Eibar, l’emozione di sentirsi coinvolti

Eibar, l’emozione di sentirsi coinvolti

Nell’estate del 2014 ho donato 50 euro all’Eibar. Nel giro di un mese il club basco doveva raccogliere l’enorme cifra di 1,7 milioni per potersi iscrivere alla Primera División, che aveva conquistato dopo due promozioni in due anni. Il motivo della disperata raccolta fondi? L’Eibar si era guadagnato la storica promozione con un capitale sociale troppo basso. Una legge mal nata e mal interpretata costringeva la società a tentare l’impresa di portare il proprio capitale sociale da 400 mila euro a 2,1 milioni nel giro di poche settimane. Poco importava che la gestione economica era stata del tutto sostenibile e trasparente: per affrontare il Real Madrid, che al tempo valeva 130 volte di più, bisognava che l’Eibar quintuplicasse il proprio capitale sociale.

Era la fine di una stagione storica: con un budget minimo, senza debiti, senza spendere un euro in più di quelli disponibili, la squadra basca avrebbe rappresentato la città più piccola nell’era moderna della massima serie spagnola. Si parlava di “modelo Eibar” e si rispolverava la storia di un club che dal 1940 è, assieme all’industria delle armi, il biglietto da visita di un paese di 27.000 abitanti nascosto tra le valli basche.

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L’Eibar riuscì nell’impresa, grazie all’aiuto di più di 11.000 contributori da 65 paesi del mondo. Poteva per la prima volta accedere al gradino più alto del calcio iberico, dove – al contrario di qualsiasi pronostico – resiste a distanza di tre stagioni. Fui molto orgoglioso del mio piccolo contributo, perché ero (e sono) convinto che l’Eibar potesse almeno in parte dimostrare che la ricerca disperata di magnati stranieri e la cieca commercializzazione di un brand sportivo non rappresentano l’unica strada da percorrere per i club calcistici, soprattutto per quelli medio-piccoli.

Tuttavia, non mi resi del tutto conto che il crowdfunding a cui avevo preso parte era, in realtà, quello che viene chiamato in gergo tecnico un equity crowdfunding. Totalmente preso dalla causa alla quale donavo 50 euro, non avevo mai dato la giusta importanza al fatto che sarei anche divenuto proprietario di una piccola quota del club. Poco dopo, poi, ne divenni più cosciente, soprattutto quando arrivò a casa la lettera con cui l’allora presidente Alex Aranzábal certificava che con la mia azione n° 45.014 ero diventato ufficialmente co-proprietario del club.

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Da quel giorno ho ricevuto regolarmente aggiornamenti via mail e posta cartacea sull’andamento sportivo, economico e societario del club. Infine, qualche giorno fa, ho trovato nella buca delle lettere una busta molto spessa. Conteneva tutto il necessario per partecipare alle elezioni per il consiglio direttivo che si terranno il 1 giugno in casa dell’Eibar, incluso il modulo per delegare il voto a distanza. Le elezioni sono una diretta conseguenza dell’allargamento della proprietà generato dalla campagna di finanziamento del 2014. L’Eibar infatti è oggi una società interamente posseduta da azionisti di minoranza, di cui circa l’80% residenti nei Paesi Baschi, il 15% nel resto della Spagna e il 5% all’estero.

La busta conteneva la mia scheda elettorale e tre depliant informativi per altrettante liste di candidati, assieme a un foglio esplicativo. Il tutto rigorosamente in tre lingue: euskara, spagnolo e inglese, a sottolineare come nel club la dimensione internazionale conviva con quella iper-locale. E non è un caso che uno dei tre candidati alla presidenza, seppur con scarse speranze, sia un americano che si prefigge di rappresentare gli azionisti stranieri.

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Inizialmente, aprire quella busta mi ha fatto enorme piacere. Mi sono sentito coinvolto, cercato, considerato anche se lontano. Ho donato 50 euro a una giusta causa e ora quella giusta causa mi chiede a chi voglio affidare il suo timone. Ma poi è prevalso lo sconforto. Ho pensato a quante volte la squadra per cui tifo ha chiesto la mia opinione. E non importa quale sia, perché il discorso è uguale per quasi tutte le principali squadre italiane. A occhio e croce è successo due volte: qualche anno fa ci fu un sondaggio su quale terza maglia scegliere, e poi mi pare di aver partecipato a un’indagine di mercato sullo stadio.

Ho pensato anche a quanti soldi ho speso per la mia squadra. Considerando solo abbonamenti, biglietti e merchandising, mi rendo conto che la cifra è a tre zeri, e non ho ancora capelli bianchi. Un abisso rispetto ai 50 euro che mi hanno dato diritto di voto a Eibar.

Certo, la comparazione è inclemente, perché anche in Liga l’Eibar è una realtà speciale. E il senso di comunità, la voglia di partecipare non si possono copiare a tavolino. Tuttavia la frustrazione provocata dal confronto tra le due situazioni rimane, così come rimane la convinzione che i tifosi, con le loro idee, le loro critiche ed il loro entusiasmo, sono la più grande risorsa non ancora sfruttata (in senso positivo) dal sistema calcio.

Lo Stadio si svuota, segnali di allarme anche dall’Inghilterra?

Lo Stadio si svuota, segnali di allarme anche dall’Inghilterra?

Fino a qualche tempo fa sembrava impossibile, ma anche in Inghilterra può accadere che gli stadi si possano svuotare. E non è successo in qualche campo di qualche squadra di serie inferiore ma all’Emirates, la casa dell’Arsenal.

59.510 ufficiali – La partita è Arsenal-Sunderland andata in scena martedì sera (recupero del campionato dato che i Gunners si sono qualificati per la Finale di Fa Cup contro il Chelsea). Una partita che mette davanti l’Arsenal contro un Sunderland già retrocesso ed ormai con pochi stimoli. La squadra di Arsene Wenger è in piena lotta per il quarto posto con il Manchester City di Guardiola, l’ultimo utile per agganciare i Preliminari di Champions League. Ci si aspetta il tutto esaurito come sempre perché l’Arsenal ha sempre la percentuale di riempimento dello stadio del 99%, vale a dire che il pubblico presente all’Emirates si attesta sempre sulle 59,900 unità rispetto ai 60 mila posti disponibili. Martedì però non succede nulla di questo: molti seggiolini restano vuoti e tantissimi tifosi presenti allo stadio, quasi increduli, immortalano le gradinate vuote postandole sui vari social. L’Arsenal a fine primo tempo fornisce i dati ufficiali che parlano di 59.510 spettatori. Un dato impossibile da raggiungere se si osservano le foto scattate allo stadio che scatena anche le critiche e gli sfottò di tanti tifosi sul Web.

Situazione particolare – Certo quella dell’Arsenal è una situazione molto particolare: la piazza è in piena contestazione con Arsene Wenger, reo di una gestione fallimentare che va avanti da troppi anni. I tifosi, come hanno fatto capire a più riprese, vogliono l’esonero del manager alsaziano e sono stanchi di non lottare più per le zone alte della classifica. Anzi in questa stagione rischierebbero, per la prima volta da quando è nata, di non vedere l’Arsenal in Champions League. Va bene che i Gunners sono in finale di Fa Cup, ma i tifosi si aspettano ben altro da una società che ha investito così tanto negli anni. Detto questo però, forse, qualcosa in Premier, sta succedendo. Premesso che il campionato inglese rimane quello con il rapporto spettatori/posti disponibili più alto dopo quello tedesco, e che solo 4 squadre su 20 in Premier sono sotto il 90% di riempimento dei proprio impianti (di cui 3 sono quelle retrocesse), qualcosa che non va nel calcio inglese a livello di partecipazione c’è e come. Le proteste vibranti della scorsa stagione, che portarono la FA (di comune accordo con i club di Premier) a fissare il tetto massimo di un biglietto per il settore ospiti a 30 Sterline, e scene come quelle dell’Emirates (impensabili fino a qualche tempo fa) fanno si che un po’ il rapporto con i tifosi si stia pian piano scollando. Un processo che potrebbe essere lentissimo, va detto, perché comunque rispetto a quello che siamo abituati a vedere in Serie A il livello e l”intensità con il quale il pubblico partecipa alle partite è diametralmente diverso. Basti pensare che in questa stagione, in Italia, solo una squadra, la Juventus, può vantare più del 90% di media di riempimento dello Stadium. Tornando all’Inghilterra, resta il fatto però che qualcosa potrebbe iniziare a traballare e se anche tifoserie come quelle dell’Arsenal iniziassero a lasciare vuoti gli spalti, potrebbe veramente portare a danni irreparabili.

