Ashleigh Barty, la rinascita della Fenice australiana

Ashleigh Barty, la rinascita della Fenice australiana

Se qualcuno avesse azzeccato le finaliste del torneo di Wuhan, l’ultimo Premier 5 dell’anno, e ci avesse scommesso su, a quest’ora sarebbe milionario. Perché trovare in finale Caroline Garcia e Ashleigh Barty era a dir poco improbabile. Due giocatrici che nell’atto finale del torneo hanno dato spettacolo, rendendosi protagoniste di un match intenso e combattuto, nel quale alla fine ha prevalso la transalpina dopo tre lunghi set.

La Garcia s’è così aggiudicata il torneo più importante della carriera. Una soddisfazione più che meritata, dopo che negli ultimi anni si era fatta notare sempre più spesso nel circuito, issandosi in questa stagione fino ai quarti di finale al Roland Garros e agli ottavi a Wimbledon. Per quanto riguarda la Barty, in quanti ne hanno sentito parlare prima di quest’anno? Davvero in pochi. E allora come mai una tennista sconosciuta fino allo scorso anno è riuscita ad raggiungere un traguardo simile?

 La storia dell’australiana classe ‘96 presenta elementi che la accomunano a tante colleghe. Come tante, fin da piccola veniva considerata una bambina-prodigio. La naturalezza con cui maneggiava la racchetta, la capacità di imprimere forza sulla palla, la bravura nella ricerca degli angoli, tutti fattori che la rendevano una predestina. Già a livello juniores qualche soddisfazione se l’era tolta: nel 2011, a soli quindici anni,  era arrivata la prima vittoria Slam a Wimbledon, seguita dalla semifinale raggiunta agli Us Open pochi mesi dopo, dove era stata estromessa indovinate da chi? Proprio dalla stessa Caroline Garcia che avrebbe affrontato anni dopo a Wuhan.

Le soddisfazioni e le ottime prestazioni erano arrivate anche a livello professionistico. Mentre per molte tenniste il passaggio al professionismo era stato traumatico, la Barty si era fatta notare fin da subito per le sue potenzialità. In singolare già nel 2012 aveva giocato tre match negli Slam, mentre nel 2013 erano arrivati degli autentici capolavori in doppio: in coppia con l’esperta connazionale Casey Dellacqua aveva raggiunto ben tre finali Slam (in Australia, a Wimbledon e agli US Open). Inutile dire che, soprattutto in Australia, il peso della pressione sulle spalle della giovane Ashleigh si era fatto sempre più opprimente. C’era chi la paragonava alla Stosur, chi la pronosticava tra le top -10, chi già la vedeva numero 1 al mondo.

 E così, dopo un 2014 ricco di delusioni, l’australiana disse basta. A soli diciott’anni, decise di appendere la racchetta al chiodo. Una scelta tanto inaspettata quanto comprensibile: a quell’età era impossibile gestire una pressione mediatica simile, quindi perché non liberarsene completamente?

Perciò Ashleigh abbandonò i panni della ragazza-prodigio, della tennista dal futuro radioso, dell’icona dei media sportivi nazionali. Eppure lo sport restava un pilastro fondamentale della sua vita, non voleva dedicarsi ad altro. Per questo, pochi mesi dopo il ritiro, decise di intraprendere la carriera da giocatrice professionista di cricket, altra sua grande passione. Una scelta singolare, che però non le permise di raggiungere gli stessi traguardi ottenuti con la racchetta in mano. Dovette abbandonare anche quella strada. Cosa fare adesso?

Com’è logico che sia, il richiamo del tennis è fin troppo forte. Prima era sempre stata condizionata dalle aspettative altrui, che l’avevano resa un robot, una macchina spara-palline che neanche si divertiva più in campo. Ora tutto è diverso. Lontana dai riflettori, Ashleigh riprende ad allenarsi a tennis e riscopre sensazioni per anni dimenticate. Il talento certo non l’ha abbandonata, quindi decide di riprovarci, di riprendere quel cammino interrotto sul finire del 2014.

 Nel febbraio 2016 si iscrive al torneo ITF di Perth, quasi in sordina. E’ lì che comincia la sua seconda carriera. Una carriera dapprima a bassa quota, tra tornei di livello non eccelso in cui poter riprendere dimestichezza col tennis e guadagnare punti utili nel ranking. Per poi, nel 2017, spiccare il volo nei tornei che contano.

In doppio, sempre in coppia con Casey Dellacqua, dimostra di essere sempre molto competitiva, raggiungendo la finale al Roland Garros per poi uscir sconfitta contro la Mattek-Sands e la Safarova. Ma è in singolare che arriva la svolta: pur partendo dalle qualificazioni, a marzo si aggiudica il primo titolo WTA a Kuala Lumpur, dopo aver sconfitto in finale la giapponese Nao Hibino.  E a luglio a Birmingham sfiora il secondo titolo in carriera, venendo battuta solo in finale dalla rediviva Petra Kvitova.ù

Ed eccoci qui, al torneo di Wuhan. Anche stavolta il titolo le è sfuggito per un soffio, ma le sensazioni sono ottime. A inizio anno era oltre la trecentesima posizione, ora è la n. 23 del ranking. Una scalata impressionante, che la proietta tra le tenniste più forti al mondo. Il tutto a soli 21 anni e malgrado un ritiro che l’ha tenuta lontana dal campo per oltre un anno. Un’impresa da predestinata, da futura stella del circuito? Forse. Quel che è sicuro è che Ashleigh Barty farà ancora parlare di sé. E chissà che forse non riuscirà ad esaudire i sogni di una nazione intera come l’Australia.

