Roger Federer e il suo punto più importante

Roger Federer e il suo punto più importante

Campione dentro e fuori dal campo. Banale. Scontato. Ma quanto mai vero.

Parliamo di Roger Federer, a detta di molti, il più grande giocatore di tennis di tutti i tempi. Lo svizzero, continua ad incantare sul rettangolo, sia esso verde, rosso o in cemento e, parallelamente, mostra la sua anima nobile e la sua attenzione per chi, nella vita, è stato meno fortunato di lui. Infatti, Roger è da anni attivo nell’ambito del sociale, soprattutto in quelle regioni in cui l’infanzia è sinonimo di sofferenza e povertà.

Lo svizzero infatti spende parte delle sue vacanze per visitare il Malawi, stato africano dove opera da anni la sua fondazione benefica Federer foundation in collaborazione con Action Aid Malawi e Credit Suisse, per verificare i progressi fatti dal 2011 ad oggi, con un aiuto complessivo di 13 milioni di dollari.

L’attenzione sempre costante da parte di Federer nei confronti degli stati africani più poveri nasce, anche, dalle sue origini sudafricane da parte della madre Linette. Il progetto della Federer foundation, infatti, non riguarda esclusivamente il Malawi, ma interessa anche altri paesi come Botswana, Namibia, South Africa, Zambia, Zimbabwe e la sua terra d’appartenenza, la Svizzera, e migliaia di bambini aiutati. L’obiettivo finale del tennista è quello di arrivare ad 1 milione di giovani sostenuti entro il 2018.

Come già detto, Federer non si limita a firmare un assegno ma partecipa in prima persona agli incontri con migliaia di bambini ed educatori, che impazziscono di fronte al campione del tennis, come quella volta che inaugurò i lavori per costruire 81 scuole materne.

Infinito Roger. Come sempre.

 

Sulla Strada, lontano dalla strada: l’importanza del Futbol Callejero in Sudamerica

Sulla Strada, lontano dalla strada: l’importanza del Futbol Callejero in Sudamerica

Il calcio rinasce ogni volta, in ogni parte del mondo, quando un bambino ci gioca, per strada, con porte improvvisate.

Il calcio di strada è il calcio di tutti, il calcio per tutti.

 E tanti campioni, piccoli o grandi, sulla strada sono cresciuti.

 In tutto il Sud America ma soprattutto in Argentina il futbol callejero è una religione.

Ovunque per le strade rotola un pallone.

Paso del Rey è una città come tante fra quelle della Grande Buenos Aires. Case basse, vie strette e il calcio come via di fuga dalla violenza di tutti i giorni.

A Paso del Rey, nel 1994, nasceva il Club Defensores del Chaco, ma i ragazzi di strada preferivano rimanere sulla strada a giocare.

Fabiàn Ferraro allora ebbe un’idea. Trasformare il calcio di strada in un mezzo per educare, in uno strumento sociale per aiutare i ragazzi dei quartieri più sfortunati a mediare, a cercare una soluzione alla violenza.

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 Una scelta nata, come lui stesso racconta, dal dolore per la perdita del fratello, ucciso in uno scontro a fuoco.

Nessuno dei ragazzi sceglie di nascere e crescere qui. Dal momento della morte di Eduardo decisi che nessun ragazzo avrebbe dovuto soffrire quello che avevo sofferto io”.

Un percorso lento ma costante che ha portato oggi alla nascita di una vera e propria rete di squadre in tutto il Sud America.

Il Movimiento de Futbol Callejero è oggi presente, oltre che in Argentina, in Brasile, Uruguay, Paraguay, Cile, El Salvador, Ecuador, Costa Rica, Panama, Colombia e Perù, e si sono giocati tornei internazionali, compresa la Coppa del Mondo nel 2014 in Brasile.

Nell’ultimo anno è stato sperimentato anche in Germania, negli Stati Uniti, in Israele e Palestina.

 Le regole sono semplici.

La partita è divisa in tre fasi. Una prima fase dedicata alla decisione delle regole dell’incontro, attraverso il dialogo fra componenti delle squadre.

Una seconda fase di gioco vero e proprio.

Ed infine una terza fase, al termine della partita, di dialogo.

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 Il progetto del Futbol Callejero ha già raggiunto grandi risultati.

In Ecuador ad esempio, grazie anche alla collaborazione del governo statale.

Pablo Castillo era il capo di una delle bande più grandi di Guayaquil. Otto anni fa è entrato nel progetto e oltre ad aver deposto le armi, ha aiutato anche altre bande a farlo. Oggi Pablo è uno dei leader del gruppo” ha raccontato Ferraro.

 Grandi storie ma anche storie di tutti i giorni.

Il calcio di strada ti insegna il rispetto per l’avversario, l’importanza delle regole. Conosci persone e culture diverse e fai amicizia con ragazzi di tutto il mondo” dice Marcelito, uno dei ragazzi coinvolti.

Per essere buoni calciatori di strada bisogna essere soprattutto ottimi cittadini” aggiunge Vodrigo Lugarezi, allenatore della Rede Paulista Futbol de Rua.

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 Ad oggi, secondo i dati del Movimento, circa mezzo milioni di ragazzi e ragazze è coinvolto nel progetto ed i numeri continuano a crescere.

In ogni paese il gioco e i progetti sono diversi e si adattano al contesto che li circonda, ma mantengono sempre la stessa filosofia.

 “Quando ho conosciuto il futbol callejero mi ha stupito il peso della parola in un contesto dove di solito non conta nulla”.

Dalla strada, per la strada, la potenza del dialogo attraverso il calcio.

Una raccolta da non perdere se sei pazzo di Holly e Benji

Una raccolta da non perdere se sei pazzo di Holly e Benji

Che campioni Holly e Benjii. Li ricordate? Due veri fenomeni del calcio,  eroi del cartone animato tra i più seguiti negli anni 90.

Holly Hutton è un predestinato, uno straordinario supereroe del calcio. Segna una valanga di gol, il pallone è il suo migliore amico. Dribbling, assist e giocate acrobatiche per la Newppy e in seguito la per New Team. Holly ha la capacità di trasformare una squadra di medio livello in una delle forze più potenti del campionato giovanile.

