Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare: se la Passione dà un Calcio al Business

Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare: se la Passione dà un Calcio al Business

Crowdfunding, Azionariato Popolare e Supporters’ Trust sono le modalità simili, ma strutturalmente diverse, che maggiormente si sono diffuse negli ultimi anni, in Italia come in Europa, con cui tifosi e appassionati hanno cominciato a contribuire direttamente al capitale sociale dei propri club. Tre differenti vie con cui si è creato un canale di finanziamento aggiuntivo da parte della base dei supporters che si è andato ad aggiungere al ‘consueto’ contributo alle finanze dei club derivanti dalle fonti classiche dirette: biglietti, abbonamenti e merchandising e quelle indirette: diritti TV e sponsorizzazioni e che ha aperto ad un nuova fase di relazione con i tifosi.

Contribuzione diretta agli aumenti di capitale, fondi destinati al finanziamento della squadra, progetti specifici per stadi e strutture sportive, specifici interventi di riqualificazione, opere celebrative ecc.. la destinazione dei progetti finanziati direttamente dai tifosi ha preso le strade più varie e fare il punto sulle diversità tra questi meccanismi è forse utile a comprendere come iniziative, a prima vista simili, spesso abbiamo un impatto diverso sulla seconda fase successiva alla raccolta, quella dello sviluppo del progetto/obbiettivo: vengono gestite in maniera opportuna queste nuove risorse? Si crea una vera partecipazione?

Le risposte a questi quesiti devono necessariamente partire dal chiarimento che queste nuove vie di contribuito diretto ai club hanno portato con sé anche l’acquisizione da parte degli appassionati di diritti specifici legati alla partecipazione al capitale sociale dei club, lì dove si acquistano quote, o a particolari poteri speciali nei confronti del board dirigenziale. Come ci sono anche casi in cui l’apporto si limita ad un contributo ‘una tantum’ senza acquisizione di diritti speciali. Ciascuna forma di contributo deve essere analizzata partendo in primis dal format con cui viene proposta e congiuntamente dal soggetto proponente: lo strumento utilizzato (Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare) e l’origine della proposta: Club, istituzioni, imprenditore o gruppo, base del tifo.

Ovviamente in questa fase ballano interessi divergenti, proposte che partono dai club o da fonti istituzionali generalmente hanno spesso il fine primario di far quadrare i conti piuttosto che favorire una partecipazione attiva concreta, operazioni di ultima istanza, spesso velleitarie, che rischiano di compromettere ‘l’immagine’ pubblica delle iniziative analoghe che però parto dalla base. Infatti, al contrario, le iniziative che partono dalla comunità del tifo tendono ad essere più efficaci e coinvolgenti, avendo già mobilitato parte dei destinatari della campagna, riuscendo spesso a garantirne il successo e l’instaurazione di un rapporto di cooperazione più forte tra società e tessuto locale.

Vediamo quindi come funzionano questi differenti tipi di finanziamento con particolare attenzione ai meccanismi e ai diritti, dove ve ne sono, che garantiscono un controllo diretto sia del finanziamento specifico sia che consentano l’accesso a specifici poteri di influenza della governance.

Crowdfunding

E’ una pratica di raccolta di fondi che si è sviluppata parallelamente alla crescita esponenziale negli ultimi 30 anni dei fruitori di Internet e dei Social Network, la diffusione della rete ha consentito la creazione di portali web che svolgono professionalmente il ruolo di intermediari per favorire, attraverso i propri canali e sponsor, il reperimento di risorse rivolgendosi ad un ampio bacino di pubblico. Nati per finanziare le start up, principalmente del settore tecnologico e della sostenibilità ambientale, hanno trovato facile diffusione anche per progetti no profit legati al sociale e per finanziare piccole opere proposte da singoli o organizzazioni.

Partecipando alla campagna si effettua una contribuzione, principalmente online e con quote spesso prestabilite, che può configurarsi come semplice donazione, oppure includere una specifica ricompensa per la cifra conferita, in entrambi i casi non segue un’acquisizione di diritti particolari o poteri di influenza. Si profila quindi più un caso di contribuzione di solidarietà basata su di un rapporto di ‘fiducia’ e non si può quindi parlare di ‘partecipazione attiva’, né si hanno strumenti di controllo dell’effettivo uso corretto dei fondi ricevuti.

 

L’operatività dei portali web che conducono tali operazioni, che possono o meno prevedere delle commissioni d’intermediazione nell’ordine del 5-10%, non è generalmente soggetta a regolamentazioni specifiche, operano in materia di appello al pubblico risparmio, servizi di pagamento ecc… osservando i regolamenti già esistenti per ciascun Paese dove hanno sede legale.

Discorso diverso invece per la pratica dell’Equity Crowdfunding, che sfrutta le medesime strutture e modalità di diffusione dei precedenti casi, dove invece l’oggetto dell’acquisto è una quota di azioni vera e propria. In questo scenario chi contribuisce al progetto acquisisce il complesso dei diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione nell’organizzazione e in Italia questo tipo di operazioni sono regolamentate dal “Decreto crescita bis” e dal Regolamento CONSOB. In questo caso si acquisisce capitale di rischio di società non quotate sui mercati e chi contribuisce ha una ‘partecipazione attiva’ con diritto di voto in ragione del numero di azioni in possesso. Si ha possibilità di influenza che però resta limitata in quanto: 1) spesso c’è un limite ai pacchetti acquistabili; 2) il limite alle quote determina la conseguenza che l’influenza potenziale dei piccoli azionisti tende inevitabilmente a disperdersi, a meno di patti parasociali e raccolta delle deleghe che però la natura dell’operazione rende particolarmente complessi. Il contatto e il coordinamento tra piccoli azionisti risultano particolarmente difficoltosi, rendendo poco efficace lo strumento se l’obbiettivo è avere una partecipazione concreta.

Le piattaforme di crowdfunding sono usato anche per raccogliere risorse attraverso l’uso di strumenti di debito, es. Mini-bond, in questo scenario chi contribuisce riceve un interesse prestabilito a fronte di una quota versata, in alcuni casi sono previste speciali agevolazioni per i prodotti del club, e il rimborso del contributo a scadenza come una semplice obbligazione. Nessun diritto in materia di governance ma maggiore sicurezza dell’investimento rispetto a quello azionario, anche se in entrambi i casi va attentamente analizzata la situazione societaria, il rischio zero non esiste, sopratutto nel calcio e sopratutto in quello italiano.

Quelle elencate sono tutte operazione estremamente versatili e facilmente applicabili ad un numero infinito di progetti, nel mondo del calcio sono state finanziate con successo diverse opere specifiche, salvataggi e acquisizioni di club, alcuni esempi in Europa: l’Academy delle giovanili del Portsmouth FC, la standing area che realizzerà lo Shrewsbury Town FC, il salvataggio dell’Austria Salzburg, l’acquisizione del Bath City FC ecc. In Italia: il Museo del Parma, la Fanzone del Carpi, il contributo allo Stadio Filadelfia, e in queste settimane anche Atalanta e Frosinone stanno studiano progetti simili. Resta il nodo della mancanza di influenza che caratterizza questo tipo di operazioni, che rischiano di essere un mezzo per sfruttare nell’ennesima maniera la passione dei supporters.

Azionariato Popolare

Tra i tre casi in analisi quello dell’Azionariato Popolare presenta le caratteristiche strutturali più vaghe e disordinate. Le parole ‘azionariato popolare’ sono troppo generiche e i casi troppo variegati per poterne dare una rappresentazione organica. Per come è si sviluppato in Italia ha rappresentato spesso l’appello di ultima istanza per raccogliere risorse dalla base dei tifosi. Generalmente su iniziativa della società stessa, vengono venduti pacchetti di azioni del club, senza particolari limiti sulle quantità acquistabili o diritti speciali, che vanno a creare un azionariato diffuso.

In questo scenario la proprietà del club è divisa tra tanti piccoli azionisti ognuno con potere di influenza, controllo e diritto di voto commisurato alle quote detenute ma, analogamente al contesto che si crea con l’Equity Crowdfunding, si pongono dei problemi operativi per la tutela del complesso dei diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione, aprendo margini ampi per un uso distorto delle risorse conferite.

Anche in questo caso il contributo si basa sul rapporto di fiducia tra la base e il soggetto che propone l’operazione e per poterne valutare l’efficacia è necessario aver chiara la situazione del club di riferimento, la quantità di azioni immesse, un’idea di quella che sarà la composizione dell’azionariato successivo all’operazione, e la programmazione concreta dell’utilizzo che sarà fatto delle risorse. L’azionista di maggioranza farà i suoi interessi e l’azionariato diffuso per incidere deve necessariamente coordinarsi per poter influenzare concretamente l’andamento della società, dinamiche e costi della comunicazione tra piccoli azionisti non devono essere sottovalutati perchè rappresentano un ostacolo consistente per avere un impatto sul club.

Azionariato Popolare e Crowdfunding quindi tendono quasi a sovrapporsi nelle dinamiche che si vengono a creare e perchè rappresentano entrambe un finanziamento ‘una tantum’, slegato quindi da una prospettiva di partecipazione attiva e articolata su di un orizzonte temporale più ampio. Un aspetto che li differenzia può essere ravvisato sul pubblico a cui si rivolge la proposta di acquisto: mentre le iniziative di Azionariato Popolare, anche se lo sviluppo dei Social media sta lentamente colmando la distanza, hanno un target locale e circoscritto, derivante dalle modalità di sottoscrizione fisica e di diffusione mediatica, il Crowdfunding apre ad un pubblico più ampio, potenzialmente il Mondo intero. Fattore che amplia le possibilità di raccolta e anche il ritorno di immagine, che però incide sulla minore motivazione a contribuire rispetto ad un soggetto localmente in contatto con la società. In questo senso le possibilità di controllo del contributo sono più incisive per l’Azionariato Popolare rispetto al Crowdfunding per la naturale maggioranza di sottoscrittori vicini al club e per il conseguente maggiore interesse alla supervisione.