Angelo Mangiante, non si vive di solo Calcio. Anzi

Angelo Mangiante, non si vive di solo Calcio. Anzi

Abbiamo intervistato Angelo Mangiante, giornalista sportivo di Sky. Con lui abbiamo parlato di calcio ma, soprattutto, di Tennis, un suo lato poco conosciuto ma che in realtà è parte fondamentale della sua vita, essendo stato ex tennista numero 708 della classifica ATP, e in seguito Maestro Federale e International Coach.
Ciao Angelo, iniziamo parlando dei valori che arrivano dallo Sport. Partiamo dal tennis? 
Amo il tennis ed è un amore che mi accompagna da quando per la prima volta ho messo piede, anzi racchetta, alla Virtus Roma con te Andrea e con Mario Ciabocco. Arrivando grazie a voi anche nella classifica mondiale Atp. Penso che il tennis riassuma tutti i valori più alti dello Sport. 
Quali?
Il rispetto dell’avversario. In campo e fuori. Nel tennis non si tifa contro. Non esistono fischi o cori beceri. I tifosi dei due giocatori sono uno accanto all’altro. Il fatto che non sia uno sport di contatto aiuta. Il tennis è e rimarrà sempre uno sport dai gesti bianchi. Per fortuna non più ristretto, ma ormai vicino e accessibile a tutti.
Nel calcio il tifo non è propriamente così…
“Manca la cultura sportiva. Tra Italia e Inghilterra c’è un abisso in questo. Gli stadi nella Premier sono dei Teatri e chi sbaglia viene punito duramente. In Italia nel calcio lo stadio è ancora spesso zona franca purtroppo. Complicato e a volte pericoloso per molte famiglie”.
Si dovrebbe partire da un insegnamento diverso sulle nuove generazioni?
“Non ci sono le premesse. I miei due figli giocano sia a calcio che a tennis. Hanno 8 e 10 anni e cominciano a giocare i primi tornei. A calcio a volte li accompagno e vedo genitori che ringhiano fuori dalla rete di recinzione. Allenatori che imprecano ad alta voce fomentando la tensione. Non ci sono le basi per cambiare.Torniamo al discorso iniziale. Manca la cultura sportiva.Troppi sono convinti di avere un piccolo Totti a casa. Senza pensare di farli divertire e basta. A 10 anni ne hanno diritto” 
Nel tennis è più tranquillo? 
“Qualche genitore invadente c’è. A livello di circuito pro e anche nei primi tornei giovanili. Ma sono eccezioni per fortuna. C’è più fair play. È c’è la formazione, la maturità che arriva da un sport individuale in cui sei solo e devi risolvere, da solo, cento problemi”
Nel tuo lavoro a Sky segui calcio e tennis come inviato. Che tipo di esperienza è? 
“Esperienza fantastica. Lo slogan di una nostra fortunata campagna pubblicitaria rivolta agli abbonati Sky è “Noi avveriamo i tuoi sogni”. Nel mio caso hanno avverato anche i miei sogni. Raccontare lo sport dopo averlo praticato da ragazzo. Questo mi aiuta a vedere le cose con un occhio diverso, ma di sicuro con la stessa passione di quando ho preso in mano per la prima volta da ragazzino una racchetta alla Virtus Roma”.
La paradossale vicenda di Camila Giorgi

La paradossale vicenda di Camila Giorgi

La telenovela tra Camila Giorgi e la FIT sembra essere giunta alla fine. Eppure, a differenza delle solite sdolcinate telenovele, stavolta il consueto happy ending ha lasciato il posto a un finale a sorpresa, degno dei migliori thriller. Una conclusione che davvero nessuno si aspettava per questa vicenda.

 Il tutto ha avuto inizio nell’aprile dello scorso anno, quando la tennista maceratese ha rifiutato la convocazione per la FED Cup contro la Spagna, dando la precedenza ai tornei WTA. I rapporti con la FIT, già tesi da molto tempo, si erano così infiammati al punto che Camila, spinta dal padre-coach Sergio, aveva deciso di chiudere i ponti con la Federazione. Da lì ne era scaturito un enorme polverone mediatico, con tanto di procedimento legale.

Se nelle prime fasi del processo la tennista era stata condannata a 30000 euro di multa e a 9 mesi di squalifica dalle competizioni in Italia, il Tribunale d’Appello aveva poi ribaltato il tutto, annullando la sentenza. Il motivo era tanto semplice quanto sorprendente: Camila non aveva la tessera FIT, quindi non era tenuta a rappresentare la Federazione in competizioni internazionali.

Dopo una scoperta simile – di cui nessuno era a conoscenza? – il caso sembrava chiuso, con la Giorgi vincitrice a tutti gli effetti. Eppure, eccolo dietro l’angolo il colpo di scena. Dopo la sentenza del Tribunale d’Appello, la FIT non si è data per vinta e si è rivolta al Collegio di Garanzia del CONI, l’organo di massima importanza per la giustizia sportiva in Italia. Ed è proprio in questa sede che la sentenza della Corte Federale è stata annullata, rendendo nuovamente valido quanto disposto in primo grado: 30000 euro di mula e 9 mesi di squalifica.

E quali sono le motivazioni? Come la mettiamo con la mancanza della tessera FIT? Per dare una risposta a questo, il Collegio di Garanzia ha emesso un verdetto tutt’altro che scontato e quantomeno discutibile. Il fulcro del discorso ruota attorno alla distinzione tra “tesseramento” e “possesso della tessera”Secondo le motivazioni della sentenza, un atleta che ha avuto anche un minimo rapporto con la Federazione deve considerarsi tesserato a tutti gli effetti ed è quindi legato ai vincoli che questa affiliazione comporta. Invece il possesso della tessera è semplicemente un’attestazione concreta del tesseramento, ma non è una condizione necessaria allo stesso.

In parole povere, la Giorgi non poteva rifiutare la convocazione, proprio perché secondo la sentenza era tesserata pur senza il possesso della tessera. Il che però risulta singolare: la tennista maceratese sapeva di essere tesserata pur senza la tessera? Qual è allora l’utilità della tessera per atleti di alto livello? E, soprattutto, in che modalità si sancisce il rapporto con una Federazione di cui non si ha una tessera?

Tutti interrogativi a cui sfortunatamente la sentenza non dà risposta, lasciando un vuoto giuridico e sportivo che potrebbe diventare una gigantesca voragine. Per giunta in questo modo non solo si sminuisce il valore della tessera di affiliazione, ma non è chiaro nemmeno come possa un atleta di buon livello non considerarsi tesserato con la propria Federazione. Una scelta che dovrebbe essere più che legittima, ma che non sembra così facile da attuare.