Dati: archistadia.it

“Ridateci i nostri Club!”: Il Giorno del Giudizio e la protesta del Fans United contro i proprietari senza scrupoli

“Ridateci i nostri Club!”: Il Giorno del Giudizio e la protesta del Fans United contro i proprietari senza scrupoli

Un ‘Giorno del giudizio’ più particolare rispetto a quelli degli anni passati quello andato in scena lo scorso 6 Maggio, la marcia di protesta denominata ‘Judgement Day’ è diventata ormai un appuntamento fisso da tre anni per i tifosi del Blackpool FC per contestare la proprietà del club, e in questa edizione si è trasformata in un evento trasversale con la partecipazione della Football Supporters Federation(FSF) sotto il motto ‘Fans United’ coinvolgendo numerose tifoserie di tutte le categorie del calcio inglese. Una giornata per ribadire l’orgoglio di molte comunità di tifosi ignorate e offese da avventurieri con pochi scrupoli che infestano molte realtà del calcio di categoria.

In 6.000 secondo quanto riferito dalla polizia locale, con tanto di banda di Mods sugli scooter ad aprire la strada, per il corteo organizzato dal Blackpool Supporters’ Trust e dal gruppo Tangerine Knights che ha marciato dalla Pleasure Beach al fino al Bloomfield Road, rimasto vuoto, dove il club di casa incontrava il Leyton Orient, per il match di chiusura della League Two dal risultato ininfluente.

Hanno sfilato con cori, striscioni e fumogeni, per manifestare al fianco della foltissima presenza di tifosi del Blackpool, oltre agli ospiti del Leyton, gruppi in rappresentanza delle tifoserie del Coventry, Brighton, Blackburn e Charlton Athletics, uniti nella richiesta di liberare i rispettivi club e nell’appello alle istituzioni sportive ad intervenire per arginare il proliferare di questo genere di situazioni. Forte la richiesta di ascolto della voce dei supporters e di un intervento delle leghe attraverso controlli più efficienti e misure sanzionatorie più decise verso fenomeni di cattiva gestione conclamata.

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La grande marcia parte qualche ora prima della partita, nel comizio di apertura il consigliere della FSF, Kevin Miles, porta il messaggio il messaggio e la solidarietà della famiglia dei tifosi del calcio inglese: “Oggi è stata una brillante dimostrazione di resistenza dei tifosi di Blackpool, che continuano la lotta nonostante tutto ciò che è stato lanciato contro di loro, contro i parassiti che stanno abusando della proprietà del loro club, ma anche una grande dimostrazione della solidarietà dei tifosi di altre società. Siete un esempio per gli appassionati di calcio di tutte le categorie di questo paese. Siamo solidali con voi, come lo siamo con tutti gli altri club che hanno affrontato e affrontano simili battaglie. I tifosi del Blackburn, del Coventry, del Leyton Orient. Quando hai quattro, cinque, sei o più club che affrontano lo stesso tipo di crisi, in guerra contro la propria base dei fan, non possono essere ignorati, è una vera disgrazia! Ciò che rimane sempre per un club sono i tifosi. I proprietari vengono, ma i proprietari possono e devono anche andare! Dovrebbero considerare questo sottile suggerimento dato oggi qui da molti e uscire dal nostro gioco.

Ridateci i nostri club! Messaggio chiaro e scandito lungo tutto il percorso verso lo stadio, amplificato dalle migliaia di interazioni sui social network sotto l’hashtag #FansUnited. Il match viene ignorato, come del resto molti altri nel corso della stagione, proseguendo nella campagna per disertare lo stadio ‘Not a Penny More’ che ha significativamente ridotto le presenze, nonostante il campionato positivo della squadra. Per la cronaca finirà 3 a 1 per i padroni di casa, il Blackpool FC proseguirà verso i playoff, gli ospiti già condannati alla retrocessione, la prima volta in oltre cento anni storia fuori dalla Football League grazie al disastro sportivo e societario conseguito dal contestatissimo Francesco Becchetti. Se non bastasse per i tifosi degli O’s ora c’è lo spettro della liquidazione, il 12 giugno ci sarà la pronuncia della HM Revenue & Customs sulla contestazione di tasse non pagate che potrebbe portare nuovi, e più gravi problemi, che ha spinto il Leyton Orient Fans’ Trust ad allestire un fondo di salvataggio che ha superato le 155.000 sterline raccolte. Si preannuncia un’estate calda.

Steve Rowland, presidente del Blackpool Supporters’ Trust l’associazione che da tempo guida in prima linea la contestazione contro la famiglia Oyston, accusata di aver distrutto il legame tra comunità e società sportiva, commentava così il successo della giornata: “Ci sono migliaia di tifosi che non sentono più il legame con quella che vediamo ormai come un’organizzazione moralmente corrotta. È un boicottaggio etico, vogliamo mantenere la pressione. Con noi oggi ci sono il triplo delle persone che sono dentro a seguire il match. Per la maggior parte è una protesta pacifica e appassionata”.

Non solo tifoserie di ”categoria”, al corteo hanno preso parte rappresentanti anche di gruppi organizzati di club molto blasonati, spinti dalla solidarietà per aver attraversato situazioni simili e dalla consapevolezza di poter incidere se si procede uniti, come evidenziato dalle conquiste di questi ultimi anni. Presenti anche i gruppi di Aston Villa, Liverpool, Newcastle, Preston e Portsmouth che si sono aggregati alla giornata che è proseguita verso il The Mechanics, casa della formazione di dilettanti locali dell’AFC Blackpool, per seguire il match amatoriale ‘alternativo’ tra una selezione di tifosi locali, Blackpool XI, contro la formazione ‘Clubs-in-Crisis XI’ composta dai supporters degli altri club accorsi per la manifestazione.

Significative le parole di Ian Bryne, consigliere dello Spirit of Shankly – Liverpool Supporters Union presente alla manifestazione, sull’importanza dell’unione e della collaborazione solidale in questa fase storica del calcio, non solo quello inglese: “L’attivismo collettivo dei tifosi funziona. Lavorare insieme come gruppi, non come voci singole, ma come un corpo unico, riesce a spostare le decisioni dei club e sposta quelle autorità del calcio. Questo è il futuro“.

L’unione e la solidarietà trasversale tra le tifoserie di tutte le categorie del calcio inglese rappresenta forse uno degli elementi più interessanti emersi nell’ultimo decennio nel panorama del tifo organizzato dei campionati d’Oltremanica come risposta all’apertura al calcio globale e all’eccessiva commercializzazione. Impegno e cooperazione che hanno consentito di raggiungere risultati rilevanti sia per il miglioramento del rapporto tifosi- club, se ne parlava qui, sia nell’elaborazione in sede istituzionale delle linee guida per favorire dei meccanismi di tutela e salvaguardia delle società, professionistiche e non, con la collaborazione nel gruppo di lavoro governativo ‘The Supporter Ownership and Engagement Expert Group’

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Il 3° Giorno del Giudizio non è passato inosservato e sembra aver smosso qualcosa nella English Football League, nei giorni successivi la stampa locale riportava le parole l’amministratore delegato della EFL, Shaun Harvey, in cui apriva alla volontà di intervenire: “Sono certo che nei prossimi mesi sarà necessario esaminare la relazione tra l’EFL e i proprietari delle società per vedere se ci sono margini d’intervento per proteggere la reputazione dei nostri club e della lega stessa“.

Memoria e valore sociale dello sport. Un week end con l’Associazione Noi Samb

Memoria e valore sociale dello sport. Un week end con l’Associazione Noi Samb

Una settimana intensa all’insegna della memoria e del valore sociale dello sport quella appena passata per la comunità dei tifosi della Sambenedettese. Dopo aver centrato matematicamente i playoff nel Gruppo B di Lega Pro battendo in trasferta l’Ancona, c’è stato spazio per delle interessanti iniziative organizzate dall’associazione di tifosi Noi Samb, nata nel 2013 e attivamente coinvolta nei destini del club locale dopo la ripartenza dall’Eccellenza, con una mostra presso la Palazzina Azzurra di San Benedetto Del Tronto e la IV edizione del Memorial dedicato a Stefano Borgonovo.

Nel pomeriggio del 29 Aprile, con la partecipazione delle autorità cittadine rappresentate dal sindaco Piunti e dagli assessori Tassotti e Ruggieri, si è tenuta la cerimonia di inaugurazione della mostra, allestita con una raccolta di foto, video e testimonianze, realizzata in collaborazione col ‘Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata’ e suddivisa in due parti: una intitolata “Lassù qualcuno ci ama” dedicata alla memoria di Carla Bisirri e Maria Teresa Napoleoni, le due ragazze vittime del tragico rogo dello stadio Ballarin del 7 giugno 1981, l’altra al Grande Torino e, in particolare, ai fratelli Aldo e Dino Ballarin.

