fra loro, la Cefal United nasce proprio per dare il senso di unità, di compattezza. Avevamo anche pensato di mettere nel nome un qualcosa di tipico del loro dialetto ma ci siamo ricreduti: sono talmente sottili a volte le differenze tra una paese e un altro che avremmo scontentato alcuni e favorito altri, ma non era questo lo spirito di squadra. Cefal United significa unità”.

Arbitri, Tifosi e Calciatori: una Storia di sangue che non smette di scorrere

Arbitri, Tifosi e Calciatori: una Storia di sangue che non smette di scorrere

Le immagini dello spogliatoio degli arbitri ricoperto di sangue sembrano uscite da un film dell’orrore. Ma è tutto vero. Quello che è accaduto in Argentina nel Campionato Federal B, la quarta serie del calcio albiceleste, è solo l’ultimo caso in cui un direttore sportivo viene aggredito. Questa volta sono stati i tifosi della Juventud, altre volte gli stessi calciatori.

Un episodio che ci riporta indietro di un anno quando il calciatore Ruben Rivera Vazquez colpì mortalmente l’arbitro Victor Trejo durante una partita di campionato amatoriale messicano. Dopo l’espulsione il giocatore andò su tutte le furie e sfogò la sua frustrazione sull’arbitro causandogli un’emorragia subaracnoidea che ha portato al decesso e alla conseguente fuga in automobile da parte del colpevole. Una vicenda che, come dicevamo, non rappresenta un caso isolato nella cronaca nera, sportivamente parlando.

L’arbitro è considerato diffusamente la persona più detestabile nel mondo del calcio e le sue decisioni scaturiscono spesso e volentieri in insulti e accuse. Se una volta il “cornuto” di turno era il massimo della violenza, nel corso degli anni e dei mutamenti sociali, la figura del direttore di gara si è trasformata in mostro da abbattere e unico colpevole delle disgrazie della squadra per cui si gioca o si fa il tifo. E l’esasperazione dei toni e delle reazioni è andata via via spostandosi su una dimensione che non appartiene più alla semplice manifestazione viscerale ma assume connotati davvero agli antipodi rispetto al gioco del calcio. Risse, insulti, rincorse, denunce sono il condimento tipico di una partita. La situazione è ancora più evidente quando si calcano le serie minori o giovanili, dove spesso i genitori sono “troppo allenatori” e i giocatori “troppo calciatori”. E allora i casi di aggressione si intensificano, vuoi perchè lontano dai riflettori, vuoi perchè in alcuni casi lo sperduto rettangolo verde (che poi è marrone di terra) è la sola valvola di sfogo dalla realtà personale di molti partecipanti.


A farne le spese soprattutto l’arbitro, capro espiatorio indifeso e senza supporters che in svariate situazioni laterali rispetto al calcio che conta è costretto a prestazioni di un velocista con la capacità di incassare degna di Jake LaMotta. In alcuni casi, però la situazione si ribalta e il “carnefice” diventa il direttore di gara e la “vittima” il calciatore. In altri, invece, la giacchetta nera (che nera non è più) è quello che ti salva la vita strappandoti ad un morte che ci riporta alla mente numerosi episodi di decesso in campo.

Spulciando su Internet molte sono le storie del burrascoso rapporto tra giudicante e giudicato. Il più recente, oltre a quello citato in apertura, riguarda la tentata aggressione da parte di un giocatore del Guaranì all’arbitro di una partita di terza serie brasiliana. La scintilla, come sempre, il cartellino rosso. La reazione, uno spintone che ha fatto crollare l’arbitro e quattro uomini per arginare la furia del compagno.

