Tommaso Labate: “Serie A a 18 squadre? Non risolve il problema. Globalizzazione nel calcio? Atipica e condivisibile. Sudditanza? Insita nell’uomo”

Tommaso Labate: “Serie A a 18 squadre? Non risolve il problema. Globalizzazione nel calcio? Atipica e condivisibile. Sudditanza? Insita nell’uomo”

Abbiamo intervistato Tommaso Labate, giornalista del Corriere della Sera e conduttore televisivo. Con lui abbiamo parlato della Serie A e della globalizzazione nel calcio, della Inter, sua squadra del cuore e della Calabria, terra natìa.

Ciao Tommaso, secondo te, esiste nel calcio una sorta di sudditanza psicologica degli arbitri, che in alcuni tendono a fischiare più facilmente per una squadra blasonata che per una piccola? In Italia come all’estero…

Mettiamola così, da che mondo e mondo, la psiche degli uomini li porta ad essere molto più accondiscendenti con i più forti che con i più deboli, è una cosa che fa parte dell’uomo. Non voglio parlare di sudditanza psicologica, soprattutto per non riaprire delle vecchie ferite passate. Però penso che in un campionato, nella fattispecie quello italiano, dove la seconda, la terza e la quarta in classifica si lamentano sistematicamente, a ragione o a torto, di quello che accade intorno alla prima, non fa bene neanche ai tifosi della prima. Diciamo che c’è bisogno di progresso. Tra l’altro il progresso tecnologico, e anche umano, che è stato apportato in porta, gol- non gol, ecc. fino ad adesso non ha portato grandi benefici, o quantomeno non così evidenti. Il mio timore è che perfino l’ingresso della moviola in campo non risolverà tutte le polemiche, per cui abbiamo bisogno di maggiore serenità e di maggiore ‘attenzione’, chiamiamola così.

Entriamo nel vivo del calcio nostrano. La serie A di quest’anno, oltre ad alcune sorprese, sta soprattutto facendo riflettere per il livello lasciato vedere in fondo alla classifica. Può essere una buona mossa quella, a tratti vociferata, di una riduzione delle squadre da 20 a 18?

Io non penso possa portare grandi differenze, anche perché, potrei sbagliarmi, ci sono stati campionati a 16 squadre, ed i primi a 18, che avevano una condannata con larghissimo anticipo rispetto alla fine dell’anno. Certo, il fatto che tu abbia 20 squadre ti porta ad avere dei blocchi che sembrano fondati. Si compete per non retrocedere da una parte, dall’altra si compete per andare in Europa League. In mezzo c’è tutta una fascia di squadre che competono per posizioni alla fin fine inutili, salvo i rimborsi della Lega. Secondo me a cosa che andrebbe fatta è una ripartizione molto più a favore delle piccole della torta dei diritti televisivi, perché con le società grandi, penso per esempio all’Inter, che si mettono nelle mani di imprenditori molto forti, il divario rischia ancora di aumentare. Perché è ovvio che il divario tra Moratti e il presidente dell’Empoli è già elevato e già lo conosciamo. Ma il divario tra Suning e Corsi è ancora più elevato. Quindi, prima che tutto finisca per incrementare ancora il gap, occorre una ripartizione dei diritti televisivi che favorisca ancora di più le piccole, perché è quello il punto in cui si riequilibra il campionato, è il punto in cui si dà alle squadre più piccole l’opportunità di competere meglio. Non è con l’aritmetica delle 18, delle 20 e delle 16 squadre, secondo me, che si risolve il problema di un campionato deciso per sua parte. Io poi, essendo un tradizionalista, come tutti quelli che erano già tifosi da bambini dei miei tempi, mi sento assolutamente contrario all’introduzione di schemi come playoff o playout. Per me campionati maggiormente competitivi, senza sentenze già scritte a metà dell’anno, si ottengono soltanto con la ripartizione dei diritti televisivi, soprattutto se questa porta a favorire le piccole rispetto alla grandi. Ovvio, che ci siano gare con poco appeal per gli spettatori e poche motivazioni da parte dei giocatori, è già successo, anche nei campionati a 16 squadre. Lo schema che ti ho esposto potrebbe evitare che, per farti un esempio con il campionato attuale, il Palermo, il Pescara e il Crotone siano già condannate alla serie B, perché se si evita questo, se ci sono squadre che lottano per non retrocedere, forse, non so, un Chievo – Empoli, con magari entrambe le squadre risucchiate nella zona calda, sarebbe molto più interessante.

Un campionato che sembra segnato nelle retrovie, così come in testa alla classifica. La Juve è davvero così forte ed imbattibile?

Al momento si, perché la cosa più forte che ha è una tenuta societaria e in campo che in Italia non ha eguali. Guardate la Roma per esempio, che è tornata ad offrire prestazioni ottime, ciniche, però veniva da serie di sconfitte. La Juve invece cade in un incidente pochissime volte. Questo lo si deve alla solidità di una società e di un gruppo a cui le altre concorrenti non possono ambire. Le altre non hanno chance al momento. Se si ragiona con i se e con i ma sai bene che non si va da nessuna parte. Se l’Inter si fosse affidata a Pioli da inizio stagione, per fare un esempio, forse già ci sarebbe stata una contendete più pericolosa per la Juve. Ovviamente questo non lo avremmo saputo e non lo sapremo mai. Però al momento un allenatore confermato, che ha confermato un gruppo di ottimi giocatori, che è stato addirittura potenziato, quindi un’organizzazione societaria, tecnica a tutti i livelli più solida delle altre. Guarda quello che succede a Roma. A Roma basta da un granello di sabbia per danneggiare l’intero ingranaggio, cose che alla Juve non succedono. Io provo ad immaginare se fosse successo a Roma, o anche a Napoli, il caso Allegri – Bonucci, con l’allenatore che reagisce agli insulti del calciatore, non mandandolo addirittura in campo, e parliamo di un big mondiale della difesa, in una partita decisiva come quella dell’andata degli ottavi di finale contro il Porto, avremmo avuto i processi per strada, lì invece la cosa è stata ammortizzata con un dibattito interno abbastanza feroce, ma ottenendo comunque una importante vittoria in quella circostanza, per poi vedere ricomposto il tutto nelle partite seguenti. Altrove quel caso là sarebbe stato semidistruttivo, alla Juve non lo è stato. Il caso De Laurentiis – Sarri dopo l’uscita del Napoli agli ottavi di Champions secondo me alla Juve non sarebbe successo. L’organizzazione della società, la distribuzione dei ruoli, il chi fa chi senza sbattere i piedi agli altri è fondamentale. La Roma, per esempio, oltre ad un ambiente appassionato, certe volte anche troppo, paga questo snodo tra la proprietà americana e i manager italiani come era, prima appunto di andarsene, Walter Sabatini, per cui si ritrovava sempre come nei film di parecchi anni fa in cui non si sapeva se rivolgersi allo sceriffo o all’FBI.

Focalizziamoci sulla tua squadra del cuore, l’Inter. Pensi che, dopo la partenza ad handicap sotto la guida di De Boer, il terzo posto sia ancora alla portata dei nerazzurri?

Guarda, io più che alla portata, visti i valori in campo, mi appello all’aritmetica. Lo è alla portata, perché se a 2 battute di arresto della squadra che ti precede ti uniscono 2 vittore consecutive che ti portano bottino pieno, riesci a ridurre il gap. Il punto è che gli scontri diretti ormai scarseggiano, e quelli passati sono stati negativi. Escludendo arrivi a pari punti, che ci penalizzerebbero, non è facile, perché non è nelle mani dell’Iter questa ipotesi. Ci sono state battute d’arresto, come il 2-2 in casa del Torino, che ci può stare, perché comunque, a parte la classifica, ha un organico secondo me superiore a molte che le stanno davanti, ma anche se avesse vinto le cose non sarebbero cambiate di molto. Senza contare che Roma e Napoli non mollano un colpo. Resterebbe da fare la riflessione, che però non spetta a me, se a quel punto valga davvero la pena farsi un altro anno di Europa League, una competizione in cui comunque il meglio di noi non abbiamo mai dato, e da cui abbiamo preso soltanto il peggio, ovvero giocatori ancora più stanchi per il campionato. Anche se, vedendo l’Inter attuale, sarebbe stato bello essere lì a giocarsela, questo senza alcun tipo di dubbio. E dico lo stesso, con grande rammarico, anche della Coppa Italia. Ricordiamoci che il rilancio dell’Inter sulla scena mondiale partì proprio dalla vittoria di una coppa Italia, che interruppe un digiuno che durava da anni e anni, e da lì poi in breve tempo la squadra tornò a vincere scudetti, e riuscì a conquistare la coppa dei Campioni nel giro di pochi anni. Però è difficile che succeda un altro caso simile al Nottingham Forrest, l’unica squadra se non mi sbaglio che ha più coppe dei Campioni che scudetti. Solitamente la rinascita di un club, blasonato come nel caso dell’Inter, riparte da un anno in cui magari riesce a portare a casa Europa League o coppa Italia, che portano entusiasmo per la stagione successiva.

