La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

20 mila euro da raccogliere in due mesi. È questo l’obiettivo della campagna di crowdfunding lanciata dal Carpi FC e dalla piattaforma Tifosy per finanziare la prima fanzone della squadra emiliana. Tifosi e simpatizzanti biancorossi potranno contribuire alla creazione dello spazio polifunzionale fino al 19 maggio donando da pochi spicci a centinaia di euro, e ricevendo in cambio materiale autografato e altri riconoscimenti.

Nelle intenzioni del club la zona dedicata ai tifosi sarà realizzata sotto al settore Distinti dello stadio Cabassi e sarà un punto di ritrovo per i tifosi prima e dopo le partite, uno spazio di socialità e svago grazie a divani, tavoli, videogiochi, biliardini e attività per i bambini. Ogni tanto sarà anche possibile incontrarvi qualche giocatore della prima squadra, che magari accetterà una sfida alla Play.

2. fanzone

A pochi giorni dal lancio, avvenuto il 17 marzo, l’iniziativa ha già raccolto più di un quarto dei fondi necessari, anche grazie al contributo iniziale di mille euro da parte dal club. Come tutte le campagne di crowdfunding che si rispettino, anche questa prevede la gestione trasparente dei fondi: il Carpi ha infatti già dichiarato come saranno ripartiti i costi tra costruzione della struttura, arredi, impianto elettrico e altre necessità.

I riconoscimenti per i donatori cambiano ovviamente a seconda dell’entità della donazione. Si va dai ringraziamenti pubblici per i contributi di poche decine di euro, alle divise autografate, fino a formule che comprendono anche l’abbonamento per la prossima stagione. I fanfunders avranno anche l’opportunità di aggiudicarsi una delle maglie speciali indossate dai calciatori durante Carpi-Spal, che recano sul retro la scritta #FanZoneBiancoRossa.

 

La campagna si colloca nel progetto di collaborazione tra la Lega B e Tifosy, azienda inglese specializzata nei crowdfunding in ambito calcistico. Tra i progetti finanziati in passato, risaltano senza dubbio il Museo Crociato del Parma (170 mila euro raccolti) e gli impianti sportivi per il settore giovanile del Portsmouth (270 mila sterline).

«Grazie alla partnership stretta da Lega B con Tifosy, siamo la prima società della Serie B ad avviare una campagna di fanfunding – ha commentato Simone Palmieri, responsabile marketing del Carpi, che ha definito la fanzone «uno spazio da vivere insieme, per accorciare ancora le distanze tra il club e la sua gente».

Il Carpi è dunque il primo club italiano di alto livello che lancia una campagna di crowdfunding. Visti i tempi di stenti economici per i club italiani, è probabile che tale pratica si diffonderà molto nei prossimi anni. L’auspicio è che non perda la sua natura partecipativa e comunitaria, che non diventi cioè uno strumento usato dai presidenti per spremere i tifosi, sempre pronti ad aiutare il club. Chiedere soldi ai tifosi è una cosa che va fatta con parsimonia e per progetti speciali, come quelli che li coinvolgono direttamente i (come appunto una fanzone), quelli che danno i propri effetti a lungo termine (come un settore giovanile) e quelli che valorizzano la cultura sportiva di un club (come un museo). O quelli così costosi da essere difficilmente irraggiungibili.

C’è un altro dubbio all’orizzonte. Finché si finanzieranno zone dedicate alla tifoseria, progetti culturali, centri sportivi e zone dello stadio saremo tutti d’accordo. Ma il crowdfunding potrebbe anche essere (mal)interpretato per spese arbitrarie e dagli effetti a breve termine. Ad esempio, quando qualche istrionico patron proporrà il crowdfunding per comprare un giocatore – e quel momento sapete che arriverà –  come reagiremo?

Per ora la garanzia sulla qualità dei progetti è certificata da Tifosy, che valuta ogni proposta e dice di sì solo a interlocutori credibili e con i conti a posto. Ad oggi dunque, senza creare allarmismo, possiamo constatare che il progetto del Carpi è un buon inizio. Speriamo che faccia da apristrada.

Per partecipare, basta andare su tifosy.com/carpi.

Crazy Boy, ecco perchè Diawara è miglior centrocampista del Napoli

Crazy Boy, ecco perchè Diawara è miglior centrocampista del Napoli

Nel gioco di Maurizio Sarri c’è un una pedina insostituibile, capace di mediare fra gli inserimenti di Hamsik e la sostanza di Allan, sicuramente meno estroso di Jorginho ma più agile di Zielinski, simile fisicamente a Marko Rog ma capace di stregare Maurizio Sarri prima di tutti gli altri. Già, perché il centrocampista guineano porta con sé 17 anni di talento e 24 presenze con la maglia azzurra; difficile che il tecnico toscano faccia affidamento fin da subito sui nuovi talenti che porta sotto il Vesuvio, ne sono una prova i pochi minuti concessi proprio al campioncino Rog oppure a un difensore pregiato quale Lorenzo Tonelli, decisivo contro Sampdoria e Pescara ma quasi mai chiamato in causa dal tecnico aretino.

Le statistiche parlano chiaro, Diawara è il miglior centrocampista azzurro per qualità e precisione nei passaggi – porta a casa una percentuale positiva dell’89.6% -, secondo solamente a 3/4 del reparto difensivo azzurro, che con Koulibaly, Chiriches, Maksimovic e Strinic supera il 90%.

Che Amadou Diawara sia affidabile è ormai un dato di fatto, la gara di andata contro il Real Madrid lo ha messo a nudo: l’ex giocatore del Bologna si è mosso con una disinvoltura tipica del fuoriclasse, senza sbagliare passaggi chiave che hanno permesso proprio al suo Napoli di sognare per una manciata di minuti.

Tralasciando la brutta parentesi del suo addio ai colori rossoblù, scelta o ‘capriccio’ che ha gettato non pochi commenti negativi su un giovane ritenuto da molti ancora acerbo, oggi il 19enne sta dimostrando a tutti di valere per davvero 15 milioni.

Se le migliori squadre d’Europa gli strizzano l’occhio, sul campo Diawara ferma il tempo, i suoi tocchi precisi e ben calibrati sono come spinaci per il centrocampo del Napoli, che non manca certo di forza ma deve mantenersi in equilibrio per sorreggere le scorribande del ‘trio delle meraviglie’.

Insomma, se davvero Aurelio De Laurentiis sta cercando di formare una squadra che possa sbaragliare la concorrenza in Italia ed espugnare campi illustri in Europa, il centrocampo deve essere un punto di partenza, forse anche più importante delle reti di Mertens e dei movimenti intelligenti firmati Callejon.

Il Barcellona ce lo ha insegnato, costruendo i migliori anni e le vittorie più pregiate proprio sul trio Xavi-Iniesta-Busquets, tanto invisibile quanto inimitabile.

Insomma, le due domande che tutti dovremmo porci sono sulla forza del centrocampo azzurro e sul futuro del Napoli. Diawara e il futuro del Napoli: Diawara è il futuro del Napoli.

Fabio Aru: “Giro, che emozione la partenza in Sardegna. Nibali? Siamo amici ma non ci risparmieremo”

Fabio Aru: “Giro, che emozione la partenza in Sardegna. Nibali? Siamo amici ma non ci risparmieremo”

Ci sono atleti in questo meraviglioso sport chiamato ciclismo che ti conquistano dal primo istante, con un gesto, un sorriso, una smorfia di fatica o un’impresa a braccia alzate che ti emoziona scaldando il cuore, e Fabio Aru fa parte proprio di questa categoria. Un predestinato, un duro che lavora sodo sin da dilettante per arrivare lontano, l’uomo che stavamo aspettando per continuare a competere per vincere nelle grandi corse a tappe che, mai come quest’anno, si tingono di rosa col centenario della kermesse più amata del Belpaese. E’ il suo primo anno da leader maximo dell’Astana che ha perso Nibali, emigrato nella nuova formazione araba Bahrein Merida, ed è inutile nascondere che la corsa rosa sia l’obiettivo principale di Fabio, atteso il riscatto dopo un 2016 difficile. Lo Abbiamo incontrato, al termine di una sfortunata Tirreno Adriatico, pronto a ripartire per raggiungere la condizione ottimale.

