Murray, Nole, Kerber: il crollo dei numeri 1 e l’inizio del caos

Murray, Nole, Kerber: il crollo dei numeri 1 e l’inizio del caos

Il Master 1000 di Indian Wells, terminato la scorsa notte, ha contribuito a mettere in risalto una tendenza che va avanti ormai da mesi: i numeri 1 al mondo non riescono più a vincere. Nel torneo statunitense sia Andy Murray che Angelique Kerber non sono riusciti ad approdare nemmeno ai quarti di finale, e anche Novak Djokovic è andato incontro allo stesso destino, uscendo anzitempo e contro pronostico.

Dei tre Nole è quello che ha meno da recriminare, visto che è stato estromesso da un Nick Kyrgios in stato di grazia, che si è tolto di dosso i panni del bad boy e a ha bombardato a suon di vincenti il campione serbo ( per poi ritirarsi prima dell’incontro con Federer), apparso comunque parecchio sottotono. Al contrario, Murray si è lasciato sorprendere da Pospisil, giocatore forte ma tutt’altro che irresistibile, apparendo sul campo spento e svogliato. Mentre per la Kerber – che sarà numero 1 dalla prossima settimana, per via del forfait di Serena Williams ad Indian Wells e Miami -, la netta sconfitta con la Vesnina, numero 15 del mondo che si è aggiudicata il torneo femminile contro la Kuznetsova, è l’ennesima riprova della sua incostanza, che spesso la rende impotente sul campo anche contro giocatrici ben meno quotate.

Ma da cosa dipende questo evidente crollo? Quali sono le motivazioni dietro queste inaspettate sconfitte?

Per Djokovic questo “periodo nero” risale allo scorso anno: dopo la vittoria al Roland Garros sono arrivate sconfitte cocenti, in primis le batoste rimediate a Wimbledon e agli Australian Open per mano di Querrey e Istomin. Dopo aver conquistato il French Open – l’ultimo Slam che mancava al suo palmarès – Nole ha vinto solo a Toronto e a Doha, mostrando un calo non tanto a livello fisico, quanto a livello mentale, punto di forza a cui si era spesso affidato nei momenti critici dei suoi match. Il motivo? Lo ha spiegato lui stesso in un’intervista rilasciata pochi giorni fa: Essere numero uno al mondo è ancora uno degli obiettivi. Voglio tornare in quella posizione, ma non è la priorità principale.”.  Questo perché, nell’ottobre 2014, il tennista serbo è diventato padre del piccolo Stefan e nel giro di pochi mesi sono cambiate le gerarchie nella sua vita: prima bisogna essere un ottimo padre e marito, poi un ottimo tennista.

 E Murray, approfittando delle defiance di Nole, era stato protagonista di una seconda metà di 2016 strepitosa. A parte l’inattesa sconfitta a Flushing Meadows per mano di Nishikori, lo scozzese aveva fatto man bassa di titoli, andando a conquistarsi la vetta del ranking a fine anno. Da lui ci si aspettava un 2017 scoppiettante, e invece…buio più totale. Perché al di là delle premature sconfitte sia a Indian Wells – da sempre torneo a lui ostico – che agli Australian Open, il Murray del 2017 sembra una copia sbiadita del passato. Lui, che non è mai stato un tennista dal gioco spumeggiante, sembra soffrire proprio nei suoi punti di forza: la solidità da fondo e la grinta. E probabilmente, il motivo dietro questa involuzione sta nella mancanza di nuovi stimoli: dopo la straordinaria cavalcata del 2016 e il raggiungimento della cima del ranking, Murray sembra svuotato, privo di obiettivi concreti. Chissà, forse il buon Lendl riuscirà a riportarlo sui binari giusti?

 Per la Kerber il discorso è molto diverso. Se sulla carta è lei la numero 1 al mondo, nella realtà Serena Williams, anche se non al top della forma, è de facto la regina del circuito. E anche in assenza dell’americana, Angelique nel 2017 ha dimostrato più volte di non essere veramente la “prima della classe”, subendo sconfitte con giocatrici contro cui avrebbe dovuto legittimare il suo primato. Malgrado la sua incredibile mobilità sul campo e l’invidiabile capacità di ribaltare punti in cui è in situazione di svantaggio, la tedesca continua a mal sopportare il suo status, il fatto di essere la tennista da battere. E se lo scorso anno era stata in grado di conquistare ben due Slam, giocando un tennis concreto ma sfiancante, quest’anno proprio non riesce ad innalzare il suo livello, anche a causa dell’enorme pressione sulle spalle.

Le motivazioni di questo crollo ai vertici del ranking possono essere le più svariate, ma il risultato finale è solo uno: il caos. Già, perchè nel femminile, con Serena ancora ai box e la Kerber così altalenante, sarà difficilissimo capire chi vincerà ogni singolo torneo, con da un lato le giovani ( ma nemmeno troppo) promesse Pliskova, Muguruza, Svitolina, dall’altro le sempreverdi Kuznetsova, Radwanska e l’intramontabile Venus Williams, il tutto condito con le immancabili outsider,vedi alla voce, per l’appunto Vesnina, Mladenovic, Vandeweghe e chi più ne ha più ne metta.