L’idea dell’evento nasce dalla volontà delle due organizzazioni di ravvivare la memoria storica di due eventi tragici ma significativi, quella del Ballarin a 35 anni di distanza resta la più grave e la più grande tragedia accaduta all’interno di uno stadio italiano, e di ripercorrere il legame che lega le due vicende e due terre solo apparentemente lontane come ci racconta Michele Palmiero, in rappresentanza dell’associazione Noi Samb, presentandoci l’iniziativa:

“Nel gioco del calcio, ogni piazza vive una passione unica e imparagonabile. Non ci sono prove da presentare, non c’è un sistema per classificare: è così, punto e basta. Ogni tifoso custodisce con gelosia la propria identità, secondo il principio del “capire tu non puoi se non sei uno di noi”. Nel caso di Torino e Sambenedettese, però, la situazione si fa molto più complessa. Parliamo di Due mondi lontanissimi sia dal punto di vista geografico che sportivo. I granata sono una solida società di Serie A, punta all’Europa e può godersi il centravanti titolare della Nazionale italiana. La Samb, pochi mesi fa, è riuscita a spezzare le catene del dilettantismo guadagnandosi il ritorno in Lega Pro dopo ben 4 fallimenti in 20 anni.

Apparentemente non esisterebbero punti d’incontro tra due rette tanto distanti. Ad unire i tifosi granata a quelli rossoblu, però, c’è il ricordo di una tragedia. Nel 1949 l’incidente di Superga toglieva al nostro Paese la squadra di calcio più forte del mondo: il Grande Torino. Due dei calciatori della mitica squadra granata erano i fratelli Aldo e Dino Ballarin: a loro viene intitolato lo stadio cittadino di San Benedetto Del Tronto. Lo stadio Ballarin è il catino bollente che vede realizzarsi il “miracolo Samb”. Una piccola cittadina di pescatori arriva nel calcio che conta grazie alla cooperazione di un’intera comunità.

 Nel 1981 la Samb festeggia contro il Matera il ritorno in Serie B. Il Ballarin è stracolmo di passione, ma un terribile incendio spezza la vita di due tifose. La più grande tragedia avvenuta in un impianto sportivo italiano è oggi ricordata in una mostra organizzata dall’Associazione Noi Samb.

 La Palazzina Azzurra di San Benedetto è il punto d’incontro tra due mondi distanti: al fianco dell’Associazione Noi Samb c’è il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata. I due piani del museo offrono due esposizioni distinte: al piano terra ci sono foto e testimonianze di Carla e Maria Teresa, le due tifose rossoblu; al primo piano si ricorda il Grande Torino. La passione di due popoli si unisce nel ricordo: “la tragedia non è morire, la tragedia è dimenticare”.

L’esposizione sarà alla Palazzina Azzurra fino al 10 Maggio per poi essere riproposta dal 4 giugno al 16 luglio a Villa Claretta Assandri in Grugliasco (Torino) negli spazi espositivi del Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata.

A completare il week end, allungato dai festeggiamenti del 1° Maggio, si è svolta anche la quarta edizione del torneo giovanile “Memorial Borgonovo”, diventato da tempo un appuntamento fisso per il collettivo rossoblu, per una due giorni di sport per favorire la raccolta fondi per la Fondazione Stefano Borgonovo Onlus, che da anni finanzia la ricerca scientifica contro la sclerosi laterale amiotrofica(SLA).

La manifestazione sportiva, ospitata dalla Sambenedettese e riservata alla categoria Allievi 2001, si è tenuta allo stadio Riviera delle Palme e ha visto l’affermarsi sul campo dei giovani della Maceratese che hanno prevalso nei match del minitorneo, con la partecipazione delle rappresentative dell’Ancona, sconfitta per 3 a 2 in finale, Ascoli, Pescara e Teramo, disputati il 29 aprile e l’1 Maggio. Con l’appuntamento lanciato per la prossima edizione le parole del collettivo a commento del torneo e la voce dei protagonisti:

“Siamo molto soddisfatti perchè portare avanti un torneo giovanile per quattro anni di seguito non è cosa facile. In questa edizione abbiamo anche ampliato il format passando da 4 a 6 partecipanti, Al di là dell’aspetto tecnico, ciò che conta è la solidarietà e l’aiuto che riusciamo a dare alla Fondazione Borgonovo Onlus”

 

Il cuore dei tifosi è più grande della malattia: Amici di Genny è ora realtà

Il cuore dei tifosi è più grande della malattia: Amici di Genny è ora realtà

“Domenica siamo a Frosinone-Spezia, vorremmo ci fossi anche tu”. È un messaggio secco e conciso, quanto pieno di quella gioia di vivere e di quella speranza che da subito ho carpito nella mente e nell’anima di chi me lo ha mandato. Avevo lasciato il piccolo Gennaro qualche mese fa, con il papà Giuseppe e la mamma Mariarosaria intenti a portare avanti la battaglia per la ricerca contro la CDG – grave patologia congenita dalla quale è affetto – in tutti i campi di calcio d’Italia, oltre che a dar vita giuridicamente a una vera e propria associazione. Una storia partita da Pagani, città natale dei protagonisti, e continuata prima oltre i confini cittadini e poi oltre quelli regionali. Cosa che è di fatto riuscita: Amici di Genny è ora un’entità riconosciuta, in grado di raccogliere fondi e promuovere la lotta contro questa rarissima malattia che attualmente colpisce ventitré persone in tutto il nostro Paese.

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Ci sono momenti e situazioni in cui anche il più importante degli impegni può esser messo in secondo piano. È molto più che una semplice esigenza di dar continuità a un lavoro cominciato mesi prima, è un dovere verso sé stessi e un obbligo morale. Ci sono volte in cui ci si ricorda perché si è deciso di impugnare la penna vita natural durante e dar sfogo alle proprie idee, ai propri pensieri e alle proprie riflessioni attraverso la scrittura. Succede sempre più di rado, soprattutto se ci si perde troppo spesso in elucubrazioni e riflessioni sul calcio e sul tifo, folli vortici che spesso portano a perdere la nitidezza verso tutto ciò che li circonda. Ma folli vortici in grado anche di dar vita a qualcosa di bello ed importante. Sta di fatto che quando succede si ha la sensazione – seppur fuggente – di poter fare da tramite e di poter essere utili alla causa. Anche fosse solo un sorriso strappato a chi tutti i giorni lotta con una caparbietà rara da trovare nell’appiattimento generale di una società che ci somministra quotidianamente morfina virtuale per azzerare il nostro lato intellettivo più nobile.

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Amici di Genny non è solo un’associazione, non è solo un’idea di due genitori coraggiosi. D’acciaio. Indissolubili e perseveranti. Ma un messaggio chiaro a tutti quelli che vivono situazioni simili o analoghe: “Non mollate, i vostri cari sono quanto di più bello la vita vi abbia donato. Difendeteli con le unghie e con i denti dal primo all’ultimo istante”. Concetti che – perdonatemi il voler accostare “sacro e profano” – si sposano alla perfezione con molti dei ragazzi che ogni domenica affollano le curve degli stadi italiani. C’è ben altro nel mondo dei tifosi rispetto alle etichette che troppo frettolosamente gli vengono appiccicate da personaggi che spesso non ne conoscono nulla. E persino nel calcio dei milioni, dei bilanci da tenere d’occhio, dei divieti continui e del grigiore imperante riesce ancora ad esserci spazio per una bella fetta di umanità. Di civiltà, sarebbe meglio dire.

Di 25 aprile c’è chi affolla i parchi e chi bivacca sulle innumerevoli spiagge dei litorali italiani. Forse apparirà strana la scelta di inoltrarsi nell’entroterra laziale per osservare da vicino l’ennesima piccola vittoria di queste persone. Strana per chi riserba poca fiducia nel lato buono del genere umano. Strana per chi ancora non ha capito quanto lo sport, il tifo e l’aggregazione giovanile siano di basilare importanza per un Paese che spesso si mette in evidenza per l’egoismo e l’indifferenza dei suoi figli. Lungi da me inerpicarmi in concetti ecumenici ed eucaristici, ma di certo lo scendere troppo spesso in un materialismo esacerbante rischia di distruggere le generazioni che verranno. Rischia di infrangere i loro sogni ma soprattutto di spezzare un filo che in Italia sostiene un aspetto ancora sentito e difeso a spada tratta: la solidarietà.

