Tennis Foundation: quando la racchetta è strumento di inclusione sociale per tutti

Tennis Foundation: quando la racchetta è strumento di inclusione sociale per tutti

Pochi giorni fa è stato divulgato uno studio della “Tennis Foundation“ britannica che ha fotografato la situazione del tennis per diversamente abili in Gran Bretagna.

La “Tennis Foundation” è un’associazione senza scopo di lucro che ha come obiettivo quello della diffusione del tennis in ogni sua declinazione con una particolare attenzione allo sviluppo dell’attività per i diversamente abili.

Il tennis può essere giocato da chiunque, di qualsiasi estrazione sociale e a seconda delle proprie abilità, età o, addirittura, peso. Il tennis ha una enorme forza e può aiutare chiunque nella propria crescita personale facilitando la realizzazione personale e il raggiungimento del proprio potenziale attraverso lo sport. La disabilità e l’inclusione possono giovarsi positivamente dell’enorme versatilità del tennis che può essere giocato, veramente, ovunque e da chiunque.

Lo studio ha affrontato diversi aspetti avendo come obiettivo specifico quello di comprendere quali benefici la pratica del tennis può avere riguardo la salute fisica e psichica dei praticanti e quali impedimenti e quali possibilità si hanno per poterlo praticare.

Aumento della propria autostima, miglioramento della propria socialità, appartenenza a un gruppo e quindi valido strumento contro l’isolamento sociale, miglioramento notevole della resistenza fisica e notevole aumento della capacità di affrontare lo stress e le frustrazioni.

La “Tennis Foundation” presenta dei programmi che comprendono lo sviluppo del tennis scolastico e universitario, il tennis in carrozzina, il tennis per ipovedenti e quello per chi ha difficoltà intellettive di apprendimento.

Per mia personale esperienza – ho avuto la fortuna di allenare giocatori in carrozzina di livello nazionale e internazionale così come ho lavorato con i pazienti di un Centro di Igiene Mentale e, addirittura, ho avuto l’onore di certificare istruttori di tennis 2 ragazzi “speciali” con la sindrome di Down e il compianto atleta paralimpico in carrozzina Gianni Lanza oltre a altre 2 esperienze di inclusione sociale con il tennis al Carcere Penale di Rebibbia e al Carcere Giovanile di Casal del Marmo – sono convinto che questo tennis sia molto utile anche per chi ci lavora. E’ cambiato il mio approccio al tennis dopo queste esperienze e questo è confermato dall’ultima parte del lavoro del quale stiamo parlando dove gli allenatori dichiarano un’enorme soddisfazione a lavorare col tennis a tutto tondo, un grande divertimento, un miglioramento delle proprie capacità lavorative.

In Italia il tennis per i diversamente abili è stato introdotto e promosso dall’Uisp (Unione Italiana Sport per Tutti) per poi venire, purtroppo, fagocitato dalla Federazione Tennis. Il libro “Tennis e handicap” di Massimo Moschini del 1995 è stato il primo testo che ha affrontato le problematiche dell’insegnamento per le diverse abilità, il livornese Claudio Rigolo e tanti altri sono stati i veri pionieri e questo grazie alla visone sociale e di promozione dell’Uisp che, purtroppo, da quando la Federazione si è “impossessata”, complice il CIP(Comitato Italiano Paralimpico), si è perso con esclusivo obiettivo quello prettamente agonistico.

Sapere che in Gran Bretagna esiste una “Charity” che collabora con la Federazione Tennis con obiettivi di promozione e di crescita e non solo con obiettivi solo agonistici mi rattrista. Non si riesce mai, in questo paese, a collaborare e valorizzare le diverse componenti e le diverse anime sempre pronti a prevaricare gli altri per gestire un potere effimero. Infatti il vero tennis in carrozzina e per i disabili intellettivi si continua a giocare sempre nell’Uisp che grazie alla passione dei suoi operatori continua e continuerà nel solco del valore sociale dello sport.

360Ball: un nuovo sport a tutto tondo

360Ball: un nuovo sport a tutto tondo

Il tennis è uno degli sport più seguiti e amati al mondo, su questo non ci piove. Inventato più di un secolo fa, anno dopo anno è riuscito ad attirare a sé sempre più appassionati, ammaliati da quella pallina gialla che rotola e sfreccia a tutta velocità, colpita da una racchetta che, in alcuni casi, sembra riesca a esprimere pura arte.

Eppure, soprattutto negli ultimi anni, sono venuti alla ribalta anche altri sport che hanno a che fare con racchette e palline . Tralasciando sport come il badminton, il ping-pong e la pallacorda, che hanno origini piuttosto lontane nel tempo, ultimamente si stanno sempre più affermando sport come lo squash, il paddle, il beach tennis. Semplici varianti del tennis? Inutile negarlo. Ma questo non implica che siano sport di serie B. E soprattutto, non significa che non siano molto divertenti.

E tra questi, pian piano si sta facendo strada un altro sport piuttosto singolare, a dir poco adrenalinico: il 360Ball. Basta dargli un’occhiata per capire quanto possa “disorientare”.

Come si può notare dai video, il gioco è piuttosto semplice: i giocatori si trovano in un campo circolare, racchiuso da un vetro, al centro del quale è posizionato un disco anch’esso circolare. L’obiettivo consiste nel colpire la pallina in modo tale che rimbalzi sul disco e poi tocchi terra, oppure nel far sì che gli avversari commettano un errore.

I colpi fondamentali sono solo tre: il “Serve”, ossia il primo lancio con cui il giocatore deve far rimbalzare la pallina sul disco; il “Set”, il colpo con cui l’avversario tocca la pallina dopo che ha sbattuto sul disco, con l’intenzione di passarla al suo compagno; lo “Strike”, ossia il colpo del proprio compagno, con cui si indirizza la pallina sul disco. Da qui, si ha una successione di Set e Strike – entrambi colpi obbligatori – tra le due coppie, finché non viene chiuso il punto. Punto che può durare anche diversi scambi e può costringere i giocatori a girare spasmodicamente attorno al disco per un bel po’.

