Un giorno col Giro: la vita vera di un paese attraversato dalla Corsa Rosa

Un giorno col Giro: la vita vera di un paese attraversato dalla Corsa Rosa

Sono a Momo, un piccolo comune del Novarese attraverso cui oggi passerà il Giro d’Italia. Sono in strada come raramente riesco a fare per una corsa che di solito seguo in televisione senza perderne una tappa. Sono in strada in un punto qualunque, un piatto rettilineo della  provinciale 17 che dal vercellese arriva al novarese per unire queste province piemontesi a quella di Varese in Lombardia attraversando poco più avanti, a Oleggio, il fiume Ticino. La carovana pubblicitaria è transitata da poco e tra una mezzora toccherà ai corridori: passeranno a oltre cinquanta all’ora e ci sarà poco da vedere, niente più di un attimo fuggente.

Nonostante questo ogni volta che il Giro o qualche corsa di una certa importanza passa non troppo lontano da casa voglio esserci. Non vado in bicicletta e devo spostare ogni volta che mi muovo oltre un quintale di peso, quindi non mi troverete mai su una grande salita, al massimo una partenza, come quella di Tirano di due anni fa o sulle tribune di un impianto fisso come quello allestito all’ippodromo di Varese in occasione dei Mondiali 2008, altrimenti televisore HD, dove si vede anche meglio, e poi volete mettere il racconto della corsa di Riccardo Magrini e Salvo Aiello, la magnifica coppia di Eurosport cui sono fedele da anni? Se la corsa è vicino a casa e ci si arriva a piedi camminando in piano, o in auto conoscendo le strade e non dovendo far code, allora non manco nemmeno in strada. Quindi eccomi, qualche centinaio di metri più avanti l’incrocio principale di Momo. Ci sono arrivato attraverso una strada secondaria che attraversa i campi e mi son trovato un posto dove ci sono ben poche persone visto che per un solitario come me la piccola folla dell’incrocio era già eccessiva.

18527589_1323402687755117_8715533529728818343_n

Ci sono due ragazzi della locale Protezione Civile che fermano le auto, attenti ed efficienti, l’autista della cisterna di una vicino produttore di gorgonzola che terminato il giro del latte, che non conosce feste, dovrebbe rientrare in azienda ma è bloccato dal Giro e pochi altri automobilisti. Qualche abitante delle rare villette della zona inizia ad affacciarsi alle finestre o a mettere il naso fuori dai cancelli dei giardini. Si aspetta.

Dalla radio della Protezione Civile si viene sapere che tra i mezzi bloccati c’è un furgone che deve portare i pasti a una vicina casa di riposo. Un breve conciliabolo e il responsabile della viabilità in quella zona ne autorizza il passaggio, raccomandando di far attenzione a far passare solo lui. Arriva qualche altro automobilista. Qualcuno attende, altri girano e provano itinerari alternativi. Una signora che abita in zona parcheggia, su consiglio del volontario, e, non interessata per nulla al passaggio dei corridori, si avvia a piedi verso casa. Un altro scende e si lamenta a gran voce, sostiene che in Italia lo sport sia intoccabile e che per lo sport e solo per lo sport, qualsiasi cosa sia fattibile, lamenta che il giorno precedente per l’arrivo al Santuario di Oropa la Città di Biella sia rimasta chiusa dalle otto della mattina alle otto di sera. Nessuno gli da retta.

Arrivano le prime staffette della Polizia Stradale e le prime auto dell’organizzazione, qualche vettura di quelle che portano gli ospiti transita veloce. Sirene, ancora staffette e appaiono in fondo al rettilineo i primi corridori, la fuga del mattino che sta cercando di andar via, la tappa è partita da poco, tirano a tutta. Una trentina di secondi dopo sfreccia il gruppo, preceduto da altri due ciclisti che cercano di avvantaggiarsi. Sfrecciano tutti rapidissimi, impossibile distinguere i campioni, quelli che tutti a bordo strada vorrebbero vedere. Qualche foto veloce col telefono, contro sole, non verranno un granché ma devono solo essere un ricordo non un’opera d’arte. Arrivano le ammiraglie, le auto mediche, le ambulanze, e ultimo transita il fine corsa.

18581824_1323402511088468_6388314788833583443_n

E’ passato il Giro, su una strada qualunque in un punto qualunque della pianura, ma sono passate anche tutte le storie leggendarie che lo circondano, tutte le emozioni e le discussioni che ci ha regalato dai tempi della prima edizione, nel 1909. Qualche minuto e la Protezione Civile riaprirà la strada. Io sono già parcheggiato nella via traversa però e posso già andare, mezzora e sarò di nuovo a casa, una birra, il pranzo e la televisione accesa con  Magrini&Aiello che raccontano.

Bert Trautmann: Giocare e vincere con il collo rotto

Bert Trautmann: Giocare e vincere con il collo rotto

Tutto comincia in una zona borghese di Brema nel 1923, nella quale il giovane Bernhard Trautmann inizia a praticare sport a livello amatoriale, pallamano, atletica e calcio, tutti con grande successo, tanto da unirsi, nel 1933, alla Jungvolk, associazione giovanile che confluirà nella cosiddetta “Gioventù Hitleriana”. Nel ’41 però, con la Guerra che imperversa, Bernhard è costretto ad arruolarsi, e inizia a lavorare come apprendista meccanico, prima di unirsi alla Lutwaffe come paracadutista. Viene spedito prima in Polonia e poi in Ucraina, ricevendo alla fine delle due missioni ben 5 medaglie al valore, compresa una Croce di Ferro di prima classe. La guerra sta volgendo al termine, e per Trautmann si prospetta un’ultima missione, in Normandia questa volta, consapevole che dovrà affrontare lo sbarco dei soldati americani, decisamente più numerosi e organizzati.

Dopo essere sopravvissuto al devastante bombardamento di Kleve, comprendendo l’imminente pericolo, decide di scappare, facendo attenzione però ad evitare sia l’esercito statunitense che quello tedesco, che potrebbe considerarlo un disertore punibile con la fucilazione. Pochi giorni dopo però, due soldati americani lo catturano, ma Bernhard riesce incredibilmente a scappare. Incontra però un soldato inglese, che, come ha raccontato più volte, gli rivolge queste parole “Ciao Fritz, voglia di un tazza di tè?”. Viene catturato e, dopo un lungo girovagare fra i campi per prigionieri di guerra di mezza europa, arriva in nel campo di Ashton-in-Makerfield, nei pressi di Wigan, Inghilterra. Qui finalmente Bernhard, il cui nome viene inglesizzato per problemi di pronuncia in Bert, può finalmente riprendere l’attività sportiva, giocando nella squadra del campo come centrale difensivo, fino a quando in un’amichevole contro i dilettanti dell’Haydock Park un brutto infortunio lo costringe a posizionarsi fra i pali, scelta quanto mai fortunata per il prosieguo della sua carriera.