E poi c’è Benji Price, che incontra Holly per la prima volta a dodici anni. Ha un sogno nel cassetto da realizzare: diventare il più grande portiere al mondo. Come Hutton è un vero fenomeno. Para qualsiasi tiro, subisce pochissimi gol: insomma un vero muro. Con il suo carisma sostiene i compagni anche nei momenti più delicati e difficili. Coi piedi ci sa fare e nella memoria dei fan resta impressa l’epica ed infinita cavalcata dalla sua porta verso quella avversaria, con un tiro finale straordinario.

Le scintille del primo incontro con Holly si trasformano presto in una vera amicizia. Il resto è storia.

Sono veramente tante le emozioni che hanno regalato questi due personaggi. Holly e Benji restano amatissimi ancora oggi, nonostante siano passati parecchi anni dal loro approdo in tv.

Per questo motivo, probabilmente, Corriere dello Sport-Stadio e Tuttosport hanno deciso di celebrarli riproponendo in edicola una raccolta che i veri fan del cartone animato non si lasceranno scappare.

Si tratta di 28 Action Figures con un piano editoriale completamente rinnovato rispetto alla passata edizione del 2015.

Holly Hutton, Benji Price, Mark Lenders e molti altri. I protagonisti della serie usciranno in edicola, anche con la prestigiosa collaborazione del Gruppo Mondadori.

La reazione dei fan è stata talmente forte da attirare l’attenzione di altre grandi realtà editoriali italiane, come Tv Sorrisi e Canzoni e Panorama, che si sono proposti come partner dell’iniziativa.

Le statuine dei nostri idoli di infanzia ariveranno in edicola ogni settimana con un personaggio diverso.

Il primo, ovviamente, è Holly Hutton. Poi sarà il turno del mitico Benji Price.

Una raccolta da non perdere per chi ama follemente Holly e Benji.

Claudia Peroni: “Formula 1? Stravolta e più dura. Ferrari? Punto di riferimento. Crediamoci”

Claudia Peroni: “Formula 1? Stravolta e più dura. Ferrari? Punto di riferimento. Crediamoci”

Abbiamo intervistato la giornalista sportiva Claudia Peroni, volto storico di Mediaset e massima esperta di motori, per parlare del Campionato di Formula 1, al via a Melbourne con il primo Gran Premio della stagione

Una F1 più veloce di qualche secondo al giro (almeno queste sembrano le previsioni al momento con le nuove regole) stresserà ancora di più le power unit favorendo motori tipicamente meno performanti ma più longevi come i Ferrari rispetto ai Mercedes.

Hai centrato nel segno. Oggi si parlava come ultimissima considerazione fatta dei tecnici, del fatto che ci potrebbero essere difficoltà anche per i consumi, perché grazie alle gomme più larghe c’è una maggiore aderenza, quindi si può uscire più forte in curva, prendendo punti di staccata differenti rispetto a quelli precedenti, e quindi si può andare più veloci, come si è già ampiamente visto. E di conseguenza si consuma di più, questo per darti l’idea di come anche le power unit vengano sollecitate di più, perché se c’è più potenza c’è più velocità, e quindi le power unit sono più a rischio. È una F1 sicuramente stravolta, rivista, evoluta, prima di tutto proprio dal punto di vista della potenza e della velocità. Una F1 bella, almeno per me che la ritengo anche banco di prova per le auto da produzione, ma soprattutto anche perché è la formula più importante, più esasperata, ed è giusto che vada più forte, come già si è visto nei test.

In base alla tua esperienza, pensi davvero che la Mercedes nei test abbia schierato una ‘toy car’?

Indubbiamente, non ti dico che alla Mercedes si siano nascosti, ma indubbiamente non hanno svelato tutto il proprio potenziale. Quello lo vedremo solo nel Mondiale. IO non credo che ci saranno stravolgimenti tali da definire quella usata nei test una ‘toy car’, però il passo è lungo. Ci sono delle differenze sostanziali rispetto alla Ferrari, e questo la dice lunga. Vuol dire che la Mercedes ha preso una strada, e la Ferrari un’altra, 2 direzioni totalmente differenti, e questo è anche bello, perché ora vedremo a chi le gare daranno ragione. Ma non credo che la Mercedes che vedremo in gara sarà molto diversa da quella vista nei test.

E la McLaren quante possibilità ha di recuperare durante la stagione?

La vedo dura. Mi dispiace per Fernando, perché sono una sua grande sostenitrice, però non ci sono molte speranze. È ancora molto indietro la macchina, il motore anche, non ne riescono davvero a venire a capo. Credo sia rimasto sorpreso lo stesso Fernando, quest’anno si aspettava finalmente di partire col piede giusto, invece è ancora tutto da iniziare, tutto punto e a capo. Alonso ci ha messo molto del suo, della sua  esperienza, ma a quanto pare c’è ancora tanto da fare.

Con tutti questi cambiamenti, varia anche l’importanza della preparazione atletica di un pilota?

Si, sarà una F1 che metterà a dura prova i piloti. Lo stesso Hamilton ha dovuto iniziare una nuova disciplina thailandese, un misto tra thai e box, proprio perché bisogna allenarsi molto bene. Lui stesso ha detto che non si è mai allenato così bene durante l’inverno quanto per questa ragione. E questo è significativo, se lo dice un 3 volte campione del mondo…

La carica dei neopatentati diciottenni alla guida è per te uno sviluppo positivo, o l’esperienza conta ancora di più dell’esuberanza quando si tratta di formula uno?

Beh, Verstappen l’anno scorso ha zittito tutti, perché ha fatto una grande stagione. Anche se mi sembra di capire che la FIAT stia un po’ mettendo in discussione questa sua tecnica nei sorpassi, con cambi di traiettoria al limite del regolamento. Credo che tanti giovani hanno dimostrato di saperci fare. Anche il nostro giovane Antonio Giovinazzi è un pilota da supportare che secondo me merita tantissimo, sta dimostrando di aver meritato il ruolo di terzo pilota Ferrari, di essere salito sulla Sauber, e di aver fatto bene anche lì, perché oltre il piede ha anche la testa. Insomma, i giovani di oggi evidentemente sono cresciuti anzitempo, senza nulla togliere i veterani, che hanno un’esperienza che in Formula 1 conta tantissimo, anche per conoscenza dei circuiti. Però  abbiamo avuto la riprova che ci sono tanti piloti giovanissimi di altissimo livello.

Come hai detto tu, abbiamo sotto gli occhi tutti le prestazione di Verstappen la stagione passata. Credi che talentuoso 19enne belga sia pronto per il definitivo salto di qualità?