Ma il 2016 sembra essere stato l’annus horribilis per questo genere di situazioni. Sempre dall’America Latina precisamente dall’Argentina, il calciatore Leonardo Vera del Quilmes de Rafaela si è scagliato contro l’arbitro colpendolo ripetutamente al volto durante una partita di una serie minore. Per lui il ricovero in ospedale e prognosi di 10 giorni. Ancora peggio è andata a Sergio Castaneda, arbitro della terza categoria del Guatemala, che dopo aver estratto il cartellino rosso a Daniel Pedrosa, è stato raggiunto da una testata e un gancio e il rischio di perdere l’occhio. Per il giocatore sono scattate le manette. Tornando in Argentina, a Cordoba, l’uccisione del giudice di gara Cesar Flores, raggiunto da tre colpi di pistola al torace, al collo e alla testa per mano di Juan Marcelo Barrionuevo. Anche in questo caso, galeotto fu il cartellino rosso.

Il calcio sudamericano rappresenta spesso terreno fertile per questo tipo di “esternazioni”, tanto che l’arbitro Gabriel Murta in un partita di calcio dilettante brasiliano, dopo essere stato colpito da un calcio e uno schiaffo, reo di non aver fischiato un brutto fallo, ha estratto una pistola per calmare le acque. E così è stato, chiaramente.

Ma la situazione di certo non è migliora in Europa. Dalla Spagna arrivano le “botte” patite dall’arbitro Fernando Collados nella seconda divisione spagnola (la nostra Lega Pro). Al termine della gara i tifosi hanno cominciato a bersagliare la terna arbitrale con insulti, sputi, gavettoni e lancio di oggetti e conseguente trasporto in ospedale per un guardalinee. Suscita qualche risata, invece, il tentativo di aggressione da parte di una nonna 60enne di un calciatore in un campionato giovanile spagnolo. La signora non avendo gradito l’operato dell’arbitro, ha aspettato che uscisse dall’impianto sportivo per tagliargli la strada con la macchina e venire alle mani.

In Italia il caso dell’arbitro donna picchiato durante una partita di allievi a Merano. Dopo un rigore non concesso, i tafferugli sugli spalti tra i sostenitori delle due squadre si sono trasferiti a bordo campo. Il direttore di gara nel tentare di sedare gli animi anche dei giocatori intervenuti alla rissa, è stata colpita da un calciatore che ora rischia 3 anni di squalifica. Ruoli invertiti invece del Torneo Cavazzuoli Under 20 dove il giudice di gara, accerchiato a fine partita dai giocatori, dopo essere stato colpito da una manata, ha sferrato uno spintone verso un calciatore minorenne facendolo cadere e scatenando l’ira del pubblico, trattenuto dalle forze dell’ordine che hanno scortato l’arbitro nello spogliatoio.

Ma la vicenda più eclatante è sicuramente quella accaduta nel nord est del Brasile. Siamo nel 2013 e l’arbitro Otavio Jordao Da Silva, 20 anni, espelle il giocatore Josemir Santos Abreu, il quale comincia ad inveirgli contro e a tirare calci alla sua persona. A quel punto il fischietto ha estratto dalla cintura un coltello, colpendo a morte il calciatore. La furia dei sostenitori e dei familiari della vittima si è trasformata in ulteriore tragedia: l’arbitro è stato raggiunto dopo l’invasione di campo, è stato legato, lapidato e ucciso. Lo sfregio finale della decapitazione e l’apposizione della testa su un palo riassumono tremendamente quanto il limite venga spesso superato, non necessariamente traendo spunto dalla vicenda in questione.

Fortunatamente, esistono anche altre storie: come quelle di Daniel Garcia e Filippo Acamovic. Il primo, durante una partita di una divisione regionale spagnola, ha letteralmente salvato la vita ad un giocatore in preda a convulsioni che aveva perso i sensi dopo uno scontro aereo. Tempestivo il suo intervento con il quale ha evitato che la lingua lo soffocasse. Stessa situazione per il “nostro” Filippo Acamovic, arbitro di origini serbe,  che nel corso della partita tra i Giovanissimi Piacenza e Juve Club ha applicato la stessa manovra per respirare ad un ragazzino di 14 anni che aveva sbattuto contro il muro delimitante il campo da gioco. “Non chiamatemi eroe” queste le sue dichiarazioni.

