Lucas Pouille: la speranza che può rialzare il Tennis francese

Lucas Pouille: la speranza che può rialzare il Tennis francese

Vista la sua età, (24 anni) Lucas Pouille non entra a far parte del gruppo dei giovani talenti, denominato “Nextgen” (in novembre a Milano si esibiranno questi giovani in un torneo esclusivo) ma visto quanto di buono ha racimolato in questo periodo può certamente essere considerato uno dei migliori talenti del circuito Atp.

Qualche settimana fa, dopo essere arrivato ad un passo dalla finale di Montecarlo, si è imposto al torneo di Budapest, dove sulla terra rossa in finale ha sconfitto Bedene 6-3 6-1 portando a due i titoli Atp in carriera (il 25 settembre 2016 vinse a Metz battendo 7-5 6-2 un altro giovane talento, Dominic Thiem). La fiducia del francese può giocare un ruolo importante e dopo la vittoria il torneo ha dichiarato: “Sono molto felice di come ho cominciato la stagione su terra. Questi risultati mi trasmettono grande fiducia per il futuro. È stata una grande settimana e ho avuto la bella sorpresa di trovare qualche francese in mezzo al pubblico. Per i prossimi tornei, il mio obiettivo è essere al 200% delle mie capacità: farò di tutto per essere pronto”. Professionista dal 2012, si è sempre ispirato a due grandi del tennis d’oggi: Roger Federer e Rafael Nadal. “Non ho mai provato a imitare il loro stile di gioco, mentre vorrei essere in grado di copiare il loro atteggiamento e forza mentale”.

Il giovane talento a già a 12 anni cominciò a far intravedere le sue qualità. Venne convocato in un centro periferico della FFT e gli venne affiancato Emmanuel Planque, responsabile dei migliori under 18 francesi. Grazie alle competenze di questa figura esperta e molto conosciuta in Francia, le qualità di Lucas cominciarono a diventare sempre più evidenti. Attualmente occupa il sedicesimo posto nella classifica Atp ma per molti diventerà presto un top-ten. Proprio Thiem disse su di lui: ““Credo che lo vedremo presto tra i top-10”.

Tra i motivi del suo exploit nel 2016 e in questi mesi del 2017, un cambio di preparazione invernale che sembra si sia rivelato determinante: “Lavoro con la FFT da nove anni, e per nove inverni mi sono preparato sempre allo stesso modo, indoor, nel freddo di Parigi. Però la stagione inizia in Australia, dove fa un gran caldo. Volevo allenarmi dove ci fossero temperature ragionevoli, allora sono andato a Dubai. Ho giocato all’aperto, lavorando bene sia in termini di qualità che di quantità, insieme a giocatori importanti come Federer, Murray e Dolgopolov. È stato tutto più facile perché con loro non c’è pressione. Alzarsi alle 8 del mattino e trovare una temperatura intorno ai 20 gradi non ha avuto prezzo”. Oltre alla sua amata Clemence, al suo fianco nei mesi invernali c’era sempre Planque e il suo preparatore fisico Pascal Valentini, figura fondamentale che gli ha permesso di crescere molto dal punto di vista della performance in campo: ““Prendersi un preparatore atletico personale è una scelta costosa, ma l’ho voluto fortemente. E adesso vinco i match sul piano fisico. So che al terzo, o magari al quinto, non mi stancherò e non avrò cali di rendimento. Tutto questo mi ha dato grande fiducia”.

In Francia vorrebbero riavere un francese vincitore di uno Slam. Le giovani promesse Monfils, Simon, Gasquet hanno raggiunto i trent’anni e sembrano aver perso il passo. Molti si augurano che proprio Pouille possa riportare la Francia ai fasti di un tempo, che non trionfa più dai tempi di Noah.

Fabio Fognini e la Sindrome del Dottor Jekyll e Mister Hyde

Fabio Fognini e la Sindrome del Dottor Jekyll e Mister Hyde

Anche stavolta ci siamo cascati. Anche stavolta pensavamo fosse la volta buona per la definitiva consacrazione, e invece siamo stati smentiti. Anche stavolta il nostro Fabio Fognini ha “tradito” la nostra fiducia, dopo l’incredibile match con cui aveva estromesso Andy Murray, numero 1 al mondo.

E’ un vero peccato, ma dobbiamo prenderne atto: il “Fogna” è fuori dal torneo, battuto da un Alexander Zverev in ottimo stato, ormai diventato una certezza nel circuito. Ma al di là della sconfitta – un doppio 6-3 che non lascia spazio a molti alibi -, è stato come al solito l’atteggiamento del ligure a far storcere il naso. Non solo è mancata la cattiveria agonistica, messa in mostra più volte contro Murray, ma sono emersi il nervosismo e la tensione,  poi scaturiti nelle più classiche delle fogninate: un paio di racchette lanciate a terra, un calcio dato alla sedia di un giudice di linea, uno smash –sbagliato – tirato addosso al suo avversario, con tanto di fischi da parte del pubblico.

E poi, last but non least, il suo comportamento nei confronti del giudice di sedia. Secondo set, Fognini è già sotto di un break con ha una chance di contro-break, ma sulla prima di servizio chiamata out da un giudice di linea interviene Lahyani, affermando che la palla è buona e che Zverev deve ripetere la prima. Non l’avesse mai fatto: Fognini inizia il suo show, dando a Lahyani del quaquaraqua, del pagliaccio e, a fine match, del “fottuto arrogante”. Un atteggiamento inqualificabile e, per giunta, totalmente immotivato, visto che la chiamata era corretta, come ha poi dimostrato anche hawk eye.

Il “Fogna” ha continuato con le lamentele anche nel post-gara: se da un lato ha fatto i complimenti a Sasha, definendolo un “futuro numero 1”, dall’altro si è scagliato contro gli organizzatori del torneo, rei di avergli imposto di giocare a mezzogiorno – orario in cui le condizioni del campo gli erano sfavorevoli -, senza ascoltare le sue richieste.

