Hooligans della Palla Ovale: Papua Nuova Guinea, dove il Rugby è una questione di vita o di morte

Hooligans della Palla Ovale: Papua Nuova Guinea, dove il Rugby è una questione di vita o di morte

Papua Nuova Guinea, Paese di 8 milioni di abitanti a nord dell’Australia. Occupa la zona orientale dell’isola della Nuova Guinea, divisa con l’Indonesia. Contraddistinto da corruzione dilagante tra politici e funzionari, è dilaniato da decenni di conflitti, instabilità e miseria. L’economia è quasi per nulla diversificata e la situazione  generale è difficile anche per quanto riguarda sanità e istruzione: alta incidenza delle malattie infettive e analfabetismo diffuso. Le precarie condizioni di sicurezza e l’elevato tasso di criminalità ne fanno uno degli Stati più pericolosi nel panorama mondiale. Violenza e giustizia sommaria sono la norma soprattutto nelle baraccopoli e nei mercati della capitale, Port Moresby, nel porto di Lae e nelle zone rurali interne.

In una nazione in cui gli insediamenti sono distanti e isolati e la maggior parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà, la passione per il rugby league è uno dei pochi collanti a livello comunitario, al di là di ogni differenza culturale e delle 852 lingue parlate. Assume una importanza fondamentale in cui, tuttavia, confluiscono anche tutti gli aspetti negativi del disagio sociale. Lo sport diviene causa scatenante di scontri e faide tribali.

Gli abitanti della Papua Nuova Guinea hanno la reputazione di essere i tifosi più accaniti nel mondo della “palla ovale”. I minatori australiani portarono per la prima volta il rugby league in queste terre nella corsa all’oro degli anni ’30. Durante e dopo la seconda guerra mondiale furono sempre gli australiani, in particolare i soldati di stanza nel Paese, a dare una spinta decisiva al movimento. Dagli anni ’60 il rugby league è considerato sport nazionale. Oggi registra un enorme tasso di partecipazione generale ed è entrato stabilmente a far parte del programma scolastico.

La National Rugby League (NRL) di Australia e Nuova Zelanda ha un larghissimo seguito ed è vissuta con fervore mistico. I giocatori sono considerati delle autentiche celebrità e le partite dello State of Origin sono l’evento sportivo più visto e atteso dell’anno. Nelle comunità rurali si rimane incollati alle radio e nelle città le folle si riuniscono davanti ai grandi schermi. Le bandiere d i Maroons e Blues sventolano ovunque, i venditori ambulanti si aggirano con la loro merce contraffatta e i manifesti riempiono gli spazi vuoti sugli edifici. Le attività quotidiane vengono scandite dalle ore che mancano alla partita. E ogni match porta con sé il suo carico di violenza. Annualmente si registrano centinaia di incidenti con morti e feriti. Proprio per tale ragione si è proposto da più parti di vietare qui la copertura live dell’evento.


 

I problemi si amplificano quando gli idoli della National Rugby League raggiungono queste terre per il consueto incontro al National Football Stadium di Port Moresby tra la rappresentativa dell’Australian Prime Minister’s XIII, composta da giocatori australiani dei club che non si sono qualificati per le NRL Finals Series, e la Papua New Guinea Prime Minister’s XIII, rappresentativa formata da giocatori del campionato nazionale. Sfida annuale patrocinata dall’Australian Department of Foreign Affairs and Trade per sensibilizzare la popolazione locale su tematiche importanti quali la violenze sulle donne e la prevenzione dell’HIV. È un evento così popolare che richiama migliaia di persone, molte delle quali non riescono però a entrare allo stadio. Spesso si scatenano rivolte, sedate con difficoltà in una mortale escalation di violenza. Gli autobus della formazione australiana vengono affiancati e sovente assaliti dalla folla. Il caos regna per le strade tra incidenti, auto date alle fiamme e sassaiole.

Senza dubbio è il lato oscuro di una passione in ogni caso fortissima, riconosciuta a livello internazionale con la storica opportunità di ospitare, insieme a Australia e Nuova Zelanda, la Coppa del Mondo di Rugby League 2017. Le sfide della fase a gironi tra i Kumuls, ovvero la nazionale della Papua Nuova Guinea, e il Galles, l’Irlanda e gli USA sono state disputate in casa, a Port Moresby. Tre vittorie e cammino mondiale interrotto solo dall’Inghilterra ai quarti.

L’amore per il rugby è qui qualcosa che va oltre ogni immaginazione. Atmosfera a tratti religiosa, devozione smisurata verso i giocatori, scelta manichea della squadra: il tifo si fa concretamente fede. Non è importante il luogo della partita a migliaia di chilometri, in un’altra città o in un altro Paese; in Papua Nuova Guinea il rugby è molto più di uno sport, è un credo, per il quale si vive o si muore.

Se l’Innovazione non deve uccidere la Passione: il caso Wanda Metropolitano

Se l’Innovazione non deve uccidere la Passione: il caso Wanda Metropolitano

La questione del rinnovamento degli stadi e della loro proprietà, che auspicabilmente deve essere nelle mani delle squadre di calcio che vi giocano, è un tema particolarmente sentito non solo in Italia. All’estero, però, il focus delle discussioni non è sul fatto che gli stadi nuovi di proprietà vadano costruiti o meno, bensì sulla necessità di trovare la formula di equilibrio esatta per coniugare il respiro della tradizione, fattore determinante nel calcio europeo, con le esigenze di uno sport sempre più legato a modelli di business che devono garantire annualmente l’incremento dei fatturati.

Un buon esempio per lo sviluppo della riflessione è costituito dal nuovo stadio dell’Atletico Madrid, il Wanda Metropolitano. Inaugurato con i dovuti squilli di fanfara lo scorso 16 settembre, l’ex stadio olimpico della città riflette già nel nome la necessità di integrare le esigenze del business (Wanda è l’azionista cinese che detiene il 20% delle quote della società di Enrique Cerezo) con la passione dei tifosi e il loro senso di appartenenza (Metropolitano era il nome dello stadio dove i colchoneros giocarono fino al 1966 quando si trasferirono al Vicente Calderon). Bene, dal 16 settembre ad oggi la squadra di Simeone, tra le mura amiche, ha uno score non proprio eccellente: due vittorie, quattro pareggi e una sconfitta fino a mercoledì scorso, quando l’Atletico, vincendo in casa contro la Roma il penultimo match del girone eliminatorio della Champions League, ha risollevato il morale dei suoi tifosi infrangendo un tabù che durava da due mesi. Due mesi nei quali tutti (tifosi, allenatore e giocatori) hanno lamentato la strana sensazione di non poter più scendere sul campo di quel fortino quasi inespugnabile che era il Vicente Calderon.

Eppure il Wanda Metropolitano, come struttura, è decisamente all’avanguardia: una capienza aumentata di 17.000 spettatori rispetto al vecchio stadio, sedute più comode, wifi, spalti coperti, un terreno di gioco bello come un campo di Subbuteo, sky box, ampi spazi davanti alle panchine per consentire al Cholo di scorrazzare avanti e indietro per incitare o riprendere i suoi ragazzi. C’è qualcosa, però, che fa sentire tutte le componenti dell’Atletico un po’ disperse e sole. Il nuovo stadio è una struttura situata all’estremità orientale della capitale spagnola e, per quanto le vie di comunicazione la servano con più mezzi, i tifosi non si ritrovano più a passeggiare nelle strade del quartiere bevendo una birra e mangiando un panino al solito bar prima di entrare allo stadio. Ancora più grande il paradosso della capienza: con 17.000 spettatori in più il supporto del pubblico dovrebbe risultare maggiorato. In realtà, la maggior superficie sulla quale si sviluppa la struttura, nonché il fatto che non tutte le partite facciano registrare il sold out, rendono il tifo dei sostenitori biancorossi un po’ più afono di quello che trasformava il Vicente Calderon in una bolgia infernale nella quale Diego Simeone faceva il direttore d’orchestra di un potentissimo coro che spingeva spesso i suoi ragazzi oltre i loro limiti.



Dopo il lutto che segue alla scomparsa di una persona cara e la separazione dal coniuge, il cambio di casa è il terzo fattore di maggior stress che può investire la vita di una persona. In questo momento, probabilmente, il rendimento non eccellente dell’Atletico Madrid trova almeno una parte delle sue ragioni anche nell’abbandono di quella che era stata la sua casa per più di cinquant’anni. Per ricreare il feeling e l’atmosfera dell’intimità sarà necessario incastonare nel tempo che passa tante nuove partite e, possibilmente, dei successi che possano creare dall’esperienza vissuta dai tifosi nel nuovo stadio e nella loro memoria quel senso di appartenenza e di identità che oggi è impossibile percepire nella struttura. A maggior riprova del fatto che chi dirige il calcio è chiamato a maneggiare con cura l’aspetto che ha reso possibile la crescita esponenziale di questo sport come industria: la passione della gente. Calpestarla o, peggio ancora, sottovalutarla, farebbe cadere come un castello di carte le sovrastrutture economiche alle quali imprenditori e azionisti con pochi scrupoli sembrano tenere in via esclusiva. Una mediazione tra esigenze diverse non è impossibile: è indispensabile, però, trovare l’alchimia corretta per farle convivere con reciproca soddisfazione.      