 Esistono poi delle varianti del tradizionale 360Ball. Invece che in doppio, si può giocare anche in 1vs 1, a patto che il Set non sia altro che un auto-passaggio per lo Strike successivo. Inoltre, il gioco può essere ulteriormente semplificato escludendo il vetro esterno. In questo modo sono sufficienti delle racchette e un disco al centro e si può così giocare ovunque: su un prato, sulla terra battuta, sulla sabbia.

 Del resto, il gioco è stato inventato proprio in una versione molto semplificata. Tutto ha avuto inizio a Knysna, in Sudafrica, dove i fratelli Mark e John Collins erano soliti lanciarsi delle strambe sfide nel cortile di casa. Tra queste, si inventarono questo gioco singolare, usando delle racchette alla buona e un basso disco di legno. E da lì, l’idea: perché non farlo diventare un vero e proprio sport?

Va detto che, visto così, il 360Ball sembra più un semplice gioco che uno sport competitivo. Eppure, nel giro di pochi anni sono cresciuti a dismisura gli appassionati del 360Ball, tant’è che nel 2011 i suoi inventori hanno ricevuto un importante riconoscimento ai Brand New Awards, in Germania. E ultimamente sta prendendo piede in Sudafrica, Francia, Spagna, al punto che sono stati organizzati alcuni piccoli tornei in giro per l’Europa. Nulla di clamoroso, ma è già un inizio.

 Il 360Ball resterà nell’anonimato o, piano piano, si diffonderà anche in Italia e in giro per il mondo? Difficile rispondere. Però, guardando i video di questo sport, un po’ di curiosità sorge spontanea, insieme alla voglia di provare a giocarci. Forse sembrerà anche banale, ma del resto non sono proprio gli sport più semplici a risultare i più intriganti?

 

Dal Tennis in carcere a quello in carrozzina, parla un maestro: “Allenavo i professionisti ma resto un eretico”

Dal Tennis in carcere a quello in carrozzina, parla un maestro: “Allenavo i professionisti ma resto un eretico”

Oggi parlerò in prima persona o, meglio, oggi mi faccio una bella intervista.

Salve Maestro Ciabocco, possiamo ancora chiamarla Maestro?

Sicuramente sì, ma diamoci del tu altrimenti non riesco a comunicare. Ho un enorme piacere a essere ancora chiamato Maestro anche se oramai sono tanti anni che, purtroppo, non insegno più.

Senti Andrea, allora, ti manca il tennis?

Accidenti, mi manca eccome! Mi manca il contatto con i ragazzi, mi manca la terra rossa sui calzini, mi mancano le infinite chiacchierate sul futuro…In realtà con i miei ragazzi, con molti di loro, sono rimasto in contatto. Sono oramai adulti, sposati, hanno figli che giocano a loro volta a tennis o che fanno comunque sport e con diversi di loro mi confronto per avere io, oggi, consigli su miei progetti odierni che non hanno nulla a che vedere col tennis ma che possono giovarsi delle loro competenze che spaziano dal giornalismo alla psicologia. Continuo attraverso la televisione e i social a tenermi aggiornato e tra poco uscirà un libro sulla storia dei miei ragazzi del Mellano senza tralasciare anche l’esperienza della Madonnetta.

Ma è vero che alla Madonnetta c’erano i campetti per il minitennis?

Prima ancora dei campi in terra rossa abbiamo costruito una piastra in asfalto con 8 campetti da minitennis di diversi colori e di 2 diverse grandezze. Lo spazio ideale per l’apprendimento giocoso del tennis e ottimo anche per abbattere i costi poiché un bravo maestro, e penso di esserlo stato, riusciva a tenere da solo 16 bimbi. A ognuno lo spazio e l’attrezzo, racchetta e palla, giusto per le proprie capacità. Avevamo una casetta magica nella quale c’erano le manone, dagli USA, le racchette di plastica, dalla Francia, e poi racchettine di tutte le grandezze e palle da tennis depressurizzate ma anche in gomma piuma sia piccole che grandi come un pallone di calcio.

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Una meraviglia, immagino, che sarà stata presa ad esempio, spero?

Che io sappia proprio no. Sono venuti diversi tecnici federali a vederli ma poi, in concreto, non credo che mai nessuno abbia fatto qualcosa di simile. Per varie ragioni oggi non ci sono più ma sono rimasti immortalati da centinai di foto e hanno contribuito ad appassionare decine e decine di bimbi.

Quali esperienze professionali, tra le svariate di tutti i tuoi anni di insegnamento, ti hanno particolarmente segnato?

Ho avuto la fortuna di lavorare a livello agonistico e anche con molte soddisfazioni però le esperienze vere, di vita, le ho fatte con un altro tennis. Se dovessi fare una classifica al primo posto i bimbi, poi i corsi adulti per arrivare alle mie esperienze “diverse” ossia il tennis al Carcere Penale di Rebibbia e al Carcere Giovanile di Casal del Marmo  e con il tennis in carrozzina e con i tennisti con diversa abilità intellettiva.

Hai quindi insegnato veramente a tutti!

Il tennis, lo sport in generale, è vita, relazione con l’altro, con tutti gli altri. Non c’è differenza tra un tennista in carrozzina e uno al campo in cemento di Rebibbia. La relazione è la stessa.

A Rebibbia ho conosciuto persone motivate, attente, che, attraverso lo sport, hanno percorso una strada di riabilitazione sociale. Grande soddisfazione ascoltare Augusto dirmi “grazie per quello che fate per noi, avessi avuto da giovane la possibilità di avvicinarmi allo sport non sarei qui oggi!” e, purtroppo, grande amarezza leggere pochi mesi fa che uno dei “miei” ragazzi, una volta uscito, era ricaduto in un brutto giro e che era stato arrestato di nuovo.