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Genny, Mariarosaria e Giuseppe entrano in campo, prima della partita, come gli è successo spesso negli ultimi mesi. Il manto verde del Matusa espelle tutto il suo odore di erba selvaggia a causa del forte sole primaverile che lo cinge d’assedio ormai da qualche ora, mentre alcuni raggi battono sul campanile della città vecchia tornando in campo ed irradiando la discesa dei veri gladiatori di questa giornata. Come sempre – da quando questo tour è iniziato – è la curva il primo pulpito ad alzarsi in piedi per applaudire, sostenere e cantare. Ma non ci sono giocatori in campo o reti da festeggiare. C’è questa “piccola” famiglia che è riuscita a scalare una montagna finora. Anche se non basta. Non deve bastare. Vogliono risalire l’Appennino e scalare le Alpi. E forse ci riusciranno. E se oggi a rendere ferrea e sentita questa iniziativa c’è la storica amicizia tra le curve di Frosinone e Paganese, nessuno dimentichi quanto anche tifoserie storicamente rivali di quella azzurrostellata abbiano dato il loro grande e massiccio contributo. Basti pensare a Nocera, sicuramente la più acerrima delle “nemiche” di Pagani. Il cammino di Genny non ha colore o campanile, il suo cammino passa per la stessa solidarietà che sotterranea unisce spesso il mondo delle curve in silenzi e dolori, condivisi da tifoserie sperate da chilometri e rivalità.

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Si è fermata la musica irrorata dalle casse dello stadio e la scena è tutta per loro. “Alziamoci in piedi, di solito lo facciamo per cose meno importanti”, esorta lo speaker. È un tripudio di applausi il regalo più bello per Genny, che proprio oggi festeggia due anni. Coccolato e osannato da tutti. Alla faccia di chi ragiona ancora dietro a stupidi pregiudizi. Quale modo migliore per sconfiggerli? Perché per abbattere un mostro come la CDG o altre malattie rare c’è bisogno di un cammino parallelo che fagociti realmente un retaggio culturale troppo spesso ancora presente. Non esistono bambini “normali” e bambini “diversi”. Debbono esistere i bambini. E a tutti deve essere permessa un’esistenza dignitosa. Il resto – è ovvio – devono e possono farlo la medicina e la ricerca.

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Soddimo, Ciofani e Dionisi tengono in braccio Genny, poco prima di riscendere negli spogliatoi per affrontare lo Spezia, avversario di turno. Lo batteranno e dopo il triplice fischio lasceranno ancora una volta spazio al protagonista di giornata, acclamato per l’ultima volta dal Matusa.

E non finisce certo qui. Amici di Genny è ora una realtà assodata e domenica farà ritorno proprio laddove tutto è iniziato: a Pagani, per la sfida contro il Lecce. Ci sarà una vera e propria “Festa dei bambini” allo stadio Torre, mentre il giorno seguente sarà il turno dell’Arechi di Salerno, dove i granata ospiteranno proprio il Frosinone. Un altro palcoscenico importante, in cui l’associazione vuol tornare. Ma da protagonista. “Abbiamo intenzione di organizzare una vera e propria partita del cuore – svela Giuseppe –  tra una selezione di ultras italiani e la Nazionale Cantanti. Sarebbe bellissimo e sicuramente avremmo una partecipazione importante”.

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E di questo non ne abbiamo dubbi. Ormai il “Dado è tratto”, come disse Giulio Cesare attraversando il Rubicone. Ci piace pensare che sia proprio il piccolo Genny a vestire i panni di uno dei personaggi più importanti e influenti per la storia dell’umanità.

Per conoscere e aiutare l’associazione

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US Fasano, un’esaltante stagione di rilancio nel segno della propria comunità

US Fasano, un’esaltante stagione di rilancio nel segno della propria comunità

Fervono i preparativi per la grande festa del 25 Aprile, la data scelta per celebrare una stagione 2016/17 che lascerà il segno per la comunità di Fasano. Promozione in Eccellenza con largo anticipo, trionfo nella finale di Coppa Italia Promozione con 3.000 persone al seguito sul campo neutro di Monopoli, risultati conseguiti, ed è probabilmente la nota più rilevante, nel primo anno sotto la gestione del club da parte di un’associazione di tifosi, Il Fasano siamo Noi.

Dal Gennaio 2016, in contrasto con la precedente dirigenza intenzionata a mollare il club, la base del tifo ha scelto di presentarsi in prima linea per gestire la piccola società della provincia di Brindisi dando vita ad una associazione aperta a supporters e simpatizzanti. Con tanto lavoro e l’impegno di una piazza intera a distanza di un anno e mezzo non sono mancate le soddisfazioni, come anche tutti i problemi in termini organizzative ed economici che sono costrette ad affrontare le società di categoria. Condizioni precarie che sempre con più frequenza hanno favorito e spinto il sorgere di iniziative simili in questi ultimi anni, spesso ultimo argine alla scomparsa dei club, per salvaguardare e rilanciare la realtà di calcio locale. A tal proposito ho portato qualche domanda al gruppo che guida questa interessante realtà per meglio comprendere l’evoluzione di questa stagione e l’impatto nella gestione di un club che ha scelto un percorso alternativo fatto di autofinanziamento, minisponsor e grande partecipazione dell’intera comunità.

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A Gennaio 2016 lanciavate l’associazione “Il Fasano siamo noi” e avete deciso di ‘scendere in campo’ per la vostra società, quale era la situazione e cosa vi ha spinto a fare questo passo?

Tutto quello che ci stiamo ritrovando ad affrontare è una pura casualità portata dalla passione e dall’amore che viviamo per nostra squadra, era un’idea che blaterava nelle nostre teste da tempo, ma quando è iniziato tutto lo abbiamo fatto per necessità, considerando che la vecchia società al primo cenno di contestazione della piazza e alle richieste di lasciare tutto ha abbandonato la nave. Dall’oggi al domani ci siamo ritrovati ad organizzare le trasferte, comprare l’acqua per gli allenamenti e reperire i contatti dei ristoranti. Per fortuna il popolo si è messo a disposizione e quello che sembrava una scommessa è diventata una realtà, con la nascita dell’associazione e di tutte le attività correlate, raggiungendo la finale di Coppa lo scorso anno e programmando quella che poi si è rilevata una stagione da incorniciare.

A poco più di un anno dall’inizio di questa avventura vi aspettavate una stagione così? Sarà grande festa il 25 Aprile…

Sicuramente abbiamo lavorato per tornare a dare un senso e riaccendere gli entusiasmi ormai sopiti di una città martoriata da tante vicissitudini societarie, l’obiettivo principale era vincere il campionato, poi la vittoria della Coppa davanti ad oltre 4000 spettatori è stata la ciliegina sulla torta che ha incoronato il nostro sogno. Il 25 è la festa che racchiude tutto quello che abbiamo vissuto in questa fantastica stagione, per iniziare a voltare pagina è iniziare a costruire il futuro. La speranza è quella di rivedere lo stesso esodo.

I risultati sportivi sicuramente hanno permesso di vivere con entusiasmo una stagione in cui però non sono mancate le difficoltà nella guida del club, quali gli ostacoli più ardui da superare per una realtà come la vostra?

Innanzitutto abbiamo dovuto combattere con le scetticismo della gente, all’inizio nessuno avrebbe pensato che i tifosi – ultras avrebbero risollevato le sorti. È un progetto particolare è innovativo che non ha eguali, ragion per cui all’inizio non è stato facile, col tempo e la forza dei fatti siamo riusciti a dimostrare il contrario.

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Sul campo neutro di Monopoli per la finale della Coppa Italia Promozione in 3.000, ma il seguito è stato sempre rilevante in questa stagione…Quanto ha contato e quali i match più significativi?

La giornata di Monopoli sarà per sempre da incorniciare nei cuori e nelle menti di tutti i presenti, vivere certi sensazioni resteranno emozioni uniche. La nostra piazza è sempre stata passionale e viscerale, anche quando siamo ripartiti dalla seconda categoria abbiamo avuto picchi fino a mille spettatori, ma la finale ha avuto un effetto forse mai avuto. Sicuramente le partite più sentiti e partecipate sono stati i derby col Brindisi (Campionato e coppa) e gli scontri diretti con Ostuni, Tricase e Aradeo arrivando a toccare la media dei 2000 spettatori, che in una categoria come la promozione sono un gran lusso. Ci sono piazze che nemmeno in serie C fanno certi numeri. Ed in un progetto come il nostro, il pubblico è la prima componente fondamentale.

Ora è già tempo di programmare il futuro per il campionato di Eccellenza, quali i progetti per squadra, settore giovanile e stadio?

Stiamo già lavorando per programmare la prossima stagione cercando di capire quali sono gli aspetti da migliorare e cosa è mancato in questa stagione. Le nostre attenzioni si sono sempre basate sul settore giovanile affinché i giovani crescano nel modo giusto e soprattutto tifosi della squadra della propria città, abbiamo già acquistato 2 furgoni 9 posti e 100 kit dati in omaggio al momento dell’iscrizione, adesso le nostre attenzioni si stanno rivolgendo alle strutture e istruttori per continuare a dare un seguito importante. Abbiamo tantissime idee da mettere in pratica, con tempo, pazienza e sacrificio cercheremo di realizzarle tutte, stando attenti a non sbagliare niente.

