Festa della Liberazione: Bruno Neri, il calciatore partigiano

Festa della Liberazione: Bruno Neri, il calciatore partigiano

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

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FOTO: www.toronews.it

Sarnano, 1 Aprile 1944: Partigiani contro Nazisti 1 a 1

Sarnano, 1 Aprile 1944: Partigiani contro Nazisti 1 a 1

In occasione della Festa della Liberazione, proponiamo una storia di guerra e di sport. Un aneddoto calcistico lontano settantatre anni che si mescola tra mito e realtà, ricordato come “La Leggenda di Sarnano”, dall’omonimo, e davvero bello, documentario di Umberto Nigri. Nel 1944, in centro Italia, si sarebbe giocata una partita di calcio tra nazisti e una squadra di italiani, composta anche da un gruppo di partigiani. Non esistono documenti scritti che avvalorano la presenza di esponenti della Resistenza nella contesa, ma il carattere orale con cui si è tramandata la storia rende anche questa tesi parte di una Leggenda che ben si cala nella situazione che il nostro Paese viveva durante l’occupazione tedesca. 

Quando, dopo una  vigorosa bussata, Mario Maurelli aprì la porta, non poteva credere ai suoi occhi: di fronte a lui due tedeschi in divisa, e una domanda: “E’ lei l’arbitro Maurelli?”. Era il 1944 e l’Italia era sotto il tallone dell’invasione nazista.

Ma cosa voleva la Wehrmacht da un ex arbitro di Serie A?

La risposta fu incredibile quanto, per certi versi, scontata: giocare al calcio.

Già perché la guerra imperversava in Europa e il morale dei soldati al fronte, da anni lontani da casa e dalle famiglie, era sempre più basso. Una depressione che non era la più indicata per un esercito che già sentiva l’odore inconfondibile della sconfitta. E l’unico tentativo di “normalizzare” la situazione poteva essere il calcio. Questo avrà pensato il sergente tedesco, che con i suoi uomini presidiava Sarnano, paesino arrampicato sulle colline del Maceratese occupate dal Reich. Appassionato di calcio, aveva fatto interpellare l’arbitro Maurelli, conosciuto anche in Germania, per mettere su una squadra che potesse sfidare l’undici tedesco. Unica regola: tutti italiani e tutti coetanei dei loro avversari.

Sfida non facile da accettare per chi i tedeschi li vedeva solo come spietati oppressori. Come si poteva giocare con loro come se niente fosse?

La risposta a una richiesta tanto sconcertante non fu immediata. Per Maurelli, persona stimata da tutti, accordarsi con i nazisti, sia pure intorno a un pallone, significava mancare di rispetto a coloro che, ogni giorno  combattevano, e morivano, per cacciare gli occupanti.

Dopo che la notizia si sparse in paese, la cosa non piacque affatto, e a Maurelli fu chiesto di rinunciare. Per di più, della squadra degli italiani, avrebbero fatto parte alcuni partigiani appostati sulle colline, oltre a disertori dell’esercito regio. Il che significava, in poche parole, darsi in pasto al nemico.

Ma la partita si doveva fare e il sergente, dopo aver minacciato altri morti e rastrellamenti, promise sul suo onore di soldato che ai giocatori italiani, partigiani e non, sarebbe stata evitata la deportazione. In più, al termine della gara, sarebbe stato offerto loro un rinfresco, a spese, s’intende, del Reich. Da non credere.

Crebbe la paura. Era una trappola? I tedeschi avrebbero rispettato i patti? E se ci rifiutiamo?

Quindi, tra minacce e promesse, la partita venne organizzata. Maurelli si fece aiutare da suo fratello Mimmo, partigiano, in grado di reclutare la squadra che avrebbe sfidato gli occupanti e il destino.

Sarnano, 1 aprile 1944: Italia contro Germania. Comincia la partita che passerà alla storia come la “Leggenda di Sarnano“, raccontata dal documentario storico di Umberto Nigri, attraverso le voci dei due protagonisti: Mario Maurelli e Libero Lucarini.

Si parte: la squadra tedesca non sembra granchè, molta fisicità ma poca tecnica. Più preparati e organizzati gli italiani. Ai bordi del campo, soldati in divisa pronti a sparare. L’atmosfera ideale per giocare al calcio.

Che dobbiamo fare? Vinciamo? Perdiamo? E se vinciamo cosa ci succede? Questi ci fanno secchi, non vedono l’ora. La decisione negli spogliatoi è unanime: non si vince e si salva la pelle.

Infatti, i partigiani cercano di fare l’impossibile pur di non segnare. Ma non possono neppure esagerare troppo nella finzione, per non irritare i tedeschi che chissà come possono reagire. Il tempo non passa mai e mantenere il pareggio non sarà semplice.

All’undicesimo minuto del primo tempo, Lucarelli fa partire un cross dalla fascia. Un lancio senza pretese, ma in area spunta Grattini che,  forse in un impeto di nazionalismo e di vendetta contro gli invasori,  insacca di testa alle spalle del portiere della Wehrmacht.

Partigiani 1, Nazisti 0. Palla al centro. Lo sguardo dell’arbitro Maurelli dice tutto.

