Yannick Hanfmann, il laureato

Yannick Hanfmann, il laureato

Il mondo del professionismo è spietato e spesso non perdona. Se perdi il treno giusto poi, difficilmente riesci a risalire e raggiungere quel famigerato sogno di confrontarti con i migliori al mondo. Yannick Hanfmann, smentisce questa teoria e dimostra che con costanza e impegno l’olimpo dei grandi non rimane un’utopia.

Il giovane tedesco, domenica è stato sconfitto in finale da Fabio Fognini (6-4 7-5) al torneo svizzero di Gstaad. Nonostante la sconfitta (che forse aveva messo in preventivo visto la differenza di posizioni in classifica tra i due) ha disputato un ottimo torneo battendo giocatori quotati. A causa della sua bassa posizione in classifica – 170 – è dovuto partire dalle qualificazioni. Dopo averle superate, nel tabellone principale ha sconfitto Bagnis, Lopez, Sousa, e Haase, per poi fermarsi contro Fognini. Con i punti racimolati dalla finale disputata – 150 – farà un bel salto in classifica: da 170 a 117.

Il 25enne, dopo una carriera tra i tornei Futures e Challenger, sembra aver trovato la via maestra che lo conduce tra i Pro del tennis. In carriera a livello Challenger ha conquistato un titolo in Kazakistan, mentre a livello Futures ha vinto 5 titoli, facendo registrate il suo best ranking alla posizione 165. Ora dopo la finale di domenica, tutto sembra prendere una piega diversa.

Il tedesco, dopo aver terminato la scuola, per continuare la sua passione tennistica e proseguire gli studi, ha intrapreso la strada del College, frequentando l’USC (University of Southern California). Un’esperienza stimolante che lui stesso definisce così: “Qui puoi unire un buon livello di uno sport Pro con un buon livello di educazione accademica perciò è una situazione assolutamente vantaggiosa. Non ci sono lati negativi, se non per il fatto di essere sempre impegnato, e quindi di doverti organizzare bene, perché hai tantissime cose da fare”.

Dopo essersi laureato in Relazioni Internazionali, ha deciso di dare il tutto per tutto per entrare tra i Pro del tennis. Pochi lo conoscono e lui, tennisticamente parlando, si presenta così: “Ho un buon servizio e un rovescio molto solido, mentre il mio dritto è rischioso ma potente. Gioco bene a rete ma essendo ancora agli inizi della mia carriera da tennista, ammetto di dover migliorare tutto nel mio gioco”. Le idee chiare le ha e questo può essere sicuramente un ottimo punto di partenza: “Voglio raggiungere il massimo potenziale ed essere felice per lo sforzo profuso quando tornerò a pensarci in futuro. Non so cosa il futuro avrà per me ma ho diversi obiettivi che vorrei realizzare nella mia vita”.

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Gioco. Partita. Incontro. In un mondo perfetto, in cui il coraggio e la dedizione alla causa pagano, questo è il finale adatto per questa storia. Ma si sa, le gioie vere sono rare. Se poi sei un italiano e ti stai giocando la Coppa Davis, si contano sulle punte delle dita. Di una mano. Monca. E di conseguenza non ci sono abbracci, non ci sono festeggiamenti, non si sente il boato del pubblico. C’è invece la voce dell’arbitro che invita a rientrare in campo. Il Forum di Assago trattiene il fiato, mentre il ragazzo con la maglia bianca e le maniche blu cerca invano di muovere il braccio destro. E la smorfia di dolore si sposta dal suo volto a quello dei presenti, prima di arrivare sui teleschermi di mezza Italia, che in un freddo venerdì di dicembre è incollata alla TV da ormai cinque lunghe ore. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati“. Eppure ce l’aveva quasi fatta Andrea, non aveva mollato. E con lui ci avevamo creduto tutti che quella partita sarebbe finita in un’altra maniera. Andrea è Andrea Gaudenzi da Faenza, numero uno del tennis italiano. L’anno è il 1998; Gaudenzi arriva alla finale di Davis di Milano contro la Svezia dopo due mesi di riposo e terapie conservative. Il tendine della spalla gli dà noia da tanto, troppo tempo. E quindi dopo la semifinale di Milwaukee contro gli USA, decide che quell’anno scenderà in campo solamente altre tre volte. Al Forum, sulla amata terra rossa, lo aspettano Norman, Gustafsson e il temibile duo Björkman/Kulti. Sulla carta il doppio è il punto decisivo, è quello il match che assegnerà la Coppa. Gli svedesi sono quotatissimi, ma noi schieriamo Gaudenzi e Nargiso, Andrea e Diego, un’accoppiata che per il tennis italiano degli anni 90 vale più di Lennon e McCartney. Diego però il doppio lo giocherà con Sanguinetti, perdendo il punto che riporta per la settima volta il trofeo a Stoccolma.

La finale di Davis di Gaudenzi dura infatti esattamente cinque ore. Cinque, come gli infiniti set che Andrea e Norman si contendono. Cinque, come le dita di una mano, quella che tiene stretta la racchetta, nonostante il fastidio al tendine faccia sempre più spesso capolino. Lo svedese, va detto, non collabora. È tignoso, recupera ogni pallina, anche quelle che Gaudenzi mette nei punti più reconditi del campo. Ogni punto è una conquista, una fatica erculea. E come è ovvio che sia, i primi due set si risolvono al tie-break. Andrea porta a casa il primo per undici a nove, ma nel secondo non entra proprio in campo. 7-0. Cappotto. È il segnale che qualcosa non va. Il fastidio si sta tramutando in dolore. Conscio di dover combattere anche contro l’orologio, nel terzo set Gaudenzi spinge, forse anche più del dovuto. Gioca in maniera differente, si vede, è più conservativo, ma riesce comunque a indurre spesso e volentieri Norman all’errore. E la tattica paga, 6-4 e avanti così, nonostante la spalla, nonostante le fitte, nonostante tutto. Ma Andrea è un essere umano, e come tale soggetto a dei limiti. Limiti che affiorano in maniera sempre più palese nel quarto set. Lo svedese è un martello, continua imperterrito a rimettere in campo ogni palla. Gaudenzi è stanco, sofferente, recupera a fatica ed è costretto a cedere la partita all’avversario.

