Marion Bartoli ha vinto la sua sfida più grande

Marion Bartoli ha vinto la sua sfida più grande

Marion Bartoli is back. Non è una bufala, ma la pura verità: la tennista transalpina, vincitrice a Wimbledon nel 2013, tornerà a giocare nel circuito femminile. Ad annunciarlo è stata la Bartoli stessa, in un videomessaggio pubblicato su Twitter poco prima di Natale, nel quale ha dichiarato che ritornerà in campo a marzo, al Miami Open.

In un’ intervista la francese ha poi spiegato gli obiettivi della sua seconda carriera: la conquista di un secondo Slam, la vittoria in Fed Cup con la sua Francia e la partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Che dire, un piano niente male.

Le incertezze sul suo futuro sono quindi venute meno. Infatti in questi mesi si erano susseguite le voci su un possibile ritorno della campionessa transalpina, tutte però prontamente smentite. I dubbi però restavano, vista la diffusione di diverse foto che la ritraevano in piena sessione di allenamento presso una struttura della Federazione Francese. E alla fine le delucidazioni non si sono fatte attendere.

 Un percorso strano quello di Marion Bartoli. Abituata fin da piccolina a convivere con l’ingombrante figura del padre-medico-coach, si era sempre distinta nel circuito per il suo modo di giocare. Quel dritto bimane così insolito – ripreso da Monica Seles – che il padre le aveva inculcato , quel modus operandi in allenamento così sui generis, anche quella opera paterna, e quel fisico così robusto e mascolino. E poi quell’atteggiamento in campo, sempre a metà tra il nevrotico e il provocatorio. Di certo non una tennista che si faceva amare, né dagli spettatori né tantomeno dalle colleghe.

Poi però, nel 2013, era arrivato il coronamento di un sogno: l’incredibile exploit ai Championships, con il conseguente ritiro. Dopo anni di sacrifici e di pressioni mediatiche, Marion aveva detto basta. Del resto se ne andava da detentrice del titolo del torneo più famoso al mondo, con altri sette titoli all’attivo e un best ranking di numero 7 al mondo. Come dire, “il mio l’ho fatto”.



 E da lì si era costruita una seconda vita, fondando una nuova linea di moda e gioielli e vestendo i panni di telecronista sportiva. Però a 3 anni dal ritiro era tornata alla ribalta per un motivo tutt’altro che piacevole: lei, da sempre in carne e robusta, ora si presentava alla telecamere con trenta chili in meno, magrissima, quasi spettrale. Qualcosa non andava. E infatti, nel giugno 2016 si presentò al torneo delle leggende a Wimbledon in uno stato talmente macilento che lo staff medico gli impedì di giocare il secondo set in un match. Si temeva addirittura per un arresto cardiaco in campo.

 Da lì poi arrivò la triste verità. Fu la Bartoli stessa a dichiarare che era stata colpita da un raro virus che indeboliva gravemente il suo organismo, per poi venir ricoverata d’urgenza in una clinica in Italia. Ma per fortuna, dopo qualche mese la situazione si ristabilì e Marion comparve nuovamente in pubblico, stavolta in carne come prima ma in piena salute. E soprattutto, sprizzava gioia di vivere da tutti i pori, al punto da decidere di prendere parte nell’autunno dello stesso anno alla maratona di New York.

Ma il periodo buio appena vissuto aveva acceso una lampadina nel suo subconscio.  L’aver calcato per l’ultima volta la soffice erba londinese in quel modo, con l’abbandono per motivi di salute, proprio non le andava giù. E così, piano piano, in lei si annida quell’idea, tanto pazza quanto geniale: perché non tornare a competere?

 E ora, ad oltre un anno di distanza, eccola qui sorridente, mentre annuncia il suo ritorno sulla scena. Grintosa, motivata, ma anche un pizzico spensierata. Stavolta a seguirla come coach non ci sarà il padre, con cui però mantiene sempre un ottimo rapporto e dal quale si aspetta comunque un solido supporto emotivo. Gli interrogativi non possono mancare: la sua sarà stata la scelta giusta? Sarà competitiva come 5 anni fa? Difficile dirlo. Solo il tempo ci darà le risposte. Ma vederla comunque così ilare e desiderosa di gareggiare non può che far piacere.

 

La guerra di Eugenie Bouchard all’America del Tennis

La guerra di Eugenie Bouchard all’America del Tennis

20 febbraio 2018. Sarà questo il giorno d’inizio del processo che vedrà contrapposti Eugenie Bouchard e la USTA, la Federtennis statunitense. Da un lato la giovane tennista canadese, da tempo alla ricerca di sé stessa, dall’altro una delle federazioni più potenti e influenti al mondo. Uno scontro giudiziario alquanto sui generis. Ma qual è il motivo di questa disputa?

 Tutto ruota attorno a quanto accaduto nell’edizione degli Us Open del 2015: Eugenie ha da poco concluso il suo match di doppio misto in coppia con Nick Kyrgios, è appena entrata nella sala di fisioterapia per rilassarsi quando cade a terra a causa del pavimento scivoloso. Conseguenze? Lieve commozione cerebrale e l’obbligo di rinunciare non solo al match di ottavi contro Roberta Vinci, ma anche ad alcuni tornei successivi.



 Per quanto avvenuto, la canadese, che si è rivolta al prestigioso studio legale Morelli, ha chiesto un sostanzioso risarcimento per le spese mediche e per i danni riportati a livello fisico e economico. Infatti, le mancate partecipazioni agli altri tornei non solo hanno danneggiato la sua classifica, ma le hanno negato potenziali vittorie e conseguenti guadagni. Di contro, la difesa si è appellata al fatto che la Bouchard era consapevole che i locali dell’incidente erano momentaneamente chiusi, addebitando quindi tutte le colpe all’inavvedutezza della tennista.

In una vicenda simile la domanda viene spontanea: perché le due parti non hanno trovato un accordo invece di procedere per vie legali? La risposta è semplice: nonostante i tentativi, tutte le mediazioni in questi mesi sono andate in fumo. Per giunta, l’entourage della canadese  si è parecchio risentito dopo che la USTA ha cancellato materiale a suo dire molto rilevante. Infatti, dopo aver consegnato tutta la documentazione richiesta, la Federtennis americana ha lecitamente distrutto il materiale restante, seguendo la normale procedura che ne permette la cancellazione dopo 160 giorni. Atteggiamento che, per quanto legittimo, non è andato giù alla Bouchard al punto da spingerla alle vie processuali.