“Metti il razzismo in fuorigioco”: il progetto Briswa sbarca in Serie A

“Metti il razzismo in fuorigioco”: il progetto Briswa sbarca in Serie A

Razzismo e mondo dello sport. Due universi che sovente marciano in parallelo, mettendo in evidenza un qualcosa di tristemente insito nella nostra società. E spesso anche nel vivere quotidiano. In questi anni, diverse sono state le iniziative sviluppate dai più alti organi del governo calcistico europeo/mondiale nonché dalle singole società di ogni livello e categoria. Anche l’Italia si è fatta spesso promotrice di progetti dello stesso calibro e proprio in questi giorni – in cui a farla da padrone è il caso degli adesivi recanti il volto di Anna Frank con la maglia della Roma attaccati in Curva Sud durante Lazio-Cagliari – un progetto finanziato dalla Commissione Europea sul programma Erasmus+ Sport, sta prendendo forma preparandosi ad approdare sui campi di Serie A.

Parliamo di BRISWA – acronimo di the Ball Rolls In Same Way for All – che vede la partecipazione di sei paesi europei (Italia, Romania, Bulgaria, Grecia, Serbia e Ungheria) e gestito in Italia dal Chapter Italiano della System Dynamics (la branca italiana di una società scientifica statunitense che si occupa di studiare complessi problemi anche di stampo sociale) e dall’Atletico Lodigiani, club con sede a Montecompatri (Roma), che attualmente milita nella Seconda Categoria Laziale e dispone di un relativo settore giovanile. La collaborazione con un ente europeo permette alle varie società sportive nei paesi partner di far entrare i propri ragazzi a contatto con altre realtà di livello internazionale, in maniera da far capire l’importanza dei comportamenti sociali e di trasmettere un modo sano di concepire il calcio da parte dei giovani: il rispetto del prossimo anche e soprattutto attraverso lo sport. Un’idea che non per caso ha trovato molto interesse anche al di la dell’Adriatico, laddove i problemi di integrazione spesso si portano dietro guerre sanguinose e conflitti socio culturali mai sopiti.

Alcune giornate a tema sono già state realizzate durante alcuni degli incontri di calcio più significativi disputati nei Paesi sopracitati. In Bulgaria, dove la Federazione è tra le più attive sulla questione, i giocatori del CSKA Sofia hanno realizzato un video per promuovere BRISWA, e in occasione di un recente derby contro il Levski le due squadre sono scese in campo leggendo all’unisono un messaggio di sensibilizzazione e indossando maglie per pubblicizzare l’iniziativa. Qualcosa di simile era già successo anche in Serbia, prima della sfida tra Vojvodina e Stella Rossa. Inoltre, a livello giovanile, in questi Paesi, il progetto BRISWA sta operando con approfondita meticolosità, andando a lavorare su quella fascia di ragazzi in piena formazione umanistica e sportiva.

Come si legge sul sito ufficiale, il progetto si prefigge di:

  • Comprendere la situazione attuale del razzismo in Europa e identificare i driver principali di tale fenomeno;
  • Valutare, attraverso un approccio di ricerca basato su solide basi scientifiche, come gli atti di razzismo possano essere mitigati ed eventualmente eradicati dalla cultura dello sport nella maniera più efficace possibile;
  • Attuare innovative strategie di formazione e monitoraggio delle dinamiche sociali di gruppo, a partire dall’azione sui più giovani, i quali ancora non hanno un forte orientamento sociale, educandoli dunque ad accettare la diversità, soprattutto quando si fa sport;
  • Stabilire quale sia il giusto mix di competenze (psicologico, sociale, etc.) per una nuova figura fondamentale da inserire all’interno delle scuole calcio (e delle squadre sportive in generale);
  • Diffondere lo spirito di uguaglianza ed evitare atti di razzismo, cercando di costruire una grande consapevolezza nelle persone di tutte le età (e soprattutto nei più piccoli) attraverso i canali mediatici (social media, sito web, ecc.), la realizzazione di eventi mirati, prima delle gare ufficiali dei campionati europei di calcio, di seminari di formazione, workshop e conferenze.

Dal prossimo dicembre, i referenti del progetto BRISWA avranno anche qui in Italia l’opportunità di entrare sui campi di calcio della Serie A, per esporre striscioni tematici e far proiettare sui maxi schermi video con cui personaggi del mondo sportivo lanceranno un messaggio contro il razzismo. “Set racism offside” (“Metti il razzismo in fuorigioco”) è il motto della campagna.

Un’opera complessa, per la quale è scesa in campo anche l’Università della Macedonia, che ha redatto un questionario da sottoporre a società, dirigenti, calciatori e tifosi al fine di analizzare e comprendere, sotto l’aspetto antropologico, fenomeni discriminatori, col fine ultimo di creare un vero e proprio dossier in grado di dar seguito a metodi di lotta e dissuasione ad ogni genere di razzismo.

Il lavoro mediatico a corollario di questa iniziativa si sta già dimostrando importante e sarà senza dubbio fondamentale. Così come importante sarà creare una sinergia seria e non soltanto massiva e propagandistica, come troppe volte vediamo fare ai nostri mezzi di comunicazione, interessati a condannare episodi di discriminazione al momento, cavalcando l’onda mediatica per aprire telegiornali e vendere qualche copia in più dei quotidiani, ma scarsamente interessati a dar seguito in maniera reale e costruttiva a un vero e proprio processo di cambiamento e di trasformazione culturale.

 

Adesivi Anna Frank: la politica condanna e la Lazio prende le distanze

Adesivi Anna Frank: la politica condanna e la Lazio prende le distanze

Hanno fatto scalpore le immagini della Curva Sud, presa in prestito dai laziali per la gara interna contro il Cagliari, nella quale sono apparsi adesivi a sfondo antisemita, utilizzati per insultare la tifoseria della As Roma. Tra un “Romanista Aronne Piperno” e “Romanista ebreo” quello che ha indignato maggiormente è stato l’adesivo raffigurante il simbolo dell’Olocausto, Anna Frank con indosso la maglia giallorossa. Come rivelano le immagini che circolano in rete, gli sticker sono stati apposti sulle vetrate del settore, così come sui seggiolini e corrimano. E’ subito partita un’inchiesta della Digos, per un episodio che non è nuovo negli ambienti della Capitale, visto che già nel 2013 il volto della giovane vittima olandese, utilizzato come insulto, era apparso in giro per la città.

Non si sono fatte attendere le aspre critiche da parte delle istituzioni che hanno condannato ovviamente il gesto deprecabile. A partire dal Ministro dello Sport Luca Lotti che ha trovato ingiustificabile il comportamento del tifo laziale. A fargli eco anche il sindaco Virginia Raggi la quale supportando le dichiarazioni del capo della comunità ebraica romana, Ruth Dureghello, ha così commentato: “Questo non è calcio, questo non è sport, ha ragione Dureghello”. Ma la presa di posizione più dura arriva dalla prima carica dello Stato, il Presidente della Repubblica Mattarella che senza mezzi termini ha dichiarato: “Il volto e le pagine del diario di Anna Frank, la sua storia di sofferenza e di morte a opera della barbarie nazista, hanno commosso il mondo. Utilizzare la sua immagine come segno di insulto e di minaccia, oltre che disumano, è allarmante per il nostro Paese, contagiato, ottanta anni addietro, dall’ottusa crudeltà dell’antisemitismo” e a lui si è accodato anche il ministro dell’Interno Minniti che ha promesso “grande impegno per individuare i responsabili di un comportamento così ignobile affinchè vengano perseguiti secondo la legge e vengano definitivamente esclusi dagli stadi”. Infine anche il presidente della Camera Laura Boldrini, sempre in prima fila contro le discriminazioni, ha voluto condannare: “Preoccupazione antisemitismo stadi, rispondere con durezza. Sottovalutare è darla vinta a razzisti. Solidarietà a comunità ebraica. #AnnaFrank”.

Anche la dirigenza della Lazio ha preso le distanze, attraverso il portavoce Arturo Diaconale che ha sottolineato come la società abbia sempre condannato il razzismo e si è impegnato ufficialmente affinché ogni anno vengano organizzati dei viaggi ad Auschwitz per 200 tifosi. Inoltre oggi alle 12 Lotito si è recato in Sinagoga con alcuni giocatori per dimostrare tutta la solidarietà nei confronti della comunità ebraica.

Il tutto nasce in un momento particolare per la Lazio e i suoi tifosi che pochi giorni fa avevano chiesto a tutti di evitare i famosi ululati razzisti per il bene della squadra e, nella trasferta di Nizza, hanno ricordato le vittime dell’attacco terroristico con fiori sul luogo della strage e una maglia contro l’ISIS.

Dal recupero di un campo alla voglia di socialità e aggregazione, l’importanza del Calcio Popolare dell’ASD Villa Gordiani

Dal recupero di un campo alla voglia di socialità e aggregazione, l’importanza del Calcio Popolare dell’ASD Villa Gordiani

Voglia di socialità e aggregazione, impegno civico e ribellione al calcio dei miliardi, forme diverse con cui quartieri e cittadine rispondono all’esigenza di ritrovare lo spirito di comunità nel proprio club di calcio dando vita a società sportive autogestite e partecipate.