Bert Trautmann2

Nel ’48 il campo di prigionia chiude, e inaspettatamente Trautmann rifiuta la proposta di rimpatrio stabilendosi ad Huyton, alternando il lavoro in una fattoria all’attività calcistica in quarta serie con il St Helens Town.

Le eccellenti prestazioni del gigante tedesco in quarta serie gli valgono l’inaspettata chiamata dalla First Division, firma infatti il 7 ottobre 1949 il suo primo contratto da professionista con il Manchester City, e diventa il primo giocatore della storia del calcio inglese ad indossare scarpe da gioco del marchio Adidas, data la sua vecchia amicizia con il proprietario della fabbrica tedesca, Adolf Dassler.

Tutte le tifoserie, compresa la sua, però, non vedono come sia possibile rimpiazzare il grande portiere colonna dei Citiezens e della nazionale, Frank Swift, con un tedesco, considerato da tutti, a ragion veduta, un nazista. Contro il Fulham, a Londra, città devastata dai bombardamenti, la tensione è alle stelle: l’intera nazione segue con estrema attenzione la partita del Craven Cottage. Tutti hanno gli occhi puntati su Trautmann e su cosa potrebbe accadere con l’ostile pubblico londinese. La partita si mette subito male, il Fulham passa in vantaggio, sembra l’inizio di un monologo bianconero, ma Trautmann erige una diga davanti alla sua porta e decide che è arrivato il suo momento. La partita è epica, con il gigante tedesco che respinge ogni attacco avversario, alla fine il City perde con un dignitoso 1-0 ma la scena più appagante è quella dell’intero Craven Cottage che regala la standing ovation al portiere.

Dopo alcuni anni altalenanti, di cui uno passato in Second Division, Trautmann si impone come uno dei migliori portieri del campionato, e i Citizens rifiutano un’importante offerta per lui da parte dello Schalke 04. Nella stagione ’54-’55 arriva la prima grande occasione, a Wembley Manchester City e Newcastle si giocano la finale di FA Cup. Gli Skyblues però, molto probabilmente sono ancora troppo inesperti, e devono soccombere alla maggior abitudine a palcoscenici importanti del Newcastle, già vincitore delle edizioni ’51 e ’52.

1849636-38989960-640-360

Poco male, perché l’anno successivo la squadra è pronta a compiere il salto di qualità, a Wembley questa volta c’è il Birmingham. Bert, che ha giocato un’annata straordinaria, è stato nominato poco prima del fischio d’inizio Footballer of the Year dalla Football Writers’ Association. La partita è spettacolare, con il City che va in vantaggio quasi subito, il Birmingham pareggia poco dopo, ma nel secondo tempo Dyson e Johnstone ristabiliscono il vantaggio, portando il risultato sul 3-1. Ma nulla è finito, anzi, il Birmingham si getta in avanti alla disperata e Trautmann è costretto agli straordinari, specie quando un pallone profondo penetra in area di rigore per Peter Murphy, i due si gettano a capofitto, ma nello scontro Trautmann, che è riuscito a prendere la palla, ha nettamente la peggio, viene colpito alla testa e cade privo di sensi a terra. I medici lo rianimano con i sali, dopo qualche minuto, avverte un fortissimo dolore al collo, ma non essendo previste le sostituzioni decide di rimanere in campo, riuscendo in qualche modo a terminare la partita. Alla consegna della medaglia risponde in maniera alquanto rassicurante al Principe Filippo, che vuole sincerarsi delle sue condizioni, di avere solo un banale torcicollo.

trautmann-dolore

Tre giorni dopo, dopo aver avvertito ininterrottamente dolore al collo, decide di recarsi all’ospedale di Manchester per accertarsi delle proprie condizioni. Qui, decisamente sbigottito, il medico, dopo averlo visitato, fa notare a Trautmann come avesse cinque vertebre del collo dislocate, una delle quali addirittura spaccata a metà, e che sarebbe potuto letteralmente morire da un momento all’altro. L’operazione sembra la via più logica, e dopo un intervento perfettamente riuscito si prospetta una lunga convalescenza che lo farà tornare a calcare i campi di gioco solamente nella stagione 1957-58. La carriera di Bert procede seguendo l’altalenante andamento del suo City fino al 1964, anno in cui si ritira, venendo celebrato con una amichevole tra calciatori ed ex calciatori di Manchester United e Manchester City, tra i quali spiccano Denis Law, Sir Bobby Charlton, Sir Stanley Matthews e Jimmy Armfield.

bert trautmann testimonial 1963 to 64 law tratmann charlton

Considerato uno dei più forti portieri dell’epoca, come ammesso dallo stesso Lev Yashin, Bill Shankly e Gordon Banks, l’unico neo di una carriera ad altissimo livello sarà il pessimo rapporto con la propria nazionale, le cui porte gli furono chiuse dall’allenatore dell’epoca Sepp Herberger, che non accettò mai il fatto che giocasse in un campionato straniero. Si concederà due fugaci apparizioni con i dilettanti del Wellington Town, prima di passare definitivamente alla panchina, allenando nelle serie minori inglesi e tedesche, e successivamente le nazionali di Birmania, Tanzania, Liberia e Pakistan, salvo poi ritirarsi nel 1983 a vita privata in Germania, con la seconda moglie, e dal 1990 a La Llosa, nei pressi di Valencia, con la sua terza ed ultima moglie. Morirà nel 2013 proprio in Andalusia, venendo ricordato da numerosi sportivi e dal presidente della federcalcio tedesca come uno dei migliori portieri d’ogni tempo.

 

State of Origin, la “guerra” che ferma l’Australia

State of Origin, la “guerra” che ferma l’Australia

C’è un momento in cui l’Australia si tinge di maroon e di blue, nel quale tutto il Paese vive e respira solo questi due colori, fino a fermarsi totalmente. L’ora dello State of Origin sta per scoccare.

Lo State of Origin è la competizione di rugby league (rugby a 13) più attesa dell’anno ed è, probabilmente, l’evento più importante al mondo di questo sport. Una serie al meglio di tre partite tra la rappresentativa dello Stato del Queensland (i Maroons) e quella del Nuovo Galles del Sud (i Blues), con giocatori selezionati dalle 16 squadre della National Rugby League (NRL). I colori sono quelli delle rispettive uniformi di gioco, le jerseys. Colori della vecchia maglia della nazionale australiana di rugby prima dell’adozione dell’attuale verde-oro.

È la più grande rivalità sportiva d’Australia. Stadi esauriti in ogni ordine di posto e milioni di persone incollate ai teleschermi di case e pub. Gli incontri sono duri, spettacolari, esaltanti. Gli sponsor pubblicizzano ogni spazio disponibile.