Comunque, alla fine la Giorgi non ci rimetterà molto, visto che la sanzione di 30000 euro è più che abbordabile per una tennista del suo ranking, mentre la sospensione per le competizioni in Italia non le cambierà la carriera di una virgola, dato che i legami con la FIT e con tutto ciò che la riguarda sono pari a zero. Resta però una sentenza di difficile interpretazione, che non può non alimentare discussioni. Sperando che non diventi uno scomodo precedente.

 

Foro Italico: non più un semplice Torneo, ma un Mini-Slam

Foro Italico: non più un semplice Torneo, ma un Mini-Slam

Era una notizia che girava nell’aria da mesi, ora è arrivata la definitiva conferma: gli Internazionali BNL d’Italia diventeranno un Mini-Slam. Ad annunciarlo in via ufficiosa è stato martedì il presidente della Federtennis Angelo Binaghi, intervenuto in diretta su Supertennis TV con queste parole:

“ […] Ho avuto modo di vedere il report con cui l’ATP sta portando avanti il progetto di revisione del calendario per il 2019: Roma e Madrid diventano da dieci giorni, con tabelloni a 96 giocatori. Però siccome nel calendario sono tre le settimane disponibili, ora resta da definire come collocare le date. Avremo l’ufficializzazione dell’upgrade quando uscirà il calendario definitivo durante le Atp Finals di Londra e credo che sarà un notevole successo per il tennis italiano”.

L’idea dei Mini-Slam – o “Super Masters”, che dir si voglia – era nata già nel lontano 2013, su proposta dell’ex CEO dell’ATP Brad Drewett, poi venuto a mancare. Con l’insediamento dell’attuale numero uno dell’ATP Chris Kermode il progetto si era un po’ arenato, finchè non se ne è tornato a parlare in questi ultimi anni. A beneficiarne saranno quindi i Masters di Roma e Madrid, il cui format si allineerà con quello di Indian Wells e Miami, che già da anni godono di un tabellone a 96 giocatori e di oltre 10 giorni di torneo. Una distinzione netta tra i Master 1000 più appetibili e quelli con minore visibilità.

 Roma da anni si è imposto come uno dei tornei più interessanti del circuito, eppure rischiava seriamente di non rientrare tra i Mini-Slam. Questo perché l’ATP sembrava intenzionata a concedere l’upgrade solo ad un torneo europeo, il che aveva dato luogo a un braccio di ferro a distanza tra il torneo madrileno e quello romano (con Montecarlo già fuori dai giochi in partenza). Se Roma poteva contare ogni anno su incassi record per via del pubblico sempre più numeroso, Madrid aveva dalla sua un montepremi quasi doppio del torneo romano, oltre che la capacità di ospitare in campo femminile un Premier Mandatory, torneo ben più ricco del Premier 5 romano.

Ma alla fine Kermode ha optato per una via di mezzo, con cui ha accontentato tutti: due tornei nel giro di tre settimane. Resta solo da capire quale dei due dovrà ospitare la finale durante la settimana (presumibilmente il mercoledì), con possibili ripercussioni per quanto riguarda i diritti televisivi e la vendita dei biglietti. Ma in ogni caso Roma ne esce vittoriosa, potendo contare su una sicura crescita degli introiti, nonché su un netto aumento di notorietà a livello internazionale.

 Come ha detto lo stesso Binaghi, non si sapranno i dettagli del nuovo format fino alle Finals di Londra. In quel contesto si scoprirà se soltanto Roma e Madrid hanno ottenuto l’upgrade o se anche altri tornei avranno questo privilegio dal 2019. In lizza ci sono sicuramente i Masters di Shanghai, sempre più in crescita, e di uno tra Toronto e Cincinnati.

D’altronde, se il raggiungimento dello status di Mini-Slam è un privilegio, di contro può essere visto anche come un onere di cui prendersi carico. Posto che i particolari sono tutt’altro che noti, si possono supporre quali potrebbero essere alcuni dei requisiti necessari. Anzitutto, la presenza di un tetto sul Centrale, che eviterebbe molti problemi legati al maltempo. In secondo luogo, un sostanzioso aumento del montepremi, con cui allettare maggiormente i giocatori. E, last but not least, un ampliamento del Foro Italico, il che comporterebbe un ridimensionamento dell’area delle piscine – del resto, quello dello spazio è da sempre un problema rognoso per il torneo romano -. Tutte migliorie che ridurrebbero concretamente il gap tra Roma e gli Slam.  

Binaghi ha da sempre mostrato grande interesse nel far crescere il torneo romano, cercando investitori pronti a concretizzare questi progetti. Al momento ci sta riuscendo e gliene va dato atto, ma la strada è ancora lunga. In attesa di ulteriori notizie, non possiamo far altro che gioire per questo upgrade, godendoci a pieno la crescita del torneo romano, vero e proprio vanto di tutto il movimento tennistico italiano.

 

Sloane Sthepens e l’ascensore verso le Stelle

Sloane Sthepens e l’ascensore verso le Stelle

Mi sono operata al piede il 23 gennaio. Se mi avessero detto che quest’anno avrei vinto lo Us Open, avrei detto che non sarebbe mai stato possibile”. Sono queste le parole che più colpiscono di Sloane Sthepens, 24enne che in pochi mesi si è ritrovata da 900 al mondo a vincere un torneo del grande slam, gli Us Open.

Dopo esser stata operata le difficoltà non sono mancate: “Non è stato divertente non riuscire a camminare per praticamente sedici settimane, per non mettere pressione sul piede. Ho portato a lungo un tutore, poi le stampelle. Non c’è nulla di bello. Ho solo cercato di rimanere positiva, pensare che un giorno sarei tornata in campo e che le cose sarebbero andate meglio. Ho atteso con ansia il momento in cui sarei riuscita a giocare di nuovo a tennis” precisa l’americana. La sconfitta al primo turno a Washington, l’ha portata ad ammettere che nonostante la strada fosse in salita, certamente prima o poi avrebbe vinto una partita. Nel giro di qualche mese tutto si è capovolto: “…Ho lavorato duro per tornare in campo, e appena ce l’ho fatta tutto lo stress è volato via”. Le sue qualità sono rimaste intatte e, con tanta determinazione fisica e mentale, ha raggiunto la semifinale ai tornei di Toronto e Cincinnati. Arrivata in forma al grande evento, partita dopo partita ha inanellato vittorie e convinzioni. In semifinale (dove si sono sfidate quattro atlete americane) ha sconfitto la venere nera Venus Williams aprendosi le porte per la finale. Nell’ultimo atto ha dovuto fronteggiare la sua amica Madison Keys, giovane altrettanto talentuosa che con le sue fucilate ha steso una dopo l’altra le sue avversarie, conquistandosi la finale.