Col tennis in carrozzina ho avuto la fortuna di allenare giocatori di livello mondiale e di lavorarci insieme a mio figlio che, nel tempo, imparando a giocare in carrozzina, mi ha fornito competenze che da “in piedi” è impossibile avere. “esistono gli stronzi in piedi e quelli in carrozzina. Io sono uno stronzo in carrozzina e quindi trattami come tale!” questo mi disse un atleta che trattavo in maniera troppo morbida. Che lezione di vita. “E’ quando mai avrei potuto girare il mondo se non fossi stato in carrozzina a giocare a tennis!” mi disse un altro per spiegarmi quale deve essere l’approccio alla vita prendendo tutto, anche la disabilità, come una enorme opportunità.

E della tua esperienza di formatore?

Ho avuto la fortuna di poter mettere le mie conoscenze a disposizione di chi voleva avvicinarsi all’insegnamento e, sinceramente, credo di aver imparato di più io dai miei aspiranti istruttori di quanto loro possono aver appreso da me. Sono stato aspramente criticato per la mia eccessiva “bontà” a valutare le capacità e le attitudini all’insegnamento di chi arrivava all’esame finale ma credo che la professione di insegnante di tennis non debba essere freddamente irregimentata in regole che non hanno nulla a che vedere con la capacità di insegnare. Ho avuto bellissime esperienze di insegnamento con persone che a malapena sapevano tenere la racchetta in mano e tristissime esperienze con presuntuosi ex giocatori che tutto potevano fare meno che insegnare.

Ho fatto il formatore per la Lega Tennis Nazionale che si è affermata negli anni per aver promosso una alta qualità nell’insegnamento primario avendo come colleghi e amici Alberto Castellani, Erasmo Palma, Giacomo Paleni, Claudio Pistolesi e tanti altri formatori di eccezionale livello. Siamo stati il contraltare alla formazione della Federazione Tennis troppo spesso ferma su vecchi modelli  e poco aperta all’innovazione. Ho partecipato a un processo di liberalizzazione dell’insegnamento contribuendo all’idea che ognuno deve poter essere libero di scegliere e costruire il proprio percorso di formazione. Sono convinto che quello che in Italia servirebbe sarebbe una Associazione Insegnanti di Tennis che dovrebbe riunire sotto un unico tetto tutte le qualifiche esistenti garantendo e certificando i diversi percorsi di formazione e non tante parrocchie dove ognuno pensa di stare in quella più valida. Aggregare e non dividere e per questo servirebbe una maggiore coscienza collettiva. Purtroppo oggi non è cosi e risalta pesantemente la subordinazione dei Maestri Federali alla Federazione in cambio di una presunta tutela e la libera identità degli Istruttori Uisp che lottano per mantenerla. E’ strano che ci sia una maggiore identità come insegnanti negli istruttori di Ente di Promozione Sportiva che in quelli federali.

Come la finiamo questa intervista?

Con un augurio che in futuro il tennis e l’insegnamento del tennis possano essere veramente liberi in un quadro chiaro dove chi vive del tennis possa lavorare serenamente.

Camila Giorgi: le motivazioni dietro l’incredibile annullamento della sua squalifica

Camila Giorgi: le motivazioni dietro l’incredibile annullamento della sua squalifica

La notizia è trapelata il primo aprile, come fosse il più classico dei pesci d’aprile, anche se in questo caso non è uno scherzo: il Tribunale Federale d’Appello della FIT ha annullato la sentenza di primo grado, con cui Camila Giorgi era stata condannata a una squalifica di nove mesi e a una multa di 30.000 euro. Un vero e proprio ribaltone. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di fare chiarezza.

Tutta la vicenda ha inizio nell’aprile dello scorso anno: l’Italia si apprestava a giocare un match durissimo di Fed Cup contro la Spagna – poi perso malamente-, quando Camila decise di non prendere parte alla sfida, malgrado la convocazione del capitano Barazzuti. Da lì, l’inizio di un enorme polverone mediatico. La tennista italoargentina e il padre Sergio furono accusati su più fronti, venne tirato in ballo un contratto con cui lei stessa si era impegnata ad accettare le convocazioni della FIT, in cambio di assistenza medica e un sostegno finanziario e pubblicitario. Per non parlare del mancato rispetto del regolamento della Federazione, per cui una tennista non può rifiutare una convocazione simile senza una valida motivazione.

Ovviamente il caso era arrivato in tribunale e a febbraio era giunta, in apparenza, la definitiva sentenza: 30.000 euro di sanzione pecuniaria e una squalifica di nove mesi.  Ma al di là del danno economico, tutt’altro che irreparabile, la carriera della tennista maceratese non veniva minimamente scalfita: la Giorgi infatti non avrebbe potuto giocare i match di Fed Cup – a cui lei stessa aveva voluto rinunciare -, o i tornei a squadre in Italia – a cui non ha mai partecipato in carriera  -, oltre a non poter godere di un’ipotetica wild card agli Internazionali d’Italia. Per il resto, nessun altro divieto.

Proprio per questo, la sentenza appariva definitiva: sembrava quasi inutile rivolgersi alla Corte d’Appello per una condanna che era tutt’altro che proibitiva da affrontare. Eppure l’avvocato della Giorgi ha preferito continuare l’azione legale, ottenendo un insperato quanto clamoroso successo. Per quale motivo? La sentenza parla di “sussistenza di un difetto di giurisdizione”. Una difetto direttamente correlato con un particolare che ha dell’incredibile: Camila Giorgi non ha la tessera FIT.