In ogni caso, la seconda parte di stagione sotto la gestione Pioli ha lasciato intravedere gioco e personalità da anni persi sulla sponda nerazzurra della Madonnina. Merito ovviamente anche della gestione societaria. Come valuta l’organizzazione del gruppo Suning? E in generale, come vede lo sbarco degli imprenditori stranieri nel calcio italiano?

Guarda, io innanzitutto farei una grande differenza tra i cinesi dell’Inter e quelli del Milan, che non si sono ancora visti, non hanno una loro conformazione designata. Tra l’altro, tutti i personaggi più o meno noti che erano stati tirati in causa hanno smentito il loro ingresso in cordata, per cui parliamo di persone che non conosciamo. Al contrario, quelli dell’Inter rappresentano un gruppo solido. Ci sono molti modi per riuscire ad avere la meglio. Il gruppo che ha preso in mano l’Inter ha scelto come primo allenatore Pioli, perché sappiamo che De Boer è stato scelto dalla vecchia dirigenza. Ha capito che il modello da cui partire è quello nostrano, un usato italiano, che conosce il campionato. Quindi, se la cordata straniera parte da presupposti di leggere bene le esigenze, si può far bene, si può vincere, si possono aprire cicli. Se invece la cordata straniera ragiona su logiche esclusivamente di business o di fantacalcio, mi riferisco per creare operazioni per esempio, anche se qui non si parla di spagnoli, del Real Madrid dei Galacticos, in cui ti crei la squadra di fantacalcio e la butti in campo, creerai forse più entusiasmo nella prima parte di stagione, ma nella seconda rischi comunque di mandare in malora anche il progetto. Per cui, chi investe in un paese straniero deve partire da quelli che sono i meccanismi di quel paese. Importare modelli dall’estero, impiantandoli sul territorio, si rischia di fare la fine di quelli che volevano impiantare la democrazia dagli USA, e poi abbiamo visto come è andato a finire. Il calcio è una faccenda di uomini. Gli uomini, perfino i più grandi, possono sbagliare. Neymar, Messi e Suarez si pensava a tutto il peggio possibile, che non sarebbero riusciti a giocare insieme. Però quei 3 hanno dimostrato che non è nell’esaltazione del singolo che costruiscono il loro successo, ma è su quanto ciascuno è disposto a cedere un pezzo di se stessi agli altri che il Barcelona va avanti. A me è venuto in mente durante Barcelona -Valencia. In occasione di una punizione dal vertice sinistro dell’area che sembrava fatta apposta per uno tra Neymar e Messi, che erano entrambi sul pallone. Alla fine ha tirato Suarez, senza il minimo battibecco. Guardiamo quanti casi ci sono stati in Italia, mi viene in mente anche la storia dei rigori nel Torino. 3 campioni come Neymar, Suarez e Messi questi problemi non li vivono nemmeno.

Una tendenza, dettata anche dalla tanto proclamata globalizzazione. Che ha portato a programmare il derby di Milano sabato alle 12:30…

Io la penso all’esatto contrario di Sarri. A me vedere la mia squadra giocare alle 12:30 piace parecchio. Orario bello, è domenica mattina, ti sei svegliato, hai letto il giornale, sei uscito a fare un giro, e alle 12:30 ti piazzi a vedere la partita dell’Inter. Dopo di che, se hai il tempo materiale, per rinfrancarti da eventuali sconfitte, oppure goderti le vittorie, in ogni caso lo fai rilassato su una mega diretta gol delle altre. Quindi, opinione mia personale, se devo scegliere se godermi l’Inter alle 12:30 o nell’anticipo serale, io scelgo sempre le 12:30, proprio per mia caratteristica personale. Poi ovviamente, questa decisione è stata presa per permettere la visione del derby anche in Cina, ed è una mossa che io condivido. Se io posso fare una festa a cui i miei amici vengono lo stesso, e riescono a portare altra gente, perché non farla in un orario in cui ci possono essere più persone, senza che nessuno dei miei amici si perda? Vuoi una partita con 100 milioni di spettatori o ne vuoi una con 600 milioni di spettatori? Se nessuno ci resta male dei nostri, ma perché privarci di avere un pubblico più grande? E poi ti aggiungo una cosa: chi usa il tema della globalizzazione, del tema del calcio globalizzato, forse in questo caso ne abusa. Perché la globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta nei mercati economico-finanziari, porta la concentrazione dei grandi capitali dove il costo del lavoro è più basso, mentre in questo campo li porta da noi, dove il livello è più alto. Quindi se la globalizzazione quella classica ha favorito un paese come la Cina, che la sta difendendo a spada tratta contro gli Stati Uniti, assistendo a cose fino a qualche anno fa folli, come il presidente della Cina che difende la globalizzazione contro il presidente americano. Nel calcio invece il caso è l’opposto: c’è la concentrazione delle risorse là dove il livello è più alto, per esempio nel campionato italiano. Applicare il teorema della globalizzazione economica al calcio avrebbe prodotto effetti opposti a quelli a cui stiamo assistendo, cioè avremmo imprenditori italiani top investire in squadre cinesi, e questo non è successo. È una globalizzazione atipica questa qui. Non sarebbe dovuto essere Suning a comprare una squadra italiana, ma per esempio Moratti avrebbe dovuto comprare una squadra cinese, perché lo stipendio di un calciatore cinese è inferiore rispetto a quello che ti chiede Icardi, però non è così. Quando ci sono i sogni di mezzo, c’è il talento più che il costo di lavoro bassi. Anche il cinema è un business, anche l’arte. Però attenzione, quando si incrociano sogni e business, la qualità deve puntare al rialzo. Se il cinema è un business, non è che tu fai meno film con Robert De Niro, ne fai di più, perché comunque la gente vuole sognare con Robert De Niro, non con Mario Rossi. Lo stesso dovrebbe succedere nel calcio.

Un punto sulla Champions: cosa ne pensi dei sorteggi? La Juve ha le armi per giocarsela alla pari con il Barça? Una tua favorita per la vittoria della Champions?

Non so se la Juve ha o meno grandi possibilità di giocarsela con il Barcelona. Dico che i valori sono sotto gli occhi di tutti, e che la mia opinione personale, che ho ribadito più volte, è: in Italia tifo per le italiana, in Europa per le europee. E mettiamola così, per me la favorita per la Champions è quella che passa tra Juve e Barcelona.

In onore delle tue origini, e della tua infanzia passata a Marina di Gioiosa Ionica, non possiamo evitare una domanda sul calcio della tua terra, la Calabria. Il Crotone ad un passo dalla B, il Cosenza in zona Playoff in Lega Pro, nello stesso girone C in cui la Reggina rischia la retrocessione. La tua valutazione del calcio in una regione difficile da gestire a livello politico e amministrativo.

Guarda, alcune delle più buie pagine politiche della Calabria, anche dal punto di vista della criminalità, hanno coinciso con dei grandi boom delle squadre calabresi, per cui diciamo che la simmetria tra i due temi non è perfetta. Dico solo che il calcio spesso e volentieri incide. Io mi ricordo quando ero bambino, nell’anno in cui l’Inter vinse lo scudetto, 1988- 89, arrivarono al quarto posto in serie B, alla pari, 3 squadre: Cosenza, Reggina e la Cremonese. La classifica avulsa fece fuori il Cosenza, poi ci fu lo spareggio tra le altre 2, e ai rigori vinse la Cremonese, nella famosa partita dell’Adriatico di Pescara. Per cui qualche esperienza di alto livello le squadre calabresi l’hanno vissuta. Molto spesso si nutre di cicli. Ricordo quando in Calabria si celebravano il gloriosi anni del Catanzaro in serie A, e poi ci si siamo trovati quasi inaspettatamente in serie A una Reggina che in campo ci aveva Pirlo e Baronio, tanto per dirne una. La stessa cosa si può dire per la pallacanestro. Manu Ginobili, grandissima stella del basket americano, io l’ho visto giocare al palazzetto quando giocava in serie A. Kobe Bryant ha fatto le elementari a Reggio Calabria, dove il padre giocava. Ci sono molto spesso delle coincidenze, anche perché la regione non è un ente territoriale valido per lo sport, lì sono da prendere in considerazione le città e le province, quindi tu ti puoi trovare, come è successo alla Sicilia, con diverse squadre nelle categorie superiori, penso a Palermo, Catania, Messina, e poi disperderle nel giro di pochi anni. La ricetta giusta ce l’ha sempre l’Atalanta, perché se si riesce a mantenere quasi sempre nella massima serie negli ultimi 20 anni lo deve ai grandissimi investimenti che fa nel territorio per il settore giovanile. Questa è la vera benzina delle squadre che non possono permettersi grandi campioni e grandi nomi. Il mitico centro di Zingonia catalizza sempre i migliori giovani del territorio, non si va a prendere gente che viene da altrove. Puntare sul settore giovanile, anche penalizzando gli acquisti sulla prima squadra, nel giro di qualche anno ti può portare ad avere un grandissimo serbatoio di giocatori: a) che fai giocare, fai esordire, fai allenare ecc. b) che puoi vendere. Per le squadre di provincia il modello a mio parere rimane l’Atalanta. Investire sul settore giovanile alla lunga ripaga. Ovviamente devi avere dei tifosi che lo capiscano, che non ti chiedano tutto e subito.