E nel maschile? Il caos è ancor più confusionario, il 2017 sembra l’anno giusto per una convergenza astrale. Con Murray e Djokovic non ancora al meglio, ecco  l’imperdibile opportunità per la Next Generation: i vari Thiem, Zverev, Kyrgios tutti all’arrembaggio per spodestare il re del ranking di turno. Un’occasione da non farsi scappare, se non fosse per il ritorno in auge di due campioni che non patiscono lo scorrere del tempo: Roger e Rafa, ancora loro, pronti a danzare nell’arena a suon di vincenti. Senza poi dimenticarci di altri indiscussi pretendenti al trono, come Wawrinka – sono tre anni di fila che, quasi in silenzio, si porta a casa uno Slam -, Raonic, Nishikori, Dimitrov e  tanti altri. Un guazzabuglio di talenti, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.

E in questa condizione di costante incertezza, in questo caotico guerreggiare senza che si intraveda un vincitore, è proprio in tutto questo che sta l’essenza del tennis. Godiamoci quest’imprevedibilità, godiamoci questo caos. E, visto il risultato di questa notte, godiamoci l’eterno Roger Federer.

Sharapova: in quanti ce l’hanno fatta dopo la squalifica per doping?

Sharapova: in quanti ce l’hanno fatta dopo la squalifica per doping?

Il 26 Aprile dopo un anno di squalifica per dopingMaria Sharapova farà il suo ritorno in campo. L’occasione sarà il torneo di Stoccarda che però inizierà il 25 dello stesse mese. Un dettaglio non da poco che ha fatto già infuriare le altre tenniste come Caroline Wozniacki, che in conferenza stampa ad Indian Wells ha parlato a lungo e in del ritorno della tennista russa, criticando aspramente la decisione della WTA: “Credo che non sia affatto giusto permettere ad un giocatore o una giocatrice, non importa a chi, fuori per squalifica di giocare un torneo che inizia quando la squalifica è ancora attiva – ha sottolineato la tennista danese – Dal punto di vista del torneo penso sia una grande mancanza di rispetto nei confronti delle altre giocatrici e verso”. Insomma non proprio un benvenuto per la russa che oltre a questo dovrà fare i conti anche con il difficile percorso che la aspetta per tornare ad alti livelli. La Sharapova non è la prima tennista che torna in campo dopo una lunga squalifica, ma l’incognita principale sarà quella di capire se la russa sarà in grado di tornare a competere fra le migliori del circus oppure no. Vediamo allora i casi principali di tennisti e tenniste che in passato hanno avuto la forza e la capacità di tornare in campo dopo una squalifica più o meno lunga.

Molti sono i casi in campo maschile, mentre di meno quelli che riguardano le donne. Il caso più eclatante in ambito femminile è senza dubbio quello di Martina Hingis . La tennista svizzera di origini slovacche, nel 2007 fu squalificata per doping dopo essere risultata positiva alla cocaina al torneo di Wimbledon. Già sul finire del 2006 la Hingis aveva avuto diversi problemi fisici e la sua stella stava pian piano spegnendosi (la svizzera era stata numero uno della classifica WTA per 209 settimane tra il 1997 e il 2001). Dopo la squalifica la Hingis non è più tornata ai suoi livelli specializzandosi però nel doppio, che l’ha vista tornare addirittura in testa alla classifica di questa specialità. Tanti sono i casi invece in ambito maschile anche con alterne fortune: Se Marin Cilic (squalificato nel Settembre ’13) è riuscito dopo lo stop di 4 mesi inflittogli, a tornare ad altissimi livelli riuscendo a vincere lo US Open nel 2014, giocatori di grande calibro internazionale come Coria e Puerta hanno visto la loro carriera praticamente chiudersi dopo essere stati squalificati. Chissà invece come sarebbe potuta essere la storia della risalita di André Agassi se, come lo stesso ex numero ha dichiarato nella sua biografia, l’ATP non avesse deciso di archiviare la sua positività alla metanfetamina e quindi graziarlo.

Maria Sharapova è dunque pronta a ripartire tra poco più di un mese. La curiosità sarà quella di capire dove la russa riuscirà ad arrivare se ai vertici del tennis mondiale oppure si dovrà trascinare in una carriera faticosa lontana dalle posizione nobili della WTA, lasciando solo un ricordo dei suoi grandi successi prima della squalifica.

Creare, Costruire, Generare: la Lega degli “eretici” del Tennis

Creare, Costruire, Generare: la Lega degli “eretici” del Tennis

“Sport di qualità al prezzo più basso possibile, ma sport di qualità”, questa è la prima frase che  colpisce.

“No alla politica come sterile rivendicazione di privilegi o collocazione di persone”, questa è la seconda frase.

“Come può essere il simbolo dell’Uisp, nella tessera dello scorso anno, un laccio? Noi dobbiamo essere portatori di libertà e i lacci strangolano”,e questa è la terza frase.

“Dobbiamo tendere al benessere perché siamo egoisti…”

Benvenuti al 14° Convegno Nazionale della Lega Tennis Uisp, forse l’ultimo.

Grande partecipazione e grande attesa sugli sviluppi della convenzione che da un anno regola i rapporti tra la Federazione Italiana Tennis e l’Uisp che la Lega Tennis, un enclave di persone competenti, appassionate e giuste, ha controvoglia dovuto subire vedendo, di fatto, limitate le proprie possibilità di azione con una imposizione di regole assurde limitanti la libera espressione di sé. Solo giocatori mai classificati, tutto l’altro tennis esclusivamente della Federazione Tennis.