Dispiace davvero che il torneo del sanremese sia finito in questo modo, tra polemiche e frasi al vetriolo. Un finale che ha letteralmente oscurato quanto visto di buono nel match contro Murray. Perché, sebbene lo scozzese da mesi non sia in forma smagliante, Fabio aveva giocato un tennis splendido, mettendo in mostra tutto il suo infinito repertorio.

Ma del resto, non è la prima volta nella sua carriera che Fognini riesce in grandi imprese, per poi sciogliersi sul più bello, magari con giocatori non irresistibili. Basti pensare alla semifinale del Rio Open 2015, quando batté Nadal recuperando un set di svantaggio, per poi venir surclassato da Ferrer in finale. Oppure all’ottavo di finale degli US Open 2015, quando divenne l’unico tennista ad aver sconfitto Nadal dopo aver perso i primi due set: in quel match raggiunse un livello di gioco mostruoso, che poi però scomparve all’improvviso nell’incontro successivo, con un tutt’altro che invincibile Feliciano Lopez che ne approfittò vincendo in 3 set.

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Ma tralasciando queste occasioni mancate, è difficile inquadrare l’altalenante carriera del “Fogna”.  E probabilmente le difficoltà vengono accentuate a causa di un modus tifandi” tutto italiano. Perché va detto, dopo la strepitosa vittoria contro Murray, in molti non avevano fatto altro che incensare Fognini, rasentando l’idolatria e innalzandolo a papabile top-5 al mondo. Al contrario, dopo la deludente sconfitta contro Zverev, “dagli all’untore”:  tutt’a un tratto Fabio è diventato un giocatore mediocre, scarso, vergognoso. Il suo atteggiamento borioso e riprovevole certo non ha aiutato nei giudizi, ma bisognerebbe sempre saper distinguere il tennista dalla persona, almeno quando si parla puramente di tennis giocato.

La verità è che la sconfitta con Zverev andava messa in conto. Non solo perché lo dice il ranking mondiale, ma anche perché il teutonico, malgrado la giovane età, non è l’ultimo dei fessi e sta vivendo un gran momento di crescita. Ma, contro ogni logica, dopo la vittoria con Murray non si è fatto che osannare il ligure – già di per sé incline a pavoneggiarsi –  e a ingigantire il suo status. Il che ha poi causato una repentina crescita di aspettative, con un conseguente aumento di pressione sulle spalle, di nervosismo, che hanno poi provocato l’inevitabile capitombolo. E le successive critiche.

Critiche che, però, andrebbero quantomeno ridimensionate. Perché se sul comportamento del “Fogna” non si può far altro che condannarlo, sul suo gioco pieno di blackout e sulla sua incostanza è davvero inutile continuare a tartassarlo. Perché aspettarsi da lui una maturità da top10 al mondo? Perché chiedergli quel definitivo salto di qualità che non ha mai dimostrato tra le sue corde? Fabio Fognini è questo, che ci piaccia o no. Un giocatore forte, divertente in campo, ma con dei limiti evidenti che vanno accettati. Ora come ora, sulla soglia dei trent’anni, è difficile che cambi.

Anche se una minima speranza c’è, in ciò che Fognini stesso ha definito “il trofeo più importante”. Quel figlio che è appena nato che lo ha reso genitore insieme alla sua amata Flavia Pennetta. E chissà che forse, con un bebè in braccio, Fabio non raggiunga la giusta maturità.

Il Tennis cambia le regole: la rivoluzione per lo Spettacolo che rovina il Gioco

Il Tennis cambia le regole: la rivoluzione per lo Spettacolo che rovina il Gioco

Tutto potevamo pensare qualche anno fa quando, con gli amici della Lega Tennis Uisp sperimentammo nuove formule per gli incontri di tennis amatoriale, di leggere -ieri- che nei prossimi 5 anni si sperimenteranno dei cambiamenti nel circuito professionistico e che uno di questi sia una cosa che applicammo noi per primi al nostro tennis.

Quello che ci spinse a sperimentare fu la necessità di differenziare il nostro tennis da quello federale e di adattarlo alle nostre esigenze. Leggere oggi che si sperimenterà un nuovo formato con partite al meglio dei 5 set ai 4 game, con Tie break sul 3 pari e eliminazione della regola del vantaggio con un solo punto per aggiudicare il game, mi fa riflettere… abbiamo sbagliato noi o stanno sbagliando loro?

Noi accorciammo i set ai 4 game per accorciare i tempi delle partite con lo scopo di renderle meno faticose e poter giocare più partite su un campo, inoltre si poteva così ottimizzare anche l’aspetto economico legato all’organizzazione del torneo.
Per la stessa ragione ci inventammo la soppressione della regola dei vantaggi, il killer point, per intenderci.
L’Atp oggi dice che, giocando con la nuova formula, il numero di games minimo per vincere una partita rimane lo stesso (12) e quindi la struttura dell’incontro non cambia. Il killer point aumenterà lo spettacolo riducendo i tempi, così come il rispetto tassativo della regola dei 25 secondi tra un punto e l’altro.Accorciare il tempo, risparmiare il tempo, per rendere interessanti tutti gli attimi e, se poi non fosse interessante, se ti trovi oltre le prime due file vicino al campo ti puoi alzare e andartene anche durante il gioco.

E questo sarebbe ancora tennis?

Ricordo come fosse ieri il primo pantaloncino colorato che acquistai quando fu permesso di poter usare abbigliamento colorato e ricordo quanto stupore provocò.
“Il mondo cambia e il tennis si deve adattare” ha dichiarato il dirigente dell’ATP per giustificare questa opera di destrutturazione totale di uno sport che è rimasto, fortunatamente, per decine e decine di anni sempre uguale.
E se fosse che il mondo sta cambiando in una direzione sbagliata?
Ma voi pensate che Wimbledon accetterà questi cambiamenti? Prevedo qualcosa di simile alla Brexit, ma non solo limitata al mondo britannico che gelosamente cerca di tutelare lo spirito del gioco. Sarà un movimento mondiale che si opporrà.
Altre innovazioni saranno che si potrà chiedere un solo intervento del medico e che il giocatore potrà comunicare con un auricolare con il suo coach, cosa che già accade da tempo nel circuito femminile.
Le innovazioni saranno sperimentate e dovranno avere l’approvazione dei giocatori oltre che degli organizzatori dei tornei, degli sponsor e dei media oltre che del pubblico.

