Bjorn Borg, l’uomo di ghiaccio vissuto nell’eccesso

Bjorn Borg, l’uomo di ghiaccio vissuto nell’eccesso

Quando la droga prende il sopravvento sulla razionalità.

Bjorn Borg. Sport e droga, due mondi che in teoria non dovrebbero avere nulla in comune. Da un lato i valori di competitività,  sportività  e rispetto reciproco, dall’altro offuscamento della ragione, dipendenza, straniamento dalla realtà esterna.  Eppure si sa, gli opposti si attraggono, e i casi di atleti dipendenti da droghe hanno falcidiato qualsiasi disciplina. Il caso di Borg.

Nel calcio l’esempio più illustre non può che essere il Pibe de Oro, che dopo essere risultato positivo alla cocaina nei controlli antidoping decise di fuggire all’estero, nel 1991.  Anche il basket non è da meno: lampante è la vicenda di Robert Swift,  promessa dei SuperSonics che nel 2009, dopo anni di abuso di droga, fu arrestato strafatto in possesso di un vero e proprio arsenale di armi; oppure la triste storia di Lamar Odom, ex stella dei Lakers, ritrovato neanche due mesi fa tra la vita e la morte in una camera di un albergo-bordello, a causa di un cocktail di cocaina, alcool e metanfetamina.

Cambiano gli sport, ma la musica non cambia: dall’arresto del centauro Walter Migliorini, colto nell’84 a trasportare quintali di hashish, alla condanna per possesso di cocaina per il pugile Ubaldo Sacchi fino alla squalifica del centometrista John Carlos per uso di droghe.

E anche il tennis non può non esimersi dall’entrare in questa lista tutt’altro che speciale.

Già negli anni ’20 si vociferava che la vincitrice di oltre 20 Slam Suzanne Lenglen facesse uso di un bicchierino di cognac nella pausa tra due set. Poi negli anni ’70 e ’80, con l’arrivo di nuove sostanze stupefacenti vennero sorpresi i vari Yannick NoahVitas Gerulaitis e Mats Wilander, per poi arrivare fino agli anni 2000:  Martina Hingis abbandonò il tennis per essere stata trovata positiva alla cocaina, Richard Gasquet cercò di mascherarne la sua positività giustificandola con un bacio dato ad una ragazza cocainomane, fino alla travagliata storia di Jennifer Capriati, andata in overdose nel 2010 e viva per miracolo.

Ma nel tennis il caso più eclatante è sicuramente quello che riguarda uno dei tennisti più vincenti di sempre, simbolo di un’epoca e idolo di migliaia di tifosi: Bjorn Borg. Proprio così, lo svedese vincitore di Wimbledon per  cinque volte di fila, l’Uomo di Ghiaccio per via del suo carattere, fuori dal campo non seppe resistere alle innumerevoli tentazioni che lo avrebbero portato sulla strada dannata di sesso & droga.

Eppure fino al 1980 Borg era stato il re incontrastato del tennis: benché neppure venticinquenne, aveva già vinto 10 titoli dello Slam e aveva spesso avuto la meglio sui suoi storici rivali, Jimmy Connors e John McEnroe.

Poi, nel 1981, qualcosa sembrò incrinarsi. Dopo aver vinto per la sesta volta l’Open di Francia, in finale a Wimbledon Borg incappò nella dolorosissima sconfitta contro McEnroe, la quale lo segnò profondamente. Nel 1982 decise di giocare solo il torneo di Montecarlo e l’anno successivo tornò in campo in condizioni fisiche pietose, rimediando roboanti sconfitte che lo indussero al ritiro, a soli 26 anni. Qualcosa era decisamente cambiato.

Come si spiega un calo di rendimento così repentino e inaspettato, una parabola discendente così improvvisa per un giocatore che fino a allora sembrava invincibile?

 Un risposta venne data da Loredana Bertè molti anni dopo. La stravagante cantante italiana fu dal 1989 al 1992 la moglie del campione svedese, con cui visse una relazione tanto intensa quanto drammatica. E, benché la Bertè ancora non fosse la compagna di Borg nel 1981, le sue rivelazioni, contenute nel libro intervista “Traslocando – E’ andata così”, scritto con Malcom Pagani e anticipate da Dagospia,  che non hanno avuto ancora la replica dell’interessato, non possono che far riflettere:Per la cocaina lasciò vincere McEnroe in finale a Wimbledon, con grande scorno della madre, che aveva preparato nella madia lo spazio per la sesta coppa”.

Sempre nell’autobiografia, la Bertè aggiunge, inoltre, che nella pausa tra un game e l’altro Borg avrebbe detto che dovevano sbrigarsi a finirla, perché doveva “farsi una striscia”. E’ inutile dire che tali parole destarono grande scalpore ma, nel contempo, sono a tutt’oggi da prendere con le pinze, visto che un personaggio sopra le righe come la Bertè potrebbe aver esagerato nel raccontare . Inoltre, Borg e McEnroe avevano dato vita ad una rivalità senza precedenti e pensare che Borg se ne fosse infischiato in questo modo resta difficile da credere.

Eppure, il cambiamento nello stile di vita del tennista svedese era palese. Il giovane ragazzo che si dedicava a tempo pieno allo sport iniziò ad abbandonare la semplice quotidianità e scoprì i piaceri del sesso, della vita notturna, dello sballo. Nel 1983 divorziò  con la moglie Mariana Simionescu, con cui aveva un figlio, e cominciò a tenersi in contatto con persone poco raccomandabili, che lo avvicinarono sempre di più alle droghe.

Nel 1988 incontrò Loredana Bertè, che aveva già conosciuto nel lontano 1973, quando ancora era la compagna di Adriano Panatta. Ed è la stessa Bertè che raccontò un altro triste episodio sulla dipendenza di Borg dalle droghe, nella sua autobiografia.