Poi vai al Convegno pensando di trovare persone tristi e dimesse e invece trovi guerrieri agguerriti e trovi tanta, tanta voglia di confronto.

Trovi il tennis agonistico. Trovi Camila Giorgi e il suo staff che ha presentato un avveniristico lavoro statistico che con l’aiuto del GPS monitora le azioni di gioco per convertirle in allenamenti estremamente specializzati.

Trovi il Dottor Ahmet Raph Belig che, con una proprietà di linguaggio sconvolgente per un franco/canadese, da esperto chiropratico spiega semplicemente, come chi sa, concetti di difficile comprensione.

Trovi il Dottor Renato Palma fautore e profeta dell’educazione gentile che affronta il problema dell’abbandono da quello scolastico a quello sportivo per arrivare a quello sociale e politico e che spiega serenamente che l’applicazione della forza, fisica o psicologica che sia, non può portare ad altro che a uno scadimento della prestazione di qualsiasi tipo poiché non è la sofferenza ma il divertimento il fine ultimo di qualsiasi apprendimento.

Trovi chi presenta il tennis per ciechi e ipovedenti con una rivoluzionaria pallina che emette un sibilo e trovi Alberto Castellani che spazia tra la musica, il balletto, Che Guevara e Nietzsche.

Trovi una tavola rotonda con Amanda Gesualdi protagonista di un gesto di ribellione definito da molti coraggioso ma in realtà frutto di una profonda coerenza ed etica sportiva.

Questa è la Lega Tennis Uisp. Un esercito di eretici 365 giorni l’anno che mai si faranno piegare dalle imposizioni monopolistiche della Federazione Tennis e che sempre rimarranno liberi di provare, sperimentare, osare.

“Creare, costruire, generare” questo era nell’ultima slide. Qualcuno capirà mai che nello sport, in quello vero, i lacci levano spazi alla creatività? Qualcuno capirà mai che è la creatività che esprime il talento?

Il sistema sportivo italiano incentrato su una visione Conicentrica taglia le ali, inibisce ed è per questo che spesso, e nel tennis è la norma, si va via dall’Italia per raggiungere risultati. Prima lo facevano i giocatori, oggi lo fanno anche i tecnici.

Un enclave come la Lega tennis dell’Uisp è un argine a questo… fino a quando lo permetteranno.

 

 

Oltre la disabilità: Alex Hunt e il sogno chiamato Atp

Oltre la disabilità: Alex Hunt e il sogno chiamato Atp

Antoine-Marie Roger de Saint-Exupery, celebre per aver composto il Piccolo Principe, disse: “Fai della tua vita un sogno, e di un sogno, una realtà”. Il sogno di Alex Hunt, neozelandese di 23 anni è di quelli tosti. Alex vuole mettercela tutta, vuole provarci fino alla fine nonostante le difficoltà siano notevoli.

Alex è neozelandese, ha 23 anni e il suo sogno è giocare nell’Atp, il circuito mondiale professionistico. Nella classifica nazionale del suo paese è n.41, nel ranking mondiale non ha ancora un punto, ma lui non si perde d’animo nonostante la sua disabilità non sia certo trascurabile: dalla nascita gli manca il braccio sinistro. Con il destro, quello con cui effettua naturalmente i colpi, se la cava più che bene. Al posto del braccio sinistro ha una protesi che allo stesso tempo, certamente non come un braccio naturale, gli permette di svolgere i vari colpi con naturalezza. Persino nella battuta, dove il braccio sinistro è chiamato in causa per il lancio della pallina, risulta essere deciso ed efficace.

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I problemi tecnici però non mancano affatto ed è lui stesso a precisarlo: “L’unica vera sfida a cui mi trovo davanti è cambiare l’impugnatura quando devo passare da un colpo all’altro”, ha spiegato al giornale neozelandese Stuff, “oppure quando la giornata è molto ventosa”. Per Alex la mancanza del braccio non è affatto un peso e riesce a vedere tutto ciò con grande semplicità: “Io sono nato così, quindi non avverto la mia disabilità come una reale mancanza. Ora voglio riuscire a entrare nel ranking Atp per dimostrare a tutti che nulla è impossibile». Hunt da quattro anni, gioca nel campionato universitario per il Saint Mary’s College Athletics di cui è il leader sia nel singolo che nel doppio. Allenato da John Gardiner, è alla ricerca del primo punto ATP che lo proietterebbe nel mondo dei grandi.

Un salto che potrebbe davvero fargli vivere quel sogno tanto desiderato e che, con il tempo e tanta forza di volontà – come disse il famoso scrittore – potrebbe trasformarsi in una splendida realtà.

Tennis: quando il coach è “di famiglia”

Tennis: quando il coach è “di famiglia”

A poche settimane dall’epica finale degli Australian Open tra Federer e Nadal, è arrivata una clamorosa notizia, che probabilmente si ripercuoterà sul futuro della carriera del tennista spagnolo: dal 2018 Toni Nadal non sarà più il coach di suo nipote Rafa.