Purtroppo visto che è proprio l’Atp, associazione tennisti professionisti, che ha proposto le nuove regole penso che i giocatori, schiacciati sulle imposizioni del business, accetteranno il nuovo.
Speriamo che gli amanti del tennis si ribellino per tutelare lo spirito del gioco. Speriamo che prevalga il buonsenso e che quelli, che ancora quando entrano in un campo centrale lo fanno in punta di piedi, prevalgano e siano la maggioranza.

Fed Cup, il grottesco spettacolo (scuse comprese) di Ilie Nastase

Fed Cup, il grottesco spettacolo (scuse comprese) di Ilie Nastase

La scorsa settimana due sono stati gli avvenimenti più importanti del Tennis mondiale. Da un lato le fasi finali del Master 1000 di Montecarlo – in cui si è imposto l’intramontabile Nadal, per la decima volta in carriera -, dall’altro le semifinali di Fed Cup, che vedevano opposte la Svizzera contro la Bielorussia e gli Stati Uniti contro la Repubblica Ceca. Eppure, una buona fetta dell’attenzione dei media non ha potuto non focalizzarsi su Costanza, in Romania, dove si teneva lo spareggio per il World Group II tra Gran Bretagna e Romania. Uno spareggio che, mediaticamente parlando, non sembrava avesse molto da raccontare. E il motivo di questo interesse ha un nome e cognome: Ilie Nastase.

Classe 1946, vincitore di uno US Open e di un Roland Garros nonché ex numero uno al mondo, Nastase è il capitano della squadra romena di Fed Cup. Una figura importante all’interno della federazione romena, nonché idolo indiscusso in patria. Eppure il suo status non gli ha impedito di rendersi protagonista di una serie di uscite davvero infelici, al limite del grottesco.  

Tutto ha avuto inizio il venerdì, durante una conferenza stampa. Un giornalista ha chiesto alla Halep un commento sull’inaspettata gravidanza di Serena Williams, quando Nastase si è rivolto in rumeno ad alcuni membri del suo entourage, pensando di non essere ascoltato, e ha chiesto: “Vedremo che colore avrà, cioccolato con latte?” Una battuta di cattivissimo gusto, dal quale trapelava non solo un razzismo nemmeno troppo velato, ma anche dei dubbi sulla paternità del bambino. Dubbi privi di fondatezza, visto che la Williams è da tempo fidanzata stabilmente con Alexis Ohanian, cofondatore di Reddit.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg, è in campo che Nastase ha dato il peggio di sé. Il sabato si sfidavano la Konta la Cirstea, il punteggio vedeva la britannica avanti 6-2 1-2. Visto il momento critico della giocatrice di casa, il pubblico ha creato una bolgia all’interno del palazzetto, provocando le lamentele del team britannico. E proprio in questo frangente Nastase ha perso le staffe, inveendo contro la Konta e la Keothavong, capitano della Gran Bretagna. “Sei una pu*****!”, le parole urlate addosso alla tennista, per poi rivolgersi alla Keothavong: “Qual è il tuo ca*** di problema?”.

 A quel punto è intervenuto il giudice di sedia, che ha costretto Nastase a lasciare il campo. La Konta, sconvolta da quanto accaduto, ha abbandonato a sua volta il campo per qualche minuto, la qual cosa ha mandato su tutte le furie la Cirstea, che trovava immotivato il suo allontanamento dal campo – per il quale in effetti l’arbitro non aveva dato l’ok -. Un parapiglia ingestibile, che ha reso incandescente il palazzetto. 

 E ovviamente le polemiche sono continuate anche a match finito – vinto in 2 set dalla Konta, per la cronaca – . La Cirstea ha manifestato tutta la sua rabbia, dichiarando che più volte nella sua carriera le sono state rivolti in campo insulti ben più gravi, eppure mai si è permessa di andarsene negli spogliatoi come ha fatto la britannica. La Konta e la Keothavong hanno invece duramente condannato l’atteggiamento deplorevole di Nastase. Soprattutto la Konta ha giustificato il suo comportamento spiegando che il pubblico, aizzato dal capitano romeno, aveva iniziato ad insultarla duramente, creando in lei una sorta di shock: non sarebbe riuscita a restare in campo con tutte quelle urla offensive nelle orecchie.

Nel tentativo di smorzare i toni è intervenuta anche Simona Halep.  La numero 1 di Romania ha provato a difendere il suo capitano – che lei stessa aveva caldamente voluto nel team romeno -, condannando sì il suo linguaggio, ma spiegando che il tutto era dovuto all’euforia del momento e al suo carattere esuberante. Al contrario, ci è andato giù pesante Dave Haggerty, presidente dell’ ITF: non solo ha stigmatizzato il modus operandi di Nastase e gli ha vietato di presiedere ai match di domenica, ma ha anche aperto un’indagine nei suoi confronti.

Ma ovviamente chi non poteva non intervenire se non lui, l’artefice di tutto? Nastase in un primo momento non ha affatto cercato di scusarsi, tutt’altro: “Non ho rimpianti e possono anche spedirmi in galera, non me ne frega. Tentavo solo di agire nell’interesse della mia giocatrice. L’inglese è uscita dal campo senza neanche chiedere il permesso e ammetto che l’ho chiamata pu***** in quell’istante. Continuava a voler calmare il pubblico, ma non siamo a teatro. Questo è un gioco. Questa gente vuole rendere un match di tennis un film silenzioso.Ha poi continuato: “Non me ne frega un ca*** se mi multano o non mi permettono fare più il capitano. Ho 70 anni e nemmeno mi pagano per essere il capitano della squadra. Vi ricordo che sono stato un numero uno, se togliete fuori un numero uno, questo non è positivo per il tennis.”.