E’ il 7 febbraio 1989 e, a detta della cantante italiana, alle 7 di sera suonò il campanello della sua abitazione. Loredana apre la porta e si sarebbe trovata davanti un Bjorn Borg in uno stato pietoso: pallido come un cadavere, emaciato, con gli occhi di fuori. Non ha idea di cosa abbia fatto nelle ore precedenti, entra in casa e si chiude oltre mezz’ora al bagno, per poi uscirne mezz’ora dopo con una scatola di Roipnol in mano. Una scatola vuota.

Dopo poco, avrebbe avuto prima una crisi di pianto, poi iniziò a perdere i sensi, gli occhi cominciarono a roteare, la bava alla bocca. La Bertè ha la prontezza di chiamare un’ambulanza e Borg viene salvato per il rotto della cuffia. La lavanda gastrica sancirà che aveva fatto uso di cocaina, droga e dosi massicce di vari medicinali.

Nonostante la tragedia sfiorata, i due si sposarono nel settembre dello stesso anno, vivendo una vita sopra le righe, piena di eccessi e di spiacevoli figuracce. Come quando, durante un viaggio a Los Angeles, pernottarono in un lussuoso albergo a Beverly Hills e, al momento di saldare il conto, si venne a sapere che Bjorn e la moglie avevano visto lo stesso film pornografico per 24 volte di fila. Questo perché, a detta della Bertè, Borg era talmente strafatto da costringerla a compiere gli stessi identici gesti delle attrici pornografiche finchè non raggiungeva le movenze perfette.

Storie e aneddoti che fanno accapponare la pelle. Se solo si immagina all’incredibile talento di quel tennista biondo, amato e idolatrato da migliaia di fan, non si può non pensare a quanto spreco ci sia stato, a come la sua vita sia stata buttata.

Nel 1992 il matrimonio tra la Bertè e Borg ebbe fine, ma non sappiamo per certo se Borg chiuse i rapporti anche con la droga. Gli scoop dei giornali di gossip sul suo conto diminuirono di anno in anno, il successo e la fama attorno alla sua immagine si ridimensionarono, l’incedere degli anni prese il sopravvento. E, speriamo, anche il buonsenso.

Tennis Match Fixing: una piaga che seduce anche i più giovani

Tennis Match Fixing: una piaga che seduce anche i più giovani

Quella del Tennis Match Fixing è, da anni, una piaga profondamente radicata nel mondo dello Sport. Malgrado i tentativi di arginarlo da parte della Tennis Integrity Unit, il fenomeno continua a dilagare e i casi di incontri truccati sono sempre più frequenti. Stavolta a farne le spese è stato il tennis australiano, che ha subito un duro colpo a seguito del coinvolgimento di Oliver Anderson, tennista di spicco di casa, in un’inchiesta legata al match fixing.

E’ stato lo stesso Anderson ad ammetterlo in tribunale: nell’ottobre 2016 ha volutamente perso il primo set di un match nel Challenger di Traralgon. La vicenda ha avuto inizio quando Oliver è stato avvicinato da loschi personaggi, che gli hanno promesso un guadagno assicurato se solo avesse perso il primo set nel suo incontro di primo turno contro il connazionale Harrison Lombe. E lui, sicuro di poter battere comunque l’avversario – tra i due c’erano quasi mille posizioni di differenza nel ranking mondiale -, si è lasciato convincere. Risultato? Il match è finito 4-6 6-0 6-2, con un evidente cambio di passo tra il primo e gli altri due set.

Ma come funziona il Tennis Match Fixing? 

Il tentativo di combine è stato smascherato fin da subito. Infatti, pochi minuti prima del match uno scommettitore ha cercato di piazzare una puntata di 10000 dollari sulla vittoria di Lombe nel primo set. Visto il gap in classifica, era un risultato quotato a più di 5. Ma il bookmaker ha rifiutato il bet, per poi però accettarne un altro da 2000 dollari. Lo stesso scommettitore ha successivamente provato a piazzare un’altra puntata da 13000 dollari, ma il bookmaker anche stavolta ha rifiutato l’importo, per poi segnalare alle autorità dello stato del Victoria il possibile tentativo di combine.

Neil Patterson, Commissioner della polizia del Victoria, ha così dato il via alle indagini che hanno poi portato all’incriminazione di Anderson, che dapprima ha negato tutto, ma poi, durante le udienze processuali, ha ammesso le sue colpe. E in tutta questa vicenda il dato drammatico sta nella giovanissima età del tennista australiano: un classe ’98, di appena diciotto anni. Una vicenda che, ora come ora, rischia di minare profondamente la sua carriera. Una carriera che già lo proiettava tra i giovani più promettenti in ottica futura, soprattutto dopo la conquista dell’Australian Open juniores nel 2016. Ma allora perché lasciarsi coinvolgere in pratiche illegali?

Tennis Match Fixing

Perché dopo la vittoria agli Australian Open era subentrato un infortunio, che lo aveva costretto ad un lungo stop. Come da contratto, gli sponsor gli avevano sottratto parte del denaro che gli avevano garantito. Così, da un giorno all’altro, si era ritrovato in difficoltà economiche e con un infortunio da cui ancora doveva riprendersi. Da qui, la tentazione, sempre più seducente, di fare soldi facili che avrebbero dato nuova linfa alla sua carriera.

Ma adesso, quella stessa carriera sembra al capolinea. Perché al di là della condanna in sede penale, che gli è costata un lieve multa di 500 dollari, il giudice sportivo potrebbe bannarlo dai campi da gioco per molti anni, costringendolo ad abbandonare per sempre i suoi sogni di gloria.

Una storia davvero triste e una condanna davvero sciocca. Perché non solo la combine gli avrebbe reso poche migliaia di euro – lo stesso Anderson ha dichiarato di non aver ricevuto nemmeno un centesimo per quanto fatto – e non avrebbe rivitalizzato più di tanto il suo status finanziario, ma anche il modus operandi degli scommettitori, con cifre spropositate concentrate in un unico importo, avrebbe comportato un rischio altissimo di essere scoperti. Un rischio poi divenuto realtà, e una carriera gettata alle ortiche. E oltre al danno, la beffa: che fine hanno fatto i loschi personaggi che gli hanno proposto la combine? Di loro nessuna traccia.