In questo solco sono molteplici le piccole realtà che in questi anni hanno preso sempre più piede nel calcio dilettantistico italiano, su questo spazio in passato si è parlato di Atletico San Lorenzo, Ideale Bari, del Centro Storico Lebowsky, Cava United o dell’US Fasano ma sono molti altri i contesti dove sono emerse realtà che a loro modo hanno dato una risposta a questa esigenza di un calcio diverso, non mezzo per profitto ma strumento di partecipazione e aggregazione.

Piccole isole dove respirare un’aria diversa dove da questa estate si è aggiunta una nuova realtà di calcio popolare nel quartiere romano Prenestino, l’ASD Villa Gordiani. Un percorso che parte qualche anno fa, come ci raccontano i promotori del progetto nell’intervista, con la mobilitazione dei ragazzi della comunità locale per il recupero del Campo di Villa Gordiani per la sua restituzione al pubblico, fino al passo successivo della creazione di una realtà sportiva votata alla promozione della partecipazione e dei valori sociali del calcio.

La vostra nuova realtà arriva da un percorso che avete intrapreso da qualche tempo, potete illustrarci come siete giunti a questo passo?

Il tutto è cominciato dalla nostra volontà di recuperare il campo di quartiere, da tempo abbandonato, e di dimostrare che un altro modello di calcio e di società (solidale e non di speculazione) fosse possibile. Da qui le prime assemblee, in pochissimi, fino ad oggi: società costituita, giocatori presenti, iscrizione al campionato effettuata e, soprattutto, un interesse che cresce giorno dopo giorno.

Il tema del recupero del campo non è ancora giunto ad una soluzione definitiva, quale è lo stato della situazione? E quali le prossime iniziative per portare a compimento la restituzione alla vostra comunità?

Il campo risulta attualmente, secondo le diciture “ufficiali”, abusivo e di conseguenza non fruibile assolutamente per una società calcistica che si dà l’obiettivo di affrontare un campionato di qualsiasi categoria. L’impegno che abbiamo profuso nel campo è tantissimo e, soprattutto per chi conosce la situazione di un paio d’anni fa, siamo quasi in dirittura d’arrivo. Lì abbiamo già fatto proiezioni di film/partite, feste e quant’altro. La restituzione è in parte già avvenuta, visto che gli scarpini dei nostri giocatori, e non solo quelli, possono solcare il campo per allenarsi; quello che vogliamo davvero, e in cui ci impegneremo quest’anno, è la restituzione “ufficiale” dello spazio alla società (e di conseguenza al quartiere), in modo da renderlo omologabile per poter giocare lì il campionato. L’iniziativa più importante che stiamo costruendo consiste nella preparazione di un progetto, curato da architetti, da presentare al V Municipio, proprietario del Campo, per richiederne l’assegnazione.

Vi sentite un club ribelle dal ”calcio moderno”, fattore che spesso sta accompagnando il calcio popolare, o vi muove una precisa volontà di rivitalizzare il vostro quartiere?

Crediamo di essere ribelli del calcio moderno, certo, ma allo stesso tempo vogliamo restituire uno spazio al quartiere. Anzi siamo profondamente convinti che il calcio moderno sia devoto solo e soltanto alle leggi del profitto, e quindi sicuramente lontano da un quartiere, una borgata quale è Villa Gordiani. In questo senso essere ribelli nei confronti del calcio moderno ci permette anche di rivitalizzare il nostro quartiere (sicuramente, come tutti gli altri quartieri popolari, mai considerato dal calcio moderno, se non come possibilità di profitto).

Il ‘calcio popolare’ ha visto una rapida ascesa in questi ultimi anni, quale è la vostra ‘idea’ di sport? Quali saranno gli ideali che guideranno la vostra avventura?

L’idea che abbiamo di sport è semplice, anche se forse poco comune ormai: solidarietà, rispetto dell’altro e dell’altra, competizione e grinta ma sempre nell’ottica di non dover demonizzare od odiare l’avversario. E, come detto, siamo totalmente fuori dalle logiche del profitto, che ormai dominano qualsiasi ambito sportivo.

Il successo e la partecipazione ad iniziative come la vostra passano necessariamente dalla creazione di un’identità unica e attraverso la presa di coscienza sempre più ampia della vostra base che ”un altro calcio è possibile”. Avete in mente come procedere in questo senso, come far aumentare la consapevolezza?

Questo aspetto è importantissimo: prima di fondare la nostra società e di iscriverci al campionato abbiamo fatto tanto, dai volantinaggi, agli striscioni, ai banchetti in piazza, al semplice discutere con le persone, come anche alla pagina facebook (Asd Villa Gordiani), che invitiamo tutti-e a visitare. Fin dai nostri albori volevamo essere un progetto del quartiere (“dal quartiere, per il quartiere, con il quartiere” recita uno dei nostri slogan) e in questo senso ci siamo sempre impegnati per farci conoscere, comprendere e infine apprezzare. Di recente la consapevolezza sta aumentando, anche e soprattutto grazie alla presenza fisica di una squadra, di un mister e di una società, i quali, forse purtroppo, hanno molta più credibilità dell’idea di fare la squadra. Che un altro calcio sia possibile lo stiamo dimostrando.

C’è qualche realtà affine alla vostra che vi ha ispirato nel lanciarvi in questa avventura? Delle squadre in attività quale vi ha colpito di più e per quali aspetti?

Ovviamente sì: anche, e non solo, a causa delle innumerevoli difficoltà incontrate abbiamo costantemente guardato agli progetti di calcio popolare che conosciamo. Data la vicinanza, abbiamo guardato molto all’Atletico San Lorenzo, ma le realtà sono tante e tutte interessanti: lo Spartak Lecce, il Lebowsky a Firenze, il QuartoGrad di Quarto. Tra tutte, probabilmente quelle che ci colpiscono di più sono l’Atletico, perché sta riuscendo a costruire un’importante polisportiva, e il Lebowski: quest’ultima sta piano piano dimostrando un’efficienza che è sempre stato uno dei problemi posti rispetto al calcio popolare, e i risultati si vedono nella costituzione del settore giovanile, sul campo sportivo e nelle due sagre che recentemente hanno organizzato. Per sintetizzare in poche parole: ciò che ci colpisce è la capacità di tutte queste società di costruire una comunità attorno a una cosa molto semplice come il gioco del calcio.

Per quanto riguarda l’organizzazione come sarà condotta la nuova società? Come potrà il pubblico contribuire sia nel sostentamento sia nell’organizzazione delle attività condivise?

Ovviamente la creazione di una società comporta delle cariche, ma ci teniamo a precisare il fatto che la società è del tutto gestita in maniera orizzontale e trasparente. Difatti il nostro appuntamento settimanale in assemblea è stato condiviso pubblicamente svariate volte e l’invito a partecipare è sempre valido. Oltre che con un eventuale donazione, anche sulla campagna online di raccolta fondi, di cui parleremo dopo, si può sostenere la squadra partecipando all’azionariato popolare: con 10 euro (cifra ovviamente simbolica e di sostegno) si può diventare soci dell’Asd Villa Gordiani e si riceve la tessera della società.

Avete lanciato di recente una campagna di crowdfunding potete illustraci qualche dettaglio in più?

Come dicevamo prima è partita online una campagna di raccolta fondi a sostegno della società: questa necessità nasce dal dover affrontare innumerevoli spese per sostenere il campionato, le quali sono tutte presenti ed elencate nel sito della raccolta fondi. È bene precisare che anche per questa campagna abbiamo mantenuto una totale trasparenza, poiché crediamo che tutti i soci, i curiosi, tutti coloro che si interessano debbano avere la possibilità di conoscere ogni singolo aspetto della gestione della società, la certezza che i soldi con cui hanno contribuito vengano spesi per l’Associazione e per gli obiettivi che questa ha dichiarato.

Il dettaglio che più ci preme sottolineare è questo: abbiamo messo come obiettivo i 5mila euro, che sono necessari a farci svolgere con tranquillità questa prima stagione, ma non saranno sicuramente sufficienti per il ripristino del Campo comunale; stiamo cercando di andare per gradi e 5mila euro non è una quota facile da raggiungere, ma speriamo che con il contributo, anche piccolo, di tanti e tante riusciremo in questa sfida.(LINK alla campagna)

Quali squadre metterete in campo per questo primo anno di lancio? Sono previste selezioni giovanili, anche nel prossimo futuro?

Attualmente ci stiamo preparando per il campionato di Terza categoria, con una squadra che si è formata dopo alcune sedute di selezioni, che abbiamo reso pubbliche e alla quali abbiamo invitato chiunque volesse partecipare. Il nostro obiettivo è anche quello di rendere il calcio accessibile e questo vogliamo farlo creando anche una scuola calcio, in futuro, senza i prezzi esorbitanti delle società di calcio canoniche. Potremmo in futuro divenire una polisportiva, chissà, ma preferiamo non mettere il carro davanti ai buoi.

Calcio popolare vuole dire molto impegno della comunità nel sostenere le attività del club, avete in mente attività che andranno al di là degli eventi sportivi?

Certo: come già detto ci siamo impegnati in feste, proiezioni e non solo, al campo e fuori. La nostra idea è coinvolgere a pieno il quartiere e questo lo vogliamo fare anche con concerti, cene, aperitivi e feste popolari all’interno del Campo.

Per chiudere, quale è il vostro messaggio per la città e per i ‘ribelli’ che credono che il calcio possa tornare ad essere lo sport del popolo?