L’inizio del quinto set somiglia a un massacro. Norman prende il largo e con due break consecutivi si porta sullo 0-4. L’atmosfera è plumbea, ma il pubblico non molla. Nella difficoltà più totale, le voci del Forum non fanno mai sentire solo Andrea. L’ormai eroica resistenza del faentino merita incoraggiamento, comunque vada a finire il match. Ed è proprio in quel momento, sull’orlo dell’abisso, che in Gaudenzi scatta qualcosa. Quel set non può finire 6-0, non è giusto. Improvvisamente gli impulsi della mente annullano quelli del corpo. Basta dolore, basta fatica. L’adrenalina scorre come una scarica elettrica e regala ad Andrea la linfa di cui ha bisogno. Non può più sbagliare niente, ogni singolo errore è un altro chiodo nella cassa. Lo svedese è disorientato, si difende come può, ma ha capito che la partita si è totalmente rovesciata. Regala tanti punti, ma non abbastanza. Vince un game e va a servire per chiudere. Ma Gaudenzi è una furia, annulla un match-point, si prende il break di prepotenza e si riporta in parità. 5-5. Cinque come i set. Cinque come le dita della mano. Quella mano che regge ancora la racchetta, con l’entusiasmo che sopperisce alla mancanza di energie, mentre tutto il Forum urla e applaude. E urliamo anche anche noi a casa, inchiodati allo schermo da un ragazzo che in qualche maniera sta lanciando il cuore oltre l’ostacolo, che sta lottando su ogni punto come se andasse della sua stessa vita. Serve per il game Andrea, per riportarsi finalmente avanti, dopo un set passato a inseguire. Mette in quella battuta ogni briciolo di forza rimasta, tutta la sofferenza e la fatica raccolte in un urlo che rimbomba in tutto il Forum. Ne esce un missile terra-aria, ma anche se non lo fosse andrebbe comunque a segno. Norman tenta una difesa, ma è totalmente in confusione e stecca la risposta. 6-5. E al grido di Gaudenzi rispondono milioni di persone, che stanno assistendo alla trasformazione in sogno dell’ennesimo incubo sportivo. Applausi, cenni d’intesa, la consapevolezza che lo svedese è alle corde. Una sensazione strana per l’Italia del tennis. Quasi di gioia. Appunto, quasi. Perché Andrea quegli applausi neanche li sente.

Ma nella frazione di secondo in cui è partito quel servizio, lui qualcosa l’ha sentito. Un suono sordo, impercettibile per tutti gli altri, ma che a Gaudenzi è rimbombato tutto dentro. CLACK. È il rumore di un tendine che cede, di un sogno che si infrange, di una resa amara e incontrovertibile. E quell’urlo quasi sovrumano è la sintesi del dolore fisico e soprattutto mentale di un ragazzo che ha dato tutto ciò che aveva, se non di più. E non è bastato. Si siede, quasi inebetito. Prova a muovere il braccio, a ruotare l’articolazione, a cercare di capire se può provarci per un altro game. Ma non riesce neanche a stringere tra le dita un bicchiere di plastica, figuriamoci la racchetta. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati”. Solo capitan Bertolucci sa quanto gli costi dire quelle parole, ma è la cosa giusta da fare. E in effetti, Andrea ci prova. Uno, due, quattro punti subiti. Gioco. 6-6. Alla fine, la comunicazione del giudice di sedia arriva inesorabile. Norman batte Gaudenzi per abbandono. È uno dei tanti piccoli grandi drammi sportivi italiani. Ma la reazione è di orgoglio. Le lacrime amare di Andrea sono anche le nostre, di quelli che erano al Forum, di chi ha sofferto dietro uno schermo e di tutti coloro che anche solo per cinque minuti si sono appassionati al tennis grazie a questo match. Anche la squadra è sotto choc. Il giorno successivo la Svezia vince la Coppa Davis. I nostri non ci si avvicineranno più, neanche per sbaglio. Eppure quel che resta nella memoria collettiva sportiva italiana è quel quinto set. Nel bene o nel male. Dentro quei dodici game c’è la sfortuna che si accanisce contro chi soffre, ma anche e soprattutto la forza eroica di opporsi, seppur vanamente, a un destino che sembra già scritto. Verga avrebbe adorato questa storia, probabilmente l’avrebbe trasformata in un romanzo per il suo Ciclo dei Vinti. Ma non sarebbe stata un’opera Verista. Perché Andrea, in realtà, non può essere un vinto. Quel match Andrea non lo ha perso. Non per noi.

Cilic ha vinto arrivando secondo

Cilic ha vinto arrivando secondo

Come si diventa leggenda? Lavoro, sacrificio, certo. Ma se scali la montagna del successo da solo, è molto probabile che se ti azzoppi, in tanti ti supereranno ridendo e pasteggeranno sulla tua carcassa. Un cuore leale a volte aiuta. Aiuta ad esempio ad avere un buon sherpa, un portatore, che pur conscio che non sarà all’altezza del protagonista, lo affiancherà provando a fare di tutto, perché la leggenda non venga nemmeno minimamente escoriata.

I fatti, è storia recente che Federer abbia vinto il torneo di Wimbledon per l’ottava volta. Un mito assoluto. Ma la sua “miticità” è andata di pari passo con la sua mitezza. Tutto comincia da questa immagine. Lui è Marin Cilic. L’avversario, il degno sherpa. Marin arriva già alla finale dei “per forza bianco vestiti” già sbeccato. Ha problemi ad un piede. Ma vuole esserci, anche se dentro di lui sa già, lo dirà apertamente alla fine, che è difficile scontrarsi con “l’orologio svizzero Roger” da sani, figuriamoci da incrinati. Ma Marin fa il suo, lo fa fino in fondo e Federer gioca come sa. Solo che ad un certo punto, Marin ha più dolore nel poggiare il piede a terra che nel vedere il suo rivale tirare fuori colpi perfetti, di cui uno, forse, solo nell’Olimpo dei tennisti saprebbero fare.