Una raccolta da non perdere se sei pazzo di Holly e Benji

Una raccolta da non perdere se sei pazzo di Holly e Benji

Che campioni Holly e Benjii. Li ricordate? Due veri fenomeni del calcio,  eroi del cartone animato tra i più seguiti negli anni 90.

Holly Hutton è un predestinato, uno straordinario supereroe del calcio. Segna una valanga di gol, il pallone è il suo migliore amico. Dribbling, assist e giocate acrobatiche per la Newppy e in seguito la per New Team. Holly ha la capacità di trasformare una squadra di medio livello in una delle forze più potenti del campionato giovanile.

E poi c’è Benji Price, che incontra Holly per la prima volta a dodici anni. Ha un sogno nel cassetto da realizzare: diventare il più grande portiere al mondo. Come Hutton è un vero fenomeno. Para qualsiasi tiro, subisce pochissimi gol: insomma un vero muro. Con il suo carisma sostiene i compagni anche nei momenti più delicati e difficili. Coi piedi ci sa fare e nella memoria dei fan resta impressa l’epica ed infinita cavalcata dalla sua porta verso quella avversaria, con un tiro finale straordinario.

Le scintille del primo incontro con Holly si trasformano presto in una vera amicizia. Il resto è storia.

Sono veramente tante le emozioni che hanno regalato questi due personaggi. Holly e Benji restano amatissimi ancora oggi, nonostante siano passati parecchi anni dal loro approdo in tv.

Per questo motivo, probabilmente, Corriere dello Sport-Stadio e Tuttosport hanno deciso di celebrarli riproponendo in edicola una raccolta che i veri fan del cartone animato non si lasceranno scappare.

Si tratta di 28 Action Figures con un piano editoriale completamente rinnovato rispetto alla passata edizione del 2015.

Holly Hutton, Benji Price, Mark Lenders e molti altri. I protagonisti della serie usciranno in edicola, anche con la prestigiosa collaborazione del Gruppo Mondadori.

La reazione dei fan è stata talmente forte da attirare l’attenzione di altre grandi realtà editoriali italiane, come Tv Sorrisi e Canzoni e Panorama, che si sono proposti come partner dell’iniziativa.

Le statuine dei nostri idoli di infanzia ariveranno in edicola ogni settimana con un personaggio diverso.

Il primo, ovviamente, è Holly Hutton. Poi sarà il turno del mitico Benji Price.

Una raccolta da non perdere per chi ama follemente Holly e Benji.

Claudia Peroni: “Formula 1? Stravolta e più dura. Ferrari? Punto di riferimento. Crediamoci”

Claudia Peroni: “Formula 1? Stravolta e più dura. Ferrari? Punto di riferimento. Crediamoci”

Abbiamo intervistato la giornalista sportiva Claudia Peroni, volto storico di Mediaset e massima esperta di motori, per parlare del Campionato di Formula 1, al via a Melbourne con il primo Gran Premio della stagione

Una F1 più veloce di qualche secondo al giro (almeno queste sembrano le previsioni al momento con le nuove regole) stresserà ancora di più le power unit favorendo motori tipicamente meno performanti ma più longevi come i Ferrari rispetto ai Mercedes.

Hai centrato nel segno. Oggi si parlava come ultimissima considerazione fatta dei tecnici, del fatto che ci potrebbero essere difficoltà anche per i consumi, perché grazie alle gomme più larghe c’è una maggiore aderenza, quindi si può uscire più forte in curva, prendendo punti di staccata differenti rispetto a quelli precedenti, e quindi si può andare più veloci, come si è già ampiamente visto. E di conseguenza si consuma di più, questo per darti l’idea di come anche le power unit vengano sollecitate di più, perché se c’è più potenza c’è più velocità, e quindi le power unit sono più a rischio. È una F1 sicuramente stravolta, rivista, evoluta, prima di tutto proprio dal punto di vista della potenza e della velocità. Una F1 bella, almeno per me che la ritengo anche banco di prova per le auto da produzione, ma soprattutto anche perché è la formula più importante, più esasperata, ed è giusto che vada più forte, come già si è visto nei test.

In base alla tua esperienza, pensi davvero che la Mercedes nei test abbia schierato una ‘toy car’?

Indubbiamente, non ti dico che alla Mercedes si siano nascosti, ma indubbiamente non hanno svelato tutto il proprio potenziale. Quello lo vedremo solo nel Mondiale. IO non credo che ci saranno stravolgimenti tali da definire quella usata nei test una ‘toy car’, però il passo è lungo. Ci sono delle differenze sostanziali rispetto alla Ferrari, e questo la dice lunga. Vuol dire che la Mercedes ha preso una strada, e la Ferrari un’altra, 2 direzioni totalmente differenti, e questo è anche bello, perché ora vedremo a chi le gare daranno ragione. Ma non credo che la Mercedes che vedremo in gara sarà molto diversa da quella vista nei test.

E la McLaren quante possibilità ha di recuperare durante la stagione?

La vedo dura. Mi dispiace per Fernando, perché sono una sua grande sostenitrice, però non ci sono molte speranze. È ancora molto indietro la macchina, il motore anche, non ne riescono davvero a venire a capo. Credo sia rimasto sorpreso lo stesso Fernando, quest’anno si aspettava finalmente di partire col piede giusto, invece è ancora tutto da iniziare, tutto punto e a capo. Alonso ci ha messo molto del suo, della sua  esperienza, ma a quanto pare c’è ancora tanto da fare.

Con tutti questi cambiamenti, varia anche l’importanza della preparazione atletica di un pilota?

Si, sarà una F1 che metterà a dura prova i piloti. Lo stesso Hamilton ha dovuto iniziare una nuova disciplina thailandese, un misto tra thai e box, proprio perché bisogna allenarsi molto bene. Lui stesso ha detto che non si è mai allenato così bene durante l’inverno quanto per questa ragione. E questo è significativo, se lo dice un 3 volte campione del mondo…

La carica dei neopatentati diciottenni alla guida è per te uno sviluppo positivo, o l’esperienza conta ancora di più dell’esuberanza quando si tratta di formula uno?

Beh, Verstappen l’anno scorso ha zittito tutti, perché ha fatto una grande stagione. Anche se mi sembra di capire che la FIAT stia un po’ mettendo in discussione questa sua tecnica nei sorpassi, con cambi di traiettoria al limite del regolamento. Credo che tanti giovani hanno dimostrato di saperci fare. Anche il nostro giovane Antonio Giovinazzi è un pilota da supportare che secondo me merita tantissimo, sta dimostrando di aver meritato il ruolo di terzo pilota Ferrari, di essere salito sulla Sauber, e di aver fatto bene anche lì, perché oltre il piede ha anche la testa. Insomma, i giovani di oggi evidentemente sono cresciuti anzitempo, senza nulla togliere i veterani, che hanno un’esperienza che in Formula 1 conta tantissimo, anche per conoscenza dei circuiti. Però  abbiamo avuto la riprova che ci sono tanti piloti giovanissimi di altissimo livello.

Come hai detto tu, abbiamo sotto gli occhi tutti le prestazione di Verstappen la stagione passata. Credi che talentuoso 19enne belga sia pronto per il definitivo salto di qualità?

Guarda, dietro la Red Bull non dimentichiamoci che c’è sempre Adrian Newey. Qualcuno ha detto che la Red Bull si è anche un po’ nascosta durante i test, e ci può stare. Io credo che ad oggi la lotta sia più tra Ferrari e Mercedes, ma Verstappen può fare la differenza, perché ha grande talento, senza nulla togliere a Ricciardo, e quindi potrà inserirsi spesso e volentieri per la lotta al vertice.

I tuoi 3 candidati per la vittoria finale?

Hamilton, Vettel e se la Ferrari va veramente forte anche Raikkonen lo vedo bene, perché questa Ferrari è nelle sue corde, nel suo DNA, poi lui è a fine e quindi ci può stare che faccia una grande stagione. Però senza dimenticare anche Verstappen, senza escludere Ricciardo. Nell’ordine, Vettel-Hamilton o Hamilton-Vettel, sull’ordine sono un po’ indecisa, e poi a seguire gli altri.

La sorpresa?

Giovani che possano fare dei grandi exploit non ne vedo. Forse Bottas, se vogliamo definirlo giovane, è uno che potrà regalare sorprese, anche perché guida una Mercedes.

La Ferrari tornerà davvero competitiva per il titolo, così come non è stata nell’ultimo anno?