Ma cosa ha fatto? Ci vuol fare ammazzare? Anche Grattini ha capito di averla fatta grossa, non esulta e assume un’aria contrita.

Si arriva all’intervallo: silenzio di tomba, è proprio il caso di dire, tra gli italiani.

Nel secondo tempo la musica non cambia: i tedeschi non riescono a segnare, sebbene gli italiani facciano di tutto per collaborare. Il tempo, questa volta, scorre veloce verso un epilogo che si annuncia drammatico. Anche l’arbitro ce la mette tutta ma non sa come riportare il punteggio in parità. Mancano cinque minuti alla fine e Maurelli incrocia lo sguardo del terzino Libero Lucarini, che aveva tolto gli abiti dell’esercito per arruolarsi con la Resistenza. Lucarini capisce che non si può più scherzare. L’ala sinistra della Germania avanza veloce e Lucarini è abilissimo nel farsi scartare. Il tedesco, galvanizzato dalla bella giocata, calcia con forza e la palla supera il portiere italiano. Rete! La soddisfazione tedesca è quasi pari alla gioia trattenuta dell’arbitro, che conduce gli ultimi minuti in assoluta tranquillità fino al triplice fischio. Partigiani 1 Nazisti 1. Tutti contenti.

Al rinfresco, si presentarono solo i tedeschi. I partigiani erano già lontani, scappati quasi di corsa verso i loro accampamenti. Al sicuro nella boscaglia dei Monti Sibillini, nel caso i tedeschi, non si sa mai, ci avessero ripensato. Ma il patto non fu violato.

Dopo quegli incredibili 90 minuti, ricominciava la vera partita, quella della vita e della morte, quella dove i nazisti non avrebbero mai accettato un pareggio per uno ad uno. Perché quell’uno, per loro, equivaleva a dieci.

FOTO: www.cnj.it

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Italiani d’America: Roberto Donadoni, toccata e fuga a New York con una simulazione ‘da Oscar’

Italiani d’America: Roberto Donadoni, toccata e fuga a New York con una simulazione ‘da Oscar’

Primavera del 1996: la ‘maledizione di Caricola’ è appena entrata a far parte della storia del calcio ‘made in USA’ quando, sempre tra le fila dei New Jersey Metrostars, viene annunciato un acquisto ‘col botto’. Si tratta di Roberto Donadoni, uno dei più grandi talenti che il calcio italiano abbia espresso a cavallo degli anni 80/90.

In dieci anni di Milan, il furetto di Cisano Bergamasco ha vinto praticamente tutto, diventando una colonna portante nell’undici titolare del rivoluzionario Arrigo Sacchi prima e del pragmatico Fabio Capello poi.

A pochi giorni dall’inizio della calda estate del 1996, tuttavia, i rossoneri, ormai prossimi a porre fine a uno dei cicli più vincenti nella storia del calcio mondiale, decidono che l’esperienza di Donadoni nella città meneghina può dirsi conclusa e lasciano libero il ragazzo di scegliere la sua prossima destinazione; di offerte ne giungono tante, a 32 anni anche nel calcio che conta si pensa che Donadoni possa ancora offrire sprazzi della sua immensa classe, eppure lo storico numero sette del Milan opta per un’esperienza completamente diversa.

Si va in America, in un calcio, in quel momento, ancora lontano dal poter essere considerato professionistico. Poco importa, però. Donadoni è alla ricerca di un’esperienza diversa soprattutto dal punto di vista personale e sceglie di accasarsi a New York, dove ad attenderlo trova il già citato (e sfortunato) connazionale Nicola Caricola.

In realtà, l’accordo tra Donadoni ed il General Manager dei Metrostars Charlie Stillitano era già stato trovato nel febbraio del 1996; tuttavia, con il Milan di Capello in lotta per conquistare il quindicesimo titolo nazionale della propria storia, Silvio Berlusconi raggiunge un ‘gentleman agreement’ con la squadra americana per trattenere il ragazzo in Italia fino alla possibile conquista del tricolore (che poi avverrà).

Il debutto di Donadoni negli Usa risale al 4 maggio del 1996. Il pubblico è entusiasta e riserva al campione bergamasco un’accoglienza degna di nota.

La storia d’amore tra il calciatore e il proprio pubblico, però, subisce un brusco stop già dopo poche settimane dal proprio avvio; Arrigo Sacchi, infatti, convoca in nazionale Donadoni per gli Europei inglesi del 1996 ed il ragazzo gioca solo poche partite prima di ripartire per aggregarsi agli azzurri.

In Inghilterra, tuttavia, l’esperienza italiana è tutt’altro che eccezionale (nazionale eliminata già nel girone) e Donadoni a metà luglio è di nuovo negli USA, stavolta per restare più a lungo.

L’ex Milan, in un calcio così poco probante, sembra un gioiello planato in un mare di cianfrusaglie; nella prima partita giocata dopo il suo ritorno dal soggiorno in nazionale, Donadoni firma due assist mentre il mese di agosto lo consacra come vero protagonista del campionato statunitense grazie ai tre gol messi a segno.