Marin si ferma e si fa accudire dai medici, potrebbe lasciare lì, nessuno potrebbe dire nulla. A quel punto subentra un sentimento misto. Da un lato il rispetto verso un campione assoluto, il non voler rovinare la festa a chi quella festa l’ha creata colpo dopo colpo, dritto dopo rovescio. E dall’altro il non essere ricordato come “quello che si è ritirato mentre Federer stravinceva”, allora Marin riprende, Federer capisce e da ghepardo che sa di non dover infierire, decelera leggermente, quel tanto da non mancare di rispetto, ma che consente a Marin di portare avanti il match. Alla fine, mentre Roger piantava la bandiera sulla cima più alta, Marin aveva solo parole di ammirazione per lui, che considera un esempio, ma Federer su Marin parlerà quasi precedendo tutti e tutte le domande sulla vittoria, prima di tutto l’omaggio al suo prezioso sherpa, dicendo :

“Lo sport a volte sa essere crudele. Oggi lui è stato un eroe; Marin, congratulazioni per il torneo meraviglioso che hai disputato. Dovresti essere davvero orgoglioso. Questa è un’occasione speciale, giocare una finale: l’hai fatto al fatto meglio delle tue possibilità, dopo un grande torneo. A volte semplicemente non si è al meglio ma quando accade in una finale è davvero crudele. Sii comunque orgoglioso di te stesso e spero che potremo giocarne un’altra migliore di questa, un giorno. Ben fatto”.

Come si dice in questi casi? Gioco, partita, incontro. E classe. Da vendere.

Andrea Whitmore-Buchanan: se il destino è più infame anche del pregiudizio razziale

Andrea Whitmore-Buchanan: se il destino è più infame anche del pregiudizio razziale

Da oltre quindici anni a questa parte il tennis femminile è letteralmente dominato da due tra le tenniste più vincenti di sempre: Serena e Venus Williams. Due sorelle nate nell’America dei primi anni ‘80, educate dal padre a pane e tennis e fin da piccole destinate a diventare campionesse. Con il loro stile aggressivo e improntato quasi esclusivamente sulla forza bruta e sulla fisicità hanno rivoluzionato il gioco moderno. Si potrebbe discutere per ore se questa rivoluzione abbia comportato un’evoluzione o un’involuzione nel tennis degli anni 2000. Ma in realtà il punto è un altro, le domande sono altre.

Le due sorelle avrebbero raggiunto gli stessi risultati se fossero entrate nel mondo professionistico 20 anni prima? Ma, soprattutto, 20 anni prima avrebbero avuto la possibilità di imporre il loro stile di gioco a tutto il panorama tennistico internazionale?

La storia di cui tratteremo quest’oggi avrà per protagonista proprio una giovane ragazza americana, tennista professionista negli anni ’70 e ’80, che è riuscita a raggiungere i vertici della classifica mondiale nonostante la “macchia” che l’ha sempre distinta, ossia la carnagione scura, un onere difficile da sopportare nell’America ancora fin troppo razzista degli anni 70’.

Andrea Withmore Buchanan nasce nell’aprile del 1955 a Los Angeles e prende per la prima volta una racchetta in mano a 15 anni,molto più tardi rispetto agli standard odierni. Eppure neanche un anno dopo vince un torneo a Los Angeles dedicato solo a giovani ragazze, segno che il tennis probabilmente le scorre nel sangue. Per questo, dopo aver conseguito il diploma in contabilità, prende parte a diversi tornei nell’hinterland losangelino e nel 1975 rappresenta proprio la sua città ai Campionati Nazionali dei Parchi Pubblici, una manifestazione che dà grande visibilità a quei tennisti che non possono permettersi di essere soci in ricchi circoli sportivi.  Di lì in avanti la Buchanan inizia a vincere partite dopo partite finché nel 1978 non accade la svolta.

Sempre nei Campionati Nazionali dei Parchi Pubblici, scende in campo avendo maturato un tennis più aggressivo e spericolato, che le regala una vittoria strepitosa: Andrea è protagonista di un’incredibile tripletta, riuscendo ad imporsi nel torneo singolare, nel doppio e nel doppio misto.

Lo straordinario successo fa sì che si accenda una lampadina nella testa della Buchanan, che abbandona definitivamente il suo impiego da segretaria e si lancia nel tennis professionistico. Decide inoltre che è meglio cambiare aria, perché a Los Angeles ha praticamente vinto ovunque. Ha bisogno di nuovi stimoli e di trovare un ambiente dove ci sia più competizione, per questo si trasferisce a Dorchester, nel Massachussets, presso lo Sportsman’s Tennis Club.

Questo circolo non solo è un luogo in cui apprende molto dal punto di vista umano, ma è anche l’unico negli Stati Uniti con campi indoor ad essere gestito esclusivamente da afroamericani. Inoltre, la politica del club è tale per cui ogni anno vengono ospitati mille aspiranti tennisti che vivono in ristrettezze economiche ma che hanno dimostrato di avere talento. E’ l’ideale per Andrea, che non si lascia scappare questa ghiotta opportunità: nonostante la durissima selezione, viene inserita tra le quattro giocatrici di colore più forti del circolo e ha la fortuna di allenarsi con Althea Gibson, la prima black woman ad aver vinto uno Slam.

Quest’esperienza risulta fondamentale per la giovane Buchanan: infatti la Gibson non solo le permette di migliorare il suo gioco coi suoi consigli, ma le insegna come aver successo nel mondo del tennis, malgrado lo strapotere della cultura bianca che soverchia qualsiasi minoranza. Le spiega l’importanza di avere autocontrollo e consapevolezza nei proprio mezzi, nonostante sia circondata da una realtà razzista che tende a considerarla un corpo estraneo.