Assolutamente si, è tornata ad andare forte. Finalmente ci aggiungo io. Vettel ha dichiarato che questa è la Ferrari migliore che lui ha guidato fino ad ora. Indubbiamente questo stravolgimento che c’è stato all’interno, con questa nuova organizzazione orizzontale, sta dando i suoi buoni risultati, come si è potuto vedere nei test, che però possono mentire, come l’anno scorso, quando a buoni test non sono susseguite buone prestazioni in gara. Però quest’anno le cose sono decisamente cambiate, e io credo che quanto di buono abbia fatto vedere la Ferrari verrà confermato anche in gara. Per cui credo che quest’anno la Ferrari sia, se non la macchina da battere, un punto di riferimento importante. E questo a detta di tutti, perfino di Hamilton.

Dove può arrivare Giovinazzi, 24enne in rampa di lancio della Ferrari la prossima stagione?

Secondo me ha tanto potenziale. L’anno scorso in GP2 già ha dimostrato, poi si è un po’ perso nell’ultima gara, vittima anche dell’emozione. Deve migliorare un po’ sotto questo punto di vista, essere un po’ più solido, ma io credo molto in lui, e sono molto positiva in tal senso.

Un pensiero finale sul ritiro del tutto inaspettato di Rosberg

Io ho pensato tantissimo a Nico, perché si è rivelato davvero un grande uomo, una bella persona. Un grandissimo, di cuore, di generosità. Di altruismo, perché lui ha detto che si vuole dedicare alle persone che sono state meno fortunate di lui, fare volontariato, partecipare ad eventi benefici. Trovo sia bellissimo quello che lui si è proposto di fare. Io reputo che lui sia appagato dal punto di vista sportivo, in più si sta costruendo una famiglia. Secondo me ha fatto bene, perché non bisogna perdere di vista la realtà della vita, e la F1 è molto lontana della realtà.

Fino alla fine, forza Ferrara: provaci e credici, SPAL

Fino alla fine, forza Ferrara: provaci e credici, SPAL

Capolista solitaria in Serie B, da neopromossa, la S.P.A.L. 2013,  adesso può concretamente tentare l’assalto alla massima serie, così come hanno fatto tante altre compagini nel recente passato, riuscendo a transitare dalla serie cadetta dopo la promozione della Lega Pro. La squadra è tornata in B dopo 23 anni di assenza, e dopo 31 giornate si trova al comando, davanti al Frosinone (in attesa del nuovo stadio Benito Stirpe) e all’Hellas Verona, la superfavorita che sta però faticando in questo girone di ritorno. Così, ecco l’outsider, che si era già rivelata la sorpresa del campionato assieme ad un’altra neopromossa, il Benevento, ed ora può davvero fare sul serio, perché il primo posto a +2 sui canarini ciociari, deve valere da monito per tentare l’assalto ad una Serie A che manca dal 1968. Poi, inutile dirlo ma corretto ribadirlo, questo primo posto fa un po’ coltivare una speranza collettiva di rivedere gli spallini nel calcio che conta, poiché il sapore nostalgico è molto forte. Ma l’ottimo momento del team ferrarese, è frutto anche di un grande lavoro tattico, ben descritto qualche giorno fa da L’Ultimo Uomo, e di una ripartenza dopo tanti anni brucianti.

RINASCITA – L’ascesa vissuta sin qui è stata rapida, ed è una vera e propria reazione dopo due fallimenti: uno per decade, dall’inizio del 2000, prima nel 2005 e poi nel 2012. La ragione sociale S.P.A.L. 2013 srl ha però rappresentato la ripresa degli estensi, in un percorso che ha portato velocemente ad una Serie B che permesso di rivedere lo stadio Mazza gremito. A Novembre 2016, quando i biancazzurri ancora non coltivavano il sogno promozione, l’esperto Simone Meloni aveva documentato su SportPeople l’atmosfera di una passione ritrovata, recandosi in terra estense per la partita contro l’Avellino, squadra al tempo in piena crisi. Amarti ancora, farlo dolcemente, così intitolava il report – che riprende le parole anche di un coro ferrarese (oltre che di un brano di Gianna Nannini) – della partita che vedeva la Curva Ovest ribollire di passione,; una passione che si era spenta dopo tanti anni difficili, prima dell’arrivo della famiglia Colombarini per iniziare un nuovo corso degno di un nome importante nella storia del calcio italiano. Nel 2005 fu il Lodo Petrucci a permettere alla squadra di ripartire dalla Serie C2, dopo l’estromissione a fine della stagione 2004-2005 (dove all’inizio, in panchina sedeva un certo Massimiliano Allegri). Il triennio di Gianfranco Tomasi alla presidenza furono incolore, ma anche tutti gli anni successivi riserveranno ben poche soddisfazioni ai tifosi estensi, sempre più rassegnati a vivere una realtà che non va oltre la terza serie. Ma a gettare benzina sul fuoco sarà il secondo bruciante fallimento del luglio 2012. Un brutto colpo per la squadra, costretta a ripartire dai Dilettanti, con la classica manovra in cui è il sindaco a dover mettere mano per trovare nuove cordate disposte a rilanciare il calcio in città. Il 12 luglio 2013, un anno dopo il fallimento, la fusione tra Giacomense e S.P.A.L inaugura la gestione Mattioli-Colombarini, con la nuova creatura S.P.A.L 2013 che da un lato raccoglie la storica eredità del calcio a Ferrara, ma dall’altro è la trasformazione della Giacomense, squadra di Masi San Giacomo, paese di 466 anime. La società è iscritta nella seconda divisione di Lega Pro, terminato al sesto posto dopo un avvio titubante. Ammessa alla Lega Pro unica, formata da tre gironi, la squadra conclude la stagione successiva al 4° posto, e con una semifinale nella Coppa Italia di categoria, confermando però un allenatore che si rivelerà importantissimo nelle prossime stagioni, sino ad ora: Leonardo Semplici, il cosiddetto Mistersemplici di Giovani Speranze, il programma di Mtv che era dedicato alla primavera della Fiorentina, di cui Semplici era allenatore, prima di sbarcare a Ferrara. L’annata 2015-2016 sarà vincente: con Semplici in panchina e una rosa competitiva, la SPAL completa il percorso di rinascita e torna in Serie B: promozione con due giornate di anticipo, in una stagione vissuta quasi sempre al comando, e viene portato a casa anche un secondo trofeo, la Supercoppa di Lega Pro.

Video di SportPeople, Spal-Avellino:

OGGI – Il ritorno in serie B non ha obiettivi chiari se non quello di mantenere la categoria, ma si capisce fin da subito che la squadra è competitiva. L’arrivo a gennaio di Sergio Floccari dal Bologna ha arricchito l’attacco che poteva già contare sull’esperienza di Mirco Antenucci, tornato in una Serie B dove sa farsi valere, dopo la parentesi Leeds United. La squadra lavora molto bene sugli esterni (uno di questi era Beghetto, ora oggetto misterioso nel Genoa in crisi), ha arginato le difficoltà in difesa della prima parte di stagione e sta facendo crescere ottime prospettive, due su tutti: il difensore Kevin Bonifazi, tra le rivelazioni del torneo, prossimo al Torino, e il portiere Alex Meret, che sembrerebbe il secondo miglior talento italiano tra i pali, dopo l’ormai solito Gigio Donnarumma. Ma c’è chi si sbilancia, come l’ex portiere Fabrizio Ferron, oggi preparatore dell’Under 17 italiana: «Donnarumma non sente pressioni, ma Meret è tecnicamente più completo», ha dichiarato a Goal.com. Gli esperti però erano già a conoscenza delle doti del portierino di proprietà dell’Udinese cresciuto a fianco a fianco con Scuffet, che proprio in questi giorni ha ritrovati i campi di Serie A dopo un breve declino precoce. Ora, con un gioco convincente ben architettato da Leonardo Semplici, la corazzata di giovani talenti guarda tutti dall’alto e potrebbe rappresentare la nuova promozione a sorpresa e diretta, dalla Lega Pro alla Serie A in due stagioni: prima di loro, nel recente passato ci sono riusciti il Frosinone nel 2014 e il Novara nel 2011. Tentarci è un obbligo.

 

 

La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

20 mila euro da raccogliere in due mesi. È questo l’obiettivo della campagna di crowdfunding lanciata dal Carpi FC e dalla piattaforma Tifosy per finanziare la prima fanzone della squadra emiliana. Tifosi e simpatizzanti biancorossi potranno contribuire alla creazione dello spazio polifunzionale fino al 19 maggio donando da pochi spicci a centinaia di euro, e ricevendo in cambio materiale autografato e altri riconoscimenti.

Nelle intenzioni del club la zona dedicata ai tifosi sarà realizzata sotto al settore Distinti dello stadio Cabassi e sarà un punto di ritrovo per i tifosi prima e dopo le partite, uno spazio di socialità e svago grazie a divani, tavoli, videogiochi, biliardini e attività per i bambini. Ogni tanto sarà anche possibile incontrarvi qualche giocatore della prima squadra, che magari accetterà una sfida alla Play.

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A pochi giorni dal lancio, avvenuto il 17 marzo, l’iniziativa ha già raccolto più di un quarto dei fondi necessari, anche grazie al contributo iniziale di mille euro da parte dal club. Come tutte le campagne di crowdfunding che si rispettino, anche questa prevede la gestione trasparente dei fondi: il Carpi ha infatti già dichiarato come saranno ripartiti i costi tra costruzione della struttura, arredi, impianto elettrico e altre necessità.