Entrambe hanno sentito la pressione del centrale: “Ho cercato di concentrarmi solo su me stessa. Prima di scendere in campo ero estremamente nervosa, e il mio allenatore mi ha solo suggerito di respirare, di fare dei respiri profondi, e tutto sarebbe andata meglio. Una volta entrata nello stadio mi sono sentita meglio. Nervi o non nervi, c’era da giocare una partita. Sono stata fortunata a riuscire a reggere la pressione un po’ meglio, e su quello mi sono concentrata” ha ammesso la Sthepens. Per la Keys il nervosismo ha predominato e non gli ha consentito di trovare il bandolo della matassa: “Sono stata nervosa per tutta la mattina, e Sloane è una giocatrice difficile da affrontare quando commetti tanti errori. Il problema è stato che quando sono scesa in campo non ero completamente sicura su cosa fare, e questo ha aumentato ancora di più il nervosismo. Non mi sono mai sentita completamente a mio agio, in nessun momento. Forse il suo stile di gioco le permette di gestire un po’ meglio la tensione, ma in fondo è lo stesso per entrambe”. Un 6-3 6-0 che ha deluso le aspettative ma che ha reso l’ultimo atto una bella immagine di amicizia tra due contendenti ad uno dei tornei più importanti al mondo.

Le due, dopo la conclusione del match-point si sono abbracciate calorosamente a rete, lasciando scivolare via tutta la tensione accumulata durante la settimana. Finita la contesa tutto è tornato come prima, non più rivali ma amiche sincere che si scambiano le forti emozioni vissute. La detentrice del titolo – seconda giocatrice non compresa tra le teste di serie a vincere i Campionati degli Stati Uniti da quando, nel 1968, sono diventati Open –  a sorpresa, ha invitato l’amica alla festa davanti ai giornalisti e gli ha offerto tutto.  Un successo che comunque sia la fa rimanere con i piedi per terra: “Non credo che questo titolo mi permetta di sentirmi a un livello diverso rispetto a prima. Dovrò comunque continuare a lavorare allo stesso modo. Il mio ranking sarà un tantino migliore, ma se solo penso che qualche settimana fa era fuori dalle prime 900 del mondo, parlare di livello è difficile. Voglio solo provare a continuare di questo passo, e cavalcare il più a lungo possibile questa onda positiva”. Che sia lei l’erede di Serena Williams?

Andrey Rublev, dalla Russia con amore

Andrey Rublev, dalla Russia con amore

Come si suol dire in questi casi, è nata una stella. Non c’è un altro modo per descrivere il cammino agli US Open di Andrey Rublev, giovane promessa russa non ancora ventenne, i cui sogni di gloria si sono infranti ai quarti solo dinanzi ad un chirurgico Rafa Nadal, campione ieri nella finale contro Anderson. Un cammino ricco di soddisfazioni, durante il quale sono emerse finalmente tutte le potenzialità del promettente tennista moscovita.

Non sorprenderebbe però se il suo percorso nel Major statunitense venisse messo in secondo piano, visti i tanti colpi di scena: le premature eliminazioni illustri – Zverev, Cilic, Tsonga -, due inaspettati semifinalisti come Anderson (poi finalista) e Carreno Busta, il ritorno del redivivo Del Potro con tanto di vittoria ai quarti su uno spento Federer. Ma sarebbe ingiusto dedicare solo un trafiletto al giovane russo, visto e considerato che, se metterà la testa a posto, magari fra qualche anno gli verranno dedicate pagine e pagine sui giornali. Un trattamento di solito riservato ai campioni, ai fenomeni.

 

Andrey è nato nell’ottobre del 1997 a Mosca. Il padre Andrey, ex-pugile professionista, gestisce una catena di ristoranti, mentre la madre Marina è un’allenatrice che educa fin da piccolo il figlio a pane e tennis. Lui sui campi da gioco risponde alla grande, mostrando una coordinazione e un timing impressionanti per un bambino. I suoi miglioramenti sono graduali, supportato com’è dalla mamma, che negli anni è stata anche coach della Kournikova e della Gavrilova. Fin quando però la madre si rende conto che deve mettersi da parte, per permettere una definitiva crescita tennistica.

 E così dapprima lo lascia nelle sapienti mani di Andrei Tarasevich, in quel celebre Spartak Club di Mosca da cui sono usciti tennisti del calibro di Safin e Youzhny. Dopodichè arriva un cambiamento radicale con viaggio annesso: destinazione Barcellona. Qui ad attenderlo c’è la 4 Slam Tennis Academy, non lontana dalla capitale catalana, gestita da Galo Blanco, ex-coach di Milos Raonic e nuovo mentore di Karen Khachanov, amico d’infanzia di Rublev. Ad allenarlo ci pensa Fernando Vicente, allora coach di Marcel Granollers.

Da qui ha inizio l’evoluzione di Andrey. La sua focosa estrosità entra a contatto con l’oculata disciplina catalana. Il  baby-prodigio non è facile da gestire: da un lato il carattere a tratti scontroso, dall’altro la consapevolezza del proprio potenziale lo rendono un giocatore che non accetta di sbagliare. Pian piano però Vicente lo plasma, insegnandogli a riconoscere i proprio punti deboli e a lavorarci su. Per il resto, ci pensa il suo talento cristallino.

 

E così Rublev diventa un giocatore sempre più completo, esteticamente impeccabile. L’equilibrio tra dritto e rovescio, la potenza nei suoi colpi, la fluidità nei movimenti non possono non riportare a Yevgeny Kafelnikov, il capostipite del tennis russo. Un grande onore per lui , ma anche una grande responsabilità sulle spalle.