Anche grazie agli insegnamenti della Gibson, la Buchanan stringe dei solidissimi rapporti di amicizia con le altre tre compagne d’avventura: Zina Garrison, Leslie Allen, Kim Sands e Andrea diventano amiche inseparabili e insieme percorrono i primi passi nel mondo professionistico. Ma dopo qualche mese, la Garrison e la Allen crescono notevolmente di livello, dimostrando di essere più forti e talentuose di Andrea, che però manifesta una cattiveria agonistica impressionante. “Se avessi i vostri colpi, vincerei ogni partita”, è questo il monito che lascia alle sue due amiche-avversarie, mostrando una determinazione incredibile.

La Buchanan diviene fin da subito una delle tenniste più conosciute del circuito femminile e si mette in mostra per il suo tennis d’attacco, finalizzato al gioco di volo. Entra tra le prime 100 giocatrici al mondo nel 1980 accede al tabellone principale di Wimbledon. L’anno seguente prende parte anche all’Open di Francia e allo Us Open, ma la sua prestazione migliore la fa registrare senza dubbio a Wimbledon: a suon di discese a rete e di colpi aggressivi, la giovane statunitense raggiunge il terzo turno e viene eliminata solamente dalla Mandlikova, futura vicecampionessa del torneo.

Il risultato dà slancio alla carriera di Andrea, che diviene una delle tenniste più stimate nel circuito femminile, nonché una tra le giocatrici-simbolo delle comunità nere in America. Peccato, però, che alcune partite storte sul finire del 1981 la inducano ad allontanarsi dal tennis professionistico, per riposarsi e ricaricare le energie. Non naviga nell’oro, quindi deve trovarsi un lavoretto per mettere i soldi da parte in vista di una prossima trasferta in Europa.

Da qui, la scelta che la segnerà per sempre.

Nei pressi di Murfield Road, nella periferia di Los Angeles, c’è un mercato del pesce dove manca personale. Andrea vive a due passi da lì e non esita a farsi assumere. Non le interessa che sia un lavoro modesto, è una ragazza umile che non si è mai lamentata se c’era da sporcarsi le mani.

E’ la mattina del 28 gennaio 1982 quando un uomo fa irruzione nel mercato e spara contro il proprietario e Andrea, ferendoli entrambi a morte. Andrea cade a terra e si spegne, i suoi sogni si smaterializzano in un istante.

La notizia arriva come un fulmine a ciel sereno nel circuito femminile. La tanto amata Andrea Buchanan è stata freddata da uno sconosciuto e le sue colleghe non riescono a capacitarsene. La stessa Billie Jean King, leggendaria esponente del tennis mondiale, durante un incontro decide di abbandonare il campo, scusandosi con tutti. E’ troppo scossa, non riesce a non pensare alla tragedia che ha colpito la sua amica, al criminale che le ha tolto la vita e che è ancora in libertà.

Quella di Andrea Buchanan è una storia il cui lieto fine non è altro che un miraggio di una lontananza indecifrabile. Ma non sono certo un miraggio gli enormi passi avanti fatti nel mondo del tennis, per contrastare le ingiustizie e le discriminazioni all’ordine del giorno fino a pochi anni fa. Ovviamente c’è ancora molta strada da percorrere e molte battaglie sociali da vincere.

Ma anche Andrea, col suo umile esempio, ha aggiunto un piccolo grande mattoncino nella lotta contro la piaga del razzismo.

 

 

Arthur Ashe: il campione più forte dell’Apartheid

Arthur Ashe: il campione più forte dell’Apartheid

Ognuno di noi, che ne sia conscio o meno, ha una missione, un obiettivo che diventa il fulcro su cui ruota, negli anni, la vita. Alcuni riescono ad arrivarci direttamente, senza “perdersi” o senza imboccare vie più o meno distorte. Altri invece ci arrivano con il tempo, magari affrontando sfide e ostacoli insidiosi che, però, non offuscano la vista dal vero obiettivo, che è sempre lì, pronto a rivelare la sua autenticità. In quel momento, se si riesce davvero a capirlo appieno, la vita diventa ogni giorno una vera e propria realizzazione del proprio sé, unico e inimitabile.

Arthur Ashe, nacque il 10 luglio del 1943 a Richmond. All’età di 7 anni perse la madre, deceduta per un intervento chirurgico mal riuscito. Il padre, poliziotto, faceva il custode di un impianto sportivo riservato ai neri dove c’erano quattro campi da tennis. Arthur iniziò proprio lì a prendere confidenza con il gioco del tennis. Nella sua giovinezza provò vari sport, dal basket al football americano. Il suo fisico mingherlino non lo aiutava per niente negli sport dove la fisicità è tutto. Grazie anche a Ron Charity, maestro locale che nota sin da subito il talento, Arthur cominciò a praticare definitivamente il tennis. Da quel momento ebbe inizio la scalata verso l’olimpo dei grandi.

Nel 1957 è il primo nero a giocare un campionato juniores, nel Maryland. Cominciò ad attirare seriamente l’attenzione degli appassionati di tennis dopo che vinse un premio tennistico a Ucla (Los Angeles), nel 1963. Nel medesimo anno, a 20 anni,  diventò il primo afroamericano ad essere selezionato per giocare nella squadra statunitense in Coppa Davis. Nel 1968 vinse la prima edizione dell’era open degli US Open. Nel 1969 cominciò a venir considerato tra i migliori tennisti del mondo. Ashe contribuì in quegli anni a fondare l’Association of Tennis Professionals (ATP).