Una scelta che potrebbe essere stata motivata anche da un senso di rivalsa: di fatto la carriera della canadese ha subìto uno stop improvviso proprio a partire quell’incidente, tant’è l’ultima qualificazione a un ottavo Slam risale proprio a quell’edizione degli US Open. Ovviamente il suo evidente calo di rendimento non può essere addebitato solo a quanto accaduto a Flushing Meadows, visto che è da anni che si lascia trasportare da parecchie distrazioni extra-sportive, mostrando spesso di tenere più alla sua immagine di star mediatica che non alla sua carriera tennistica. Ma una vittoria di questo tipo in una sede giuridica, con il conseguente riconoscimento dei danni subìti, potrebbe regalarle nuovi stimoli per la sua finora sgangherata carriera.

In ogni caso, quella che si prospetta è una battaglia giudiziaria senza precedenti. Perché se nella maggior parte dei casi sono le Federazioni che citano in giudizio gli atleti per determinate ragioni – come uso di sostanze dopanti, match-fixing, comportamenti antisportivi ecc ecc -, stavolta è la Federtennis americana a ritrovarsi sul banco degli imputati, in una vicenda dai contorni tutt’altro che nitidi.

Per quanto ci riguarda, non ci resta che aspettare, per poi assistere, da spettatori esterni, a questo teatro mediatico. Anche se, a dirla tutta, tutta questa vicenda ce la saremmo francamente risparmiata.

Jimmy Arias: la stella cadente che inventò il dritto moderno

Jimmy Arias: la stella cadente che inventò il dritto moderno

Quest’anno si sono riconfermati come assoluti dominatori del ranking ATP due “veterani” del circuito. Rafa e Roger, primo e secondo al mondo, come se fossimo tornati d’un colpo a dieci anni fa. Il che però, al di là dell’aspetto prettamente romantico della loro rinascita sportiva, non può non evidenziare la mancanza di un vero ricambio generazionale, di nuove leve capaci di conquistare quello che – almeno anagraficamente – spetterebbe loro. E proprio per questo da anni si parla della famigerata Next Gen, uno stuolo di tennisti giovanissimi, dal talento più o meno cristallino, che dovrebbero sovvertire gli attuali equilibri e spodestare coloro che finora hanno spadroneggiato nel circuito. Il condizionale è d’obbligo, dato che la loro avanzata tarda ad arrivare, ma questo non ha impedito addirittura di organizzare a fine anno le Next Gen ATP Finals di Milano, per dare loro nuovo slancio e visibilità.

Ma il concetto di “next gen” è davvero così moderno? Assolutamente no. Da sempre il tennis è stato anche e soprattutto uno scontro generazionale, tra tennisti navigati e nuovi prospetti pronti a farsi le ossa tra i pro. Uno scontro che spesso e volentieri ha visto contrapporsi anche stili differenti, con le nuove leve portatrici di un approccio, di una visione del gioco diverso dal passato.  E un esempio,un concentrato di queste diversità è racchiuso in un tennista dei primi anni ’80, un “next gen” capace di dare il meglio di sé nei primi anni della sua carriera, per poi progressivamente spegnersi, pur lasciando un segno indelebile nel mondo del tennis. Stiamo parlando di Jimmy Arias.  


James “Jimmy” Arias è attualmente uno stimato commentatore americano, sia su ESPN che su Tennis Channel. Eppure, se solo fosse riuscito a veicolare il suo talento sui giusti binari, ora potrebbe davvero essere considerato alla stregua di un McEnroe o di un Agassi. Perché il nativo di Buffalo fin da piccolo aveva la stoffa del predestinato. Una stoffa messa in luce già nel 1976: l’allora dodicenne Jimmy ebbe la fortuna di poter giocare un set contro una leggenda vivente come Rod Lever, con cui battagliò per quasi un’ora per poi uscire sconfitto 7-5- Una prova di grandissimo valore, che gli valse però dal padre uno stringatohai fatto il tuo dovere, figliolo”. 


 

Perché papà Antonio era fatto così. Nato in Spagna negli anni ’30, si era trasferito prima a Cuba con la famiglia – per sfuggire alla guerra civile -, poi negli Stati Uniti, poco prima che scoppiasse la rivoluzione. Queste continue migrazioni lo avevano reso tanto algido quanto aperto di mente, propensioni caratteriali che riverberò poi sul figlio. Quando infatti il tennis divenne sempre più in voga, Antonio non solo gli comprò una Dunlop e lo mandò a giocare da un maestro, ma pretese rigidamente da lui il massimo impegno. Però, da totale ignorante in materia, se ne fregò totalmente delle convenzioni tecniche del tempo e, con la sua spiccata apertura mentale, cercò di applicare le sue conoscenze di ingegneria sui colpi del figli. E fu proprio così che nacque quello che sarebbe poi diventato il dritto moderno.

 A differenza di tutti gli altri, quando Jimmy colpiva la pallina col dritto lasciava poi andare il braccio, senza bloccare il movimento.  In questo modo generava maggiore potenza. Un colpo talmente inusuale all’epoca da non poter passare inosservato. Il giovane Arias venne infatti accolto in una delle Accademie di tennis più innovative del Paese. Chi ne era il responsabile? Nientemeno che un giovane Nick Bollettieri.

Nell’Accademia Jimmy migliorò di gran lunga i suoi colpi, rendendo il suo dritto ancor più letale. A 16 anni era già più che pronto per intraprendere la carriera da professionista, ma il padre era restio: voleva che frequentasse almeno per qualche anno il College. Ma fu proprio Bollettieri a risolvere il dilemma: con le sue conoscenze tentacolari riuscì a procurargli un contratto di sponsorizzazione di ben 100.000 dollari, con cui dissolse tutto i dubbi di papà Antonio.