Proprio così, la tennista italiana più promettente degli ultimi anni non è tesserata con la FIT. Non lo è dal lontano 2011. E al di là dell’inevitabile stupore, questo è un dettaglio che non si può trascurare in sede giuridica: la Giorgi era stata condannata per non aver rispettato il regolamento della FIT, ma non essendo tesserata doveva necessariamente sottostare a quel regolamento? Se in prima battuta il responso era stato positivo, la Corte d’Appello ha invece ribaltato il verdetto.

Per giunta, il tutto sta avvenendo in un momento delicatissimo per il tennis femminile italiano. Il 22 e 23 aprile la nostra nazionale sarà impegnata nell’incontro di Fed Cup contro Taiwan, l’ultima chance per restare nel World Group II, evitando così una serie C che sembrerebbe un insulto alla storia recente del nostro movimento femminile. Il match sulla carta è più che abbordabile, visto che nessuna delle tenniste asiatiche si trova in Top100. Ma forse Tathiana Garbin, nuovo capitano della squadra, potrebbe aver bisogno di una tennista come Camila, per ottenere una vittoria sicura.

Ma la Giorgi potrebbe prendervi parte? Teoricamente sì. La sentenza ha annullato la squalifica, quindi a tutti gli effetti le permette di scendere in campo in Fed Cup. Sarebbe un risvolto clamoroso, visti gli attriti che da tempo incrinavano i rapporti tra l’entourage della tennista maceratese e i dirigenti della FIT. Ma l’addio di Barazzutti e l’insediamento di un nuovo capitano come la Garbin potrebbero cambiare le carte in tavola. Soprattutto quest’ultima ne gioverebbe molto: da un lato arricchirebbe la sua squadra con una tennista sì incostante, ma di assoluto talento; dall’altro verrebbe vista come una figura di riconciliazione, una sorta di paciere, andando quindi a rafforzare la sua immagine.

La situazione è ancora contorta, il caso rimane comunque spinoso, anche perché non sono state rese ancora note le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello. Inoltre, non è ancora chiaro né quali siano le reali intenzioni della Giorgi, né che rapporti ci siano tra la tennista e la Garbin. Non ci resta che attendere novità, nella speranza che il tennis femminile esca dal  pantano in cui si è ritrovata e ritorni ai livelli che gli spettano.

Coaching in campo: i pro e i contro della pratica più discussa del Tennis

Coaching in campo: i pro e i contro della pratica più discussa del Tennis

Che non sia un periodo roseo per Garbine Muguruza lo si è capito da un pezzo. La tennista spagnola, attualmente numero 6 al mondo, pochi giorni fa si è ritirata a Miami durante il match di quarto turno. Un ritiro dovuto a un malessere imprecisato, del quale ha potuto giovare Caroline Wozniacki, che si era però comunque già aggiudicata il primo set al tie-break. Ma già nei match precedenti l’iberica aveva mostrato una condizione fisica e mentale precaria, riuscendo ad imporsi a stento su tenniste oggettivamente più deboli come la Zhang e la McHale. E soprattutto nell’incontro con l’americana è emerso tutto il suo nervosismo, quando durante il coaching in campo si é rivolta in malo modo al suo allenatore, Sam Sumyk, al punto che lui le ha risposto con un lapidario: “Non ti permettere mai più di dirmi di chiudere quella ca… di bocca”.

 Una frase che è stata udita in mondovisione, visto che il regolamento parla chiaro: una tennista può avvalersi una sola volta a set dell’intervento del coach, a patto che quest’ultimo venga microfonato e la conversazione possa essere ascoltata in diretta. Dopo la sfuriata l’allenatore francese ha avuto l’accortezza di spegnere il microfono, visto che la Muguruza si era accorta di avergli mancato di rispetto e, visibilmente dispiaciuta, era andata nel pallone.

E del resto non è la prima volta che si assiste ad una situazione simile: già tra il febbraio e il marzo 2016 l’iberica per due volte si era resa protagonista di battibecchi col suo allenatore durante il coaching in campo, uscendosene con frasi del tipo “Tu pensi che combatterò? Non voglio nemmeno giocare!” o “Non ho intenzione di morire per la palla!”. Frasi anch’esse ascoltate in diretta dai telespettatori, sintomo sì di poca maturità, ma anche giustificabili dalla frustrazione dovuta alle fasi complicate di un match. E al termine di questi incontri, alle domande dei giornalisti su quanto accaduto la spagnola ha sempre voluto ribadire la solidità del rapporto con Sumyk, spiegando che le sue particolari reazioni erano solo dovute alla concitazione nelle fasi calde del match.

Eppure l’episodio ha fatto nuovamente sorgere alcune domande: è giusto l’utilizzo del microfono in questi frangenti? E in generale, è realmente utile al tennis il coaching in campo? Oppure andrebbe abolito?

Quella del coaching in campo è una pratica introdotta nel 2009, solo in campo femminile: durante il cambio campo o tra un set e l’altro si venivano a creare degli intervalli morti, che rischiavano di allontanare il telespettatore medio; per questo la WTA decise di introdurre l’intervento del coach in campo con l’uso del microfono, cosicché non solo le giocatrici potessero ottenere un supporto tattico o emotivo, ma anche gli spettatori avessero un motivo in più per restare incollati alla TV, incuriositi dalle parole dei vari allenatori. Da un lato si miglioravano gli aspetti del gioco, dall’altro si aumentava il livello di “spettacolarizzazione”, così da catturare l’attenzione del pubblico.

 Gran parte delle giocatrici si era detta d’accordo con questa iniziativa e negli anni l’utilizzo del coaching in campo è andato via via aumentando. Del resto, in questo modo si ovviava ai continui segnali criptati tra le tenniste e il loro entourage – pratica in teoria vietata -, che rasentavano il livello dei segni della Briscola. Eppure negli anni non sono mancate le voci contrarie all’intervento diretto del coach: Chris Evert e Boris Becker in primis si sono detti sfavorevoli, sottolineando come il tennis sia uno sport puramente individualista, dove da sempre occorre fare affidamento solo su se stessi.