Crediamo fermamente che tutto possa essere del popolo, se il popolo stesso ha veramente intenzione di riprenderselo. Di conseguenza il nostro messaggio è che il calcio possa tornare a essere lo sport del popolo, fuori dalle logiche di profitto di quelle che ormai non sono più società calcistiche, ma multinazionali. Ai ribelli diciamo che tutto può essere riconquistato; noi, per ora, abbiamo scelto il calcio e un campo di quartiere abbandonato su cui far vivere il nostro modello di calcio.

Ci vediamo al campo!!!

Forza ASD Villa Gordiani!

Ogni Maledetto Natale: il “regalo” della Premier ai Colossi dei Diritti Tv che fa arrabbiare i tifosi

Ogni Maledetto Natale: il “regalo” della Premier ai Colossi dei Diritti Tv che fa arrabbiare i tifosi

In questi ultimi giorni si è fatta strada l’ipotesi della possibilità che il big match dell’Emirates stadium tra Arsenal e Liverpool possa essere disputato Domenica 24 Dicembre. L’emittente TV SKY sembra infatti non intenzionata a rinunciare alla trasmissione della Domenica, ‘Super Sunday’, e a spingere affinché sia giocata regolarmente una partita di campionato nonostante coincida con il giorno della vigilia di Natale.

L’indiscrezione ha acceso il dibattito su quello che i tifosi temono possa diventare un appuntamento fisso anche per le prossime stagioni e ha sollevato molte proteste dalle tifoserie dei due club che hanno contestato la possibilità di disputare il match in un giorno così particolare. Secondo i tifosi la partita alla vigilia di Natale rappresenterebbe l’aver superato un limite morale, oltre ad essere una giornata dedicata alla famiglia, fattore che inciderebbe molto sulle presenze allo stadio, è anche una data in cui molti dei servizi pubblici e di sicurezza locale funzionano a regime ridotto e potrebbero essere sovraccaricati dai turisti, elemento che condurrebbe inevitabilmente a disagi per raggiungere l’impianto e maggiori rischi per il pubblico.

La programmazione non è ancora definitiva, e potenzialmente potrebbe coinvolgere alternativamente altri club, ma i pochi rumors di questi giorni hanno subito allarmato i tifosi che all’unanimità auspicano un passo indietro di SKY sottolineando che sarebbe un gesto di buon senso da parte dell’emittente e un’azione concreta di apertura nei confronti dei supporters dopo il percorso di dialogo intrapreso dallo scorso anno con le rappresentative dei gruppi organizzati, proprio per affrontare questo tipo di dinamiche.

‘This is wrong and no fixtures should be scheduled for this day. Supporters will be faced with the unenviable task of deciding between family, friends and loved ones and any pre-existing plans for this time of year and continuing their loyalty and support for their club.’ Spirit Of Shankly – Liverpool Supporters’ Union

 Dalla scorsa stagione 2016/17, come risultato di una serie di raccomandazioni frutto di un percorso di cooperazione tra le organizzazioni di tifosi e le istituzioni inglesi nell’ambito del ‘The Supporter Ownership and Engagement Expert Group’, sono stati introdotti diversi canali di dialogo tra la base del tifo, rappresentata nel board della Premier League da due soggetti espressione della Football Supporters’ Federation e di Supporters Direct UK, per favorire il confronto con tutti i protagonisti del calcio inglese(se ne parlava qui). Tra questi anche i rappresentanti di SKY e BT Sports con cui nel corso dello scorso campionato, e anche di recente per l’inizio della nuova stagione, ci sono state occasioni di confronto che, a quanto pare, poco hanno smosso le grandi emittenti dalle loro posizioni.

Ad accendere il faro sul tema è stato lo Spirit Of Shankly – Liverpool Supporters’ Union, il Supporters’ Trust del Liverpool FC, con la tifoseria dei Reds che vedrebbe fortemente penalizzata la presenza in trasferta, visto il periodo anche particolarmente costosa, e che ha emesso un comunicato per prendere posizione contro la programmazione per la vigilia di Natale, raccogliendo il supporto unanime da parte di tutti i Supporters’ Trust dei club della massima serie inglese(qui il comunicato esteso).

‘Now though, the decision makers must show this is indeed the season of goodwill. Sky, the Premier League and clubs have to recognise that yes there is a TV slot available, but football on Christmas Eve is unacceptable and a step too far.’ Supporters Trusts & Supporter Groups

I club in questa fase non hanno potere di intervento e la decisione finale sulla programmazione arriverà alla fine del mese dopo il confronto tra SKY, la Premier League e la Metropolitan Police. Le associazioni di tifosi, nell’evidenziare le numerose criticità che comporterebbe giocare il match il 24 Dicembre, ribadiscono la necessità di proseguire nel confronto con le emittenti per poter scongiurare la programmazione e poter mitigare nel futuro gli spostamenti delle partite, argomento da tempo al centro delle attività di mediazione della Football Supporters Federation(se ne parlava qui).

‘None of these people, like supporters, shares in the Premier League riches or has Premier League lifestyles and wages. If this happens, it would be more take, with little given back. This must not be allowed to happen, not this season and not in future seasons. We are more than willing to work with the broadcasters and the Premier League to avoid such pitfalls for the benefit of all. We don’t want this to be the ghost of Christmas future.’

A supporto dell’iniziativa di protesta si sono schierati: Arsenal Supporters’ Trust, Chelsea Supporters’ Trust, Manchester United Supporters’ Trust, Tottenham Hotspur Supporters’ Trust, Black Scarf Movement, Watford Supporters’ Trust, Burnley FC Supporters’ Groups, Swans Trust, Newcastle United Supporters’ Trust, Huddersfield Town Supporters’ Association, Stand Up For Town, Stoke City Supporters Council, Cherries Trust, West Ham United Independent Supporters’ Association, Clarets Trust, Foxes Trust e North West Sussex Seagulls.

Due sport, una Passione: a Bari, un biglietto unico per il tifoso a tutto tondo

Due sport, una Passione: a Bari, un biglietto unico per il tifoso a tutto tondo

Sei un tifoso del Bari? Con una minima spesa puoi diventare anche un sostenitore della Mater Castellana Grotte, formazione impegnata nel campionato di serie A1 di pallavolo. Per un weekend da vivere tra serie B e Superlega. Il gemellaggio tra calcio e pallavolo è andato in scena al “San Nicola”, dove Fc Bari 1908 e Mater Volley Castellana Grotte hanno presentato un sodalizio che avvicina due realtà spesso contrastanti: giochi di squadra, delimitati e separati da interessi e dinamiche differenti, avvicinati nel nome della valorizzazione del territorio. Per questioni legate alle dimensioni dell’impianto della città delle grotte, il club neopromosso “migrerà” infatti a Bari, con il PalaFlorio, palazzetto che ospita fino a 5000 spettatori, quartier generale per la stagione 2017/2018.

Il rapporto ufficializzato tra i due club riguarda la biglietteria: gli abbonati della Fc Bari 1908 o i possessori del tagliando per assistere alla singola partita di serie B potranno infatti pagare 5 euro per partite al PalaFlorio, a fronte del costo ordinario di 10 euro (valido per tutte le partite, tranne che per le big 4 del campionato italiano, 15 euro).  Due stadi a pochi chilometri di distanza, uniti da un solo slogan: “Due sport, una passione” il motto adottato per l’occasione, che sarà seguita da una serie di iniziative solidali. Uniti non solo sugli spalti del San Nicola e del PalaFlorio, ma anche nel sociale. Punto di contatto tra calcio e volley è stato Alessandro Berardi, portiere di riserva del Bari, presente tra i testimonial dell’evento: “E’ un piacere la presenza di questa squadra di A1, è uno sport che mi piace. Oltre a seguire i ragazzi, sarà un’occasione per vedere una categoria da vicino: andrò a vedere almeno una partita con i miei compagni di squadra”. Di un’icona del volley come Andrea Lucchetta ha invece il taglio di capelli il difensore biancorosso Salvatore D’Elia: “Quello che ci accomuna è la passione – ha spiegato il difensore del Bari – speriamo che questo gemellaggio porti bene a entrambe”. Se i tifosi del Bari potranno godere di prezzi agevolati, due fortunati – estratti a sorte in occasione di ogni partita interna del club presieduto da Cosmo Giancaspro – tra gli abbonati della New Mater Volley avranno diritto all’accesso gratuito alle partite del Bari al “San Nicola”.

A celebrare il matrimonio tra le due realtà, il convenzionale scambio di gagliardetti. Fefè Garnica, palleggiatore argentino, ha lanciato il virtuale guanto di sfida. “Essere di scena in un impianto così grande sarà una grande responsabilità e per questo abbiamo bisogno dell’apporto  dei tifosi. Giochiamo una partita di calcio-tennis a squadre mister, così uniamo ulteriormente le due realtà. Non attendiamo altro che vedere i calciatori del Bari come nostri ospiti e di essere noi presenti sugli spalti del San Nicola“. Monito rilanciato in casa New Mater Volley Castellana Grotte dal capitano Giorgio De Togni: “E’ una grandissima occasione che gli sportivi non possono perdersi”. Senza dimenticare, freschi del salto di categoria, consigli per la scalata alla A del Bari: “Servono costanza e grande concentrazione, l’entusiasmo vien da sè in una piazza del genere – spiega De Togni, tifoso milanista – del calcio mi piace la grinta che ci mettono i tifosi: mi piacerebbe vedere soprattutto i cuori caldi della curva a darci il loro supporto. Tamburi e cori possono dire la loro con l’acustica di un palazzetto da 5mila posti”. Senza dimenticare le famiglie. Epicentro per lo sport, che si tratti di calcio o volley.