Una rivalità con radici lontane, che nasce dai sentimenti dell’epoca coloniale, tra il Nuovo Galles del Sud, la Mother Colony, e il Queensland, il cugino povero. Rivalità acuita dall’emigrazione di lunga data dei Queenslanders verso il ricco Stato confinante, in particolare, da parte dei giocatori di rugby league (sport principe per entrambi) che hanno lasciato la propria terra per militare nei ben più prestigiosi club di Sydney.

stateoforigin1980-600x473

Dal 1908, data di istituzione del primo torneo di rugby league in Australia, il Queensland e il Nuovo Galles del Sud hanno organizzato partite interstatali con giocatori selezionati in base alla squadra di appartenenza al momento della chiamata, sancendo così di fatto una netta supremazia del Nuovo Galles del Sud. Queste sfide costituiscono l’antenato dello State of Origin, che iniziato nel 1980 come match singolo di prova, adotta nuovi criteri di convocazione: rappresentative degli Stati con giocatori scelti sulla base della squadra dove hanno debuttato a livello senior o dove sono stati registrati per la prima volta.

Lo State of Origin, contraddistinto da un forte richiamo alle origini dei giocatori, riceve un immediato apprezzamento da parte del pubblico. Gli incontri diventano meno scontati e incredibilmente più sentiti. La supremazia di Sydney viene messa in discussione.

Da allora i criteri di selezione sono stati fonte di diverse controversie e ulteriori aggiunte, come quelle concordate nel 2012 dalle commissioni organizzatrici NSWRL, CRL, QRL e ARLC che hanno compreso anche altri fattori, come il luogo di nascita del giocatore o dei suoi genitori.

State-of-origin-shield

Delle 35 serie giocate dal 1982 in avanti, Queensland ne ha vinte 20 e il Nuovo Galles del Sud 13, con 2 serie finite in pareggio (1999 e 2002), nelle quali il Queensland ha mantenuto l’Origin Shield poiché vincitore degli anni precedenti. Sostanziale alternanza di vittorie fino alla metà degli anni ’90. Poi, parziale dominio del Nuovo Galles del Sud durato fino alla metà degli anni 2000, in cui è iniziata la dinastia del Queensland con 10 vittorie su 11, dal 2006 al 2016.

Negli ultimi due decenni la popolarità della serie è cresciuta in maniera esponenziale. Nel 2013 in Australia ha fatto registrare un pubblico televisivo più alto di qualsiasi altra manifestazione sportiva. Inoltre, largo seguito è stato guadagnato anche al di fuori di Queensland e Nuovo Galles del Sud, con partite giocate a Melbourne, nel Victoria, terra tradizionalmente dedita all’AFL (Australian Football League). Erano oltre 90000 i tifosi presenti al MCG nel 2015. A livello internazionale, l’evento è trasmesso in televisione in 91 paesi ed è una vera e propria ossessione nazionale in Papua Nuova Guinea, dove è causa occasionale di scontri. Popolarità in netto aumento anche in Nuova Zelanda.

L’appuntamento per il 2017 si avvicina, il Game I sarà al Suncorp Stadium di Brisbane il 31 maggio. Game II all’ANZ Stadium di Sydney il 21 giugno e Game III nuovamente al Suncorp Stadium di Brisbane il 12 luglio, per il gran finale. Gli animi si surriscaldano, l’adrenalina sale.

Radici e onore. Nothing hits you like Origin

State_Of_Origin-2015

Mio Nonno, un calciatore? Il passato che non ti aspetti

Mio Nonno, un calciatore? Il passato che non ti aspetti

Di Barbara Fiorio e Ettore Zanca

A casa Fiorio, se avrete la fortuna di poter sbirciare, non ci si annoia mai. Parola di Barbara.

Barbara Fiorio è una scrittrice che, con una delicatezza fotografica, ha raccontato la vita di felini e umani. Ha pubblicato il saggio ironico sulle fiabe classiche “C’era una svolta” (Eumeswil, 2009) e i romanzi “Chanel non fa scarpette di cristallo” (Castelvecchi, 2011), “Buona fortuna” (Mondadori, 2013 – ed. spagnola per Suma de letras, 2014) e “Qualcosa di vero” (Feltrinelli, 2015 – ed. tedesca per Thiele-Verlag, 2016). Per Einaudi ha scritto il racconto “La gattara” (antologia “Gatti – I racconti più belli”, 2015). Insomma una donna che narra e si narra con una fluidità invidiabile.

Ma oltre alla produzione letteraria, abbiamo chiesto a Barbara di aprire un baule. Vecchio, impolverato, che ricorda quello dei militari delle grandi guerre. E ne sono uscite due storie di calcio di famiglia, che è lei stessa a raccontare tenendo in mano le foto ingiallite. Tutto iniziò con suo nonno. Italo Fiorio.

Italo Fiorio

“Per me mio nonno era solo mio nonno, un impresario edile in pensione che mi raccontava dei partigiani e della guerra. Sapevo poco di lui, da bambina.
Sapevo anche che gli piaceva il calcio e che ogni tanto andava a vedere il Genoa, che aveva due azioni della squadra, una per ogni figlio, e quel cuscinetto rosso e blu diviso in due parti che si apriva come un libro e diventava quadrato. Quanto lo desideravo! Ma era per andare allo stadio e a me, allo stadio, mi ci hanno portata una volta sola, avrò avuto cinque anni, e almeno quel giorno ho potuto sfoggiare il cuscinetto rosso e blu, sedermici sopra, urlare fortissimo “Gol!” quando lo urlavano anche il nonno e papà e incitare i calciatori con la palla davanti, ma solo quelli con la maglia rossoblu, i Nostri.
Quello che non sapevo era che mio nonno amava il buon calcio perché era stato un calciatore. Non famoso, suo padre glielo ha impedito, doveva andare a lavorare nei cantieri, altro che giocare al pallone, ma ho scoperto che ha giocato tanto, soprattutto di nascosto da lui, e che ha cominciato nella Pro Vercelli.

Non sappiamo come sia entrato in quella grande squadra (a quei tempi era una grandissima squadra, ho saputo), probabilmente lo avranno visto giocare, quando non studiava era sempre dietro un pallone. Pare che ne abbia fatto parte per un paio d’anni, non sappiamo con esattezza quali ma lui era del 1902, sarà stata la fine degli anni ’10, quasi ‘20. In quel periodo divenne molto amico di Virginio Rosetta, tanto che, qualche anno dopo, lo fece andare a giocare a Cossato per un’occasione anche questa persa nel tempo e nei ricordi di famiglia. Mio padre ricorda una foto di quel giorno, con mio nonno e Rosetta insieme sul campo, che purtroppo è stata rubata insieme ad altri piccoli cimeli.

Quando, finita la scuola, mio nonno tornò a Cossato, suo paese natale, andò a giocare nella Cossatese, forse per un’altra decina d’anni, anche questo non ci è chiaro, abbiamo alcune foto della squadra con lui che svetta, quasi sempre al centro e quasi sempre di profilo o di tre quarti. Perché non guardasse quasi mai in camera non lo so.

fiorio

Mio padre sostiene che chi ha praticato uno sport non considera mai l’altra squadra come il nemico ma solo come un avversario sul campo: finita la partita si torna tutti amici. Non so se valga per tutti, di certo vale per la mia famiglia: non ho mai visto reazioni di invidia, di competizione agguerrita o di attacco agli altri, né in campo sportivo né in altri campi. Se qualcuno è bravo non importa se sia più bravo di noi, è bravo e basta, glielo si riconosce e lo si ammira per questo.