Buongiorno Fabio e bentornato al Giro. Partiamo dalle sensazioni post Tirreno Adriatico, una brutta tracheobronchite ti ha costretto al ritiro. Come stai?

Si, purtroppo la bronchite ha segnato negativamente la mia Tirreno e mi è dispiaciuto davvero tanto lasciare la corsa, per i miei compagni e i miei tifosi. Ora sono sulla via della guarigione.

Edizione speciale del Centenario, e si parte dalla “tua” Sardegna. Una grande emozione al via per te?

La partenza dalla mia Sardegna del Giro del Centenario è davvero una bella cosa. Non potevo non essere al via per quella che rimarrà certamente un’edizione storica della Corsa Rosa. E poi, pensare che con i miei risultati possa aver contribuito almeno in parte a questa Grande Partenza dalla mia Isola, mi inorgoglisce tanto.

L’Aru che torna al Giro dopo i due podi del 2014 e 2015 e un 2016 difficile è un atleta diverso? In che cosa l’esperienza del Tour ti ha cambiato?

Di certo le esperienze ti segnano e ti fanno crescere. Tanto più le sconfitte, da cui si impara molto di più che dalle vittorie. Ma non credo di essere un atleta diverso: l’esperienza al Tour dello scorso anno è stata molto utile sotto tanti aspetti e ci tornerò presto per provare a fare bene.

Domanda d’obbligo visto che l’Italia si è sempre nutrita di grandi rivalità del pedale. Quest’anno affronti Vincenzo per la prima volta da avversario. Che effetto ti fa?

Ci siamo già affrontati ad Abu Dhabi, alla Strade Bianche e alla Tirreno, finchè non mi sono dovuto ritirare. Lo sanno tutti, con Vincenzo abbiamo un bel rapporto di amicizia e ci vediamo anche fuori dalle corse. Da quest’anno corriamo in due squadre diverse e in corsa saremo avversari e non ci risparmieremo.

Il lotto dei pretendenti e il più competitivo degli ultimi anni, oltre a Vincenzo e il ritorno di Quintana ci sono Landa, Pinot e tanti possibili outsider. Il percorso si addice alle tue caratteristiche?

Il lotto dei pretendenti alla vittoria finale è davvero incredibile, credo che, senza esagerare, ci saranno una quindicina di atleti in grado di fare molto bene in classifica per cui la sfida sarà molto aperta. Il percorso è difficile e ci sono anche due cronometro che non agevolano gli scalatori come me, credo però che ci sarà da lottare ogni giorno.

Torniamo alle origini: quando hai iniziato a pedalare e hai capito che questa potesse essere la tua vita? Aru si nasce o si diventa col lavoro?

Ho iniziato a pedalare abbastanza tardi, con la mountain bike. Vicino a casa mia ci sono tanti percorsi per fare fuori strada. Prima di allora avevo giocato a calcio e a tennis, con scarsi risultati, in tutta onestà. Dopo la MTB ho provato con il ciclocross e poi sono passato alla bici da strada. Quando ho firmato il mio primo contratto da professionista ho pensato che la bici potesse diventare il mio lavoro. Aru si nasce ma poi è la dedizione per il lavoro che ti fa vincere le corse.

Tu e Vincenzo siete i simboli puliti della rinascita di questo sport che sta vincendo la sua battaglia contro il doping. Ne siamo usciti definitivamente o ci sono ancora in giro avvoltoi che speculano sulla salute dei ragazzi? Quanto è importante a livello giovanile diffondere i valori sani dello sport?

Mi fa piacere che io e Vincenzo veniamo identificati in questo modo… è giusto però dire che ci sono tanti ragazzi che fanno onestamente il mestiere. Credo fermamente che continuare a diffondere a livello giovanile la cultura sana dello sport sia il modo migliore per far rinascere questo bellissimo sport.

Il tuo team crede fortemente in te e nelle tue potenzialità. Senti questa pressione addosso ora che sei il leader unico? La squadra che ti affiancherà al Giro è già decisa o ci state lavorando ancora? Quali saranno i tuoi fedelissimi?

Si, la mia squadra crede tanto in me e ne sono fiero. Non sento particolarmente la pressione da fuori perché io caratterialmente, chiedo sempre molto a me stesso e quindi essere il leader unico è solo una conferma del fatto che devo fare bene, per me e per tutti i miei compagni e tifosi. La squadra è quasi decisa ma saranno, come è giusto che sia, i direttori sportivi ad avere l’ultima parola.

I tuoi fans, ne hai tantissimi che accorreranno in massa lungo le strade in ogni tappa. In quali dovranno aspettarti per la grande impresa? 

Beh è difficile indicare una tappa in particolare. Di certo immagino che saranno in tantissimi nei primi giorni in Sardegna e io spero di riuscire a farli divertire, sia quelli che verranno sulla strada che quelli che mi seguiranno davanti alla tv… le tappe di montagna, lo sapete, sono il mio pane.

Per chiudere un tuo commento e un doveroso omaggio alla nostra cara Italia: quest’anno il percorso attraverserà lo stivale portandoci per mano attraverso le meraviglie uniche del BelPaese, grazie anche all’eccezionale sforzo di Mamma Rai. Un motivo di orgoglio per te e per tutti noi in un momento storico non particolarmente felice? 

Sì è vero, il momento storico ed economico non è tra i migliori ma io credo che dalle eccellenze della nostra Italia si possa ripartire alla grande. Il Giro d’Italia e la Rai sono tra queste ed io sono onorato di far parte di questo grandissimo evento.

Come corre Kluivert jr.: non è ancora maggiorenne e ha battuto il record di papà Patrick

Come corre Kluivert jr.: non è ancora maggiorenne e ha battuto il record di papà Patrick

Ti chiami Justin e sei un giovane di successo: in tanti potrebbero pensare a Bieber, il cantautore, musicista e attore canadese che nel 2009 ha vinto il disco di platino con My World e oggi, a soli 23 anni, fa innamorare decine di ragazzine. Invece in Olanda oggi Justin fa rima con Kluivert, che rispetto al suo omonimo famoso grazie alla musica ha ben cinque anni in meno e di pesante, oltre alla capacità di incidere sulle partite, ha anche il cognome: suo papà è infatti Patrick, oggi direttore sportivo del Paris Saint Germain ma in carriera centravanti capace di vincere due campionati, due Supercoppe nazionali, una Champions League, una Supercoppa europea e una Coppa Intercontinentale con l’Ajax, un campionato con il Psv Eindhoven e una Liga con il Barcellona. Dai “Lancieri” ha avuto il via anche la carriera di suo figlio: nato il 5 maggio 1999, fisico meno possente e passo più svelto di papà, Justin in campo è un ficcante esterno offensivo e nel weekend ha realizzato la rete del pareggio, 1-1, che la squadra allenata da Peter Bosz ha ottenuto sul campo dell’ Excelsior. Un gol che permette a Kluivert jr. di battere in precocità il padre avendo segnato il suo primo gol in Eredivisie a 17 anni e 318 giorni contro i 18 anni e 58 giorni del primo ‘centro’ di papà Patrick.