 Inutile dire che, malgrado tutte le giustificazioni e le spiegazioni del caso, quella dell’ex-tennista romeno è stata una brutta figuraccia. Nella sua veste di istrione che ammanta le folle, Nastase voleva attirare l’attenzione del suo pubblico, rendersi protagonista come negli anni d’oro. Peccato che il suo spettacolo si è trasformato in una scena patetica, pregna di odio, misoginia e razzismo. Una scena che ha contribuito ad adombrare la sua figura di vecchia gloria del tennis, che malgrado il talento cristallino non ha mai brillato di luce propria, a causa di un comportamento troppo spesso sopra le righe.

Per ultima non ha potuto fare a meno di commentare anche un’altra diretta interessata, Serena Williams: “È avvilente vivere in una società dove persone come Ilie Nastase possano fare commenti razzisti verso me stesso e mio figlio non ancora nato, e commenti sessisti verso le mie colleghe.  Ma né questo né nient’altro mi proibirà di continuare a mettere amore, luce e positività in tutto quello che faccio. Continuerò a fare da portabandiera e a prendere posizione per ciò che è giusto.”

Nei giorni scorsi Nastase ha provato a mettere una pezza, scusandosi (o meglio giustificandosi) per le sue parole: “Mi è stato chiesto quale opinione avessi sul fatto che Serena fosse incinta. È stato lì che ho scoperto che era incinta e la mia reazione è stata spontanea. La Williams è una delle giocatrici più forti di sempre e so quanto abbia lavorato per ottenere quei risultati. Non è che stia cercando di difendere le mie parole, ma vi assicuro che dietro di esse ci sia il desiderio di difendere gli interessi del team e del tennis rumeno”. Parole di circostanza che non hanno convinto l’opinione pubblica.

Ed è proprio questa la differenza tra una persona di classe – campionessa o meno che sia – e un ex campione corroso dall’odio sta tutta qui.

David Goffin: ad un passo dai grandi, con un fisico “normale”

David Goffin: ad un passo dai grandi, con un fisico “normale”

Nel tennis dei giganti, dove il fisico gioca un ruolo pressoché determinante nella sfida al più forte, c’è spazio anche per qualche normodotato, che con le sue caratteristiche si può definire una voce fuori dal coro. Lui è David Goffin, belga 26enne che torneo dopo torneo sta dimostrando che il fisico non è la sola forza dei tennisti di vertice.

Il numero uno belga,180 cm per 69 kg, da un paio di settimane, grazie al suo tennis solido e reattivo, è entrato tra i top 10 ed è il primo tennista sotto i 70 kg ad entrare nei primi dieci del mondo negli ultimi dieci anni. Un record che certamente non risulta determinante ma arricchisce il palcoscenico tennistico con un giocatore a cui non basta sganciare bombe con servizi e dritti, ma che ha bisogno di sfruttare altre caratteristiche e che necessita di una costruzione del punto ben organizzata e precisa. Goffin con tenacia e rapidità ha la capacità di rendere le cose difficili anche ai grandissimi. Al recente torneo di Montecarlo, partita dopo partita, si avviava ad essere lui il favorito. Dopo l’uscita di Djokovic e Murray, oltre a Nadal l’altro candidato al successo era proprio lui. Ha dovuto arrendersi in semifinale allo spagnolo, che in finale ha sconfitto l’altra sorpresa del torneo, Ramos.

Il belga è riuscito a dare solidità al suo tennis e a capire quali sono le armi che maggiormente deve sfruttare per impensierire chiunque. I risultati sono sotto gli occhi di tutti ma un aspetto che sicuramente dovrà migliorare sono conquista delle finali. Per ora ha vinto solo due titoli (2014) e perso ben sei finali. Dopo averne perse una nel 2014 contro Federer, due nel 2015 contro Mahut e Thiem, una nel 2016 contro Kyrgios, nel 2017 sono già due i trofei che si è fatto sfilare di mano. Il 12 febbraio a Sofia, ha ceduto a Dimitrov 7-5 6-4 mentre al torneo successivo sul cemento di Rotterdam ha avuto la peggio contro Tsonga per 6-4 4-6 1-6. Il suo coach Van Cleemput, nonostante questa poca costanza nei match clou, è ottimista: “Può puntare alto, ma non deve commettere l’errore di volere tutto e subito”. Il giovane belga è soddisfatto di questi mesi e proprio per questo non vuole smettere di migliorare il suo tennis:Il salto di qualità è dovuto all’ottimo lavoro svolto durante la preparazione invernale. Ho lavorato duro sia dentro che fuori dal campo, focalizzandomi sul servizio e sul perfezionamento delle volée. Ma voglio continuare a migliorare: il mio scopo è essere ancora più aggressivo con il servizio e con il dritto”. Un lavoro maniacale che dovrà renderlo capace di sostenere la pressione dei match “pesanti”. In carriera vanta “solamente” cinque vittorie contro i top 10 e zero contro i fab four e per rimanere al vertice dovrà sicuramente invertire questa tendenza.

Per compiere un’ulteriore salto ed entrare nell’olimpo dei grandi, non dovrà lasciare nulla al caso.

Tennis Pro, un osservatorio democratico contro lo strapotere della Federazione

Tennis Pro, un osservatorio democratico contro lo strapotere della Federazione

Nasce TENNIS PRO, dove PRO sta per professionalità, propositività e progettualità

Cosa muove un personaggio del tennis, che dal tennis ha avuto tanto e tanto ha dato, a pensare di “costruire” qualcosa che nel tennis mai è stato realizzato?

Massimo D’Adamo: maestro di tennis, direttore tecnico del Foro Italico e del Centro Nazionale di Riano, coach internazionale, formatore di giocatori di Coppa Davis italiani e allenatore di tennisti e tenniste del Giappone, giornalista pubblicista iscritto all’albo, opinionista sulla rivista Tennis Match, telecronista del network Stream per il torneo di Wimbledon, ideatore della metodologia TiP (Tennis in Progress), manager per aziende del settore, organizzatore di grandi eventi sportivi nazionali e internazionali, direttore del Trofeo UNINDUSTRIA ed infine scrittore con i 2 libri “IN VIA DELL’IDROSCALO”, pubblicato nel 2013, e “VAGABONDO PER MESTIERE”, pubblicato nel 2016.