Resta una specie di mistero quello sulla maglietta della Cossatese negli anni ’20 e ’30. Era nera con una stella bianca, molto simile a quella del Casale. Molti mi dicono che la maglietta fosse la stessa, ma i Cossatesi si inalberano e difendono con orgoglio la loro storia e la loro maglia. C’è chi la ricorda bene perché il padre, della Cossatese, la teneva in casa come ricordo. Ed era tutta nera con una stella bianca. La differenza con la maglia del Casale sembra essere uno sparato bianco che la Cossatese non aveva.

Mio padre, invece, del ’32, che come tutti i bambini amava giocare al pallone, tiene per il Toro. Il motivo è molto buffo: quando era in collegio a Torino, dove lo avevano messo per fare le medie mentre la famiglia si trasferiva a Genova, per dividersi in squadre a ricreazione si usavano i nomi delle squadre cittadine, il Toro e la Juventus. Per mio papà non c’era una distinzione tra le due, ma siccome erano di più i bambini della Juventus, la possibilità di giocare aumentava nettamente se si stava nel Toro.

“Vabbè, papà” gli ho detto un giorno, ridendo anche un po’, “ma era come essere i bianchi e i neri. Perché poi sei rimasto tifoso del Toro?”.
Ha sorriso e stretto le spalle a sottolineare l’ovvio. “Per lealtà. Quando scegli una squadra è quella, non cambi idea”.
E il Grande Toro è stata in effetti la passione di mio padre per molto tempo.
Avrà avuto quattordici o quindici anni quando la Nazionale venne a Genova per un allenamento: doveva poi incontrare una squadra straniera, chissà quale. In quegli anni la Nazionale, mi ha detto mio padre, era praticamente composta da tutto il Grande Toro (so che lo si deve chiamare così, dopo Superga) più Parola e Depetrini.
Lui, coi soldini guadagnati raddrizzando chiodi per mio nonno, si è comprato una foto del Toro e si è infilato nel pullman della squadra, fermo davanti allo stadio di Marassi.
Immagino che adesso sia impensabile che un ragazzino faccia una cosa del genere.
Emozionatissimo si è fatto fare l’autografo da tutti i calciatori: quelli del Toro ognuno sulla propria immagine, mentre Parola e Depetrini nel retro della foto.

Era un grande ammiratore anche di Carlo Parola e della sua mitica rovesciata, da piccola me ne parlava spesso. Quando, diciassette anni fa, Parola è morto, mio padre ha cercato sull’elenco il numero di telefono e ha chiamato la vedova per dirle quanto ammirasse suo marito. Una telefonata che mi ha commosso, quando me l’ha poi detto: avevano parlato per un’ora, lei gli aveva raccontato come si erano conosciuti e innamorati, mio padre le aveva raccontato dell’emozione che gli dava vedere il marito giocare in quel modo.
Sono gesti spontanei e puliti che mio padre ha fatto spesso e, con mio stupore, non è mai stato frainteso. Fa parte di un altro tempo, di un’umanità diversa dalla nostra.

Io, il calcio, non l’ho mai seguito. Nemmeno i mondiali. Li ho visti qualche volta per fare compagnia agli amici, ma non sono mai riuscita ad appassionarmi.
Però mi piaceva giocarlo. Alle medie ero nella squadra della mia classe, l’unica classe di tutta la scuola che aveva due femmine, io giocavo in difesa, a volte in porta, raramente in attacco, e non ero mai l’ultima a essere scelta: ci mettevamo tutti in fila davanti ai due capisquadra e, a turno, venivamo scelti. Di solito, al quarto o quinto turno, venivo chiamata. Roba di cui andavo fierissima.
Per eredità familiare mi fa piacere quando il Genoa e il Toro festeggiano una vittoria e accetto di buon grado che il mio vicino di sopra copra la facciata del palazzo con uno stendardo rossoblu quando il Genoa vince qualche partita importante.

Aprire quel baule commuove anche chi ascolta. In quelle foto non c’è solo la vita di una bella famiglia che amava giocare a calcio, c’è un pezzo di storia di un calcio che sapeva di legno e spogliatoi umidi, di maglie pesanti e palloni cuciti ed escorianti. Di retine sui capelli e di maniche rimboccate e cariche con la tromba dalla curva. Di questo sa il calcio a casa Fiorio, una pietanza che ha diviso con noi, con un sapore indimenticabile.

 Le foto dell’autrice sono di Sara Lando.

libri

Barbara Fiorio.
Nata a Genova, dove vive e scrive libri, è docente di comunicazione e tiene laboratori di scrittura, ironica e narrativa, tra cui il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri (GSSP), giunto alla sua quinta edizione.
Il suo sito è www.barbarafiorio.com

“Solo per la maglia”: la mostra di Rino Morelli a Brindisi

“Solo per la maglia”: la mostra di Rino Morelli a Brindisi

Posizionata sul tacco dell’italico stivale e affacciata sull’Adriatico sorge una città molto amata sin dai tempi antichi, sia dai Romani sia dai Greci: Brindisi. Non a caso la Via Appia, considerata dai Romani Regina Viarum, la Regina delle strade, giunge da queste parti. La città è, da sempre, una porta verso l’Oriente e un importante crocevia di culture e popoli. Ha vissuto fortune alterne tra periodi molto prosperi e periodi di grande decadenza. Quasi immedesimandosi nella stessa sorte della sua città anche la relativa rappresentativa locale di calcio ha avuto un andamento storicamente altalenante. Vicende comunque che non hanno mai minimamente intaccato l’amore dei suoi tifosi e il loro attaccamento alla maglia. Attaccamento alla maglia che Rino Morelli ha interpretato alla lettera: possiede infatti oltre 120 maglie storiche della compagine biancazzurra. La sua splendida ed unica collezione è stata esposta sabato 13 e domenica 14 Maggio u.s. a Brindisi nella prestigiosa cornice di Palazzo Nervegna. La collezione di Rino spazia dalle maglie del Brindisi del 1966, anno in cui il Commendatore Franco Fanuzzi rilevò la Brindisi Sport e fece apporre la “V” sulla maglia, sino ai giorni nostri.

La mostra, dal titolo “Solo per la maglia”, è stata patrocinata dal Comune di Brindisi ed è stata preceduta da una conferenza stampa alla presenza del Sindaco Angela Carluccio e all’Assessore allo Sport Elena Marzolla. Durante la conferenza stampa Morelli ha ribadito un concetto a lui molto caro: “La mostra non deve essere solo un ricordo, vorrei che fosse il punto di partenza per qualche imprenditore di avvicinarsi al calcio brindisino per portarlo nelle giuste categorie e nel calcio che conta davvero”. Morelli ha omaggiato il sindaco con un gagliardetto del Brindisi risalente alla fine degli anni ‘70.