D’altronde, per come è attualmente concepito, il coaching in campo presenta delle evidenti incongruenze. Anzitutto, è una pratica non ammessa in campo maschile, il che non solo crea una disparità, ma non argina il problema dei suggerimenti fuoricampo – Ion Tiriac, manager di Becker, che dava consigli muovendo i baffi ha fatto la storia –.

Inoltre, anche in campo femminile non è consentito l’intervento dell’allenatore nei tornei ITF, come nei Grand Slam. Il che è parecchio insensato, poiché una giocatrice, abituata ai consigli del coach, se ne ritrova privata proprio durante i tornei più importanti della sua carriera. Ma del resto, si sa che i rapporti tra WTA e ITF siano tutt’altro che idilliaci.

Per giunta, resta il problema dei microfoni in campo: è giusto che il confronto tra il coach e la sua giocatrice, con tanto di consigli tattici o suggerimenti puramente psicologici, sia alla mercè del grande pubblico? Non si rischia solo di assistere a inutili siparietti?

Al momento, la WTA non sembra prendere in considerazione di abolire il coaching in campo né di apportarne delle modifiche. Anche perché, malgrado i limiti, in alcuni casi il suo utilizzo è stato determinante nel rendimento di alcune giocatrici. Al contrario, secondo alcune indiscrezioni già dal 2018 potrebbe essere introdotto anche in campo maschile. Il che da un lato potrebbe aiutare tennisti storicamente instabili nell’aspetto mentale – Fognini, Kyrgios, Paire..la lista è lunghissima -, ma dall’altro potrebbe generare scene a dir poco patetiche : vi immaginate un cambio campo di Fognini, sotto nel punteggio, che si sfoga col proprio coach, il tutto con un microfono lì a portata di mano? Le parolacce si sprecherebbero.

Per ora è solo un’ipotesi tutt’altro che confermata, staremo a vedere. Solo fra qualche anno potremo davvero sapere se il coaching in campo è la nuova frontiera del tennis, meno individualistica e sempre più d’intrattenimento, oppure se ci sarà un salto nel passato, un ritorno alle origini e al puro solipsismo.

 

Kei Nishikori, la disciplina giapponese al servizio del Tennis

Kei Nishikori, la disciplina giapponese al servizio del Tennis

Esaltare uno sconfitto non è una consuetudine. Soprattutto dopo aver perso un match (6-4 6-2) con un avversario che, classifiche alla mano, non avrebbe dovuto avere molte chance. Eppure il nostro Fabio Fognini, altalenante talento italiano, al torneo di Miami ha invertito i pronostici e non ha lasciato scampo al nipponico tutto corsa e grinta, Kei Nishikori (“Non ero al 100%, era dura per me fisicamente. Ma anche per lui era così. Ha giocato match molto lunghi ma ha giocato sufficientemente bene per battermi oggi” ha dichiarato Kei a fine partita). Forse, annotando le gesta autentiche di quest’ultimo, risuona ancora più trionfale la vittoria del ligure.

Il giovane Kei, ventisettenne, ha iniziato a prendere confidenza con racchetta e pallina a 5 anni. Nel 2004, quando Kei ne aveva 14 anni, fu selezionato dal Masaaki Morita Tennis Fund per ricevere una delle quattro borse di studio della Morita Foundation per allenarsi all’IMG Academy – Bollettieri Tennis Program.

Lasciato il Giappone, grazie alle sue indiscusse doti, inizia ad allenarsi a tempo pieno al Bollettieri Tennis Program della IMG Academy. Nonostante al suo arrivo non sapesse quasi nulla della lingua inglese, quello che emerse sin da subito era il suo talento e il desiderio di diventare un top player. In campo tra un dritto e un rovescio, tra una palla corta e uno smash, venivano esaltate ulteriormente le sue origini nipponiche: precisione e dedizione la facevano da padrone. I frutti del duro lavoro cominciarono ad intravedersi: giocò sul circuito ITF junior e a 16 anni era fra i primi 20 giocatori del ranking mondiale juniores. Un anno dopo era nella top 300 della classifica ATP. Durante gli US Open del 2008 Kei mostrò il suo potenziale arrivando fino agli ottavi di finale, sconfiggendo sul suo cammino il numero 4 del mondo David Ferrer.

Sotto la stretta osservazione di Bollettieri, il giovane comincia a affinare le sue armi migliori. Il coach americano di campioni sotto la sua guida ne ha avuti e ci tiene ad elencare i punti forti di Kei: “Le migliori armi di Kei sono la velocità dei piedi, la velocità del braccio e la sua abilità di vedere e creare spazi sul campo. Grazie alla sua inusuale rapidità ha sviluppato una delle migliori risposte del circuito. A parte Novak Djokovic, non credo di aver mai visto nessuno rispondere bene dai tempi di Andre Agassi. Ha la capacità di colpire la palla molto in anticipo sia col dritto che col rovescio e può mettere la palla dove vuole da entrambi i lati”. Sotto la guida attenta di preparatori fisici Nishikori ha aumentato resistenza e resilienza, come lo stesso Bollettieri afferma: “La capacità di Kei di riuscire a reggere diversi match consecutivi e diversi tornei consecutivi era un’altra area che aveva bisogno di essere migliorata. Con l’aiuto dei suoi preparatori atletici anche quest’area è migliorata. Il talento è una cosa. Per diventare il migliore, mi sono accorto che un giocatore deve avere il cuore, il desiderio e la voglia di fare immensi sacrifici per raggiungere i suoi obiettivi”.