Il dispiacere, in vicende simili, è tanto, soprattutto perché a cascarci è stato un giovanissimo talento, che avrebbe potuto regalare tanto.

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Zverev Über Alles: il destino è scritto

Zverev Über Alles: il destino è scritto

Ripensando alla finale del Master di Roma, potrei definirla con questo detto popolare, ovvero, “Se il buon giorno si vede dal mattino” perché è stato proprio così. Sin dalle prime battute del primo game, dove Djokovic è partito con un doppio fallo e non ha messo in campo una prima palla per tutto il game, si è potuto notare come il campioncino Alexander Zverev fosse l’indiziato numero uno al successo.

Nonostante molti pronosticassero un ritorno alla vittoria del serbo, anche grazie alla semifinale magistrale disputata contro l’altro talento Thiem, il tedesco di origini russe ha dimostrato qualcosa che va al di là della vittoria. Guardandolo durante tutto il match, ha dimostrato una maturità ed una solidità da campione e non certamente da numero 17 al mondo (oggi  è al decimo posto). Con il pugnetto alzato varie volte dopo punti decisivi, ha saputo gestire il match senza farsi prendere dalla frenesia – che spesse volte rapisce i giovani – e nemmeno dalla paura di vincere. Ha condotto senza dare un minimo segnale di cedimento e ha sempre avuto la partita in pugno, nonostante avesse di fronte il numero due del mondo. Con questa vittoria ha certamente consolidato quanto detto ormai da molti: il prossimo numero uno sarà lui. Le qualità e i mezzi li ha tutti. Partendo dal servizio, potente ed efficace, sino al dritto ed il rovescio, colpi che sa gestire e variare a seconda delle circostanze. A differenza di altri talenti che vengono associati a lui come futuri dominatori del tennis mondiale (l’australiano Kyrgios su tutti) ha certamente dimostrato una netta superiorità dal punto di vista mentale, dando spazio a continuità di risultati in un crescendo continuo.

A Parigi, al prossimo Roland Garros, saprà certamente dire la sua, anche se si tratta di un torneo che sfianca e che come lui stesso ha affermato, vede un solo favorito: “Al Roland Garros il favorito è ancora Nadal”. Di sicuro il tedesco dal fisico da giocatore di basket (1.98 per 86 kg), in questo ultimo periodo ha racimolato certezze e conferme dal suo tennis, quello che alla sua età (20 anni) conta veramente: “Vincere a Parigi? Beh prima di questo torneo mi davano zero possibilità di vincere e invece… Comunque ho dimostrato che posso battere i più grandi giocatori nei più grandi tornei”.

Lucas Pouille: la speranza che può rialzare il Tennis francese

Lucas Pouille: la speranza che può rialzare il Tennis francese

Vista la sua età, (24 anni) Lucas Pouille non entra a far parte del gruppo dei giovani talenti, denominato “Nextgen” (in novembre a Milano si esibiranno questi giovani in un torneo esclusivo) ma visto quanto di buono ha racimolato in questo periodo può certamente essere considerato uno dei migliori talenti del circuito Atp.

Qualche settimana fa, dopo essere arrivato ad un passo dalla finale di Montecarlo, si è imposto al torneo di Budapest, dove sulla terra rossa in finale ha sconfitto Bedene 6-3 6-1 portando a due i titoli Atp in carriera (il 25 settembre 2016 vinse a Metz battendo 7-5 6-2 un altro giovane talento, Dominic Thiem). La fiducia del francese può giocare un ruolo importante e dopo la vittoria il torneo ha dichiarato: “Sono molto felice di come ho cominciato la stagione su terra. Questi risultati mi trasmettono grande fiducia per il futuro. È stata una grande settimana e ho avuto la bella sorpresa di trovare qualche francese in mezzo al pubblico. Per i prossimi tornei, il mio obiettivo è essere al 200% delle mie capacità: farò di tutto per essere pronto”. Professionista dal 2012, si è sempre ispirato a due grandi del tennis d’oggi: Roger Federer e Rafael Nadal. “Non ho mai provato a imitare il loro stile di gioco, mentre vorrei essere in grado di copiare il loro atteggiamento e forza mentale”.

Il giovane talento a già a 12 anni cominciò a far intravedere le sue qualità. Venne convocato in un centro periferico della FFT e gli venne affiancato Emmanuel Planque, responsabile dei migliori under 18 francesi. Grazie alle competenze di questa figura esperta e molto conosciuta in Francia, le qualità di Lucas cominciarono a diventare sempre più evidenti. Attualmente occupa il sedicesimo posto nella classifica Atp ma per molti diventerà presto un top-ten. Proprio Thiem disse su di lui: ““Credo che lo vedremo presto tra i top-10”.

Tra i motivi del suo exploit nel 2016 e in questi mesi del 2017, un cambio di preparazione invernale che sembra si sia rivelato determinante: “Lavoro con la FFT da nove anni, e per nove inverni mi sono preparato sempre allo stesso modo, indoor, nel freddo di Parigi. Però la stagione inizia in Australia, dove fa un gran caldo. Volevo allenarmi dove ci fossero temperature ragionevoli, allora sono andato a Dubai. Ho giocato all’aperto, lavorando bene sia in termini di qualità che di quantità, insieme a giocatori importanti come Federer, Murray e Dolgopolov. È stato tutto più facile perché con loro non c’è pressione. Alzarsi alle 8 del mattino e trovare una temperatura intorno ai 20 gradi non ha avuto prezzo”. Oltre alla sua amata Clemence, al suo fianco nei mesi invernali c’era sempre Planque e il suo preparatore fisico Pascal Valentini, figura fondamentale che gli ha permesso di crescere molto dal punto di vista della performance in campo: ““Prendersi un preparatore atletico personale è una scelta costosa, ma l’ho voluto fortemente. E adesso vinco i match sul piano fisico. So che al terzo, o magari al quinto, non mi stancherò e non avrò cali di rendimento. Tutto questo mi ha dato grande fiducia”.