La squadra, comunque, è veramente poca cosa e fallisce (di poco) l’accesso ai playoff, utili per decretare il vincitore del titolo.

L’anno seguente, però, va paradossalmente ancora peggio.

Ci si aspettano grandi cose dai Metrostars, che possono contare su ‘The Maestro’ (lo stesso soprannome riservato al giorno d’oggi ad Andrea Pirlo dai tifosi dei NYFC) sin dall’inizio della stagione. La situazione, invece, finisce per essere addirittura peggiore rispetto all’anno precedente.

I Metrostars terminano la regular season all’ultimo posto della Eastern Conference e, ovviamente, addio playoff di nuovo.

L’addio, stavolta, c’è anche per Donadoni che, dopo una sola stagione e mezza in America, torna sui propri passi e riabbraccia il rossonero del Milan.

Ad invocarlo è ancora Fabio Capello, tornato a sua volta a Milanello per tentare di risollevare il club dopo un’annata tutt’altro che eccellente. Il tecnico di Pieris non riuscirà nella disperata impresa durante la stagione 1997/1998 (quella degli ‘altri’ olandesi: Kluivert e Bogarde) ma Donadoni riuscirà comunque (seppur, in questo caso, con un ruolo marginale) a conquistare nuovamente lo scudetto con il Milan nella stagione 1998/1999 con Alberto Zaccheroni in panchina.

L’esperienza americana di Donadoni, dunque, di certo non fu all’altezza della sua straordinaria carriera.

Eppure, qualcosa di ‘meraviglioso’ nel corso del soggiorno statunitense del campione bergamasco rimane ed andiamo presto a raccontarlo.

E’ il 22 marzo 1997. I Metrostars stanno sfidando i ‘terremoti’ (Earthquakes) di San Josè. La partita termina in parità, così si passa alla brillante idea degli americani per non far terminare la gara con un pareggio: gli shootout.

Donadoni ha appena assistito ad una scena sul terreno di gioco: il portiere avversario Salzwedel ha steso un suo compagno negli shootout e l’arbitro ha decretato un calcio di rigore (il regolamento, infatti, prevede che in caso di fallo sull’attaccante durante lo shootout venga decretato il rigore).

Tocca all’italiano. Donadoni parte lievemente decentrato: un tocco, poi due, palla sotto la suola e poi finta. Il portiere, però, intuisce. A quel punto, l’ex (e futuro) Milan si getta goffamente a terra per poter usufruire di un calcio di rigore. L’arbitro non ci casca e Donadoni si dispera.

Al minuto 2.53, la pietra dello scandalo:

Niente da fare. Donadoni era troppo grande per una MLS ancora così piccola.

 

Da Lenzini a Dino Viola, da Moratti a Berlusconi: c’era una volta il Presidente tifoso

Da Lenzini a Dino Viola, da Moratti a Berlusconi: c’era una volta il Presidente tifoso

Vorrei soltanto dormire e risvegliarmi a cose fatte”. Avrebbe detto proprio così a qualcuno dei suoi  collaboratori Silvio Berlusconi a proposito della vendita del Milan. Il suo Milan. Quello che prese sull’orlo del fallimento un giorno del 1986 e in pochi anni portò sulla vetta del mondo. Parlano i numeri, per la sua storia di presidente: 29 trofei vinti in 30 anni, di cui 7 scudetti e 5 Champions League (una volta si chiamavano Coppe dei Campioni). Mai nella storia del calcio italiano, un presidente è riuscito a vincere tanto. Mai nella storia, un presidente è rimasto tanto a lungo nella vita di una società di calcio. Ma la storia di Silvio Berlusconi con il Milan, non è stata soltanto una storia di trofei vinti. E’ stata prima di tutto una storia d’amore, un idillio durato 30 anni. Il “matrimonio” più lungo in tutta la sua vita. Una di quelle storie che ci ricordano che il calcio, anche nell’era delle Pay-Tv, delle plusvalenze, e dei grandi affari, può essere ancora una questione di cuore.

E adesso che anche Silvio Berlusconi ha venduto, il calcio italiano ha perso forse, il suo ultimo grande presidente tifoso. L’ultimo di un’intera generazione. Come lui prima di lui, ce ne sono stati tanti. Genova, sponda blucerchiata ricorda ancora Paolo Mantovani. Quello del primo ed unico  scudetto del 1991. Colui che portò Vialli e Mancini sotto la Lanterna. Il presidente più amato dai tifosi sampdoriani. Ma anche la Milano nerazzurra ha avuto i suoi presidenti tifosi. Massimo Moratti per esempio. Innamorato dell’Inter fin da bambino, quando il presidente era suo padre Angelo. Anche lui, molti anni più tardi, dopo aver rilevato la quota di maggioranza da Ernesto Pellegrini, porterà la sua Inter prima sul tetto d’Europa e poi sulla vetta del mondo. E anche lui proprio come Berlusconi venderà ai cinesi di Suning la partecipazione residua che aveva nella Beneamata (la quota di maggioranza era stata venduta nel 2013 ad Erik Thohir). Se la Milano del pallone è diventata ormai una piccola “colonia” di Pechino, non è l’unica realtà in Italia, passata sotto mani straniere. La Roma per esempio. Diventata “americana” nel 2011 dopo che per quasi vent’anni era stata di proprietà della famiglia Sensi. Prima Franco,presidente fino alla morte avvenuta nel 2008 e poi con la figlia Rosella. Franco Sensi è entrato di diritto nella storia della Roma per essere stato il presidente del terzo scudetto vinto nel 2001. Diciotto anni dopo, l’altro storico tricolore vinto nel 1983. Quando sulla panchina giallorossa sedeva Nils Liedholm e il presidente era Dino Viola. Forse il presidente più amato dai tifosi giallorossi. Un altro dei grandi presidenti tifosi del calcio italiano. Che dopo aver portato la Roma sulla vetta d’Italia è andato ad un passo dalla conquista dell’allora Coppa dei Campioni persa ai rigori, nella finale contro il Liverpool nel 1984.