Caro Massimo, parlami di questa nuova sfida. Di cosa si tratta?

Di un movimento di opinione che vuole dibattere del  variegato mondo del tennis. Una corrente di pensiero aperta a chi vuol fare cultura sportiva e critica costruttiva circa l’andamento tennistico nel nostro Paese. Un movimento che vuole essere un balzo in avanti rispetto alle vecchie dinamiche gestionali di questo sport.

Cosa farà, di cosa si interesserà?

Il movimento apre una finestra su aspetti positivi e negativi del tennis ponendoli a pubblica discussione e canalizzando le opinioni verso una serie di punti condivisi.

Da chi è composto?

Da operatori del settore, tecnici, giocatori, dirigenti, manager, giornalisti, scrittori e chiunque altro voglia dare un contributo al miglioramento tecnico culturale e organizzativo di questo sport.

Come interagisce con le Istituzioni? Caro Massimo, sarà possibile interagire con la Federazione Tennis?

Il movimento si offre al CONI e Federazione Italiana Tennis come osservatorio per esaminare aspetti da correggere o da migliorare con professionalità, progettualità e con atteggiamento propositivo alla  luce di una dialettica lontana da piccole rivalse e spicciole lamentele.

Argomenti di discussione?

Intanto chiedere alla Federazione un passo indietro rispetto al ruolo invasivo che la rende concorrenziale alle stesse società sportive che la eleggono. Una posizione dominante che si scontra con i più elementari princìpi Costituzionali. Subito dopo la necessità di adottare regole condivise e non calate dall’alto e imposte con il braccio armato della giustizia sportiva. Quindi, riportare le società sportive al centro della vita tennistica in quanto componenti formative della FIT e non viceversa. Rivedere inoltre tasse federali divenute in molti casi insostenibili. Alla luce della più ampia democrazia, consentire a insegnanti e società sportive la libera collaborazione con Enti di Promozione Sportiva. Riequilibrare il rapporto tra dirigenti e tecnici uscendo dalla sudditanza che da sempre ha posto i primi in uno stato di supremazia rispetto ai secondi. Chiedere la revisione dello statuto federale a favore di regole più democratiche, soprattutto al paragrafo relativo alla candidatura presidenziale appellandosi al Principio Costituzionale delle Pari Opportunità. Fare un codice deontologico della categoria degli insegnanti e dei dirigenti.

Dunque cosa dobbiamo aspettarci da questa iniziativa?

Dobbiamo aspettarci una fucina di idee a disposizione del tennis, dettate da una certa cultura sportiva e una buona onestà intellettuale.

Grazie, Massimo D’Adamo e in bocca al lupo.

Quindi TENNIS PRO, dove PRO sta per professionalità, propositività e progettualità e la sfida sarà su tematiche concrete che si avvarranno dell’enorme esperienza di gente di “campo”, di gente che ha “vissuto” il tennis, di gente che ha un enorme “amore” per il tennis.

 

 

Internazionali d’Italia: Federer, Schiavone e le solite polemiche

Internazionali d’Italia: Federer, Schiavone e le solite polemiche

Manca ancora un mesetto all’apertura dei battenti degli Internazionali BNL d’Italia, eppure sono già cominciate le immancabili polemiche. Il primo a dare inizio alle danze è stato nientemeno che Angelo Binaghi, presidente della FIT e esponente di spicco del torneo romano, che in un’intervista se ne è uscito con dichiarazioni a dir poco infelici su Roger Federer. Alle domande sull’assenza a Roma del campione elvetico ha infatti risposto visibilmente scocciato, con frasi al veleno: “Guardate, state parlando con uno che è sempre stato un grande tifoso di Rafa Nadal. Dopotutto Federer non ha neanche mai vinto qui e non credo che abbia dei bei ricordi, considerando che avrebbe dovuto vincere almeno due volte”.

Il presidente della FIT ha poi continuato affermando che un torneo prestigioso come gli Internazionali sia ben più forte delle assenze dei campioni. Per farla breve, la presenza di una star come Federer sarebbe quasi irrilevante, perché con o senza di lui gli spalti si riempirebbero comunque.

Le parole di Binaghi hanno ovviamente scatenato un putiferio mediatico: in primo luogo, il tentativo di minimizzare l’assenza di Roger è apparso ridicolo, perché, per quanto possa crescere il numero di spettatori, la mancanza in tabellone di un big del calibro di Federer si fa comunque sentire. Ma soprattutto, a far strabuzzare gli occhi è stata la stramba reazione di Binaghi: il voler sottolineare le cocenti sconfitte di Roger al Foro, schierandosi apertamente dalla parte del suo storico rivale, è sembrata più una ripicca di un bambino frignante e imbronciato, che non la distaccata analisi di un’importante figura istituzionale. E se a dare forfait fosse stato Rafa, cos’avrebbe fatto? Si sarebbe detto da sempre tifoso di Roger?

Inoltre, Binaghi ha forse dimenticato il sentimento di venerazione che il pubblico romano prova nei confronti di Federer. Basti pensare allo scorso anno, quando vennero in oltre cinquemila ad assistere ad un allenamento serale di Roger sul centrale. In cinquemila per un semplice allenamento, qualcosa mai visto prima d’ora.

E per fortuna il rapporto tra i tifosi romani e King Roger non verrà messo a repentaglio dalle spiacevoli dichiarazioni di Binaghi, visto che un mesetto fa l’elvetico ha scelto Roma tra le migliori città ospitanti tornei Master 1000. Infatti, se Indian Wells e Shanghai sono per lui i Master organizzati nel modo migliore, Roma è il più accogliente e confortevole. Un valido motivo per credere che Roger tornerà quanto prima al Foro.