In Francia vorrebbero riavere un francese vincitore di uno Slam. Le giovani promesse Monfils, Simon, Gasquet hanno raggiunto i trent’anni e sembrano aver perso il passo. Molti si augurano che proprio Pouille possa riportare la Francia ai fasti di un tempo, che non trionfa più dai tempi di Noah.

Fabio Fognini e la Sindrome del Dottor Jekyll e Mister Hyde

Fabio Fognini e la Sindrome del Dottor Jekyll e Mister Hyde

Anche stavolta ci siamo cascati. Anche stavolta pensavamo fosse la volta buona per la definitiva consacrazione, e invece siamo stati smentiti. Anche stavolta il nostro Fabio Fognini ha “tradito” la nostra fiducia, dopo l’incredibile match con cui aveva estromesso Andy Murray, numero 1 al mondo.

E’ un vero peccato, ma dobbiamo prenderne atto: il “Fogna” è fuori dal torneo, battuto da un Alexander Zverev in ottimo stato, ormai diventato una certezza nel circuito. Ma al di là della sconfitta – un doppio 6-3 che non lascia spazio a molti alibi -, è stato come al solito l’atteggiamento del ligure a far storcere il naso. Non solo è mancata la cattiveria agonistica, messa in mostra più volte contro Murray, ma sono emersi il nervosismo e la tensione,  poi scaturiti nelle più classiche delle fogninate: un paio di racchette lanciate a terra, un calcio dato alla sedia di un giudice di linea, uno smash –sbagliato – tirato addosso al suo avversario, con tanto di fischi da parte del pubblico.

E poi, last but non least, il suo comportamento nei confronti del giudice di sedia. Secondo set, Fognini è già sotto di un break con ha una chance di contro-break, ma sulla prima di servizio chiamata out da un giudice di linea interviene Lahyani, affermando che la palla è buona e che Zverev deve ripetere la prima. Non l’avesse mai fatto: Fognini inizia il suo show, dando a Lahyani del quaquaraqua, del pagliaccio e, a fine match, del “fottuto arrogante”. Un atteggiamento inqualificabile e, per giunta, totalmente immotivato, visto che la chiamata era corretta, come ha poi dimostrato anche hawk eye.

Il “Fogna” ha continuato con le lamentele anche nel post-gara: se da un lato ha fatto i complimenti a Sasha, definendolo un “futuro numero 1”, dall’altro si è scagliato contro gli organizzatori del torneo, rei di avergli imposto di giocare a mezzogiorno – orario in cui le condizioni del campo gli erano sfavorevoli -, senza ascoltare le sue richieste.

Dispiace davvero che il torneo del sanremese sia finito in questo modo, tra polemiche e frasi al vetriolo. Un finale che ha letteralmente oscurato quanto visto di buono nel match contro Murray. Perché, sebbene lo scozzese da mesi non sia in forma smagliante, Fabio aveva giocato un tennis splendido, mettendo in mostra tutto il suo infinito repertorio.

Ma del resto, non è la prima volta nella sua carriera che Fognini riesce in grandi imprese, per poi sciogliersi sul più bello, magari con giocatori non irresistibili. Basti pensare alla semifinale del Rio Open 2015, quando batté Nadal recuperando un set di svantaggio, per poi venir surclassato da Ferrer in finale. Oppure all’ottavo di finale degli US Open 2015, quando divenne l’unico tennista ad aver sconfitto Nadal dopo aver perso i primi due set: in quel match raggiunse un livello di gioco mostruoso, che poi però scomparve all’improvviso nell’incontro successivo, con un tutt’altro che invincibile Feliciano Lopez che ne approfittò vincendo in 3 set.

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Ma tralasciando queste occasioni mancate, è difficile inquadrare l’altalenante carriera del “Fogna”.  E probabilmente le difficoltà vengono accentuate a causa di un modus tifandi” tutto italiano. Perché va detto, dopo la strepitosa vittoria contro Murray, in molti non avevano fatto altro che incensare Fognini, rasentando l’idolatria e innalzandolo a papabile top-5 al mondo. Al contrario, dopo la deludente sconfitta contro Zverev, “dagli all’untore”:  tutt’a un tratto Fabio è diventato un giocatore mediocre, scarso, vergognoso. Il suo atteggiamento borioso e riprovevole certo non ha aiutato nei giudizi, ma bisognerebbe sempre saper distinguere il tennista dalla persona, almeno quando si parla puramente di tennis giocato.

La verità è che la sconfitta con Zverev andava messa in conto. Non solo perché lo dice il ranking mondiale, ma anche perché il teutonico, malgrado la giovane età, non è l’ultimo dei fessi e sta vivendo un gran momento di crescita. Ma, contro ogni logica, dopo la vittoria con Murray non si è fatto che osannare il ligure – già di per sé incline a pavoneggiarsi –  e a ingigantire il suo status. Il che ha poi causato una repentina crescita di aspettative, con un conseguente aumento di pressione sulle spalle, di nervosismo, che hanno poi provocato l’inevitabile capitombolo. E le successive critiche.

Critiche che, però, andrebbero quantomeno ridimensionate. Perché se sul comportamento del “Fogna” non si può far altro che condannarlo, sul suo gioco pieno di blackout e sulla sua incostanza è davvero inutile continuare a tartassarlo. Perché aspettarsi da lui una maturità da top10 al mondo? Perché chiedergli quel definitivo salto di qualità che non ha mai dimostrato tra le sue corde? Fabio Fognini è questo, che ci piaccia o no. Un giocatore forte, divertente in campo, ma con dei limiti evidenti che vanno accettati. Ora come ora, sulla soglia dei trent’anni, è difficile che cambi.

Anche se una minima speranza c’è, in ciò che Fognini stesso ha definito “il trofeo più importante”. Quel figlio che è appena nato che lo ha reso genitore insieme alla sua amata Flavia Pennetta. E chissà che forse, con un bebè in braccio, Fabio non raggiunga la giusta maturità.