Dieci anni dopo il primo storico scudetto vinto sull’altra sponda del Tevere, quella biancoazzurra. Che ne ha avuti di presidenti tifosi. Perché se la Roma giallorossa ha avuto Dino Viola, quella biancoazzurra ha avuto Umberto Lenzini. Americano di nascita ma laziale d’adozione proprio come Giorgio Chinaglia. Storico centravanti di quella Lazio e poi presidente negli sfortunati (per la Lazio) anni Ottanta. Lenzini e Chinaglia sono stati forse gli ultimi presidenti tifosi nella storia della Lazio. Vinceranno poco, come i loro immediati successori. Prima Chimenti (che vincerà nulla) e poi Gianmarco Calleri, che legherà comunque il suo nome a quello della Lazio per essere stato il presidente nell’anno più difficile nella storia della prima squadra della Capitale: la stagione 1986-87 quando la Lazio, riuscì a salvarsi nel campionato di serie B, dopo essere partita con 9 punti di penalizzazione. Fino all’arrivo del più grande presidente della storia laziale cioè Sergio Cragnotti. “L’imperatore” come venne definito dai tifosi della Curva Nord. Un amore quello nutrito dai tifosi per Cragnotti, non sempre ricambiato dal presidente. Il quale, arriverà a definire i tifosi della Lazio come i primi “clienti” della sua società. Sarà proprio Cragnotti in Italia, il primo a cambiare il modo di gestire le società di calcio. A portare per la prima volta nella storia, una società di calcio a quotarsi in Borsa. A parlare dell’importanza delle plusvalenze. A decidere di vendere calciatori come Beppe Signori (incoronato Re di Roma dai tifosi laziali che eviteranno la cessione scendendo in piazza) e Cristian Vieri (in quel momento il più forte attaccante italiano venduto all’Inter) di fronte ad offerte miliardarie. Per Cragnotti il calcio più che una questione di cuore era una questione di business. Vinse tanto però e questo lo rese amato dai tifosi biancocelesti. Più che un presidente tifoso la storia lo ricorderà come un visionario. Aveva capito prima degli altri in quale direzione sarebbe andato il calcio.

Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo

Nobby Stiles: l’anti-divo che arrivò sul tetto del mondo

Nobby Stiles nasce nel 1942 a Collyhurst, sobborgo operaio di Manchester, dove la criminalità detta legge, un luogo in cui bisogna crescere in fretta, l’unico svago che hanno i ragazzini è il pallone. Infatti non è un caso che due dei più fulgidi talenti di questa generazione nascano qui. Nelle partitelle che si fanno in strada ci sono due ragazzini da tenere d’occhio, uno è il piccolo Nobby, l’altro è Stan, Stan Bowles, e della sua storia abbiamo già parlato.

Molti potrebbero pensare ad un grande talento dal dribbling sgusciante e dalla tecnica sopraffina, ma lo stile di gioco di Nobby rispecchia in pieno il quartiere dal quale proviene: operaio. Ha una tenacia fuori dal comune, rapido, aggressivo, capace di interventi al limite del codice penale, ma allo stesso tempo di far ripartire l’azione, e un particolare non da poco, i suoi avversari hanno il terrore di lui. Perché? Da bambino cadendo si rompe tutti i denti davanti, episodio che lo costringe a vivere con una dentiera, che però si toglie durante le partite, e ogni volta che apre bocca i suoi avversari, come spesso hanno dichiarato, rabbrividiscono. A questo si aggiunge la statura di appena 1.68 e una forte miopia, che lo costringe a giocare con le lenti a contatto. Insomma, in pochi avrebbero scommesso su un giocatore del genere, tutti tranne uno,  Matt Busby, manager per ben venticinque anni del Manchester United.

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Stiles entra subito nelle giovanili del club, e, a sorpresa Busby lo fa debuttare appena diciottenne contro il Bolton, nel 1960. Tutti avrebbero pensato che quella sarebbe stata una comparsata, un premio all’impegno profuso in allenamento, invece no. Sul ragazzo puntano molto.

Lo United, infatti, è reduce dal disastro aereo di Monaco, incidente che ha decimato la rosa a disposizione. Matt Busby vuole costruire attorno a lui la squadra che verrà, composta da tanti campioni, sorretti da un mediano infaticabile, che corre per dieci.