Sin dalla giovinezza dovette convivere con la difficoltà di vivere in America, dove in quegli anni per i neri tutto era reso difficile, quasi invivibile. Eclatante fu quando nel 1968 ricevette, da parte del governo sudafricano, l’esclusione dal torneo Open di Johannesburg. Ashe con grande determinazione decise di avviare una campagna di denuncia nei confronti dell’Apartheid e arrivò a chiedere l’espulsione della federazione sudafricana dal circuito tennistico professionale. Nel 1970 aggiunge il secondo titolo dello Slam alla sua carriera vincendo gli Australian Open. Nel 1975 giocherà la sua stagione migliore. A Wimbledon sconfigge a sorpresa il connazionale-rivale Connors (10 anni più giovane) in quattro set. Quel 5 luglio 1975 Arthur riscrisse la storia del torneo e soprattutto della storia del tennis. Con questa vittoria si accaparrò il terzo Slam, che contribuì ancora di più a renderlo simbolo della lotta all’Apartheid, un’icona dei diritti civili.

Ashe giocò per altri anni, ma dopo essere stato colpito da un infarto nel 1979, si ritirò nel 1980. Rimane attualmente il solo giocatore di colore ad aver vinto tre titoli del Grande Slam e uno dei due tennisti di colore ad aver vinto un torneo singolare maschile del Grande Slam insieme a Yannick Noah (vinse il Roland Garros nel 1983).

Dopo il suo ritiro, Ashe assunse tanti altri compiti: giornalista (Time) e commentatore (ABC Sport). Fondò la National Junior Tennis League e fu capitano della squadra statunitense di Coppa Davis. Nel 1983, Ashe subì un secondo attacco di cuore. Nel 1985 fu nominato nella Tennis Hall of Fame. Nel 1988 scoprì di essere affetto dall’Hiv, trasmessagli da una trasfusione di sangue fattagli durante un intervento chirurgico al cuore. Nonostante decise, insieme alla moglie, di tenerla nascosta, la notizia cominciò a diffondersi e nel 1992 rese pubblico il suo stato di salute deficitario.

Anche durante la malattia, Ashe non smise di fare del bene: due mesi prima di morire fondò la Arthur Ashe Institute for Urban Health per venire incontro alle persone con un’assistenza medica insufficiente. Gli ultimi anni della sua vita li passò scrivendo un libro che finì una settimana prima di morire. Il 6 febbraio 1993 a causa delle complicanze della malattia morì.

Per Ashe il tennis era il mezzo, non il fine. In campo sapeva esprimersi alla perfezione, tanto che venne soprannominato, per la sua eleganza e sportività, il “Principe nero”. Era fuori dal campo però che, da quanto raccontato da chi ha potuto ammirarlo e conoscerlo, sapeva esprimere il proprio essere, la propria umanità di “messaggero” come ebbe splendidamente il coraggio di dire di sé. Arthur era riflessivo, pacato e con una voglia matta di conoscere, di imparare (ha conseguito la laurea in Scienze della finanza) per trasmettere a sé stesso e agli altri amore, serenità e pace, tre sensazioni vitali. Nelle innumerevoli esperienze di vita che ha vissuto con i suoi connazionali neri, non ha mai smesso di dare loro speranza, per poter permetter loro di avere ancora il coraggio di sognare. Martina Navratilova ha voluto ricordarlo cosi: “Ha combattuto per la sua vita e per quella degli altri. Un uomo meraviglioso che ha saputo andare oltre il tennis,  la sua razza, la sua nazionalità, la sua religione per cambiare e migliorare il mondo”.

Nel 1990 Arthur ebbe l’onore di incontrare Nelson Mandela. Fu proprio il futuro presidente del Sudafrica a voler incontrare, come prima persona dopo essere uscito dal carcere, Arthur Ashe. Avrà voluto ringraziarlo per quanto è riuscito a fare e a dare per migliorare il mondo.

Una sua celebre citazione rispecchia pienamente il suo spirito: L’autentico eroismo è sobrio, non drammatico. Non è il  bisogno di superare gli altri a qualunque costo  ma il bisogno di servire gli altri a qualunque costo”. Servire, non superare. Forse era proprio questo la missione di Arthur, campione di autentica umanità.

Campione è chi lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato

Roger Federer: alla scoperta della persona più importante della sua carriera

Roger Federer: alla scoperta della persona più importante della sua carriera

I Championships di Wimbledon sono già nel vivo, e non si può certo smettere di fare pronostici sul futuro vincitore. Tra i favoriti non può che esserci lui, Roger Federer, il tennista più vincente di sempre a caccia del suo 19°Slam. Ovviamente la straordinaria carriera dell’elvetico è stata frutto del suo talento cristallino, della sua forza mentale, della sua classe… Ma non solo. Perché Roger stesso, nelle tante interviste fatte nella sua vita, spesso ha citato una persona che più di tutte ha influito su di lui: Peter Carter.

Un nome che a molti non dice nulla. E anche durante le partite di Federer, guardando nel suo angolo si intravedono spesso i vari Ljubicic, Luthi, la moglie Mirka, ma di tale Peter Carter non c’è traccia. E allora come mai tutta questa importanza?

 Carter è stato semplicemente il primo, vero, coach di Roger. La sua storia ha inizio ad Adelaide, in Australia, dove nasce nel 1964, per poi vivere insieme ai genitori nella piccola cittadina di Nuriootpa, nella Barossa Valley. Fin da piccolo mostra un enorme potenziale nel tennis, tant’è che viene affiancato da Peter Smith – coach che molti anni dopo seguirà nientemeno che Lleyton Hewitt -. Ma la sua struttura fisica gracile e i continui infortuni ne mineranno la sfortunata carriera, al punto che Peter deciderà di appendere la racchetta al chiodo a soli 27 anni. Ma il suo amore per il tennis non conosce limiti: decide di riciclarsi come coach, data la sua profonda conoscenza del gioco. E così, nel lontano 1991, viene scelto come allenatore dall’Old Boys Tennis Club, a Basilea, in Svizzera.  E per puro caso Carter incontra per la prima volta un giovanissimo Roger Federer, di soli 9 anni, già dotato di un talento sconfinato.