Il Tennis cambia le regole: la rivoluzione per lo Spettacolo che rovina il Gioco

Il Tennis cambia le regole: la rivoluzione per lo Spettacolo che rovina il Gioco

Tutto potevamo pensare qualche anno fa quando, con gli amici della Lega Tennis Uisp sperimentammo nuove formule per gli incontri di tennis amatoriale, di leggere -ieri- che nei prossimi 5 anni si sperimenteranno dei cambiamenti nel circuito professionistico e che uno di questi sia una cosa che applicammo noi per primi al nostro tennis.

Quello che ci spinse a sperimentare fu la necessità di differenziare il nostro tennis da quello federale e di adattarlo alle nostre esigenze. Leggere oggi che si sperimenterà un nuovo formato con partite al meglio dei 5 set ai 4 game, con Tie break sul 3 pari e eliminazione della regola del vantaggio con un solo punto per aggiudicare il game, mi fa riflettere… abbiamo sbagliato noi o stanno sbagliando loro?

Noi accorciammo i set ai 4 game per accorciare i tempi delle partite con lo scopo di renderle meno faticose e poter giocare più partite su un campo, inoltre si poteva così ottimizzare anche l’aspetto economico legato all’organizzazione del torneo.
Per la stessa ragione ci inventammo la soppressione della regola dei vantaggi, il killer point, per intenderci.
L’Atp oggi dice che, giocando con la nuova formula, il numero di games minimo per vincere una partita rimane lo stesso (12) e quindi la struttura dell’incontro non cambia. Il killer point aumenterà lo spettacolo riducendo i tempi, così come il rispetto tassativo della regola dei 25 secondi tra un punto e l’altro.Accorciare il tempo, risparmiare il tempo, per rendere interessanti tutti gli attimi e, se poi non fosse interessante, se ti trovi oltre le prime due file vicino al campo ti puoi alzare e andartene anche durante il gioco.

E questo sarebbe ancora tennis?

Ricordo come fosse ieri il primo pantaloncino colorato che acquistai quando fu permesso di poter usare abbigliamento colorato e ricordo quanto stupore provocò.
“Il mondo cambia e il tennis si deve adattare” ha dichiarato il dirigente dell’ATP per giustificare questa opera di destrutturazione totale di uno sport che è rimasto, fortunatamente, per decine e decine di anni sempre uguale.
E se fosse che il mondo sta cambiando in una direzione sbagliata?
Ma voi pensate che Wimbledon accetterà questi cambiamenti? Prevedo qualcosa di simile alla Brexit, ma non solo limitata al mondo britannico che gelosamente cerca di tutelare lo spirito del gioco. Sarà un movimento mondiale che si opporrà.
Altre innovazioni saranno che si potrà chiedere un solo intervento del medico e che il giocatore potrà comunicare con un auricolare con il suo coach, cosa che già accade da tempo nel circuito femminile.
Le innovazioni saranno sperimentate e dovranno avere l’approvazione dei giocatori oltre che degli organizzatori dei tornei, degli sponsor e dei media oltre che del pubblico.

Purtroppo visto che è proprio l’Atp, associazione tennisti professionisti, che ha proposto le nuove regole penso che i giocatori, schiacciati sulle imposizioni del business, accetteranno il nuovo.
Speriamo che gli amanti del tennis si ribellino per tutelare lo spirito del gioco. Speriamo che prevalga il buonsenso e che quelli, che ancora quando entrano in un campo centrale lo fanno in punta di piedi, prevalgano e siano la maggioranza.

Fed Cup, il grottesco spettacolo (scuse comprese) di Ilie Nastase

Fed Cup, il grottesco spettacolo (scuse comprese) di Ilie Nastase

La scorsa settimana due sono stati gli avvenimenti più importanti del Tennis mondiale. Da un lato le fasi finali del Master 1000 di Montecarlo – in cui si è imposto l’intramontabile Nadal, per la decima volta in carriera -, dall’altro le semifinali di Fed Cup, che vedevano opposte la Svizzera contro la Bielorussia e gli Stati Uniti contro la Repubblica Ceca. Eppure, una buona fetta dell’attenzione dei media non ha potuto non focalizzarsi su Costanza, in Romania, dove si teneva lo spareggio per il World Group II tra Gran Bretagna e Romania. Uno spareggio che, mediaticamente parlando, non sembrava avesse molto da raccontare. E il motivo di questo interesse ha un nome e cognome: Ilie Nastase.

Classe 1946, vincitore di uno US Open e di un Roland Garros nonché ex numero uno al mondo, Nastase è il capitano della squadra romena di Fed Cup. Una figura importante all’interno della federazione romena, nonché idolo indiscusso in patria. Eppure il suo status non gli ha impedito di rendersi protagonista di una serie di uscite davvero infelici, al limite del grottesco.  

Tutto ha avuto inizio il venerdì, durante una conferenza stampa. Un giornalista ha chiesto alla Halep un commento sull’inaspettata gravidanza di Serena Williams, quando Nastase si è rivolto in rumeno ad alcuni membri del suo entourage, pensando di non essere ascoltato, e ha chiesto: “Vedremo che colore avrà, cioccolato con latte?” Una battuta di cattivissimo gusto, dal quale trapelava non solo un razzismo nemmeno troppo velato, ma anche dei dubbi sulla paternità del bambino. Dubbi privi di fondatezza, visto che la Williams è da tempo fidanzata stabilmente con Alexis Ohanian, cofondatore di Reddit.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg, è in campo che Nastase ha dato il peggio di sé. Il sabato si sfidavano la Konta la Cirstea, il punteggio vedeva la britannica avanti 6-2 1-2. Visto il momento critico della giocatrice di casa, il pubblico ha creato una bolgia all’interno del palazzetto, provocando le lamentele del team britannico. E proprio in questo frangente Nastase ha perso le staffe, inveendo contro la Konta e la Keothavong, capitano della Gran Bretagna. “Sei una pu*****!”, le parole urlate addosso alla tennista, per poi rivolgersi alla Keothavong: “Qual è il tuo ca*** di problema?”.