Tutto pian piano prende forma, ci sono grandi talenti, Bobby Charlton, ma in poco tempo arrivano anche altri grandi acquisti: su tutti Denis Law, e George Best, entrambi futuri palloni d’oro.

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I trofei, di conseguenza, non tardano ad arrivare, la FA Cup del 1963 è solo l’inizio; nella stagione 64-65 arriva il primo successo in campionato, e Stiles è ovviamente protagonista. Lo United si contende il titolo con il Leeds, e, clamorosamente, le due squadre arrivano all’ultima giornata a pari punti; per decretare un vincitore allora si ricorre al coefficiente tra gol fatti e subiti, classifica nella quale i Red Devils sono al primissimo posto. E’ il primo titolo che conta nella bacheca di Nobby.

Le sue ottime prestazioni fanno si che arrivi anche la prima convocazione in Nazionale, l’allora CT Alf Ramsey ha bisogno di lui per formare una nazionale vincente, che si appresta a disputare i Mondiali del ‘66 in casa.

Stiles diventa un perno insostituibile anche della nazionale dei Tre leoni, e arriva al Mondiale in splendida forma, Ramsey lo fa giocare in ogni partita. L’Inghilterra parte spedita, e supera prima l’Argentina ai quarti, poi il Portogallo di Eusebio, che viene marcato splendidamente proprio da Stiles, e poi, in finale, ha la meglio sulla Germania Ovest per 4-2.

Football world cup final 1966 England v West Germany (4-2) l to r.manager Sir Alf Ramsey, Bobby Moore and Nobby Stiles with world cup trophy after england's win

Ramsey, anni dopo, dichiarerà: “In quella squadra avevo cinque fuoriclasse, e Stiles era uno di quelli”.

L’anno dopo, da fresco campione del Mondo, vince con lo United nuovamente il campionato, ma è nella stagione 1967-68 che arriva il momento tanto atteso: la Coppa dei Campioni.

Infatti sono passati esattamente dieci anni dal disastro di Monaco, e la vittoria di una competizione tanto importante simboleggia la definitiva rinascita dello United, e la consacrazione a livello internazionale.

In finale si ripete il duello con la Pantera nera, Eusebio, che ha di nuovo la peggio contro l’infaticabile Nobby.

Da qui in poi la sua carriera però entra in fase discendente, come spesso capita ai medianacci come lui, ha subito tanti colpi, troppi forse, e il fisico inizia a non essere più come quello dei primi anni. Passa così nel 1971 al Middelsbrough, e nel 1973, a soli 31 anni decide di dire basta con il calcio giocato. Prova quindi l’avventura da allenatore-giocatore con il Preston North End, che dura appena quattro anni, poi vola in Canada, per allenare i Vancouver Whitecaps, e infine allena nella stagione 85-86 il West Brom, a fine anno però decide di non voler più sedere su nessun’altra panchina, visti gli scarsi risultati.

Tornerà al successo qualche anno dopo, però, allenando le giovanili dello United e formando quella che è conosciuta come la Classe del ‘92, la mitica generazione di ragazzi composta da Beckham, Giggs, Butt, Scholes e i fratelli Neville.

 

L’altra faccia dello Sport: il Collezionismo. L’UnionCollezionisti Calcio 1979 raccontata dal Presidente Lavarello

L’altra faccia dello Sport: il Collezionismo. L’UnionCollezionisti Calcio 1979 raccontata dal Presidente Lavarello

Molti di noi, durante il periodo infantile o adolescenziale, hanno iniziato a collezionare qualcosa: francobolli, cartoline, schede telefoniche, figurine, lattine, bottiglie etc. Spesso il “triplice fischio finale” è arrivato poco dopo. Altri invece hanno continuato a immergersi nell’arte di raccogliere e catalogare seppur impegnati a correre dietro alla vita. Hanno sacrificato risorse economiche e tempo libero per arrivare al pezzo mancante o desiderato. Una volta ottenuto si sono dedicati alla contemplazione dello stesso…ma qualche istante dopo il nuovo obiettivo era già nel mirino.

Cercare, catalogare, possedere…è tutto razionale o c’è un pizzico d’irrazionalità? Piacere o ossessione? Che cosa spinge quindi l’uomo verso il collezionismo? C’è qualcosa in più se l’oggetto del desiderio riguarda il mondo del calcio? Inizia oggi un viaggio nella mente e nell’inconscio del collezionista. Inizia un viaggio che ci porterà nelle “raccolte” dell’Italia calciofila. Entreremo nelle storie di uomini innamorati di un gioco e cercheremo di trovare una breccia nella loro passione. Uomini forse nostalgici di un calcio che non c’è più, dove ciascuno ha trovato, e continua a trovare, il suo modo di fermare il tempo per proseguire a viverlo e assaporarlo. Vedremo come queste raccolte private diventano patrimonio della collettività durante le esposizioni o addirittura in veri e propri musei, anche quelli virtuali. I collezionisti hanno quindi il merito di conservare, a proprie spese e con grande sacrificio, materiale che neanche le società interessate possiedono. Anzi, spesso, quest’ultime proprio ai collezionisti privati devono rivolgersi per avere qualche “pezzo storico” da esporre. Infine avremo la grandissima opportunità di poter ammirare parte delle collezioni dei più importanti e blasonati collezionisti. E lo faremo insieme sfruttando una grande, grandissima dote del collezionismo: la sua forte capacità aggregativa, tra passione e cultura.