Guarda, dietro la Red Bull non dimentichiamoci che c’è sempre Adrian Newey. Qualcuno ha detto che la Red Bull si è anche un po’ nascosta durante i test, e ci può stare. Io credo che ad oggi la lotta sia più tra Ferrari e Mercedes, ma Verstappen può fare la differenza, perché ha grande talento, senza nulla togliere a Ricciardo, e quindi potrà inserirsi spesso e volentieri per la lotta al vertice.

I tuoi 3 candidati per la vittoria finale?

Hamilton, Vettel e se la Ferrari va veramente forte anche Raikkonen lo vedo bene, perché questa Ferrari è nelle sue corde, nel suo DNA, poi lui è a fine e quindi ci può stare che faccia una grande stagione. Però senza dimenticare anche Verstappen, senza escludere Ricciardo. Nell’ordine, Vettel-Hamilton o Hamilton-Vettel, sull’ordine sono un po’ indecisa, e poi a seguire gli altri.

La sorpresa?

Giovani che possano fare dei grandi exploit non ne vedo. Forse Bottas, se vogliamo definirlo giovane, è uno che potrà regalare sorprese, anche perché guida una Mercedes.

La Ferrari tornerà davvero competitiva per il titolo, così come non è stata nell’ultimo anno?

Assolutamente si, è tornata ad andare forte. Finalmente ci aggiungo io. Vettel ha dichiarato che questa è la Ferrari migliore che lui ha guidato fino ad ora. Indubbiamente questo stravolgimento che c’è stato all’interno, con questa nuova organizzazione orizzontale, sta dando i suoi buoni risultati, come si è potuto vedere nei test, che però possono mentire, come l’anno scorso, quando a buoni test non sono susseguite buone prestazioni in gara. Però quest’anno le cose sono decisamente cambiate, e io credo che quanto di buono abbia fatto vedere la Ferrari verrà confermato anche in gara. Per cui credo che quest’anno la Ferrari sia, se non la macchina da battere, un punto di riferimento importante. E questo a detta di tutti, perfino di Hamilton.

Dove può arrivare Giovinazzi, 24enne in rampa di lancio della Ferrari la prossima stagione?

Secondo me ha tanto potenziale. L’anno scorso in GP2 già ha dimostrato, poi si è un po’ perso nell’ultima gara, vittima anche dell’emozione. Deve migliorare un po’ sotto questo punto di vista, essere un po’ più solido, ma io credo molto in lui, e sono molto positiva in tal senso.

Un pensiero finale sul ritiro del tutto inaspettato di Rosberg

Io ho pensato tantissimo a Nico, perché si è rivelato davvero un grande uomo, una bella persona. Un grandissimo, di cuore, di generosità. Di altruismo, perché lui ha detto che si vuole dedicare alle persone che sono state meno fortunate di lui, fare volontariato, partecipare ad eventi benefici. Trovo sia bellissimo quello che lui si è proposto di fare. Io reputo che lui sia appagato dal punto di vista sportivo, in più si sta costruendo una famiglia. Secondo me ha fatto bene, perché non bisogna perdere di vista la realtà della vita, e la F1 è molto lontana della realtà.

Crazy Boy, ecco perchè Diawara è miglior centrocampista del Napoli

Crazy Boy, ecco perchè Diawara è miglior centrocampista del Napoli

Nel gioco di Maurizio Sarri c’è un una pedina insostituibile, capace di mediare fra gli inserimenti di Hamsik e la sostanza di Allan, sicuramente meno estroso di Jorginho ma più agile di Zielinski, simile fisicamente a Marko Rog ma capace di stregare Maurizio Sarri prima di tutti gli altri. Già, perché il centrocampista guineano porta con sé 17 anni di talento e 24 presenze con la maglia azzurra; difficile che il tecnico toscano faccia affidamento fin da subito sui nuovi talenti che porta sotto il Vesuvio, ne sono una prova i pochi minuti concessi proprio al campioncino Rog oppure a un difensore pregiato quale Lorenzo Tonelli, decisivo contro Sampdoria e Pescara ma quasi mai chiamato in causa dal tecnico aretino.

Le statistiche parlano chiaro, Diawara è il miglior centrocampista azzurro per qualità e precisione nei passaggi – porta a casa una percentuale positiva dell’89.6% -, secondo solamente a 3/4 del reparto difensivo azzurro, che con Koulibaly, Chiriches, Maksimovic e Strinic supera il 90%.

Che Amadou Diawara sia affidabile è ormai un dato di fatto, la gara di andata contro il Real Madrid lo ha messo a nudo: l’ex giocatore del Bologna si è mosso con una disinvoltura tipica del fuoriclasse, senza sbagliare passaggi chiave che hanno permesso proprio al suo Napoli di sognare per una manciata di minuti.

Tralasciando la brutta parentesi del suo addio ai colori rossoblù, scelta o ‘capriccio’ che ha gettato non pochi commenti negativi su un giovane ritenuto da molti ancora acerbo, oggi il 19enne sta dimostrando a tutti di valere per davvero 15 milioni.

Se le migliori squadre d’Europa gli strizzano l’occhio, sul campo Diawara ferma il tempo, i suoi tocchi precisi e ben calibrati sono come spinaci per il centrocampo del Napoli, che non manca certo di forza ma deve mantenersi in equilibrio per sorreggere le scorribande del ‘trio delle meraviglie’.

Insomma, se davvero Aurelio De Laurentiis sta cercando di formare una squadra che possa sbaragliare la concorrenza in Italia ed espugnare campi illustri in Europa, il centrocampo deve essere un punto di partenza, forse anche più importante delle reti di Mertens e dei movimenti intelligenti firmati Callejon.

Il Barcellona ce lo ha insegnato, costruendo i migliori anni e le vittorie più pregiate proprio sul trio Xavi-Iniesta-Busquets, tanto invisibile quanto inimitabile.

Insomma, le due domande che tutti dovremmo porci sono sulla forza del centrocampo azzurro e sul futuro del Napoli. Diawara e il futuro del Napoli: Diawara è il futuro del Napoli.