Le due vie sono quindi sia alternative che complementari per sviluppare dei canali aggiuntivi di finanziamento a breve-medio termine da parte dei club, pur conferendo limitati diritti di influenza, se non totale assenza nei progetti legati alla realizzazione di una specifica opera. Strumenti interessanti ed efficaci se presentati chiaramente e elaborati attraverso consultazioni con la base per poter definire campagne ‘su misura’ per ciascuna realtà sportiva che presenta inevitabilmente caratteristiche uniche in termini di seguito, pubblico ai match, ciclo economico locale, radicamento territoriale, categoria ecc..

Supporters’ Trust

Per bypassare i limiti di influenza che i due precedenti metodi incorporano sia in materia di tutela concreta dell’investimento sia del proprio club, grazie all’esperienza anglosassone, si sono diffusi i Supporters’ Trust, entità giuridiche indipendenti e regolate democraticamente che operano come canalizzatori di risorse economiche e competenze dalla base del tifo organizzandole in un’azione corale coordinata con un prospettiva operativa pluriennale. Un corpo intermedio aperto e regolato dal principio ‘una testa, un voto’ che convoglia il punto di vista dei tifosi in un’unica voce e destina le risorse economiche in progetti condivisi e partecipati, con procedure decisionali regolate da meccanismi democratici(se ne parlava qui).

In questa ottica le associazioni di tifosi possono svolgere un ruolo di intermediazione e coordinamento lì dove vi sono club con un elevato numero di azionisti, ad esempi attraverso la raccolta delle deleghe e o partecipando direttamente al capitale del club. In questo caso chi contribuisce versa una quota ad una entità no profit giuridicamente riconosciuta diversa dal club, ma la cui destinazione finale, sotto certi vincoli e in funzione delle scelte dell’assemblea degli associati, è però il club stesso. Il contributo però è maggiormente tutelato rispetto agli strumenti precedentemente trattati in quanto sfrutta l’opera attiva di un’organizzazione preposta al controllo della partecipazione e della gestione societaria, e il fattore aggregativo può rendere le quote disperse tra i piccoli azionisti invece decisive per influenzare la governance. La contribuzione in alcuni casi addirittura non è prevista, e comunque la forza economica non necessariamente è indispensabile affinchè l’associazione collabori e incida concretamente sulle sorti del club, sono diversi i casi dove pur non essendoci una partecipazione al capitale sociale i Supporters’ Trust svolgono un ruolo di referente primario, ad esempio il Manchester United Supporters Trust e lo Spirit of Shalkly, o possano esprimere rappresentanti riconosciuti all’interno dei quadri del club.

Potenziali limiti possono arrivare dagli aspetti organizzativi interni: un’associazione con quote rilevanti e o responsabilità all’interno del club ha la necessità di ‘forza lavoro’ per svolgere i propri compiti in maniera efficiente e le attività prestate dai volontari, su cui si basano queste iniziative, rischiano di non essere adeguate alla sfida. Un fattore questo necessariamente da prendere in considerazione nella pianificazione di qualunque progetto che si propone il coinvolgimento dei tifosi ad un livello così ambizioso.

Un altro elemento distintivo è fattore temporale, con l’impegno dell’associazione che si sviluppa nel medio-lungo periodo, che è indubbiamente un altro degli elementi che separano i Supporters’ Trust dalle operazioni ‘spot’ che coinvolgono l’Azionariato Popolare e il Crowdfunding. L’attività e l’impegno non si esauriscono con la singola contribuzione ma sono seguiti da un contatto costante tra la base e il club per ampliare le opportunità di collaborazione e di contribuzione. Se questo tipo di rapporto è genuino e costruttivo può rappresentare un strumento fondamentale per saldare le relazioni tra società e tifoseria attraverso il confronto costante e un mezzo per ampliare, grazie alla passione stessa dei supporters, l’intera base con potenziali positive ricadute anche sotto l’aspetto economico.

In virtù della sua natura di mezzo di intermediazione è conseguente che lo stesso Supporters’ Trust ha potenzialmente a disposizione proprio gli strumenti del Crowdfunding e dell’Azionariato Popolare, o meglio dei piani di ‘Community Share’ di matrice anglosassone, per sviluppare campagne di contribuzione per il proprio club. Questa combinazione ha la possibilità di migliorare a più riprese e su diversi aspetti l’efficacia del progetto sia nel ambito della fase di pianificazione, attraverso consultazioni e sondaggi veicolati nei canali giusti del tifo che consentano di definire le soluzioni più interessanti e gradite, sia nell’implementazione e diffusione della campagna. In questo caso infatti nascono interessanti sinergie per quanto riguarda i canali di diffusione dei progetti, se prima si distingueva in pubblico locale(Azionariato Popolare) e aperto(Crowdfunding), l’associazione ha il potenziale sia di attingere da entrambi i bacini, sia di aggiungere il proprio canale costituito dalla rete di condivisione con le centinaia di altri Supporters’ Trust(se ne parlava qui), a livello europeo è sempre più diffusa e ampia, composta da un target di soggetti particolarmente propensi a contribuire a progetti simili e a campagne di solidarietà.

Queste tre strade come evidente sono particolarmente idonee ad essere intrecciate e adattate alle infinite esigenze e sfaccettature che può assumere ogni club, indipendentemente dalla categoria. La chiave sta nel comprenderne le dinamiche effettive perché in un calcio così commercializzato è molto sottile la differenza, come si può vedere, tra la partecipazione attiva e un mero contributo di solidarietà affidato all’ennesimo bancarottiere di turno, come è sottile la differenza tra dare un vero contributo e gettare via i soldi.

Fútbol Popular: i ragazzi di Wanderers e la lotta al Calcio Business

Fútbol Popular: i ragazzi di Wanderers e la lotta al Calcio Business

Dopo la panoramica della prima parte, nella seconda puntata dell’approfondimento dedicato al Fútbol Popular spagnolo, in vista del ‘IV Encuentro de Fútbol Popular’ dal 21 al 23 Luglio a Getafe, ho fatto qualche domanda a Víctor G. Muñiz, co-Direttore di ‘Wanderers, el fútbol del pueblo’ una piattaforma di controinformazione e confronto che ha giocato un ruolo molto importante nella diffusione in questi ultimi anni delle buone pratiche e dei nuovi modelli di gestione dei club che promuovono la partecipazione attiva.

Divenendo punto di riferimento per le news di gestione alternativa delle società sportive e voce indipendente e critica, i ragazzi di Wanderers hanno avuto modo di vivere da vicino il crescere delle realtà spagnole e hanno svolto un ruolo importante in diversi eventi condivisi, decisivi per lo sviluppo del network spagnolo. Ho fatto loro qualche domanda che ci consentisse di avere un quadro dell’evoluzione e delle difficoltà che hanno incontrato in questi anni, attraversando il anche tema della comunicazione nel calcio contemporaneo, in cui blogger e attivisti con poche risorse hanno dato un impulso deciso e concreto alla diffusione di idee alternative.

Cosa è il progetto Wanderers, el Futbol del Pueblo? Fin dai primi eventi avete svolto un ruolo importante di informazione e diffusione..

Wanderers nasce come una risposta alla necessità di un veicolo di comunicazione necessario al calcio popolare che stava nascendo in quel momento in Spagna. Una voce indipendente dai grandi mass media che prova giornalmente a portare alla gente tutta l’informazione possibile sul calcio popolare e su gli episodi di lotta contro il calcio business, i supporters trust, e ogni azione che sia una vera contestazione a qualsiasi ingiustizia all’interno del mondo del calcio.

Non solo è uno spazio di contro-informazione, è uno spazio per il dialogo tra i club, per progetti letterari, per ripercorrere la storia del calcio, etc. Nei podcast che periodicamente realizziamo con Wanderers abbiamo parlato con tante squadre, con tante associazioni e supporters trust, non solo spagnoli ma anche irlandesi, inglesi, italiani, …

Non vogliamo essere identificati come un media di comunicazione soltanto, ma come uno spazio aperto alla discussione, alle nuove opinioni, al dialogo, e sopratutto per imparare e comprendere i nuovi tempi dello sport più bello del mondo.

Vogliamo essere (e penso lo siamo stati) uno strumento per i club per diffondere le attività realizzate, le proposte, gli eventi annuali. Anche insieme a tanti altri blogger e a diversi progetti di comunicazione vogliamo creare una rete internazionale per appoggiare e dare supporto a tutti i club di calcio popolare, alle associazioni di tifosi e ai supporters trust. Essere uno strumento per le associazione europee come Supporters Direct o FSE.

Per ultimo, non meno importante, vogliamo essere un punto di riferimento culturale con la creazione di “Wanderers Books” che presto inizierà a lavorare con diversi libri e progetti letterari non dimenticando che grandi scrittori della storia hanno parlato, scritto e cantato di calcio, Benedetti, Camus, Galeano

Calcio popolare e Supporters Trust un vostro pensiero sullo sviluppo di queste realtà in Spagna, perchè e come sono cresciute?

Si tratta di uno sviluppo lento, cominciato nel 2007 con l´Atlético Club de Socios e in questi 10 anni la crescita è stato costante, tanto che ora esistono più di dieci squadre a grande livelli, arrivate in Segunda B e Tercera División (Lega Pro e Serie D) e tante associazioni che lottano per recuperare i propri club e che fanno pressione per un cambio delle regole affinchè siano cancellate le SAD (Sociedad Anónima Deportiva).

Il lavoro fatto dalle squadre di calcio popolare in Spagna è immenso, per noi è un onore aiutare persone che lottano ogni giorno per recuperare il calcio e le proprie squadre per le rispettive comunità, per la propria città e quindi questo progetto Wanderers è per loro, per quelli che lottano.