                                    

Rino, cinquantatré anni, sposato, con due figli, si occupa di “Sicurezza” nel locale stabilimento di una nota azienda farmaceutica. Noi lo abbiamo raggiunto e si dimostra persona garbata, gentile e molto, molto appassionato della sua squadra del cuore e della sua collezione. E’ stato per quindici anni un “Arbitro” sino a raggiungere quello che allora era il Campionato Interregionale: “Un’esperienza eccezionale che mi ha insegnato tanto, un’esperienza fondamentale. C’è stato un momento nella mia vita in cui arbitrare era tutto, poi ho dovuto fare una scelta professionale. E’ stata dura smettere. Durante quel periodo iniziai a collezionare gagliardetti, me ne capitavano tantissimi. Poi, appena ho smesso di arbitrare, ho cominciato a raccogliere anche le maglie. Ne ho recuperata una, poi un’altra… poi è diventato qualcosa di cui non mi sono quasi accorto. Un giorno mi sono fermato…e mi sono reso conto di ciò che avevo. Mi sono reso conto che stava nascendo qualcosa di importante. Così ho cominciato a cercare le maglie in maniera più strutturata. La collezione è così aumentata di valore e di spessore”. La passione di Rino è travolgente: “Questa mia ricerca mi ha fatto entrare in contatto con molte persone e mi ha consentito di conoscere alcune verità ed aneddoti davvero peculiari. Alcuni magazzinieri tra gli anni ‘60 e ’70, per esempio, mi hanno raccontato che le maglie, che venivano usate per ben più di una stagione, venivano poi vendute come stracci. No dico, rendiamoci conto, le maglie dei nostri beniamini considerate stracci! In particolare venivano vendute ai meccanici dell’epoca della città. Si recuperavano solo i numeri, se in buone condizioni, per riattaccarli ovviamente su altre maglie. Ho verificato e incrociato le informazioni è ho avuto conferma di questa “delittuosa” pratica. Venivano vendute a peso. È stata una stilettata al cuore. Non avrei potuto venire in contatto con informazione peggiore. Ho casa piena di maglie e nel salone ho una vetrina. Le curo in maniera maniacale, le controllo una ad una periodicamente. Alcune hanno più di cinquant’anni e sono giunte a noi dopo aver attraversato mille vicissitudini raccontate in alcuni casi da evidenti macchie o dagli strappi. Mia moglie mi aiuta ad accudirle, a stirarle”. Mentre ci racconta questa attività percepiamo, dal tono di voce, che le maglie vengono coccolate come si fa con i figli prima di metterli a letto. Il suo racconto prosegue: “Il tempo ha cambiato tutto, anche il materiale con cui vengono prodotte. Ora le maglie moderne sono leggere, controllano l’aspetto termico, ma posseggono indubbiamente meno poesia. Molti giovani che vengono alle mostre ne toccano il tessuto e non capiscono come sia possibile che qualcuno abbia giocato con quelle maglie di lana. Quando pioveva poi si inzuppavano e pesavano qualche chilogrammo”. Inevitabile una domanda sull’apprezzamento da parte dei figli verso la sua collezione: “I figli sono presi da altro, lo sappiamo. A volte mi fanno delle domande ma forse più per farmi contento che altro. Comunque mi hanno aiutato nello scorso week end, insieme a mio fratello, ad organizzare tutta la parte logistica della mostra. Non è facile, senza di loro non riuscirei. Io spero si appassionino. Ma è difficile”.

Dietro ogni collezionista c’è sacrificio, sia di tempo sia economico:Alcune di queste maglie sono davvero costose e soprattutto quelle in lanetta chi le ha non le cede per poco. Io ne ho una trentina circa, quando se ne trova una è un evento. Per me una vera e propria festa. Con il tempo ho imparato che si possono trovare nei posti più disparati, in luoghi impensabili. Questo è proprio il contrario di ciò che si crede. Le cose più belle, importanti e rare non le ho trovate dai collezionisti ma da persone che le avevano per caso. Persone che a volte mi dicono anche di averne avute altre e le hanno regalate”. Con i nostri occhi una follia, con gli occhi di Rino una tragedia.

Tra le maglie più antiche quella del difensore Giordano Martinelli e dell’attaccante Egidio Ghersetich, entrambe della stagione 1966/67.   

brindisimostra                                

Poi tra le più preziose quella di Bernardino Cremaschi soprannominato “Il Grande Blek”, come un famoso fumetto dell’epoca. Scomparso nel 2007, fu uno degli artefici della promozione del Brindisi in Serie B nell’71/72. Nonostante siano trascorsi molti anni è sempre rimasto nei cuori dei tifosi brindisini tanto che il 27 aprile 2014 gli è stata intitolata la Tribuna Centrale dello Stadio Franco Fanuzzi. Con la maglia del Brindisi ha disputato tre campionati di serie C e uno di serie B per un totale complessivo di 130 gare tra campionato e Coppa Italia. Mise a segno 30 reti, e ben 13 nella stagione della magica e storica promozione in serie B.

cremaschi                          

“Un periodo magico quello”, ci racconta Morelli, “un periodo in cui abbiamo cullato il sogno della Serie A, un’atmosfera fantastica di cui la città si è ubriacata”. In quel periodo qualcuno in via De’ Caracciolo, proprio nel bel mezzo della città vecchia, scrisse su di un muro una sorta di dedica proprio a Cremaschi: “BLEK L’INVINCIBILE”. Quella scritta, dopo circa quarantacinque anni, è ancora lì, fa parte della città, fa parte della storia. Una scritta un po’ sbiadita che ricorda un giocatore, ma soprattutto un uomo che ha fatto piangere, abbracciare e emozionare il popolo brindisino come pochi.

                         

Una storia splendida, appassionante. Decidiamo quindi di raggiungere la famiglia di Dino Cremaschi, l’uomo che ha fatto sognare Brindisi. Abbiamo il piacere e l’onore di poter scambiare qualche battuta con la figlia Vanessa: “Con la città di Brindisi ho un legame forte, un senso di appartenenza profondo. È un po’ come se fosse casa mia. È un sentimento questo che mi ha trasmesso la mia famiglia, perché anche per i miei genitori quello è stato un periodo fantastico. Ho sentito sulla mia pelle e visto con i miei occhi di come sia forte ancora oggi l’unione tra la città e la figura di mio padre. Un legame forte e vivo perché alimentato ogni giorno dalla passione e il lavoro disinteressato di tante persone, passione che si riaccende in un attimo quando si torna a parlare di quel periodo. Ho capito quanto il mio cognome sia importante a Brindisi perché legato a un periodo d’oro per la città. Mi raccontano di un uomo che non si arrendeva sul campo ma anche di una persona pulita ed onesta, questo ci riempie il cuore. Tutto ciò si trasforma in gratitudine, con il sorriso e gli occhi lucidi. Ringrazio, a nome della mia famiglia, sia Rino Morelli che il Presidente dell’Associazione Culturale Pro Brindisi, Rino Lecci, per quanto fatto e quanto stanno facendo in memoria del mio papà”.