C’è spazio quindi anche per il lieto fine in questo rapporto arbitro-giocatore. Una dicotomia lunga quanto la storia del calcio, e non solo. Una disputa che troppo spesso si è trasformata in battaglia vera e propria. Una storia di sangue.

 

 

Lina Khalifeh: la combattente giordana e la sua palestra in difesa delle donne

Lina Khalifeh: la combattente giordana e la sua palestra in difesa delle donne

Lina Khalifeh, fondatrice di “SheFighter”, tecnica di autodifesa per le donne, in Giordania ha formato più di 12.000 donne.

Lina Khalifeh ha una missione nella vita: quella di combattere la violenza di genere in Medio Oriente, insegnando alle donne vittime di bullismo e abusi le tecniche di base dell’autodifesa. Lina, 30enne giordana, ex campionessa e cintura nera di Taekwondo, dal 2010 diffonde il metodo di autodifesa “SheFighter”. I primi passi mossi nella cantina di casa con 4-5 ragazze al seguito. Nel 2012 riesce finalmente a realizzare il suo sogno e ad aprire una palestra ad Amman, Giordania, dove insegna il metodo da lei sperimentato, che mira a rafforzare le donne da un punto di vista fisico e mentale, per garantirne la dignità sociale.

Nel suo centro è vietato l’ingresso agli uomini, per far sentire le donne al sicuro e libere di indossare ciò che le fa sentire più a loro agio durante gli allenamenti, ma da poco la palestra è stata aperta anche ai bambini maschi vittime di bullismo nelle scuole.



La passione per l’autodifesa – Lina da piccola era una vera e propria combina guai. Subiva spesso atti di bullismo dai suoi coetanei maschi perché cercava di competere con loro per sfatare il mito delle bambine ‘sesso debole che vestono di rosa’. A 5 anni si iscrive ai corsi di arti marziali in una palestra vicino casa e a 14 anni sale per la prima volta sul ring, senza scendere più. “Sin da piccola, ogni volta che sento di abusi o atti di violenza sulle donne rimango scioccata. Penso che queste non dovrebbero essere colpite per nessun motivo e che non è vero che sono il sesso debole. Sono in grado di cambiare il mondo e invertire questa tendenza che le vede subordinate agli uomini, solo che non lo sanno”. “Così, conoscendo bene le arti marziali, ho deciso di fare qualcosa, per dar loro una voce e una linea guida per uscire dal pantano di una società ancora troppo a guida patriarcale”.

Riconoscimenti – I suoi sforzi e la sua passione l’hanno portata a ricevere riconoscimenti in tutto il mondo: nel 2015 viene invitata alla Casa Bianca, dove nel corso del Global Enterpreneur Event, Barack Obama elogia i suoi sforzi per rendere la sua società un posto migliore per donne e bambine; nel 2016 a Dubai vince il premio Naseba come miglior imprenditrice dell’anno; alle Nazioni Unite a Ginevra riceve il premio Women in Business Global Award 2016, nello stesso anno partecipa in Canada alla One Young World Forum dove allena, tra le altre, l’attrice Emma Watson. Altri riconoscimenti, workshop e presentazioni la portano in Brasile, Svezia, Repubblica Ceca, Turchia, Libano, Pakistan, Malesia, Arabia Saudita.

In questi anni la lottatrice giordana ha formato più di 12mila donne di tutte le età tra Giordania e Medio Oriente, collaborando anche con le scuole e le università locali. In particolare si dedica alle rifugiate siriane e palestinesi. Dal 2016 collabora con Un ponte per…, l’Ong attiva da anni nel nord della Giordania. L’organizzazione ha pianificato il primo tour in Italia di Lina, che sarà ospite a Pisa, Roma, Bologna e Padova presso i Comitati locali dell’organizzazione.

 

“Calciatori gay? Giocherebbero meglio se facessero coming out”

“Calciatori gay? Giocherebbero meglio se facessero coming out”

Sembrano non voler accennare a placarsi le polemiche ed i dibattiti in Inghilterra riguardo alla possibilità che i calciatori gay riescano finalmente a fare ‘coming out’ senza poi dover finire forzatamente nell’occhio del ciclone di tifosi (soprattutto) ed addetti ai lavori.