Ovviamente, queste squadre nascono della necessità di recuperare società scomparse o fallite come nel caso di Palencia, Ourense, SD Logroñés o Unionistas de Salamanca o come una risposta a un modello che non convince, tentando di dimostrare che c’e un’altra formula per gestire il calcio come nei casi dell’Atletico Club de Socios, Orihuela Deportiva, UC Ceares o Tarraco FC. E molte altre sono le associazioni che cercano di ricostruire i rapporti logorati da proprietà ricche ma che non coinvolgono la base, concentrandosi solo al business, dimenticando il bene sociale e culturale del calcio.

Ora lo sviluppo del calcio popolare in Spagna non ha limite, si tratta di un onda che percorre il panorama del calcio spagnolo travolgendole con ‘idee originali’ che solo i tifosi dovrebbero essere e sono i ‘veri’ proprietari dei club e che non solo i ricchi possono investire nel calcio. Ovviamente non siamo arrivati al punto più alto del sistema spagnolo, ma le realtà che esistono piano piano hanno gettato delle basi ben precise per mostrare che un’altra forma di gestione è possibile.

Quest’anno si celebra ormai il 4º Incontro Nazionale, e dal primo nel 2014 a Palencia, le squadre, le associazioni che saranno presenti sono quattro volte più numerose, questo dimostra la nostra crescita tanto a livello di squadre, come al livello di mezzi di controinformazione e informazione.

Quali sono stati i successi e quali invece gli ostacoli che state incontrando?

Per noi il più grande successo è il riconoscimento nazionale e anche internazionale che Wanderers ha avuto in questi anni, un riconoscimento del quale siamo veramente fieri, perché gli ostacoli sono stati tanti e le nostre risorse erano scarse, ma con lavoro e mettendo un po’ di soldi dalle nostre tasche siamo arrivati ad essere un punto di riferimento in tanti aspetti per questo movimento del calcio popolare.

Andare a Murcia e fare il calcio d’inizio in una partita ufficiale, in Salamanca essere trattati benissimo, a Logroñes a fare un intervento sul calcio popolare, anche a Xerez a filmare un documentario ed essere trattati benissimo. Ovunque andiamo la risposta con noi è sempre la stessa e sempre positiva, fino al punto di dovere ringraziare ogni singolo club per la sua amabilità.

Il momento più importante della nostra (per ora) corta storia è probabilmente l’evento della ‘Jornada contra el fútbol negocio’ a Vallekas, con quasi tutte le squadre rappresentate, associazioni, giornalisti (Sid Lowe), scrittori (Angel Cappa), e gruppi come Bukaneros. È stata una vera gioia per noi avere così tanta gente con noi a gennaio.

Il peggiore ostacolo restano sempre i grandi media che rubano le informazioni senza nemmeno la citazione sul web o materiale cartaceo, noi abbiamo accordi con tante pagine per girare informazioni senza scopo di lucro, tutto con CopyLeft, ma queste grandi riviste, giornali, etc approfittano del proprio potere e rubano materiale con il quale dopo lucrano vendendo il proprio prodotto. Per noi questo è un altro dei sintomi della malattia del calcio business, la mancanza di rispetto per il lavoro degli altri senza un minimo riconoscimento.

Su quali aspetti devono lavorare maggiormente i tifosi in Spagna nel futuro?

Secondo noi ci sono due punti importanti sul quale si deve lavorare. Il primo punto riguarda gli stadi, la figura dell’abbonato e non del socio ha portato alla perdita del pubblico negli impianti e alla trasformazione dell’esperienza del match, ormai diventato uno spazio di consumo e non di passione. Biglietti a prezzi assurdi, tante restrizioni nel tifo, poca sicurezza e pochi i diritti dei spettatori, ect.

Il secondo punto sarebbe la riforma della Legge dello Sport che impedisce ai club di calcio che non sono SAD la possibilità di giocare in Serie A e Serie B.

Conoscete le esperienze italiane? Quali sono quelle che vi hanno colpito di più?

Conosciamo bene alcune delle esperienze italiane, siamo stati in contatto con tanti club e abbiamo fatto un paio di documentari su Parma e l’Atletico San Lorenzo, anche tanti articoli sulla Stella Rossa 2006, Quartograd, Spartak Lecce, CS Lebowski. Ma quando siamo andati a Roma invitati da Sport Popolare e dall’Atletico San Lorenzo, abbiamo conosciuto l’esperienza del Liberi Nantes e ci ha colpito molto il suo sviluppo sociale con i rifugiati e richiedenti d’asilo. Anche l’attaccamento al quartiere e tante attività che il San Lorenzo svolge nel suo spazio. Queste due realtà romane per noi sono un vero esempio, ma come ho detto, le esperienze che conosciamo in Italia sono tante e siamo anche fieri di poter informare il nostro pubblico in Spagna su di loro, fanno un gran lavoro!

Se parliamo d’altre realtà, non solo squadre, siamo rimasti molto colpiti dal recupero dello Stadio Filadelfia e del Museo Grande Torino, come anche dalla lotta della tifoseria della Reggiana per recuperare il suo stadio e di MyRoma, con qui abbiamo un attaccamento speciale grazie a Valerio Curcio, e la sua lotta per il recupero di Campo Testaccio.

 

 

 

“Cambiemos el Fútbol”: anche in Spagna i Tifosi scendono in campo contro il Calcio Moderno

“Cambiemos el Fútbol”: anche in Spagna i Tifosi scendono in campo contro il Calcio Moderno

Parallelamente a quanto sta avvenendo in tutta Europa, come reazione alla commercializzazione del calcio e alla crisi economica che ha travolto numerose realtà locali (se ne parlava qui e qui), anche la Spagna ha sperimentato in questo ultimo decennio l’espandersi di iniziative di ‘cittadinanza attiva’ che hanno portato alla nascita di numerosi club votati alla partecipazione popolare e ad organizzazioni di tifosi che reclamano maggiore apertura e dialogo tra club e la base dei fan. Come in Italia, il sistema spagnolo nel suo complesso ha intrapreso un modello di ripartizione dei proventi, in particolare dei diritti TV, che ha finito per accentrare le risorse disponibili in pochi grandi club e lì, dove non sono arrivati proprietari stranieri ad acquisire società in svendita, spesso coinvolti con i discutibili fondi investimento e opache reti di procuratori, in molti contesti i tifosi hanno rappresentato l’ultimo appiglio per il salvataggio.

Agli occhi dei supporters più attenti appare sempre più evidente il fallimento delle riforme degli anni ’90 che forzarono la trasformazione da enti associativi in società di capitali, quelle per cui fu concessa la deroga per Barcellona, Real Madrid, Osasuna e Athletic Bilbao che mantennero e hanno tutt’ora lo status di associazione. Elaborate per risollevare i club dalle pesanti esposizioni debitorie ma che a distanza di anni non hanno prodotto i risultati sperati, e che, anzi, hanno favorito l’ingresso di soggetti internazionali spesso poco trasparenti e poco intenzionati a valorizzare le comunità. Le leghe e le istituzioni sportive poco hanno fatto per arginare questo fenomeno, a cui si sono aggiunti gli inasprimenti delle misure d’accesso negli stadi, è notizia di questi giorni che si stanno inaugurando nuovi rilevatori biometrici all’ingresso degli impianti, spingendo parte del tifo ad una presa di coscienza della necessità di stabilire percorso di cooperazione comune che favorisca il confronto e l’elaborazione di proposte per migliorare gli aspetti della gestione dei club e la vivibilità del rapporto tra società e supporters.

In questa scia si colloca dal 21 al 23 Luglio nel Centro Cívico a El Bercial, quartiere dell’area metropolitana di Getafe, a sud di Madrid, un interessante week end di incontro e di confronto tra i rappresentanti di circa 30 tra associazioni di tifosi e delegati di club di proprietà dei supporters, accompagnati da giornalisti sportivi e da alcuni ospiti internazionali, nell’ambito del ‘IV Encuentro de Fútbol Popular’ per dibattere sugli sviluppi del calcio moderno e presentare soluzioni e proposte per migliorare le relazioni tra club e base del tifo attraverso processi di coinvolgimento diretto.

L’evento aperto sarà ospitato dai volontari dell’Atlético Club de Socios, un’interessante realtà locale autogestita nata nel 2007 da un gruppo di tifosi nostalgici del vecchio Atletico Madrid, legati alla precedente forma associativa aperta, fortemente critici con la riforma delle SAD e che entrò in forte contrasto con l’allora proprietario, Jesús Gil. Seguendo le orme del FC United of Manchester fondarono la propria società, democratica e partecipata che conta ora a quasi 10 anni di distanza una formazione di calcio a 11, una di calcio a 7 e le rappresentative di rugby maschile e femminile che militano dei campionati dilettantistici locali.

A coordinare l’evento che vedrà presenti ospiti da tutta la Spagna e dall’Europa, con il network di SD Europe e per l’Italia ci sarà l’organizzazione Supporters in Campo, sarà la FASFE (Federación de Accionistas y Socios del Fútbol Español), l’organizzazione di coordinamento dei club di calcio spagnoli che si basano sulla partecipazione popolare e sul coinvolgimento attivo della comunità locale, e delle associazioni di tifosi spagnole che reclamano maggiore voce nei processi decisionali e propongono nuovi modelli di governance maggiormente trasparenti e sostenibili.

FASFE è da anni in prima linea nella promozione di un cambiamento sostanziale del modello di gestione delle società sportive, nella campagna #CambiemosElFútbol lanciata nel 2015 ha presentato alle istituzioni sportive e civili le proprie proposte e idee, con punti precisi per intervenire su: governance, sostenibilità, ruolo sociale del calcio e nella misure per lotta alle discriminazioni. A tal proposito in questa prima parte dell’approfondimento ho fatto qualche domanda a Emilio Abejon, presidente di FASFE, e attivamente coinvolto nelle attività del network europeo, per presentare i temi che saranno affrontati in questo interessante evento, ormai un appuntamento fisso per l’estate dei supporters spagnoli, per poi proseguire (nella seconda parte) con i responsabili del sito specializzato ‘Wanderers, el fútbol del pueblo’.