Fabio Aru: “Giro, che emozione la partenza in Sardegna. Nibali? Siamo amici ma non ci risparmieremo”

Fabio Aru: “Giro, che emozione la partenza in Sardegna. Nibali? Siamo amici ma non ci risparmieremo”

Ci sono atleti in questo meraviglioso sport chiamato ciclismo che ti conquistano dal primo istante, con un gesto, un sorriso, una smorfia di fatica o un’impresa a braccia alzate che ti emoziona scaldando il cuore, e Fabio Aru fa parte proprio di questa categoria. Un predestinato, un duro che lavora sodo sin da dilettante per arrivare lontano, l’uomo che stavamo aspettando per continuare a competere per vincere nelle grandi corse a tappe che, mai come quest’anno, si tingono di rosa col centenario della kermesse più amata del Belpaese. E’ il suo primo anno da leader maximo dell’Astana che ha perso Nibali, emigrato nella nuova formazione araba Bahrein Merida, ed è inutile nascondere che la corsa rosa sia l’obiettivo principale di Fabio, atteso il riscatto dopo un 2016 difficile. Lo Abbiamo incontrato, al termine di una sfortunata Tirreno Adriatico, pronto a ripartire per raggiungere la condizione ottimale.

Buongiorno Fabio e bentornato al Giro. Partiamo dalle sensazioni post Tirreno Adriatico, una brutta tracheobronchite ti ha costretto al ritiro. Come stai?

Si, purtroppo la bronchite ha segnato negativamente la mia Tirreno e mi è dispiaciuto davvero tanto lasciare la corsa, per i miei compagni e i miei tifosi. Ora sono sulla via della guarigione.

Edizione speciale del Centenario, e si parte dalla “tua” Sardegna. Una grande emozione al via per te?

La partenza dalla mia Sardegna del Giro del Centenario è davvero una bella cosa. Non potevo non essere al via per quella che rimarrà certamente un’edizione storica della Corsa Rosa. E poi, pensare che con i miei risultati possa aver contribuito almeno in parte a questa Grande Partenza dalla mia Isola, mi inorgoglisce tanto.

L’Aru che torna al Giro dopo i due podi del 2014 e 2015 e un 2016 difficile è un atleta diverso? In che cosa l’esperienza del Tour ti ha cambiato?

Di certo le esperienze ti segnano e ti fanno crescere. Tanto più le sconfitte, da cui si impara molto di più che dalle vittorie. Ma non credo di essere un atleta diverso: l’esperienza al Tour dello scorso anno è stata molto utile sotto tanti aspetti e ci tornerò presto per provare a fare bene.

Domanda d’obbligo visto che l’Italia si è sempre nutrita di grandi rivalità del pedale. Quest’anno affronti Vincenzo per la prima volta da avversario. Che effetto ti fa?

Ci siamo già affrontati ad Abu Dhabi, alla Strade Bianche e alla Tirreno, finchè non mi sono dovuto ritirare. Lo sanno tutti, con Vincenzo abbiamo un bel rapporto di amicizia e ci vediamo anche fuori dalle corse. Da quest’anno corriamo in due squadre diverse e in corsa saremo avversari e non ci risparmieremo.

Il lotto dei pretendenti e il più competitivo degli ultimi anni, oltre a Vincenzo e il ritorno di Quintana ci sono Landa, Pinot e tanti possibili outsider. Il percorso si addice alle tue caratteristiche?

Il lotto dei pretendenti alla vittoria finale è davvero incredibile, credo che, senza esagerare, ci saranno una quindicina di atleti in grado di fare molto bene in classifica per cui la sfida sarà molto aperta. Il percorso è difficile e ci sono anche due cronometro che non agevolano gli scalatori come me, credo però che ci sarà da lottare ogni giorno.

Torniamo alle origini: quando hai iniziato a pedalare e hai capito che questa potesse essere la tua vita? Aru si nasce o si diventa col lavoro?

Ho iniziato a pedalare abbastanza tardi, con la mountain bike. Vicino a casa mia ci sono tanti percorsi per fare fuori strada. Prima di allora avevo giocato a calcio e a tennis, con scarsi risultati, in tutta onestà. Dopo la MTB ho provato con il ciclocross e poi sono passato alla bici da strada. Quando ho firmato il mio primo contratto da professionista ho pensato che la bici potesse diventare il mio lavoro. Aru si nasce ma poi è la dedizione per il lavoro che ti fa vincere le corse.

Tu e Vincenzo siete i simboli puliti della rinascita di questo sport che sta vincendo la sua battaglia contro il doping. Ne siamo usciti definitivamente o ci sono ancora in giro avvoltoi che speculano sulla salute dei ragazzi? Quanto è importante a livello giovanile diffondere i valori sani dello sport?

Mi fa piacere che io e Vincenzo veniamo identificati in questo modo… è giusto però dire che ci sono tanti ragazzi che fanno onestamente il mestiere. Credo fermamente che continuare a diffondere a livello giovanile la cultura sana dello sport sia il modo migliore per far rinascere questo bellissimo sport.

Il tuo team crede fortemente in te e nelle tue potenzialità. Senti questa pressione addosso ora che sei il leader unico? La squadra che ti affiancherà al Giro è già decisa o ci state lavorando ancora? Quali saranno i tuoi fedelissimi?

Si, la mia squadra crede tanto in me e ne sono fiero. Non sento particolarmente la pressione da fuori perché io caratterialmente, chiedo sempre molto a me stesso e quindi essere il leader unico è solo una conferma del fatto che devo fare bene, per me e per tutti i miei compagni e tifosi. La squadra è quasi decisa ma saranno, come è giusto che sia, i direttori sportivi ad avere l’ultima parola.

I tuoi fans, ne hai tantissimi che accorreranno in massa lungo le strade in ogni tappa. In quali dovranno aspettarti per la grande impresa? 

Beh è difficile indicare una tappa in particolare. Di certo immagino che saranno in tantissimi nei primi giorni in Sardegna e io spero di riuscire a farli divertire, sia quelli che verranno sulla strada che quelli che mi seguiranno davanti alla tv… le tappe di montagna, lo sapete, sono il mio pane.

Per chiudere un tuo commento e un doveroso omaggio alla nostra cara Italia: quest’anno il percorso attraverserà lo stivale portandoci per mano attraverso le meraviglie uniche del BelPaese, grazie anche all’eccezionale sforzo di Mamma Rai. Un motivo di orgoglio per te e per tutti noi in un momento storico non particolarmente felice? 

Sì è vero, il momento storico ed economico non è tra i migliori ma io credo che dalle eccellenze della nostra Italia si possa ripartire alla grande. Il Giro d’Italia e la Rai sono tra queste ed io sono onorato di far parte di questo grandissimo evento.