Il marciatore britannico Tom Bosworth e l’ex star della NBA John Amaechi hanno affermato davanti ai parlamentari del paese della Regina Elisabetta che gli atleti omosessuali migliorerebbero senza dubbio in maniera esponenziale le proprie performance se riuscissero ad essere in grado di focalizzarsi unicamente sui propri appuntamenti sportivi piuttosto che sulla fatica di doversi ‘nascondere’ rispetto al mondo intero.

In tal senso, Bosworth ha aggiunto che un calciatore gay (ma in questo caso l’esempio può essere tranquillamente ampliato a molti più campi) non in grado di fare coming out per paura “ovviamente non può godersi la vita al massimo, come invece tutti gli altri che esprimono e vivono senza problemi la propria sessualità“.

L’atleta olimpico, giunto sesto nella 20 km di Rio 2016, ha affermato che ha potuto testare la veridicità di tale affermazione in prima persona. Le sue prove, infatti, sono notevolmente migliorate rispetto ai tempi in cui egli ancora non aveva dichiarato apertamente di essere omosessuale.

Amaechi, invece, ex cestista di Cleveland Cavaliers, Orlando Magic e Utah Jazz tra gli anni Novanta e Duemila, ha detto di essere in costante contatto con molti calciatori gay che tuttavia rifiutano categoricamente l’idea di esporsi in pubblico riguardo all’argomento perché troppo preoccupati da quelle che poi potrebbero essere le reazioni di un mondo tradizionalmente maschilista fino all’eccesso: “Se anche un 1% dell’energia di questi ragazzi al momento è sprecato a causa dello stop che devono imporsi sull’argomento in questione, c’è già una differenza, seppur minima magari, rispetto agli atleti che sono eterosessuali e non devono affrontare situazioni del genere all’interno della propria vita privata”.

 La BBC lanciò tempo fa un sondaggio ai tifosi che vivono in Inghilterra: avreste problemi se un calciatore della vostra squadra dichiarasse apertamente di essere omosessuale?

L’82% degli intervistati ha risposto che non cambierebbe assolutamente nulla. Soltanto l’8% di essi ha espresso un parere nettamente contrario a tale opzione.

Bosworth e Amaechi hanno suggerito ai parlamentari britannici di moltiplicare gli sforzi per permettere al mondo di calcio di accettare l’idea che anche nel proprio campo ci siano atleti gay; un esempio proposto da Amaechi concerne la possibilità di rendere molto più severe le punizioni per gli insulti omofobi nei confronti dei calciatori.

Bosworth, infatti, ha specificato che ”il mondo dell’atletica inglese è stato di enorme supporto nei miei confronti quando ho preso la decisione di fare coming out. Mi sono sentito molto fortunato in tal senso. Nel calcio inglese, e non solo, invece, non mi sembra che le cose vadano allo stesso modo”.

A sostenere la medesima tesi del marciatore, proprio Amaechi: “Conosco tanti calciatori gay che sono sicuri di una cosa: in caso di coming out, andrebbero incontro a grossi problemi con le proprie società. Nel 2017, questo non è accettabile.”

Che sia davvero giunto il momento, anche nel calcio, di un cambiamento epocale?

 

Non chiamatela “Basketball girl”: Quian Hongyan, la nuotatrice

Non chiamatela “Basketball girl”: Quian Hongyan, la nuotatrice

Restare aggrappata alla vita, non voler perdere neanche un attimo della propria esistenza nonostante le immense difficoltà che il destino ti pone davanti come un macigno e alla fine diventare il simbolo di un paese, di una comunità. Qian Hongyan a 4 anni perse gli arti inferiori a causa di un incidente stradale e la famiglia, povera coltivatrice e produttrice cinese di seta, non poté permettersi una sedia a rotelle. Il nonno della bambina, logoro nel vedere la nipote impossibilitata a muoversi, armato di quell’amore che solo i nonni provano, ingegnò un modo per permettere a Qian di essere un minimo autosufficiente: tagliò una palla da basket con la quale la bambina potesse rimbalzare aiutandosi con la spinta delle braccia e tenendo nelle mani dei sostegni di legno. Da quel momento il mondo conobbe la piccola cinese e la sua storia; “Basketball Girl” venne soprannominata, la “ragazza palla da basket” e da allora cominciò anche a frequentare la scuola grazie alle tantissime donazioni che arrivarono per lei ma soprattutto riuscì a recarsi a Pechino per farsi applicare delle gambe artificiali.