Diteci della rete di FASFE? Quando è nata e quali sono le linee guida della vostra attività in Spagna?

FASFE è la rete spagnola dei club ad azionariato popolare, o vocati alla partecipazione popolare, e delle associazioni di tifosi spagnole. Siamo nati nel 2008 e ad oggi contiamo ventinove membri affiliati. Come rete forniamo assistenza ai gruppi intenzionati a creare una voce rappresentativa della tifoseria per influenzare la gestione dei club. Da qualche tempo portiamo avanti una campagna che propone delle modifiche di legge per creare un ambiente più accogliente e per favorire un miglioramento delle condizioni delle nostre società

Quali sono le sfide più rilevanti che avete incontrato del corso di questi anni in prima linea?

Sicuramente quella di riportare all’ordine del giorno il tema dei club sotto il controllo delle nostre comunità. Molte sono le difficoltà per persuadere i nostri tifosi e le nostre società di calcio a portare questo tema al centro del dibattito, per favorire un’apertura maggiore e nell’opera di convincimento delle istituzioni sportive nel considerarci degli interlocutori.

C’è qualche storia particolarmente interessante che ci vuoi raccontare?

Ci sono diverse storie interessanti che hanno coinvolto i tifosi in questi anni. Fra le più recenti, per esempio, c’è la storia dell’associazione di tifosi del Recreativo Huelva (Recre Trust), la più antica squadra di calcio della Spagna. Hanno salvato il club la scorsa estate raccogliendo un milione di euro e sono ora presenti nel board direttivo del club. Anche le vicende dell’Unionistas de Salamanca CF, fondato quattro anni fa dagli appassionati dell’UD Salamanca dopo che è fallita la squadra storica per la pessima gestione di uno degli uomini più ricchi della Spagna. Ora stanno per essere promossi nella  2ªB (terzo livello) e si trovano a competere con un altro club locale privato, con lo stesso modello che portò al fallimento, che sta cercando di ‘rubargli’ l’eredità storica locale.

Cosa rappresenta per il vostro network l’incontro annuale dedicato al calcio popolare?Quali saranno i temi più rilevanti che affronterete?

L’Encuentro de Fútbol Popular è un raduno dei rappresentanti dei club di  proprietà dei tifosi, supporters e appassionati di calcio, gli attivisti che lavorano per promuovere il coinvolgimento attivo e in generale è rivolto all’intera comunità del calcio che vuole promuovere e mettere al centro gli aspetti sociali. Questa è la quarta edizione e sarà ospitato dall’Atlético Club de Socios, piccolo club della comunità con sede a Getafe, nei pressi di Madrid. Avremo presentazioni molto interessanti e casi studio di partecipazione attiva e di gestione sostenibile delle società di calcio. L’evento sarà anche l’occasione per dare il via alla creazione di un gruppo di lavoro al fine di redigere un documento con le proposte per una nuova legge che regolamenti lo sport, superando le attuali contraddizioni. E avremo anche la possibilità di assistere alle interessanti presentazioni dei nostri partner europei, SD Europe, Supporters in Campo e la Svenska Fotbollssupporterunionen a cui si aggiungeranno casi di finanza etica e cooperativa con l’esperienza della banca cooperativa ‘Banca Ética’. E’ il momento di costruire alleanze con il movimento cooperativo, un campo in cui non abbiamo progredito finora.

Avete in programma la creazione di un gruppo di lavoro per contribuire alla stesura di idee da proporre per la nuova legge sullo sport. Come sarà organizzato e quali i temi su cui lavorerete?

LA FASFE è stata invitata dal Ministero dello Sport a contribuire con le proprie proposte per una nuova legge dedicata allo Sport, quindi la creazione di un gruppo lavoro servirà a raccogliere tutte le proposte da parte dei gruppi di tutto il Paese. Partiremo dall’Encuentro de Fútbol Popular in cui molte rappresentative saranno presenti e il coordinamento delle attività del gruppo sarà poi affidato ad un avvocato che ha una vasta esperienza nel campo.

Avete fatto un grande lavoro in Spagna, come anche nella collaborazione con la rete europea, quanto è stato utile lo scambio di esperienze per la vostra crescita? Quali realtà europee vi hanno affascinato di più?

Il movimento in Spagna è cresciuto lentamente dal 1990, quando molti dei club professionisti sono stati obbligati a convertirsi in società per azioni. Ma la maggior parte di noi pensava che fosse un problema solo della Spagna. Al tempo non abbiamo avuto contatti con i fan provenienti da altri club all’estero. Con primi anni del 2000 abbiamo imparato a conoscere l’esistenza di Supporters Direct UK, lo studio di fattibilità per la creazione di Supporters Direct Europe, abbiamo conosciuto Antonia Hagemann e nel 2007 abbiamo incominciato il percorso di cooperazione insieme. E ‘stato allora che abbiamo visto le esperienze del movimento dei Supporters Trust nel Regno Unito e cominciato a ragionare su come sarebbe potuto essere un modello anche per noi in Spagna.

Quali similitudini e percorsi comuni vedete con l’Italia?

Seguiamo con grande interesse Supporters in Campo e l’intero movimento italiano del calcio popolare e delle associazioni di tifosi. E ‘stato bello vedere la crescita del movimento in Italia in così poco tempo. Inoltre, i nostri ambienti sono molto simili e molte idee e sviluppi potrebbero essere utili anche al nostro Paese.

 

 

Tifosi dell’Atalanta a processo: assolti dall’accusa di associazione a delinquere

Tifosi dell’Atalanta a processo: assolti dall’accusa di associazione a delinquere

L’accusa era pesante per i sei ultras dell’Atalanta finiti nelle brame della giustizia: associazione a delinquere. Il giudice, però, ha assolto tutti gli imputati. Secondo la sentenza del magistrato, infatti, il fatto non sussiste.

La decisione è arrivata lo scorso 5 luglio e gli accusati– nessuno di loro era presente in aula al momento del verdetto- sono stati giudicati tutti non colpevoli. Il Pubblico Ministero che guidava il caso aveva insistito, infatti, sull’istanze di condanna che andavano dai 6 anni e 4 mesi per uno degli imputati – considerato il “capo”- ai tre anni ed otto mesi per tutti gli altri. L’indagine si reggeva su alcuni scontri che avrebbero visto coinvolti gli ultras della Dea, come quelli scoppiati nelle partite Atalanta – Catania del 2009 ed Atalanta- Inter, in quelli andati in scena alla “Berghem Fest” nel 2010 ed i disordini nati in una protesta a Zigonia contro la presidenza Ruggieri.

Secondo il pm, pur trattandosi di casi isolati, tutti gli episodi di violenza, rientravano in una quadro più globale di meri episodi singoli e sporadici, da valutare complessivamente, raffigurando quindi una presunta associazione a delinquere, anche solo per la “minaccia” di violenza. Reato molto grave e, come si legge nei primi commi dell’articolo 416 del codice penale che lo disciplina, si può parlare di associazione per delinquere: «quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni. Per il solo fatto di partecipare all’associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni». La “visione globale” disegnata dal Pubblico Ministero, invece, era contestata dagli avvocati degli imputati che hanno ribadito come i casi dei suddetti incidenti dovessero essere giudicati singolarmente e non, quindi, complessivamente. Per gli avvocati, dunque, non vi era la prova di un “piano criminoso”. Il giudice, con la sua pronuncia, ha stabilito che il fatto non sussiste, scagionando quindi i sei imputati, sostenitori dell’Atalanta, dall’accusa di associazione a delinquere.

Spalti in piedi in Inghilterra. Sarà lo Shrewsbury Town il ‘pioniere’ dei rail seats?

Spalti in piedi in Inghilterra. Sarà lo Shrewsbury Town il ‘pioniere’ dei rail seats?

Potrebbe essere lo Shrewsbury Town FC, club della contea di Shropshire che milita nella League One, il primo club dei campionati professionisti inglesi a sperimentare i rail seats nel proprio stadio, la società ha infatti presentato la richiesta formale alle autorità competenti per provvedere alla realizzazione di un settore da circa 500 posti che andranno a sostituire un’area di 230 seggiolini nella South Stand del New Meadow. In vista quindi un nuovo case study per osservare da vicino questa soluzione proposta a gran voce da diverse tifoserie per affrontare uno degli aspetti più dibattuti e controversi degli ultimi anni tra i tifosi britannici.

La notizia giunge in questi giorni in cui il tema delle Safe Standing Areas è di nuovo balzato all’attenzione dei tifosi UK, complice la fine dei campionati, ma sopratutto grazie al recente sondaggio inviato dalla Premier League ai venti club della massima divisione inglese in cui si richiedeva una posizione ufficiale sull’argomento e l’eventuale disponibilità per dei progetti pilota nei propri impianti.

Nel corso della stagione appena conclusa la lega inglese, su impulso di oltre la metà dei club rappresentati e nel riconoscimento della presenza di diverse sensibilità sul tema, ha ricevuto il mandato formale dall’assemblea di approfondire tutti gli aspetti tecnici, legati ai tifosi, alla sicurezza e legislativi. (Quella dei Rail Seat è una delle varianti di seggiolini richiudibili diffusi in Europa, e in particolare in Germania, di cui si parlava qui).

La raccolta di informazioni e il confronto con gli esperti sembrano essere giunti al termine e questa estate potrebbe segnare un importante punto di partenza per un percorso di modifica delle attuali regole. Sono diversi i club che, più o meno ufficialmente, si sono detti disposti a dare la disponibilità per ospitare aree sperimentali, Swansea, Manchester United, West Bromwich Albion e Arsenal sono solo alcuni tra i club che hanno dato concreto appoggio alla proposta.