 E’ con questo status di fac simile di Kafelnikov che Andrey fa il suo ingresso nel circuito maggiore. Nel 2015, a soli 17 anni, batte in rimonta in Coppa Davis il veterano spagnolo Pablo Andujar, conquistando il punto decisivo per la sua Russia. Poi qualche buona vittoria contro giocatori del livello di Verdasco, Carreno Busta, Mayer. Nessun sussulto vero e proprio, fino al luglio scorso, quando arriva finalmente il primo titolo ATP. Dopo essere entrato in tabellone come lucky loser, a Umago mette in riga Berlocq, Martin, Fognini, Dodig e Lorenzi e va a prendersi la vittoria, con tanto di ingresso in Top-50.

 E poi, a coronamento di un 2017 da incorniciare, la straordinaria cavalcata a Flushing Meadows. Da semplice outisider, prima supera Bedene, poi fa fuori nientemeno che Dimitrov – dato da alcuni opinionisti come possibile vincitore del titolo -, dopodiché si sbarazza di Dzhumur e di Goffin. Si arrende solo davanti a Nadal, il suo idolo di infanzia. Un incontro senza storia, in cui proprio non riesce ad esprimere un briciolo del suo talento.

Nel match contro il maiorchino sono emersi tutti i punti deboli del giovane moscovita. Anzitutto, il fisico gracile: dopo alcuni scambi prolungati il fiatone e la mancanza di energie si sono fatti sentire. Del resto, i dati ATP ci dicono che pesa solo 68 kg, mentre le statistiche affermano che negli ultimi dieci anni l’unico giocatore di peso inferiore ai 70 kg ad essere entrato in top-10 è stato proprio Goffin. Malgrado l’indiscutibile talento, meglio non rischiare con la matematica.

 Per quanto riguarda il gioco espresso, proprio contro Nadal è venuta alla luce un’evidente carenza: la mancata propensione all’attacco, al gioco a rete. Forse con giocatori meno difensivi come Rafa questa falla non s’è vista, ma contro lo spagnolo si è notata eccome: dopo il colpo d’attacco quasi mai Rublev ha cercato la via della rete, restando sempre fermo sulla sua mattonella. Ok che Rafa ha un passante letale, ma qualche discesa a rete in più forse avrebbe scombinato le carte. Peccato.

Infine, Rublev s’è mostrato psicologicamente vulnerabile. Non è facile affrontare nel centrale un mostro sacro come Nadal, soprattutto se non si hanno nemmeno vent’anni. Però se vuole competere a altissimi livelli, Andrey dovrà cercare quella freddezza che in certi frangenti fa la differenza.

 Per il resto, sembra essere davvero un predestinato. A quei livelli sono i dettagli a far la differenza, a distinguere il campione dal buon giocatore. Se riuscirà ad arginare i suoi difetti e a crescere mentalmente, potrà davvero entrare nell’Olimpo dei più forti. Del resto, il tempo è dalla sua parte.

 

Vika Azarenka e il bivio che la tiene lontana dal Tennis

Vika Azarenka e il bivio che la tiene lontana dal Tennis

Questa edizione in corso degli Us Open verrà sicuramente ricordata per le assenze illustri. Djokovic, Murray, Wawrinka, Nishikori, Raonic sono solo alcuni dei nomi che mancano sul tabellone maschile di Flushing Meadows, tutti colpiti da infortuni che li hanno costretti al forfait. Per fortuna in campo femminile le cose vanno meglio, visto che l’unica assenza di un certo peso è quella più che giustificata di Serena Williams, alle prese con la sua gravidanza. Eppure, scorrendo tra i nomi in tabellone, salta all’occhio anche la mancanza di un’altra celebre tennista, un’ex-numero 1 al mondo seguita da migliaia di fan, che dopo essere sprofondata oltre la duecentesima posizione del ranking stava pian piano risalendo la china, avvicinandosi sempre più al suo abituale livello di gioco. Stiamo parlando proprio di lei, di Vika Azarenka.

Qual è il motivo della sua assenza?

 

Il motivo tocca un tema molto delicato. Lo ha spiegato lei stessa, giorni fa, in un post su Facebook indirizzato a tutti i suoi tifosi:

Tutti i miei incredibili fan e amici che mi hanno sostenuto durante la mia carriera meritano di sapere perché potrei non giocare gli US Open quest’anno. Il giorno in cui mio figlio Leo è nato, a dicembre dello scorso anno, è stato di gran lunga il più bello della mia vita. Ora apprezzo con un’ottica diversa il modo in cui le nuove mamme e i nuovi papà gestiscono le tante responsabilità nel creare una famiglia. Tuttavia, come la maggior parte delle donne che lavorano, malgrado il mio amore incondizionato verso mio figlio, sto affrontando una situazione difficile che potrebbe impedirmi di tornare a lavorare subito. A marzo in Bielorussia, col supporto della mia famiglia, ho iniziato a lavorare con l’obiettivo di ritornare nel circuito per competere ad alto livello a partire dal 31 luglio. Sono stata in grado di tornare presto, a metà giugno a Maiorca, prima di Wimbledon. Poco dopo, il padre di Leo e io ci siamo separati e abbiamo lavorato per risolvere alcune faccende legali. Per come stanno le cose ora, l’unico modo che mi consentirebbe di giocare gli US Open quest’anno è lasciare Leo in California, cosa che non voglio fare. Alternarsi tra l’avere un bambino e una carriera non è facile per nessun genitore, ma è una sfida che voglio affrontare. Sostengo le mamme e i papà che continuano a lavorare, non vorrei mai che nessuno si trovasse nella situazione di dover scegliere tra l’avere un figlio o lavorare. Spero che la situazione si risolva presto in modo da poter tornare a competere. Rimango ottimista sul fatto che nei prossimi giorni io e il padre di Leo possiamo fare dei passi nella giusta direzione per lavorare effettivamente come squadra e arrivare a trovare un accordo che permetta a tutti noi tre di viaggiare e a me di competere, ma – cosa più importante – assicurare a Leo una presenza costante da parte dei suoi genitori“.