E i tempi nel circuito furono per lui un susseguirsi di successi. A solo 16 anni vinse il doppio al Roland Garros nel 1981, a 18 vinse il torneo di Roma, finchè nel 1983 a soli 19 anni arrivò in semifinale agli Us Open, dove venne eliminato da Lendl dopo aver estromesso nientemeno che Yannick Noah. E nel 1984, ad appena vent’anni,  raggiunse il 5° posto del ranking.

Ma proprio quando la prima posizione mondiale sembrava a portata di mano ebbe inizio la parabola discendente della sua carriera. Già sul finire del 1983 si era sfortunatamente ammalato di mononucleosi, faticando non poco a ritrovare i suoi ritmi abituali. Ma nel 1984 oltre ai problemi fisici sopraggiunse un vero e proprio crollo psicologico: a soli vent’anni, con il peso costante delle aspettative di una nazione intera e l’ombra di un padre fin troppo esigente, la macchina letale che era diventato il giovane Jimmy cadde in mille pezzi. Una storia non troppo dissimile da quella del suo celebre omonimo Jimmy McGill, alias Saul Goodman in Breaking Bad.

Negli anni Arias provò a ritornare ai suoi livelli, ma tanto gli infortuni quanto i problemi a casa – tra cui un tumore diagnosticato alla madre – bloccarono i suoi tentativi. Restò per sempre una stella incompiuta, spentasi sul più bello. Un “next gen” che, pur avendo rivoluzionato il tennis col suo dritto, non ha potuto vivere il futuro radioso che in tanti gli avevano prospettato.

Doping: Lo schiaffo di Rafa all’Inquisizione dei complottisti

Doping: Lo schiaffo di Rafa all’Inquisizione dei complottisti

Per Rafa Nadal la stagione non è finita nei migliori dei modi. Malgrado il raggiungimento della vetta del ranking i problemi al ginocchio hanno continuato a tartassarlo, costringendolo al ritiro contro Goffin alle ATP Finals. Ma se sul campo non ha potuto agguantare i risultati auspicati, è fuori dal campo che è arrivata una vittoria tanto eclatante quanto simbolica. Una vittoria giuridica, contro l’ex ministro francese Roselyne Bachelot, con cui ha tirato un sonoro schiaffo morale a chi lo ha sempre criticato per i suoi risultati sportivi. Ma andiamo con ordine.

La vicenda ha inizio nel marzo del 2016, quando la Bachelot, ex ministro transalpino dello Sport, durante la trasmissione Le Grand 8 sul canale francese D8 fa delle dichiarazioni agghiaccianti: tra il 2012 e il 2013 Nadal sarebbe stato lontano dai campi da gioco per 7 mesi non a causa di un infortunio, ma per nascondere una presunta sospensione dovuta a dei controlli antidoping falliti. In sostanza, Rafa avrebbe celato di essere dopato.

 A poche ore di distanza giunge tempestiva la smentita dell’ITF, ma la Bachelot – personaggio molto noto in Francia, che oltre ad essere stato ministro dello Sport ha anche presieduto al ministero prima dell’Ecologia e poi della Coesione Sociale –  con le sue parole ha già convinto migliaia di telespettatori. Perciò l’entourage del maiorchino decide di intervenire, minacciando querela. Eppure la Bachelot sceglie di non ritrattare, lasciando inalterate le sue insinuazioni.

 Non resta che procedere con le vie legali: nell’aprile dello stesso anno Nadal cita in giudizio l’ex ministro, facendo dichiarazioni molto forti:“Tramite questo caso intendo non solo difendere la mia integrità e la mia immagine di atleta, ma anche i valori in cui ho creduto per tutta la mia carriera. Voglio anche far sì che nessuna figura pubblica possa insultare o lanciare false accuse contro un atleta usando i media, senza alcuna prova o fondamento e poi restare impunito.”

E così nel luglio di quest’anno si è tenuta l’udienza nel tribunale di Parigi. E ora, a quattro mesi di distanza, è giunta la sentenza: la Bachelot è stata condannata per diffamazione, il che le costerà ben 10.000 euro di risarcimento danni oltre al pagamento delle spese legali.

 


 In prima battuta i legali dello spagnolo avevano richiesto ben 100.000 euro di risarcimento. Questo perché oltre al danno d’immagine Nadal rischiava di incorrere anche in una perdita economica, visto che l’accusa di doping avrebbe potuto causare ripercussioni sui contratti con gli sponsor. Per giunta le accuse della Bachelot erano assolutamente prive di fondamento, a malapena supportate da alcune dichiarazioni – non confermate in nessun modo – di alcuni tennisti ritirati (tra cui Daniel Koellerer, giocatore radiato). Alla fine però il tribunale di Parigi avrà optato per una condanna più leggera dal punto di vista pecuniario, tenendo conto di alcune attenuanti.

D’altronde il discorso economico è perlopiù marginale in una sentenza di questo genere. Quel che contava per Nadal era annullare l’infamante accusa di doping. Anche perché non era la prima volta che il maiorchino veniva accostato a simili situazioni. Il motivo? Gli infortuni che hanno costantemente minato tutta la sua carriera, ma dai quali si è sempre ripreso alla grande – l’attuale prima posizione del ranking ATP ne è l’ennesima dimostrazione -. Proprio per questo in molti negli anni hanno ipotizzato l’utilizzo di sostanze dopanti, che lo avrebbero aiutato a accelerare i tempi di recupero. Ma la realtà è un’altra. La realtà è che Nadal è uno dei giocatori sottoposti al maggior numero di controlli antidoping. I quali hanno sempre avuto tutti esito negativo. Una prova più che sufficiente.

 Così questa vittoria legale non ha fatto altro che rafforzare il maiorchino, ribadendo il suo status di icona sportiva e annichilendo tutte le esacerbanti insinuazioni. Ma Rafa ha fatto di più. Come annunciato già nell’aprile del 2016, gli oltre 10.000 euro ricevuti in risarcimento sono stati interamente devoluti in beneficenza. Un gesto quasi banale, per un giocatore che guadagna milioni ogni anno. Ma nella sua semplicità, è stato un gesto che ha evidenziato ancor più che tipo di persona è Rafael Nadal: un campione dentro e fuori dal campo.