Neanche il tempo di dimenticare le polemiche innescate dalle esternazioni di Binaghi, ed ecco un nuovo polverone mediatico. Stavolta il casus belli riguarda il trattamento ricevuto da Francesca Schiavone da parte degli organizzatori degli Internazionali. La tennista milanese, sulla soglia dei trentasette anni e all’ultimo anno di carriera, non ha ricevuto una wild-card per accedere né al tabellone principale né alle qualificazioni. Malgrado il desiderio della Leonessa di salutare per l’ultima volta il pubblico romano, gli organizzatori sono stati irremovibili. Motivo? Lo si deduce dalle parole di Sergio Palmieri, direttore del torneo: “Le abbiamo dato wild card sempre, adesso ha trentasei anni ed è ora di lasciar giocare un po’ le giovani”.

E, sinceramente, potrebbe sembrare più che condivisibile: è giusto dare spazio alle nuove leve. Ma poi, andando a vedere le due wild card assegnate nel tabellone principale, oltre a Sara Errani compare un nome: Maria Sharapova. Una tennista trentenne che torna dopo una squalifica per doping. Perché al suo posto non c’è un giovane prospetto italiano?

Ovviamente la risposta sta nello show-business. E’ inutile girarci intorno, da un punto di vista mediatico una star del calibro della Sharapova è ben più appetibile di tenniste alle prime armi o di una vecchia gloria ormai decaduta. Gli sponsor, il merchandising, i diritti TV rendono la sua presenza irrinunciabile, soprattutto dopo la sua lunga assenza dal circuito. Però, è necessario un briciolo di onestà intellettuale: la Schiavone viene sacrificata non per le giovani promesse italiane, ma solo per le logiche del mercato. Il che, per quanto comprensibile, è un po’ triste.

Tra l’altro, la milanese avrebbe rischiato anche di non essere ammessa nel tabellone del Roland Garros. Infatti, malgrado il suo status di ex-campionessa del torneo, anche in questo caso non era prevista per lei nessuna wild card – a differenza della Sharapova, ovviamente -. Il suo potere manageriale non contava praticamente nulla. Eppure, la Leonessa ha ovviato al problema a modo suo: con un ruggito. Malgrado l’età e la posizione 168 del ranking, Francesca ha conquistato il titolo nel torneo di Bogotà, battendo tenniste ben più quotate come la Bertens, la Larsson e la Arruabarrena. In questo modo ha scalato ben 64 posizioni nel ranking, diventando la 104 al mondo e accedendo così nel main draw del French Open. Il tutto, ironia della sorte, giocando a Bogotà con una wild card.

Tornando al Foro Italico, per poter giocare la Schiavone dovrebbe prendere parte alle pre-qualificazioni. Il che è altamente improbabile, anche stando a quanto detto da Palmieri. Un vero peccato non poter assistere all’ultimo giro di valzer della Leonessa in territorio nostrano. Così come è un vero peccato che un torneo come quello romano – tra i migliori 6-7 al mondo – venga coinvolto in dibattiti di questo tipo. Prima le assurde parole contro Federer, quasi a fargli un dispetto, poi le porte sbarrate alla Schiavone dietro motivazioni tutt’altro che veritiere. E’ spiacevole ammetterlo, ma perché un torneo raggiunga livelli di eccellenza non basta vendere tutti i biglietti o accaparrarsi gli sponsor migliori. Non basta nemmeno una capacità organizzativa perfetta. Serve anche un tocco di classe. E, in questo caso, nel torneo romano la classe proprio non s’è vista.

Tennis Foundation: quando la racchetta è strumento di inclusione sociale per tutti

Tennis Foundation: quando la racchetta è strumento di inclusione sociale per tutti

Pochi giorni fa è stato divulgato uno studio della “Tennis Foundation“ britannica che ha fotografato la situazione del tennis per diversamente abili in Gran Bretagna.

La “Tennis Foundation” è un’associazione senza scopo di lucro che ha come obiettivo quello della diffusione del tennis in ogni sua declinazione con una particolare attenzione allo sviluppo dell’attività per i diversamente abili.

Il tennis può essere giocato da chiunque, di qualsiasi estrazione sociale e a seconda delle proprie abilità, età o, addirittura, peso. Il tennis ha una enorme forza e può aiutare chiunque nella propria crescita personale facilitando la realizzazione personale e il raggiungimento del proprio potenziale attraverso lo sport. La disabilità e l’inclusione possono giovarsi positivamente dell’enorme versatilità del tennis che può essere giocato, veramente, ovunque e da chiunque.

Lo studio ha affrontato diversi aspetti avendo come obiettivo specifico quello di comprendere quali benefici la pratica del tennis può avere riguardo la salute fisica e psichica dei praticanti e quali impedimenti e quali possibilità si hanno per poterlo praticare.

Aumento della propria autostima, miglioramento della propria socialità, appartenenza a un gruppo e quindi valido strumento contro l’isolamento sociale, miglioramento notevole della resistenza fisica e notevole aumento della capacità di affrontare lo stress e le frustrazioni.

La “Tennis Foundation” presenta dei programmi che comprendono lo sviluppo del tennis scolastico e universitario, il tennis in carrozzina, il tennis per ipovedenti e quello per chi ha difficoltà intellettive di apprendimento.

Per mia personale esperienza – ho avuto la fortuna di allenare giocatori in carrozzina di livello nazionale e internazionale così come ho lavorato con i pazienti di un Centro di Igiene Mentale e, addirittura, ho avuto l’onore di certificare istruttori di tennis 2 ragazzi “speciali” con la sindrome di Down e il compianto atleta paralimpico in carrozzina Gianni Lanza oltre a altre 2 esperienze di inclusione sociale con il tennis al Carcere Penale di Rebibbia e al Carcere Giovanile di Casal del Marmo – sono convinto che questo tennis sia molto utile anche per chi ci lavora. E’ cambiato il mio approccio al tennis dopo queste esperienze e questo è confermato dall’ultima parte del lavoro del quale stiamo parlando dove gli allenatori dichiarano un’enorme soddisfazione a lavorare col tennis a tutto tondo, un grande divertimento, un miglioramento delle proprie capacità lavorative.