Una presa di posizione forte della massima divisione infatti, che si andrebbe ad aggiungere al parere positivo della Football League da tempo a favore di un cambiamento delle leggi che disciplinano questo aspetto degli stadi, sarebbe decisiva per esercitare la giusta pressione sulla politica. Nonostante le recenti elezioni, il partito di Governo che sarà chiamato a valutare le modifiche è lo stesso che negli ultimi anni ha rispedito al mittente ogni richiesta in tal senso, ma ormai l’evidenza e il coro unanime del calcio inglese non potranno passare inascoltati, anche grazie alle ultime rivelazioni sull’inchiesta della tragedia di Hillsborough, da cui derivarono (erroneamente) le attuali regole stringenti del Football Spectators Act 1989, che hanno escluso dalle cause del disastro la presenza del settore senza seggiolini. Evidenziando piuttosto responsabilità nella gestione dell’ordine pubblico.

I tempi per vedere un settore con posti in piedi nella PL restano vaghi però, l’iter eventuale richiederà tempo e probabilmente non se ne vedranno prima del 2018/19. Qualcuno degli stadi di nuova costruzione, Chelsea e Tottenham su tutti che hanno ufficialmente espresso interesse negli anni passati, sicuramente le incorporerà.

Anche se fatto da una piccola realtà resta questo un passo importante dopo l’impegno ufficiale assunto dalla lega nel corso della stagione, e anche alla luce del positivo riscontro che l’esperienza del Celtic FC ha fornito nel primo anno di apertura agli spalti in piedi nella Lisbon Lions Stand, premiata con il riconoscimento Fan Experience 2016/17 nel corso dell’ultima edizione degli TheStadiumBusiness Awards.

La proposta è partita grazie ad una consultazione tra il club e la base del tifosi, attraverso gli incontri periodici previsti dallo Shrewsbury Town Supporters’ Parliament (una delle vie diffuse in UK per realizzare un dialogo costante e strutturato con i supporters, se ne parlava qui) a cui ha preso parte anche la Football Supporters Federation che da anni promuove la campagna Safe Standing. Riguarderà un intervento tra le 50.000 e le 75.000 sterline che saranno finanziate con una campagna di crowdfunding realizzata con il supporto della piattaforma specializzata Tifosy. L’obbiettivo è di entrare nella fase operativa per la prossima stagione 2017/18, i tempi non sono però ancora definiti e molto dipenderà dagli sviluppi della raccolta fondi ancora in fase di organizzazione.

L’idea non è nuova, già qualche anno fa il Manchester United Supporters Trust aveva lanciato una proposta similare al proprio club, rimase una provocazione in quanto al tempo mancavo un buon rapporto con il board, ora con il cambio delle relazioni degli ultimi mesi è un discorso che si potrebbe riaprire.

Nei campionati della Football League i club non sono soggetti agli obblighi di stadi con solo posti a sedere a differenza i quelli della Premier e della Championship, fattore che ha consentito ai piccoli club di non incorrere in restrizioni per la presenza delle caratteristiche Terrace libere da barriere, presenti in molti impianti di vecchia data. E che lascia margine di intervento nei nuovi progetti per la soluzione dei seggiolini richiudibili.

Il presidente dello Shrewsbury Town Supporters’ Parliament, Roger Groves, a commento della richiesta formale presentata: ”C’è una chiara richiesta da parte dei nostri fan per una zona in cui assistere ai match in piedi in sicurezza. In centinaia ogni partita cambiano posto e seguono la partita in piedi, cosa che non è del tutto sicura. I rail seats danno una risposta in questo senso”.

 ”Per quanto selvaggiamente si celebra un gol evitano che si possa cadere o di essere schiacciati e crediamo anche che possano migliorare sensibilmente l’atmosfera complessiva dello stadio. Dall’altra parte per tutti quei tifosi che preferiscono sedersi, significherà anche che non si ritroveranno più davanti persone che gli ostacolano la visione del campo”.

In questo senso l’esperienza di confronto tra board e la base dei supporters dello Shrewsbury Town è molto rappresentativa dell’approccio corretto di confronto aperto e partecipato che ha caratterizzato la maggioranza delle consultazioni con i club che hanno mostrato interesse per il tema. In molti casi il tifo organizzato e le associazioni di tifosi hanno svolto un ruolo decisivo nell’attivare questi processi di confronto, raccogliendo informazioni e pareri dalle diverse anime della tifoseria e svolgendo un ruolo di raccordo con il club.

In attesa della decisione finale, prima della Shropshire Council’s safety advisory group per poi passare all’autorità nazionale Sports Ground Safety Authority, incaricata della valutazioni relative alla sicurezza negli impianti inglesi, i promotori dell’iniziativa guardano con entusiasmo alla possibilità di essere ‘pionieri’ nel calcio inglese professionistico di questa piccola ‘rivoluzione’.

 

A Fondi come ovunque: il 2 luglio “Siamo tutti Gabriele Sandri”

A Fondi come ovunque: il 2 luglio “Siamo tutti Gabriele Sandri”

Fondi, 2 luglio 2017: “Siamo tutti Gabriele Sandri”. Non un semplice slogan ma un epitaffio che vuol generare un dibattito e mostrare agli occhi esterni tutta la difficoltà nel penetrare in quel substrato di potere e omertà che troppo spesso in Italia ha generato morte e tragedie. Sarà una giornata organizzata dalla tifoseria locale, quegli Old Fans che da sempre si sono contraddistinti per la loro linea retta nel portare avanti le battaglie sposate, non ultima quella contro la ridenominazione della loro squadra in Unicusano Fondi, a causa della medesima università telematica che prima ha acquistato il club laziale distorcendone buona parte della storia e delle tradizioni in cambio di proclami per delle promozioni che non sono mai arrivate, e poi se n’è andata a Terni lasciando, almeno attualmente, il club rossoblù in un pericolosissimo limbo.

La conferenza dovrà esser in grado di andare al di là del semplice movimento ultras e delle sue istanze. Perché ciò che è successo nella piazzola di sosta di Badia al Pino è uno dei sintomi supremi della malattia che affligge molti degli stati moderni: l’ossessione per la sicurezza che genera terrore e rende spesso individui poco raccomandabili capaci di ledere il prossimo.

Oltre al sottoscritto, chiamato a moderare il dibattito, la serata sarà caratterizzata dalla presenza di Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, Stefano Severi, giornalista di Sport People, Emilio Coppola, avvocato penalista specializzato in materia di stadio e Vanda Wilcox, docente universitaria di origini inglesi che ha frequentato assiduamente gli stadi italiani negli anni duemila e con la quale si potranno oltrepassare i confini nazionali per articolare maggiormente la discussione.

Mancano esattamente cinque mesi al triste decennale della morte di Gabriele Sandri. Senza voler scendere nella facile retorica, credo sia giusto dire che quel maledetto 11 novembre del 2007 tutti noi – ragazzi che frequentavano e frequentiamo ancora le curve – rimanemmo scossi da quanto accaduto. Ci immedesimammo e comprendemmo quanto la frase “potevo esserci io al suo posto” risultasse terribilmente vera. Ma non solo, personalmente compresi anche quanto il conflitto sociale – spesso creato ad hoc – possa essere dannoso soprattutto se a interporsi ci sono due anime spesso provenienti dal sottoproletariato, come i tifosi e i semplici agenti di pubblica sicurezza. La classica battaglia tra poveri, per farla breve.

Poi arrivarono le coscienze popolari delle curve, che ammainarono i propri vessilli. Qualcuno decise di fermare quel pietoso baraccone che in quella giornata – come in molte altre – se ne fregò altamente della vita di un ragazzo e continuò ad andare avanti come nulla fosse. Arrivarono anche i processi, quelli sommari della stampa – ben orchestrata dai soliti figuri – volti a descriverci un’altra verità, e quelli della magistratura ordinaria che, sebbene ci abbiano provato in tutti i modi, hanno restituito un minimo di giustizia a Gabriele.

E hanno messo nero su bianco chi in quella mattinata fu l’assassino e chi la vittima. Qualora ce ne fosse stato bisogno. Malgrado “se avessero preso due caffè non sarebbe successo”, tanto per ricordare le vergognose parole dell’allora Ministro dell’Interno Giuliano Amato.

Certo, la giustizia non è davvero nulla in confronto a una vita ancora da vivere e a una gioventù spezzata in questa maniera. Ma è quanto meno necessaria, soprattutto in un Paese come il nostro, dove generalmente si fa sempre confusione tra processi mediatici, cronaca effettuata in maniera corretta e scevra da ogni pregiudizio/servilismo e controllo delle masse ad ogni costo.

Il ricordo di Gabriele non si è mai fiaccato. Nel mondo ultras come in tanti giovani sparsi per lo Stivale. Un ricordo che tuttavia non deve essere costituito da eccessi o da caricatura, ma da un proposito ben preciso: l’11 novembre 2007 dovrebbe rappresentare uno spartiacque dal quale ripartire e prendere coscienza di errori e leggerezze che uno Stato avanzato, quale teoricamente è l’Italia, non può più ripetere. Malgrado due anni prima si fosse già consumato l’omicidio Aldrovandi e malgrado oggi (ancora oggi) qualcuno provi a infangarne la memoria o a distorcere i fatti. Malgrado la vicenda Uva o quella Cucchi. Malgrado un copione che troppo spesso si ripeta macabro e finisca per mettere in contrapposizione le istituzioni e i cittadini.

Importante che il dibattito rimanga sempre vivo e l’allerta su queste vicende non cali mai d’intensità. Il passaggio di alcune “pratiche” dagli stadi/laboratori sociali alla vita di tutti i giorni è ormai sotto gli occhi di tutti (basti pensare al Daspo, ormai utilizzato e proposto in ogni sfaccettatura della nostra esistenza). E sempre più viene giustificato dalle fatidiche “ragioni di sicurezza”. Ma se esiste un confine tra sicurezza e repressione (ed è esiste) è importante tracciarlo e difenderlo con le unghie e con i denti. Così come fondamentale è non voltarsi dall’altra parte. Prima che sia troppo tardi.