I riconoscimenti per i donatori cambiano ovviamente a seconda dell’entità della donazione. Si va dai ringraziamenti pubblici per i contributi di poche decine di euro, alle divise autografate, fino a formule che comprendono anche l’abbonamento per la prossima stagione. I fanfunders avranno anche l’opportunità di aggiudicarsi una delle maglie speciali indossate dai calciatori durante Carpi-Spal, che recano sul retro la scritta #FanZoneBiancoRossa.

 La campagna si colloca nel progetto di collaborazione tra la Lega B e Tifosy, azienda inglese specializzata nei crowdfunding in ambito calcistico. Tra i progetti finanziati in passato, risaltano senza dubbio il Museo Crociato del Parma (170 mila euro raccolti) e gli impianti sportivi per il settore giovanile del Portsmouth (270 mila sterline).

«Grazie alla partnership stretta da Lega B con Tifosy, siamo la prima società della Serie B ad avviare una campagna di fanfunding – ha commentato Simone Palmieri, responsabile marketing del Carpi, che ha definito la fanzone «uno spazio da vivere insieme, per accorciare ancora le distanze tra il club e la sua gente».

Nicola Verdun, business director di Tifosy, commenta così l’iniziativa: «Il Carpi ha capito il valore del fanfunding: volevano coinvolgere maggiormente i tifosi. Stiamo discutendo con altre squadre italiane nuove campagne da avviare in futuro. Il percorso di preparazione è di solito abbastanza lungo, perché vogliamo assicurarci che il crowdfunding riesca al 99%. Il lavoro per questo progetto, ad esempio, è partito otto mesi fa: c’è sempre un periodo di analisi approfondita che precede il lancio di ogni campagna».

Il Carpi è dunque il primo club italiano di alto livello che lancia una campagna di crowdfunding. Visti i tempi di stenti economici per i club italiani, è probabile che tale pratica si diffonderà molto nei prossimi anni. L’auspicio è che non perda la sua natura partecipativa e comunitaria, che non diventi cioè uno strumento usato dai presidenti per spremere i tifosi, sempre pronti ad aiutare il club. Chiedere soldi ai tifosi è una cosa che va fatta con parsimonia e per progetti speciali, come quelli che li coinvolgono direttamente i (come appunto una fanzone), quelli che danno i propri effetti a lungo termine (come un settore giovanile) e quelli che valorizzano la cultura sportiva di un club (come un museo). O quelli così costosi da essere difficilmente irraggiungibili.

C’è un altro dubbio all’orizzonte. Finché si finanzieranno zone dedicate alla tifoseria, progetti culturali, centri sportivi e zone dello stadio saremo tutti d’accordo. Ma il crowdfunding potrebbe anche essere (mal)interpretato per spese arbitrarie e dagli effetti a breve termine. Ad esempio, quando qualche istrionico patron proporrà il crowdfunding per comprare un giocatore – e quel momento sapete che arriverà –  come reagiremo?

Per ora la garanzia sulla qualità dei progetti è certificata da Tifosy, che valuta ogni proposta e dice di sì solo a interlocutori credibili e con i conti a posto. Ad oggi dunque, senza creare allarmismo, possiamo constatare che il progetto del Carpi è un buon inizio. Speriamo che faccia da apristrada.

Per partecipare, basta andare su tifosy.com/carpi.

Crazy Boy, ecco perchè Diawara è miglior centrocampista del Napoli

Crazy Boy, ecco perchè Diawara è miglior centrocampista del Napoli

Nel gioco di Maurizio Sarri c’è un una pedina insostituibile, capace di mediare fra gli inserimenti di Hamsik e la sostanza di Allan, sicuramente meno estroso di Jorginho ma più agile di Zielinski, simile fisicamente a Marko Rog ma capace di stregare Maurizio Sarri prima di tutti gli altri. Già, perché il centrocampista guineano porta con sé 17 anni di talento e 24 presenze con la maglia azzurra; difficile che il tecnico toscano faccia affidamento fin da subito sui nuovi talenti che porta sotto il Vesuvio, ne sono una prova i pochi minuti concessi proprio al campioncino Rog oppure a un difensore pregiato quale Lorenzo Tonelli, decisivo contro Sampdoria e Pescara ma quasi mai chiamato in causa dal tecnico aretino.

Le statistiche parlano chiaro, Diawara è il miglior centrocampista azzurro per qualità e precisione nei passaggi – porta a casa una percentuale positiva dell’89.6% -, secondo solamente a 3/4 del reparto difensivo azzurro, che con Koulibaly, Chiriches, Maksimovic e Strinic supera il 90%.

Che Amadou Diawara sia affidabile è ormai un dato di fatto, la gara di andata contro il Real Madrid lo ha messo a nudo: l’ex giocatore del Bologna si è mosso con una disinvoltura tipica del fuoriclasse, senza sbagliare passaggi chiave che hanno permesso proprio al suo Napoli di sognare per una manciata di minuti.

Tralasciando la brutta parentesi del suo addio ai colori rossoblù, scelta o ‘capriccio’ che ha gettato non pochi commenti negativi su un giovane ritenuto da molti ancora acerbo, oggi il 19enne sta dimostrando a tutti di valere per davvero 15 milioni.

Se le migliori squadre d’Europa gli strizzano l’occhio, sul campo Diawara ferma il tempo, i suoi tocchi precisi e ben calibrati sono come spinaci per il centrocampo del Napoli, che non manca certo di forza ma deve mantenersi in equilibrio per sorreggere le scorribande del ‘trio delle meraviglie’.

Insomma, se davvero Aurelio De Laurentiis sta cercando di formare una squadra che possa sbaragliare la concorrenza in Italia ed espugnare campi illustri in Europa, il centrocampo deve essere un punto di partenza, forse anche più importante delle reti di Mertens e dei movimenti intelligenti firmati Callejon.

Il Barcellona ce lo ha insegnato, costruendo i migliori anni e le vittorie più pregiate proprio sul trio Xavi-Iniesta-Busquets, tanto invisibile quanto inimitabile.

Insomma, le due domande che tutti dovremmo porci sono sulla forza del centrocampo azzurro e sul futuro del Napoli. Diawara e il futuro del Napoli: Diawara è il futuro del Napoli.

Fabio Aru: “Giro, che emozione la partenza in Sardegna. Nibali? Siamo amici ma non ci risparmieremo”

Fabio Aru: “Giro, che emozione la partenza in Sardegna. Nibali? Siamo amici ma non ci risparmieremo”

Ci sono atleti in questo meraviglioso sport chiamato ciclismo che ti conquistano dal primo istante, con un gesto, un sorriso, una smorfia di fatica o un’impresa a braccia alzate che ti emoziona scaldando il cuore, e Fabio Aru fa parte proprio di questa categoria. Un predestinato, un duro che lavora sodo sin da dilettante per arrivare lontano, l’uomo che stavamo aspettando per continuare a competere per vincere nelle grandi corse a tappe che, mai come quest’anno, si tingono di rosa col centenario della kermesse più amata del Belpaese. E’ il suo primo anno da leader maximo dell’Astana che ha perso Nibali, emigrato nella nuova formazione araba Bahrein Merida, ed è inutile nascondere che la corsa rosa sia l’obiettivo principale di Fabio, atteso il riscatto dopo un 2016 difficile. Lo Abbiamo incontrato, al termine di una sfortunata Tirreno Adriatico, pronto a ripartire per raggiungere la condizione ottimale.

Buongiorno Fabio e bentornato al Giro. Partiamo dalle sensazioni post Tirreno Adriatico, una brutta tracheobronchite ti ha costretto al ritiro. Come stai?

Si, purtroppo la bronchite ha segnato negativamente la mia Tirreno e mi è dispiaciuto davvero tanto lasciare la corsa, per i miei compagni e i miei tifosi. Ora sono sulla via della guarigione.

Edizione speciale del Centenario, e si parte dalla “tua” Sardegna. Una grande emozione al via per te?

La partenza dalla mia Sardegna del Giro del Centenario è davvero una bella cosa. Non potevo non essere al via per quella che rimarrà certamente un’edizione storica della Corsa Rosa. E poi, pensare che con i miei risultati possa aver contribuito almeno in parte a questa Grande Partenza dalla mia Isola, mi inorgoglisce tanto.

L’Aru che torna al Giro dopo i due podi del 2014 e 2015 e un 2016 difficile è un atleta diverso? In che cosa l’esperienza del Tour ti ha cambiato?

Di certo le esperienze ti segnano e ti fanno crescere. Tanto più le sconfitte, da cui si impara molto di più che dalle vittorie. Ma non credo di essere un atleta diverso: l’esperienza al Tour dello scorso anno è stata molto utile sotto tanti aspetti e ci tornerò presto per provare a fare bene.

Domanda d’obbligo visto che l’Italia si è sempre nutrita di grandi rivalità del pedale. Quest’anno affronti Vincenzo per la prima volta da avversario. Che effetto ti fa?