Nel parlare di “alcune faccende legali”, la bielorussa si riferisce alla causa tra lei e l’ex-compagno Billy McKeague, giovane promessa di hockey a livello universitario e ora insegnante di golf in un resort delle Hawaii – dove si sono conosciuti -. Le motivazioni della contesa ruotano attorno all’affidamento del piccolo Leo. A quanto pare le fasi iniziali dello scontro giuridico avrebbero dato ragione a McKeague, il che costringerebbe la Azarenka a non poter viaggiare con suo figlio al di fuori dei confini californiani. Al momento del post su Facebook la neomamma era ancora fiduciosa di poter trovare un accordo con l’ex-fidanzato, ma poi il tutto sarebbe sfumato.

Una vicenda tanto contorta quanto spiacevole, di cui si erano viste le prime avvisaglie già i primi di agosto. Infatti, dopo la positiva partecipazione a Wimbledon – in cui era felicemente accompagnata sia dall’ex-partner che dal figlioletto -, ci si aspettava che Vika esplodesse sul cemento americano. Poi però era arrivato il forfait a Stanford, a causa di un misterioso virus. Nel frattempo, erano emerse le prime indiscrezioni sulla separazione con McKeague. In seguito si erano anche aggiunti i ritiri alla Rogers Cup e a Cincinnati, senza una chiara spiegazione.

Le prime notizie sulla battaglia giuridica tra i due sono poi apparse sul quotidiano israeliano Yediot Acharonot. Questo perché la Azarenka, ritrovatasi in una causa legale tanto complessa quanto per lei cruciale, aveva deciso di rivolgersi all’avvocato israeliano Zeev Welner, esperto di fama mondiale in questioni di questo genere. E probabilmente, in terra israeliana, ci sarebbe stata una fuga di notizie, che avrebbe reso la vicenda di dominio pubblico e costretto la bielorussa a intervenire direttamente sui social.

Al momento gli sviluppi della vicenda non sono ancora ben delineati. Nuove sedute giuridiche sono previste tra settembre e ottobre, il che costringerà l’ex-numero 1 al mondo a saltare altri tornei. E’ inoltre trapelato che il legale dell’Azarenka sarebbe pronto a chiedere a McKeague un risarcimento di oltre 10 milioni di dollari.

 E’ davvero un peccato non poter nuovamente ammirare in campo una tennista tanto talentuosa quanto esuberante come Vika. Ma è ancora più triste constatare come un evento tanto felice come la nascita di un figlio si sia tramutato in una guerra giudiziaria senza esclusione di colpi. Una guerra che, più che finalizzata al bene del piccolo Leo, lascia in bocca il sapore della ripicca.

 E stando alle ultime voci di corridoio, sembra proprio che la rottura tra la bielorussa e il suo ex dipendesse dal tennis, con annesso stile di vita nomade. “O il bambino o il tennis”, sarebbe stato questo l’aut aut che avrebbe poi innescato prima la separazione e poi la causa legale.

 Ovviamente, si parla di indiscrezioni e non c’è nulla di confermato. Resta però l’amarezza di una vicenda in cui tutti ne escono sconfitti: il piccolo Leo, la madre, il padre e, sullo sfondo, tutti gli amanti del bel tennis.

Il Match Fixing colpisce anche il Tennis dei Grandi?

Il Match Fixing colpisce anche il Tennis dei Grandi?

Sono state settimane ricche di cambiamenti quelle appena trascorse nel panorama tennistico. Anzitutto, la riconquista della vetta del ranking da parte di Rafa Nadal: il maiorchino, pur faticando parecchio sul cemento nordamericano, ha saputo sfruttare al meglio le assenze dei suoi diretti avversari – Federer, Murray, Djokovic, Wawrinka e molti altri – andando a riprendersi lo scettro che gli mancava da oltre tre anni. A tutto questo si sono aggiunte le convincenti affermazioni di Zverev e Dimitrov: se il primo ha vinto il suo secondo Master 1000, battendo nientemeno che King Roger e avvicinandosi sempre più alla top-5, il secondo ha finalmente espresso tutto il suo potenziale, aggiudicandosi il torneo di Cincinnati in finale contro Kyrgios.

Ma sfortunatamente non solo le buone notizie imperversano nel circuito. Come fosse a scadenza regolare, è tornato l’incubo del match-fixing, una mannaia che ormai da troppi anni falcidia tanto il tennis quanto altri sport. A seguito delle indagini svolte dalla Tennis Integrity Unity da gennaio a giugno sono stati notificati ben 83 avvisi di possibili partite truccate, 53 delle quali concentrate nei mesi di aprile, maggio e giugno. Un numero nettamente inferiore rispetto allo stesso periodo del 2016 – nel quale le segnalazioni erano state 121 -, ma pur sempre un dato allarmante. E se solitamente i match segnalati si svolgono in tornei poco seguiti dal punto di vista mediatico – soprattutto Challengers e Futures –, delle 53 segnalazioni tra aprile e giugno ben quattro riguardano tornei dello Slam (Roland Garros e Wimbledon). Il che rende l’idea di come il fenomeno riesca a farsi strada anche nei tornei più prestigiosi e, teoricamente, più vigilati.

 Un possibile esempio dell’ampliarsi degli orizzonti del match-fixing si sta delineando proprio in questi giorni. Nell’occhio del ciclone ci sono due giocatori tutt’altro che sconosciuti come Alexandr Dolgopolov, talentuoso ucraino numero 63 al mondo, e Thiago Monteiro, brasiliano classe ’94 a ridosso della top-100. Due tennisti noti ma non famosissimi, impegnati nel primo turno del torneo su cemento di Winston Salem lo stesso giorno della finale di Cincinnati.

Come mai questo sospetto di match truccato? Spieghiamo la vicenda. Monteiro è un giocatore tutt’altro che maturo, che non ha mai vinto un match ATP sul cemento e ha costruito la sua carriera sui tornei in terra rossa. Al contrario, malgrado un infortunio all’anca di qualche mese fa, Dolgopolov è in piena ripresa e col cemento ha sempre mostrato un certo feeling. Il che lo rende nettamente favorito sul suo avversario, tant’è che le agenzie di betting danno la sua vittoria a 1.36 contro il 3.28 del brasiliano.