E per i tifosi? Crescere ed ampliare la base sarà tra le vostre priorità..

Sicuramente, il tifoso è il protagonista principale in questo progetto. Anche in questo caso stiamo vagliando delle proposte per cercare di sfruttare al meglio quest’ondata di entusiasmo che si è riversata su di noi. La speranza è che organi competenti e istituzioni non guastino con le loro logiche repressive quello che stiamo costruendo limitando e vietando i nostri spostamenti. Il tifoso è l’elemento principe in una partita di calcio e bisogna lavorare per riportarlo all’interno di uno stadio e non al di fuori.

La vostra società ha una particolare vocazione verso i temi sociali, quali i progetti che avete portato avanti in questo ambito? Quali sono le iniziative che avete realizzato e quali le soddisfazioni che vi siete tolti fuori dal campo?

In realtà il discorso sociale e della solidarietà è un argomento ormai ben radicato da circa 15 anni. Abbiamo fatto così tante cose che ricordarle tutte è impossibile. Già di per se, dare a tutti i ragazzi della città la possibilità di seguire le nostre attività a prezzi accessibili è un grande segno di solidarietà perché riusciamo a coinvolgere anche quelle famiglie vittime di un disagio. Una delle scene più belle di quest’anno è vedere Giovanni, un ragazzo della nostra terra che costretto a vivere con un tumore osseo ha deciso di combattere la sua personale battaglia ideando una magliettina bianca con il simbolo di un guerriero per cercare di racimolare qualcosa per le sue cure. Bene… Quel giorno tutto lo stadio, in campo e sugli spalti ha indossato la sua maglia. Belle emozioni.

Il sostegno del territorio e la cooperazione tra supporters, club e istituzioni sono vitali per la sostenibilità di una società sportiva. Nel vostro caso dove e in quali soggetti avete trovato appoggio maggiore e dove invece c’è ancora da lavorare?

C’è ancora da lavorare tanto su tanti fronti, se siamo riusciti ad abbattere i pregiudizi e lo scetticismo del popolo, adesso tocca farlo con grossi imprenditori e istituzioni con il quale cercheremo di trovare una sinergia per farli capire quanto possa valere in termini economici e d’immagine per la nostra città tutto il nostro progetto. Il maggiore supporto lo abbiamo avuto dal nostro presidente onorario Franco D’amico, in passato già presidente per una stagione, che fin dall’inizio si è mostrato interessato al nostro progetto e a mosso tutte e sue conoscenze per aiutarci. A lui abbiamo affidato per scelta, tutta la parte tecnica, programmando insieme i costi ma lasciandoli carta bianca sulla rosa e i tecnici, su questo discorso preferiamo restare “tifosi”.

I successi sicuramente richiameranno l’attenzione di qualche imprenditore, quale sarà il vostro approccio con potenziali nuovi investitori?

Le porte sono aperte a tutti coloro si vogliano approcciare a noi, ovviamente le intenzioni devono essere quelle di collaborare per un progetto comune e collettivo senza personalismi. Chi vuole salire sul nostro carro è il benvenuto. Trasparenza, chiarezza e rispetto le uniche cose che chiediamo.

Fasano è un esempio di come l’impegno trasversale della piazza possa sostenere il rilancio di una società, quale messaggio inviereste a chi è impegnato come voi nella gestione di una società o che si trova in situazioni come il vostro club prima del passaggio di proprietà?

Secondo noi questa è l’unica soluzione per mantenere vivo, sano e genuino il gioco del calcio, negli ultimi anni abbiamo assistito ad una speculazione e mercificazione del gioco più amato del mondo. Da gioco lo hanno trasformato in industria, calpestando i diritti del tifoso e peggiorandone le situazioni. Il calcio scommesse, le Pay TV, le squadre di calcio in cambio di un appalto, la repressione, non hanno fatto altro che allontanare il pubblico dagli stadi e farli disinnamorare, il nostro progetto invece così come ampliamente dimostrato volge a fare tutto il contrario. Noi eravamo stanchi di tutto questo e prima che il giocattolo si rompesse definitivamente abbiamo deciso di farci avanti, consigliamo a tutti questa strada facendo però le cose in maniera serie ed oculata. Altrimenti non è la scelta giusta. Il calcio è della gente e la gente deve tornare a riappropiarsene!

 

 

Tifosi e istituzioni per cambiare le regole e la governance del calcio inglese

Tifosi e istituzioni per cambiare le regole e la governance del calcio inglese

Il Regno Unito è sicuramente uno dei Paesi tra i principali campionati di calcio continentali a aver sviluppato un interessante movimento di associazioni e gruppi di tifosi che propongono un maggiore coinvolgimento dei supporters nei processi decisionali dei club e delle istituzioni sportive. Con quasi 20 anni di esperienza diretta sono molti gli spunti e le iniziative che hanno dato un valore aggiunto al calcio. Dai primi collettivi comparsi nel corso degli anni ’90 come gruppi sporadici, nati per il salvataggio di club in dissesto economico attraverso organizzazioni democratiche e aperte, con il Northampton Town tra i primi a promuovere l’intervento dei tifosi, le realtà si sono evolute e moltiplicate lungo tutta la piramide del calcio inglese.

L’impatto e i risultati migliori si sono registrati nelle leghe inferiori, i club della Championship e, sopratutto, della Premier League, grazie al fiume di soldi delle TV e al grande impatto mediatico mondiale della massima serie inglese, restano più distanti dalle potenzialità delle iniziative dei tifosi e dal possibile coinvolgimento nel capitale sociale per ovvi motivi economici, oltre ad essere appetiti dai più grandi gruppi commerciali e finanziari. La massima divisione inglese è il campionato più ricco al Mondo, le risorse economiche affluite a partire degli anni ’90 hanno consentito lo sviluppo societario(stadi di proprietà, merchandising, ecc..) di diverse realtà che ora occupano stabilmente le prime posizioni a livello mondiale per introiti generati, come Manchester United, Arsenal Chelsea, Liverpool ecc.. Soldi che poi però, non necessariamente e soprattutto a livello di Nazionale, non si sono tradotti in successi sul campo ma hanno concretamente introdotto fattori distorsivi tra i campionati locali e spesso violato tradizioni ed eredità storiche.

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L’aumento del potere contrattuale della massima divisione le ha consentito di esercitare un forte potere d’influenza su tutto il settore, con effetti nel calcio giovanile e in quello dilettantistico che hanno ricevuto una minima parte delle risorse affluite nel sistema, lasciando molti problemi, sopratutto in termini di sostenibilità, nelle divisioni inferiori. Sono decine i casi di società finite in dissesto finanziario negli ultimi anni, situazioni che spesso hanno fatto palesare anche i limiti dei meccanismi di controllo e verifica delle istituzioni sportive nei processi di acquisizione(Fit & Proper test), casi che spesso hanno coinvolto operazioni di soggetti stranieri e che hanno lasciato sulla strada vittime illustri.

Nonostante le evidenti barriere economiche all’entrata, e le difficoltà nell’interfacciarsi con società particolarmente complesse e grandi, anche tutti i club della Premier League hanno un’associazione di tifosi riconosciuta, con l’ultimo gruppo nato su iniziativa dei supporters del West Ham United FC. Con un’attività costante sul territorio hanno saputo ritagliarsi spazi importanti e in molti casi sono diventate punto di riferimento per i tifosi locali, sviluppando un percorso di dialogo con le rispettive società per portare richieste di miglioramento e proposte per politiche più orientate al coinvolgimento pubblico ad un livello superiore. Manchester United Supporters Trust, Arsenal Supporters’ Trust, Tottenham Hotspur Supporters’ Trust e lo Spirit Of Shankly – Liverpool Supporters’ Union, tra le realtà più attive nel panorama inglese in questi ultimi anni, si sono ritrovate in prima linea unite in campagne di sensibilizzazione su temi specifici che hanno raggiunto spesso risultati evidenti.

I gruppi attivi sono oltre 100, circa 40 i club di proprietà dei tifosi, tra i più rilevanti e famosi tra le categorie del calcio professionistico inglese il Portsmouth FC, il FC United of Manchester e l’AFC Wimbledon, solo per citarne alcuni. Numeri che hanno permesso la realizzazione di un intenso e partecipato percorso comune, canalizzato e coordinato da Supporters Direct UK(SD UK), caratterizzato dal reciproco sostegno, che ha consentito di tracciare la strada per la promozione ed il supporto di campagne condivise su temi di rilevanza trasversale. L’unione d’intenti ha posto le basi per la creazione di un movimento d’opinione omogeneo e focalizzato sulla risoluzione delle principali problematiche riguardanti i tifosi, facendo emergere le principali contraddizioni nella governance dei club inglesi, e del calcio professionistico in generale, presentando soluzioni alternative, frutto di percorsi condivisi con tutti gli attori in gioco.