 A quel punto è intervenuto il giudice di sedia, che ha costretto Nastase a lasciare il campo. La Konta, sconvolta da quanto accaduto, ha abbandonato a sua volta il campo per qualche minuto, la qual cosa ha mandato su tutte le furie la Cirstea, che trovava immotivato il suo allontanamento dal campo – per il quale in effetti l’arbitro non aveva dato l’ok -. Un parapiglia ingestibile, che ha reso incandescente il palazzetto. 

 E ovviamente le polemiche sono continuate anche a match finito – vinto in 2 set dalla Konta, per la cronaca – . La Cirstea ha manifestato tutta la sua rabbia, dichiarando che più volte nella sua carriera le sono state rivolti in campo insulti ben più gravi, eppure mai si è permessa di andarsene negli spogliatoi come ha fatto la britannica. La Konta e la Keothavong hanno invece duramente condannato l’atteggiamento deplorevole di Nastase. Soprattutto la Konta ha giustificato il suo comportamento spiegando che il pubblico, aizzato dal capitano romeno, aveva iniziato ad insultarla duramente, creando in lei una sorta di shock: non sarebbe riuscita a restare in campo con tutte quelle urla offensive nelle orecchie.

Nel tentativo di smorzare i toni è intervenuta anche Simona Halep.  La numero 1 di Romania ha provato a difendere il suo capitano – che lei stessa aveva caldamente voluto nel team romeno -, condannando sì il suo linguaggio, ma spiegando che il tutto era dovuto all’euforia del momento e al suo carattere esuberante. Al contrario, ci è andato giù pesante Dave Haggerty, presidente dell’ ITF: non solo ha stigmatizzato il modus operandi di Nastase e gli ha vietato di presiedere ai match di domenica, ma ha anche aperto un’indagine nei suoi confronti.

Ma ovviamente chi non poteva non intervenire se non lui, l’artefice di tutto? Nastase in un primo momento non ha affatto cercato di scusarsi, tutt’altro: “Non ho rimpianti e possono anche spedirmi in galera, non me ne frega. Tentavo solo di agire nell’interesse della mia giocatrice. L’inglese è uscita dal campo senza neanche chiedere il permesso e ammetto che l’ho chiamata pu***** in quell’istante. Continuava a voler calmare il pubblico, ma non siamo a teatro. Questo è un gioco. Questa gente vuole rendere un match di tennis un film silenzioso.Ha poi continuato: “Non me ne frega un ca*** se mi multano o non mi permettono fare più il capitano. Ho 70 anni e nemmeno mi pagano per essere il capitano della squadra. Vi ricordo che sono stato un numero uno, se togliete fuori un numero uno, questo non è positivo per il tennis.”.

 Inutile dire che, malgrado tutte le giustificazioni e le spiegazioni del caso, quella dell’ex-tennista romeno è stata una brutta figuraccia. Nella sua veste di istrione che ammanta le folle, Nastase voleva attirare l’attenzione del suo pubblico, rendersi protagonista come negli anni d’oro. Peccato che il suo spettacolo si è trasformato in una scena patetica, pregna di odio, misoginia e razzismo. Una scena che ha contribuito ad adombrare la sua figura di vecchia gloria del tennis, che malgrado il talento cristallino non ha mai brillato di luce propria, a causa di un comportamento troppo spesso sopra le righe.

Per ultima non ha potuto fare a meno di commentare anche un’altra diretta interessata, Serena Williams: “È avvilente vivere in una società dove persone come Ilie Nastase possano fare commenti razzisti verso me stesso e mio figlio non ancora nato, e commenti sessisti verso le mie colleghe.  Ma né questo né nient’altro mi proibirà di continuare a mettere amore, luce e positività in tutto quello che faccio. Continuerò a fare da portabandiera e a prendere posizione per ciò che è giusto.”

Nei giorni scorsi Nastase ha provato a mettere una pezza, scusandosi (o meglio giustificandosi) per le sue parole: “Mi è stato chiesto quale opinione avessi sul fatto che Serena fosse incinta. È stato lì che ho scoperto che era incinta e la mia reazione è stata spontanea. La Williams è una delle giocatrici più forti di sempre e so quanto abbia lavorato per ottenere quei risultati. Non è che stia cercando di difendere le mie parole, ma vi assicuro che dietro di esse ci sia il desiderio di difendere gli interessi del team e del tennis rumeno”. Parole di circostanza che non hanno convinto l’opinione pubblica.

Ed è proprio questa la differenza tra una persona di classe – campionessa o meno che sia – e un ex campione corroso dall’odio sta tutta qui.

David Goffin: ad un passo dai grandi, con un fisico “normale”

David Goffin: ad un passo dai grandi, con un fisico “normale”

Nel tennis dei giganti, dove il fisico gioca un ruolo pressoché determinante nella sfida al più forte, c’è spazio anche per qualche normodotato, che con le sue caratteristiche si può definire una voce fuori dal coro. Lui è David Goffin, belga 26enne che torneo dopo torneo sta dimostrando che il fisico non è la sola forza dei tennisti di vertice.

Il numero uno belga,180 cm per 69 kg, da un paio di settimane, grazie al suo tennis solido e reattivo, è entrato tra i top 10 ed è il primo tennista sotto i 70 kg ad entrare nei primi dieci del mondo negli ultimi dieci anni. Un record che certamente non risulta determinante ma arricchisce il palcoscenico tennistico con un giocatore a cui non basta sganciare bombe con servizi e dritti, ma che ha bisogno di sfruttare altre caratteristiche e che necessita di una costruzione del punto ben organizzata e precisa. Goffin con tenacia e rapidità ha la capacità di rendere le cose difficili anche ai grandissimi. Al recente torneo di Montecarlo, partita dopo partita, si avviava ad essere lui il favorito. Dopo l’uscita di Djokovic e Murray, oltre a Nadal l’altro candidato al successo era proprio lui. Ha dovuto arrendersi in semifinale allo spagnolo, che in finale ha sconfitto l’altra sorpresa del torneo, Ramos.