Ci siamo già affrontati ad Abu Dhabi, alla Strade Bianche e alla Tirreno, finchè non mi sono dovuto ritirare. Lo sanno tutti, con Vincenzo abbiamo un bel rapporto di amicizia e ci vediamo anche fuori dalle corse. Da quest’anno corriamo in due squadre diverse e in corsa saremo avversari e non ci risparmieremo.

Il lotto dei pretendenti e il più competitivo degli ultimi anni, oltre a Vincenzo e il ritorno di Quintana ci sono Landa, Pinot e tanti possibili outsider. Il percorso si addice alle tue caratteristiche?

Il lotto dei pretendenti alla vittoria finale è davvero incredibile, credo che, senza esagerare, ci saranno una quindicina di atleti in grado di fare molto bene in classifica per cui la sfida sarà molto aperta. Il percorso è difficile e ci sono anche due cronometro che non agevolano gli scalatori come me, credo però che ci sarà da lottare ogni giorno.

Torniamo alle origini: quando hai iniziato a pedalare e hai capito che questa potesse essere la tua vita? Aru si nasce o si diventa col lavoro?

Ho iniziato a pedalare abbastanza tardi, con la mountain bike. Vicino a casa mia ci sono tanti percorsi per fare fuori strada. Prima di allora avevo giocato a calcio e a tennis, con scarsi risultati, in tutta onestà. Dopo la MTB ho provato con il ciclocross e poi sono passato alla bici da strada. Quando ho firmato il mio primo contratto da professionista ho pensato che la bici potesse diventare il mio lavoro. Aru si nasce ma poi è la dedizione per il lavoro che ti fa vincere le corse.

Tu e Vincenzo siete i simboli puliti della rinascita di questo sport che sta vincendo la sua battaglia contro il doping. Ne siamo usciti definitivamente o ci sono ancora in giro avvoltoi che speculano sulla salute dei ragazzi? Quanto è importante a livello giovanile diffondere i valori sani dello sport?

Mi fa piacere che io e Vincenzo veniamo identificati in questo modo… è giusto però dire che ci sono tanti ragazzi che fanno onestamente il mestiere. Credo fermamente che continuare a diffondere a livello giovanile la cultura sana dello sport sia il modo migliore per far rinascere questo bellissimo sport.

Il tuo team crede fortemente in te e nelle tue potenzialità. Senti questa pressione addosso ora che sei il leader unico? La squadra che ti affiancherà al Giro è già decisa o ci state lavorando ancora? Quali saranno i tuoi fedelissimi?

Si, la mia squadra crede tanto in me e ne sono fiero. Non sento particolarmente la pressione da fuori perché io caratterialmente, chiedo sempre molto a me stesso e quindi essere il leader unico è solo una conferma del fatto che devo fare bene, per me e per tutti i miei compagni e tifosi. La squadra è quasi decisa ma saranno, come è giusto che sia, i direttori sportivi ad avere l’ultima parola.

I tuoi fans, ne hai tantissimi che accorreranno in massa lungo le strade in ogni tappa. In quali dovranno aspettarti per la grande impresa? 

Beh è difficile indicare una tappa in particolare. Di certo immagino che saranno in tantissimi nei primi giorni in Sardegna e io spero di riuscire a farli divertire, sia quelli che verranno sulla strada che quelli che mi seguiranno davanti alla tv… le tappe di montagna, lo sapete, sono il mio pane.

Per chiudere un tuo commento e un doveroso omaggio alla nostra cara Italia: quest’anno il percorso attraverserà lo stivale portandoci per mano attraverso le meraviglie uniche del BelPaese, grazie anche all’eccezionale sforzo di Mamma Rai. Un motivo di orgoglio per te e per tutti noi in un momento storico non particolarmente felice? 

Sì è vero, il momento storico ed economico non è tra i migliori ma io credo che dalle eccellenze della nostra Italia si possa ripartire alla grande. Il Giro d’Italia e la Rai sono tra queste ed io sono onorato di far parte di questo grandissimo evento.

Come corre Kluivert jr.: non è ancora maggiorenne e ha battuto il record di papà Patrick

Come corre Kluivert jr.: non è ancora maggiorenne e ha battuto il record di papà Patrick

Ti chiami Justin e sei un giovane di successo: in tanti potrebbero pensare a Bieber, il cantautore, musicista e attore canadese che nel 2009 ha vinto il disco di platino con My World e oggi, a soli 23 anni, fa innamorare decine di ragazzine. Invece in Olanda oggi Justin fa rima con Kluivert, che rispetto al suo omonimo famoso grazie alla musica ha ben cinque anni in meno e di pesante, oltre alla capacità di incidere sulle partite, ha anche il cognome: suo papà è infatti Patrick, oggi direttore sportivo del Paris Saint Germain ma in carriera centravanti capace di vincere due campionati, due Supercoppe nazionali, una Champions League, una Supercoppa europea e una Coppa Intercontinentale con l’Ajax, un campionato con il Psv Eindhoven e una Liga con il Barcellona. Dai “Lancieri” ha avuto il via anche la carriera di suo figlio: nato il 5 maggio 1999, fisico meno possente e passo più svelto di papà, Justin in campo è un ficcante esterno offensivo e nel weekend ha realizzato la rete del pareggio, 1-1, che la squadra allenata da Peter Bosz ha ottenuto sul campo dell’ Excelsior. Un gol che permette a Kluivert jr. di battere in precocità il padre avendo segnato il suo primo gol in Eredivisie a 17 anni e 318 giorni contro i 18 anni e 58 giorni del primo ‘centro’ di papà Patrick.

Cesare e Paolo Maldini, i portieri danesi Peter e Kasper Schmeichel e gli Zidane, con papà Zinedine che allena il Real Madrid e il figlio Enzo pronto a sbocciare dal settore giovanile. I casi di “eredità” calcistica in Europa non sono rari. Ma l’Olanda resta la patria dei figli d’arte. La linea di successione dei Kluivert non è certo un inedito in casa Ajax: prima di loro c’erano stati già tre casi nella storia ultracentenaria del club. A precederli erano stati Johan e Jordi Cruijff, ma anche Danny e Daley Blind, quest’ultimo oggi in forza al Manchester United. A casa Justin è stato festeggiato da tutti, ma di fatto è già detentore di un record: fino alla scorsa domenica in casa la data cerchiata in rosso sul calendario era infatti quella del 21 agosto 1994. Ad Amsterdam si giocava la Supercoppa d’Olanda tra Ajax e Feyenoord: a vincere era stata la squadra di Amsterdam, anche grazie alla rete di un ragazzino appena maggiorenne che esordiva quel giorno in prima squadra. Appunto, Patrick Kluivert, uno che in un settore giovanile che in quel periodo sfornava talenti a ripetizione veniva paragonato a Marco Van Basten e che ben presto si sarebbe impadronito della maglia numero 9 in una rosa che poteva fare affidamento su Litmanen, Finidi, Blind, i gemelli de Boer, Rijkaard e Van der Sar. Quel giorno Patrick segnò dopo 25 minuti il gol del 3-0. E la stessa cosa fece anche una settimana dopo, all’esordio in Eredevisie, in Ajax-Waalwijk: vittoria per 3-1, e altro gol di Patrick. L’anno dopo, poi decise la finale di Champions League contro il Milan, maglia che avrebbe vestito di lì a poco. Tutto “cancellato”, potrebbe scherzare Justin: grazie a un tap in a porta vuota ha riportato in quota il club di Amsterdam sul campo dell’Excelsior, passato in vantaggio pochi minuti prima grazie a un’autorete di Tete.

E’ stata un’ascesa rapida, quella di Justin: appena due mesi prima, il 15 gennaio, aveva esordito in Eredivisie dopo aver impressionato il suo allenatore Bosz nel ritiro di Alcantarilha, a pochi chilometri dall’Oceano Atlantico. Due amichevoli nella settimana di preparazione vissuta in Portogallo dal 2 all’8 gennaio, pochi giorni ed ecco il battesimo con i “senior”: in casa dello Zwolle, Justin aveva contribuito a sbloccare un match ostico iniziando l’azione del vantaggio firmato dal dischetto da Schöne. “Il giorno” lo aveva definito senza mezzi termini papà Patrick su Instagram. E’ quasi un legame doppio, quello con Tete: il 17 febbraio Kluivert jr. aveva esordito anche in Europa League contro il Legia Varsavia. Una nottata breve ma comunque indimenticabile: era entrato in campo al 73′, esce all’86’ dopo l’espulsione del difensore olandese di origini mozambicane e indonesiane. Perché di raccomandazione all’Amsterdam Arena non c’è davvero l’aria. Che ti chiami Kluivert o meno. Intanto lui pensa solo a correre, con quel 45 sulle spalle. Già nel 2016 aveva lasciato il segno con la seconda squadra dei Lancieri: contro la squadra giovanile del Feyenoord aveva lasciato tutti a bocca aperta con un gol che aveva fatto il giro del mondo. Slalom in mezzo a quattro avversari e palla all’angolino. Ma già nel 2015, quando Justin aveva ancora 16 anni, su di lui aveva messo gli occhi il Manchester United di Van Gaal (che lanciò il padre). A denti stretti lui ha già ammesso il suo sogno nel cassetto: “Da grande mi vedo al Barcellona, come mio padre”. Ma chissà che per Kluivert jr. non ci sia già un futuro in programma a Parigi…

Armi Sportive o armi di morte: quelle pistole che sparano fuori dai poligoni

Armi Sportive o armi di morte: quelle pistole che sparano fuori dai poligoni

Nell’ultima decade sono quadruplicate le armi detenute per uso sportivo. C’è un nuovo interesse per il Tiro a Segno oppure gli italiani hanno trovato un escamotage per poter tenere una pistola in casa?