Come corre Kluivert jr.: non è ancora maggiorenne e ha battuto il record di papà Patrick

Come corre Kluivert jr.: non è ancora maggiorenne e ha battuto il record di papà Patrick

Ti chiami Justin e sei un giovane di successo: in tanti potrebbero pensare a Bieber, il cantautore, musicista e attore canadese che nel 2009 ha vinto il disco di platino con My World e oggi, a soli 23 anni, fa innamorare decine di ragazzine. Invece in Olanda oggi Justin fa rima con Kluivert, che rispetto al suo omonimo famoso grazie alla musica ha ben cinque anni in meno e di pesante, oltre alla capacità di incidere sulle partite, ha anche il cognome: suo papà è infatti Patrick, oggi direttore sportivo del Paris Saint Germain ma in carriera centravanti capace di vincere due campionati, due Supercoppe nazionali, una Champions League, una Supercoppa europea e una Coppa Intercontinentale con l’Ajax, un campionato con il Psv Eindhoven e una Liga con il Barcellona. Dai “Lancieri” ha avuto il via anche la carriera di suo figlio: nato il 5 maggio 1999, fisico meno possente e passo più svelto di papà, Justin in campo è un ficcante esterno offensivo e nel weekend ha realizzato la rete del pareggio, 1-1, che la squadra allenata da Peter Bosz ha ottenuto sul campo dell’ Excelsior. Un gol che permette a Kluivert jr. di battere in precocità il padre avendo segnato il suo primo gol in Eredivisie a 17 anni e 318 giorni contro i 18 anni e 58 giorni del primo ‘centro’ di papà Patrick.

Cesare e Paolo Maldini, i portieri danesi Peter e Kasper Schmeichel e gli Zidane, con papà Zinedine che allena il Real Madrid e il figlio Enzo pronto a sbocciare dal settore giovanile. I casi di “eredità” calcistica in Europa non sono rari. Ma l’Olanda resta la patria dei figli d’arte. La linea di successione dei Kluivert non è certo un inedito in casa Ajax: prima di loro c’erano stati già tre casi nella storia ultracentenaria del club. A precederli erano stati Johan e Jordi Cruijff, ma anche Danny e Daley Blind, quest’ultimo oggi in forza al Manchester United. A casa Justin è stato festeggiato da tutti, ma di fatto è già detentore di un record: fino alla scorsa domenica in casa la data cerchiata in rosso sul calendario era infatti quella del 21 agosto 1994. Ad Amsterdam si giocava la Supercoppa d’Olanda tra Ajax e Feyenoord: a vincere era stata la squadra di Amsterdam, anche grazie alla rete di un ragazzino appena maggiorenne che esordiva quel giorno in prima squadra. Appunto, Patrick Kluivert, uno che in un settore giovanile che in quel periodo sfornava talenti a ripetizione veniva paragonato a Marco Van Basten e che ben presto si sarebbe impadronito della maglia numero 9 in una rosa che poteva fare affidamento su Litmanen, Finidi, Blind, i gemelli de Boer, Rijkaard e Van der Sar. Quel giorno Patrick segnò dopo 25 minuti il gol del 3-0. E la stessa cosa fece anche una settimana dopo, all’esordio in Eredevisie, in Ajax-Waalwijk: vittoria per 3-1, e altro gol di Patrick. L’anno dopo, poi decise la finale di Champions League contro il Milan, maglia che avrebbe vestito di lì a poco. Tutto “cancellato”, potrebbe scherzare Justin: grazie a un tap in a porta vuota ha riportato in quota il club di Amsterdam sul campo dell’Excelsior, passato in vantaggio pochi minuti prima grazie a un’autorete di Tete.

E’ stata un’ascesa rapida, quella di Justin: appena due mesi prima, il 15 gennaio, aveva esordito in Eredivisie dopo aver impressionato il suo allenatore Bosz nel ritiro di Alcantarilha, a pochi chilometri dall’Oceano Atlantico. Due amichevoli nella settimana di preparazione vissuta in Portogallo dal 2 all’8 gennaio, pochi giorni ed ecco il battesimo con i “senior”: in casa dello Zwolle, Justin aveva contribuito a sbloccare un match ostico iniziando l’azione del vantaggio firmato dal dischetto da Schöne. “Il giorno” lo aveva definito senza mezzi termini papà Patrick su Instagram. E’ quasi un legame doppio, quello con Tete: il 17 febbraio Kluivert jr. aveva esordito anche in Europa League contro il Legia Varsavia. Una nottata breve ma comunque indimenticabile: era entrato in campo al 73′, esce all’86’ dopo l’espulsione del difensore olandese di origini mozambicane e indonesiane. Perché di raccomandazione all’Amsterdam Arena non c’è davvero l’aria. Che ti chiami Kluivert o meno. Intanto lui pensa solo a correre, con quel 45 sulle spalle. Già nel 2016 aveva lasciato il segno con la seconda squadra dei Lancieri: contro la squadra giovanile del Feyenoord aveva lasciato tutti a bocca aperta con un gol che aveva fatto il giro del mondo. Slalom in mezzo a quattro avversari e palla all’angolino. Ma già nel 2015, quando Justin aveva ancora 16 anni, su di lui aveva messo gli occhi il Manchester United di Van Gaal (che lanciò il padre). A denti stretti lui ha già ammesso il suo sogno nel cassetto: “Da grande mi vedo al Barcellona, come mio padre”. Ma chissà che per Kluivert jr. non ci sia già un futuro in programma a Parigi…

Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

Da un passo dal baratro alla rinascita nell’abbraccio dei propri tifosi, tra le realtà europee che meglio hanno saputo concretizzare il concetto di partecipazione attiva e di ‘Club della comunità’ c’è il Portsmouth FC, sprofondato nel 2013 nella League Two a seguito di due anni di amministrazione controllata, viene salvato dal fallimento solo dall’intervento risolutivo dei tifosi che lo hanno ricondotto su binari sostenibili e sopratutto al centro della comunità.

Dopo diversi anni nelle categorie professionistiche nel 2003 il club centra una storica promozione in Premier League, a seguito dei primi anni in lotta per non retrocedere la società entra nel mirino di speculatori stranieri, arrivano campioni ma il conto delle spese non tarderà ad arrivare, si alternano quattro proprietà, Alexandre Gaydamak, Ali al-FarajBalram Chainrai e Vladimir Antonov che lasceranno un segno unico, il dissesto economico totale. Nessun investimento nei settori giovanili, cessione di strutture utili, a cui si accompagna l’incuria sulla manutenzione dello stadio che costerà al club la riduzione della capienza autorizzata.