Tutto sembra filare liscio come l’olio, fino a un paio d’ore dall’incontro, quando iniziano movimenti a dir poco sospetti: le puntate su Monteiro cominciano di colpo a crescere, dapprima lentamente, poi sempre più rapidamente. Nel giro di una mezz’ora la quota di Dolgopolov arriva prima a 1.63, poi dopo un’altra oretta tocca 2,37 e continua a salire fino ad arrivare a 3.15: di fatto le quote iniziali si sono ribaltate. Questo flusso anomalo di puntate insospettisce le agenzie, al punto che già dai primi minuti del match in molte decidono di bloccare le scommesse. Ma ormai la frittata è fatta e, neanche a dirlo, Dolgopolov perde malamente l’incontro con un doppio 6-3.

 Volendo dare una spiegazione che non coinvolga il match-fixing, si potrebbe pensare che durante l’allenamento pre-match Dolgopolov abbia accusato un riacutizzarsi del dolore all’anca, cosa che non gli avrebbe permesso di esprimersi al meglio. Sarebbe bastata una semplice fuga di notizie per mobilitare gli scommettitori più esperti, che avrebbero fiutato al volo la grande occasione e puntato su Monteiro.

Ma se si vuole pensare male, non si può che ipotizzare un match falsato fin dall’inizio. Ipotesi supportata anche da alcuni dati interessanti: Dolgopolov non solo ha perso il match, ma lo ha fatto senza ottenere nemmeno una palla break, il che negli ultimi due anni gli era successo in appena due occasioni. Guarda caso contro un giocatore che, in tutta la sua carriera sul cemento, in ogni match ha sempre concesso almeno una palla break.

Va precisato che ancora non sono state aperte indagini su quanto accaduto. Quindi è ancora presto per urlare al match-fixing. Restano comunque gli interrogativi e, finché non verrà fatta chiarezza, non si potrà certo escludere che l’incontro sia stato truccato.

 

Yannick Hanfmann, il laureato

Yannick Hanfmann, il laureato

Il mondo del professionismo è spietato e spesso non perdona. Se perdi il treno giusto poi, difficilmente riesci a risalire e raggiungere quel famigerato sogno di confrontarti con i migliori al mondo. Yannick Hanfmann, smentisce questa teoria e dimostra che con costanza e impegno l’olimpo dei grandi non rimane un’utopia.

Il giovane tedesco, domenica è stato sconfitto in finale da Fabio Fognini (6-4 7-5) al torneo svizzero di Gstaad. Nonostante la sconfitta (che forse aveva messo in preventivo visto la differenza di posizioni in classifica tra i due) ha disputato un ottimo torneo battendo giocatori quotati. A causa della sua bassa posizione in classifica – 170 – è dovuto partire dalle qualificazioni. Dopo averle superate, nel tabellone principale ha sconfitto Bagnis, Lopez, Sousa, e Haase, per poi fermarsi contro Fognini. Con i punti racimolati dalla finale disputata – 150 – farà un bel salto in classifica: da 170 a 117.

Il 25enne, dopo una carriera tra i tornei Futures e Challenger, sembra aver trovato la via maestra che lo conduce tra i Pro del tennis. In carriera a livello Challenger ha conquistato un titolo in Kazakistan, mentre a livello Futures ha vinto 5 titoli, facendo registrate il suo best ranking alla posizione 165. Ora dopo la finale di domenica, tutto sembra prendere una piega diversa.

Il tedesco, dopo aver terminato la scuola, per continuare la sua passione tennistica e proseguire gli studi, ha intrapreso la strada del College, frequentando l’USC (University of Southern California). Un’esperienza stimolante che lui stesso definisce così: “Qui puoi unire un buon livello di uno sport Pro con un buon livello di educazione accademica perciò è una situazione assolutamente vantaggiosa. Non ci sono lati negativi, se non per il fatto di essere sempre impegnato, e quindi di doverti organizzare bene, perché hai tantissime cose da fare”.

Dopo essersi laureato in Relazioni Internazionali, ha deciso di dare il tutto per tutto per entrare tra i Pro del tennis. Pochi lo conoscono e lui, tennisticamente parlando, si presenta così: “Ho un buon servizio e un rovescio molto solido, mentre il mio dritto è rischioso ma potente. Gioco bene a rete ma essendo ancora agli inizi della mia carriera da tennista, ammetto di dover migliorare tutto nel mio gioco”. Le idee chiare le ha e questo può essere sicuramente un ottimo punto di partenza: “Voglio raggiungere il massimo potenziale ed essere felice per lo sforzo profuso quando tornerò a pensarci in futuro. Non so cosa il futuro avrà per me ma ho diversi obiettivi che vorrei realizzare nella mia vita”.

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Gioco. Partita. Incontro. In un mondo perfetto, in cui il coraggio e la dedizione alla causa pagano, questo è il finale adatto per questa storia. Ma si sa, le gioie vere sono rare. Se poi sei un italiano e ti stai giocando la Coppa Davis, si contano sulle punte delle dita. Di una mano. Monca. E di conseguenza non ci sono abbracci, non ci sono festeggiamenti, non si sente il boato del pubblico. C’è invece la voce dell’arbitro che invita a rientrare in campo. Il Forum di Assago trattiene il fiato, mentre il ragazzo con la maglia bianca e le maniche blu cerca invano di muovere il braccio destro. E la smorfia di dolore si sposta dal suo volto a quello dei presenti, prima di arrivare sui teleschermi di mezza Italia, che in un freddo venerdì di dicembre è incollata alla TV da ormai cinque lunghe ore. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati“. Eppure ce l’aveva quasi fatta Andrea, non aveva mollato. E con lui ci avevamo creduto tutti che quella partita sarebbe finita in un’altra maniera. Andrea è Andrea Gaudenzi da Faenza, numero uno del tennis italiano. L’anno è il 1998; Gaudenzi arriva alla finale di Davis di Milano contro la Svezia dopo due mesi di riposo e terapie conservative. Il tendine della spalla gli dà noia da tanto, troppo tempo. E quindi dopo la semifinale di Milwaukee contro gli USA, decide che quell’anno scenderà in campo solamente altre tre volte. Al Forum, sulla amata terra rossa, lo aspettano Norman, Gustafsson e il temibile duo Björkman/Kulti. Sulla carta il doppio è il punto decisivo, è quello il match che assegnerà la Coppa. Gli svedesi sono quotatissimi, ma noi schieriamo Gaudenzi e Nargiso, Andrea e Diego, un’accoppiata che per il tennis italiano degli anni 90 vale più di Lennon e McCartney. Diego però il doppio lo giocherà con Sanguinetti, perdendo il punto che riporta per la settima volta il trofeo a Stoccolma.