L’omicidio-suicidio avvenuto nei dintorni di Orte venerdì scorso riporta tristemente alla ribalta il problema delle armi da fuoco nelle case italiane.

Sarita Fratini da alcuni mesi scrive su questo argomento denunciando sul suo blog che molte delle pistole che sparano per uccidere familiari, soprattutto donne, siano regolarmente detenute.

Orte (VT). Venerdì 17 marzo 2017. Francesco Marigliani, 28enne di Amelia, chiede un incontro alla sua ex ragazza Silvia Tabacchi, 30 anni, per parlare della loro relazione finita. Lei ci va e lui porta una pistola. Con questa le spara e poi si suicida.

Da prime indiscrezioni sembra che soltanto due giorni prima, il mercoledì, Marigliani abbia ottenuto un legale permesso di detenzione e acquisto per una pistola ad uso sportivo e che subito dopo, il giovedì, sia andato a comprare una Glockin armeria.

Sembrerebbe un omicidio-suicidio con movente passionale, eppure pianificato. Nell’attesa che gli inquirenti facciano maggiore luce sulle dinamiche che hanno portato uno studente 28enne ad armarsi e uccidere la sua ex fidanzata, facciamo un salto indietro nei casi di cronaca nera italiana.

Sono storie di persone all’apparenza normali, incensurate, che si trovano a vivere piccoli e grandi drammi della vita, primo tra tutti una fidanzata che ti lascia. La storia si ripete, sempre uguale, da diversi anni.

Montebelluna (TV). 2013. Anche Matteo è stato lasciato dalla sua fidanzata, Denise. Sta male. Vorrebbe riaverla a tutti i costi. Le telefona, le manda tonnellate di messaggi. Ma quella ragazzina di 14 anni più giovane di lui non lo vuole, non lo vuole più. Allora Matteo pensa che deve fare un grande gesto e a gennaio compra un’intera pagina del giornale per dichiararle il suo amore. Ma di nuovo niente, lei non risponde. Quindi Matteo opta per un approccio più diretto: la aspetta sotto casa tutti i giorni, la segue ovunque vada. Ma è un altro buco nell’acqua: Denise va dai carabinieri e Matteo viene convocato in caserma per una ramanzina. Non è amore il suo, lo avvertono, è “stalking”.

Cosa fare, cosa fare ancora quando Lei non ti vuole e la vita non ha più senso?

Quando si parla di lucida follia si pensa proprio ad un momento del genere, in cui lucidamente si pianifica un gesto folle: un omicidio. E in Italia troppo spesso la pianificazione di un omicidio parte dalla richiesta di un porto d’armi.

Succede anche in questo caso: Matteo si informa e scopre che per avere una pistola legalmente bastano pochi giorni e pochi soldi. E’ sufficiente un certificato medico per richiedere il “Diploma di Idoneità al Maneggio delle Armi” in una sezione di Tiro a Segno Nazionale e subito dopo “l’Autorizzazione all’acquisto di Armi e Munizioni” presso un qualsiasi Commissariato italiano. Lo chiamano volgarmente “porto d’armi per uso sportivo”. Online si trovano tutte le istruzioni e qualche sito internet promette che per tutte le pratiche bastano solo 48 ore.

Il 16 aprile 2013 a Montebelluna Matteo Rossi uccide l’ex fidanzata Denise con una Beretta Iver regolarmente acquistata e detenuta con permesso sportivo.

Per la prima volta in Italia la via legale è la più veloce e la più economica. Basta autodichiararsi “sportivi” e si può comprare legalmente una pistola e tenerla in casa.

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Quante sono oggi le armi sportive nelle case italiane?

Non si sa con precisione e manca un’anagrafe delle armi consultabile dai cittadini. Vecchie statistiche parlano di 127 mila armi per uso sportivo nel 2002 e di 470 mila nel 2015. Quasi quadruplicate nel giro di una decade, a fronte di una lieve diminuzione delle armi da caccia e del dimezzarsi dei porti d’arma per difesa personale (da 45 a 19 mila). Perché? Sicuramente la caccia è diventata un’attività meno popolare, ma l’ossessione per la difesa personale invade sempre più l’animo degli italiani. Il problema è che per avere il porto d’armi per difesa personale, l’unico che consenta di girare con una pistola carica in tasca, bisogna avere un valido motivo: un lavoro che preveda il trasporto di ingenti quantità di denaro o preziosi per esempio. Per il permesso di detenzione sportiva invece basta la motivazione dello sport, è una soluzione facile e veloce. Quindi tutti sportivi.

C’è da dire che il Tiro a Segno in Italia è uno sport serio e importante. Non evoca certo un’idea di violenza, piuttosto di calma e concentrazione: un uomo solo contro un bersaglio di carta. E’ disciplina olimpica fin dalla prima Olimpiade moderna, Atene 1896, e quella italiana è una delle squadre che vediamo più spesso sul podio. Sono più di 300 le sezioni di Tiro a Segno Nazionale (TSN) presenti sul territorio italiano, più tutta una serie di poligoni privati.

Dato il proliferare di armi e tiratori i poligoni saranno pieni di gente che fa la fila per sparare, immaginiamo. Invece pare proprio di no. Con un po’ di fatica riusciamo a farci dare le statistiche di affluenza da una delle sedi di Tiro a Segno Nazionale. E’ in una cittadina di appena 50 mila abitanti ma nel 2016 ha rilasciato quasi 800 certificati di idoneità al maneggio delle armi e l’anno precedente più di 800. Quanti di coloro che hanno preso l’agognato patentino sono tornati a sparare presso quel poligono? Il dato è agghiacciante: appena 5 persone.

Che gli italiani ricorrano alla facile etichetta dello sport per armarsi non pare un’illazione, ma un fatto. Ognuno ha i suoi motivi, tra cui primeggia l’ansia per la difesa della proprietà privata, ma i fatti ci dicono che queste pistole non sparano contro ladri, sparano contro familiari e conoscenti.

Quante sono in Italia le armi sportive che hanno ucciso?

Da una comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo datata 21 ottobre 2013[1] sappiamo che quell’anno l’Italia era al primo posto in Europa per numero di omicidi commessi con arma da fuoco rapportati agli abitanti: 0,71 ogni 100 mila abitanti. Un tasso esorbitante se si pensa che nella vicina Francia erano 0,06 e nel Regno Unito 0,07. Ma non sappiamo quante di queste armi fossero regolarmente detenute né quante lo fossero per uso sportivo. Statistiche ufficiali non ce ne sono e per farci un’idea bisogna scartabellare i casi di cronaca.

Il sociologo Giorgio Beretta, che malgrado il cognome non è parente della famosa azienda produttrice di armi da fuoco e anzi è un membro attivissimo della Rete Italiana per il Disarmo (RID), in questi giorni ha lanciato online la creazione di un database degli omicidi e reati compiuti con armi legalmente detenute (https://www.facebook.com/DatabaseOmicidiReatiConArmiLegali/). I cittadini possono segnalare i casi. L’iniziativa sembra funzionare, nei soli primi due mesi del 2017 sono state individuate ben 6 armi da fuoco legali che hanno ucciso 7 persone. Tra esse troneggia la calibro 9 detenuta per uso sportivo del calciatore Fabio Di Lello, a Vasto, acquistata poche settimane prima dell’omicidio del ventiduenne Italo D’Elisa.

Se l’unico modo per sopperire all’assenza di dati ufficiali sul fenomeno è recuperare gli articoli di cronaca nera, lo facciamo anche noi. Veniamo travolti da un numero impressionante di casi e di pistole. Storie di malattie mentali ignorate al momento del rilascio del permesso di detenzione per una pistola come la Stoeger-Cougar 9 mm della strage del Broletto del 2013 con cui Andrea Zampi uccise due impiegate della regione Umbria. Storie di casi etichettati come “Femminicidi”: mariti e fidanzati respinti che rivolgono l’arma contro le loro ex e a volte anche contro i loro bambini. Ricordiamo Daniele Antognoni che uccise la moglie Paula e il figlioletto Christian di soli 5 anni con una Beretta 9×21; Ciro Vitiello che sparò i quattro colpi calibro 22 che posero fine alla vita della moglie Rosa Landi; il medico Luigi Alfarano che dopo la moglie uccise il figlioletto di 4 anni con una Beretta 98.