La prima tappa del nostro viaggio non può non partire dalla “Centesima Riunione Nazionale dell’Unioncollezionisti Calcio 1979”, avvenuta sabato 8 aprile u.s. a Genova, l’associazione che da trentotto anni riunisce i collezionisti di materiale inerente al mondo del calcio. L’associazione, di cui fanno parte a oggi circa una novantina di collezionisti, è presieduta dal genovese Gianni Lavarello, Presidente dal 1983. Il sodalizio si prefigge fondamentalmente di pubblicizzare e diffondere il collezionismo di materiale calcistico favorendone gli scambi, combattendo la diffusione di materiale falso, dando la possibilità ai soci di incrementare le proprie collezioni. Inoltre si pone l’obiettivo di allacciare rapporti con Club e Associazioni similari all’estero con le quali instaurare altresì rapporti d’interscambio di materiale.

Raggiungiamo il Presidente Lavarello: “Trentotto anni fa nasceva la nostra Associazione” ci racconta “Ero un ragazzo. Quanti ricordi. Ho conosciuto tantissimi collezionisti appassionati nel corso degli anni. Con qualcuno siamo diventati veri e propri amici”, poi con tono sconsolato e voce bassa … “Qualcuno ci ha anche lasciato prematuramente”. “Siamo alla Centesima Riunione Nazionale”, continua Lavarello, “Un grandissimo traguardo. Era il 10 marzo 1979 quando a Milano si costituì la Federazione Italiana Collezionisti Materiale Calcio (F.I.C.M.C.). Da allora tantissimi incontri: a Lugano, a Milano presso il Castello Sforzesco nel 1980, dove vennero collezionisti da Belgio, Francia, Germania, Spagna e Svizzera. Nell’82, l’anno dei Mondiali di Spagna, per la prima volta, grazie ai dirigenti del Little Club Genoa, riuscimmo a organizzare in uno stadio, il vecchio “Luigi Ferraris” di Genova il cui terreno di gioco venne letteralmente preso d’assalto dai molti collezionisti e curiosi presenti”.

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“Ulteriore lustro alla manifestazione lo diede poi la visita di Daniele Moruzzi. All’epoca era l’ultimo genoano in vita che vinse gli scudetti del 1923 e del 1924″.

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“Nel marzo 1984, in occasione della Riunione Nazionale che si tenne presso i locali di Villa Piantelli, lato distinti dello stadio “Luigi Ferraris”, fummo onorati della presenza di un “mostro sacro” del calcio: Bobby Charlton”. Una storia leggendaria quella del campione inglese: tra i pochi superstiti del disastro aereo di Monaco di Baviera, che nel 1958 decimò il Manchester United, sino al gradino più alto con la conquista della Coppa del Mondo con l’Inghilterra del 1966 e relativo Pallone d’Oro. Ma anche una Coppa d’Inghilterra, quattro Charity Shield, tre campionati inglesi e una Coppa dei Campioni. Vera bandiera dei Red Devils. “Un’emozione unica averlo alla nostra Riunione e un grande, grandissimo onore poter consegnare al fuoriclasse inglese una nostra targa ricordo”.

“Nel corso degli anni abbiamo avuto il piacere di annoverare tra gli iscritti anche Walter Zenga e Maurizio Iorio. Poi ci sono venuti a trovare o comunque sono stati coinvolti in varie iniziative Giampiero Scaglia, Ivano Bordon e Dino Maggi lo storico massaggiatore del Brescia scomparso lo scorso anno: grande uomo, grande professionista e grande collezionista. Anche Aldo Serena nell’Ottobre 1986 fu ospite di una nostra riunione di scambi organizzata a Torino”.

 “Abbiamo avuto anche una presenza femminile come collezionista”, ci dice il Presidente Lavarello. Una donna che segue il calcio e se ne innamora al punto da diventarne collezionista… nasce in noi il desiderio di contattarla. “Sono sempre stata appassionata di calcio”, ci racconta Patrizia Giuffrè, “E collezionavo cartoline raffiguranti gli stadi. Un giorno, tra gli annunci presenti sul Guerin Sportivo relativi agli scambi tra collezionisti, si diceva appunto che a Genova ci sarebbe stato un incontro. Non ci pensai molto, presi il treno e mi recai verso il capoluogo ligure. Fu una bellissima esperienza e decisi di ritagliarmi un ruolo attivo nell’Associazione e diventai Segretario Regionale per il Lazio. Scrivevo a macchina il Bollettino con le notizie dell’associazione, poi andavo in copisteria a fare le fotocopie. Il giorno dopo in posta per spedirlo agli associati. Che “lavorone”, ma che divertimento e che grande soddisfazione. Organizzai anche la riunione a Roma del Marzo dell’83. La locandina è ancora appesa in casa mia. Sono ancora tanto appassionata degli stadi e ancora oggi in qualsiasi città mi reco lo stadio è per me un’attrattiva imprescindibile”.