 A dichiararlo è stato lo stesso Toni qualche giorno fa, in un’intervista nella quale ha spiegato le motivazioni della sua scelta. Da un lato, la volontà di dedicarsi a tempo pieno alla nuovissima Rafa Nadal Academy – inaugurata l’ottobre scorso a Mallorca -con l’intento di far maturare e valorizzare nuovi giovani talenti; dall’altro, la crescente consapevolezza di aver perso il potere decisionale di cui godeva anni fa: “Fino ai 17 anni decidevo tutto io, poi è venuto Carlos Costa come manager, si è avvicinato il padre, ognuno con i loro pareri. E la verità è che ogni anno io decido sempre meno, fino al punto in cui non deciderò più niente!”

Lo zio da sempre è stato un uomo rigido, dall’encomiabile etica del lavoro. E’ stato affianco a Rafa sui campi da tennis da quando aveva 3 anni, spronandolo e ottenendo sempre il massimo da lui. I 69 titoli ATP, tra cui ben 14 Slam, 28 Master 1000 e un oro olimpico ne sono una prova solare. E con il nipote ha sempre avuto un ottimo rapporto, basato sulla fiducia e il rispetto reciproci. Ma evidentemente, soprattutto dopo l’arrivo nel 2014 di Moya nell’entourage di Rafa, zio Toni ha capito che è giunto il momento di farsi da parte. 

 La loro è stata senza dubbio una delle accoppiate più vincenti della storia del tennis. Il che è ancor più sorprendente se si tiene conto del loro legame: Toni non era soltanto il suo coach, ma anche suo zio. Come gestire un rapporto simile, in cui dover bilanciare l’affetto parentale con l’obiettività propria dell’allenatore? Una situazione molto difficile, ma non così rara nel mondo del tennis. Una situazione che può sì comportare enormi vantaggi, come nel caso di Rafa, ma anche provocare immani catastrofi.

Uno dei primissimi esempi di una situazione simile riguarda Suzanne Lenglen.  La tennista francese negli anni ’20 vinse la bellezza di 12 Slam. E gran parte del merito non può che essere del padre Charles, che la allenava quotidianamente ed era solito piazzare sul campo dei pezzetti di carta, che la figlia doveva colpire con la pallina. E se non ci fosse riuscita? Niente pane né acqua a pranzo! Un metodo poco ortodosso, ma sicuramente fruttuoso.

E anche Caroline Wozniacki, ex numero 1 del mondo, deve molto al padre Piotr. E’ lui che la allena fin dall’età di 7 anni, è lui che l’ha plasmata da un punto di vista tennistico, riuscendo a scindere l’amore paterno dal suo ruolo di coach. E se la tennista danese nel 2015 aveva deciso di affidarsi ad Arantxa Sanchez Vicario, ora è tornata nuovamente sotto la guida paterna, convinta più che mai che “la miglior cosa per me è avere mio papà come allenatore.

Ma non sempre avere un padre o un parente come allenatore risulta essere la scelta più saggia. Caso lampante è il ruolo di padre/coach di Sergio Giorgi con la figlia Camila. Ok, la tennista maceratese è ancora giovane e, talentuosa com’è, potrebbe esplodere da un momento all’altro. Però sono anni che ci si aspetta da lei un definitivo salto di qualità, mentre finora la sua carriera è costellata di poche soddisfazioni e tante, cocenti delusioni. Delusioni che a volte vengono imputate proprio a papà Sergio: personaggio strambo e spesso sopra le righe, il padre da sempre ha trascurato l’aspetto tattico nel gioco di Camila, concentrandosi solo su un tennis potente e aggressivo e sulla ricerca, spasmodica, del colpo vincente. Non importa chi sia l’avversario dall’altra parte della rete, Camila gioca sempre nello stesso identico modo, con forzature e soluzioni sempre più estreme. Una strategia che, almeno finora, non sta pagando.

E in alcuni casi, un padre coach può diventare una vera tragedia. E’ il caso, ad esempio, di Aravane Rezai, allenata per anni dal padre Arsalan. L’uomo stravedeva per la figlia fin da piccola e voleva che diventasse numero 1 al mondo. Ma durante gli anni i suoi sogni sono sfumati. Di pari passo  ha iniziato a covare una rabbia crescente, che si è riverberata sulla Rezai, al punto tale che nel 2011, durante gli Australian Open, l’ha minacciata fisicamente negli spogliatoi. Il tutto a causa della necessità di emancipazione da parte della tennista, da tempo alla ricerca di un nuovo coach contro il volere paterno. Una vicenda resa ancor più scabrosa dal fatto che la famiglia Rezai, di origini iraniane, non vedeva di buon occhio l’occidentalizzazione della figlia. Una vicenda che ha visto la Rezai chiudere dolorosamente ogni rapporto con la sua famiglia.

E una sorte non troppo diversa è toccata anche a Bernard Tomic, grande promessa del tennis australiano. Anche in questo caso c’è di mezzo un padre allenatore tutt’altro che tranquillo. John Tomic da sempre è stato al centro di episodi davvero poco piacevoli: nel 2006 venne alle mani con alcuni allenatori, nel 2008 costrinse il figlio al ritiro per protesta, nel 2010 litigò pesantemente col direttore degli Australian Open e l’anno seguente, durante un incontro, il figlio Bernard chiese di farlo allontanare dalle tribune a causa del suo atteggiamento increscioso. E poi, la rissa del maggio 2013: il padre che picchia il figlio, l’intervento dello sparring partner Thomas Drouet, e John Tomic che prende a testate quest’ultimo, per poi essere arrestato dalla polizia. Sembrerebbe un film comico di Boldi e De Sica, ma purtroppo è tutto vero. 