Proprio sulla maglia del “Grande Blek” Morelli ci racconta: ”Lo scorso anno organizzai una mostra nei giorni 13 e 14 di febbraio. Proprio in chiusura, mentre stavamo riponendo le maglie, mi si avvicina una persona e mi dice che in casa aveva una maglia che poteva interessarmi. Ovviamente non mi lasciai sfuggire la cosa e il giorno dopo ci incontrammo: aveva la maglia di Cremaschi. Era il 15 di febbraio…il giorno del compleanno dell’Invincibile Blek. Ho pensato tanto a questa cosa, un segno del destino”. Un segno da libro “Cuore”.

Tante persone hanno visitato la mostra, nostalgici e giovani, semplici curiosi e ex calciatori. Tutti con la passione nel cuore, come quella che muove Rino nel cercare di tramandare una tradizione. Così come quella scritta che celebra “Blek l’invincibile”, un po’ sbiadita ed erosa dalle intemperie e dal tempo che passa inesorabile, è ancora lì per chi ha voglia di soffermarsi e rivederla, così la collezione di Morelli merita di essere “vissuta” per potersi tuffare nella storia. Una storia fatta di uomini e maglie. Maglie con la “V”.

 

“Cos’ha fatto oggi la Spal, papà?”: Lino Aldrovandi ricorda il figlio Federico

“Cos’ha fatto oggi la Spal, papà?”: Lino Aldrovandi ricorda il figlio Federico

Federico Aldrovandi era un diciottenne di Ferrara. Era perché, in una maledetta notte del 25 settembre 2005, ha incontrato lo Stato, rappresentato da alcuni agenti che indossavano la divisa della Polizia italiana. Federico era e resterà ragazzo, perché la sua vita si ferma lì, in quella notte, in un semplice posto di blocco, ucciso a causa dell’eccesso colposo nell’utilizzo della forza- come ha stabilito la Corte di Cassazione- di quattro poliziotti: Paolo Forlani, Monica Segatto, Luca Pollastri ed Enzo Pontani che, forse per cercare l’anima di Federico, sono finiti a riempirlo di botte fino a toglierli la vita. Federico era di Ferrara e sosteneva la Spal. Ed è così che, in questi giorni di gloria della compagine biancoazzurra, tornata in seria A dopo quasi cinquanta anni, Lino Aldrovandi, papà di Federico, ha ricordato e pubblicato una lettera, su un noto social network, in onore di suo figlio:

«”Cos’ha fatto oggi la Spal papà?” Era una domanda che Federico usava spesso farmi, ogni domenica sera, prima di quel maledetto 25 settembre 2005. Era una domanda che guarda caso mi poneva solo quando la Spal vinceva, perché conosceva la mia forte passione per quei colori bianco e azzurro, compagni a me inseparabili dall’età di 6 anni. Sorrido ora a ripensarlo, e soprattutto a quella domanda che oggi Federico mi rifarebbe più che mai, per farmi felice – si legge nella lettera– Guardo questa immagine con quei colori ad avvolgergli il cuore, ascoltando una famosa e bella canzone che parla di un cielo pieno di stelle…, e mi viene forte la voglia di abbracciare i ragazzi della Curva Ovest con Pietro in testa, da sempre cuore e anima di quei colori, e non solo. Di questa città – continua Lino Aldrovandi, nel commovente messaggio di saluto per un ragazzo volato via in maniera inspiegabile e vergognosa – la città di Federico, che non potrò mai smettere di amare, senza dimenticare minimamente tanti “altri” colori, che da quell’assurda maledetta domenica mattina di 12 anni fa hanno impreziosito quel percorso comune, verso una piccola giustizia, per rispetto di quella parola troppe volte lesa e calpestata in questa nostra Italia, che risponde al nome di “vita”. Penso a tante cose mio “piccolo per sempre”, e a quello che non è stato e di quello che avremmo potuto fare insieme…, pur nei dolori e nelle “gioie”. Ma bisogna andare avanti, e stasera più che mai anche con un sorriso, per l’avverarsi di un sogno di una favola sportiva, la promozione in serie A della mia (nostra) Spal, ringraziando chi l’ha realizzato. Questa notte guarderò con calma, come ogni notte, il cielo pieno di stelle, nell’attesa però di ascoltare magari ancora quelle parole, da quella voce. Quella voce forse arriverà, anche se maledettamente sarà portata solo dal vento. 
Buona notte Federico – si conclude la lettera – Buona notte dolce c……a di un tempo. Buona notte stelle…Buona notte…».

Ciao Federico, ben tornato in serie A.

18425544_1593388920705668_7326068912413356814_n

Vittorio, Tu sei la Roma

Vittorio, Tu sei la Roma

Ci sono i tifosi di calcio. Poi ci sono i tifosi della Roma”. Pensiero e parole di Agostino Di Bartolomei, incarnate da questa storia. Non è solo calcio. Non solo. É amore e senso di appartenenza. É passione e coraggio. É orgoglio e dignità.

Il protagonista di questa storia si chiama Vittorio. Particolarità: classe 1934. Segni distintivi: tifosissimo della Roma. La sua vicenda la conosciamo grazie alla pagina Romanismo fuori Moda che ha pubblicato l’incontro che un ragazzo ha avuto con lui. La sua vita e i fatti della vicenda sono stati veicolati, come nelle migliori Leggende quale Vittorio è, attraverso la testimonianza orale di chi c’era o lo conosce.

Vittorio vive da solo. Non ha figli. I suoi parenti sono morti. Gli è rimasta la Roma. Poco, o forse tutto: la sua passione. Una ragione di vita. Forse, la vita stessa.

Pomeriggio di una domenica di maggio assolata. Poche ore all’inizio di un Roma-Juventus che vale una stagione. Vittorio si avvicina allo stadio. Lentamente. Troppo. Stenta a camminare. É stato sorpreso dal colpo della strega. Si ferma…

Vittorio è un idolo della Curva Sud. Alcuni tifosi ne notano le difficoltà. Lo avvicinano con discrezione. La testimonianza è di Alberto Dresser. L’idea era intervistarlo. Però forse è meglio raccontare il dialogo fra i due.

Alberto: Aspetti, non cammina, vuole una mano ad entrare, dove è abbonato? Non ha un parente? Che è successo?”

Vittorio:Stavo venendo allo stadio mi è preso il colpo della strega. Non ho parenti sono morti tutti. Sono abbonato al 19.Ho 83 anni e sono un vecchio curvaiolo

Alberto: “Curva? Ma dico non era meglio un distinto? Comunque la porto in infermeria. Ma dico, in queste condizioni, cosa è venuto a fare?”

Vittorio: “Sono venuto a vedere la grande Roma…”.