Il belga è riuscito a dare solidità al suo tennis e a capire quali sono le armi che maggiormente deve sfruttare per impensierire chiunque. I risultati sono sotto gli occhi di tutti ma un aspetto che sicuramente dovrà migliorare sono conquista delle finali. Per ora ha vinto solo due titoli (2014) e perso ben sei finali. Dopo averne perse una nel 2014 contro Federer, due nel 2015 contro Mahut e Thiem, una nel 2016 contro Kyrgios, nel 2017 sono già due i trofei che si è fatto sfilare di mano. Il 12 febbraio a Sofia, ha ceduto a Dimitrov 7-5 6-4 mentre al torneo successivo sul cemento di Rotterdam ha avuto la peggio contro Tsonga per 6-4 4-6 1-6. Il suo coach Van Cleemput, nonostante questa poca costanza nei match clou, è ottimista: “Può puntare alto, ma non deve commettere l’errore di volere tutto e subito”. Il giovane belga è soddisfatto di questi mesi e proprio per questo non vuole smettere di migliorare il suo tennis:Il salto di qualità è dovuto all’ottimo lavoro svolto durante la preparazione invernale. Ho lavorato duro sia dentro che fuori dal campo, focalizzandomi sul servizio e sul perfezionamento delle volée. Ma voglio continuare a migliorare: il mio scopo è essere ancora più aggressivo con il servizio e con il dritto”. Un lavoro maniacale che dovrà renderlo capace di sostenere la pressione dei match “pesanti”. In carriera vanta “solamente” cinque vittorie contro i top 10 e zero contro i fab four e per rimanere al vertice dovrà sicuramente invertire questa tendenza.

Per compiere un’ulteriore salto ed entrare nell’olimpo dei grandi, non dovrà lasciare nulla al caso.

Tennis Pro, un osservatorio democratico contro lo strapotere della Federazione

Tennis Pro, un osservatorio democratico contro lo strapotere della Federazione

Nasce TENNIS PRO, dove PRO sta per professionalità, propositività e progettualità

Cosa muove un personaggio del tennis, che dal tennis ha avuto tanto e tanto ha dato, a pensare di “costruire” qualcosa che nel tennis mai è stato realizzato?

Massimo D’Adamo: maestro di tennis, direttore tecnico del Foro Italico e del Centro Nazionale di Riano, coach internazionale, formatore di giocatori di Coppa Davis italiani e allenatore di tennisti e tenniste del Giappone, giornalista pubblicista iscritto all’albo, opinionista sulla rivista Tennis Match, telecronista del network Stream per il torneo di Wimbledon, ideatore della metodologia TiP (Tennis in Progress), manager per aziende del settore, organizzatore di grandi eventi sportivi nazionali e internazionali, direttore del Trofeo UNINDUSTRIA ed infine scrittore con i 2 libri “IN VIA DELL’IDROSCALO”, pubblicato nel 2013, e “VAGABONDO PER MESTIERE”, pubblicato nel 2016.

Caro Massimo, parlami di questa nuova sfida. Di cosa si tratta?

Di un movimento di opinione che vuole dibattere del  variegato mondo del tennis. Una corrente di pensiero aperta a chi vuol fare cultura sportiva e critica costruttiva circa l’andamento tennistico nel nostro Paese. Un movimento che vuole essere un balzo in avanti rispetto alle vecchie dinamiche gestionali di questo sport.

Cosa farà, di cosa si interesserà?

Il movimento apre una finestra su aspetti positivi e negativi del tennis ponendoli a pubblica discussione e canalizzando le opinioni verso una serie di punti condivisi.

Da chi è composto?

Da operatori del settore, tecnici, giocatori, dirigenti, manager, giornalisti, scrittori e chiunque altro voglia dare un contributo al miglioramento tecnico culturale e organizzativo di questo sport.

Come interagisce con le Istituzioni? Caro Massimo, sarà possibile interagire con la Federazione Tennis?

Il movimento si offre al CONI e Federazione Italiana Tennis come osservatorio per esaminare aspetti da correggere o da migliorare con professionalità, progettualità e con atteggiamento propositivo alla  luce di una dialettica lontana da piccole rivalse e spicciole lamentele.

Argomenti di discussione?

Intanto chiedere alla Federazione un passo indietro rispetto al ruolo invasivo che la rende concorrenziale alle stesse società sportive che la eleggono. Una posizione dominante che si scontra con i più elementari princìpi Costituzionali. Subito dopo la necessità di adottare regole condivise e non calate dall’alto e imposte con il braccio armato della giustizia sportiva. Quindi, riportare le società sportive al centro della vita tennistica in quanto componenti formative della FIT e non viceversa. Rivedere inoltre tasse federali divenute in molti casi insostenibili. Alla luce della più ampia democrazia, consentire a insegnanti e società sportive la libera collaborazione con Enti di Promozione Sportiva. Riequilibrare il rapporto tra dirigenti e tecnici uscendo dalla sudditanza che da sempre ha posto i primi in uno stato di supremazia rispetto ai secondi. Chiedere la revisione dello statuto federale a favore di regole più democratiche, soprattutto al paragrafo relativo alla candidatura presidenziale appellandosi al Principio Costituzionale delle Pari Opportunità. Fare un codice deontologico della categoria degli insegnanti e dei dirigenti.

Dunque cosa dobbiamo aspettarci da questa iniziativa?

Dobbiamo aspettarci una fucina di idee a disposizione del tennis, dettate da una certa cultura sportiva e una buona onestà intellettuale.

Grazie, Massimo D’Adamo e in bocca al lupo.

Quindi TENNIS PRO, dove PRO sta per professionalità, propositività e progettualità e la sfida sarà su tematiche concrete che si avvarranno dell’enorme esperienza di gente di “campo”, di gente che ha “vissuto” il tennis, di gente che ha un enorme “amore” per il tennis.