Per ora, il giovane talento non ha raccolto molto, anzi forse ha raccolto meno di quanto seminato. Il risultato migliore ottenuto in un torneo del Grande Slam, è la finale degli Us Open del 2014, persa contro il meno quotato Cilic, dopo aver eliminato partita dopo partita Raonic, Wawrinka e Djokovic in semifinale. Nel suo palmarès, oltre a 11 tornei Atp, si annoverano i quarti di finale agli Australian Open negli anni 2012, 2015 e 2016, i quarti di finale al Roland Garros (2015) e i quarti di finale a Wimbledon nel 2014.

Con il coach Michael Chang, sta lavorando soprattutto su determinazione e costanza, armi fondamentali per poter primeggiare, o per lo meno per rimanere tra i top 5 (attualmente è numero 4 al mondo). Davanti, la concorrenza è spietata, ma visto le innumerevoli doti del talento nipponico e l’età che avanza (oltre che gli acciacchi) dei primi, Nishikori da buon samurai, è pronto a sfruttare quelle poche occasioni disponibili per avanzare ulteriormente in classifica, aggiudicandosi ancora una volta il trono di miglior asiatico dell’era open.

Il mio Tennis è differente. L’Accademia che ha preferito l’anima alla Federazione

Il mio Tennis è differente. L’Accademia che ha preferito l’anima alla Federazione

Che cosa c’entra la parola olistico dopo la parola tennis?

E come mai una Accademia Tennistica che promuove il Tennis Olistico decide di non affiliarsi più alla Federazione Tennis dopo anni di attività e successi dal livello amatoriale fino al livello professionistico?

Questo è accaduto quando il Circolo Tennis Rozzano, in provincia di Milano, ha annunciato, creando un grande sconquasso, per mezzo di un comunicato stampa, la decisione di non rinnovare l’affiliazione con la Federazione Italiana Tennis per l’anno 2017. Un articolo su Ubitennis nel quale si chiede di intervenire anche in maniera anonima, tanta è la paura di ritorsione da parte della Federazione, un altro articolo su Tennis Italiano con un editoriale che invita a non essere “coglioni” e a dimostrare coraggio in un momento nel quale circoli importanti vivacchiano non ricevendo nulla indietro dei mirabolanti risultati che vengono strombazzati in maniera altisonante.

L’approccio olistico prende in considerazione l’Atleta nella sua interezza ed unicità e quindi l’Essere Umano e la sua Anima per renderlo consapevole di ciò che fa e di ciò che è alla scoperta del benessere, della consapevolezza e del senso di sé e responsabilità. Per “approccio olistico” si intende infatti un intervento “integrato”, in grado di sfruttare i punti di forza di diverse discipline. Un approccio che è quindi per sua natura flessibile poiché utilizza tecniche e metodologie differenti, provenienti da diversi approcci. Quindi perché chi lo professa decide di tracciare un percorso alternativo? Per coerenza, rispetto e senso di responsabilità.

Una Federazione che si vanta nei suoi bilanci dei risultati economici degli Internazionali oppure dei successi di giocatori italiani che nulla hanno a che fare con essa poiché scappati a cercare professionalità, serietà e strutture o allenatori all’estero non ha nulla a che vedere con chi mette la persona al centro della propria attività.

Amanda Gesualdi, deus ex machina di tutto, ha coraggiosamente deciso di tirarsi fuori dall’ambito federale nella consapevolezze di potersi esprimere al meglio in maniera autonoma.

Perchè finanziare una struttura monopolistica che a fronte di costi e tasse sempre più esose ti ripaga solo con burocrazia, obblighi, rigide regolamentazioni e non ti riconosce mai, e dico mai, i tuoi meriti e la tua professionalità.

Chi intende lo sport come mezzo per esprimere in maniera completa la propria personalità coerentemente si libera dai lacci non accettando imposizioni e cercando la propria strada.

La scommessa è quella di dimostrare agli scettici che si può “fare” tennis al di fuori della Federazione, che si può insegnarlo e giocarlo a tutti i livelli. La scommessa è quella di dimostrare che le proprie risorse e le proprie energie permetteranno a Amanda e al suo staff di poter tracciare una strada alternativa. La scommessa è vinta in partenza. Nessuno potrà mai impedire di giocare a tennis col sorriso, nessuno potrà mai impedire la vita sociale del sodalizio, nessuno potrà mai impedire gli allenamenti dei ragazzi dell’agonistica, nessuno potrà mai impedire nulla.

“Il Viaggio con Tennis Olistico, non è vincere per battere qualcuno, ma Vincere se stessi e gareggiare per il Leale Combattere in Sé. Tennis Olistico forgia l’Atleta-Samurai”

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Murray, Nole, Kerber: il crollo dei numeri 1 e l’inizio del caos

Il Master 1000 di Indian Wells, terminato la scorsa notte, ha contribuito a mettere in risalto una tendenza che va avanti ormai da mesi: i numeri 1 al mondo non riescono più a vincere. Nel torneo statunitense sia Andy Murray che Angelique Kerber non sono riusciti ad approdare nemmeno ai quarti di finale, e anche Novak Djokovic è andato incontro allo stesso destino, uscendo anzitempo e contro pronostico.

Dei tre Nole è quello che ha meno da recriminare, visto che è stato estromesso da un Nick Kyrgios in stato di grazia, che si è tolto di dosso i panni del bad boy e a ha bombardato a suon di vincenti il campione serbo ( per poi ritirarsi prima dell’incontro con Federer), apparso comunque parecchio sottotono. Al contrario, Murray si è lasciato sorprendere da Pospisil, giocatore forte ma tutt’altro che irresistibile, apparendo sul campo spento e svogliato. Mentre per la Kerber – che sarà numero 1 dalla prossima settimana, per via del forfait di Serena Williams ad Indian Wells e Miami -, la netta sconfitta con la Vesnina, numero 15 del mondo che si è aggiudicata il torneo femminile contro la Kuznetsova, è l’ennesima riprova della sua incostanza, che spesso la rende impotente sul campo anche contro giocatrici ben meno quotate.