 E, incredibile ma vero, John Tomic è a tutt’oggi il coach di Bernard, nonostante tutto quello che abbia combinato.  Una sorta di sindrome di Stoccolma, che tiene ostaggio il figlio nella morsa del padre. Una situazione davvero spiacevole, che fa capire che, malgrado tutti i suoi difetti, di personaggi come Toni  Nadal ce ne siano veramente pochi.

Venus-Roger: l’esperienza al potere

Venus-Roger: l’esperienza al potere

Sorprendono e sorprende che nonostante tutto, in finale nel primo Slam stagionale ci siano due veterani che hanno scritto pagine memorabili del tennis mondiale. Proprio loro, eleganti nei gesti tecnici e nelle movenze, con una grande dose di professionalità.

Venus Williams, la Venere del tennis professionistico, a 36 anni e 7 mesi raggiunge la 15esima finale in un Grande Slam (57 finali Wta nel singolare e 22 vittorie nel doppio). Per Venus ben 49 titoli Wta vinti e un primato leggendario: è stata la prima tennista afroamericana dell’era open ad occupare la prima posizione del ranking e, nel decennio 2000-2010 è la giocatrice ad aver vinto di più a Wimbledon, con 5 vittorie su 8 finali (di cui 4 consecutive, dal 2000 al 2003). Una vera e propria protagonista di questi anni che torna alla ribalta, dopo anni con più bassi che alti, e si troverà di fronte nell’atto finale degli Open d’Australia la sorella Serena. Le due Williams si ritrovano in finale a Melbourne 14 anni dopo. Tanti anni, tanti successi e momenti bui ma le sorelle non hanno smesso di lasciare il segno nel grande tennis ed ora, sono pronte a riscrivere un’altra pagina del tennis.

Roger Federer, (tra pochi mesi anche lui 36enne) considerato tra i più grandi giocatori della storia del tennis – è stato il numero 1 al mondo per 237 settimane consecutive, record tuttora imbattuto, dal 2 febbraio 2004 al 17 agosto 2008 – dopo aver fatto fuori in semifinale il connazionale Stan Wawrinka in 5 set, è pronto a disputare la sua sesta finale del torneo australiano (vinto 4 volte). Attualmente al 17esimo posto del ranking Atp, potrebbe sfidare nell’ultimo atto competitivo l’avversario storico di mille battaglie, Rafael Nadal. Se così fosse, ci sembrerebbe di ritornare indietro nel tempo, quando i due si contendevano il trono mondiale, dominando in lungo e in largo in ogni torneo.

Vederli ancora oggi sui grandi palcoscenici fa certamente effetto. Cos’è che li rende così competitivi nonostante l’età? Forse oltre alle grandi-immense doti tecniche e mentali, la grande professionalità, la voglia e la determinazione di esprimersi sempre al massimo, a unire tutto ciò credo ci sia la grande passione che alimentano per questo sport che non smette mai di farli divertire.

Forse è proprio questo il segreto vincente.

Australian Open: tra exploit inaspettati e il trionfale ritorno della Lucic-Baroni

Australian Open: tra exploit inaspettati e il trionfale ritorno della Lucic-Baroni

Definirlo un Australian Open sbalorditivo sarebbe un eufemismo. Questa edizione ci ha regalato sorprese a non finire e sconfitte davvero impronosticabili. Basti pensare che in campo maschile i due giocatori in vetta al ranking mondiale non sono nemmeno arrivati ai quarti. Ebbene sì, Murray e Djokovic, i due grande favoriti, stavolta hanno dovuto alzare bandiera bianca anzitempo, detronizzati da due outsider sui cui a inizio torneo nessuno avrebbe scommesso un centesimo.

Il primo a firmare l’impresa è stato l’uzbeko Denis Istomin, che al secondo turno ha estromesso Nole, dopo una battaglia di quasi 5 ore conclusasi solo al quinto set. Una vittoria tanto storica quanto inaspettata, perché Istomin, per quanto sia da anni una presenza fissa in top 100, raramente aveva fatto intravedere quegli sprazzi di tennis strabiliante che lo hanno portato al trionfo, complice anche un Djokovic parecchio sottotono. L’uzbeko agli ottavi si è poi dovuto arrendere a Dimitrov, anche a causa di un infortunio che lo ha fortemente penalizzato, ma la sua rimane comunque una prestazione fantastica. Così come fantastico è stato il match di Mischa Zverev contro Murray. Il tedesco, fratello maggiore del baby prodigio Alexander Zverev, negli ottavi ha messo in mostra un tennis sublime, caratterizzato da continui serve & volley, cambi di ritmo e improvvise accelerazioni di dritto, mandando in tilt le difese del numero 1 del mondo. Non importa che poi il suo cammino si sia infranto ai quarti, dinanzi al redivivo Roger Federer. Zverev ha comunque messo a segno il colpaccio, vincendo la partita più importante della sua carriera.