L’incontro avrà inizio alle ore 19 nei locali dell’Associazione Time Out di Fondi, in Via Damiano Chiesa al civico 28.

 

Lodigiani, il 30 giugno a San Basilio torna la terza squadra della Capitale

Lodigiani, il 30 giugno a San Basilio torna la terza squadra della Capitale

Venerdì 30 giugno 2017, campo Francesca Gianni in Via del Casale di San Basilio a Roma: “Lodigiani 2° tempo”. Il sogno di alcuni ragazzi. Il sogno dei Fedelissimi. Un’idea cullata per mesi e messa in atto senza tanti fronzoli: organizzare una partita tra vecchie glorie, richiamando tutti i personaggi che hanno fatto parte del mondo Lodigiani, e dare vita a un evento unico e mastodontico. Quando la storia si riappropria del proprio scranno. Quando il calcio torna a far brillare un quartiere con i propri personaggi e le proprie leggende, quelle in grado di partire da questa vasta zona periferica di Roma e arrivare fino all’Olimpo.

“Ma San Basilio dove ci sono i lavori della Tiburtina e quel caos infinito?”.

“Sì, proprio là. Ma San Basilio non è solo quello…”.

No. San Basilio è uno spicchio intricato e complesso di una Roma popolare che sempre più tende a esser nascosta e sommersa. Uno spazio condiviso da tanti, dove troppo spesso mancano i servizi più basilari e i bambini non hanno neanche più la “fortuna” di crescere per strada a pane e pallone. Sebbene lo storico campo Francesca Gianni rimanga là, nello stesso luogo dove 45 anni fa cominciò la storia dell’Incredibile Lodigiani. L’epopea di un club “capace di far contare fino a tre” una città come Roma – disse orgogliosamente Guido Attardi, condottiero di quella squadra che nel 1994 sfiorò la B, arrendendosi solo alla Salernitana di Delio Rossi in finale playoff –  divenendo la valida alternativa ai due sodalizi che da sempre rappresentano la Capitale nel pallone: Roma e Lazio.

Qualche tempo fa ingrandimmo la lente sull’universo Lodigiani. Su quanto travagliato fosse stato il cammino di un club che – soprattutto a livello giovanile e dirigenziale – ha fatto letteralmente scuola in Italia e all’estero, sfornando un’interminabile lista di campioni e ottimi giocatori andati, negli anni, a rinvigorire decine di organici della massima categoria, fino a quello della Nazionale. Analizzammo come anche la Lodigiani dovette cedere al male del calcio contemporaneo: gli imprenditori e i marchi totalmente lontani da questo mondo, incompetenti in materia e capaci soltanto di raccattare qualche anno di sopravvivenza per poi sprofondare nell’anonimato. Trovando spesso il fallimento. Capitò proprio questo ai due progetti che pretenziosamente vollero soverchiare la Lodigiani e il suo perfetto meccanismo: la Cisco e l’Atletico Roma. Ma questa è storia raccontata. Passata. E se possibile anche seppellita per sempre.

Perché sugli epitaffi del calcio resterà per sempre impressa la Lodigiani. Quella del 1972. Quarantacinque anni fa, per l’esattezza. Quasi mezzo secolo. Una ricorrenza da non lasciar passare sottotraccia, ma da rimembrare e festeggiare con tutti gli onori del caso. Follia? Idea impossibile? Neanche per niente. “In questo mondo di ladri, c’è ancora un gruppo di amici, che non si arrendono mai” musicava Antonello Venditti. Proprio da quel gruppo di amici, che la Lodigiani l’hanno seguita in veste di tifosi, è nata questa “pazza idea”. Ma dove metterla in pratica? Ovviamente nel luogo che più di tutti rappresenta i biancorossi e in cui è stato gettato il seme per tutto ciò che è venuto negli anni a seguire: il campo Francesca Gianni di San Basilio. Quello delle prime schermaglie con le squadre avversarie, quello dove il presidente Malvicini ha saputo dar vita alla sua creatura, quello dove lentamente un intero quartiere ha imparato a identificare la Lodigiani come qualcosa di “suo”.

E oggi la Lodigiani ritorna proprio là. Come il figliol prodigo. Come quel cane che ha vagato per chilometri ritornando da chi gli ha dato la possibilità di camminare sulle proprie zampe. La Lodigiani è San Basilio e viceversa. SI mischiano l’aristocrazia, l’astuzia e la capacità di una società calcistica alla popolarità, allo spontaneismo e alla veracità di un quartiere che oggi come mai ha bisogno di identificarsi in qualcosa. Di risalire la china attraverso lo sport, attraverso quel pallone che idealmente ancora rotola sulle buche di Via del Casale di San Basilio. Anche se rischia di perdersi nei cantieri aperti della Tiburtina Valeria.

Totti, Toni, Florenzi, Di Michele, Candreva, Bellucci, Stellone, Apolloni, Liverani, Gregori, Bordoni, Venturin, Onorati, Firmani, Agostinelli sono solo alcuni tra i nomi chiamati per l’occasione. Vere e proprie icone di quello che la Lodigiani ha lasciato in eredità al cacio italiano. Percorsi vincenti, ben instradati da chi ha costruito un modello in grado di affascinare intere generazioni.

E siccome sui più giovani debbono attecchire determinati valori, la giornata si aprirà proprio nel loro segno. Alle 17 è infatti previsto un torneo tra classe 2008 mentre dalle 19.30 comincerà la parte più “grossa” della kermesse. Alla conduzione della serata un nome storico per tutti gli sportivi italiani: quel Carlo Paris oggi punto di riferimento in Rai e tanti anni fa responsabile della comunicazione del club.

Nell’era del business a tutti i costi, dei giocatori che cambiano casacca come se nulla fosse e del calcio divenuto ormai un mero spettacolo dal quale tenere distanti i propri sentimenti, quella di San Basilio rischia di essere una delle serate più dense e significative degli ultimi anni. Sì, perché nessuno sarà presente per “fare una marchetta” a qualcun altro, bensì ci saranno uomini e ragazzi che devono la propria carriera alla Lodigiani. E ci saranno i tifosi, in grado di dare nuovamente spettacolo sugli spalti senza dover sottostare alle burocrazie e alle limitazioni che il calcio d’oggi ormai impone ai propri spettatori.

E siccome in questi tempi persino assistere a una partita è diventato troppo spesso difficile dal punto di vista economico, va ricordato che l’ingresso sulle gradinate sarà del tutto gratuito. Perché se il calcio deve essere del popolo e per il popolo, è giusto che lo stesso ne possa usufruire senza intralci e senza ostacoli: che siano economici o fisici.

Venerdì 30 giugno la Roma calcistica sarà in grado rinfocolare una favola mai sopita.

 

Per le foto si ringrazia il sito http://www.fedelissimilodigiani.com/index.htm

Leyton Orient: il fallimento del Made in Italy e la distruzione di 135 anni di storia inglese

Leyton Orient: il fallimento del Made in Italy e la distruzione di 135 anni di storia inglese

Se dalle parti di Blackpool la promozione in League One sembra aver, almeno per il momento, sedato i malumori dei tifosi, avviati a digerire forzatamente l’ennesimo anno sotto la proprietà degli Oyston (se ne parlava qui), ancora tutto da definire il futuro di un altro club, il Leyton Orient FC, reduce anche’esso dal campionato della League Two ma che al contrario dei Tangerine ha raggiunto il punto più basso della sua storia retrocedendo nella Conference National.

Il club dell’East London, fondato nel 1881 come club di cricket, dal 1905 ha partecipato ai campionati inglesi di calcio professionistico, una sola volta in Premier League, nel ’63, ma un passato lontano caratterizzato dal grande seguito negli anni in seconda nella divisione inglese, quindi la discesa nelle categorie della Football League nel corso degli anni ’80 in un susseguirsi di stagioni anonime, ma tranquille. A seguito della migliore delle stagioni recenti arriva il cambio di proprietà, nel 2013/14 il club in League One era in salute e con buone prospettive, nonostante avesse perso da poco la finale dei playoff promozione per la Championship, ma in poco meno di tre anni arriva la doppia retrocessione e i 112 anni continui tra i professionisti giungono al termine.

Fuori dai pro per la prima volta nella storia della società, ma soprattutto divampa il timore per la sopravvivenza stessa del club che in questi anni a causa di una gestione approssimativa, e disinteressata alla valorizzazione della società, ha accumulato ingenti debiti.


Una storia che in qualche maniera ci riguarda da vicino visto che il principale accusato della disfatta degli O’s è l’italiano Francesco Becchetti, imprenditore del settore dei rifiuti e delle energie rinnovabili con un passato nello sport, alla fine degli anni ’90 Amministratore delegato dell’allora Piaggio Roma Volley. Balzato successivamente alla cronaca per i problemi in Albania con le autorità locali, dove è coinvolto dagli anni 2000 nella realizzazione della centrale elettrica più grande del Paese, che hanno travolto e condotto alla chiusura del canale TV Agon channel. L’emittente, fondata nel 2013 ed ha trasmesso anche in Italia fino al Novembre 2015, è stata parte successivamente dell’avventura nel Leyton Orient che Becchetti rileva nel 2014 per circa 4 milioni di sterline.