La voce narrante, quella di Lavarello, ritorna protagonista tra ricordi ed emozioni: “Siamo passati anche attraverso una scissione dalla quale, nel 1990, viene costituito il Club Collezionisti Calcio ’90 (C.C.C.’90). Poi nel novembre 2001 si è sottoscritto un accordo che riunisce di nuovo le due Associazioni facendo confluire la F.I.C.M.C. nel C.C.C.’90 dando così vita all’attuale Unioncollezionisti Calcio. Devo dire, in maniera molto onesta, che prima c’era più partecipazione e il numero degli iscritti era superiore alle duecento unità. Tra la seconda metà degli anni 80 sino ai primi anni 90 il nostro movimento raggiunse l’apice. Oggi non c’è la stessa partecipazione pur essendo comunque una passione molto diffusa. Le piattaforme di scambio e vendita con l’avvento di Internet si sono moltiplicate. Inoltre i giovani hanno oggi anche tanti interessi diversi rispetto alla nostra generazione. Manca un certo ricambio generazionale dal punto di vista della passione per il collezionismo. Mi auguro ci possa essere una ripresa. Per raggiungere quest’obiettivo andrebbero coinvolti i giovani probabilmente anche a livello scolastico. Insomma una cultura del collezionismo a salvaguardia della memoria storica. Anche in Europa la situazione non è molto diversa”.

Un grande plauso quindi a chi possiede il merito di conservare questa memoria storica altrimenti perduta. Come i tanti appassionati di sabato scorso a Genova, presso i locali della A.G.O.M.S., a conferma di come il movimento degli italici collezionisti sia ancora vivo, in attesa di un ricambio generazionale.

 

 

 

 

 

 

Italiani d’America: Nicola Caricola e la sua ‘maledizione’ lunga 21 anni

Italiani d’America: Nicola Caricola e la sua ‘maledizione’ lunga 21 anni

C’era una volta un’altra MLS; un campionato, a livello generale, appena sopra al dilettantismo (eccezion fatta per alcuni campioni ‘stagionati’ importanti dal grande calcio mondiale). Siamo nel 1996: i tempi della rivoluzione globale del soccer post Beckham sono ancora assai lontani e negli Stati Uniti neppure l’organizzazione casalinga dei Mondiali di calcio del 1994, voluta dalla FIFA esattamente nel tentativo di far innamorare il popolo a stelle e strisce di uno sport che nazionale proprio non è, ha aiutato a far crescere il movimento.

Nonostante ciò, negli USA tornano a sbarcare diversi italiani nel lasso di breve tempo; il primo fra tutti (praticamente in concomitanza con l’attuale tecnico del Bologna ed ex stella del Milan di Sacchi prima e Capello poi, Roberto Donadoni) è Nicola Caricola. Nato a Bari nel 1963, difensore centrale, Caricola vanta una grande esperienza nel calcio del Belpaese: Bari, Juventus, Genoa (soprattutto) e Torino (un passaggio davvero fugace). A 33 anni, però, Caricola decide che è giunto il momento di provare un’esperienza completamente nuova e sceglie, così, la Major League Soccer, il massimo campionato statunitense nato, comunque, soltanto un triennio prima.

La squadra prescelta, probabilmente per la bellezza della città (New York), è rappresentata dai New Jersey Metrostars (quelli che, a partire dal 9 marzo del 2006, sarebbero poi diventati New York Red Bulls).

Il debutto ufficiale avviene in una data che, purtroppo per lui, Caricola stenterà a dimenticare: 20 aprile 1996. Nasce in questo giorno ‘The Curse of Caricola’ (La Maledizione di Caricola).

I neonati Metrostars giocano la prima gara della propria storia al Giants Stadium, contro i rivali del New England Revolution. Lo stadio è gremito in ogni ordine di posto e la curiosità sugli spalti è davvero tanta.

Oltre 46.000 persone si presentano per scoprire di più su quella strana diavoleria chiamata ‘soccer’. La maggior parte del pubblico non ha assolutamente idea di chi siano diversi giocatori; l’unico volto noto, probabilmente, è Tony Meola, che ha difeso i pali della nazionale statunitense nelle ultime due edizioni dei Mondiali (Italia ’90 e USA ’94).

Nonostante ciò, i presenti incitano la propria nuova squadra con diversi cori per 89, noiosissimi, minuti di gioco. Zero emozioni, zero gol, zero tutto.

Arriva, però, il 90’ e, quando ormai tutti si aspettano gli shootout (allora, nel campionato statunitense una gara non può finire in parità ma deve essere per forza decisa con la vittoria del’una o dell’altra squadra mediante un’azione, in cui si parte dal centro del campo, 1 vs 1 tra calciatore mobile e portiere) succede quello che non ti aspetti.

Cross in area dei Metrostars del carneade Darren Sawatzky, deviazione maldestra di Caricola e palla in rete, nella propria rete. Autogol.

Nasce la ‘maledizione di Caricola’: autorete al debutto assoluto dei Metrostars, per giunta al minuto novanta. Per molti, si tratta del segno che la squadra di New York non riuscirà mai a vincere titoli in patria o nel mondo.