E in campo femminile? Anche qui le sorprese non si sono fatte attendere. Il tutto per lo più a causa di una mina vagante che ha letteralmente fatto saltare il banco: Coco Vandeweghe. L’americana classe ’91 ha ribaltato ogni sorta di pronostico: dapprima ha eliminato la nostra Roberta Vinci, poi dal terzo turno si è sbarazzata della Bouchard, della Kerber, numero 1 al mondo, e della Muguruza. Il tutto con un tennis rapido e potente, che le ha permesso di battere avversarie ben più quotate e di raggiungere la sua prima semifinale Slam. Le sue esultanze impertinenti e i suoi C’mon in faccia alle avversarie non sono il massimo della sportività, ma la Vandeweghe ha comunque dimostrato di avere carattere e personalità, doti indispensabili per raggiungere le vette del ranking mondiale.

Tra le imprese di Zverev, Istomin e la Vandeweghe, è passato in secondo piano un altro exploit, che ha però dell’incredibile: l’approdo in semifinale di Mirjana Lucic-Baroni. E perché tanto stupore? Per capirlo bisogna fare un salto indietro di vent’anni, al 1997.

All’epoca la Lulic è una quindicenne croata dal talento cristallino. Davanti le si profila un futuro radioso. Dopo aver vinto a livello junior sia lo Us Open che l’Australian Open, conquista il suo primo titolo tra i senior nel torneo casalingo di Bol. L’anno successivo, a sedici anni, prima si aggiudica il doppio all’Australian Open, in coppia con l’altra stella nascente Martina Hingis,  poi raggiunge la finale nel doppio misto a Wimbledon, insieme a Mahesh Bhupathi.

Eppure, malgrado le apparenze, la giovane Mirjana è tormentata. Il padre Marinko era stato un atleta olimpionico di Decathlon e agli occhi dei media croata appare come un personaggio illustre e degno di ammirazione. Ma in realtà, fra le mura di casa Marinko Lucic è un mostro. Per anni picchia la moglie, i figli maschi e soprattutto lei, la piccola Mirjana. Fin dall’età di 5 anni la riempie di botte, in modo quasi metodico, facendo sì che i segni delle percosse non si vedano. A volte si limita a prenderla a schiaffi, altre volte invece usa degli scarponi della Timberland per sfogare la sua rabbia su di lei. In molti sanno, ma nessuno osa opporsi al rispettabile Marinko Lucic.

Perché tutto questo accanimento verso sua figlia? Il motivo è semplice: Mirjana perdeva incontri che avrebbe dovuto vincere, a volte in campo sembrava svogliata e deconcentrata. Per questo meritava una punizione, chè le servisse da lezione.

Dopo la sconfitta in finale di doppio misto a Wimbledon e le susseguenti minacce paterne, Mirjana capisce che non si può continuare così e prende un’importante decisione: scappare dal padre. Insieme alla mamma e ai fratelli prima si rifugia dall’amico Goran Ivanisevic, vivendo come fosse una latitante, poi prende il primo volo per l’America. Negli States, malgrado le difficoltà iniziali, comincia una nuova vita, il cui apice arriva nel 1999, quando a soli 17 anni raggiunge a Wimbledon una storica semifinale, prima di essere eliminato da Steffi Graf.

Ma i fantasmi del passato continuano ad assillarla. I disturbi post-traumatici si riverberano sul suo gioco, tant’è che il 2000 si rivela un anno disastroso, in cui sprofonda oltre la 2000esima posizione de ranking. Di lì a poco inizierà un autentico calvario sportivo, fatto di pochissime soddisfazioni estemporanee e tante, cocenti delusioni. Nel 2004, Mirjana deciderà di ritirarsi.  Perché oltre agli scarsi risultati sul campo, la Lulic è ridotta sul lastrico: nel 1998 aveva sottoscritto un ricco contratto di sponsorizzazione con la IMG, ma pochi anni dopo erano sorte problematiche di natura contrattuale che avevano comportato una lunga e dispendiosa causa legale, nella quale la tennista croata uscì economicamente dissanguata. E tempo dopo si scoprì un agghiacciante retroscena: dietro quella causa c’era lo zampino del padre Marinko.

Fine della storia? Nemmeno per sogno. Nel 2008 Mirjana riprende la racchetta in mano, ma è il 2010 l’anno della svolta: conosce e sposa Daniele Baroni, ricco uomo d’affari americano – proprietario di prestigiosi ristoranti  in Florida–, che le permette di tornare ad allenarsi e  di competere ad alti livelli. E 7 anni dopo, eccoci qui, a raccontare le sue gesta: a 18 anni di distanza Mirjana Lucic-Baroni torna a giocarsi una semifinale Slam, stavolta contro la terribile Serena Williams. Lo fa dopo aver estromesso dal torneo tenniste del calibro della Radwanska e della Pliskova. E soprattutto lo fa dopo aver dato un calcio al suo passato tormentato e a tutti coloro che in questi anni non hanno creduto in lei. Lei, a differenza degli altri, in se stessa ci aveva sempre creduto. E in questi Australian Open ha dimostrato che aveva ragione lei.

 

Ivo Karlovic e il Tennis a suon di bombe

Ivo Karlovic e il Tennis a suon di bombe

La potenza non è tutto. Anche nel tennis occorre il giusto mix tra quest’ultima e il controllo. Il gioco (e le superfici) è sempre più veloce e dinamico e per rimanere nei piani alti della classifica mondiale, occorre una grande dose di rapidità e di agilità negli spostamenti. Chi occupa le prime posizioni, attualmente, lo dimostra. C’è chi però, nonostante le forme gigantesche e forse più inclini ad altri sport, non smette di sorprendere, anche a discapito dell’età fuori dagli schemi.