La base del tifo locale lo accoglie tiepidamente ma colma di buone speranza che però si rivelano ben presto vane. L’imprenditore (per non farsi mancare nulla) si porta a Londra anche Moggi jr., e la prima stagione 2014/15 è disastrosa, una girandola di quattro allenatori cambiati, tra cui le nostre conoscenze Mauro Milanese e Fabio Liverani, ed è retrocessione. Alla guida degli O’s farà anche un’apparizione Cavasin, ad ora sono già undici gli allenatori cambiati. Intanto il club entra nel palinsesto di Agon channel e viene usato per un mediocre reality show ‘Leyton Orient’ sullo stile di ‘Campioni’, un format realizzato nella società del Cervia nel 2004 che qualcuno ricorderà. Per la tifoseria della seconda squadra più antica di Londra un altro boccone amaro da mandare giù e la crescente consapevolezza del totale disinteresse per le sorti della società da parte di Becchetti.

Nascono i primi malumori per l’assenza di un progetto sportivo serio e per le continue ingerenze dannose del proprietario nella gestione tecnica e sportiva della società, i risultati non arrivano ma i debiti del club crescono, come cresce la contestazione che nella stagione che si è da poco conclusa sembra ormai aver determinato una rottura insanabile tra la proprietà e la base del tifo che a gran voce chiede da tempo la cessione.

A Marzo 2017 compaiono i primi spettri di un possibile fallimento, alcuni ritardi nei pagamenti dei dipendenti del club portano all’apertura di un fascicolo da parte della HM Revenue & Customs(HMRC) per debiti non onorati e intimano al proprietario del Leyton Orient di provvedere al saldo del dovuto entro il 12 giugno 2017 o a cedere la società. La contestazione della HMRC porta i tifosi alla mobilitazione, se fino ad allora era rimasta solo un protesta che si era limitata a manifestazioni di dissenso dentro e fuori lo stadio, su impulso del Leyton Orient Fans’ Trust (LOFT), un’associazione di tifosi attiva dal 2001, parte la raccolta fondi per scongiurare l’eventualità di un’amministrazione controllata o, peggio, della procedura di liquidazione.

Iniziano gli incontri e i confronti tra la base per definire una strategia di intervento, il LOFT allestisce il ‘Regeneration Fund’, un fondo vincolato a specifiche condizioni in cui raccogliere risorse per far fronte all’evoluzione delle dinamiche societarie. La raccolta si articola attraverso donazioni online e contributi raccolti ai match, a cui si aggiungono i ricavati dalle aste di maglie e cimeli storici messi a disposizione dell’associazione di tifosi da sostenitori e appassionati. Anche le vecchie glorie del club non hanno mancato di sostenere la causa partecipando ad un match amatoriale con una selezione di tifosi che si è svolto lo scorso 20 Maggio. Significativa in questa fase anche la solidarietà riscossa dalle vicende del Leyton che ha coinvolto diverse tifoserie, come in occasione del ‘Judgement Day’ 3, che spesso in occasione delle trasferte hanno dato sostegno e spazi ai banchetti per le raccolte fondi.

Parallelamente è partita la ricerca di soluzioni alternative alla gestione Becchetti, con i tifosi pronti ad intervenire direttamente negli scenari di salvataggio del club o nel sostegno di proposte di acquisto che abbiano credibilità, concretezza e un orizzonte programmatico di medio-lungo periodo. A fine Maggio il fondo sorpassa le 170.000 sterline raccolte e si guarda allo spartiacque della scadenza del 12 Giugno. Lo scorso Lunedì la sorpresa: la HMRC non procede contro Becchetti in quanto alla data di Giugno risultano onorate le scadenze debitorie, un sospiro di sollievo per la tifoseria che però ancora teme per il futuro. I debiti restano e mancano le prospettive della nuova stagione. A margine dell’udienza infatti la preoccupazione per le sorti della società inglese restano alte, intervistati dalla BBC i portavoce del LOFT, rinnovando la richiesta di cessione della società, riferivano:

“Stiamo usando una parola: sopravvivere, ma non so per quanto ancora la potremo usare. La nostra sopravvivenza è quasi settimanale al momento. Il nostro futuro si sta giocando oltre la High Court, abbiamo una rosa con pochi uomini, non c’è garanzia che potremo effettivamente tirare fuori una squadra per il campionato del prossimo anno, quindi la sopravvivenza, sì, ma nel senso più sottile della parola”.

 Non siamo in grado di dire cosa stia succedendo. La comunicazione che abbiamo avuto con la società è assolutamente zero.  Tutto quello che sappiamo è quello che possiamo vedere, che abbiamo nove semi-professionisti, siamo senza giocatori senior, nessun accesso a un campo di allenamento, mancano le maglie, nessun allenamento e la pre-stagione partirà solo nella prima settimana di luglio.”

Situazione tutt’altro che risolta quindi, per i tifosi del Leyton Orient ci sarà ancora da attendere purtroppo, ma la vicenda non è passata inosservata e assieme ad altri casi evidenti di cattiva gestione dell’ultima stagione sembra abbia spinto la Football League a rendere più efficienti i sistemi di controllo sui proprietari dei club. La scorsa settimana la EFL ha approvato alcuni emendamenti che rendono più strette le magie delle valutazioni di integrità dei proprietari dei club e ha aperto al confronto su nuovi strumenti da inserire per i test. Magari cogliendo spunto proprio da una proposta del LOFT che nelle passate settimane esortava la lega a prevedere incontri formali con la tifoseria nelle fasi di valutazione del ‘fit and proper test’ e l’impegno formale dei nuovi proprietari ad un dialogo strutturato con i supporters per evitare altri ‘casi Becchetti’.

Per il video si ringrazia Copa90

Calcio, musica e goliardia. L’isola felice del Centro Storico Lebowski

Calcio, musica e goliardia. L’isola felice del Centro Storico Lebowski

Tra i gruppi di tifosi che resistono all’impeto del calcio business ce ne sono molti che hanno dato vita a nuove realtà autogestite e dedicate attivamente alla promozione del ruolo sociale e aggregativo dello sport. Tra queste una delle storie più particolari e interessanti, anche per i risultati sportivi conseguiti ma sopratutto per l’impegno per la comunità, è quella del Centro Storico Lebowski di Firenze, dal 2010 un gruppo di amici disamorati dalla deriva del calcio tra scandali, scommesse e repressione negli stadi, decide di sostenere in prima linea un piccolo club della periferia fiorentina, l’A.C. Lebowski, dopo averlo seguito per anni da semplici appassionati perchè era una squadra che ”perdeva sempre” e aveva suscitato in loro grande simpatia. Un modo tutto particolare di dissentire dal cambiamento che si consumava negli stadi italiani.

Da allora la società prende il nome di Centro Storico Lebowski, completamente autogestita e autofinanziata grazie agli incassi delle partite, dei piccoli sponsor locali e all’impagabile lavoro dei volontari, riesce a giungere in Prima categoria tra tante difficoltà, in primis le strutture sportive. Il seguito alle partite cresce e le attività del gruppo si ampliano oltre i 90 minuti dei match, lo spirito di comunità è l’aspetto che più caratterizza questa realtà: musica, goliardia e grande impegno per sviluppare il calcio giovanile locale.

Impegno che in molti casi però si è scontrato con l’assenza di supporto da parte delle istituzioni, con i ragazzi delle giovanili che si allenavano nei giardini pubblici, dinamiche molto comuni nel calcio dilettantistico bersaglio spesso di interessi poco chiari e puliti che rendono l’ambiente particolarmente ostile per iniziative genuine. Ma ciò non ha fermato la passione del collettivo.  Finalmente qualche giorno fa la notizia attesa da tempo: ‘il Centro Storico Lebowski ha una casa!’, in procinto di abbandonare lo stadio Biagini – Galluzzo il club, nell’ambito di un nuova partnership con la realtà locale dell’Impruneta Tavarnuzze, giocherà dalla prossima stagione all’impianto “Ascanio Nesi” dando nuove prospettive alla società, che conta oltre 500 associati, e al settore giovanile.

Attenzione e grande lavoro dentro e fuori dal campo, portati avanti con la forza di un’intera comunità, di questi tempi uno sforzo enorme, unito al colore e alla passione della curva. A tal proposito ho fatto loro qualche domanda su ciò che li ha spinti su questa strada, come si sono organizzati e sulle recenti iniziative che li hanno visti coinvolti, dal lancio di un CD musicale per sostenere la scuola calcio Francesco “Bollo” Orlando ai nuovi sviluppi che si aprono per le prossime stagioni dopo la nuova partnership.

Prima di tutto il perchè di questa vostra scelta e lo spirito che ha animato questa voglia di rottura che vi ha portato all’inizio dell’avventura con il CS Lebowski? E come si sta sviluppando il vostro progetto?

Quello che ci ha condotto ad attivarci in prima linea con il CS Lebowski arriva da un percorso di un gruppo di amici che ha radici lontane, si parla addirittura del 2004. Iniziammo da giovanissimi per gioco a seguire come ultras una squadra di Terza Categoria, l’allora AC Lebowski. Nel frattempo eravamo parte delle realtà della Curva Fiesole, vivevamo il ‘calcio maggiore’ e le contraddizioni che emergevano. Due passioni che però camminavano insieme, senza mai far mancare il seguito alla nostra squadra. La Domenica, quando gli orari erano ancora quelli di una volta, l’epoca delle “sette sorelle” della Serie A, allo stadio per la Fiorentina, al Sabato il Lebowski, una passione che è nata e cresciuta parallelamente. Poi il cambiamento del clima negli stadi, i primi effetti delle nuove misure di sicurezza, la tessera del tifoso e tanti altri episodi che stavano colpendo la nostra passione ci hanno spinto un po’ per gioco e un po’ per provocazione ad impegnarci sempre di più nel Lebowski.