 

Multe Stadio Olimpico: la sicurezza è davvero una questione di priorità?

Multe Stadio Olimpico: la sicurezza è davvero una questione di priorità?

Abbiamo seguito con particolare attenzione la vicenda “barriere” che fino alla primavera scorsa ha funestato la vita degli habituée dello stadio Olimpico di Roma. Una divisione fisica accentuata dal clima estremamente repressivo con cui i tifosi romanisti e laziali venivano accolti nello storico impianto del Foro Italico. Tutti ricorderanno infatti che a tener lontano dalle gradinate – per ben 19 mesi – buona parte dei supporter capitolini non furono solo le divisioni fisiche ma anche un vero e proprio accanimento manifestato sotto forma di controlli asfissianti e multe da 168 Euro per chiunque occupasse un posto diverso da quello assegnato sul biglietto nominale o – peggio ancora – si appoggiasse a una balaustra o sostasse su un ballatoio durante la gara.

Con la rimozione delle barriere – avvenuta pochi giorni prima del derby di ritorno della semifinale della Coppa Italia, a marzo scorso – il clima attorno allo stadio Olimpico sembrava stesse tornando lentamente alla “normalità”, con le curve finalmente in grado di mettere in mostra il classico spettacolo del tifo senza incorrere in sanzioni e divieti. Questo “trend” è stato però invertito nell’ultima settimana, quando a diversi sostenitori giallorossi sono state notificate sanzioni pecuniarie, relative alle partite con Internazionale e Atletico Madrid, per essersi eretti sulle balaustre in modo da coordinare il tifo della Curva Sud. Una sanzione che, in caso di recidiva, porterebbe direttamente al Daspo. Per il tifo romanista, dunque, il ritorno di un vero e proprio incubo.

Ma per quale motivo Roma continua a essere il teatro prescelto per una gestione quanto meno discutibile dell’ordine pubblico durante le manifestazioni sportive? “Laboratorio sociale? Il sospetto che sia così c’è”, ha commentato mercoledì scorso l’ex Prefetto della Capitale (dal 2003 al 2007) Achille Serra ai microfoni di Rete Sport. È chiaro – come sottolineiamo da sempre – che le regole vadano sempre rispettate ma è altrettanto chiaro che c’è anche un discorso di consuetudini e priorità a cui rispondere.

Dall’inizio di questa stagione è entrato in vigore il nuovo Protocollo d’Intesa sulle manifestazioni sportive redatto dal Ministero dell’Interno e stipulato da Lega, Federazioni e società calcistiche. Un documento che a tutti gli effetti porta la gestione dei tifosi verso una riapertura di credito e una graduale eliminazione di restrizioni e divieti che negli ultimi dieci anni l’hanno fatta da padrone. Oltre alla completa eliminazione della tessera del tifoso. Il ritorno in trasferta di tifoserie storicamente non tesserate (es. bergamaschi a Firenze, doriani a Torino e napoletani a Ferrara) o quello degli strumenti di tifo come tamburi e megafoni segna probabilmente la fine dell’epoca del “proibizionismo assoluto” nel tentativo di ridare ai nostri stadi colore, calore e folklore.

multe stadio olimpico

Mentre a Roma si continua ostinatamente in direzione opposta. E in maniera alquanto discutibile. È vero, esiste un regolamento d’uso dello stadio che vieta di “arrampicarsi su balaustre, parapetti, divisori ed altre strutture non specificatamente destinate allo stazionamento del pubblico” ma è anche vero che, soprattutto in ambienti “governati” dalle masse, esistono anche delle regole non scritte, consuetudinarie, che per anni sono state tollerate. Usando il buon senso, ovviamente. Questa ricerca maniacale della legalità, se traslata all’Olimpico, in realtà entra un po’ in contraddizione con il modus operandi a cui i tifosi sono domenicalmente abituati. Si usa il pugno duro per i ragazzi che salgono su un muretto per far sostenere al meglio la squadra mentre – proprio per eseguire le perquisizioni in fase di afflusso – si lascia spesso che la massa si addensi di fronte ai pochi cancelli/tornelli aperti. Chiunque potrebbe avere uno zaino pieno di esplosivo e approfittare della calca e del disordine che abitualmente si viene a creare. Se poi contestualizziamo ciò in un periodo di massima allerta terrorismo possiamo capire come i conti non tornino affatto. E come le priorità vengano affrontate quasi al contrario.

Inoltre se parliamo del regolamento d’uso è importante sottolineare come la sua infrazione sia comune davvero a tutti gli spettatori. Dalla curva alla Tribuna Autorità. In quanti, infatti, conservano il biglietto fino all’uscita? In quanti non hanno mai cambiato posto rispetto a quello scritto sul biglietto? In quanti, almeno una volta, sono riusciti ad entrare con una bottiglietta di plastica? Questo solo per elencare alcune fra le prescrizioni ivi contenute. Il che, chiaramente, non dev’essere un’induzione a non rispettare le regole ma un invito a ragionare su come le stesse possano e debbano essere modellate in ogni situazione. Soprattutto quando si parla di grandi spazi aggregativi.

Le sanzioni pecuniarie di cui sopra fanno capo alla Legge 88 del 24/04/2004. E in particolar modo all’art. 1/septies introdotto con la Legge Pisanu del 2005 e così modificato in ultima battuta dal Decreto Amato del 2007 (quello successivo alla morte dell’Ispettore Raciti): chiunque, fuori dei casi di cui all’articolo 1-quinquies, comma 7, entra negli impianti in violazione del rispettivo regolamento d’uso, ovvero vi si trattiene, quando la violazione dello stesso regolamento comporta l’allontanamento dall’impianto ed è accertata anche sulla base di documentazione video fotografica o di altri elementi oggettivi, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro. La sanzione può esser aumentata fino alla metà del massimo qualora il contravventore risulti già sanzionato per la medesima violazione, commessa nella stagione sportiva in corso, anche se l’infrazione si è verificata in un diverso impianto sportivo. Nell’ipotesi di cui al periodo precedente, al contravventore possono essere applicati il divieto e le prescrizioni di cui all’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, per una durata non inferiore a un anno e non superiore a tre anni. 

Un passaggio alquanto controverso che l’Avvocato Lorenzo Contucci già anni fa contestava evidenziando come la l’articolo sia “fortemente sospettato di incostituzionalità: il D.A.SPO. è una misura di prevenzione che ha quale presupposto la pericolosità del soggetto, ancorché limitata all’ambiente sportivo o parasportivo. Non può essere ritenuto pericoloso, però, chi entra allo stadio con un biglietto intestato ad un’altra persona o chi non siede al proprio posto o chi viola una norma regolamentare stabilita dal proprietario dello stadio o dalla società di calcio che impone l’allontanamento dallo stadio. Ad esempio: se il Regolamento di uno stadio impone l’allontanamento dallo stesso nel caso in cui si getti un pezzo di carta per terra e non nel cesatino dei rifiuti, la questura può, in caso di recidiva amministrativa, diffidare con obbligo di firma da 2 mesi a 3 anni! Sembra difficile che tale disposizione possa reggere ad un esame di costituzionalità e sarà compito del difensore e dei giudici espungerla per sempre dall’ordinamento sollevando la relativa questione sotto il profilo dell’irragionevolezza della norma, paramentrandola alle altre misure di prevenzione”. E invece questo strumento non solo ha retto, ma ormai è anche utilizzato ogni settimana.

multe stadio olimpico

Come poterne uscire quindi? Benché una presa di posizione delle società sia sicuramente fondamentale, come in occasione delle barriere c’è bisogno di un intervento della politica. Il Ministro dello Sport Luca Lotti e quello dell’Interno Minniti sembrano disposti al dialogo e hanno sicuramente l’opportunità di intervenire. In tal senso è fondamentale che la questione standing areas venga discussa e diventi una delle prime necessità per tutti gli stadi del Paese. Come raccontato su queste colonne da Valerio Curcio ci sono degli scogli da superare, su tutti un decreto del Viminale datato 1996, che tra gli impianti dove è consentito seguire gli eventi in piedi non contempla gli stadi. Dopo oltre vent’anni, tuttavia, proprio in un quadro che sta facendo emergere la volontà di rendere i nostri impianti fruibili a tutte le categorie (dal tifo organizzato al signore di tribuna) occorre rinnovarsi e rinnovare l’intero sistema gestionale.

Tornando alle multe indirizzate alla Sud: perché non costruire (come avviene in molti stadi d’Europa) dei palchetti dove i lanciacori possano sostare senza incorrere in ammende? Il tifo non deve certo essere un problema, semmai l’anima del calcio, quindi se si vuol renderlo sempre più sicuro perché non ovviare (almeno fino alla costruzione di spazi consoni) in questa maniera? Del resto i nostri stadi sono l’esempio massimo di spese (a volte inutili) continue e milionarie rappresentate da gabbie, reti, recinzioni e cancelloni. Perché non “buttare” qualche Euro per rendere lo spettacolo migliore?