Dopo aver vinto nel 2008 la FA Cup, e raggiunto l’anno precedente una storica qualificazione alla UEFA Europa League, l’apice dei successi negli anni recenti, la gestione spregiudicata e l’accumulo di una ingente quantità di debiti, contratti nell’alternarsi di loschi avventurieri stranieri alla guida, che nel tempo hanno scorporato diversi asset(tra cui lo stadio) per far fronte alle scadenze, segnano l’inizio della caduta.

La società finisce in amministrazione controllata prima nel 2009, debiti per oltre 100 milioni di sterline, ma il fallimento è scongiurato dalla ristrutturazione con i creditori tramite un accordo volontario e dal cambio di proprietà. Quindi nel 2011, di nuovo, ammonta a quasi 60 milioni l’esposizione e viene aperta la procedura per tasse con l’erario non pagate, anticamera della procedura fallimentare. Questa volta la tifoseria, esasperata dalla situazione precaria durata anni, inizia un braccio di ferro con la proprietà del club. Le società collegate a Vladimir Antonov figurano tra i principali creditori, nel frattempo il lituano finisce al anche centro di un mandato di cattura internazionale per bancarotta e successivamente viene arrestato, la situazione appare disperata ma il gruppo di tifosi si presenta come unico interlocutore credibile per rilevare il Portsmouth FC.

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L’acquisizione viene guidata dal Pompey Supporters Trust(PST), associazione di tifosi aperta e democratica, una testa un voto, nata all’indomani della prima ristrutturazione del debito del 2009, che inizia a raccogliere le risorse per presentare un’offerta credibile. In migliaia aderiscono all’iniziativa e il collettivo riesce a coinvolgere un gruppo di imprenditori locali, undici ”Presidents” , che partecipano attivamente alla campagna di salvataggio del club. Dopo una lunga trattativa la società viene ceduta per circa 4 milioni di sterline, ereditando circa 10 milioni di debiti ma riuscendo a mantenere negli asset lo stadio, a finanziare l’acquisizione interviene anche l’amministrazione locale con un prestito di 1 milione di sterline concesso al PST e rimborsato poco dopo il completamente dell’acquisizione. Nell’Aprile 2013 il club può considerarsi salvo, completato il più grande salvataggio da parte di un’associazione di tifosi nel Regno Unito, consacrato nel 2014 con la consegna al collettivo di premio civico conferito dall’amministrazione comunale per la grande impresa e per l’opera di ristrutturazione societaria caratterizzata da una rinnovata e forte presenza nella comunità.

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Il PST assume il controllo del 52% della società, con il restante ai Presidents, riparte dalla League Two con un nuovo spirito, e con la spinta di una intera comunità riuscirà in poco più di un anno ad abbattere i debiti ereditati dal salvataggio e a impostare l’intera gestione su una base sostenibile e orientata ad una solida programmazione del proprio futuro. In questi quasi quattro anni i principali investimenti sono andati a rinforzare l’intera struttura societaria: interventi sullo stadio, settore giovanile e campi di allenamento, scegliendo saggiamente di non lanciare l’ennesima rincorsa spregiudicata verso il ”calcio che conta’ ma di gettare basi solide per non mettere nuovamente a rischio il proprio futuro, mettendo in secondo piano l’investimento sportivo che, sebbene il club abbia sempre schierato formazioni competitive per la promozione, raggiungendo in una occasione la finale play-off, è rimasto inchiodato nella quarta divisione.

Dal 2013 ad oggi la quota dell’associazione di tifosi è scesa sotto la maggioranza assoluta, poco più del 48%, per effetto degli investimenti diretti negli interventi allo stadio Fratton Park operati a carico dei Presidents, necessari alla messa in sicurezza di alcune aree lasciate senza manutenzione negli anni della crisi per recuperare parte della capienza dell’impianto. Nonostante ciò la comunità d’intenti e la sinergia con gli imprenditori locali hanno creato un ottimo clima di cooperazione, un Community Club a tutti gli effetti, e il pubblico non ha mai fatto mancare il proprio supporto.

Al match inaugurale sotto il controllo dei tifosi in League Two si presentano in 18.000, oltre 10.000 gli abbonati, allo stadio nel corso delle stagioni una media 16.000 spettatori per partita e fuori dal campo si sviluppa una grande partecipazione alla vita del club. Dalle piccole iniziative lanciate dalla società con il percorso partecipato per progettare gli interventi allo stadio, in prima linea per il ritorno degli spalti in piedi, e nel restyle del logo verso quello tradizionale, ai contest per scegliere le divise ufficiali aperti a tutta la tifoseria, fino agli impegni veri nelle diverse raccolte fondi lanciate per finanziare lo sviluppo della società.

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Dopo la partecipazione con oltre 2 milioni al piano di salvataggio la comunità locale ha finanziato il progetto da circa 500.000 sterline complessive per i campi di allenamento delle giovanili con 270.000 raccolte con una campagna di crowdfunding fatta di piccole donazioni, ed il restante con un piano di azionariato popolare. Per entrambe le occasioni la società ha deciso di omaggiare i partecipanti con delle targhe celebrative affisse sui due ”Wall of Fame” realizzati uno nell’area dei campi di allenamento e l’altro sulla parete esterna della North Stand del Fratton Park.

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Impegno che non si è esaurito solo nello sviluppo del club, oltre all’impareggiabile e costante attività dei volontari, sotto la guida del PST la società sta sviluppando un forte radicamento territoriale rientrando in molteplici progetti di promozione sociale. Recentemente con circa 100.000 sterline raccolte con le attività del progetto ‘Pompey in the Community’, per la promozione dello sport, dell’inclusione e di programmi dedicati ai disabili, con cui ha coinvolto oltre 30.000 persone, ha ricevuto un importante riconoscimento nell’ambito dei ‘English Football League Awards 2017’ con l’assegnazione del South West & Wales Checkatrade Community Club of the Year”, entrando nei finalisti per l’award nazionale.