 

 

Bjorn Borg, l’uomo di ghiaccio vissuto nell’eccesso

Bjorn Borg, l’uomo di ghiaccio vissuto nell’eccesso

Il 22 Gennai 1993 si ritirava il fenomeno del Tennis Bjorn Borg. Un uomo di ghiaccio che nascondeva una vita privata fatta di eccessi e sregolatezza. Vi raccontiamo il suo lato più oscuro.

Bjorn Borg. Sport e droga, due mondi che in teoria non dovrebbero avere nulla in comune. Da un lato i valori di competitività,  sportività  e rispetto reciproco, dall’altro offuscamento della ragione, dipendenza, straniamento dalla realtà esterna.  Eppure si sa, gli opposti si attraggono, e i casi di atleti dipendenti da droghe hanno falcidiato qualsiasi disciplina. Il caso di Borg.

Nel calcio l’esempio più illustre non può che essere il Pibe de Oro, che dopo essere risultato positivo alla cocaina nei controlli antidoping decise di fuggire all’estero, nel 1991.  Anche il basket non è da meno: lampante è la vicenda di Robert Swift,  promessa dei SuperSonics che nel 2009, dopo anni di abuso di droga, fu arrestato strafatto in possesso di un vero e proprio arsenale di armi; oppure la triste storia di Lamar Odom, ex stella dei Lakers, ritrovato neanche due mesi fa tra la vita e la morte in una camera di un albergo-bordello, a causa di un cocktail di cocaina, alcool e metanfetamina.


Cambiano gli sport, ma la musica non cambia: dall’arresto del centauro Walter Migliorini, colto nell’84 a trasportare quintali di hashish, alla condanna per possesso di cocaina per il pugile Ubaldo Sacchi fino alla squalifica del centometrista John Carlos per uso di droghe.

E anche il tennis non può non esimersi dall’entrare in questa lista tutt’altro che speciale.

Già negli anni ’20 si vociferava che la vincitrice di oltre 20 Slam Suzanne Lenglen facesse uso di un bicchierino di cognac nella pausa tra due set. Poi negli anni ’70 e ’80, con l’arrivo di nuove sostanze stupefacenti vennero sorpresi i vari Yannick NoahVitas Gerulaitis e Mats Wilander, per poi arrivare fino agli anni 2000:  Martina Hingis abbandonò il tennis per essere stata trovata positiva alla cocaina, Richard Gasquet cercò di mascherarne la sua positività giustificandola con un bacio dato ad una ragazza cocainomane, fino alla travagliata storia di Jennifer Capriati, andata in overdose nel 2010 e viva per miracolo.

Ma nel tennis il caso più eclatante è sicuramente quello che riguarda uno dei tennisti più vincenti di sempre, simbolo di un’epoca e idolo di migliaia di tifosi: Bjorn Borg. Proprio così, lo svedese vincitore di Wimbledon per  cinque volte di fila, l’Uomo di Ghiaccio per via del suo carattere, fuori dal campo non seppe resistere alle innumerevoli tentazioni che lo avrebbero portato sulla strada dannata di sesso & droga.

Eppure fino al 1980 Borg era stato il re incontrastato del tennis: benché neppure venticinquenne, aveva già vinto 10 titoli dello Slam e aveva spesso avuto la meglio sui suoi storici rivali, Jimmy Connors e John McEnroe.

Poi, nel 1981, qualcosa sembrò incrinarsi. Dopo aver vinto per la sesta volta l’Open di Francia, in finale a Wimbledon Borg incappò nella dolorosissima sconfitta contro McEnroe, la quale lo segnò profondamente. Nel 1982 decise di giocare solo il torneo di Montecarlo e l’anno successivo tornò in campo in condizioni fisiche pietose, rimediando roboanti sconfitte che lo indussero al ritiro, a soli 26 anni. Qualcosa era decisamente cambiato.

Come si spiega un calo di rendimento così repentino e inaspettato, una parabola discendente così improvvisa per un giocatore che fino a allora sembrava invincibile?

 Un risposta venne data da Loredana Bertè molti anni dopo. La stravagante cantante italiana fu dal 1989 al 1992 la moglie del campione svedese, con cui visse una relazione tanto intensa quanto drammatica. E, benché la Bertè ancora non fosse la compagna di Borg nel 1981, le sue rivelazioni, contenute nel libro intervista “Traslocando – E’ andata così”, scritto con Malcom Pagani e anticipate da Dagospia,  che non hanno avuto ancora la replica dell’interessato, non possono che far riflettere:Per la cocaina lasciò vincere McEnroe in finale a Wimbledon, con grande scorno della madre, che aveva preparato nella madia lo spazio per la sesta coppa”.

Sempre nell’autobiografia, la Bertè aggiunge, inoltre, che nella pausa tra un game e l’altro Borg avrebbe detto che dovevano sbrigarsi a finirla, perché doveva “farsi una striscia”. E’ inutile dire che tali parole destarono grande scalpore ma, nel contempo, sono a tutt’oggi da prendere con le pinze, visto che un personaggio sopra le righe come la Bertè potrebbe aver esagerato nel raccontare . Inoltre, Borg e McEnroe avevano dato vita ad una rivalità senza precedenti e pensare che Borg se ne fosse infischiato in questo modo resta difficile da credere.

Eppure, il cambiamento nello stile di vita del tennista svedese era palese. Il giovane ragazzo che si dedicava a tempo pieno allo sport iniziò ad abbandonare la semplice quotidianità e scoprì i piaceri del sesso, della vita notturna, dello sballo. Nel 1983 divorziò  con la moglie Mariana Simionescu, con cui aveva un figlio, e cominciò a tenersi in contatto con persone poco raccomandabili, che lo avvicinarono sempre di più alle droghe.

Nel 1988 incontrò Loredana Bertè, che aveva già conosciuto nel lontano 1973, quando ancora era la compagna di Adriano Panatta. Ed è la stessa Bertè che raccontò un altro triste episodio sulla dipendenza di Borg dalle droghe, nella sua autobiografia.