 

 

Internazionali d’Italia: Federer, Schiavone e le solite polemiche

Internazionali d’Italia: Federer, Schiavone e le solite polemiche

Manca ancora un mesetto all’apertura dei battenti degli Internazionali BNL d’Italia, eppure sono già cominciate le immancabili polemiche. Il primo a dare inizio alle danze è stato nientemeno che Angelo Binaghi, presidente della FIT e esponente di spicco del torneo romano, che in un’intervista se ne è uscito con dichiarazioni a dir poco infelici su Roger Federer. Alle domande sull’assenza a Roma del campione elvetico ha infatti risposto visibilmente scocciato, con frasi al veleno: “Guardate, state parlando con uno che è sempre stato un grande tifoso di Rafa Nadal. Dopotutto Federer non ha neanche mai vinto qui e non credo che abbia dei bei ricordi, considerando che avrebbe dovuto vincere almeno due volte”.

Il presidente della FIT ha poi continuato affermando che un torneo prestigioso come gli Internazionali sia ben più forte delle assenze dei campioni. Per farla breve, la presenza di una star come Federer sarebbe quasi irrilevante, perché con o senza di lui gli spalti si riempirebbero comunque.

Le parole di Binaghi hanno ovviamente scatenato un putiferio mediatico: in primo luogo, il tentativo di minimizzare l’assenza di Roger è apparso ridicolo, perché, per quanto possa crescere il numero di spettatori, la mancanza in tabellone di un big del calibro di Federer si fa comunque sentire. Ma soprattutto, a far strabuzzare gli occhi è stata la stramba reazione di Binaghi: il voler sottolineare le cocenti sconfitte di Roger al Foro, schierandosi apertamente dalla parte del suo storico rivale, è sembrata più una ripicca di un bambino frignante e imbronciato, che non la distaccata analisi di un’importante figura istituzionale. E se a dare forfait fosse stato Rafa, cos’avrebbe fatto? Si sarebbe detto da sempre tifoso di Roger?

Inoltre, Binaghi ha forse dimenticato il sentimento di venerazione che il pubblico romano prova nei confronti di Federer. Basti pensare allo scorso anno, quando vennero in oltre cinquemila ad assistere ad un allenamento serale di Roger sul centrale. In cinquemila per un semplice allenamento, qualcosa mai visto prima d’ora.

E per fortuna il rapporto tra i tifosi romani e King Roger non verrà messo a repentaglio dalle spiacevoli dichiarazioni di Binaghi, visto che un mesetto fa l’elvetico ha scelto Roma tra le migliori città ospitanti tornei Master 1000. Infatti, se Indian Wells e Shanghai sono per lui i Master organizzati nel modo migliore, Roma è il più accogliente e confortevole. Un valido motivo per credere che Roger tornerà quanto prima al Foro.

Neanche il tempo di dimenticare le polemiche innescate dalle esternazioni di Binaghi, ed ecco un nuovo polverone mediatico. Stavolta il casus belli riguarda il trattamento ricevuto da Francesca Schiavone da parte degli organizzatori degli Internazionali. La tennista milanese, sulla soglia dei trentasette anni e all’ultimo anno di carriera, non ha ricevuto una wild-card per accedere né al tabellone principale né alle qualificazioni. Malgrado il desiderio della Leonessa di salutare per l’ultima volta il pubblico romano, gli organizzatori sono stati irremovibili. Motivo? Lo si deduce dalle parole di Sergio Palmieri, direttore del torneo: “Le abbiamo dato wild card sempre, adesso ha trentasei anni ed è ora di lasciar giocare un po’ le giovani”.

E, sinceramente, potrebbe sembrare più che condivisibile: è giusto dare spazio alle nuove leve. Ma poi, andando a vedere le due wild card assegnate nel tabellone principale, oltre a Sara Errani compare un nome: Maria Sharapova. Una tennista trentenne che torna dopo una squalifica per doping. Perché al suo posto non c’è un giovane prospetto italiano?

Ovviamente la risposta sta nello show-business. E’ inutile girarci intorno, da un punto di vista mediatico una star del calibro della Sharapova è ben più appetibile di tenniste alle prime armi o di una vecchia gloria ormai decaduta. Gli sponsor, il merchandising, i diritti TV rendono la sua presenza irrinunciabile, soprattutto dopo la sua lunga assenza dal circuito. Però, è necessario un briciolo di onestà intellettuale: la Schiavone viene sacrificata non per le giovani promesse italiane, ma solo per le logiche del mercato. Il che, per quanto comprensibile, è un po’ triste.

Tra l’altro, la milanese avrebbe rischiato anche di non essere ammessa nel tabellone del Roland Garros. Infatti, malgrado il suo status di ex-campionessa del torneo, anche in questo caso non era prevista per lei nessuna wild card – a differenza della Sharapova, ovviamente -. Il suo potere manageriale non contava praticamente nulla. Eppure, la Leonessa ha ovviato al problema a modo suo: con un ruggito. Malgrado l’età e la posizione 168 del ranking, Francesca ha conquistato il titolo nel torneo di Bogotà, battendo tenniste ben più quotate come la Bertens, la Larsson e la Arruabarrena. In questo modo ha scalato ben 64 posizioni nel ranking, diventando la 104 al mondo e accedendo così nel main draw del French Open. Il tutto, ironia della sorte, giocando a Bogotà con una wild card.

Tornando al Foro Italico, per poter giocare la Schiavone dovrebbe prendere parte alle pre-qualificazioni. Il che è altamente improbabile, anche stando a quanto detto da Palmieri. Un vero peccato non poter assistere all’ultimo giro di valzer della Leonessa in territorio nostrano. Così come è un vero peccato che un torneo come quello romano – tra i migliori 6-7 al mondo – venga coinvolto in dibattiti di questo tipo. Prima le assurde parole contro Federer, quasi a fargli un dispetto, poi le porte sbarrate alla Schiavone dietro motivazioni tutt’altro che veritiere. E’ spiacevole ammetterlo, ma perché un torneo raggiunga livelli di eccellenza non basta vendere tutti i biglietti o accaparrarsi gli sponsor migliori. Non basta nemmeno una capacità organizzativa perfetta. Serve anche un tocco di classe. E, in questo caso, nel torneo romano la classe proprio non s’è vista.