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Terminate le scuole elementari ed esauriti anche i fondi arrivatigli, la bambina che si avviava a vivere gli anni dell’adolescenza capì che i genitori non potevano permettersi il proseguo della sua istruzione e decise di scrivere una nuova pagina della propria vita: puntare tutto sullo sport. Venne convinta a provare il nuoto e si iscrisse ad una squadra locale per persone diversamente abili; la “South of the Cloud”, uno dei primi team per disabili. Anche in questa situazione, però, alla porta della giovane cinese bussò il fato avverso: “Sembrava non ci fosse modo di galleggiare, soffocavo sempre”, l’amputazione in un punto così alto del corpo, infatti, le rendeva complicato anche il semplice galleggiamento. La piccola Qian, ormai diventata una ragazza, prese nuovamente la vita di petto e come fatto a 4 anni, armata della sua straordinaria forza d’animo superò anche questo ostacolo.

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Da quel momento per lei arrivarono tantissimi premi e riconoscimenti: nel 2009 al Chinese National Paralympics Swimming Competition, i campionati nazionali cinesi di paralimpiadi del nuoto, vinse una medaglia d’oro e due d’argento. Nel 2011 venne a mancare, proprio a ridosso delle qualificazioni per le Paralimpiadi di Londra, il nonno di Qian che per primo aveva permesso alla nipotina di esplorare il mondo grazie alla sua piccola grande invenzione. In quella occasione riuscì a conquistare solamente la medaglia di bronzo, traguardo che non le permise di entrare nel team diretto alla manifestazione britannica. Ritorna in vasca nel settembre del 2014, durante i Yunnan Provincial Paralympic Games, i giochi paraolimpici dello Yunnan, vincendo la finale dei 100 metri rana ed entrando sempre più nei cuori delle persone di tutto il mondo. Una lottatrice, una guerriera e non più “Basketball girl” ma semplicemente Qian… la nuotatrice.

Roger Federer e il suo punto più importante

Roger Federer e il suo punto più importante

Campione dentro e fuori dal campo. Banale. Scontato. Ma quanto mai vero.

Parliamo di Roger Federer, a detta di molti, il più grande giocatore di tennis di tutti i tempi. Lo svizzero, continua ad incantare sul rettangolo, sia esso verde, rosso o in cemento e, parallelamente, mostra la sua anima nobile e la sua attenzione per chi, nella vita, è stato meno fortunato di lui. Infatti, Roger è da anni attivo nell’ambito del sociale, soprattutto in quelle regioni in cui l’infanzia è sinonimo di sofferenza e povertà.

Lo svizzero infatti spende parte delle sue vacanze per visitare il Malawi, stato africano dove opera da anni la sua fondazione benefica Federer foundation in collaborazione con Action Aid Malawi e Credit Suisse, per verificare i progressi fatti dal 2011 ad oggi, con un aiuto complessivo di 13 milioni di dollari.

L’attenzione sempre costante da parte di Federer nei confronti degli stati africani più poveri nasce, anche, dalle sue origini sudafricane da parte della madre Linette. Il progetto della Federer foundation, infatti, non riguarda esclusivamente il Malawi, ma interessa anche altri paesi come Botswana, Namibia, South Africa, Zambia, Zimbabwe e la sua terra d’appartenenza, la Svizzera, e migliaia di bambini aiutati. L’obiettivo finale del tennista è quello di arrivare ad 1 milione di giovani sostenuti entro il 2018.