E’ il 7 febbraio 1989 e, a detta della cantante italiana, alle 7 di sera suonò il campanello della sua abitazione. Loredana apre la porta e si sarebbe trovata davanti un Bjorn Borg in uno stato pietoso: pallido come un cadavere, emaciato, con gli occhi di fuori. Non ha idea di cosa abbia fatto nelle ore precedenti, entra in casa e si chiude oltre mezz’ora al bagno, per poi uscirne mezz’ora dopo con una scatola di Roipnol in mano. Una scatola vuota.

Dopo poco, avrebbe avuto prima una crisi di pianto, poi iniziò a perdere i sensi, gli occhi cominciarono a roteare, la bava alla bocca. La Bertè ha la prontezza di chiamare un’ambulanza e Borg viene salvato per il rotto della cuffia. La lavanda gastrica sancirà che aveva fatto uso di cocaina, droga e dosi massicce di vari medicinali.

Nonostante la tragedia sfiorata, i due si sposarono nel settembre dello stesso anno, vivendo una vita sopra le righe, piena di eccessi e di spiacevoli figuracce. Come quando, durante un viaggio a Los Angeles, pernottarono in un lussuoso albergo a Beverly Hills e, al momento di saldare il conto, si venne a sapere che Bjorn e la moglie avevano visto lo stesso film pornografico per 24 volte di fila. Questo perché, a detta della Bertè, Borg era talmente strafatto da costringerla a compiere gli stessi identici gesti delle attrici pornografiche finchè non raggiungeva le movenze perfette.

Storie e aneddoti che fanno accapponare la pelle. Se solo si immagina all’incredibile talento di quel tennista biondo, amato e idolatrato da migliaia di fan, non si può non pensare a quanto spreco ci sia stato, a come la sua vita sia stata buttata.

Nel 1992 il matrimonio tra la Bertè e Borg ebbe fine, ma non sappiamo per certo se Borg chiuse i rapporti anche con la droga. Gli scoop dei giornali di gossip sul suo conto diminuirono di anno in anno, il successo e la fama attorno alla sua immagine si ridimensionarono, l’incedere degli anni prese il sopravvento. E, speriamo, anche il buonsenso.

Maria Sharapova, nuova grana giudiziaria in vista?

Maria Sharapova, nuova grana giudiziaria in vista?

Se Maria Sharapova pensava di aver finalmente ritrovato la tanto ambita serenità, dovrà sfortunatamente ricredersi. Perché dopo la squalifica per doping e il successivo rientro nel circuito tra infortuni e pesanti critiche da parte delle sue colleghe, un’altra grana sembra profilarsi sul suo cammino. E’ infatti notizia di pochi giorni fa il coinvolgimento della tennista siberiana in un procedimento giudiziario partito da New Delhi, in India. Un procedimento che potrebbe crearle diversi grattacapi.

Al momento la vicenda non sembra preoccupare troppo la campionessa russa, impegnata com’è a godersi le vacanze in un resort alle Hawaii. Ciononostante vale comunque la pena di analizzare i fatti.

Il tutto ha avuto inizio a seguito della mancata realizzazione di un lussuoso complesso edilizio a Gurgaon, città di circa 200000 abitanti a sud di New Delhi. Il progetto, iniziato nel 2013 e comprendente anche un’accademia tennistica, un centro residenziale e alcuni negozi di vestiti, era stato fortemente promosso dalla tennista russa, che a quanto pare avrebbe anche concesso l’utilizzo del suo nome come sponsorizzazione.

Ma a causa delle lungaggini burocratiche e di una presunta azione fraudolenta da parte dell’Homestead Company, a cui era stata affidata la realizzazione del progetto, non solo il complesso non è stato concluso nei tre anni previsti, ma i lavori si sono fermati dopo neanche dodici mesi. Il che ha però scatenato l’ira degli investitori che avevano acquistato anzitempo alcuni appartamenti del centro residenziale, i quali hanno sporto denuncia coinvolgendo di fatto la campionessa siberiana.

 Tra i diretti interessati è intervenuto pubblicamente anche Bhawana Agarwal, tra gli investitori denuncianti, che ha commentato: “La Sharapova avrebbe dovuto accertarsi della legalità di quanto stava sponsorizzando. Se gli imputati non possedevano le licenze per la costruzione del progetto in un’area di 2500 metri quadrati, allora sono incorsi in una grave violazione criminale”.


 

Quel che non è molto chiaro in tutta la vicenda è quanto realmente Masha abbia contribuito alla promozione di tutto il progetto. Secondo alcune fonti lei stessa sarebbe andata in India nel 2013 per sponsorizzare la realizzazione del complesso, con tanto di negozi di articoli sportivi che avrebbero venduto capi indossati da lei stessa. Ma la veridicità di questo viaggio in India non è stata ancora accertata. Inoltre, negli ultimi 5 anni Masha non è mai stata vista pubblicizzare il progetto: non ci sono foto, dichiarazioni o annunci sui social che colleghino la tennista al complesso edilizio. Il che pare francamente strano

Per il momento è difficile fare ipotesi in merito alla vicenda. La Sharapova è stata chiamata in ballo e i reati per cui potrebbe essere inquisita sono tutt’altro che leggeri. Ma non è semplice capire quanto sia realmente coinvolta, il che dovrebbe spingere a trattare tutta la storia con le dovute precauzioni. Resta però l’amarezza di vedere una campionessa del suo calibro nuovamente alle prese con problemi giudiziari. Magari stavolta il tutto si concluderà con un nulla di fatto, ma dispiace comunque vedere un’icona sportiva come Masha invischiata in simili situazioni.