Lui è Ivo Karlovic. Il 37enne croato, 211 centimetri per 104 kg, fa della potenza la sua arma. Non sempre si è rivelata vincente ma di soddisfazioni nell’arco della sua carriera se né tolte parecchie. Il best ranking (attualmente è numero 21) l’ha raggiunto nell’agosto del 2008 quanto si è classificato 14esimo. Finora ha conquistato 8 tornei Atp e due di doppio e può vantare due primati: data la sua altezza è il giocatore più alto della classifica Atp e grazie al suo servizio potentissimo nel marzo 2011 in Coppa Davis ha scagliato la pallina oltre la rete a 251 km/h, stabilendo il nuovo record. Piccolezze se si pensa a quante caratteristiche servono per primeggiare. Eppure, non ha ancora smesso di impensierire gli avversari con il suo gioco atipico (non proprio idilliaco) e non di far parlare di sé.

Agli attuali Australian Open, nel suo match d’esordio contro Zeballos, si è trasformato in un vero e proprio bombardiere. Sotto di due set, ha recuperato e vinto 22-20 al quinto in cinque ore e 14 minuti. Oltre ad esser stato classificato come il secondo match più lungo del torneo di Melbourne, ha lasciato un altro segno nella storia del torneo: con 75 ace ha riscritto gli annali della kermesse. Un record che per lui però non dice molto visto che in un match di Davis ne aveva messi a segno 78. Finiti i record? No, il match ha riscritto anche quello dei game totali del match: ben 84, uno in più della sfida del 2003 tra Roddick-El Aynaoui.

Record su record che portano il 37enne croato ad essere ancora temuto, soprattutto sui campi veloci. In merito al match ha dichiarato: “È stato tra i match più difficili della mia carriera. Ero sotto 2-0 quindi ho dovuto combattere non solo contro il caldo e l’avversario ma anche contro la mia testa, dovevo restare attaccato alla partita”. Così è stato ed ha compiuto una vera e propria impresa.

Una maratona che, nonostante le poche certezze sul recupero ottimale delle energie “Un bel bagno ghiacciato e tanto sonno, speriamo che basti”, l’ha galvanizzato, portandolo a superare anche il secondo turno domando in tre set l’australiano di casa Whittington.

Il bombardiere croato non è ancora sazio.

Tennis: alla ricerca del coach perfetto

Tennis: alla ricerca del coach perfetto

Si dice spesso “Anno nuovo vita nuova”. Con l’avvento del nuovo anno, si cerca sempre di migliorare qualcosa che non è andato nei dodici mesi precedenti. Se poi prendiamo in considerazioni gli sportivi con le loro carriere agonistiche, cambiare, anche un dettaglio, può risultare decisivo.

Sul finire del 2016 molti giocatori del panorama mondiale del tennis hanno deciso di abbandonare i loro rispettivi allenatori. Alcuni, hanno deciso di separarsi da coach storici mentre altri hanno optato per vecchi ripensamenti o addirittura scambi di coach tra connazionali.

Partendo dai piani alti della classifica Atp, Novak Djokovic ha deciso di chiudere definitivamente la collaborazione con Boris Becker. I motivi sono ai più sconosciuti ma certamente, quello che possiamo dire è che il tedesco ha contribuito alla causa: con lui (dal 2014) Novak ha vinto altri sei Slam, tra cui il tanto agognato Roland Garros, unico Slam che il serbo non aveva ancora messo in cassaforte.

Passando ad un altro campione che sembra tornato a dire la sua, Rafael Nadal ha deciso di aggiungere alla storica guida dello zio Toni, l’esperienza agonistica (ex numero 1) di Carlos Moya che è accasato alla Nadal Academy lasciando un altro top player, Milos Raonic. Un innesto importante che potrà far tornare il maiorchino dominatore della terra rossa.

Lo stesso Raonic, dopo aver salutato Moya, non è rimasto a guardare e dall’inizio del 2017, ad affiancare il punto fermo Riccardo Piatti, ci sarà Richard Krajicek. L’olandese di origine ceche, vincitore del torneo di Wimbledon nel 1996, potrà sfruttare le potenzialità (che in parte si rispecchiano nelle sue) del canadese provando chissà, a portarlo a vincere l’ambito torneo londinese. Anche Fabio Fognini ha riorganizzato lo staff: sciolto il rapporto con Perlas, allenatore che l’ha portato a vincere i primi titoli in carriera e a raggiungere il best ranking, da questo inizio 2017 a prendersi cura di lui ci sarà Franco Davin, ex tennista che ha allenato anche Del Potro nel periodo in cui l’argentino vinse il suo primo e unico Slam. Un auspicio molto invitante per la punta di diamante della nazionale italiana.

Oltre a Fognini, anche David Goffin e Fernando Verdasco hanno cambiato coach. Il primo ha lasciato Thomas Johansson, figura che era stata affiancata all’allenatore Thierry Van Cleemput. Lo spagnolo invece, nonostante i 33 anni, vuole ancora dimostrare quanto vale. A Miami ha iniziato a lavorare con Emilio Sanchez.