 

Ma a differenza dell’attuale Federer, sempre calmo e pacato in campo, all’epoca il piccolo Roger affiancava al suo talento un carattere scontroso e insicuro, che spesso durante i match gli costava caro, portandolo ad errori banali e incomprensibili. Rischiava di diventare l’ennesimo bambino prodigio incapace di gestire i doni che Madre Natura gli aveva regalato. Ma per fortuna, in una fase così delicata, interviene proprio Peter: coi suoi 27 anni, si avvicinò al piccolo campione più come un fratello maggiore che come un maestro, instaurando con lui un rapporto di reciproca fiducia e amicizia.

 Da un punto di vista puramente tecnico, Peter non doveva insegnare nulla a Roger, già possedeva dei colpi più che completi. Il suo lavoro, negli anni, fu finalizzato a rafforzare la tenuta mentale del suo allievo, a renderlo sicuro dei proprio mezzi. Il suo talento avrebbe fatto il resto. E così, anno dopo anno, Roger scalò le classifiche, finché non raggiunse la vetta del ranking a livello juniores. Il sodalizio tra i due proseguì, e la loro profonda amicizia non venne meno anche quando l’elvetico, ormai pronto a sfondare a livello professionistico, non decise di farsi seguire anche da Peter Lundgren, coach che aveva una maggiore conoscenza nel mondo del professionismo.

Intanto Peter divenne una personalità di spessore anche all’interno della federazione svizzera, al punto da diventare il capitano della squadra di Davis. In questo modo continuava a dare importanti consigli a Roger, lo conosceva fin troppo bene e sapeva toccare le sue corde emotive più profonde. E di contro anche lo svizzero voleva essere d’aiuto per il suo coach-amico. E così, per il suo viaggio di nozze con l’amata Sylvia, Roger consigliò a Carter un bel tour in Sudafrica, la terra in cui era nata sua madre e in cui aveva trascorso pagine felici della sua vita. Ma la sfortuna colpì Peter e sua moglie: dopo un mese dal matrimonio, a Syliva venne diagnostico il linfoma di Hodgkin.

 Il viaggio venne annullato e Peter stesso fu costretto a seguire molto meno le gesta del suo pupillo, per stare vicino alla moglie. Ma l’anno seguente, dopo la guarigione della moglie, i due decisero di partire di nuovo, sempre alla volta del Sudafrica, per godersi quel viaggio di nozze che un anno prima era sfumato in modo così improvviso. Roger era contentissimo, finalmente il suo amico poteva visitare una terra per lui speciale. Purtroppo non sapeva che quel viaggio si sarebbe tramutato in tragedia.

 E’ la sera del 1° Agosto 2002, Federer è impegnato nel Mater 1000 di Toronto, quando tutt’a un tratto, nella hall dell’hotel, gli si avvicina Lundgren. Si siede vicino a lui e, con le lacrime agli occhi, gli racconta della disgrazia avvenuta: il Safari appena iniziato nel National Park di Johannesburg, il viaggio in Jeep, un minivan sbucato all’improvviso, una manovra azzardata. L’auto sbanda e precipita in un fiume. E così, in pochi attimi, la vita di Peter Carter si spegne. La moglie, che si trovava su un’altra Jeep, si salva per miracolo, ma assiste alla tragica morte del marito.

 

Roger è sotto shock. Per la prima volta nella sua vita, entra a contatto con la morte. Per la prima volta perde una persona a lui cara. Disperato, corre fuori dall’hotel, per strada, e urla senza posa. Poi iniziano ad affliggerlo i sensi di colpa: è lui ad avergli consigliato di partire per il Sudafrica, è lui il responsabile.

A quasi quindici anni di distanza, Roger Federer ne ha fatta di strada. Pur senza Peter al suo fianco, è riuscito ad elevarsi nell’Olimpo del tennis. Eppure, ancora oggi, lo svizzero non smette di ricordare il suo vecchio amico. Lo ha ricordato anche sabato scorso, durante la conferenza stampa pre-Wimbledon. Lo ricorda ogni anno agli Australian Open, premunendosi di prenotare volo, hotel e biglietti a Bob e Diana Carter, i genitori di Peter. “E’ come se fosse quasi nostro figlio. E nel suo gioco noi rivediamo il nostro Peter.”.  

Un bel gesto da parte di Roger, che da sempre si distingue per la sua classe dentro e fuori dal campo da gioco. Ma anche un gesto dovuto, per ringraziare per l’ennesima volta quel coach, quell’amico, quel compagno di vita senza il quale non sarebbe mai diventato il tennista e la persona che è.

Il “Problem Solving” Made in Agassi

Il “Problem Solving” Made in Agassi

André in campo di problemi ha saputo risolverne. Sia fuori che dentro il rettangolo di gioco, ha dimostrato di saper trovare, grazie alle sue immense doti fisiche e mentali, le strategie giuste per vincere, risollevarsi e tornare a dominare dopo periodi assai bui. Ora, visto quanto lui stesso ha vissuto e toccato con mano, ha deciso di aiutare, per quanto può, a risolvere i problemi di un altro grande del tennis che “sembra” aver smarrito la retta via, Novak Djokovic.

Nelle ultime dichiarazioni dell’americano, traspare il vero ruolo (che già aveva accennato) per cui ha deciso di prendersi cura del serbo. Al quotidiano Guardian ha dichiarato: “Migliorare e avere fiducia di vincere, questo è sempre il nostro obiettivo. La possibilità di vincere c’è. Quando vedi qualcuno che ha realizzato così tanto e poi all’improvviso vediamo che cambia da un giorno all’altro, non è un problema legato al tennis, ma all’ispirazione, alla ricerca di qualcosa che ti motivi”. Il compito è intrigante e complesso ma Agassi non ha timori: “È un problem solving e mi sto divertendo a imparare, a dare consigli, e sono sicuro che sarà di nuovo al meglio delle sue possibilità”. Sa di avere davanti un giocatore ed una persona che non lascia nulla al caso e che mette al centro della sua filosofia di vita impegno e costanza: “Novak è intelligente, molto persuasivo e sta lavorando nel modo giusto, ora ha un paio di persone intorno a lui che lo sostengono e penso che farà tanto con poco. La fiducia che l’americano ha nei confronti dell’ex numero uno è la chiave del rapporto tra i due che, nonostante la distanza, cresce giorno dopo giorno. Il focus su cui pone l’attenzione il coach, in questo momento non è affatto la prestazione: “Non sono molto interessato alle prestazioni a breve termine. Ciò che mi interessa è fargli avere tutto ciò di cui ha bisogno per essere un tennista, quindi innescare nella sua mente degli input”. Conclude: “Ho tanta fiducia e non mi preoccupo delle soluzioni”.