Cesare e Paolo Maldini, i portieri danesi Peter e Kasper Schmeichel e gli Zidane, con papà Zinedine che allena il Real Madrid e il figlio Enzo pronto a sbocciare dal settore giovanile. I casi di “eredità” calcistica in Europa non sono rari. Ma l’Olanda resta la patria dei figli d’arte. La linea di successione dei Kluivert non è certo un inedito in casa Ajax: prima di loro c’erano stati già tre casi nella storia ultracentenaria del club. A precederli erano stati Johan e Jordi Cruijff, ma anche Danny e Daley Blind, quest’ultimo oggi in forza al Manchester United. A casa Justin è stato festeggiato da tutti, ma di fatto è già detentore di un record: fino alla scorsa domenica in casa la data cerchiata in rosso sul calendario era infatti quella del 21 agosto 1994. Ad Amsterdam si giocava la Supercoppa d’Olanda tra Ajax e Feyenoord: a vincere era stata la squadra di Amsterdam, anche grazie alla rete di un ragazzino appena maggiorenne che esordiva quel giorno in prima squadra. Appunto, Patrick Kluivert, uno che in un settore giovanile che in quel periodo sfornava talenti a ripetizione veniva paragonato a Marco Van Basten e che ben presto si sarebbe impadronito della maglia numero 9 in una rosa che poteva fare affidamento su Litmanen, Finidi, Blind, i gemelli de Boer, Rijkaard e Van der Sar. Quel giorno Patrick segnò dopo 25 minuti il gol del 3-0. E la stessa cosa fece anche una settimana dopo, all’esordio in Eredevisie, in Ajax-Waalwijk: vittoria per 3-1, e altro gol di Patrick. L’anno dopo, poi decise la finale di Champions League contro il Milan, maglia che avrebbe vestito di lì a poco. Tutto “cancellato”, potrebbe scherzare Justin: grazie a un tap in a porta vuota ha riportato in quota il club di Amsterdam sul campo dell’Excelsior, passato in vantaggio pochi minuti prima grazie a un’autorete di Tete.

E’ stata un’ascesa rapida, quella di Justin: appena due mesi prima, il 15 gennaio, aveva esordito in Eredivisie dopo aver impressionato il suo allenatore Bosz nel ritiro di Alcantarilha, a pochi chilometri dall’Oceano Atlantico. Due amichevoli nella settimana di preparazione vissuta in Portogallo dal 2 all’8 gennaio, pochi giorni ed ecco il battesimo con i “senior”: in casa dello Zwolle, Justin aveva contribuito a sbloccare un match ostico iniziando l’azione del vantaggio firmato dal dischetto da Schöne. “Il giorno” lo aveva definito senza mezzi termini papà Patrick su Instagram. E’ quasi un legame doppio, quello con Tete: il 17 febbraio Kluivert jr. aveva esordito anche in Europa League contro il Legia Varsavia. Una nottata breve ma comunque indimenticabile: era entrato in campo al 73′, esce all’86’ dopo l’espulsione del difensore olandese di origini mozambicane e indonesiane. Perché di raccomandazione all’Amsterdam Arena non c’è davvero l’aria. Che ti chiami Kluivert o meno. Intanto lui pensa solo a correre, con quel 45 sulle spalle. Già nel 2016 aveva lasciato il segno con la seconda squadra dei Lancieri: contro la squadra giovanile del Feyenoord aveva lasciato tutti a bocca aperta con un gol che aveva fatto il giro del mondo. Slalom in mezzo a quattro avversari e palla all’angolino. Ma già nel 2015, quando Justin aveva ancora 16 anni, su di lui aveva messo gli occhi il Manchester United di Van Gaal (che lanciò il padre). A denti stretti lui ha già ammesso il suo sogno nel cassetto: “Da grande mi vedo al Barcellona, come mio padre”. Ma chissà che per Kluivert jr. non ci sia già un futuro in programma a Parigi…

Calcio e politica, intervista al collettivo redazionale di Minuto Settantotto

Calcio e politica, intervista al collettivo redazionale di Minuto Settantotto

Calcio e politica. Due mondi teoricamente così lontani ma spesso vicinissimi. Un mondo composto da uomini ancor prima che da atleti e che quindi, in quanto uomini, possono manifestare idee sociali e politiche. Questo connubio, tuttavia, al giorno d’oggi sembra spaventare sia la platea dello sport più popolare al mondo sia i suoi addetti ai lavori, i quali spesso cercano di divincolarsi da questioni che definiscono banalmente come “extracalcistiche”. Proprio in questo contesto si colloca Minuto Settantotto, progetto editoriale fondato da Alessandro Colombini che settimanalmente tratta argomenti spinosi da un punto di vista politico chiaro, deciso e coerente. Un modo di raccontare il calcio coraggioso da parte di un progetto orgogliosamente di nicchia che però sta sempre più diffondendosi. Abbiamo fatto così quattro chiacchiere con l’intero collettivo.

«Il blog è stato aperto da Alessandro», affermano i ragazzi, «desideroso di avere uno spazio nel quale parlare liberamente di due delle sue principali passioni: il calcio e la politica». Un progetto che attualmente viaggia su due binari paralleli: da un lato il sito internet, dall’altro pagina Facebook e profilo Twitter. Se sul portale principale la redazione racconta una storia a settimana, sui canali social essi raccolgono notizie che legano calcio e politica nel mondo. «E sono molto più numerose di quanto si creda», affermano. Vietato chiedere loro di scindere queste due sfere. Cosa rispondono infatti a colo che avanzano questa richiesta? «Che non hanno capito il tipo di blog/pagina che hanno davanti», sostengono, aggiungendo anche che «noi peraltro dichiariamo subito il nostro approccio ma evidentemente non tutti si prendono un po’ di tempo per leggere le informazioni che forniamo». Da lì quindi un’altra accusa frequente, ovvero quella di essere “spocchiosi”. «Ci teniamo a chiarire che ci confrontiamo con tutti», continuano, «anche con persone ideologicamente lontanissime da noi ricorrendo al ban solo in occasioni rarissime». «Fa comunque piacere quando qualcuno ci dice che, pur non vedendo calcio e politica come due mondi vicini, apprezza il nostro modo di parlare di pallone», dichiarano orgogliosamente, «in quanto significa che il lavoro che portiamo avanti è comunque importante».

Perché spesso si ha così paura di associare politica e calcio, arrivando ad utilizzare aggettivi come “apolitico”? «Per noi tutto è politica, a maggior ragione uno sport come il calcio che unisce miliardi di persone in tutto il mondo». Il loro obbiettivo dichiarato è proprio quello di smontare la visione di chi «non riesce a considerare ogni cosa connessa e ragiona a compartimenti stagni». «La paura di associare campi apparentemente differenti ce l’ha invece chi governa», sostengono i ragazzi, «questa è l’epoca del disimpegno ed alla classe dirigente fa comodo che lo resti a lungo». Automatico il collegamento all’affaire tra Paolo Di Canio e SKY, che ha portato l’ex calciatore laziale prima ad essere allontanato dall’azienda e poi ad essere reintegrato. «La figura meschina l’ha fatta in primis SKY», affermano, «che ha mostrato al pubblico che ad alti livelli l’antifascismo è ipocrisia allo stato puro». «Un teatrino nauseante e veramente inutile», continuano, in quanto prima il colosso televisivo ha messo sotto contratto Di Canio «certamente consapevole del tipo di personaggio che stava portando in azienda», per poi «far finta di rimuoverlo per un tatuaggio che chiunque sapeva avesse su quell’avambraccio da anni». Sul fatto che l’ex bomber biancoceleste non abbia mai nascosto la sua posizione ideologica non ci sono dubbi, ma una cosa è certa dal loro punto di vista: «La sua intervista riparatrice è stata vergognosa, specie per uno che si è sempre vantato di avere un’ideologia di ferro».