Una risposta che dice tutto. Vittorio è venuto a vedere la “sua” Roma. Non gli importa se non è così “grande” come desidera. Nè che deve percorrere chilometri per raggiungere i cancelli. Nè che lo stadio sia scomodo, la visuale scarsa. L’importante è esserci. Ancora. Anche quando le forze scemano.

Alcuni tifosi della Curva Sud non lo perdono d’occhio. Accompagnano Vittorio sino all’infermeria all’interno della Curva Sud. Sottoposto alle cure del caso, il tifoso può raggiungere lo stadio. Ovviamente, i ragazzi lo accompagnano su per le scale. Vittorio deve raggiungere la fila 19. Non poco, per chiunque. Questa volta, però, è un Everest. Dall’ingresso alla 19: troppe scale. Vittorio non può? Non potrebbe. Non molla. É accompagnato, sorretto dall’amore per la Roma. E da chi fa a gara per aiutarlo.

Vittorio forse non era in condizione di essere allo stadio. Certamente non poteva, né voleva, mancare l’appuntamento con la “sua” Roma. Alla fine Vittorio trova una sedia libera. Si disseta con il succo di frutta. E spera che la Roma gli faccia un regalo. Il premio arriva. La partita finisce 3-1. La Roma ha vinto. Vittorio torna a casa. Felice.

p.s  Vittorio ha trovato chi l’ha aiutato. Se la Roma può, venga incontro alle esigenze di questo tifoso. Le forze lo possono tradire. Ma lui non tradirebbe la Roma. Vittorio di solito raggiunge in modo del tutto autonomo la sua postazione. L’eccezione, però, sia un segnale. Vittorio, forse, (anche senza forse) merita attenzione. Magari la possibilità di assistere agli incontri della Roma da una posizione più privilegiata. Vittorio non l’ha mai lasciata sola. E allora, la Roma non lo lasci solo.

 

16 Maggio 2004: l’ultima volta di Roberto Baggio

16 Maggio 2004: l’ultima volta di Roberto Baggio

Come cantava Cesare Cremonini, non è più domenica. Da quando Baggio non gioca più. Ormai sono passati dodici anni dall’ultima volta in campo. Era il 16 maggio del 2004 e quella domenica sarà l’ultima volta che Roberto Baggio, il codino più amato dagli italiani scenderà in campo con gli scarpini ai piedi. Il “suo” Brescia allenato da Luigi De Biasi verrà sconfitto per 4 a 2 dal Milan neo campione d’Italia guidato da Carlo Ancellotti. I rossoneri proprio quella domenica festeggeranno così il diciassettesimo scudetto della storia.

Il destino ha voluto che quella fosse anche l’ultima domenica da calciatore di Roberto Baggio, che con la maglia del Milan 8 anni prima aveva vinto anche lui uno scudetto. I tifosi rossoneri non si sono dimenticati di lui. Nonostante il passaggio del Divin Codino all’Inter nell’estate del 1998. E così, quando al minuto 39 del secondo tempo, l’allenatore De Biasi lo sostituisce, l’ovazione dello stadio è tutta per lui. I tifosi del Milan e quelli del Brescia sono tutti in piedi per applaudirlo. Baggio si toglie la fascia, abbraccia il capitano del Milan e suo vecchio compagno di squadra e nazionale Paolo Maldini e poi si avvia verso la panchina del Brescia. Con le braccia alzate al cielo, saluta tutti. Sarà la sua ultima volta. Da quel giorno, si dedicherà ad altro.

Dodici anni dopo, per dirla con un’altra star della musica italiana, Vasco Rossi, noi siamo ancora qua. A scrivere di lui: di Roberto Baggio. A ricordarci dei suoi 253 gol in campionato realizzati con sette maglie diverse (Vicenza, Fiorentina, Juventus, Milan, Bologna, Inter e Brescia) in venti anni di carriera. Come del Pallone d’Oro vinto nel 1993. Oppure della sua conversione al buddhismo. O ancora di quel drammatico passaggio dalla Fiorentina alla Juventus nell’estate del 1990 che scatenò l’inferno per le strade di Firenze. Ma ci ricordiamo anche e soprattutto di tante sue meravigliose giocate. Come quella del San Paolo contro il Napoli, ai tempi della Fiorentina, quando sotto gli occhi di Maradona, scartò mezza squadra avversaria compreso il portiere per entrare in porta con il pallone ai piedi. Proprio come aveva fatto Diego al mondiale messicano qualche anno prima.

O ancora, questa volta con la maglia della nazionale ai mondiali del 1998, di quel tiro uscito di un niente nei quarti di Finale persi poi ai rigori contro la Francia. Se quel tiro fosse entrato, la storia di quel mondiale sarebbe stata diversa. Ci ricorderemo anche del suo (cattivo) rapporto con molti allenatori da Capello a Sacchi per finire a Carletto Ancellotti che lo scartò ai tempi del Parma per poi pentirsene qualche anno più tardi e scriverlo nel suo libro biografico “Preferisco la Coppa”. Non sarà così per un altro grande Carletto del calcio italiano, cioè Carlo Mazzone, che invece lo vorrà fortissimamente alla sua corte quando allenerà il Brescia. E Baggio a Brescia resterà per quattro anni, chiudendo lì la sua meravigliosa carriera. Fino al minuto 39 di domenica 16 maggio 2004. Oggi, a distanza di anni, in tanti si chiedono ancora se mai nel calcio italiano, si rivedrà uno così. Sono gli stessi che danno ragione a Cesare Cremonini.

Da quando Baggio non gioca più, non è più domenica.

Giappone, calcio e Nazismo: non è uno scherzo

Giappone, calcio e Nazismo: non è uno scherzo

‘Esistono storie che non esistono’: così recitava uno dei tanti e popolarissimi trailer di film improbabili (per la precisione, in quel caso si trattava di ‘L’uomo che usciva la gente’) ideati dal genio vivente corrispondente al nome di Maccio Capatonda.

Stavolta, tale, assurda, affermazione pare proprio calzare a pennello con un evento proveniente dal Giappone, che nelle ultime ore è stato posto in risalto sulle prime pagine di diversi quotidiani in giro per il mondo.

La squadra nipponica del Gamba Osaka è stata punita, mediante una multa, dopo che i suoi tifosi hanno sventolato allo stadio una bandiera recante un simbolo molto simile a quello delle SS naziste.

Si, avete letto bene.

Tale bandiera, che mostrava una doppia ‘S in pieno stile nazista, è apparsa sugli spalti durante la sfida del 16 aprile scorso tra il Gamba e l’altra squadra di Osaka, il Cerezo.

La multa inflitta alla società da parte della federazione è stata pari a due milioni di yen (circa 24.000 euro).

Il club nipponico, dal canto suo, ha immediatamente identificato il gruppo di persone responsabile dell’atto, denunciandolo alle autorità competenti.

Non solo, però; il Gamba Osaka, infatti, ha pure stabilito un divieto indefinito riguardo a bandiere e striscioni da portare all’interno del proprio impianto.