Ma da cosa dipende questo evidente crollo? Quali sono le motivazioni dietro queste inaspettate sconfitte?

Per Djokovic questo “periodo nero” risale allo scorso anno: dopo la vittoria al Roland Garros sono arrivate sconfitte cocenti, in primis le batoste rimediate a Wimbledon e agli Australian Open per mano di Querrey e Istomin. Dopo aver conquistato il French Open – l’ultimo Slam che mancava al suo palmarès – Nole ha vinto solo a Toronto e a Doha, mostrando un calo non tanto a livello fisico, quanto a livello mentale, punto di forza a cui si era spesso affidato nei momenti critici dei suoi match. Il motivo? Lo ha spiegato lui stesso in un’intervista rilasciata pochi giorni fa: Essere numero uno al mondo è ancora uno degli obiettivi. Voglio tornare in quella posizione, ma non è la priorità principale.”.  Questo perché, nell’ottobre 2014, il tennista serbo è diventato padre del piccolo Stefan e nel giro di pochi mesi sono cambiate le gerarchie nella sua vita: prima bisogna essere un ottimo padre e marito, poi un ottimo tennista.

 E Murray, approfittando delle defiance di Nole, era stato protagonista di una seconda metà di 2016 strepitosa. A parte l’inattesa sconfitta a Flushing Meadows per mano di Nishikori, lo scozzese aveva fatto man bassa di titoli, andando a conquistarsi la vetta del ranking a fine anno. Da lui ci si aspettava un 2017 scoppiettante, e invece…buio più totale. Perché al di là delle premature sconfitte sia a Indian Wells – da sempre torneo a lui ostico – che agli Australian Open, il Murray del 2017 sembra una copia sbiadita del passato. Lui, che non è mai stato un tennista dal gioco spumeggiante, sembra soffrire proprio nei suoi punti di forza: la solidità da fondo e la grinta. E probabilmente, il motivo dietro questa involuzione sta nella mancanza di nuovi stimoli: dopo la straordinaria cavalcata del 2016 e il raggiungimento della cima del ranking, Murray sembra svuotato, privo di obiettivi concreti. Chissà, forse il buon Lendl riuscirà a riportarlo sui binari giusti?

 Per la Kerber il discorso è molto diverso. Se sulla carta è lei la numero 1 al mondo, nella realtà Serena Williams, anche se non al top della forma, è de facto la regina del circuito. E anche in assenza dell’americana, Angelique nel 2017 ha dimostrato più volte di non essere veramente la “prima della classe”, subendo sconfitte con giocatrici contro cui avrebbe dovuto legittimare il suo primato. Malgrado la sua incredibile mobilità sul campo e l’invidiabile capacità di ribaltare punti in cui è in situazione di svantaggio, la tedesca continua a mal sopportare il suo status, il fatto di essere la tennista da battere. E se lo scorso anno era stata in grado di conquistare ben due Slam, giocando un tennis concreto ma sfiancante, quest’anno proprio non riesce ad innalzare il suo livello, anche a causa dell’enorme pressione sulle spalle.

Le motivazioni di questo crollo ai vertici del ranking possono essere le più svariate, ma il risultato finale è solo uno: il caos. Già, perchè nel femminile, con Serena ancora ai box e la Kerber così altalenante, sarà difficilissimo capire chi vincerà ogni singolo torneo, con da un lato le giovani ( ma nemmeno troppo) promesse Pliskova, Muguruza, Svitolina, dall’altro le sempreverdi Kuznetsova, Radwanska e l’intramontabile Venus Williams, il tutto condito con le immancabili outsider,vedi alla voce, per l’appunto Vesnina, Mladenovic, Vandeweghe e chi più ne ha più ne metta.

E nel maschile? Il caos è ancor più confusionario, il 2017 sembra l’anno giusto per una convergenza astrale. Con Murray e Djokovic non ancora al meglio, ecco  l’imperdibile opportunità per la Next Generation: i vari Thiem, Zverev, Kyrgios tutti all’arrembaggio per spodestare il re del ranking di turno. Un’occasione da non farsi scappare, se non fosse per il ritorno in auge di due campioni che non patiscono lo scorrere del tempo: Roger e Rafa, ancora loro, pronti a danzare nell’arena a suon di vincenti. Senza poi dimenticarci di altri indiscussi pretendenti al trono, come Wawrinka – sono tre anni di fila che, quasi in silenzio, si porta a casa uno Slam -, Raonic, Nishikori, Dimitrov e  tanti altri. Un guazzabuglio di talenti, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.

E in questa condizione di costante incertezza, in questo caotico guerreggiare senza che si intraveda un vincitore, è proprio in tutto questo che sta l’essenza del tennis. Godiamoci quest’imprevedibilità, godiamoci questo caos. E, visto il risultato di questa notte, godiamoci l’eterno Roger Federer.

Sharapova: in quanti ce l’hanno fatta dopo la squalifica per doping?

Sharapova: in quanti ce l’hanno fatta dopo la squalifica per doping?

Il 26 Aprile dopo un anno di squalifica per dopingMaria Sharapova farà il suo ritorno in campo. L’occasione sarà il torneo di Stoccarda che però inizierà il 25 dello stesse mese. Un dettaglio non da poco che ha fatto già infuriare le altre tenniste come Caroline Wozniacki, che in conferenza stampa ad Indian Wells ha parlato a lungo e in del ritorno della tennista russa, criticando aspramente la decisione della WTA: “Credo che non sia affatto giusto permettere ad un giocatore o una giocatrice, non importa a chi, fuori per squalifica di giocare un torneo che inizia quando la squalifica è ancora attiva – ha sottolineato la tennista danese – Dal punto di vista del torneo penso sia una grande mancanza di rispetto nei confronti delle altre giocatrici e verso”. Insomma non proprio un benvenuto per la russa che oltre a questo dovrà fare i conti anche con il difficile percorso che la aspetta per tornare ad alti livelli. La Sharapova non è la prima tennista che torna in campo dopo una lunga squalifica, ma l’incognita principale sarà quella di capire se la russa sarà in grado di tornare a competere fra le migliori del circus oppure no. Vediamo allora i casi principali di tennisti e tenniste che in passato hanno avuto la forza e la capacità di tornare in campo dopo una squalifica più o meno lunga.