Che la connotazione politica della pagina sia di matrice sinistrorsa, utilizzando una forse ingenerosa semplificazione, è chiaro a chiunque inizi a curiosare negli archivi. Di conseguenza, alla domanda riguardo i giocatori di tale ideologia che più li ha emozionati si apre evidentemente una sorta di “cassetto dei ricordi”. Gianmarco ricorda con piacere due giocatori contemporanei come Jamie Carragher e Riccardo Zampagna, «in particolare per le struggenti parole di quest’ultimo sul padre e sull’acciaieria di Terni». Edoardo, invece, viaggia indietro nel tempo citando Bruno Neri e Bruno Scher, rispettivamente «mediano-partigiano ucciso in combattimento dai nazisti» e «istriano che pagò la scelta di non aggiungere una “i” al cognome». Infine, Alessandro non si limita a citare un singolo calciatore: la sua scelta ricade sui croati dell’RNK Spalato, «i cui membri combatterono nella Guerra Civile spagnola al fianco delle Brigate Internazionali e che nel 1939 si sciolse temporaneamente per permettere a giocatori e dirigente di entrare nelle formazioni partigiane di Tito». A questo punto altre due domande sorgono spontanee: quale il giocatore di ideologia “sinistrorsa” che più li ha delusi ed il giocatore di ideologia invece “destrorsa” che invece li portati a fare valutazioni differenti. Per quanto riguarda la prima curiosità al risposa ha un nome ben definito: Paul Breitner, il quale «divenne famoso come il Maoista ritrattando però in seguito molte delle posizioni politiche assunte da giocatore». Per quanto riguarda, infine, il secondo quesito la risposta è ancora più netta: «Francamente nessuno, anche perché di solito i calciatori di destra sono personaggi inqualificabili».

Perché in Italia la composizione delle curve è più tendente al “nero” rispetto che al “rosso”? «Si tratta di una domanda molto complessa», esordiscono, «alla quale non basterebbero due o tre pagine per rispondere in modo esauriente». «Semplificando all’estremo», cercano di sintetizzare i ragazzi, «possiamo dire che la colonizzazione delle curve da parte della destra è dovuta sia al loro “lavoro” all’interno di tante realtà ultras», ma anche al «marcato distacco con cui troppe volte realtà di sinistra hanno guardato il calcio e i gruppi organizzati». Va comunque ricordato, secondo il collettivo, che «tutta la società italiana e non solo registra in questo momento uno spostamento verso destra sulla scorta di istanze xenofobe e razziste esasperate dalla crisi economica». «Le curve rispecchiano solo quello che accade nel Paese», concludono. C’è similitudine tra il rapporto gerarchico tra i componenti all’interno dei gruppi ultrà ed un metodo decisionale “fascista”? «Questa similitudine secondo noi non esiste», affermano i ragazzi. «Tante realtà di sinistra sono perfettamente organizzate» e «gruppi “rossi” sono espressione di città con forti tradizioni di sinistra», come per esempio Livorno e Trani. «In questi contesti un inserimento della destra è del tutto improbabile», concludono.

Nell’ultimo periodo si sono esposti politicamente più giocatori italiani o stranieri in Italia. Basti pensare a Giandomenico Mesto in Grecia sui migranti, ma anche recentemente a Borja Valero e Iago Falque circa la loro ideologia politica. Che idea si sono fatti di ciò i ragazzi del collettivo? «Diciamo che negli ultimi mesi», affermano, «ci sono stati vari esempi positivi di ragazzi che hanno preso le distanze dal modello imperante del “calciatore bomber” o del “calciatore ignorante”». Da un lato «Mesto ha rilasciato un’intervista di una sensibilità non comune», dall’altro «Borja e Iago hanno dimostrato che in Spagna la tradizione di giocatori pensanti è ancora viva». «Qualcosa si muove», continuano, aggiungendo amaramente però che «spesso sono le società a vietare ai giocatori di fare determinate dichiarazioni»: «un “dipendente” che rende pubblico il proprio pensiero», concludono, «per i club-azienda rappresenta un intralcio non da poco specie se conflittuale».

Quale il giocatore che più incarna lo spirito del progetto? «Jürgen Sparwasser è il simbolo di Minuto Settantotto ed a lui dobbiamo il nostro nome», affermano. Facile intuirne il perché: «non capita tutti i giorni di abbattere il capitalismo con un goal come fece lui ai Mondiali del ’74», segnato contro lo Germania Ovest. Ma sono anche altri i giocatori che trovano spazio sia nel cuore dei redattori sia nei loro articoli: Socrates, Paolo Sollier, Deniz Naki e Riccardo Zampagna, «che abbiamo nel cuore ed al quale è dedicato il sottotitolo del blog». Quale invece l’aforisma che sintetizza meglio il loro spirito? «Non si può ridurre il calcio al risultato, così come non si può ridurre l’amore all’orgasmo», storica frase di Ángel Cappa, giocatore ed allenatore argentino, nonché marxista di “fede”.

Quali i progetti e le prospettive future del collettivo? «Non seguiamo alcun programma e viviamo alla giornata», affermano orgogliosamente, «felici che il nostro progetto raccolga consensi e cresca ogni giorno di più». «Senza falsa modestia», concludono, «Minuto Settantotto inizia ad essere il punto di riferimento per chi nel calcio vede più di uno sport e noi ne siamo veramente orgogliosi».

 

leggi anche

La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

20 mila euro da raccogliere in due mesi. È questo l’obiettivo della campagna di crowdfunding lanciata dal Carpi FC e dalla piattaforma Tifosy per finanziare la prima fanzone della squadra emiliana. Tifosi e simpatizzanti biancorossi potranno contribuire alla creazione...

Non solo business. A Portland il ‘soccer’ diventa strumento di aiuto sociale

Non solo business. A Portland il ‘soccer’ diventa strumento di aiuto sociale

In una tranquilla giornata dell’anno da poco trascorso, Shawn Levy stava guidando nei pressi di un parco a Portland e qualcosa lo ha colpito.

Prima domanda, che sorge spontanea: chi è Mr. Levy? Risposta: un accanito tifoso dei Portland Timbers, squadra con una delle ‘fan base’ più calde dell’intera MLS, che sino ad ora alterna grandi stagioni e delusioni piuttosto cocenti.

Questo, però, riguarda poco o nulla la storia che stiamo per affrontare.

Ho dato un’occhiata nei pressi del parco ed ho notato una cosa che mi ha davvero emozionato. C’erano diversi giovani ragazze, tra i 15 ed i 30 anni, tutte in abbigliamento sportivo, che si apprestavano a giocare nel campetto di calcio a cinque vicino al parco“.

Perché tanta emozione per un’azione così routinaria? Perché quel campo di futsal fino a poco tempo fa non esisteva ed è tutto merito di Levy e dei suoi amici, a loro volta fan sfegatati dei Timbers, se ora i ragazzi di Portland possono andare a fare sport in un posto pulito e sicuro.

Non riuscivo a credere ai miei occhi. Ero stato anche io a creare uno spazio dove quelle ragazze potevano dire ‘Dai, andiamo tutte insieme: incontriamoci e giochiamo lì‘. E’ stato come se mi avessero regalato un milione di dollari”.

Questa unione di forze umane, formata da persone eccezionali, nasce nel 2010 e scaturisce da alcuni dei membri del Timbers Army, gruppo indipendente di tifosi dei Portland Timbers.

Come parte della loro missione iniziale, i ragazzi si prefiggono l’obiettivo di creare campi di calcio in tutta Portland.

Ora, Levy, un membro del consiglio dell’organizzazione chiamata Pitch Invasion, e i suoi colleghi hanno ulteriormente perfezionato le loro idee all’interno di un progetto soprannominato Progetto Blacktop.

In cosa consiste? Iniziato nel 2015, il Progetto Blacktop trasforma nel minor tempo possibile degli spazi cittadini in asfalto abbandonati in campi da calcetto moderni e sicuri. Fino ad ora sono stati realizzati ben quattro campi, tre dei quali nei pressi di scuole elementari.

Ma, dunque, cosa c’entrano i Portland Timbers in tutto ciò? Nulla, o quasi. Il calcio, o ‘soccer’, come lo chiamano da quelle parti, è stato soltanto il motore, il veicolo per dare inizio a qualcosa di bellissimo da effettuare non in quanto tifosi della squadra della propria città ma della città stessa.