 

Borg e McEnroe, la storica rivalità diventa un film

Borg e McEnroe, la storica rivalità diventa un film

Quella finale è stata più che un evento sportivo, è diventata un dramma fantastico da vedere anche per chi non era appassionato di sport”. Così l’attore svedese Stellan Skarsgård, 66 anni, in merito alla storica e indimenticabile finale di Wimbledon del 1980 tra lo svedese Björn Borg e lo statunitense John McEnroe. Il match del famoso tie-break dei 34 punti, è unanimemente considerato la più bella sfida tennistica di sempre. Ed è un aspetto sul quale si concentrerà una pellicola svedese la cui uscita è prevista il  prossimo 9 Novembre. Un film “Borg/McEnroe dove recita anche il già citato Skarsgård (che presta il volto all’allenatore Lennart Bergelin) ma nel quale, soprattutto, sono i due protagonisti a far (già) parlare di loro: Shia LaBeouf (31 anni) nei panni di McEnroe, e il collega svedese Sverrir Gudnason (39 anni), alias Borg. Sceneggiato da Ronnie Sandhal e diretto dal danese Janus Metz, il lungometraggio si concentrerà, dunque, anche sulla rivalità – da Oscar, è proprio il caso di dire – tra due giganti del tennis, senza dimenticare gli aspetti “mondani” (sul set è stata riprodotta una copia del celebre Studio 54 di New York, il night frequentato da entrambi i campioni).

shia-labeouf-john-mcenroe-bjorn-borg

Numero uno per 109 settimane, 64 tornei in carriera (11 Slam), il crepuscolo di Borg – che si sarebbe ritirato nel 1983, quando ancora doveva compiere 27 anni – per sua stessa ammissione, prese il via proprio da quella finale vinta a Wimbledon ben trentasette anni fa. Proprio lì capì che McEnroe era arrivato davvero molto vicino a batterlo. La partita, infatti, si concluse con il trionfo dello svedese che si impose in cinque set sullo statunitense: McEnroe, sotto 2-1, riuscì a vincere il quarto set 18-16 al tie-break, salvo poi cedere alla quinta e decisiva partita vinta 8-6 da Borg. Sul filone dei duelli sportivi come quelli tra Niki Lauda e James Hunt nella Formula 1 (confluiti anche questi in un film, “Rush”, diretto da Ron Howard nel 2013), il biopic Borg/MCEnroe – con la partecipazione anche di Leo Borg, figlio del campione, che interpreterà il ruolo di suo padre da ragazzino – non potrà esimersi dal ripercorre la loro rivalità dentro e fuori dal campo da tennis negli anni 1970 e 1980. Occorre precisare che lo svedese e l’americano hanno il medesimo numero di vittorie in tornei Atp: sette ciascuno. Ma mentre Borg era freddo, pacato e riservato, il “bad boy” McEnroe aveva un temperamento irascibile, sempre pronto a scatenarsi anche contro gli arbitri (celebre il suoYou can’t be seriousrivolto ad un giudice di sedia).

sverrir-gudnason-e-shia-lebeouf-volti-di-borg-e-mcenroe-nel-film

Non stupisce, dunque, la crescente attesa di fan e appassionati in vista dell’uscita del film girato tra Svezia, Londra, Principato di Monaco e New York. Il tennis nel cinema, infatti, è da sempre presente con numerose pellicole – più o meno fortunate – che lo vedono protagonista. Da “Wimbledon” (2004) diretto da Richard Loncraine e liberamente ispirato alla storia vera di Goran Ivanišević, tennista croato che vinse il torneo di Wimbledon nel 2001, a “Match point” (2005) con la regia di Woody Allen a “Gioco, partita, incontro” (1995) di Lee H. Katzin, solo per citarne alcuni.

 


Malek Jaziri e gli altri: quando lo Sport diventa Boicottaggio nel conflitto Arabo-Israeliano

Malek Jaziri e gli altri: quando lo Sport diventa Boicottaggio nel conflitto Arabo-Israeliano

A volte lo sport non solo ha il merito di esaltare l’atletismo, le doti tecniche e una sana competitività, ma diventa uno strumento con cui oltrepassare limiti culturali spesso insormontabili. In altre occasioni, però, lo sport non riesce a valicare queste barriere, deve piegarsi a conflitti sociali alle quali sembra impossibile porre rimedio. E quando questi conflitti sono di natura politica e hanno risvolti internazionali e interreligiosi, lo sport è costretto ad alzare bandiera bianca, come nel caso di cui parleremo.

Malek Jaziri è un tennista classe 1984. Da anni milita ai vertici della classifica mondiale, vantando un best ranking di numero 65 al mondo e un terzo turno agli Australian Open del 2015. Un giocatore di tutto rispetto, conosciuto e stimato dai suoi colleghi, nonché letteralmente idolatrato in patria, dove è una vera e propria star. Eppure nella sua carriera è stato oggetto di vicende davvero poco piacevoli, che tutt’ora lo segnano e lo condizionano.

Parlavamo della sua patria, dove è considerato alla stregua di un Gianluigi Buffon o di un Alessandro Del Piero qui in Italia. Questo perché nel tennis ha raggiunto risultati che mai nessuno aveva mai lontanamente ottenuto nella sua nazione, la Tunisia. Una terra tanto vicina a noi quanto distante per cultura, mossa da lotte civili e religiose. Lotte che non dovrebbero avere nulla a che fare con lo sport.

Il 10 ottobre 2013 Jaziri si trova a Tashkent, in Uzbekistan, e ha appena battuto l’ucraino Sergey Stakhosky, approdando ai quarti di finale del torneo valido per il circuito Challenger. Ad attenderlo c’è Amir Weintraub, giocatore più che abbordabile. Eppure, poco prima dell’inizio del match, Jaziri dichiara forfait per un presunto problema al ginocchio.

L’infortunio è una balla, la verità viene presto a galla. La FTT – la Federazione Tunisina di Tennis – ha contattato il giocatore e gli ha imposto il divieto di prendere parte al match. Motivo? Weintraub è israeliano e il governo tunisino, per solidarietà al popolo palestinese, si rifiuta di permettere ad un proprio atleta di disputare un match contro un “nemico”.

 L’ITF viene a conoscenza del divieto da parte della federazione tunisina e prende un provvedimento drastico: assenza obbligata dalla Coppa Davis per un anno. Eppure questo non basta per risolvere un problema.

E’ il 4 febbraio del 2015 e Jaziri è in campo contro l’uzbeko Denis Istomin nel torneo di Montpellier. E’ in vantaggio di un set sul suo avversario, quando si avvicina all’arbitro e gli annuncia di non poter proseguire per un infortunio. Sembrerebbe che non ci sia nulla di insolito, se non fosse che ad attendere il vincente di quel match ci sia Dudi Sela, tennista di nazionalità israeliana.