In aiuto della società giapponese, infine, è intervenuta la stessa federazione nazionale, che in un comunicato ha affermato: “Gli sforzi compiuti dal club per istituire un sistema di monitoraggio efficace sulle attività dei sostenitori talvolta possono mostrarsi non sufficienti ad impedire che una qualche azione discriminatoria avvenga. Si tratta, purtroppo, di un elemento difficilmente contrastabile talvolta, a causa della elevata partecipazione di spettatori ad eventi sportivi”.

E se anche una fetta di Giappone si scopre nazista…

 

Londra chiama Italia: da Magic Box al The Godfather, il Chelsea è la Little Italy del successo

Londra chiama Italia: da Magic Box al The Godfather, il Chelsea è la Little Italy del successo

Il calcio è uno sport strano: uno sport fatto di tradizioni, consuetudini e legami che delle volte nascono in maniera quasi inspiegabile. Uno di questi casi è senz’altro quel filo conduttore che unisce il Chelsea all’Italia. Una liaison che va avanti da più di vent’anni che fa si che il Made in Italy nella parte Blue di Londra non passi mai di moda.

VIALLI-ZOLA: Questa storia inizia con l’ingaggio da parte dei Blues di Gianluca Vialli a parametro zero, nella stagione 97-98.  L’attaccante ex Juve e Sampdoria, da giocatore segna ben 40 gol in 78 partite vincendo anche una FA Cup. Quando l’anno successivo Ruud Gullit si dimette dalla guida del Chelsea, Vialli assume il ruolo di allenatore-giocatore guidando la squadra britannica alla vittoria della Coppa di Lega, della Coppa della Coppe e della Supercoppa Europea contro il Real Madrid. Risultati che il Chelsea non aveva mai raggiunto nella sua storia. Assieme a Vialli in quegli anni a Stamford Bridge un altro italiano, faceva sognare i tifosi dei Blues: Gianfranco Zola. Il fantasista sardo passò alla squadra londinese dal Parma per 12,5 miliardi di lire. Già al termine della prima stagione Zola divenne un idolo assoluto dei tifosi del Chelsea, guadagnandosi il titolo di miglior giocatore della Premier League. Zola fu protagonista della storica finale di Coppa della Coppe contro lo Stoccarda nel ’98, in cui, dalla panchina, segnò il gol decisivo che diede il primo storico successo continentale al Chelsea. L’ex attaccante del Parma entrò definitivamente nel cuore dei tifosi inglesi grazie all’indimenticabile gol di tacco al Norwich in FA Cup. Un gol che gli regalò il soprannome di Magic Box e l’amore smisurato del popolo dei Blues.

 

ANCELOTTI- DI MATTEO: Nel 2003 iniziò l’era di Roman Abramovic che acquistò il club per 140 milioni di sterline e che cambiò la storia del Chelsea in maniera definitiva. Mourinho regalò la vittoria della Premier che mancava da più di 40 anni, ma non riuscì mai a vincere la Champions che, tra l’altro, svanì nel 2008 in finale ai rigori contro il Manchester United di Cristiano Ronaldo e Sir Alex Ferguson. Non ci riuscì neanche Carlo Ancelotti nel 2010 che però fu capace di fare il double vincendo Premier ed Fa Cup nello stesso anno. Il tecnico emiliano divenne così il primo allenatore italiano a vincere il campionato inglese e il secondo straniero a farlo alla prima stagione in Inghilterra, dopo appunto José Mourinho. Il Chelsea era ormai un top club europeo, ma divenne prigioniero di una ossessione, quella per la Champions League. A liberare Abramovic e i Blues da questo “incubo” ci penso, guarda caso, un altro italiano, Roberto Di Matteo. Di Matteo fu già giocatore del Chelsea e nel ’97 segnò anche il gol decisivo in finale di Fa Cup. Fu chiamato da Abramovic nel Febbraio 2012, per sostituire André Villas-Boas e portare dignitosamente alla fine la stagione. Di Matteo però riuscì, con un’impresa incredibile, a fare quello che nessuno era riuscito a fare prima alla guida del Chelsea e cioè ad alzare al cielo la Coppa delle grandi orecchie. Ci riuscì dopo una serie di partite storiche come l’eliminazione del Napoli agli Ottavi di finale per 4-1 dopo aver perso al San Paolo per 3-1 e l’affermazione sul Barcellona (strafavorito per la vittoria finale)  vincendo a Londra 1-0 con gol di Drogba e pareggiando al Camp Nou grazie alle reti di Ramires e Fernando Torres, nonostante l’iniziale 2-0 degli spagnoli. Il capitolo più emozionante è però senza dubbio la finale giocata contro il Bayern Monaco nella propria tana all’Allianz Arena. Dopo l’1-1 alla fine dei tempi supplementari (pareggio di Drogba dopo il momentaneo vantaggio di Müller), il Chelsea trionfo’ 4-3 ai calci di rigore, con rete decisiva dell’attaccante ivoriano. Un’affermazione storica, quasi leggendaria per come riuscì ad arrivare.

 

Adesso è arrivato il turno di Antonio Conte, fresco campione di Inghilterra grazie alla vittoria in trasferta contro il West Brom. Il tecnico salentino dopo aver stravinto in Italia con la Juventus ed aver ben guidato l’Italia agli Europei del 2016, ha accettato la sfida di affermarsi anche in Europa nel campionato più competitivo del Continente. Conte è riuscito a rivitalizzare un gruppo che veniva da una precedente annata disastrosa e che sembrava non avere più motivazioni. L’ex Ct della Nazionale italiana ha avuto il coraggio di cambiare, di imporre la sua filosofia di calcio senza però scontrarsi con il modo di giocare al football degli inglesi. Conte ha optato per  un calcio più aderente alla sue idee, trovando il giusto supporto da parte dei calciatori, fattore fondamentale per la riuscita di qualsiasi piano di gioco. Ha fatto delle scelte precise anche negli uomini, rivitalizzando giocatori come Hazard e Diego Costa che sembravano ormai degli ex blues e che invece ora sono tornati protagonisti assoluti. Il tecnico pugliese è stato bravo anche a puntare sui nuovi come Marcos Alonso e Kantè che nella prima fase della stagione non avevano inciso affatto. Ora si gode il trionfo, ma conoscendolo starà già pensando a come poter vincere la Champions League nella prossima stagione ed entrare definitivamente nella storia del club londinese. Intanto Conte è riuscito a scrivere un altro capitolo del legame più che ventennale tra il Chelsea e l’Italia: un sodalizio nato quasi per caso che però ha cambiato per sempre la storia recente dei Blues.

Britain Football Soccer - West Bromwich Albion v Chelsea - Premier League - The Hawthorns - 12/5/17 Chelsea manager Antonio Conte celebrates with his players after winning the Premier League title Action Images via Reuters / Carl Recine Livepic EDITORIAL USE ONLY. No use with unauthorized audio, video, data, fixture lists, club/league logos or "live" services. Online in-match use limited to 45 images, no video emulation. No use in betting, games or single club/league/player publications.  Please contact your account representative for further details.