Come già detto, Federer non si limita a firmare un assegno ma partecipa in prima persona agli incontri con migliaia di bambini ed educatori, che impazziscono di fronte al campione del tennis, come quella volta che inaugurò i lavori per costruire 81 scuole materne.

Infinito Roger. Come sempre.

 

Sulla Strada, lontano dalla strada: l’importanza del Futbol Callejero in Sudamerica

Sulla Strada, lontano dalla strada: l’importanza del Futbol Callejero in Sudamerica

Il calcio rinasce ogni volta, in ogni parte del mondo, quando un bambino ci gioca, per strada, con porte improvvisate.

Il calcio di strada è il calcio di tutti, il calcio per tutti.

 E tanti campioni, piccoli o grandi, sulla strada sono cresciuti.

 In tutto il Sud America ma soprattutto in Argentina il futbol callejero è una religione.

Ovunque per le strade rotola un pallone.

Paso del Rey è una città come tante fra quelle della Grande Buenos Aires. Case basse, vie strette e il calcio come via di fuga dalla violenza di tutti i giorni.

A Paso del Rey, nel 1994, nasceva il Club Defensores del Chaco, ma i ragazzi di strada preferivano rimanere sulla strada a giocare.

Fabiàn Ferraro allora ebbe un’idea. Trasformare il calcio di strada in un mezzo per educare, in uno strumento sociale per aiutare i ragazzi dei quartieri più sfortunati a mediare, a cercare una soluzione alla violenza.

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 Una scelta nata, come lui stesso racconta, dal dolore per la perdita del fratello, ucciso in uno scontro a fuoco.

Nessuno dei ragazzi sceglie di nascere e crescere qui. Dal momento della morte di Eduardo decisi che nessun ragazzo avrebbe dovuto soffrire quello che avevo sofferto io”.

Un percorso lento ma costante che ha portato oggi alla nascita di una vera e propria rete di squadre in tutto il Sud America.

Il Movimiento de Futbol Callejero è oggi presente, oltre che in Argentina, in Brasile, Uruguay, Paraguay, Cile, El Salvador, Ecuador, Costa Rica, Panama, Colombia e Perù, e si sono giocati tornei internazionali, compresa la Coppa del Mondo nel 2014 in Brasile.

Nell’ultimo anno è stato sperimentato anche in Germania, negli Stati Uniti, in Israele e Palestina.

 Le regole sono semplici.

La partita è divisa in tre fasi. Una prima fase dedicata alla decisione delle regole dell’incontro, attraverso il dialogo fra componenti delle squadre.

Una seconda fase di gioco vero e proprio.

Ed infine una terza fase, al termine della partita, di dialogo.

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 Il progetto del Futbol Callejero ha già raggiunto grandi risultati.

In Ecuador ad esempio, grazie anche alla collaborazione del governo statale.

Pablo Castillo era il capo di una delle bande più grandi di Guayaquil. Otto anni fa è entrato nel progetto e oltre ad aver deposto le armi, ha aiutato anche altre bande a farlo. Oggi Pablo è uno dei leader del gruppo” ha raccontato Ferraro.

 Grandi storie ma anche storie di tutti i giorni.

Il calcio di strada ti insegna il rispetto per l’avversario, l’importanza delle regole. Conosci persone e culture diverse e fai amicizia con ragazzi di tutto il mondo” dice Marcelito, uno dei ragazzi coinvolti.

Per essere buoni calciatori di strada bisogna essere soprattutto ottimi cittadini” aggiunge Vodrigo Lugarezi, allenatore della Rede Paulista Futbol de Rua.

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 Ad oggi, secondo i dati del Movimento, circa mezzo milioni di ragazzi e ragazze è coinvolto nel progetto ed i numeri continuano a crescere.

In ogni paese il gioco e i progetti sono diversi e si adattano al contesto che li circonda, ma mantengono sempre la stessa filosofia.

 “Quando ho conosciuto il futbol callejero mi ha stupito il peso della parola in un contesto dove di solito non conta nulla”.

Dalla strada, per la strada, la potenza del dialogo attraverso il calcio.

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