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Uno degli sviluppi più interessanti degli ultimi anni è sicuramente la partecipazione di SD UK e della FSF, con il contributo di numerosi Supporters’ Trust e Community Club locali, nell’ambito dei lavori del ‘The Supporter Ownership and Engagement Expert Group’ , che dal 2014 opera per esplorare le possibilità e valutare come sia possibile intervenire per favorire un maggiore coinvolgimento dei tifosi nella governance dei club. Le attività si sono concretizzate con una serie di raccomandazioni rivolte ai principali attori del settore, sia per regolare ed incentivare le relazioni tra club e associazioni di tifosi(Fan Engagement), sia per fornire un quadro di nuove norme per disciplinare le possibilità ed eventuali strumenti di incentivo per le società che si aprono, per volontà o necessità, alla partecipazione popolare.

Dal lato del Fan Engagement sono state presentate misure per spingere alla riforma delle strutture di governance delle leghe, invitando a maggiori relazioni con le rappresentative, e con l’introduzione di un ‘dialogo strutturato’, articolato su diversi livelli, con l’obbiettivo di ampliare i punti di vista sui molteplici aspetti del settore, introducendo forme di contatto costante tra club, rappresentative dei tifosi e stakeholders. Nel concreto i club hanno attivato soluzioni di incontro diretto come ad esempio i Fans Forum(già usati sporadicamente nel passato) che prevedono una serie di incontri periodici tra lo staff della società, in molti casi con il Supporters Liaison Officer, per la risoluzione delle problematiche comuni, utili a favorire consultazioni aperte più ampie su questioni chiave. Le leghe parallelamente hanno attivato canali simili con incontri periodici ufficiali, la novità di questa stagione 2016/17, che hanno già dato qualche risultato con la partenza di un tavolo di confronto, favorito dalla Premier League, tra le emittenti di Sky e le rappresentative per limitare l’impatto dei cambi di orario dei match, e con la Sports Ground Safety Authority sul tema delle safe standing area.

Dal lato normativo l’intero impianto delle proposte presentate volge verso criteri di promozione della sostenibilità e della good governance, le linee guida definite nel corso di questi anni di attività hanno attraversato principalmente due aspetti: favorire e incentivare i meccanismi della ‘rescue culture’(cultura del salvataggio) con l’introduzione di nuove procedure che coinvolgano in via prioritaria il tessuto regionale tenendo in considerazione come interlocutore autorevole l’associazione locale, purchè rispetti i principi comuni di democraticità e trasparenza. Introducendo obblighi di comunicazione pubblica, e verso le istituzioni sportive, a carico dei proprietari dei club per i movimenti societari che coinvolgono quote rilevanti. Al vaglio anche proposte per quote minime obbligatorie da destinare ai Supporters Trust e periodi di esclusiva, ‘right to buy’, accordati ai gruppi in caso di manifesta volontà di cessione della società, o di specifici asset di interesse per la comunità locale(stadio, strutture di allenamento). Obbligo di consultazione pubblica per la modifica delle denominazioni sociali e per il cambio di marchi e stemmi storici.

Il secondo aspetto riguarda invece forme di tutela ed incentivo ai club professionistici e non che hanno come azionisti di riferimento le associazioni di tifosi, con la proposta di sgravi fiscali e dell’introduzione di una specifica struttura associativa, Community Owned Sports Club, con tratti definiti e chiari, nel riconoscimento dell’impatto positivo apportato alla comunità di riferimento. Il percorso di cooperazione si è articolato con meeting dedicati ai diversi aspetti d’intervento e hanno coinvolto associazioni e club di tutte le categorie del calcio inglese, per approfondire il Report finale del 2016 e l’aggiornamento di Febbraio 2017.

 

Perché il calcio italiano ha bisogno delle “standing areas”

Perché il calcio italiano ha bisogno delle “standing areas”

Tolte le barriere al centro delle curve, Roma guarda all’Europa per diventare una città più a misura di tifoso. Nei giorni scorsi il presidente della Commissione Sport del Comune, Angelo Diario, ha dichiarato che si sta lavorando affinché nelle curve dell’Olimpico si realizzino delle aree pensate per chi vuole assistere in piedi alla partita (cosa che avviene da sempre, ma calpestando i seggiolini). All’estero si chiamano safe-standing areas e sono la versione moderna delle gradinate di una volta. In Germania sono in quasi tutti gli stadi, così come altrove in Europa, e stanno tornando anche nel Regno Unito.

IL DECRETO CHE VIETA I POSTI IN PIEDI

Purtroppo, al di là dei buoni propositi di amministrazioni locali e club calcistici, l’ostacolo sembrerebbe essere a monte. C’è infatti un decreto del Ministero dell’Interno (Art. 6, D.M. 18/3/1996) che tra le altre cose regolamenta i posti in piedi negli stadi italiani: gli impianti calcistici non sono contemplati tra quelli che possono avere standing areas.

Lo stesso Diario è cosciente del problema e vorrebbe risolverlo: «L’amministrazione non può scavalcare il decreto ministeriale. A metà maggio la Commissione Sport da me presieduta, come ha fatto per le barriere, metterà attorno a un tavolo i soggetti interessati: CONI, FIGC, Comune, commissione parlamentare Sport e Cultura e, auspicabilmente, anche club e rappresentanti dei tifosi. Inoltre, in vista dell’appuntamento il CONI sta preparando un approfondimento normativo per capire se basta una modifica o va riscritto l’intero decreto».

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 La standing area dell’Amburgo

I TRE TIPI DI STANDING AREA

Quando si parla di settori per stare in piedi, va considerato che la UEFA impone che nelle competizioni europee gli impianti abbiano solo posti a sedere. Quindi le standing areas devono potersi facilmente trasformare in settori con seggiolini, e viceversa. A seconda del modo in avviene questa sorta di metamorfosi, se ne possono distinguere tre tipi:

1) Rail seats

Sono i seggiolini adottati dal Celtic FC per la sua nuova standing area. Sono pieghevoli (come le sedie del cinema) e prevedono una ringhiera per fila, o al massimo una ogni due. Ogni seggiolino è dotato di una serratura che lo blocca in posizione chiusa: prima delle competizioni UEFA, il personale dello stadio provvede a sbloccare tutti i posti a sedere (foto).

 2) Bolt-on seats

Non tutti sanno che una delle curve più famose d’Europa, la Südtribüne del Borussia Dortmund, è un’enorme standing area da quasi 25 mila posti in piedi. La parte alta presenta seggiolini di tipo rail, mentre nella parte bassa sono di tipo bolt-on. I posti a sedere di questo tipo sono del tutto smontabili e vengono portati via dopo le partite europee, lasciando spazio alla più classica delle terraces a gradoni (foto).

3) Fold-away seats

Compongono la standing area che ospita i tifosi del Bayern Monaco all’Allianz Arena. I posti a sedere si piegano interamente verso il basso e vanno a finire sotto ai piedi del tifoso, trasformandosi in una pedana calpestabile. Questo tipo di seggiolini dà luogo a una vera e propria gradinata, con ringhiere intervallate che possono essere più o meno fitte (foto).

Se da un lato i bolt-on seats, quelli removibili, rappresentano una soluzione un po’ antiquata e costringono ogni volta a smontare manualmente migliaia di seggiolini, dall’altro i rail seats comportano l’installazione di una ringhiera per fila e limitano molto la libertà di movimento, cosa che in tempi di lotta alle barriere può sembrare un po’ paradossale. I fold-away seats, almeno nell’opinione di chi scrive, sono quelli che più si adatterebbero alle curve italiane, perché una volta chiusi lasciano spazio a una gradinata vecchio stampo e molto aperta, garantendo al contempo la sicurezza di chi la frequenta.

PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DELLE STANDING AREAS?

Veniamo al punto centrale della questione. Se da un lato le istituzioni sembrerebbero intenzionate ad avviare un dibattito pubblico sulle standing areas, lo stesso non si può per ciò che hanno espresso fino ad oggi le tifoserie. Credo che tra i tifosi italiani sia tacitamente diffuso un ragionamento molto logico: se nelle curve già si sta in piedi, perché mai dovremmo volere una standing area?

Allo scopo di sensibilizzare sul tema chi leggerà questo articolo, ho individuato quattro motivazioni:

1) Aumenta la sicurezza.

Chi, esultando al goal della propria squadra, si è fatto quattro file per poi atterrare di stinco sullo schienale di un seggiolino, può capire. Questa è safety, non le barriere.