Ecco, Roma dovrebbe primeggiare in questo. Non in esperimenti che – negli anni – si sono quasi sempre rivelati perdenti. Nascendo e morendo all’interno del Grande Raccordo Anulare. Sarebbe anche arrivato il momento di sottolinearlo.

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Abolizione Tessera del Tifoso: i Club si diano una svegliata, i tifosi li aiutino

Abolizione Tessera del Tifoso: i Club si diano una svegliata, i tifosi li aiutino

Presentato e pubblicizzato come una delle svolte epocali per il calcio italiano, il Protocollo d’Intesa siglato il mese scorso tra organi governativi del calcio e Istituzioni (Viminale in testa) – che va a soppiantare quello emanato nel giugno 2011 e modifica la circolare redatta dall’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive nel marzo 2007 circa il divieto per tamburi e megafoni negli impianti sportivi – dovrebbe portare all’eliminazione della tessera del tifoso nel giro dei prossimi tre anni. Una notizia importante, che di primo impatto lascia soddisfatti tutti quelli che in questi anni si sono scagliati con veemenza contro questo strumento considerato alle origini una schedatura preventiva per una fetta di cittadini (oltre che per ampliare la repressione e il controllo sociale in un ambito molto particolare come quello dello stadio) e infine un vero e proprio “doppione burocratico” per accedere sugli spalti, soprattutto in virtù dell’esistenza del biglietto nominale, attraverso cui vengono espletati gli stessi controlli attuati con la tessera del tifoso.

Una decisione che tende a superare uno dei periodi più bui per i tifosi italiani: anni che sono stati caratterizzati da un vero e proprio svuotamento degli stadi a causa degli innumerevoli cavilli per acquistare un tagliando (su tutti la fastidiosa discriminante data dalla provenienza geografica del tifoso ospite non munito di tessera) e fruire liberamente di uno spettacolo un tempo popolare. Sebbene non sia tutto oro ciò che luccica e possibili divieti e/o limitazioni non vadano propriamente in soffitta, come spiegato da una mia lunga analisi sul documento, l’obiettivo dello stesso è anche quello di abbattere suddette discriminazioni territoriali per una più facile fruizione degli impianti sportivi. Un progetto che mette al centro di tutto le società sportive, affidando loro maggiori responsabilità nel compito di ticketing e autorizzandole ad emettere tessere di fidelizzazione che, per l’appunto, dovranno andare a sostituire le attuali card.

Nelle premesse del protocollo si legge:

  • Il sistema di ticketing ha subìto le maggiori conseguenze degli interventi, ritrovandosi gravato da una disciplina, anche pattizia di non sempre agevole interpretazione. Le risoluzioni sullo stewarding e sull’impiantistica, sulla scia del contesto ambientale di quel momento storico(il post omicidio Raciti, ndr), hanno assunto una connotazione consequenziale sbilanciata verso il “controllo” ed il “contenimento” delle condotte degli utenti. Inevitabilmente, tale sistema ha comportato una serie di effetti collaterali quali un’oggettiva complessità della disciplina del ticketing, la difficoltà di accesso agli impianti, la suggestione dell’utente circa il reale pericolo di andare allo stadio, alcune situazioni di manifesta disparità di trattamento”.

 

  • Le società sportive organizzeranno le proprie Ticketing policies riservandosi l’opzione di condizionare l’acquisto del titolo di ammissione alla competizione (biglietti, abbonamenti) e/o la sottoscrizione di carte di fidelizzazione da parte dell’utente ad un’accettazione tacita di “condizioni generali di contratto”, consistenti in un codice etico predeterminato. La violazione di questo deve comportare, quale meccanismo di autotutela, la sospensione o il ritiro del gradimento della persona da parte della medesima società per una o più partite successive.

E ancora:

  • In tale contesto, le stesse società cureranno in modo particolare il rilancio del servizio del Supporter Liaison Officer (di seguito SLO), in quanto attività di mediazione strategica per l’applicazione della nuova disciplina privatistica.

Il carico di responsabilità affidato ai club è quindi evidente, così come la vera e propria ufficializzazione della figura dello SLO, finora posta negli organigrammi societari in maniera alquanto labile, solo per accogliere alle richieste formulate anzitempo dalla Uefa. Come si sta ripercuotendo questo nel “sistema calcio”? La maggior parte delle società di Serie C e Serie B hanno aderito a questo documento e – fatta eccezione per le gare giudicate a rischio dall’Osservatorio, dove ancora vige l’obbligo della tessera- stiamo assistendo a diversi “via libera” con trasferte aperte a tutti, grazie alla cooperazione dei club (due esempi random: Pro Vercelli-Frosinone e Carpi-Salernitana). Storia molto diversa in Serie A dove, fatta eccezione per cinque società (Crotone, Benevento, Spal, Udinese e Lazio) nessuno ha ancora preso visione e sottoscritto il protocollo. E questo chiaramente non volge ad appannaggio di tutti quei tifosi che sarebbero ben lieti di tornare in trasferta senza limitazioni, almeno laddove consentito. È importante non crogiolarsi nel lasso di tempo triennale, ma mettersi immediatamente all’opera onde evitare situazioni di stallo che generalmente si verificano in questo caso. Nel bene e nel male, per esempio, ricordiamo tutti le deroghe di cui molte società dovettero usufruire i primi anni dopo l’istallazione dei tornelli e le modifiche strutturali degli stadi. Se questa chance verrà sfruttata (e soprattutto compresa) il calcio italiano potrà fare seriamente un grosso passo in avanti per livellarsi con gli altri grandi campionati europei.

Che fare? I supporter hanno un ruolo chiave: sensibilizzare i propri dirigenti e le proprie società affinché i settori ospiti – ma anche altre faccende come l’ingresso allo stadio di tamburi e megafoni – vengano consideranti nuovamente aperti a tutti. Un atto di “generosità” che in realtà produrrebbe un vero e proprio effetto domino nel rapporto di reciprocità e andrebbe ad inserirsi perfettamente in quel contesto di “inclusione” anziché “esclusione” citato proprio nel protocollo. I tifosi dalla loro hanno i classici strumenti che utilizzano da sempre: striscioni, fanzine (per i meno avvezzi, si tratta di giornali autoprodotti dalle curve e distribuiti il giorno della partita) e volantini. Senza dimenticare la potenza di internet. Oltre a una campagna da portare avanti nelle proprie città, affinché il messaggio arrivi anche agli occhi di chi frequenta meno le gradinate e scardini una volta per tutte lo stereotipo del tifoso/teppista/ignorante. In poche parole: tutto quello che il nostro amato articolo 21 della Costituzione mette a disposizione. Ovviamente ciò dev’essere condotto in maniera unitaria, a prescindere dalle scelte che si sono fatte in merito all’adesione alla tessera. Questo proprio perché tale percorso determinerà l’avvenire dell’intera categoria dei frequentatori degli stadi. Nessuno può escludere che in un futuro (anche prossimo) avvengano atti di violenza in grado di produrre nuovi e ulteriori giri di vite, ma la nascita e l’affermazione di un sentimento comune per la frequentazione libera e civile delle gradinate saprebbe sicuramente porre rimedio anche a ciò. Ponendo finalmente la parola “fine” all’ottuso ragionamento che per punire un comportamento grave punisce l’intera “collettività”.

Questo implica, chiaramente, anche una presa di coscienza da parte del tifo organizzato, il quale dovrebbe essere capace di superare le tante invidie e inimicizie geografiche/calcistiche (oltre a un oltranzismo che spesse volte risulta ottuso e controproducente) in nome di un bene comune: tornare allo stadio – in particolar modo in trasferta – tutti e senza distinzioni. A ciò va aggiunto anche un aspetto che sempre il suddetto documento sembra mettere in evidenza: l’accessibilità economica, invocando il “recupero della dimensione sociale del calcio, il ritorno delle famiglie allo stadio, il contenimento dei costi sociali, il conseguimento di una sostenibilità economica – gestionale del sistema”. Si tratta di un qualcosa di fondamentale. La barriera economica è senza dubbio più alta e invalicabile di qualsiasi divieto o limitazione e negli ultimi tempi nel calcio italiano si stanno sempre più avvicendando società che impongono prezzi dei biglietti alti e fuori da ogni logica. Appare dunque ovvio che alla base di tutti questi cambiamenti ci sia una presa di coscienza, sia da parte delle istituzioni che del sistema calcio: gli interessi di molte cordate straniere che stanno investendo sul nostro campionato, quelli delle televisioni e diversi sponsor probabilmente non vogliono più puntare su un calcio dove curve e spalti sono sempre più vuoti, anche grazie alla burocrazia imperante degli ultimi dieci anni. In tutto ciò va segnalato come a favorire/trarre vantaggio questa situazione siano stati anche i gestori del ticketing, che giocoforza hanno spesso approfittato dell’impossibilità nel fare i tagliandi allo stadio per imporre balzelli e prevendite assurde anche su prezzi di modesto importo.

Ci sono ovviamente diversi interrogativi da porsi: le nostre società sono pronte a prendersi una simile responsabilità senza abusarne? E, inoltre, come si chiede giustamente l’avvocato leccese Pino Milli, in caso di revoca degli abbonamenti o situazioni di criticità tra società e tifosi, chi regolerebbe queste controversie?