In Italia il tennis per i diversamente abili è stato introdotto e promosso dall’Uisp (Unione Italiana Sport per Tutti) per poi venire, purtroppo, fagocitato dalla Federazione Tennis. Il libro “Tennis e handicap” di Massimo Moschini del 1995 è stato il primo testo che ha affrontato le problematiche dell’insegnamento per le diverse abilità, il livornese Claudio Rigolo e tanti altri sono stati i veri pionieri e questo grazie alla visone sociale e di promozione dell’Uisp che, purtroppo, da quando la Federazione si è “impossessata”, complice il CIP(Comitato Italiano Paralimpico), si è perso con esclusivo obiettivo quello prettamente agonistico.

Sapere che in Gran Bretagna esiste una “Charity” che collabora con la Federazione Tennis con obiettivi di promozione e di crescita e non solo con obiettivi solo agonistici mi rattrista. Non si riesce mai, in questo paese, a collaborare e valorizzare le diverse componenti e le diverse anime sempre pronti a prevaricare gli altri per gestire un potere effimero. Infatti il vero tennis in carrozzina e per i disabili intellettivi si continua a giocare sempre nell’Uisp che grazie alla passione dei suoi operatori continua e continuerà nel solco del valore sociale dello sport.

360Ball: un nuovo sport a tutto tondo

360Ball: un nuovo sport a tutto tondo

Il tennis è uno degli sport più seguiti e amati al mondo, su questo non ci piove. Inventato più di un secolo fa, anno dopo anno è riuscito ad attirare a sé sempre più appassionati, ammaliati da quella pallina gialla che rotola e sfreccia a tutta velocità, colpita da una racchetta che, in alcuni casi, sembra riesca a esprimere pura arte.

Eppure, soprattutto negli ultimi anni, sono venuti alla ribalta anche altri sport che hanno a che fare con racchette e palline . Tralasciando sport come il badminton, il ping-pong e la pallacorda, che hanno origini piuttosto lontane nel tempo, ultimamente si stanno sempre più affermando sport come lo squash, il paddle, il beach tennis. Semplici varianti del tennis? Inutile negarlo. Ma questo non implica che siano sport di serie B. E soprattutto, non significa che non siano molto divertenti.

E tra questi, pian piano si sta facendo strada un altro sport piuttosto singolare, a dir poco adrenalinico: il 360Ball. Basta dargli un’occhiata per capire quanto possa “disorientare”.

Come si può notare dai video, il gioco è piuttosto semplice: i giocatori si trovano in un campo circolare, racchiuso da un vetro, al centro del quale è posizionato un disco anch’esso circolare. L’obiettivo consiste nel colpire la pallina in modo tale che rimbalzi sul disco e poi tocchi terra, oppure nel far sì che gli avversari commettano un errore.

I colpi fondamentali sono solo tre: il “Serve”, ossia il primo lancio con cui il giocatore deve far rimbalzare la pallina sul disco; il “Set”, il colpo con cui l’avversario tocca la pallina dopo che ha sbattuto sul disco, con l’intenzione di passarla al suo compagno; lo “Strike”, ossia il colpo del proprio compagno, con cui si indirizza la pallina sul disco. Da qui, si ha una successione di Set e Strike – entrambi colpi obbligatori – tra le due coppie, finché non viene chiuso il punto. Punto che può durare anche diversi scambi e può costringere i giocatori a girare spasmodicamente attorno al disco per un bel po’.

 Esistono poi delle varianti del tradizionale 360Ball. Invece che in doppio, si può giocare anche in 1vs 1, a patto che il Set non sia altro che un auto-passaggio per lo Strike successivo. Inoltre, il gioco può essere ulteriormente semplificato escludendo il vetro esterno. In questo modo sono sufficienti delle racchette e un disco al centro e si può così giocare ovunque: su un prato, sulla terra battuta, sulla sabbia.

 Del resto, il gioco è stato inventato proprio in una versione molto semplificata. Tutto ha avuto inizio a Knysna, in Sudafrica, dove i fratelli Mark e John Collins erano soliti lanciarsi delle strambe sfide nel cortile di casa. Tra queste, si inventarono questo gioco singolare, usando delle racchette alla buona e un basso disco di legno. E da lì, l’idea: perché non farlo diventare un vero e proprio sport?

Va detto che, visto così, il 360Ball sembra più un semplice gioco che uno sport competitivo. Eppure, nel giro di pochi anni sono cresciuti a dismisura gli appassionati del 360Ball, tant’è che nel 2011 i suoi inventori hanno ricevuto un importante riconoscimento ai Brand New Awards, in Germania. E ultimamente sta prendendo piede in Sudafrica, Francia, Spagna, al punto che sono stati organizzati alcuni piccoli tornei in giro per l’Europa. Nulla di clamoroso, ma è già un inizio.

 Il 360Ball resterà nell’anonimato o, piano piano, si diffonderà anche in Italia e in giro per il mondo? Difficile rispondere. Però, guardando i video di questo sport, un po’ di curiosità sorge spontanea, insieme alla voglia di provare a giocarci. Forse sembrerà anche banale, ma del resto non sono proprio gli sport più semplici a risultare i più intriganti?

 

Dal Tennis in carcere a quello in carrozzina, parla un maestro: “Allenavo i professionisti ma resto un eretico”

Dal Tennis in carcere a quello in carrozzina, parla un maestro: “Allenavo i professionisti ma resto un eretico”

Oggi parlerò in prima persona o, meglio, oggi mi faccio una bella intervista.

Salve Maestro Ciabocco, possiamo ancora chiamarla Maestro?

Sicuramente sì, ma diamoci del tu altrimenti non riesco a comunicare. Ho un enorme piacere a essere ancora chiamato Maestro anche se oramai sono tanti anni che, purtroppo, non insegno più.

Senti Andrea, allora, ti manca il tennis?