Comunque vada, per Nole non sarà una semplice parentesi ma una stupenda esperienza di vita.

Wimbledon: Storie, Miti e Leggende del Torneo più antico della Storia

Wimbledon: Storie, Miti e Leggende del Torneo più antico della Storia

Le storie, in certi casi, hanno un inizio strano, quasi inaspettato. Per una casualità possono nascere storie incredibili che rimangono inalterate dopo tanti, tantissimi anni. Curiosità, aneddoti, tradizioni, tanti atleti, tante emozioni che rimangono indelebilmente nella storia di questo sport.

Il torneo di Wimbledon, è nato per un piccolo inconveniente. Al tempo, nel 1877, lo sport più diffuso e praticato dalla nobiltà inglese era il croquet. Gli appartenenti all’All England Croquet Club, si divertivano a praticarlo sui campi in erba del circolo. Per mantenere i campi curati e adatti a poter giocare, venivano usati dei rulli trainati dai cavalli che servivano per lisciare e livellare l’erba dei campi. Un giorno, un rullo si ruppe. Per ovviare all’inconveniente e alla costosa riparazione dell’attrezzo, ai soci venne l’idea di organizzare un torneo di tennis, disciplina che cominciava a crescere (era decisamente più movimentata del croquet). Facendo pagare una piccola quota per la partecipazione al torneo (uno scellino) raccolsero i 17 sterline, più che sufficienti per riparare il rullo e per dare inizio ad un torneo che di li a breve diventerà sempre più leggendario. Il torneo si disputa ogni anno sei settimane prima del primo lunedì di agosto, ne dura due e non si gioca nella domenica centrale in onore della Regina (salvo tre eccezioni nella storia). Il pubblico che assiste al torneo arriva da tutto il mondo. Un grandissimo numero di appassionati ogni anno fa a gara per acquistare i biglietti prima possibile. Durante il torneo gli spettatori sono soliti mangiare fragoline del Kent annegate nello champagne o sorseggiare Pimm, un cocktail a base di gin, limonata e frutta. Si calcola che i 500 mila appassionati che accorrono ogni anno consumino complessivamente ventisette tonnellate di fragole, dodicimila bottiglie di champagne e ottantamila bicchieri di Pimm. Un pubblico che davvero non si lascia mancare niente e che si gode appieno questa chermes.

L’evento di Wimbledon, città della contea di Londra, è organizzato in 5 eventi principali: singolare maschile, singolare femminile, doppio maschile, doppio femminile e doppio misto. Riuscire ad aggiudicarsi questo torneo, per un tennista è il massimo che si possa raggiungere in termini di soddisfazione per la carriera. Ogni anno i migliori tennisti del circuito professionistico (che vengono invitati direttamente dagli organizzatori) si sfidano, rigorosamente vestiti di bianco come vuole la tradizione, per ambite al prestigioso premio (lo scorso anno il montepremi complessivo era di 36 milioni di euro, di cui ben 2 milioni e 600 mila sono andati ai due vincitori, uomo e donna).

Wimbledon come abbiamo visto, è il torneo più antico del circuito nonché il più carico di tradizione e storia (il giudice di sedia quando annuncia il punteggio o presenta i contendenti, appella tutti i giocatori come “Gentleman” o semplicemente con il cognome, mentre le giocatrici sono chiamate “Miss” o “Mrs”). I tempi, soprattutto negli ultimi anni, sono cambiati sempre più velocemente e le esigenze televisive e degli sponsor guadagnano sempre più importanza nell’apparentemente invulnerabile conservatorismo del torneo. Nel 1997 viene inaugurato il nuovo campo centrale capace di ospitare 18.000 spettatori e quindi di aumentare gli introiti di quasi il doppio rispetto al passato. Dal 2007 una novità importante è la raggiunta parità di premi tra Gentlemen e Mrs, dovuta anche all’interesse che oggi suscita nel pubblico la nuova generazione di modelle-tenniste, (come Maria Sharapova e Ana Ivanovic), che sono in grado di far ruotare attorno al tennis, sfruttando anche la loro mondanità e il loro fascino, un giro di denaro pari se non maggiore a quello dei colleghi maschi. Segno dei tempi che cambiano e che si evolvono sempre più rapidamente.

Allo stesso tempo però, se si vuole respirare, al giorno d’oggi, l’invitante aroma del tennis che fu, il luogo più indicato si trova sempre lì, in quell’anacronistico mondo che per due settimane l’anno rivive, in un periferico quartiere di Londra, tra la fragranza dei tulipani, il sapore delle fragole e dello champagne, l’immancabile odore dell’erba bagnata.

Petra Kvitova: dopo la paura, il coraggio di vincere ancora

Petra Kvitova: dopo la paura, il coraggio di vincere ancora

A pochi giorni dall’inizio dei Championships, a sorpresa è tornata alla vittoria una tennista che per molti mesi non si era vista sui campi da gioco,colpita duramente dalla sfortuna, ma che ha saputo  rientrare in grande stile. Stiamo parlando di Petra Kvitova, che pochi giorni fa si è aggiudicata il torneo di Birmingham.