Anche in campo femminile le acque si sono mosse. Partiamo da Sara Errani che si è separata da Pablo Lozano, suo allenatore per 12 anni. La Errani (per un breve periodo ha lavorato con Wim Fissette che fu coach di Kim Clijsters), alla fine ha virato su un italiano che conosce molto bene: Michele Montalbini, già allenatore di Sara per 7 anni, quando l’azzurra era soltanto una promessa. Ritrovarsi dopo quasi 15 anni deve essere una situazione strana ma certamente stimolante, visto che con lui Sara ha raggiunto il decimo posto in classifica e disputato una finale Slam.

Singolare quello che è capitato alle connazionali Petra Kvitova e Karolina Pliskova. La prima (per ora lontana dai campi per infortunio) lavorerà con Jiri Vanek, mentre la Pliskova si affiderà a David Kotyza. La giovane Eugenie Bouchard dopo esser tornata con il suo coach storico Nick Saviano, ha interrotto il rapporto ed è tornata con Thomas Högstedt che l’aveva allenata fino a marzo. Quest’ultimo, dopo essersi scusato per come si era comportato mesi fa, ha riacquistato la fiducia della canadese. A lasciare libero il coach è stata Madison Keys che ha deciso di lasciare Hogdtedt per ritornare con Lindsay Davenport, sua allenatrice già nel 2015 (disputò semifinale Slam). Sabine Lisicki dopo aver cambiato tre allenatori nel 2016, si farà seguire dal padre Brooks, già nelle sue file al tempo dell’accademia Bollettieri. Samanta Stosur, campionessa Us Open nel 2011, ha interrotto a giugno il rapporto con David Taylor, proprio colui che l’aveva portata al primo trionfo Slam. Il suo nuovo allenatore è l’australiano Josh Eagle.

Tanti movimenti (non saranno gli ultimi di questo 2017) che dimostrano come la voglia di migliorarsi e di dare sempre di più sia la prerogativa di tanti, forse tutti, i campioni del tennis. Il cambio di coach o la ricerca dell’allenatore perfetto, non è garanzia di successo ma certamente, nuovi stimoli e nuove metodologie di lavoro possono riaccendere la scintilla, con una nuova ondata di ossigeno.

 

Dimitrov: un viaggio continuo alla ricerca dell’equilibrio

Dimitrov: un viaggio continuo alla ricerca dell’equilibrio

La vittoria del torneo di Brisbane per il 25enne Grigor Dimitrov, lo risolleva da un periodo non facile. Dopo quasi due anni torna a conquistare un titolo Atp facendo risplendere quelle sue qualità che, osservandolo, risulta facile paragonarle+ alle gesta dello svizzero Roger Federer. Che sia lui l’erede? Il talento c’è e nonostante in questi anni non abbia raccolto molto, la giovane età è dalla sua parte.

Dopo aver eliminato Raonic (vincitore dello scorso anno) in semifinale, in finale ha avuto la meglio, dopo un’ora e 49 minuti, su Kei Nishikori, altro talento che sta mettendo in luce tutte le sue doti. 6-2, 2-6, 6-3 lo score a favore del bulgaro che, a fine gara si è lasciato andare. “È una vittoria emozionante per me, ma allo stesso tempo non è inaspettata perché ho lavorato tanto fuori e dentro il campo – ha detto il bulgaro in conferenza stampa – Nei primi sei mesi di questo anno volevo vincere un torneo ed è già accaduto nella prima settimana della stagione, il che mi dà tanta fiducia. Ma rimango coi piedi per terra”. Fiducia che potrà risultare fondamentale per affrontare nel migliore dei modi il primo Slam della stagione. In merito all’imminente torneo di Melbourne, Grigor ha detto: “Appena arriverò a Melbourne mi concentrerò su cosa mi aspetta, quindi il caldo, le partite al meglio dei cinque set. Devo stare concentrato al massimo ora.”

Con il trofeo in mano, durante la cerimonia di premiazione, si è lasciato andare ulteriormente, affermando che i mesi appena trascorsi non sono stati per niente facili, soprattutto a livello mentale: “Un insieme di cose, la vita in sé. Noi se non giochiamo a tennis stiamo solo a casa e cerchiamo di trovare una soluzione. La nostra vita, i nostri ritmi… quando non puoi trascorrere del tempo con i tuoi cari, con la tua famiglia è difficile. Viaggiamo 23 settimane l’anno. È terribile se pensiamo a questo. E a volte hai la necessità d distrarti. Sono il tipo di ragazzo che non riesce a stare chiuso in camera e a pensare solo al tennis per 24 ore. In questi ultimi 10 giorni mi sono divertito ma allo stesso tempo sono rimasto concentrato. Non ricordo qual è stata l’ultima volta in cui mi sono sentito bene in campo e fuori.”

Dichiarazioni che mostrano come, rimanere ad alti livelli riuscendo a convivere con pressioni e difficoltà non sia facile. Dopo anni difficili, il bulgaro (17esimo nella classifica Atp) è riuscito a trovare una sorta di equilibrio psicofisico che gli ha permesso di mettere all’opera le sue indiscusse qualità. Dopo mesi di caos, la quiete l’ha fatto rifiorire, rinascere. Un ritorno che per gli appassionati ed esperti di tennis può solo che far piacere.

Sicuramente, visto lo stato di forma (caldo e tre set su cinque permettendo) sarà tra i protagonisti dell’edizione 2017 degli Australian Open.