Accidenti, mi manca eccome! Mi manca il contatto con i ragazzi, mi manca la terra rossa sui calzini, mi mancano le infinite chiacchierate sul futuro…In realtà con i miei ragazzi, con molti di loro, sono rimasto in contatto. Sono oramai adulti, sposati, hanno figli che giocano a loro volta a tennis o che fanno comunque sport e con diversi di loro mi confronto per avere io, oggi, consigli su miei progetti odierni che non hanno nulla a che vedere col tennis ma che possono giovarsi delle loro competenze che spaziano dal giornalismo alla psicologia. Continuo attraverso la televisione e i social a tenermi aggiornato e tra poco uscirà un libro sulla storia dei miei ragazzi del Mellano senza tralasciare anche l’esperienza della Madonnetta.

Ma è vero che alla Madonnetta c’erano i campetti per il minitennis?

Prima ancora dei campi in terra rossa abbiamo costruito una piastra in asfalto con 8 campetti da minitennis di diversi colori e di 2 diverse grandezze. Lo spazio ideale per l’apprendimento giocoso del tennis e ottimo anche per abbattere i costi poiché un bravo maestro, e penso di esserlo stato, riusciva a tenere da solo 16 bimbi. A ognuno lo spazio e l’attrezzo, racchetta e palla, giusto per le proprie capacità. Avevamo una casetta magica nella quale c’erano le manone, dagli USA, le racchette di plastica, dalla Francia, e poi racchettine di tutte le grandezze e palle da tennis depressurizzate ma anche in gomma piuma sia piccole che grandi come un pallone di calcio.

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Una meraviglia, immagino, che sarà stata presa ad esempio, spero?

Che io sappia proprio no. Sono venuti diversi tecnici federali a vederli ma poi, in concreto, non credo che mai nessuno abbia fatto qualcosa di simile. Per varie ragioni oggi non ci sono più ma sono rimasti immortalati da centinai di foto e hanno contribuito ad appassionare decine e decine di bimbi.

Quali esperienze professionali, tra le svariate di tutti i tuoi anni di insegnamento, ti hanno particolarmente segnato?

Ho avuto la fortuna di lavorare a livello agonistico e anche con molte soddisfazioni però le esperienze vere, di vita, le ho fatte con un altro tennis. Se dovessi fare una classifica al primo posto i bimbi, poi i corsi adulti per arrivare alle mie esperienze “diverse” ossia il tennis al Carcere Penale di Rebibbia e al Carcere Giovanile di Casal del Marmo  e con il tennis in carrozzina e con i tennisti con diversa abilità intellettiva.

Hai quindi insegnato veramente a tutti!

Il tennis, lo sport in generale, è vita, relazione con l’altro, con tutti gli altri. Non c’è differenza tra un tennista in carrozzina e uno al campo in cemento di Rebibbia. La relazione è la stessa.

A Rebibbia ho conosciuto persone motivate, attente, che, attraverso lo sport, hanno percorso una strada di riabilitazione sociale. Grande soddisfazione ascoltare Augusto dirmi “grazie per quello che fate per noi, avessi avuto da giovane la possibilità di avvicinarmi allo sport non sarei qui oggi!” e, purtroppo, grande amarezza leggere pochi mesi fa che uno dei “miei” ragazzi, una volta uscito, era ricaduto in un brutto giro e che era stato arrestato di nuovo.

Col tennis in carrozzina ho avuto la fortuna di allenare giocatori di livello mondiale e di lavorarci insieme a mio figlio che, nel tempo, imparando a giocare in carrozzina, mi ha fornito competenze che da “in piedi” è impossibile avere. “esistono gli stronzi in piedi e quelli in carrozzina. Io sono uno stronzo in carrozzina e quindi trattami come tale!” questo mi disse un atleta che trattavo in maniera troppo morbida. Che lezione di vita. “E’ quando mai avrei potuto girare il mondo se non fossi stato in carrozzina a giocare a tennis!” mi disse un altro per spiegarmi quale deve essere l’approccio alla vita prendendo tutto, anche la disabilità, come una enorme opportunità.

E della tua esperienza di formatore?

Ho avuto la fortuna di poter mettere le mie conoscenze a disposizione di chi voleva avvicinarsi all’insegnamento e, sinceramente, credo di aver imparato di più io dai miei aspiranti istruttori di quanto loro possono aver appreso da me. Sono stato aspramente criticato per la mia eccessiva “bontà” a valutare le capacità e le attitudini all’insegnamento di chi arrivava all’esame finale ma credo che la professione di insegnante di tennis non debba essere freddamente irregimentata in regole che non hanno nulla a che vedere con la capacità di insegnare. Ho avuto bellissime esperienze di insegnamento con persone che a malapena sapevano tenere la racchetta in mano e tristissime esperienze con presuntuosi ex giocatori che tutto potevano fare meno che insegnare.

Ho fatto il formatore per la Lega Tennis Nazionale che si è affermata negli anni per aver promosso una alta qualità nell’insegnamento primario avendo come colleghi e amici Alberto Castellani, Erasmo Palma, Giacomo Paleni, Claudio Pistolesi e tanti altri formatori di eccezionale livello. Siamo stati il contraltare alla formazione della Federazione Tennis troppo spesso ferma su vecchi modelli  e poco aperta all’innovazione. Ho partecipato a un processo di liberalizzazione dell’insegnamento contribuendo all’idea che ognuno deve poter essere libero di scegliere e costruire il proprio percorso di formazione. Sono convinto che quello che in Italia servirebbe sarebbe una Associazione Insegnanti di Tennis che dovrebbe riunire sotto un unico tetto tutte le qualifiche esistenti garantendo e certificando i diversi percorsi di formazione e non tante parrocchie dove ognuno pensa di stare in quella più valida. Aggregare e non dividere e per questo servirebbe una maggiore coscienza collettiva. Purtroppo oggi non è cosi e risalta pesantemente la subordinazione dei Maestri Federali alla Federazione in cambio di una presunta tutela e la libera identità degli Istruttori Uisp che lottano per mantenerla. E’ strano che ci sia una maggiore identità come insegnanti negli istruttori di Ente di Promozione Sportiva che in quelli federali.

Come la finiamo questa intervista?

Con un augurio che in futuro il tennis e l’insegnamento del tennis possano essere veramente liberi in un quadro chiaro dove chi vive del tennis possa lavorare serenamente.