Volendo fare gli avvocati del diavolo non si può non ipotizzare una presidenza dittatoriale (e in Italia ne esistono eccome) in cui alla prima contestazione, anche civile, la dirigenza opta per la revoca del titolo d’accesso ai “dissidenti”.  Rischia sicuramente di essere un’arma a doppio taglio. A cui – non dimentichiamocelo mai – va aggiunto anche un provvedimento discusso e controverso come il Daspo, che nelle ultime stagioni è stato ampiamente irrobustito e arricchito, peraltro, dell’articolo 9.

Per chi fosse poco avvezzo, cosa è l’articolo 9? Inizialmente era un vero e proprio Daspo a vita e impediva l’acquisto di qualsiasi tipo ti titolo d’accesso a chiunque avesse avuto una diffida nella propria vita. Ciò voleva dire, quindi, che se Mario Rossi era stato daspato nel 1992 per aver tirato una torcia in campo oggi non avrebbe potuto più accedere allo stadio. Ciò è stato parzialmente modificato dopo l’intervento congiunto degli avvocati Contucci e Adami, il che non è sicuramente ancora sufficiente ma ha quanto meno eliminato il Daspo a vita. Come? Oggi chi ha avuto una condanna per reati da stadio non può acquistare titoli d’accesso per i cinque anni successivi. Questo significa che se io accendo una torcia e vengo diffidato per un anno, ovviamente per questo lasso di tempo non posso frequentare le gradinate. Dopodiché ricomincio ad andare allo stadio e dopo 2/3 anni per lo stesso fatto vengo processato e condannato per cinque anni (a cui va detratto l’anno che ho già scontato) non posso fare biglietti.

Tuttavia perché questo continua ad essere un qualcosa di assurdo? Un soggetto ritenuto non più pericoloso dalla stessa Questura che ha emesso il Daspo non può comunque acquistare biglietti per quattro anni in virtù di questa norma. Il paradosso ulteriore è che, in questo modo, viene privilegiato chi è più violento: se io accoltello a morte un tifoso avversario mi danno ovviamente cinque anni di diffida, scontati quei cinque anni posso tornare allo stadio. Mettiamo che venga processato e ritenuto colpevole entro in blacklist per altri cinque anni, ai quali però vanno sottratti proprio quelli che ho già scontato. Quindi, de factochi assume il comportamento più pericoloso e lesivo può non entrare proprio in blacklist, a differenza di chi invece viene condannato per aver festeggiato il gol della propria squadra con un fumone.

Di questo aspetto il protocollo non si fa carico. Ed è senza dubbio uno dei punti fondamentali di tutto l’impianto repressivo messo in piedi in questi ultimi anni. Tanto è vero che la “battaglia” delle tifoserie organizzate in questi ultimi anni si è spostata – più che sulla tessera del tifoso – proprio sull’articolo 9. Presente anche sul biglietto e in grado potenzialmente di colpire chiunque frequenti uno stadio.

È dunque lapalissiano come soltanto un cammino congiunto, orchestrato da un modo pragmatico e intelligente di vedere il calcio e il tifo, possa trasformare questo protocollo in un’arma vincente

Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare: se la Passione dà un Calcio al Business

Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare: se la Passione dà un Calcio al Business

Crowdfunding, Azionariato Popolare e Supporters’ Trust sono le modalità simili, ma strutturalmente diverse, che maggiormente si sono diffuse negli ultimi anni, in Italia come in Europa, con cui tifosi e appassionati hanno cominciato a contribuire direttamente al capitale sociale dei propri club. Tre differenti vie con cui si è creato un canale di finanziamento aggiuntivo da parte della base dei supporters che si è andato ad aggiungere al ‘consueto’ contributo alle finanze dei club derivanti dalle fonti classiche dirette: biglietti, abbonamenti e merchandising e quelle indirette: diritti TV e sponsorizzazioni e che ha aperto ad un nuova fase di relazione con i tifosi.

Contribuzione diretta agli aumenti di capitale, fondi destinati al finanziamento della squadra, progetti specifici per stadi e strutture sportive, specifici interventi di riqualificazione, opere celebrative ecc.. la destinazione dei progetti finanziati direttamente dai tifosi ha preso le strade più varie e fare il punto sulle diversità tra questi meccanismi è forse utile a comprendere come iniziative, a prima vista simili, spesso abbiamo un impatto diverso sulla seconda fase successiva alla raccolta, quella dello sviluppo del progetto/obbiettivo: vengono gestite in maniera opportuna queste nuove risorse? Si crea una vera partecipazione?

Le risposte a questi quesiti devono necessariamente partire dal chiarimento che queste nuove vie di contribuito diretto ai club hanno portato con sé anche l’acquisizione da parte degli appassionati di diritti specifici legati alla partecipazione al capitale sociale dei club, lì dove si acquistano quote, o a particolari poteri speciali nei confronti del board dirigenziale. Come ci sono anche casi in cui l’apporto si limita ad un contributo ‘una tantum’ senza acquisizione di diritti speciali. Ciascuna forma di contributo deve essere analizzata partendo in primis dal format con cui viene proposta e congiuntamente dal soggetto proponente: lo strumento utilizzato (Crowdfunding, Supporters Trust e Azionariato Popolare) e l’origine della proposta: Club, istituzioni, imprenditore o gruppo, base del tifo.

Ovviamente in questa fase ballano interessi divergenti, proposte che partono dai club o da fonti istituzionali generalmente hanno spesso il fine primario di far quadrare i conti piuttosto che favorire una partecipazione attiva concreta, operazioni di ultima istanza, spesso velleitarie, che rischiano di compromettere ‘l’immagine’ pubblica delle iniziative analoghe che però parto dalla base. Infatti, al contrario, le iniziative che partono dalla comunità del tifo tendono ad essere più efficaci e coinvolgenti, avendo già mobilitato parte dei destinatari della campagna, riuscendo spesso a garantirne il successo e l’instaurazione di un rapporto di cooperazione più forte tra società e tessuto locale.

Vediamo quindi come funzionano questi differenti tipi di finanziamento con particolare attenzione ai meccanismi e ai diritti, dove ve ne sono, che garantiscono un controllo diretto sia del finanziamento specifico sia che consentano l’accesso a specifici poteri di influenza della governance.

Crowdfunding

E’ una pratica di raccolta di fondi che si è sviluppata parallelamente alla crescita esponenziale negli ultimi 30 anni dei fruitori di Internet e dei Social Network, la diffusione della rete ha consentito la creazione di portali web che svolgono professionalmente il ruolo di intermediari per favorire, attraverso i propri canali e sponsor, il reperimento di risorse rivolgendosi ad un ampio bacino di pubblico. Nati per finanziare le start up, principalmente del settore tecnologico e della sostenibilità ambientale, hanno trovato facile diffusione anche per progetti no profit legati al sociale e per finanziare piccole opere proposte da singoli o organizzazioni.

Partecipando alla campagna si effettua una contribuzione, principalmente online e con quote spesso prestabilite, che può configurarsi come semplice donazione, oppure includere una specifica ricompensa per la cifra conferita, in entrambi i casi non segue un’acquisizione di diritti particolari o poteri di influenza. Si profila quindi più un caso di contribuzione di solidarietà basata su di un rapporto di ‘fiducia’ e non si può quindi parlare di ‘partecipazione attiva’, né si hanno strumenti di controllo dell’effettivo uso corretto dei fondi ricevuti.

 

L’operatività dei portali web che conducono tali operazioni, che possono o meno prevedere delle commissioni d’intermediazione nell’ordine del 5-10%, non è generalmente soggetta a regolamentazioni specifiche, operano in materia di appello al pubblico risparmio, servizi di pagamento ecc… osservando i regolamenti già esistenti per ciascun Paese dove hanno sede legale.

Discorso diverso invece per la pratica dell’Equity Crowdfunding, che sfrutta le medesime strutture e modalità di diffusione dei precedenti casi, dove invece l’oggetto dell’acquisto è una quota di azioni vera e propria. In questo scenario chi contribuisce al progetto acquisisce il complesso dei diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione nell’organizzazione e in Italia questo tipo di operazioni sono regolamentate dal “Decreto crescita bis” e dal Regolamento CONSOB. In questo caso si acquisisce capitale di rischio di società non quotate sui mercati e chi contribuisce ha una ‘partecipazione attiva’ con diritto di voto in ragione del numero di azioni in possesso. Si ha possibilità di influenza che però resta limitata in quanto: 1) spesso c’è un limite ai pacchetti acquistabili; 2) il limite alle quote determina la conseguenza che l’influenza potenziale dei piccoli azionisti tende inevitabilmente a disperdersi, a meno di patti parasociali e raccolta delle deleghe che però la natura dell’operazione rende particolarmente complessi. Il contatto e il coordinamento tra piccoli azionisti risultano particolarmente difficoltosi, rendendo poco efficace lo strumento se l’obbiettivo è avere una partecipazione concreta.

Le piattaforme di crowdfunding sono usato anche per raccogliere risorse attraverso l’uso di strumenti di debito, es. Mini-bond, in questo scenario chi contribuisce riceve un interesse prestabilito a fronte di una quota versata, in alcuni casi sono previste speciali agevolazioni per i prodotti del club, e il rimborso del contributo a scadenza come una semplice obbligazione. Nessun diritto in materia di governance ma maggiore sicurezza dell’investimento rispetto a quello azionario, anche se in entrambi i casi va attentamente analizzata la situazione societaria, il rischio zero non esiste, sopratutto nel calcio e sopratutto in quello italiano.