“Stai rialzando la tua città e si sta sollevando l’interesse per il ‘nostro’ gioco”, afferma Levy. “Personalmente ritengo che ci sarà da qualche parte un ‘Messi americano’ e questo bambino, o, perché no, questa bambina, deve avere l’opportunità di esprimere le proprie qualità in strutture adeguate e sicure. “

Che le ‘fan base’ del calcio made in USA possano diventare presto un viatico per unire le varie popolazioni locali a costruire qualcosa di unico? Questo potrà dirlo soltanto il tempo ma, di certo, se si prenderà esempio da Portland e da uomini come Shawn Levy la strada è tutta in discesa.

leggi anche

La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

20 mila euro da raccogliere in due mesi. È questo l’obiettivo della campagna di crowdfunding lanciata dal Carpi FC e dalla piattaforma Tifosy per finanziare la prima fanzone della squadra emiliana. Tifosi e simpatizzanti biancorossi potranno contribuire alla creazione...

Armi Sportive o armi di morte: quelle pistole che sparano fuori dai poligoni

Armi Sportive o armi di morte: quelle pistole che sparano fuori dai poligoni

Nell’ultima decade sono quadruplicate le armi detenute per uso sportivo. C’è un nuovo interesse per il Tiro a Segno oppure gli italiani hanno trovato un escamotage per poter tenere una pistola in casa?

L’omicidio-suicidio avvenuto nei dintorni di Orte venerdì scorso riporta tristemente alla ribalta il problema delle armi da fuoco nelle case italiane.

Sarita Fratini da alcuni mesi scrive su questo argomento denunciando sul suo blog che molte delle pistole che sparano per uccidere familiari, soprattutto donne, siano regolarmente detenute.

Orte (VT). Venerdì 17 marzo 2017. Francesco Marigliani, 28enne di Amelia, chiede un incontro alla sua ex ragazza Silvia Tabacchi, 30 anni, per parlare della loro relazione finita. Lei ci va e lui porta una pistola. Con questa le spara e poi si suicida.

Da prime indiscrezioni sembra che soltanto due giorni prima, il mercoledì, Marigliani abbia ottenuto un legale permesso di detenzione e acquisto per una pistola ad uso sportivo e che subito dopo, il giovedì, sia andato a comprare una Glockin armeria.

Sembrerebbe un omicidio-suicidio con movente passionale, eppure pianificato. Nell’attesa che gli inquirenti facciano maggiore luce sulle dinamiche che hanno portato uno studente 28enne ad armarsi e uccidere la sua ex fidanzata, facciamo un salto indietro nei casi di cronaca nera italiana.

Sono storie di persone all’apparenza normali, incensurate, che si trovano a vivere piccoli e grandi drammi della vita, primo tra tutti una fidanzata che ti lascia. La storia si ripete, sempre uguale, da diversi anni.

Montebelluna (TV). 2013. Anche Matteo è stato lasciato dalla sua fidanzata, Denise. Sta male. Vorrebbe riaverla a tutti i costi. Le telefona, le manda tonnellate di messaggi. Ma quella ragazzina di 14 anni più giovane di lui non lo vuole, non lo vuole più. Allora Matteo pensa che deve fare un grande gesto e a gennaio compra un’intera pagina del giornale per dichiararle il suo amore. Ma di nuovo niente, lei non risponde. Quindi Matteo opta per un approccio più diretto: la aspetta sotto casa tutti i giorni, la segue ovunque vada. Ma è un altro buco nell’acqua: Denise va dai carabinieri e Matteo viene convocato in caserma per una ramanzina. Non è amore il suo, lo avvertono, è “stalking”.

Cosa fare, cosa fare ancora quando Lei non ti vuole e la vita non ha più senso?

Quando si parla di lucida follia si pensa proprio ad un momento del genere, in cui lucidamente si pianifica un gesto folle: un omicidio. E in Italia troppo spesso la pianificazione di un omicidio parte dalla richiesta di un porto d’armi.

Succede anche in questo caso: Matteo si informa e scopre che per avere una pistola legalmente bastano pochi giorni e pochi soldi. E’ sufficiente un certificato medico per richiedere il “Diploma di Idoneità al Maneggio delle Armi” in una sezione di Tiro a Segno Nazionale e subito dopo “l’Autorizzazione all’acquisto di Armi e Munizioni” presso un qualsiasi Commissariato italiano. Lo chiamano volgarmente “porto d’armi per uso sportivo”. Online si trovano tutte le istruzioni e qualche sito internet promette che per tutte le pratiche bastano solo 48 ore.

Il 16 aprile 2013 a Montebelluna Matteo Rossi uccide l’ex fidanzata Denise con una Beretta Iver regolarmente acquistata e detenuta con permesso sportivo.

Per la prima volta in Italia la via legale è la più veloce e la più economica. Basta autodichiararsi “sportivi” e si può comprare legalmente una pistola e tenerla in casa.

porto-darmi

Quante sono oggi le armi sportive nelle case italiane?

Non si sa con precisione e manca un’anagrafe delle armi consultabile dai cittadini. Vecchie statistiche parlano di 127 mila armi per uso sportivo nel 2002 e di 470 mila nel 2015. Quasi quadruplicate nel giro di una decade, a fronte di una lieve diminuzione delle armi da caccia e del dimezzarsi dei porti d’arma per difesa personale (da 45 a 19 mila). Perché? Sicuramente la caccia è diventata un’attività meno popolare, ma l’ossessione per la difesa personale invade sempre più l’animo degli italiani. Il problema è che per avere il porto d’armi per difesa personale, l’unico che consenta di girare con una pistola carica in tasca, bisogna avere un valido motivo: un lavoro che preveda il trasporto di ingenti quantità di denaro o preziosi per esempio. Per il permesso di detenzione sportiva invece basta la motivazione dello sport, è una soluzione facile e veloce. Quindi tutti sportivi.

C’è da dire che il Tiro a Segno in Italia è uno sport serio e importante. Non evoca certo un’idea di violenza, piuttosto di calma e concentrazione: un uomo solo contro un bersaglio di carta. E’ disciplina olimpica fin dalla prima Olimpiade moderna, Atene 1896, e quella italiana è una delle squadre che vediamo più spesso sul podio. Sono più di 300 le sezioni di Tiro a Segno Nazionale (TSN) presenti sul territorio italiano, più tutta una serie di poligoni privati.

Dato il proliferare di armi e tiratori i poligoni saranno pieni di gente che fa la fila per sparare, immaginiamo. Invece pare proprio di no. Con un po’ di fatica riusciamo a farci dare le statistiche di affluenza da una delle sedi di Tiro a Segno Nazionale. E’ in una cittadina di appena 50 mila abitanti ma nel 2016 ha rilasciato quasi 800 certificati di idoneità al maneggio delle armi e l’anno precedente più di 800. Quanti di coloro che hanno preso l’agognato patentino sono tornati a sparare presso quel poligono? Il dato è agghiacciante: appena 5 persone.

Che gli italiani ricorrano alla facile etichetta dello sport per armarsi non pare un’illazione, ma un fatto. Ognuno ha i suoi motivi, tra cui primeggia l’ansia per la difesa della proprietà privata, ma i fatti ci dicono che queste pistole non sparano contro ladri, sparano contro familiari e conoscenti.

Quante sono in Italia le armi sportive che hanno ucciso?

Da una comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo datata 21 ottobre 2013[1] sappiamo che quell’anno l’Italia era al primo posto in Europa per numero di omicidi commessi con arma da fuoco rapportati agli abitanti: 0,71 ogni 100 mila abitanti. Un tasso esorbitante se si pensa che nella vicina Francia erano 0,06 e nel Regno Unito 0,07. Ma non sappiamo quante di queste armi fossero regolarmente detenute né quante lo fossero per uso sportivo. Statistiche ufficiali non ce ne sono e per farci un’idea bisogna scartabellare i casi di cronaca.