2) Sono una garanzia per il futuro.

Vi ricordate tamburi e megafoni? Nulla toglie che un giorno qualcuno vieti anche l’innocua prassi di guardare la partita in piedi. Chiedetelo ai tifosi del West Ham alle prese col nuovo stadio.

3) Aumenta la capienza degli impianti.

Basta un esempio: in Champions lo stadio del Borussia Dortmund ospita circa 66 mila tifosi. Per la Bundesliga, quando i posti a sedere in curva vengono smontati, la capienza raggiunge le 81 mila unità. Se aumenta la capienza delle curve, aumenta pure lo spettacolo sugli spalti, e la tv potrebbe addirittura ricominciare a inquadrarli.

4) Si abbassano i prezzi.

Sveliamo uno dei segreti del tanto decantato modello tedesco: allo stadio l’offerta è diversificata a seconda dei diversi target di tifoso. A Monaco un biglietto in curva per la Bundesliga costa 16 euro, l’abbonamento 140. I settori popolari sono davvero popolari e vengono compensati dalla capienza maggiore e dai servizi “vip” in tribuna. Così si riempiono gli stadi. È il marketing, bellezza!

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 Il “muro giallo” del Borussia Dortmund

CONCLUSIONI

Come ho provato a spiegare nell’articolo, credo che l’auspicato percorso di rinascita del calcio italiano debba passare anche dalle standing areas, perché la vivibilità e la fruibilità degli stadi sono ai minimi storici e l’Olimpico di Roma ne è un esempio. È d’accordo Lorenzo Contucci, avvocato da sempre attento alle questioni relative al mondo del tifo: «Trovo paradossale che in Italia chi vuole stare in piedi sia costretto a farlo su posti pensati per far stare le persone sedute. Per tornare a riempire gli stadi bisogna diversificare i settori a seconda del tipo di tifoso: le standing areas sarebbero un passo avanti in questa direzione».

Infine, una nota: forse per la prima volta in Italia il dibattito pubblico in favore di un tema che dovrebbe essere caro ai tifosi viene innescato dalle istituzioni. E non è detto che sia una cosa negativa, anzi, magari accadesse più spesso. Ciò che manca, però, è la voce dei tifosi di tutta Italia, anche perché – nonostante la scelta illuminata sulle barriere – non è affatto detto che al Ministero dell’Interno piaccia l’idea di cambiare le norme sui posti in piedi. E ci tengo a ribadire l’importanza di questa battaglia: le standing areas sono una garanzia contro la barriera che a me sembra più pericolosa, cioè quella economica. L’aumento dei prezzi dello stadio è purtroppo già una realtà, ma con il lento migliorare degli impianti il caro-biglietti si farà sempre più incombente.

Regno Unito: ‘Supporters Not Customers!’. Tifosi uniti per migliorare il calcio inglese

Regno Unito: ‘Supporters Not Customers!’. Tifosi uniti per migliorare il calcio inglese

L’esperienza del tifo organizzato nel Regno Unito e le conquiste conseguite in questi ultimi anni grazie ad attività congiunte da parte delle tifoserie di tutte le categorie, offrono uno spunto interessante per approfondire come tale cooperazione trasversale sia stata incisiva nel tempo e come abbia consentito di aumentare la consapevolezza del ruolo centrale che possono avere i supporters nel favorire un processo di riforma a 360° del calcio.

Dai primi anni del 2000 ad oggi è cresciuto esponenzialmente il numero dei ‘tifosi attivi’, ora il network inglese conta oltre 300.000 tra singoli associati e centinaia di gruppi organizzati affiliati alle due principali reti indipendenti e democratiche di coordinamento nazionale: la Football Supporters Federation(FSF) e Supporters Direct UK(SD UK) che, con priorità e competenze diverse, hanno portato avanti progetti di sensibilizzazione su specifiche tematiche risultati particolarmente positivi per l’intero settore, fino a giungere a cooperare con la Commissione dello Sport, Media e Cultura del Governo britannico nel tentativo di introdurre nuove regole per la sicurezza, trasparenza, rappresentatività e sostenibilità.

La cooperazione tra le diverse tifoserie, partendo dal supporto tecnico alla nascita di nuove realtà e al sostegno di specifiche iniziative, ha consentito l’innalzamento del livello del dibattito, trasformando la protesta semplice di gruppi sparsi in proposte collettive concrete e approfondite, dando vita e forza alle organizzazioni di coordinamento nazionale che hanno portato autorevolmente le istanze dei supporters alle istituzioni sportive e amministrative. Un azione parallela delle due organizzazioni, che spesso si è intrecciata in attività condivise e nel Summit annuale estivo, per favorire e sviluppare l’introduzione di misure per migliorare le relazioni con i supporters (fanengagement) e per l’implementazione di nuove regole per la governance dei club e delle istituzioni sportive.

La FSF dal 2002, anno della costituzione ufficiale a seguito della fusione della Football Supporters’ Association (FSA) e National Federation of Supporters’ Clubs (NATFED), opera in prima linea per la tutela dei diritti dei supporters, nella promozione del dialogo tra club, tifosi e i principali soggetti istituzionali in tutti gli aspetti in cui il punto di vista della fanbase può essere utile nella definizione di interventi. In particolare per le materie che riguardano la sicurezza, e per lo sviluppo a più ampio raggio di politiche fans-friendly per favorire l’accessibilità e la partecipazione alle manifestazioni sportive per tutti. Al Presidente dell’organizzazione spetta anche un posto come rappresentante dei tifosi presso il Consiglio della Football Association(FA).

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Le iniziative di sensibilizzazione si sono spesso articolate su livelli diversi, dagli eventi locali, utili a centrare l’attenzione su specifiche problematiche, dove non sono mancate proteste pacifiche, per poi allargare il dibattito attraverso campagne informative e coinvolgendo in dibattiti e conferenze esperti in materia. La diffusione attraverso la forte rete dei social network ha consentito l’allargamento della platea e dell’impatto dei temi trattati. Non è un caso che lo sviluppo di nuovi canali di comunicazione abbia accelerato in maniera consistente lo sviluppo dell’intero movimento nell’ultimo decennio.

Le attività delle principali campagne condivise portate avanti dalla FSF, che hanno prodotto risultati concreti e incentivato alla realizzazione di nuove strategie di confronto con la base della tifoseria, hanno riguardato molti degli aspetti del ‘matchday‘ con particolare attenzione per la sostenibilità della partecipazione agli eventi sportivi(costi e incentivi rivolti alle categorie protette e ai giovani), la promozione della lotta ad ogni tipo di discriminazione, il contributo nella definizione di buone pratiche di dialogo con la base per materie di sicurezza e per il miglioramento dell’esperienza nel corso dei match. Una panoramica sulle principali campagne

Watching Football Is Not A Crime!

E’ la campagna con cui dal 2014 la FSF ha promosso il confronto costante tra le rappresentative dei tifosi con le forze dell’ordine locali e le autorità preposte alla sicurezza (Sports Ground Safety Authority, SGSA) al fine di garantire le migliori condizioni possibili per la partecipazione ai match, sopratutto per le tifoserie ospiti, e per prevenire situazioni critiche per l’ordine pubblico. L’iniziativa segue gli sviluppi prodotti dalla campagna Fair Cop? del 2008 in cui erano state sollevate le prime voci che reclamavano una maggiore attenzione e sensibilità su questi temi da parte dei soggetti istituzionali. In questo ambito sono state ridotte le misure restrittive in diversi match attraverso il coordinamento tra i soggetti interessati e il network di supporters è attivamente coinvolto nell’implementazione della figura del Supporters Liaison Officer, quale riferimento di prima linea per la tifoseria su questi specifici temi. La figura dello SLO nasce sulla base dell’idea è che si possa e si debba sviluppare un dialogo costruttivo e strutturato tra una società di calcio ed i propri tifosi come avviene concretamente e con effetti positivi già in alcune nazioni europee, Germania e Svezia ad esempio, oltre ad essere una figura obbligatoria dal 2011 in quanto prevista, nell’art.35 del UEFA Club Licensing and Financial Fair Play Regulations, tra i criteri per il rilascio della Licenza UEFA.

Fans For Diversity

Qui rientrano le iniziative portate avanti dalla FSF, presso club professionistici e non, in collaborazione con l’organizzazione Kick It Out, attiva dal 1993, per promuovere l’inclusione nel calcio a tutti i livelli, combattere il razzismo e le discriminazioni di ogni genere attraverso attività condivise, collaborazioni con le scuole, match amatoriali, conferenze informative e approfondimenti, coinvolgendo società e istituzioni sportive di tutti i livelli e le associazioni/organizzazioni della società civile che operano in questo settore(al LINK l’ultimo report). Tra i temi rilevanti anche la promozione del ruolo della donna sia come appassionata e spettatrice, sia nella promozione della pratica sportiva e nelle strutture dirigenziali, accompagnata in questi anni da una crescente attenzione sull’argomento e da concreti investimenti per lo sviluppo da parte delle federazioni.