Parallelamente anche l’associazione di tifosi guarda al futuro, cosciente della propria responsabilità alla guida del club e della necessità di proseguire nel sostegno della società, il gruppo ha dato vita a diverse iniziative per far crescere la forza e l’incisività delle attività sul territorio. Tra le più rilevanti la ‘Pompey Lottery”, attiva dal 2014, e una linea di merchandising griffata PST i cui ricavi vanno a finanziare direttamente il settore giovanile. Lo scorso anno è stato lanciato anche un interessante programma di introduzione dei giovani tifosi nella vita associativa e organizzativa con la partecipazione nel PST Next Generations, dedicato agli under 25. Un Supporters’ Trust in formato junior costituito per fornire una soluzione utile ad un percorso formativo dei ragazzi che rappresentano il futuro, non solo del Portsmouth FC, ma anche dell’associazione, destinata a svolgere un ruolo talmente centrale della vita della società da richiedere un necessario percorso dedicato alla formazione dei giovani per comprendere le dinamiche ed apprendere sul campo l’entità dell’impegno.

I risultati sul campo presto o tardi arriveranno ma a Portsmouth ha ripreso a battere un grande cuore, un Community Club vero, esempio e ispirazione per chi crede che un altro calcio sia possibile!

Fernando Alonso: quale futuro per il Samurai della F1?

Fernando Alonso: quale futuro per il Samurai della F1?

Che ne sarà di lui? Sportivi e addetti ai lavori s’interrogano sul futuro a medio-breve termine di Fernando Alonso, alle prese forse col momento più critico della sua carriera in F1. La nuova McLaren è stata la delusione dei test di Barcellona, spedendo segnali più di fumo che di speranza in previsione della nuova stagione con le rotture dei propulsori Honda. Il mondiale è alle porte, ma a Woking non sembrano esserci le premesse per un 2017 in grado di garantire il rilancio dopo un biennio di fatiche e delusioni.

Comprensibili quelle del 2015, quando i nipponici rientrarono nel Circus per motorizzare una McLaren che annaspava nei bassifondi rimanendo davanti giusto alla Marussia, accettabili in parte quelle del 2016 perché la vettura, sebbene migliorata, mai è stata competitiva per il podio. Dove, complice anche il nuovo regolamento tecnico, conterebbe di salirvi quest’anno. Il condizionale è quanto mai obbligatorio perché, dopo i test di Montmelò, è alto il rischio di un’altra scalata dell’Himalaya a mani nude. Per la squadra, ma soprattutto per la sua stella, Fernando Alonso, che, prossimo ai trentasei anni, vede messe a dura prova la sua fin qui inappuntabile tenuta psicologica e la sua permanenza in F1.

Combattente nato, cresciuto a pane e adrenalina, il samurai del volante quanto riuscirà a sopportare un altro eventuale campionato nelle retrovie? Eloquenti le recenti parole di Eric Boullier, racing director McLaren: «Fernando è vicino a perdere la pazienza». E stavolta arduo ipotizzare che la critica massima sfoci in qualche suo team radio senza peli sulla lingua, come il «GP2 engine!» esclamato nel 2015 dopo essere stato sorpassato in rettilineo nel gran premio del Giappone, la gara di casa della Honda.

L’asturiano non vince una gara da quattro anni (Spagna ‘13), non sale sul podio da due e mezzo (Ungheria ’14, secondo) e si è giocato il titolo iridato per l’ultima volta nel 2012. Per uno come lui, con la competizione al posto dei globuli rossi e lo sguardo sempre fisso su nuovi obiettivi da raggiungere, la lontananza dalla soddisfazione è come Modena invece che Roma per il commissario Scialoja di Romanzo Criminale o il mattino senza l’odore del napalm per il colonnello Kilgore di Apocalypse Now. Un esilio, una sofferenza, un supplizio. Che non scivola nella depressione grazie a una tenacia fuori dal comune, che gli ha permesso di guardare sempre avanti, fiducioso che un presente fatto anche, e purtroppo, di scosse elettriche e brutti incidenti sarebbe cambiato in meglio. Quando accettò la McLaren, dopo il divorzio dalla Ferrari, questo domani radioso sarebbe dovuto coincidere col 2017. Una previsione che ora però rischia d’infrangersi in una MCL32 dall’aerodinamica valida, ma dalla power unit debole e precaria.

Un nuovo flop aprirebbe inoltre a un quesito di più ampia portata: in F1 ci sarà ancora spazio per il due volte campione del mondo? Il suo contratto con la McLaren scade quest’anno, abbastanza intuibile ciò che accadrà in caso di stagione a pane e cicoria. A quel punto, però, chi nel suo avvenire? Improbabile la Mercedes, Hamilton ha il contratto fino al 2018, idem la Ferrari, che definirà in corso d’opera la nuova coppia (Raikkonen dovrebbe smettere dopo Abu Dhabi). Tra i top team non rimarrebbe dunque che la Red Bull. Ma Alonso accetterebbe l’eventuale sfida generazionale con un Verstappen di sedici anni più giovane?

L’ombra del ritiro forzato, determinato dagli eventi, sembrerebbe quasi ineluttabile e significherebbe dire addio a un pilota che, come ricordato su questa testata la scorsa estate da Giancarlo Minardi (colui che l’ha lanciato nel Circus), è ancora il migliore per le prestazioni in gara, vedi i settanta giri su tempi da qualifica nell’ultimo gran premio d’Ungheria. Una tempra ammirevole, ma anche malinconica se lo si pensa “costretto” a esultare per un quinto posto (Austin) quando invece meriterebbe di stare al vertice. A dicembre, dopo il ritiro di Rosberg, aveva avuto contatti con la Mercedes, ma gli è stato preferito Bottas. Decisione che ha privato le corse di una riscossa emotiva assicurata da un duello tra eminenze della velocità, rivincita della sfida in McLaren del 2007.

Per il momento, conviene quindi sperare che la Honda risolva i suoi problemi e doti la McLaren di un motore degno delle ambizioni di un talento a oggi senza rivali nel portare la monoposto oltre le sue potenzialità. Perché se il samurai dovrà definitivamente riporre la katana, sarà tutta la F1 a fare harakiri.

Jesus Christ Superstar di nuovo in Italia: torna a splendere la stella di Ted Neeley nel ruolo di Gesù con l’opera Rock più amata di tutti i tempi

Jesus Christ Superstar di nuovo in Italia: torna a splendere la stella di Ted Neeley nel ruolo di Gesù con l’opera Rock più amata di tutti i tempi

Dopo gli incredibili successi di pubblico e critica ottenuti a Amsterdam, Den Haag, Antwerpen, Groningen e poi di nuovo Amsterdam, a grande richiesta torna a risplendere in Italia la stella di Jesus Christ Superstar, il musical firmato da Massimo Romeo Piparo e prodotto dalla PeepArrow Entertainment, con l’interpretazione del grandissimo Ted Neeley nel ruolo di Gesù. Al sensazionale e applauditissimo tour invernale, iniziato a dicembre 2016, nelle principali città del nord Europa, seguirà infatti una lunga tournée durante la quale Jesus Christ Superstar toccherà numerose città italiane fino a primavera. L’atteso ritorno è previsto per l’11 febbraio a Trento, poi il musical viaggerà da nord a sud: Milano, Varese, Genova, Torino, Catania, Cosenza, Bari, per chiudere in bellezza ad aprile nella sua ‘casa’ romana, il Teatro Sistina.