Il sociologo Giorgio Beretta, che malgrado il cognome non è parente della famosa azienda produttrice di armi da fuoco e anzi è un membro attivissimo della Rete Italiana per il Disarmo (RID), in questi giorni ha lanciato online la creazione di un database degli omicidi e reati compiuti con armi legalmente detenute (https://www.facebook.com/DatabaseOmicidiReatiConArmiLegali/). I cittadini possono segnalare i casi. L’iniziativa sembra funzionare, nei soli primi due mesi del 2017 sono state individuate ben 6 armi da fuoco legali che hanno ucciso 7 persone. Tra esse troneggia la calibro 9 detenuta per uso sportivo del calciatore Fabio Di Lello, a Vasto, acquistata poche settimane prima dell’omicidio del ventiduenne Italo D’Elisa.

Se l’unico modo per sopperire all’assenza di dati ufficiali sul fenomeno è recuperare gli articoli di cronaca nera, lo facciamo anche noi. Veniamo travolti da un numero impressionante di casi e di pistole. Storie di malattie mentali ignorate al momento del rilascio del permesso di detenzione per una pistola come la Stoeger-Cougar 9 mm della strage del Broletto del 2013 con cui Andrea Zampi uccise due impiegate della regione Umbria. Storie di casi etichettati come “Femminicidi”: mariti e fidanzati respinti che rivolgono l’arma contro le loro ex e a volte anche contro i loro bambini. Ricordiamo Daniele Antognoni che uccise la moglie Paula e il figlioletto Christian di soli 5 anni con una Beretta 9×21; Ciro Vitiello che sparò i quattro colpi calibro 22 che posero fine alla vita della moglie Rosa Landi; il medico Luigi Alfarano che dopo la moglie uccise il figlioletto di 4 anni con una Beretta 98.

Tutte pistole detenute legalmente, per uso sportivo.

In Parlamento il problema è in discussione e c’è una proposta di decreto legge, firmata dalle senatrici Amati e Granaiola, che vorrebbe confinare le armi sportive nei poligoni vietandone la detenzione in casa e istituire un’anagrafe dei possessori di armi consultabile da medici e personale sanitario. Possiamo immaginare cosa ne pensino i falsi sportivi, ma chissà cosa diranno i veri sportivi …

[1] COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL CONSIGLIO E AL PARLAMENTO EUROPEO Le armi da fuoco e la sicurezza interna dell’UE: proteggere i cittadini e smantellare il traffico illecito. Bruxelles, 21.10.2013.

leggi anche

 

La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

20 mila euro da raccogliere in due mesi. È questo l’obiettivo della campagna di crowdfunding lanciata dal Carpi FC e dalla piattaforma Tifosy per finanziare la prima fanzone della squadra emiliana. Tifosi e simpatizzanti biancorossi potranno contribuire alla creazione...

Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

Da un passo dal baratro alla rinascita nell’abbraccio dei propri tifosi, tra le realtà europee che meglio hanno saputo concretizzare il concetto di partecipazione attiva e di ‘Club della comunità’ c’è il Portsmouth FC, sprofondato nel 2013 nella League Two a seguito di due anni di amministrazione controllata, viene salvato dal fallimento solo dall’intervento risolutivo dei tifosi che lo hanno ricondotto su binari sostenibili e sopratutto al centro della comunità.

Dopo diversi anni nelle categorie professionistiche nel 2003 il club centra una storica promozione in Premier League, a seguito dei primi anni in lotta per non retrocedere la società entra nel mirino di speculatori stranieri, arrivano campioni ma il conto delle spese non tarderà ad arrivare, si alternano quattro proprietà, Alexandre Gaydamak, Ali al-FarajBalram Chainrai e Vladimir Antonov che lasceranno un segno unico, il dissesto economico totale. Nessun investimento nei settori giovanili, cessione di strutture utili, a cui si accompagna l’incuria sulla manutenzione dello stadio che costerà al club la riduzione della capienza autorizzata.

Dopo aver vinto nel 2008 la FA Cup, e raggiunto l’anno precedente una storica qualificazione alla UEFA Europa League, l’apice dei successi negli anni recenti, la gestione spregiudicata e l’accumulo di una ingente quantità di debiti, contratti nell’alternarsi di loschi avventurieri stranieri alla guida, che nel tempo hanno scorporato diversi asset(tra cui lo stadio) per far fronte alle scadenze, segnano l’inizio della caduta.

La società finisce in amministrazione controllata prima nel 2009, debiti per oltre 100 milioni di sterline, ma il fallimento è scongiurato dalla ristrutturazione con i creditori tramite un accordo volontario e dal cambio di proprietà. Quindi nel 2011, di nuovo, ammonta a quasi 60 milioni l’esposizione e viene aperta la procedura per tasse con l’erario non pagate, anticamera della procedura fallimentare. Questa volta la tifoseria, esasperata dalla situazione precaria durata anni, inizia un braccio di ferro con la proprietà del club. Le società collegate a Vladimir Antonov figurano tra i principali creditori, nel frattempo il lituano finisce al anche centro di un mandato di cattura internazionale per bancarotta e successivamente viene arrestato, la situazione appare disperata ma il gruppo di tifosi si presenta come unico interlocutore credibile per rilevare il Portsmouth FC.

pompey-supporters-trust

L’acquisizione viene guidata dal Pompey Supporters Trust(PST), associazione di tifosi aperta e democratica, una testa un voto, nata all’indomani della prima ristrutturazione del debito del 2009, che inizia a raccogliere le risorse per presentare un’offerta credibile. In migliaia aderiscono all’iniziativa e il collettivo riesce a coinvolgere un gruppo di imprenditori locali, undici ”Presidents” , che partecipano attivamente alla campagna di salvataggio del club. Dopo una lunga trattativa la società viene ceduta per circa 4 milioni di sterline, ereditando circa 10 milioni di debiti ma riuscendo a mantenere negli asset lo stadio, a finanziare l’acquisizione interviene anche l’amministrazione locale con un prestito di 1 milione di sterline concesso al PST e rimborsato poco dopo il completamente dell’acquisizione. Nell’Aprile 2013 il club può considerarsi salvo, completato il più grande salvataggio da parte di un’associazione di tifosi nel Regno Unito, consacrato nel 2014 con la consegna al collettivo di premio civico conferito dall’amministrazione comunale per la grande impresa e per l’opera di ristrutturazione societaria caratterizzata da una rinnovata e forte presenza nella comunità.

ca8b97d8d55cdf5976cab22ef62b07d176b03144

Il PST assume il controllo del 52% della società, con il restante ai Presidents, riparte dalla League Two con un nuovo spirito, e con la spinta di una intera comunità riuscirà in poco più di un anno ad abbattere i debiti ereditati dal salvataggio e a impostare l’intera gestione su una base sostenibile e orientata ad una solida programmazione del proprio futuro. In questi quasi quattro anni i principali investimenti sono andati a rinforzare l’intera struttura societaria: interventi sullo stadio, settore giovanile e campi di allenamento, scegliendo saggiamente di non lanciare l’ennesima rincorsa spregiudicata verso il ”calcio che conta’ ma di gettare basi solide per non mettere nuovamente a rischio il proprio futuro, mettendo in secondo piano l’investimento sportivo che, sebbene il club abbia sempre schierato formazioni competitive per la promozione, raggiungendo in una occasione la finale play-off, è rimasto inchiodato nella quarta divisione.