Tutte pistole detenute legalmente, per uso sportivo.

In Parlamento il problema è in discussione e c’è una proposta di decreto legge, firmata dalle senatrici Amati e Granaiola, che vorrebbe confinare le armi sportive nei poligoni vietandone la detenzione in casa e istituire un’anagrafe dei possessori di armi consultabile da medici e personale sanitario. Possiamo immaginare cosa ne pensino i falsi sportivi, ma chissà cosa diranno i veri sportivi …

[1] COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL CONSIGLIO E AL PARLAMENTO EUROPEO Le armi da fuoco e la sicurezza interna dell’UE: proteggere i cittadini e smantellare il traffico illecito. Bruxelles, 21.10.2013.

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Portsmouth FC, il Community Club salvato dai propri tifosi

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Da un passo dal baratro alla rinascita nell’abbraccio dei propri tifosi, tra le realtà europee che meglio hanno saputo concretizzare il concetto di partecipazione attiva e di ‘Club della comunità’ c’è il Portsmouth FC, sprofondato nel 2013 nella League Two a seguito di due anni di amministrazione controllata, viene salvato dal fallimento solo dall’intervento risolutivo dei tifosi che lo hanno ricondotto su binari sostenibili e sopratutto al centro della comunità.

Dopo diversi anni nelle categorie professionistiche nel 2003 il club centra una storica promozione in Premier League, a seguito dei primi anni in lotta per non retrocedere la società entra nel mirino di speculatori stranieri, arrivano campioni ma il conto delle spese non tarderà ad arrivare, si alternano quattro proprietà, Alexandre Gaydamak, Ali al-FarajBalram Chainrai e Vladimir Antonov che lasceranno un segno unico, il dissesto economico totale. Nessun investimento nei settori giovanili, cessione di strutture utili, a cui si accompagna l’incuria sulla manutenzione dello stadio che costerà al club la riduzione della capienza autorizzata.

Dopo aver vinto nel 2008 la FA Cup, e raggiunto l’anno precedente una storica qualificazione alla UEFA Europa League, l’apice dei successi negli anni recenti, la gestione spregiudicata e l’accumulo di una ingente quantità di debiti, contratti nell’alternarsi di loschi avventurieri stranieri alla guida, che nel tempo hanno scorporato diversi asset(tra cui lo stadio) per far fronte alle scadenze, segnano l’inizio della caduta.

La società finisce in amministrazione controllata prima nel 2009, debiti per oltre 100 milioni di sterline, ma il fallimento è scongiurato dalla ristrutturazione con i creditori tramite un accordo volontario e dal cambio di proprietà. Quindi nel 2011, di nuovo, ammonta a quasi 60 milioni l’esposizione e viene aperta la procedura per tasse con l’erario non pagate, anticamera della procedura fallimentare. Questa volta la tifoseria, esasperata dalla situazione precaria durata anni, inizia un braccio di ferro con la proprietà del club. Le società collegate a Vladimir Antonov figurano tra i principali creditori, nel frattempo il lituano finisce al anche centro di un mandato di cattura internazionale per bancarotta e successivamente viene arrestato, la situazione appare disperata ma il gruppo di tifosi si presenta come unico interlocutore credibile per rilevare il Portsmouth FC.

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L’acquisizione viene guidata dal Pompey Supporters Trust(PST), associazione di tifosi aperta e democratica, una testa un voto, nata all’indomani della prima ristrutturazione del debito del 2009, che inizia a raccogliere le risorse per presentare un’offerta credibile. In migliaia aderiscono all’iniziativa e il collettivo riesce a coinvolgere un gruppo di imprenditori locali, undici ”Presidents” , che partecipano attivamente alla campagna di salvataggio del club. Dopo una lunga trattativa la società viene ceduta per circa 4 milioni di sterline, ereditando circa 10 milioni di debiti ma riuscendo a mantenere negli asset lo stadio, a finanziare l’acquisizione interviene anche l’amministrazione locale con un prestito di 1 milione di sterline concesso al PST e rimborsato poco dopo il completamente dell’acquisizione. Nell’Aprile 2013 il club può considerarsi salvo, completato il più grande salvataggio da parte di un’associazione di tifosi nel Regno Unito, consacrato nel 2014 con la consegna al collettivo di premio civico conferito dall’amministrazione comunale per la grande impresa e per l’opera di ristrutturazione societaria caratterizzata da una rinnovata e forte presenza nella comunità.

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Il PST assume il controllo del 52% della società, con il restante ai Presidents, riparte dalla League Two con un nuovo spirito, e con la spinta di una intera comunità riuscirà in poco più di un anno ad abbattere i debiti ereditati dal salvataggio e a impostare l’intera gestione su una base sostenibile e orientata ad una solida programmazione del proprio futuro. In questi quasi quattro anni i principali investimenti sono andati a rinforzare l’intera struttura societaria: interventi sullo stadio, settore giovanile e campi di allenamento, scegliendo saggiamente di non lanciare l’ennesima rincorsa spregiudicata verso il ”calcio che conta’ ma di gettare basi solide per non mettere nuovamente a rischio il proprio futuro, mettendo in secondo piano l’investimento sportivo che, sebbene il club abbia sempre schierato formazioni competitive per la promozione, raggiungendo in una occasione la finale play-off, è rimasto inchiodato nella quarta divisione.

Dal 2013 ad oggi la quota dell’associazione di tifosi è scesa sotto la maggioranza assoluta, poco più del 48%, per effetto degli investimenti diretti negli interventi allo stadio Fratton Park operati a carico dei Presidents, necessari alla messa in sicurezza di alcune aree lasciate senza manutenzione negli anni della crisi per recuperare parte della capienza dell’impianto. Nonostante ciò la comunità d’intenti e la sinergia con gli imprenditori locali hanno creato un ottimo clima di cooperazione, un Community Club a tutti gli effetti, e il pubblico non ha mai fatto mancare il proprio supporto.

Al match inaugurale sotto il controllo dei tifosi in League Two si presentano in 18.000, oltre 10.000 gli abbonati, allo stadio nel corso delle stagioni una media 16.000 spettatori per partita e fuori dal campo si sviluppa una grande partecipazione alla vita del club. Dalle piccole iniziative lanciate dalla società con il percorso partecipato per progettare gli interventi allo stadio, in prima linea per il ritorno degli spalti in piedi, e nel restyle del logo verso quello tradizionale, ai contest per scegliere le divise ufficiali aperti a tutta la tifoseria, fino agli impegni veri nelle diverse raccolte fondi lanciate per finanziare lo sviluppo della società.

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Dopo la partecipazione con oltre 2 milioni al piano di salvataggio la comunità locale ha finanziato il progetto da circa 500.000 sterline complessive per i campi di allenamento delle giovanili con 270.000 raccolte con una campagna di crowdfunding fatta di piccole donazioni, ed il restante con un piano di azionariato popolare. Per entrambe le occasioni la società ha deciso di omaggiare i partecipanti con delle targhe celebrative affisse sui due ”Wall of Fame” realizzati uno nell’area dei campi di allenamento e l’altro sulla parete esterna della North Stand del Fratton Park.

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Impegno che non si è esaurito solo nello sviluppo del club, oltre all’impareggiabile e costante attività dei volontari, sotto la guida del PST la società sta sviluppando un forte radicamento territoriale rientrando in molteplici progetti di promozione sociale. Recentemente con circa 100.000 sterline raccolte con le attività del progetto ‘Pompey in the Community’, per la promozione dello sport, dell’inclusione e di programmi dedicati ai disabili, con cui ha coinvolto oltre 30.000 persone, ha ricevuto un importante riconoscimento nell’ambito dei ‘English Football League Awards 2017′ con l’assegnazione del South West & Wales Checkatrade Community Club of the Year”, entrando nei finalisti per l’award nazionale.

Parallelamente anche l’associazione di tifosi guarda al futuro, cosciente della propria responsabilità alla guida del club e della necessità di proseguire nel sostegno della società, il gruppo ha dato vita a diverse iniziative per far crescere la forza e l’incisività delle attività sul territorio. Tra le più rilevanti la ‘Pompey Lottery”, attiva dal 2014, e una linea di merchandising griffata PST i cui ricavi vanno a finanziare direttamente il settore giovanile. Lo scorso anno è stato lanciato anche un interessante programma di introduzione dei giovani tifosi nella vita associativa e organizzativa con la partecipazione nel PST Next Generations, dedicato agli under 25. Un Supporters’ Trust in formato junior costituito per fornire una soluzione utile ad un percorso formativo dei ragazzi che rappresentano il futuro, non solo del Portsmouth FC, ma anche dell’associazione, destinata a svolgere un ruolo talmente centrale della vita della società da richiedere un necessario percorso dedicato alla formazione dei giovani per comprendere le dinamiche ed apprendere sul campo l’entità dell’impegno.

I risultati sul campo presto o tardi arriveranno ma a Portsmouth ha ripreso a battere un grande cuore, un Community Club vero, esempio e ispirazione per chi crede che un altro calcio sia possibile!