La storia di un mito che travolge con la sua passione gli spettatori di tutte le età, un uomo-simbolo che fa della spiritualità la sua bandiera rivoluzionaria, un personaggio unico nella storia del teatro musicale: il celebre lavoro di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice non subisce i segni del tempo, anzi a ogni rappresentazione rinnova il proprio mito contagiando con entusiasmo sempre maggiore le centinaia di migliaia di spettatori, oltre 300mila tra il 2014 e 2016, che in Europa e in Italia hanno scelto di andare a vederlo.

E se dopo ormai quasi 23 anni di successi (più di 1.600 rappresentazioni, 160 artisti che si sono alternati nel cast, oltre 1milione e 700mila spettatori, quattro diverse edizioni e ancora, 12 anni consecutivi in cartellone nei Teatri italiani dal 1994 al 2006) questo spettacolo continua ad emozionare gli spettatori di tutte le età, passando di generazione in generazione, il merito va tutto a un mix di fattori vincenti: innanzitutto il grande lavoro artistico e produttivo di Massimo Romeo Piparo e della sua squadra, che hanno saputo rendere al meglio sulla scena la forza trascinante di una storia universale, dai valori positivi e dai forti sentimenti, in cui la musica diviene protagonista. Emerge poi, in uno spettacolo in lingua originale e interpretato interamente dal vivo, l’indiscutibile eccellenza artistica del cast, primo fra tutti Ted Neeley, l’indimenticabile protagonista dello storico film di Norman Jewison del 1973 che ha dato una impronta mitica e indelebile al ruolo di Gesù. Senza contare l’imponente e spettacolare allestimento che rende onore all’Italia sui palcoscenici internazionali, dimostrando che il nostro Paese ha raggiunto ormai livelli competitivi in termini di qualità artistica e professionalità nel musical. Ne sono prova i sold out e le standing ovation a scena aperta che da anni accompagnano lo spettacolo, così come il prestigioso MusicalWorld Award, uno dei riconoscimenti internazionali più autorevoli nell’ambito del musical, che ha premiato il Jesus Christ Superstar prodotto dalla PeepArrow Entertainment di Massimo Romeo Piparo come migliore produzione internazionale in Olanda nel 2016.  Ancora una grande occasione quindi per il pubblico italiano, che avrà l’occasione di conoscere o rivedere una delle più entusiasmanti storie mai scritte, per emozionarsi in uno spettacolo che celebra il talento, i grandi sentimenti e la bellezza travolgente della musica rock. Accanto al mitico Ted Neeley nei panni di Gesù, torneranno l’Orchestra diretta dal Maestro Emanuele Friello, l’ensemble di 24 tra acrobati, trampolieri, mangiafuoco e ballerini coreografati da Roberto Croce, con le scenografie di Giancarlo Muselli elaborate da Teresa Caruso e i costumi di Cecilia Betona.

Ma la storia di Jesus Christ Superstar continuerà anche dopo il tour in Italia. Per tutti i fan più appassionati l’appuntamento infatti sarà proprio in Olanda, al Rotterdam Ahoy, dove il 5, 6 e 7 maggio ci sarà il gran finale di questa produzione: una rappresentazione piena di sorprese e incredibilmente spettacolare, ispirata all’ allestimento dell’Arena di Verona del 2014 e che vedrà al fianco di Ted Neeley un cast davvero speciale.

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Tour italia 2017:

11 e 12 febbraio 2017 – TRENTO                        AUDITORIUM SANTA CHIARA

dal 15 al 26 febbraio – MILANO ASSAGO       TEATRO DELLA LUNA

8 marzo – VARESE                                                 TEATRO APOLLONIO

dal 10 al 12 marzo – GENOVA                            POLITEAMA GENOVESE

dal 14 al 15 marzo – CASSANO MAGNAGO    TEATRO AUDITORIO

dal 17 al 19 marzo – TORINO                              TEATRO COLOSSEO

dal 23 al 26 marzo – CATANIA                           TEATRO METROPOLITAN

dal 4 al 5 aprile – COSENZA                                TEATRO RENDANO

dall’ 8 al 9 aprile – BARI                                       TEATRO TEAM

dal 12 al 23 aprile – ROMA                                   TEATRO SISTINA

 

JESUS CHRIST SUPERSTAR

 di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice

regia di MASSIMO ROMEO PIPARO

 TED NEELEY  – Gesù

FEYSAL BONCIANI – Giuda

PARIDE ACACIA – Hannas

SIMONA DISTEFANO – Maddalena

EMILIANO GEPPETTI –  Pilato

ELIA LO TAURO – Simone

FRANCESCO MASTROIANNI – Caifa

SALVADOR AXEL TORRISI – Erode

MATTIA BRAGHERO –  Pietro

 Ensemble

Giovanni Abbracciavento, Giada Cervone, Federico Colonnelli, Francesco Consiglio, Lorenzo De Baggis, Mattia Di Napoli, Simone Giovannini, Daniel Guidi, Francesca Iannì, Benedetta Imperatore, Alessandro Lanzillotti, Rosella Lubrino, Nicole Marin, Marta Melchiorre, Lazaro Rojas Perez, Daniele Romano, Carlotta Stassi, SaraTelch, Carmela Visciano

Orchestra

Direzione Musicale EMANUELE FRIELLO

Emanuele Friello (Tastiera 1 e Direzione)

Angelo Racz (Direttore Associato/Tastiera 1), Federico Zylka (Tastiera 2), Andrea Inglese (Chitarra 1), Stefano Mandatori (Chitarra 2), Massimo Pino (Basso),

Stefano Falcone (Batteria), Andrea Di Pilla (Tromba), Vincenzo Parente (Corno francese)

Scene GIANCARLO MUSELLI elaborate da TERESA CARUSO Costumi CECILIA BETONA

Luci DANIELE CEPRANI Suono ALFONSO BARBIERO Coreografie ROBERTO CROCE