Molti sono i casi in campo maschile, mentre di meno quelli che riguardano le donne. Il caso più eclatante in ambito femminile è senza dubbio quello di Martina Hingis . La tennista svizzera di origini slovacche, nel 2007 fu squalificata per doping dopo essere risultata positiva alla cocaina al torneo di Wimbledon. Già sul finire del 2006 la Hingis aveva avuto diversi problemi fisici e la sua stella stava pian piano spegnendosi (la svizzera era stata numero uno della classifica WTA per 209 settimane tra il 1997 e il 2001). Dopo la squalifica la Hingis non è più tornata ai suoi livelli specializzandosi però nel doppio, che l’ha vista tornare addirittura in testa alla classifica di questa specialità. Tanti sono i casi invece in ambito maschile anche con alterne fortune: Se Marin Cilic (squalificato nel Settembre ’13) è riuscito dopo lo stop di 4 mesi inflittogli, a tornare ad altissimi livelli riuscendo a vincere lo US Open nel 2014, giocatori di grande calibro internazionale come Coria e Puerta hanno visto la loro carriera praticamente chiudersi dopo essere stati squalificati. Chissà invece come sarebbe potuta essere la storia della risalita di André Agassi se, come lo stesso ex numero ha dichiarato nella sua biografia, l’ATP non avesse deciso di archiviare la sua positività alla metanfetamina e quindi graziarlo.

Maria Sharapova è dunque pronta a ripartire tra poco più di un mese. La curiosità sarà quella di capire dove la russa riuscirà ad arrivare se ai vertici del tennis mondiale oppure si dovrà trascinare in una carriera faticosa lontana dalle posizione nobili della WTA, lasciando solo un ricordo dei suoi grandi successi prima della squalifica.

Creare, Costruire, Generare: la Lega degli “eretici” del Tennis

Creare, Costruire, Generare: la Lega degli “eretici” del Tennis

“Sport di qualità al prezzo più basso possibile, ma sport di qualità”, questa è la prima frase che  colpisce.

“No alla politica come sterile rivendicazione di privilegi o collocazione di persone”, questa è la seconda frase.

“Come può essere il simbolo dell’Uisp, nella tessera dello scorso anno, un laccio? Noi dobbiamo essere portatori di libertà e i lacci strangolano”,e questa è la terza frase.

“Dobbiamo tendere al benessere perché siamo egoisti…”

Benvenuti al 14° Convegno Nazionale della Lega Tennis Uisp, forse l’ultimo.

Grande partecipazione e grande attesa sugli sviluppi della convenzione che da un anno regola i rapporti tra la Federazione Italiana Tennis e l’Uisp che la Lega Tennis, un enclave di persone competenti, appassionate e giuste, ha controvoglia dovuto subire vedendo, di fatto, limitate le proprie possibilità di azione con una imposizione di regole assurde limitanti la libera espressione di sé. Solo giocatori mai classificati, tutto l’altro tennis esclusivamente della Federazione Tennis.

Poi vai al Convegno pensando di trovare persone tristi e dimesse e invece trovi guerrieri agguerriti e trovi tanta, tanta voglia di confronto.

Trovi il tennis agonistico. Trovi Camila Giorgi e il suo staff che ha presentato un avveniristico lavoro statistico che con l’aiuto del GPS monitora le azioni di gioco per convertirle in allenamenti estremamente specializzati.

Trovi il Dottor Ahmet Raph Belig che, con una proprietà di linguaggio sconvolgente per un franco/canadese, da esperto chiropratico spiega semplicemente, come chi sa, concetti di difficile comprensione.

Trovi il Dottor Renato Palma fautore e profeta dell’educazione gentile che affronta il problema dell’abbandono da quello scolastico a quello sportivo per arrivare a quello sociale e politico e che spiega serenamente che l’applicazione della forza, fisica o psicologica che sia, non può portare ad altro che a uno scadimento della prestazione di qualsiasi tipo poiché non è la sofferenza ma il divertimento il fine ultimo di qualsiasi apprendimento.

Trovi chi presenta il tennis per ciechi e ipovedenti con una rivoluzionaria pallina che emette un sibilo e trovi Alberto Castellani che spazia tra la musica, il balletto, Che Guevara e Nietzsche.

Trovi una tavola rotonda con Amanda Gesualdi protagonista di un gesto di ribellione definito da molti coraggioso ma in realtà frutto di una profonda coerenza ed etica sportiva.

Questa è la Lega Tennis Uisp. Un esercito di eretici 365 giorni l’anno che mai si faranno piegare dalle imposizioni monopolistiche della Federazione Tennis e che sempre rimarranno liberi di provare, sperimentare, osare.

“Creare, costruire, generare” questo era nell’ultima slide. Qualcuno capirà mai che nello sport, in quello vero, i lacci levano spazi alla creatività? Qualcuno capirà mai che è la creatività che esprime il talento?

Il sistema sportivo italiano incentrato su una visione Conicentrica taglia le ali, inibisce ed è per questo che spesso, e nel tennis è la norma, si va via dall’Italia per raggiungere risultati. Prima lo facevano i giocatori, oggi lo fanno anche i tecnici.

Un enclave come la Lega tennis dell’Uisp è un argine a questo… fino a quando lo permetteranno.