Dal 2013 ad oggi la quota dell’associazione di tifosi è scesa sotto la maggioranza assoluta, poco più del 48%, per effetto degli investimenti diretti negli interventi allo stadio Fratton Park operati a carico dei Presidents, necessari alla messa in sicurezza di alcune aree lasciate senza manutenzione negli anni della crisi per recuperare parte della capienza dell’impianto. Nonostante ciò la comunità d’intenti e la sinergia con gli imprenditori locali hanno creato un ottimo clima di cooperazione, un Community Club a tutti gli effetti, e il pubblico non ha mai fatto mancare il proprio supporto.

Al match inaugurale sotto il controllo dei tifosi in League Two si presentano in 18.000, oltre 10.000 gli abbonati, allo stadio nel corso delle stagioni una media 16.000 spettatori per partita e fuori dal campo si sviluppa una grande partecipazione alla vita del club. Dalle piccole iniziative lanciate dalla società con il percorso partecipato per progettare gli interventi allo stadio, in prima linea per il ritorno degli spalti in piedi, e nel restyle del logo verso quello tradizionale, ai contest per scegliere le divise ufficiali aperti a tutta la tifoseria, fino agli impegni veri nelle diverse raccolte fondi lanciate per finanziare lo sviluppo della società.

17342333_10212393490983477_491515522_o

Dopo la partecipazione con oltre 2 milioni al piano di salvataggio la comunità locale ha finanziato il progetto da circa 500.000 sterline complessive per i campi di allenamento delle giovanili con 270.000 raccolte con una campagna di crowdfunding fatta di piccole donazioni, ed il restante con un piano di azionariato popolare. Per entrambe le occasioni la società ha deciso di omaggiare i partecipanti con delle targhe celebrative affisse sui due ”Wall of Fame” realizzati uno nell’area dei campi di allenamento e l’altro sulla parete esterna della North Stand del Fratton Park.

17373127_10212393490943476_176940740_o

Impegno che non si è esaurito solo nello sviluppo del club, oltre all’impareggiabile e costante attività dei volontari, sotto la guida del PST la società sta sviluppando un forte radicamento territoriale rientrando in molteplici progetti di promozione sociale. Recentemente con circa 100.000 sterline raccolte con le attività del progetto ‘Pompey in the Community’, per la promozione dello sport, dell’inclusione e di programmi dedicati ai disabili, con cui ha coinvolto oltre 30.000 persone, ha ricevuto un importante riconoscimento nell’ambito dei ‘English Football League Awards 2017′ con l’assegnazione del South West & Wales Checkatrade Community Club of the Year”, entrando nei finalisti per l’award nazionale.

Parallelamente anche l’associazione di tifosi guarda al futuro, cosciente della propria responsabilità alla guida del club e della necessità di proseguire nel sostegno della società, il gruppo ha dato vita a diverse iniziative per far crescere la forza e l’incisività delle attività sul territorio. Tra le più rilevanti la ‘Pompey Lottery”, attiva dal 2014, e una linea di merchandising griffata PST i cui ricavi vanno a finanziare direttamente il settore giovanile. Lo scorso anno è stato lanciato anche un interessante programma di introduzione dei giovani tifosi nella vita associativa e organizzativa con la partecipazione nel PST Next Generations, dedicato agli under 25. Un Supporters’ Trust in formato junior costituito per fornire una soluzione utile ad un percorso formativo dei ragazzi che rappresentano il futuro, non solo del Portsmouth FC, ma anche dell’associazione, destinata a svolgere un ruolo talmente centrale della vita della società da richiedere un necessario percorso dedicato alla formazione dei giovani per comprendere le dinamiche ed apprendere sul campo l’entità dell’impegno.

I risultati sul campo presto o tardi arriveranno ma a Portsmouth ha ripreso a battere un grande cuore, un Community Club vero, esempio e ispirazione per chi crede che un altro calcio sia possibile!

Fernando Alonso: quale futuro per il Samurai della F1?

Fernando Alonso: quale futuro per il Samurai della F1?

Che ne sarà di lui? Sportivi e addetti ai lavori s’interrogano sul futuro a medio-breve termine di Fernando Alonso, alle prese forse col momento più critico della sua carriera in F1. La nuova McLaren è stata la delusione dei test di Barcellona, spedendo segnali più di fumo che di speranza in previsione della nuova stagione con le rotture dei propulsori Honda. Il mondiale è alle porte, ma a Woking non sembrano esserci le premesse per un 2017 in grado di garantire il rilancio dopo un biennio di fatiche e delusioni.

Comprensibili quelle del 2015, quando i nipponici rientrarono nel Circus per motorizzare una McLaren che annaspava nei bassifondi rimanendo davanti giusto alla Marussia, accettabili in parte quelle del 2016 perché la vettura, sebbene migliorata, mai è stata competitiva per il podio. Dove, complice anche il nuovo regolamento tecnico, conterebbe di salirvi quest’anno. Il condizionale è quanto mai obbligatorio perché, dopo i test di Montmelò, è alto il rischio di un’altra scalata dell’Himalaya a mani nude. Per la squadra, ma soprattutto per la sua stella, Fernando Alonso, che, prossimo ai trentasei anni, vede messe a dura prova la sua fin qui inappuntabile tenuta psicologica e la sua permanenza in F1.

Combattente nato, cresciuto a pane e adrenalina, il samurai del volante quanto riuscirà a sopportare un altro eventuale campionato nelle retrovie? Eloquenti le recenti parole di Eric Boullier, racing director McLaren: «Fernando è vicino a perdere la pazienza». E stavolta arduo ipotizzare che la critica massima sfoci in qualche suo team radio senza peli sulla lingua, come il «GP2 engine!» esclamato nel 2015 dopo essere stato sorpassato in rettilineo nel gran premio del Giappone, la gara di casa della Honda.

L’asturiano non vince una gara da quattro anni (Spagna ‘13), non sale sul podio da due e mezzo (Ungheria ’14, secondo) e si è giocato il titolo iridato per l’ultima volta nel 2012. Per uno come lui, con la competizione al posto dei globuli rossi e lo sguardo sempre fisso su nuovi obiettivi da raggiungere, la lontananza dalla soddisfazione è come Modena invece che Roma per il commissario Scialoja di Romanzo Criminale o il mattino senza l’odore del napalm per il colonnello Kilgore di Apocalypse Now. Un esilio, una sofferenza, un supplizio. Che non scivola nella depressione grazie a una tenacia fuori dal comune, che gli ha permesso di guardare sempre avanti, fiducioso che un presente fatto anche, e purtroppo, di scosse elettriche e brutti incidenti sarebbe cambiato in meglio. Quando accettò la McLaren, dopo il divorzio dalla Ferrari, questo domani radioso sarebbe dovuto coincidere col 2017. Una previsione che ora però rischia d’infrangersi in una MCL32 dall’aerodinamica valida, ma dalla power unit debole e precaria.

Un nuovo flop aprirebbe inoltre a un quesito di più ampia portata: in F1 ci sarà ancora spazio per il due volte campione del mondo? Il suo contratto con la McLaren scade quest’anno, abbastanza intuibile ciò che accadrà in caso di stagione a pane e cicoria. A quel punto, però, chi nel suo avvenire? Improbabile la Mercedes, Hamilton ha il contratto fino al 2018, idem la Ferrari, che definirà in corso d’opera la nuova coppia (Raikkonen dovrebbe smettere dopo Abu Dhabi). Tra i top team non rimarrebbe dunque che la Red Bull. Ma Alonso accetterebbe l’eventuale sfida generazionale con un Verstappen di sedici anni più giovane?

L’ombra del ritiro forzato, determinato dagli eventi, sembrerebbe quasi ineluttabile e significherebbe dire addio a un pilota che, come ricordato su questa testata la scorsa estate da Giancarlo Minardi (colui che l’ha lanciato nel Circus), è ancora il migliore per le prestazioni in gara, vedi i settanta giri su tempi da qualifica nell’ultimo gran premio d’Ungheria. Una tempra ammirevole, ma anche malinconica se lo si pensa “costretto” a esultare per un quinto posto (Austin) quando invece meriterebbe di stare al vertice. A dicembre, dopo il ritiro di Rosberg, aveva avuto contatti con la Mercedes, ma gli è stato preferito Bottas. Decisione che ha privato le corse di una riscossa emotiva assicurata da un duello tra eminenze della velocità, rivincita della sfida in McLaren del 2007.