Quelle elencate sono tutte operazione estremamente versatili e facilmente applicabili ad un numero infinito di progetti, nel mondo del calcio sono state finanziate con successo diverse opere specifiche, salvataggi e acquisizioni di club, alcuni esempi in Europa: l’Academy delle giovanili del Portsmouth FC, la standing area che realizzerà lo Shrewsbury Town FC, il salvataggio dell’Austria Salzburg, l’acquisizione del Bath City FC ecc. In Italia: il Museo del Parma, la Fanzone del Carpi, il contributo allo Stadio Filadelfia, e in queste settimane anche Atalanta e Frosinone stanno studiano progetti simili. Resta il nodo della mancanza di influenza che caratterizza questo tipo di operazioni, che rischiano di essere un mezzo per sfruttare nell’ennesima maniera la passione dei supporters.

Azionariato Popolare

Tra i tre casi in analisi quello dell’Azionariato Popolare presenta le caratteristiche strutturali più vaghe e disordinate. Le parole ‘azionariato popolare’ sono troppo generiche e i casi troppo variegati per poterne dare una rappresentazione organica. Per come è si sviluppato in Italia ha rappresentato spesso l’appello di ultima istanza per raccogliere risorse dalla base dei tifosi. Generalmente su iniziativa della società stessa, vengono venduti pacchetti di azioni del club, senza particolari limiti sulle quantità acquistabili o diritti speciali, che vanno a creare un azionariato diffuso.

In questo scenario la proprietà del club è divisa tra tanti piccoli azionisti ognuno con potere di influenza, controllo e diritto di voto commisurato alle quote detenute ma, analogamente al contesto che si crea con l’Equity Crowdfunding, si pongono dei problemi operativi per la tutela del complesso dei diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione, aprendo margini ampi per un uso distorto delle risorse conferite.

Anche in questo caso il contributo si basa sul rapporto di fiducia tra la base e il soggetto che propone l’operazione e per poterne valutare l’efficacia è necessario aver chiara la situazione del club di riferimento, la quantità di azioni immesse, un’idea di quella che sarà la composizione dell’azionariato successivo all’operazione, e la programmazione concreta dell’utilizzo che sarà fatto delle risorse. L’azionista di maggioranza farà i suoi interessi e l’azionariato diffuso per incidere deve necessariamente coordinarsi per poter influenzare concretamente l’andamento della società, dinamiche e costi della comunicazione tra piccoli azionisti non devono essere sottovalutati perchè rappresentano un ostacolo consistente per avere un impatto sul club.

Azionariato Popolare e Crowdfunding quindi tendono quasi a sovrapporsi nelle dinamiche che si vengono a creare e perchè rappresentano entrambe un finanziamento ‘una tantum’, slegato quindi da una prospettiva di partecipazione attiva e articolata su di un orizzonte temporale più ampio. Un aspetto che li differenzia può essere ravvisato sul pubblico a cui si rivolge la proposta di acquisto: mentre le iniziative di Azionariato Popolare, anche se lo sviluppo dei Social media sta lentamente colmando la distanza, hanno un target locale e circoscritto, derivante dalle modalità di sottoscrizione fisica e di diffusione mediatica, il Crowdfunding apre ad un pubblico più ampio, potenzialmente il Mondo intero. Fattore che amplia le possibilità di raccolta e anche il ritorno di immagine, che però incide sulla minore motivazione a contribuire rispetto ad un soggetto localmente in contatto con la società. In questo senso le possibilità di controllo del contributo sono più incisive per l’Azionariato Popolare rispetto al Crowdfunding per la naturale maggioranza di sottoscrittori vicini al club e per il conseguente maggiore interesse alla supervisione.

Le due vie sono quindi sia alternative che complementari per sviluppare dei canali aggiuntivi di finanziamento a breve-medio termine da parte dei club, pur conferendo limitati diritti di influenza, se non totale assenza nei progetti legati alla realizzazione di una specifica opera. Strumenti interessanti ed efficaci se presentati chiaramente e elaborati attraverso consultazioni con la base per poter definire campagne ‘su misura’ per ciascuna realtà sportiva che presenta inevitabilmente caratteristiche uniche in termini di seguito, pubblico ai match, ciclo economico locale, radicamento territoriale, categoria ecc..

Supporters’ Trust

Per bypassare i limiti di influenza che i due precedenti metodi incorporano sia in materia di tutela concreta dell’investimento sia del proprio club, grazie all’esperienza anglosassone, si sono diffusi i Supporters’ Trust, entità giuridiche indipendenti e regolate democraticamente che operano come canalizzatori di risorse economiche e competenze dalla base del tifo organizzandole in un’azione corale coordinata con un prospettiva operativa pluriennale. Un corpo intermedio aperto e regolato dal principio ‘una testa, un voto’ che convoglia il punto di vista dei tifosi in un’unica voce e destina le risorse economiche in progetti condivisi e partecipati, con procedure decisionali regolate da meccanismi democratici(se ne parlava qui).

In questa ottica le associazioni di tifosi possono svolgere un ruolo di intermediazione e coordinamento lì dove vi sono club con un elevato numero di azionisti, ad esempi attraverso la raccolta delle deleghe e o partecipando direttamente al capitale del club. In questo caso chi contribuisce versa una quota ad una entità no profit giuridicamente riconosciuta diversa dal club, ma la cui destinazione finale, sotto certi vincoli e in funzione delle scelte dell’assemblea degli associati, è però il club stesso. Il contributo però è maggiormente tutelato rispetto agli strumenti precedentemente trattati in quanto sfrutta l’opera attiva di un’organizzazione preposta al controllo della partecipazione e della gestione societaria, e il fattore aggregativo può rendere le quote disperse tra i piccoli azionisti invece decisive per influenzare la governance. La contribuzione in alcuni casi addirittura non è prevista, e comunque la forza economica non necessariamente è indispensabile affinchè l’associazione collabori e incida concretamente sulle sorti del club, sono diversi i casi dove pur non essendoci una partecipazione al capitale sociale i Supporters’ Trust svolgono un ruolo di referente primario, ad esempio il Manchester United Supporters Trust e lo Spirit of Shalkly, o possano esprimere rappresentanti riconosciuti all’interno dei quadri del club.

Potenziali limiti possono arrivare dagli aspetti organizzativi interni: un’associazione con quote rilevanti e o responsabilità all’interno del club ha la necessità di ‘forza lavoro’ per svolgere i propri compiti in maniera efficiente e le attività prestate dai volontari, su cui si basano queste iniziative, rischiano di non essere adeguate alla sfida. Un fattore questo necessariamente da prendere in considerazione nella pianificazione di qualunque progetto che si propone il coinvolgimento dei tifosi ad un livello così ambizioso.

Un altro elemento distintivo è fattore temporale, con l’impegno dell’associazione che si sviluppa nel medio-lungo periodo, che è indubbiamente un altro degli elementi che separano i Supporters’ Trust dalle operazioni ‘spot’ che coinvolgono l’Azionariato Popolare e il Crowdfunding. L’attività e l’impegno non si esauriscono con la singola contribuzione ma sono seguiti da un contatto costante tra la base e il club per ampliare le opportunità di collaborazione e di contribuzione. Se questo tipo di rapporto è genuino e costruttivo può rappresentare un strumento fondamentale per saldare le relazioni tra società e tifoseria attraverso il confronto costante e un mezzo per ampliare, grazie alla passione stessa dei supporters, l’intera base con potenziali positive ricadute anche sotto l’aspetto economico.

In virtù della sua natura di mezzo di intermediazione è conseguente che lo stesso Supporters’ Trust ha potenzialmente a disposizione proprio gli strumenti del Crowdfunding e dell’Azionariato Popolare, o meglio dei piani di ‘Community Share’ di matrice anglosassone, per sviluppare campagne di contribuzione per il proprio club. Questa combinazione ha la possibilità di migliorare a più riprese e su diversi aspetti l’efficacia del progetto sia nel ambito della fase di pianificazione, attraverso consultazioni e sondaggi veicolati nei canali giusti del tifo che consentano di definire le soluzioni più interessanti e gradite, sia nell’implementazione e diffusione della campagna. In questo caso infatti nascono interessanti sinergie per quanto riguarda i canali di diffusione dei progetti, se prima si distingueva in pubblico locale(Azionariato Popolare) e aperto(Crowdfunding), l’associazione ha il potenziale sia di attingere da entrambi i bacini, sia di aggiungere il proprio canale costituito dalla rete di condivisione con le centinaia di altri Supporters’ Trust(se ne parlava qui), a livello europeo è sempre più diffusa e ampia, composta da un target di soggetti particolarmente propensi a contribuire a progetti simili e a campagne di solidarietà.

Queste tre strade come evidente sono particolarmente idonee ad essere intrecciate e adattate alle infinite esigenze e sfaccettature che può assumere ogni club, indipendentemente dalla categoria. La chiave sta nel comprenderne le dinamiche effettive perché in un calcio così commercializzato è molto sottile la differenza, come si può vedere, tra la partecipazione attiva e un mero contributo di solidarietà affidato all’ennesimo bancarottiere di turno, come è sottile la differenza tra dare un vero contributo e gettare via i soldi.

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