La giocatrice ceca, lontana dal circuito dallo scorso dicembre, aveva preso parte a maggio al Roland Garros, dove però era uscita al secondo turno, non apparendo ancora nelle migliori condizioni. Ma poi è iniziata la stagione su erba, la sua superficie,  e qui Petra ha saputo mostrare sprazzi del suo vecchio tennis. E così nel torneo inglese ha messo in riga avversarie come la Smitkova, la Broady, la Mladenovic e la Safarova, per poi imporsi in finale sulla giovane promessa australiana Ashleigh Barty, conquistando un titolo che le mancava dallo scorso novembre.

 Una vittoria che ha un significato speciale, vista la difficile situazione che ha dovuto attraversare Petra. Una situazione che andiamo a ripercorrere, per spiegare con ancor più chiarezza l’impresa della tennista ceca.

E’ il 21 dicembre scorso. Petra si trova nella sua casa a Prostejov, in Repubblica Ceca, quando un uomo le bussa alla porta, presentandosi come un tecnico che deve fare manutenzione all’impianto a gas. La donna lo fa entrare, ma non ha idea che l’uomo in realtà è un ladro. Da lì a poco ha inizio una colluttazione nel bagno, il malvivente la minaccia puntandole un coltello alla gola, Petra riesce a divincolarsi e a scappare, mentre l’uomo fugge con un bottino di appena 200 euro.

Oltre al comprensibile spavento, sembrerebbe che non ci sia nessun problema, se non fosse che Petra si ritrova la mano sinistra dolorante e insanguinata, a causa di una ferita dovuta alla colluttazione con l’uomo. L’ambulanza arriva immediatamente e la porta di urgenza all’ospedale di Brno.

 Intanto sul web girano le prime indiscrezioni sull’accaduto. Le notizie sono molto confuse, tant’è che Karel Tejkal, portavoce della giocatrice, è costretto a fare una dichiarazione ufficiale, in cui fa rassicurazioni sulle sue condizioni, spiegando che la donna è fuori pericolo e ha subito soltanto una ferita alla mano sinistra.

Nel mentre, però, i medici si rendono conto che la situazione è piuttosto grave: la coltellata ha causato danni ai legamenti e ai tendini della mano. E’ necessario operare d’urgenza. Un intervento di vitale importanza per Petra: dal suo esito dipendono le sorti della sua carriera. 

Ma fortunatamente, dopo oltre 4 ore sotto i ferri, dall’ospedale trapela la tanto attesa notizia: l’operazione è riuscita perfettamente, la Kvitova potrà continuare a giocare a tennis.

 E ora, a 7 mesi di distanza, dopo settimane e settimane di riposo, fisioterapie e allenamenti, dopo un ritorno in campo non proprio esaltante a Parigi, Petra si è aggiudicata il ventesimo torneo della sua splendida carriera. Dopo tutto quello che le è successo, ha saputo riprendere a giocare come un tempo, dimostrando una forza di volontà incrollabile.

 

Ma la favola, forse, non è ancora finita. Perché domani aprirà i battenti Wimbledon e lì Petra potrà sicuramente dire la sua. L’erba londinese da sempre le è familiare e le vittorie nel 2011 e nel 2014 ne sono la riprova. Vittorie raggiunte a tre anni di distanza l’una dall’altra, e guarda caso con quest’anno sono passati esattamente tre anni dalla sua ultima affermazione ai Championships. Saranno anche delle sciocche considerazioni di natura statistica, ma la Kvitova ha dimostrato di essere davvero competitiva. Con le assenze della Williams e della Sharapova e la conseguente mancanza di una dominatrice del circuito, Petra potrebbe davvero stupirci. E fare il colpaccio, riprendendosi lo scettro di regina di Wimbledon.

I “vecchietti” terribili: perché il Tennis è sempre più uno sport mentale

I “vecchietti” terribili: perché il Tennis è sempre più uno sport mentale

Sull’erba non ce ne è per i giovani. Feliciano Lopez vince a quasi 36 anni il prestigioso torneo londinese del Queens e Roger Federer, 36  anni il prossimo agosto, dopo aver perso la scorsa settimana al primo turno del torneo di Stoccarda da Tommy Haas, 39 anni, vince il torneo anch’esso sull’erba di Halle battendo facilmente il giovane Zverev. 2 tornei del circuito maggiore dell’ATP vinti nello stesso giorno da giocatori over 35

Jimmy Connors, il  fenomenale Jimbo, raggiunse  le semifinali degli U.S Open a 41 anni, Paolo Lorenzi, 35 anni, è il giocatore più vecchio ad aver vinto il suo primo torneo ATP, la giapponese Kimiko Date ha annunciato il ritorno alle gare a 46 anni suonati

Il tennis è diventato uno sport per vecchietti?

Assolutamente no. Ci sono sempre stati giocatori longevi però è innegabile che ultimamente con l’eccessivo stress al quale vengono sottoposti i giocatori sempre più spesso ci si imbatte in giocatori esperti, avanti con gli anni, che riescono ancora ad eccellere grazie alla loro esperienza unita a grande professionalità e capacità di gestirsi.

Questo sta portando, in questo momento storico, a un’enorme difficoltà nell’emergere per le nuove generazioni.

 E’ diventata, nel tennis, una componente fondamentale l’esperienza. La tecnica, la tattica e il gioco nel suo complesso si sono evoluti e senza anni di duro lavoro è oramai difficile imporsi avendo a disposizione il solo talento. In un tennis più fisico e più mentale serve più tempo per completarsi e sfondare e serve tanta fatica, tanto sudore e tanto sacrificio.

In realtà il tennis, al di fuori del circuito professionistico,  è uno sport per vecchietti e sicuramente è uno sport che aiuta ad invecchiare meglio.

Lo si gioca da bambini e da ragazzi per poi, spesso, abbandonarlo ma per poi ritrovarlo in età adulta come splendido gioco da portare con sé fino alla vecchiaia. Quanto è gratificante giocare all’aria aperta un bel doppio la domenica mattina con gli amici di sempre è facile constatarlo dalle facce dei giocatori che potete incontrare in uno dei tanti circoli di tennis dai quali dovranno nascere i giovani che prima o poi riusciranno a scalzare vecchietti come Federer e Lopez.