Un’esperienza di libertà e di divertimento in quale maniera nata come conseguenza delle trasformazioni che hanno investito il nostro calcio. Il Lebowski ha rappresentato una via per dimostrare e manifestare il nostro disappunto per come le cose si stavano evolvendo negli stadi e nelle curve, abbiamo creato un posto dove ritrovare delle emozioni più genuine e libere, in aperto contrasto a quello che diventava uno spettacolo sempre più ammaestrato. Gestire un club come lo avrebbero fatto gli ultras, a questo ambivamo. Un calcio senza compromessi per costruire un’idea ampia e condivisa di un club fatto per la propria comunità e per la sana passione, la coesione del nostro gruppo ha contato tanto per costruire un ambiente e un’atmosfera coinvolgente, credere fortemente in uno progetto delineato e aperto ha fatto il resto, è lì il segreto.

La vostra realtà punta ad un serio progetto sportivo e la grande attività fatta fuori dal campo vi sta facendo crescere e ricevere sempre maggiori apprezzamenti, come descrivereste il rapporto tra Lebowsky e la comunità? Quali i temi di incontro e confronto?

Con il tempo siamo cresciuti e con il crescere del seguito anche il gruppo si è sempre più aperto mantenendo inalterato lo spirito, i nuovi associati hanno saputo cogliere pienamente il nostro messaggio. Nei primi tempi il ruolo della parte calda della nostra tifoseria era più formalizzato, alcuni posti del consiglio erano riservati ai nostri ultras. Nel tempo però non è più servito, il Lebowski si muove ormai compatto, gli associati sposano e condividono i principi che animano la nostra realtà, gradualmente dal gruppo di amici abbiamo fatto un passo in avanti, ora siamo una comunità.

Settimanalmente ci incontriamo per definire il da farsi, assemblee aperte e eventi per promuovere la massima partecipazione alla vita del club. Almeno un appuntamento d’incontro a settimana e in parallelo c’è anche ‘l’assemblea della curva’ che spesso, come vi dicevo, ormai si fonde con consuetudine con le attività del consiglio. Tutte le decisioni importanti vengo prese in assemblea, sono i soci a decidere quali sono le strade da percorrere 

Uscire dal semplice punto di vista del tifoso facendo il salto verso la gestione di una società sportiva ha sicuramente un impatto, la gestione organizzativa e i conti da tenere sotto controllo. Riesce il club ad ”autogestirsi”?

Il progetto è ampio e la pianificazione dell’attività sportiva stessa è uno dei momenti di maggiore aggregazione che ci consentono di far crescere la partecipazione e le persone attivamente coinvolte. Ora abbiamo una Prima squadra, una selezione Juniores, una squadra femminile di Calcio a 5, una squadra amatoriale di calcio a 11 e cinque selezioni di scuola calcio(classe dal 2006 al 2010) gestite grazie al grande apporto dei volontari che partecipano attivamente in molti aspetti organizzativi, e nello sviluppo e nella pianificazione dell’attività sportiva. Le risorse arrivano sia attraverso le attività di autofinanziamento portate avanti nel corso di tutto l’anno sia con gli sponsor che grazie al seguito importante che abbiamo non ci mancano. Una proporzione di 50 e 50 in modo che le ambizioni e le risorse possano crescere parallelamente alla nostra base di associati. Per noi è importante che proseguano di pari passo, è fondamentale questo perchè si possa lavorare bene e con prospettive.

 Quest’anno abbiamo superato quota 500 aderanti, numeri niente male davvero. Alle partite sempre tanto entusiasmo e seguito, abbiamo numeri superori a molte squadre fino alla serie D compresa.. Per noi non può esistere un progetto sportivo senza un vero programma che metta al centro anche il radicamento territoriale, senza il quale spesso viene meno anche la sostenibilità.

 Gli eventi sul territorio sono l’aspetto cardine sia per l’aggregazione sia per poter sviluppare la società, sono sempre molto partecipati, dibattiti, cene, concerti e attività particolari di finanziamento come il CD che abbiamo lanciato per la scuola calcio, permettono di creare una rete di relazioni che consentono di ampliare il nostro giro, e ci consentono di avere risorse sufficienti a sviluppare serenamente  il progetto sportivo. Calcio e musica è un binomio interessante e consente di creare bei momenti di aggregazione. Con questo mix  riusciamo a dare continuità senza perdere di vista la sostenibilità.

Qualche settimana fa finalmente avete trovato una casa l'”Ascanio Nesi”, il nuovo impianto che ospiterà i vostri match . Si sblocca la vicenda che vi aveva impegnato nell’ultimo anno e si aprono nuove prospettive. Quali saranno le novità dopo la nuova partnership con l’Impruneta Tavarnuzze?

Ci siamo resi conto delle evidenti difficoltà nella ricerca di un nuovo impianto dopo aver concluso la nostra ultima stagione al Galluzzo, ma è una questione che si è portata avanti tutto l’anno, e abbiamo iniziato a cercare nei mesi scorsi un’alternativa per trovare una nuova casa che ospitasse in nostri match.  La nuova partnership trovata con l’Impruneta Tavarnuzze apre nuovi interessanti scenari, la selezione del Lebowski giocherà nell’impianto del nuovo partner, l'”Ascanio Nesi”, e si svilupperà una stretta collaborazione tra i settori giovanili che saranno seguiti dallo staff  dell’Impruneta Tavarnuzze.

 Inoltre sono affiliati all’Atalanta e gli scambi tra metodologie di allenamento non potranno che giovarci, gli staff tecnici di entrambi i club lavoreranno fianco a fianco. Un contesto ideale, anche li, non lontano da dove abbiamo giocato fino a questa stagione, c’è una comunità numerosa e attiva che partecipa all’organizzazione del club. Anche le attività dei nostri volontari che si fonderanno con i loro avranno modo avere maggiore incisività e di dare qualcosa in più ad entrambe le realtà. Sarà una sinergia molto importante per gli aspetti legati alle attività di volontariato, perfettamente linea con la nostra prassi di studiare progetti che abbiano come primo obbiettivo quello di creare una rete locale che sia la base per ogni piano di sviluppo.

Una collaborazione che apre nuovi spazi di sviluppo ai ragazzi del Lebowski e che darà l’occasione per compiere un ulteriore salto in avanti verso la crescita di una comunità che sta mostrando sempre di più il fascino e la grande forza di un calcio aperto, libero e partecipato. Un’isola felice tra musica e goliardia!

 

Standing areas negli stadi: da Roma inizia il percorso per modificare la normativa

Standing areas negli stadi: da Roma inizia il percorso per modificare la normativa

La strada che potrebbe portare le standing areas negli stadi italiani parte da Roma. In primis dallo Stadio Olimpico, di proprietà del Coni, che sta studiando la normativa e le possibili soluzioni. Si è già detto del perchè il calcio italiano ha bisogno delle standing areas (LEGGI IL NOSTRO ARTICOLO SULL’ARGOMENTO) , oggi parliamo del percorso istituzionale che tale idea dovrà compiere per divenire realtà.

L’altro ieri si è svolta a Roma una seduta della Commissione Sport del Comune, che ha visto la partecipazione di due delegati del Coni e di alcuni consiglieri comunali. La commissione, convocata dal presidente Angelo Diario, ha l’obiettivo di far sedere al tavolo le istituzioni e le realtà interessate per raccogliere indicazioni politiche e individuare il percorso da seguire.

standing areas

L’ostacolo principale relativo all’introduzione dei posti in piedi negli stadi italiani è l’art. 6 del Decreto ministeriale del 18 marzo 1996, che non ne prevede la realizzazione negli stadi di calcio con capienza superiore ai duemila posti. Al fine di modificare tale decreto, lo stesso Diario ha scritto al ministro dello sport Luca Lotti: «Questa amministrazione si rende disponibile a ogni forma di collaborazione rivolta all’individuazione di un percorso condiviso per la soluzione della problematica».

Ma il percorso coinvolge almeno due ministeri. «Anche al Ministero dell’Interno sono interessati, c’è infatti un gruppo di lavoro che sta studiando le modifiche necessarie – ha detto Diario in commissione – Li informerò che esistono la volontà politica e le condizioni ambientali per un ripensamento della normativa. Ovviamente le eventuali modifiche si estenderanno a tutti gli stadi italiani, compresi quella di nuova costruzione per i quali sarà più facile prevedere delle apposite aree».

I delegati del Coni hanno sottolineato come, oltre al Decreto ministeriale, ci siano anche altri potenziali impedimenti da considerare. Il primo è legato alle vie d’uscita: se grazie ai posti in piedi aumenta la capienza di un settore, dovrà aumentare anche la portata delle vie di esodo. Il secondo è legato alla visibilità: quando si installa una standing area bisogna considerare anche le persone che siederanno dietro di essa, la cui visibilità potrebbe essere ridotta (anche se, a onor del vero, nelle curve italiane si sta già tutti in piedi). Infine, quello degli investimenti: per realizzare posti in piedi nei vetusti impianti italiani saranno necessarie delle spese, legate non solo all’installazione dei seggiolini ma anche alla risoluzione delle due problematiche appena citate.


Si tratta, comunque, di questioni contingenti e legate al singolo impianto. Nulla toglie che il Ministero possa modificare il Decreto e poi girare le responsabilità ai proprietari degli impianti, che potranno creare le condizioni per realizzare le standing areas: il Coni per l’Olimpico, i comuni o i club per quasi tutti gli altri stadi. Per quanto riguarda la situazione romana, che è ovviamente sotto la lente d’ingrandimento della Commissione Sport capitolina, il Coni è certamente interessato alla realizzazione di posti in piedi. Non si hanno invece notizie riguardo al nuovo stadio della Roma: una standing area non è prevista dal progetto, in quanto non permessa dalla normativa, ma nulla toglie che – una volta superato l’ostacolo – Pallotta e Parnasi possano decidere di regalare questa gioia ai tifosi della Roma.

La palla passa ora al Ministero dell’Interno, che ha la possibilità di recepire le indicazioni politiche del Comune di Roma e del Coni. Nel frattempo, anche la Commissione Sport e Cultura della Camera studierà la questione. Riusciranno gli stadi italiani a stare al passo con quelli europei, almeno su questo aspetto?