Anche in questo caso, l’ITF apre un indagine sull’accaduto, ma non vengono trovate prove sufficienti per dimostrare le presunte pressioni sul tennista tunisino da parte della proprio federazione. Anche il direttore del torneo di Montpellier difende a spada tratta Jaziri, sottolineando come il ritiro non riguardi solo il tabellone singolare ma anche il doppio. Peccato però che, anche nel torneo di doppio, Jaziri, in coppia con Marc Lopez, se la sarebbe dovuta vedere col ceco Cermak e il suo compagno di squadra, Jonathan Erlich, guarda caso proprio israeliano…i dubbi non possono che rimanere.


Cambiano i tornei, ma la sostanza non cambia. E stavolta ad essere al centro di un caso simile è il tempio del tennis, Wimbledon. Jaziri e il suo compagno Garcia Lopez hanno eliminato al primo turno il doppio tutto italiano Fognini-Bolelli e si apprestano ad affrontare la coppia formata da Philipp Petzschner e Jonathan Elrich. Proprio quello stesso Elrich che Jaziri non aveva affrontato a Montpellier qualche mese prima per via di uno strano infortunio. E anche in questo frangente, arriva, a poche ore dall’inizio del match, l’annuncio di ritiro della coppia Jaziri- Garcia Lopez. Anche questa una coincidenza? 

 Non sono questi gli unici casi in cui atleti provenienti da nazioni arabe non hanno gareggiato contro avversari israeliani. Restando sempre nel mondo del tennis, nel luglio 2013 la tennista tunisina Ons Jabeur, appena diciannovenne, si rifiutò di scendere in campo contro Shahar Peer in quanto ebrea.

Nell’ottobre del 2011, invece, ai Mondiali di Catania, la schermitrice tunisina Sarra Besbes rimase immobile sulla pedana subendo i colpi dell’avversaria e venendo rapidamente sconfitta. Questo perché la sua avversaria era l’israeliana Naom Mills e la federazione tunisina le aveva imposto di non prendere nemmeno parte all’incontro, ma la Besbes aveva preferito salire in pedana ugualmente, perché un ritiro avrebbe comportato una squalifica diretta. A fine del match la giovane tunisina scoppiò in lacrime, visibilmente avvilita e dispiaciuta per una decisione così ingiusta.

Episodi simili avvennero nei Mondiali di Nuoto di Roma nel 2009 e di Shanghai nel 2011, quando il ranista iraniano Mohammed Alirezaei si rifiutò di scendere in acqua perché alle gare prendevano parte i due israeliani Gal Nevo e Mickey Malul.

Ancora più sconcertante è quanto è accaduto nell’ottobre del 2014 ai mondiali di nuoto in Qatar. Gli organizzatori erano in chiara difficoltà nel mostrare immagini televisive relative allo stato di Israele. Proprio per questo la tv qatariota ha avuto la sfortunata idea di sostituire la bandiera israeliana con una a tinta bianca, privando di fatto i nuotatori in gara di una nazione da rappresentare.

Da sottolineare inoltre come nella stragrande maggioranza dei casi non siano stati gli atleti a voler rinunciare alle competizioni, ma l’ordine è giunto dall’alto, spesso direttamente da organi governativi.

Per trattare il tema del conflitto israelo-palestinese sarebbe necessario un discorso lungo, dispendioso e per lo più infruttuoso. Non è questo il punto. L’unica cosa che ci possiamo augurare è che questo susseguirsi di episodi incresciosi a danno degli atleti israeliani abbia fine. Affinchè lo sport non diventi mai una forma di boicottaggio, una forma di discriminazione.

Ashleigh Barty, la rinascita della Fenice australiana

Ashleigh Barty, la rinascita della Fenice australiana

Se qualcuno avesse azzeccato le finaliste del torneo di Wuhan, l’ultimo Premier 5 dell’anno, e ci avesse scommesso su, a quest’ora sarebbe milionario. Perché trovare in finale Caroline Garcia e Ashleigh Barty era a dir poco improbabile. Due giocatrici che nell’atto finale del torneo hanno dato spettacolo, rendendosi protagoniste di un match intenso e combattuto, nel quale alla fine ha prevalso la transalpina dopo tre lunghi set.

La Garcia s’è così aggiudicata il torneo più importante della carriera. Una soddisfazione più che meritata, dopo che negli ultimi anni si era fatta notare sempre più spesso nel circuito, issandosi in questa stagione fino ai quarti di finale al Roland Garros e agli ottavi a Wimbledon. Per quanto riguarda la Barty, in quanti ne hanno sentito parlare prima di quest’anno? Davvero in pochi. E allora come mai una tennista sconosciuta fino allo scorso anno è riuscita ad raggiungere un traguardo simile?

 La storia dell’australiana classe ‘96 presenta elementi che la accomunano a tante colleghe. Come tante, fin da piccola veniva considerata una bambina-prodigio. La naturalezza con cui maneggiava la racchetta, la capacità di imprimere forza sulla palla, la bravura nella ricerca degli angoli, tutti fattori che la rendevano una predestina. Già a livello juniores qualche soddisfazione se l’era tolta: nel 2011, a soli quindici anni,  era arrivata la prima vittoria Slam a Wimbledon, seguita dalla semifinale raggiunta agli Us Open pochi mesi dopo, dove era stata estromessa indovinate da chi? Proprio dalla stessa Caroline Garcia che avrebbe affrontato anni dopo a Wuhan.

Le soddisfazioni e le ottime prestazioni erano arrivate anche a livello professionistico. Mentre per molte tenniste il passaggio al professionismo era stato traumatico, la Barty si era fatta notare fin da subito per le sue potenzialità. In singolare già nel 2012 aveva giocato tre match negli Slam, mentre nel 2013 erano arrivati degli autentici capolavori in doppio: in coppia con l’esperta connazionale Casey Dellacqua aveva raggiunto ben tre finali Slam (in Australia, a Wimbledon e agli US Open). Inutile dire che, soprattutto in Australia, il peso della pressione sulle spalle della giovane Ashleigh si era fatto sempre più opprimente. C’era chi la paragonava alla Stosur, chi la pronosticava tra le top -10, chi già la vedeva numero 1 al mondo.