La finale di Davis di Gaudenzi dura infatti esattamente cinque ore. Cinque, come gli infiniti set che Andrea e Norman si contendono. Cinque, come le dita di una mano, quella che tiene stretta la racchetta, nonostante il fastidio al tendine faccia sempre più spesso capolino. Lo svedese, va detto, non collabora. È tignoso, recupera ogni pallina, anche quelle che Gaudenzi mette nei punti più reconditi del campo. Ogni punto è una conquista, una fatica erculea. E come è ovvio che sia, i primi due set si risolvono al tie-break. Andrea porta a casa il primo per undici a nove, ma nel secondo non entra proprio in campo. 7-0. Cappotto. È il segnale che qualcosa non va. Il fastidio si sta tramutando in dolore. Conscio di dover combattere anche contro l’orologio, nel terzo set Gaudenzi spinge, forse anche più del dovuto. Gioca in maniera differente, si vede, è più conservativo, ma riesce comunque a indurre spesso e volentieri Norman all’errore. E la tattica paga, 6-4 e avanti così, nonostante la spalla, nonostante le fitte, nonostante tutto. Ma Andrea è un essere umano, e come tale soggetto a dei limiti. Limiti che affiorano in maniera sempre più palese nel quarto set. Lo svedese è un martello, continua imperterrito a rimettere in campo ogni palla. Gaudenzi è stanco, sofferente, recupera a fatica ed è costretto a cedere la partita all’avversario.

L’inizio del quinto set somiglia a un massacro. Norman prende il largo e con due break consecutivi si porta sullo 0-4. L’atmosfera è plumbea, ma il pubblico non molla. Nella difficoltà più totale, le voci del Forum non fanno mai sentire solo Andrea. L’ormai eroica resistenza del faentino merita incoraggiamento, comunque vada a finire il match. Ed è proprio in quel momento, sull’orlo dell’abisso, che in Gaudenzi scatta qualcosa. Quel set non può finire 6-0, non è giusto. Improvvisamente gli impulsi della mente annullano quelli del corpo. Basta dolore, basta fatica. L’adrenalina scorre come una scarica elettrica e regala ad Andrea la linfa di cui ha bisogno. Non può più sbagliare niente, ogni singolo errore è un altro chiodo nella cassa. Lo svedese è disorientato, si difende come può, ma ha capito che la partita si è totalmente rovesciata. Regala tanti punti, ma non abbastanza. Vince un game e va a servire per chiudere. Ma Gaudenzi è una furia, annulla un match-point, si prende il break di prepotenza e si riporta in parità. 5-5. Cinque come i set. Cinque come le dita della mano. Quella mano che regge ancora la racchetta, con l’entusiasmo che sopperisce alla mancanza di energie, mentre tutto il Forum urla e applaude. E urliamo anche anche noi a casa, inchiodati allo schermo da un ragazzo che in qualche maniera sta lanciando il cuore oltre l’ostacolo, che sta lottando su ogni punto come se andasse della sua stessa vita. Serve per il game Andrea, per riportarsi finalmente avanti, dopo un set passato a inseguire. Mette in quella battuta ogni briciolo di forza rimasta, tutta la sofferenza e la fatica raccolte in un urlo che rimbomba in tutto il Forum. Ne esce un missile terra-aria, ma anche se non lo fosse andrebbe comunque a segno. Norman tenta una difesa, ma è totalmente in confusione e stecca la risposta. 6-5. E al grido di Gaudenzi rispondono milioni di persone, che stanno assistendo alla trasformazione in sogno dell’ennesimo incubo sportivo. Applausi, cenni d’intesa, la consapevolezza che lo svedese è alle corde. Una sensazione strana per l’Italia del tennis. Quasi di gioia. Appunto, quasi. Perché Andrea quegli applausi neanche li sente.

Ma nella frazione di secondo in cui è partito quel servizio, lui qualcosa l’ha sentito. Un suono sordo, impercettibile per tutti gli altri, ma che a Gaudenzi è rimbombato tutto dentro. CLACK. È il rumore di un tendine che cede, di un sogno che si infrange, di una resa amara e incontrovertibile. E quell’urlo quasi sovrumano è la sintesi del dolore fisico e soprattutto mentale di un ragazzo che ha dato tutto ciò che aveva, se non di più. E non è bastato. Si siede, quasi inebetito. Prova a muovere il braccio, a ruotare l’articolazione, a cercare di capire se può provarci per un altro game. Ma non riesce neanche a stringere tra le dita un bicchiere di plastica, figuriamoci la racchetta. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati”. Solo capitan Bertolucci sa quanto gli costi dire quelle parole, ma è la cosa giusta da fare. E in effetti, Andrea ci prova. Uno, due, quattro punti subiti. Gioco. 6-6. Alla fine, la comunicazione del giudice di sedia arriva inesorabile. Norman batte Gaudenzi per abbandono. È uno dei tanti piccoli grandi drammi sportivi italiani. Ma la reazione è di orgoglio. Le lacrime amare di Andrea sono anche le nostre, di quelli che erano al Forum, di chi ha sofferto dietro uno schermo e di tutti coloro che anche solo per cinque minuti si sono appassionati al tennis grazie a questo match. Anche la squadra è sotto choc. Il giorno successivo la Svezia vince la Coppa Davis. I nostri non ci si avvicineranno più, neanche per sbaglio. Eppure quel che resta nella memoria collettiva sportiva italiana è quel quinto set. Nel bene o nel male. Dentro quei dodici game c’è la sfortuna che si accanisce contro chi soffre, ma anche e soprattutto la forza eroica di opporsi, seppur vanamente, a un destino che sembra già scritto. Verga avrebbe adorato questa storia, probabilmente l’avrebbe trasformata in un romanzo per il suo Ciclo dei Vinti. Ma non sarebbe stata un’opera Verista. Perché Andrea, in realtà, non può essere un vinto. Quel match Andrea non lo ha perso. Non per noi.

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