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Safe Standing Campaign

La campagna dedicata alla richiesta di reintroduzione di settori con spalti in piedi nel calcio inglese. Banditi dagli stadi in UK dalla tragedia di Hillsborough, frettolosamente liquidati per scaricare la responsabilità nella gestione dell’ordine pubblico in occasione dell’incidente, riammessi da qualche anno nel dibattito dopo le sentenze definitive, sono ora tornati al centro dell’interesse di numerose tifoserie e club che vedono nelle soluzioni sviluppate in diversi Paesi, ad esempio i rail seats in Germania, lo spazio per restituire atmosfera e favorire la presenza negli impianti di settori a prezzi popolari. La promozione del dibattito si è articolata con la visione e l’approfondimento da parte delle delegazioni dei gruppi affiliati alla FSF di case study ed esperienze all’estero, da cui è poi partito un roadshow itinerante in UK con cui sono state condivise con la base le informazioni raccolte, attraverso incontri locali e presentate nelle occasioni di confronto con gli esperti di sicurezza, di progettazione degli stadi e con le istituzioni sportive.

La Safe Standing Campaign ha inoltre favorito l’emergere sempre più costantemente di meccanismi di consultazione periodica tra le organizzazioni e la tifoseria, che si sono spesso estesi ai molteplici aspetti del matchday e in molti casi sono stati assorbiti e replicati dai club, permettendo ai gruppi di stabilire un filo costante di confronto sia con la propria base sia con la società. Leghe, club e supporters sono ormai favorevoli a sperimentare nuove soluzioni, il progetto pilota al Celtic Park partito la scorsa estate sta riscuotendo giudizi positivi, dopo il mandato esplorativo alla Premier League, che valuterà possibili interventi, manca solo la politica ora per l’ultimo passo decisivo.

Away Fans Matter

In questa iniziativa rientrano le diverse attività, tra cui la famosa campagna ‘Twenty’s Plenty’, portate avanti in questi anni per favorire la presenza nelle trasferte, garantire sicurezza e accessibilità ai supporters ospiti. Nel riconoscimento dell’importanza per lo spettacolo della presenza di tifosi ospiti in occasione dei match la campagna ha portato avanti proposte per migliorare sia l’accoglienza (parallelamente alle attività svolte nell’ambito di Watching Football Is Not A Crime!), raccogliendo i feedback dei supporters in trasferta a seguito di ciascun match, utili ad evidenziare criticità e fornire un quadro per interventi mirati, da cui è poi nato anche un premio annuale assegnato dalla FSF per celebrare i migliori club per l’accoglienza; sia l’accessibilità delle stesse riuscendo ad ottenere strumenti e incentivi alla riduzione dei costi e alla limitazione degli spostamenti dei match. In particolare: la nascita e l’implementazione dell’Away Fans Fund, a cui contribuiscono club e leghe, usato come strumento per ridurre i costi delle trasferte, per incoraggiare convenzioni per i viaggi e per lo sfruttamento di mezzi pubblici gratuiti. Una delle proposte più positive in questo contesto è stata anche quella dello sviluppo di accordi bilaterali tra i club per proporre reciprocamente prezzi contenuti per i supporters ospiti che dall’introduzione ha consentito di risparmiare ai tifosi mediamente circa 400.000 sterline all’anno.

L’introduzione del tetto massimo a 30 sterline per i biglietti delle trasferte, che dovrebbe partire per l’edizione 2017/18 dei campionati inglesi. Una mezza conquista raggiunta nel corso di questa stagione rispetto alle richieste del network nazionale del cap a 20.

Queste piccole conquiste, ottenute negli anni con grande fatica e perseveranza, hanno consentito ai gruppi di accreditarsi come interlocutori rilevanti e sottolineano le grandi potenzialità della fanbase di ciascun club nel miglioramento del rapporto con la propria comunità.

La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

20 mila euro da raccogliere in due mesi. È questo l’obiettivo della campagna di crowdfunding lanciata dal Carpi FC e dalla piattaforma Tifosy per finanziare la prima fanzone della squadra emiliana. Tifosi e simpatizzanti biancorossi potranno contribuire alla creazione dello spazio polifunzionale fino al 19 maggio donando da pochi spicci a centinaia di euro, e ricevendo in cambio materiale autografato e altri riconoscimenti.

Nelle intenzioni del club la zona dedicata ai tifosi sarà realizzata sotto al settore Distinti dello stadio Cabassi e sarà un punto di ritrovo per i tifosi prima e dopo le partite, uno spazio di socialità e svago grazie a divani, tavoli, videogiochi, biliardini e attività per i bambini. Ogni tanto sarà anche possibile incontrarvi qualche giocatore della prima squadra, che magari accetterà una sfida alla Play.

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A pochi giorni dal lancio, avvenuto il 17 marzo, l’iniziativa ha già raccolto più di un quarto dei fondi necessari, anche grazie al contributo iniziale di mille euro da parte dal club. Come tutte le campagne di crowdfunding che si rispettino, anche questa prevede la gestione trasparente dei fondi: il Carpi ha infatti già dichiarato come saranno ripartiti i costi tra costruzione della struttura, arredi, impianto elettrico e altre necessità.

I riconoscimenti per i donatori cambiano ovviamente a seconda dell’entità della donazione. Si va dai ringraziamenti pubblici per i contributi di poche decine di euro, alle divise autografate, fino a formule che comprendono anche l’abbonamento per la prossima stagione. I fanfunders avranno anche l’opportunità di aggiudicarsi una delle maglie speciali indossate dai calciatori durante Carpi-Spal, che recano sul retro la scritta #FanZoneBiancoRossa.

 La campagna si colloca nel progetto di collaborazione tra la Lega B e Tifosy, azienda inglese specializzata nei crowdfunding in ambito calcistico. Tra i progetti finanziati in passato, risaltano senza dubbio il Museo Crociato del Parma (170 mila euro raccolti) e gli impianti sportivi per il settore giovanile del Portsmouth (270 mila sterline).

«Grazie alla partnership stretta da Lega B con Tifosy, siamo la prima società della Serie B ad avviare una campagna di fanfunding – ha commentato Simone Palmieri, responsabile marketing del Carpi, che ha definito la fanzone «uno spazio da vivere insieme, per accorciare ancora le distanze tra il club e la sua gente».

Nicola Verdun, business director di Tifosy, commenta così l’iniziativa: «Il Carpi ha capito il valore del fanfunding: volevano coinvolgere maggiormente i tifosi. Stiamo discutendo con altre squadre italiane nuove campagne da avviare in futuro. Il percorso di preparazione è di solito abbastanza lungo, perché vogliamo assicurarci che il crowdfunding riesca al 99%. Il lavoro per questo progetto, ad esempio, è partito otto mesi fa: c’è sempre un periodo di analisi approfondita che precede il lancio di ogni campagna».

Il Carpi è dunque il primo club italiano di alto livello che lancia una campagna di crowdfunding. Visti i tempi di stenti economici per i club italiani, è probabile che tale pratica si diffonderà molto nei prossimi anni. L’auspicio è che non perda la sua natura partecipativa e comunitaria, che non diventi cioè uno strumento usato dai presidenti per spremere i tifosi, sempre pronti ad aiutare il club. Chiedere soldi ai tifosi è una cosa che va fatta con parsimonia e per progetti speciali, come quelli che li coinvolgono direttamente i (come appunto una fanzone), quelli che danno i propri effetti a lungo termine (come un settore giovanile) e quelli che valorizzano la cultura sportiva di un club (come un museo). O quelli così costosi da essere difficilmente irraggiungibili.

C’è un altro dubbio all’orizzonte. Finché si finanzieranno zone dedicate alla tifoseria, progetti culturali, centri sportivi e zone dello stadio saremo tutti d’accordo. Ma il crowdfunding potrebbe anche essere (mal)interpretato per spese arbitrarie e dagli effetti a breve termine. Ad esempio, quando qualche istrionico patron proporrà il crowdfunding per comprare un giocatore – e quel momento sapete che arriverà –  come reagiremo?

Per ora la garanzia sulla qualità dei progetti è certificata da Tifosy, che valuta ogni proposta e dice di sì solo a interlocutori credibili e con i conti a posto. Ad oggi dunque, senza creare allarmismo, possiamo constatare che il progetto del Carpi è un buon inizio. Speriamo che faccia da apristrada.

Per partecipare, basta andare su tifosy.com/carpi.