 E così, dopo un 2014 ricco di delusioni, l’australiana disse basta. A soli diciott’anni, decise di appendere la racchetta al chiodo. Una scelta tanto inaspettata quanto comprensibile: a quell’età era impossibile gestire una pressione mediatica simile, quindi perché non liberarsene completamente?

Perciò Ashleigh abbandonò i panni della ragazza-prodigio, della tennista dal futuro radioso, dell’icona dei media sportivi nazionali. Eppure lo sport restava un pilastro fondamentale della sua vita, non voleva dedicarsi ad altro. Per questo, pochi mesi dopo il ritiro, decise di intraprendere la carriera da giocatrice professionista di cricket, altra sua grande passione. Una scelta singolare, che però non le permise di raggiungere gli stessi traguardi ottenuti con la racchetta in mano. Dovette abbandonare anche quella strada. Cosa fare adesso?

Com’è logico che sia, il richiamo del tennis è fin troppo forte. Prima era sempre stata condizionata dalle aspettative altrui, che l’avevano resa un robot, una macchina spara-palline che neanche si divertiva più in campo. Ora tutto è diverso. Lontana dai riflettori, Ashleigh riprende ad allenarsi a tennis e riscopre sensazioni per anni dimenticate. Il talento certo non l’ha abbandonata, quindi decide di riprovarci, di riprendere quel cammino interrotto sul finire del 2014.

 Nel febbraio 2016 si iscrive al torneo ITF di Perth, quasi in sordina. E’ lì che comincia la sua seconda carriera. Una carriera dapprima a bassa quota, tra tornei di livello non eccelso in cui poter riprendere dimestichezza col tennis e guadagnare punti utili nel ranking. Per poi, nel 2017, spiccare il volo nei tornei che contano.

In doppio, sempre in coppia con Casey Dellacqua, dimostra di essere sempre molto competitiva, raggiungendo la finale al Roland Garros per poi uscir sconfitta contro la Mattek-Sands e la Safarova. Ma è in singolare che arriva la svolta: pur partendo dalle qualificazioni, a marzo si aggiudica il primo titolo WTA a Kuala Lumpur, dopo aver sconfitto in finale la giapponese Nao Hibino.  E a luglio a Birmingham sfiora il secondo titolo in carriera, venendo battuta solo in finale dalla rediviva Petra Kvitova.ù

Ed eccoci qui, al torneo di Wuhan. Anche stavolta il titolo le è sfuggito per un soffio, ma le sensazioni sono ottime. A inizio anno era oltre la trecentesima posizione, ora è la n. 23 del ranking. Una scalata impressionante, che la proietta tra le tenniste più forti al mondo. Il tutto a soli 21 anni e malgrado un ritiro che l’ha tenuta lontana dal campo per oltre un anno. Un’impresa da predestinata, da futura stella del circuito? Forse. Quel che è sicuro è che Ashleigh Barty farà ancora parlare di sé. E chissà che forse non riuscirà ad esaudire i sogni di una nazione intera come l’Australia.

Angelo Mangiante, non si vive di solo Calcio. Anzi

Angelo Mangiante, non si vive di solo Calcio. Anzi

Abbiamo intervistato Angelo Mangiante, giornalista sportivo di Sky. Con lui abbiamo parlato di calcio ma, soprattutto, di Tennis, un suo lato poco conosciuto ma che in realtà è parte fondamentale della sua vita, essendo stato ex tennista numero 708 della classifica ATP, e in seguito Maestro Federale e International Coach.
Ciao Angelo, iniziamo parlando dei valori che arrivano dallo Sport. Partiamo dal tennis? 
Amo il tennis ed è un amore che mi accompagna da quando per la prima volta ho messo piede, anzi racchetta, alla Virtus Roma con te Andrea e con Mario Ciabocco. Arrivando grazie a voi anche nella classifica mondiale Atp. Penso che il tennis riassuma tutti i valori più alti dello Sport. 
Quali?
Il rispetto dell’avversario. In campo e fuori. Nel tennis non si tifa contro. Non esistono fischi o cori beceri. I tifosi dei due giocatori sono uno accanto all’altro. Il fatto che non sia uno sport di contatto aiuta. Il tennis è e rimarrà sempre uno sport dai gesti bianchi. Per fortuna non più ristretto, ma ormai vicino e accessibile a tutti.
Nel calcio il tifo non è propriamente così…
“Manca la cultura sportiva. Tra Italia e Inghilterra c’è un abisso in questo. Gli stadi nella Premier sono dei Teatri e chi sbaglia viene punito duramente. In Italia nel calcio lo stadio è ancora spesso zona franca purtroppo. Complicato e a volte pericoloso per molte famiglie”.
Si dovrebbe partire da un insegnamento diverso sulle nuove generazioni?
“Non ci sono le premesse. I miei due figli giocano sia a calcio che a tennis. Hanno 8 e 10 anni e cominciano a giocare i primi tornei. A calcio a volte li accompagno e vedo genitori che ringhiano fuori dalla rete di recinzione. Allenatori che imprecano ad alta voce fomentando la tensione. Non ci sono le basi per cambiare.Torniamo al discorso iniziale. Manca la cultura sportiva.Troppi sono convinti di avere un piccolo Totti a casa. Senza pensare di farli divertire e basta. A 10 anni ne hanno diritto” 
Nel tennis è più tranquillo? 
“Qualche genitore invadente c’è. A livello di circuito pro e anche nei primi tornei giovanili. Ma sono eccezioni per fortuna. C’è più fair play. È c’è la formazione, la maturità che arriva da un sport individuale in cui sei solo e devi risolvere, da solo, cento problemi”
Nel tuo lavoro a Sky segui calcio e tennis come inviato. Che tipo di esperienza è? 
“Esperienza fantastica. Lo slogan di una nostra fortunata campagna pubblicitaria rivolta agli abbonati Sky è “Noi avveriamo i tuoi sogni”. Nel mio caso hanno avverato anche i miei sogni. Raccontare lo sport dopo averlo praticato da ragazzo. Questo mi aiuta a vedere le cose con un occhio diverso, ma di sicuro con la stessa passione di quando ho preso in mano per la prima volta da ragazzino una racchetta alla Virtus Roma”.
Close