Per il momento, conviene quindi sperare che la Honda risolva i suoi problemi e doti la McLaren di un motore degno delle ambizioni di un talento a oggi senza rivali nel portare la monoposto oltre le sue potenzialità. Perché se il samurai dovrà definitivamente riporre la katana, sarà tutta la F1 a fare harakiri.

Jesus Christ Superstar di nuovo in Italia: torna a splendere la stella di Ted Neeley nel ruolo di Gesù con l’opera Rock più amata di tutti i tempi

Jesus Christ Superstar di nuovo in Italia: torna a splendere la stella di Ted Neeley nel ruolo di Gesù con l’opera Rock più amata di tutti i tempi

Dopo gli incredibili successi di pubblico e critica ottenuti a Amsterdam, Den Haag, Antwerpen, Groningen e poi di nuovo Amsterdam, a grande richiesta torna a risplendere in Italia la stella di Jesus Christ Superstar, il musical firmato da Massimo Romeo Piparo e prodotto dalla PeepArrow Entertainment, con l’interpretazione del grandissimo Ted Neeley nel ruolo di Gesù. Al sensazionale e applauditissimo tour invernale, iniziato a dicembre 2016, nelle principali città del nord Europa, seguirà infatti una lunga tournée durante la quale Jesus Christ Superstar toccherà numerose città italiane fino a primavera. L’atteso ritorno è previsto per l’11 febbraio a Trento, poi il musical viaggerà da nord a sud: Milano, Varese, Genova, Torino, Catania, Cosenza, Bari, per chiudere in bellezza ad aprile nella sua ‘casa’ romana, il Teatro Sistina.

La storia di un mito che travolge con la sua passione gli spettatori di tutte le età, un uomo-simbolo che fa della spiritualità la sua bandiera rivoluzionaria, un personaggio unico nella storia del teatro musicale: il celebre lavoro di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice non subisce i segni del tempo, anzi a ogni rappresentazione rinnova il proprio mito contagiando con entusiasmo sempre maggiore le centinaia di migliaia di spettatori, oltre 300mila tra il 2014 e 2016, che in Europa e in Italia hanno scelto di andare a vederlo.

E se dopo ormai quasi 23 anni di successi (più di 1.600 rappresentazioni, 160 artisti che si sono alternati nel cast, oltre 1milione e 700mila spettatori, quattro diverse edizioni e ancora, 12 anni consecutivi in cartellone nei Teatri italiani dal 1994 al 2006) questo spettacolo continua ad emozionare gli spettatori di tutte le età, passando di generazione in generazione, il merito va tutto a un mix di fattori vincenti: innanzitutto il grande lavoro artistico e produttivo di Massimo Romeo Piparo e della sua squadra, che hanno saputo rendere al meglio sulla scena la forza trascinante di una storia universale, dai valori positivi e dai forti sentimenti, in cui la musica diviene protagonista. Emerge poi, in uno spettacolo in lingua originale e interpretato interamente dal vivo, l’indiscutibile eccellenza artistica del cast, primo fra tutti Ted Neeley, l’indimenticabile protagonista dello storico film di Norman Jewison del 1973 che ha dato una impronta mitica e indelebile al ruolo di Gesù. Senza contare l’imponente e spettacolare allestimento che rende onore all’Italia sui palcoscenici internazionali, dimostrando che il nostro Paese ha raggiunto ormai livelli competitivi in termini di qualità artistica e professionalità nel musical. Ne sono prova i sold out e le standing ovation a scena aperta che da anni accompagnano lo spettacolo, così come il prestigioso MusicalWorld Award, uno dei riconoscimenti internazionali più autorevoli nell’ambito del musical, che ha premiato il Jesus Christ Superstar prodotto dalla PeepArrow Entertainment di Massimo Romeo Piparo come migliore produzione internazionale in Olanda nel 2016.  Ancora una grande occasione quindi per il pubblico italiano, che avrà l’occasione di conoscere o rivedere una delle più entusiasmanti storie mai scritte, per emozionarsi in uno spettacolo che celebra il talento, i grandi sentimenti e la bellezza travolgente della musica rock. Accanto al mitico Ted Neeley nei panni di Gesù, torneranno l’Orchestra diretta dal Maestro Emanuele Friello, l’ensemble di 24 tra acrobati, trampolieri, mangiafuoco e ballerini coreografati da Roberto Croce, con le scenografie di Giancarlo Muselli elaborate da Teresa Caruso e i costumi di Cecilia Betona.

Ma la storia di Jesus Christ Superstar continuerà anche dopo il tour in Italia. Per tutti i fan più appassionati l’appuntamento infatti sarà proprio in Olanda, al Rotterdam Ahoy, dove il 5, 6 e 7 maggio ci sarà il gran finale di questa produzione: una rappresentazione piena di sorprese e incredibilmente spettacolare, ispirata all’ allestimento dell’Arena di Verona del 2014 e che vedrà al fianco di Ted Neeley un cast davvero speciale.

Locandina_Jesus_Christ_Superstar[1]

Tour italia 2017:

11 e 12 febbraio 2017 – TRENTO                        AUDITORIUM SANTA CHIARA

dal 15 al 26 febbraio – MILANO ASSAGO       TEATRO DELLA LUNA

8 marzo – VARESE                                                 TEATRO APOLLONIO

dal 10 al 12 marzo – GENOVA                            POLITEAMA GENOVESE

dal 14 al 15 marzo – CASSANO MAGNAGO    TEATRO AUDITORIO

dal 17 al 19 marzo – TORINO                              TEATRO COLOSSEO

dal 23 al 26 marzo – CATANIA                           TEATRO METROPOLITAN

dal 4 al 5 aprile – COSENZA                                TEATRO RENDANO

dall’ 8 al 9 aprile – BARI                                       TEATRO TEAM

dal 12 al 23 aprile – ROMA                                   TEATRO SISTINA

 

JESUS CHRIST SUPERSTAR

 di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice

regia di MASSIMO ROMEO PIPARO

 TED NEELEY  – Gesù

FEYSAL BONCIANI – Giuda

PARIDE ACACIA – Hannas

SIMONA DISTEFANO – Maddalena

EMILIANO GEPPETTI –  Pilato

ELIA LO TAURO – Simone

FRANCESCO MASTROIANNI – Caifa

SALVADOR AXEL TORRISI – Erode

MATTIA BRAGHERO –  Pietro

 Ensemble

Giovanni Abbracciavento, Giada Cervone, Federico Colonnelli, Francesco Consiglio, Lorenzo De Baggis, Mattia Di Napoli, Simone Giovannini, Daniel Guidi, Francesca Iannì, Benedetta Imperatore, Alessandro Lanzillotti, Rosella Lubrino, Nicole Marin, Marta Melchiorre, Lazaro Rojas Perez, Daniele Romano, Carlotta Stassi, SaraTelch, Carmela Visciano

Orchestra

Direzione Musicale EMANUELE FRIELLO

Emanuele Friello (Tastiera 1 e Direzione)

Angelo Racz (Direttore Associato/Tastiera 1), Federico Zylka (Tastiera 2), Andrea Inglese (Chitarra 1), Stefano Mandatori (Chitarra 2), Massimo Pino (Basso),

Stefano Falcone (Batteria), Andrea Di Pilla (Tromba), Vincenzo Parente (Corno francese)

Scene GIANCARLO MUSELLI elaborate da TERESA CARUSO Costumi CECILIA BETONA

Luci DANIELE CEPRANI Suono ALFONSO BARBIERO Coreografie ROBERTO CROCE