Effettivamente, tale presagio sembrerà avverarsi per lungo tempo, con il ‘fantasma’ di Caricola spesso tirato in ballo da giornalisti locali o semplici tifosi.

Il team newyorkese, infatti, nel frattempo divenuto New York Red Bulls grazie all’acquisizione da parte del colosso austriaco, riuscirà a vincere qualcosa soltanto nel 2013 (e, di nuovo, nel 2015): il MLS Supporters’ Shield, titolo che, ad ogni modo, non rappresenta la vittoria del campionato statunitense.

Il MLS Supporters’ Shield (in italiano, letteralmente, Lo scudetto dei tifosi), infatti, è il trofeo assegnato alla squadra della MLS che ottiene il maggior numero di punti nella classifica generale della stagione regolare, ovvero alla formazione che vincerebbe il campionato se la MLS fosse organizzata con lo stesso formato dei principali campionati di calcio europei.

Nella Major League Soccer, tuttavia, gli appassionati lo sanno bene, il sistema della vittoria finale è regolato da un sistema basato sui playoff.

In buona sostanza, potremmo affermare che i New York Red Bulls sono ancora a secco di vittorie nel senso più veritiero del termine e che, dunque, ‘The Curse of Caricola’ keeps goin’ on!

Simboli, colori e soprannomi: le storie e gli aneddoti più affascinanti della Bundesliga

Simboli, colori e soprannomi: le storie e gli aneddoti più affascinanti della Bundesliga

Il rischio di far arrabbiare i tifosi avversari con una esultanza dopo un gol è abbastanza alto, fare lo stesso con i propri invece è più difficile. Ci riuscì il nigeriano del Colonia Anthony Ujah che dopo il gol al Francoforte nel settembre del 2015 pensò bene di prendere per le corna un caprone a bordo campo. Si trattava di Hennes VIII, mascotte ufficiale del club del land Nordrhein-Westfalen da cui proviene il soprannome alla squadra (Die Geißböcke, i caproni). Alle puntuali proteste degli animalisti si aggiunsero quelle dei tifosi più fedeli alle tradizioni del club e per cucire lo strappo, Ujah fu costretto a chiedere scusa su twitter (“Hennes non volevo farti del male, sei il mio migliore amico”) e a presenziare al compleanno dell’animale una settimana dopo.

Hennes è la mascotte più longeva del calcio. Nel 1951, Harry Williams , direttore di un circo, regalò al neonato club una capra come portafortuna e le fu affibbiato il nome di Hennes dall’allenatore Franz Kremer. E’ l’inizio della dinastia che oggi vede Hennes VIII, come ultimo erede. La capra più famosa della Germania dispone di una pagina facebook ufficiale mentre i tifosi possono seguire la sua vita con una web cam installata nella sua stalla tranne ovviamente la domenica quando lei è sempre presente a bordo campo per seguire le vicende della sua squadra del cuore.

Quella che lega il Colonia al suo soprannome è una storia affascinante ma non unica in Bundesliga. Sarà sicuramente capitato di sentire usare lo pseudonimo di ‘minatori’ riferito allo Schalke 04. Il motivo è semplice: molti giocatori e tifosi del club di Gelsenkirchen provenivano dalle file proletarie, in particolare dalle miniere di carbone della Ruhr. Di diversa estrazione è il Borussia Dortmund che proprio con i vicini dello Schalke dà vita ad una delle rivalità più accese della Germania. Il nome del club deriva da una birreria di Dortmund mentre il soprannome ‘vespe’ riprende i colori ufficiali della società e della città, il giallo e il nero appunto. Diversa invece la storia che vede attribuire al Friburgo il soprannome di ‘brasiliani’: tutto ha inizio nel 1993 quando la squadra allenata da Volker Finke raggiunge il terzo posto grazie ad uno stile di gioco spumeggiante e divertente al punto da spingere i sostenitori ad associarlo a quello della Seleção. Motivi simili quelli che sono dietro al nome di ‘puledri’ affibbiato ai giocatori del Borussia Mönchengladbach nei gloriosi anni ‘70 per via di una squadra composta da giovani fuoriclasse e dallo stile di gioco spiccatamente offensivo.

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La storiografia concorda nel far iniziare la storia del Bayer Leverkusen al 27 novembre 1903 quando un impiegato della omonima fabbrica della città scrisse una lettera al proprio datore di lavoro invitandolo a finanziare la creazione di una polisportiva, una “squadra della fabbrica” e proprio quest’ultimo è il soprannome che ha accompagnato per tutta la sua storia il club. Una bandiera blu con all’interno un quadrato bianco richiama la tradizione marinara e portuale della città di Amburgo, la cui società di calcio è la più antica di Germania.  Al Volksparkstadion è presente un orologio che indica gli anni, i mesi, i minuti e i secondi passati dal club in Bundesliga. L’Amburgo è infatti l’unico club tedesco a non essere mai retrocesso e questo motivo di vanto per i tifosi ha rischiato di infrangersi nel 2015 quando solo un gol in pieno recupero nel play out di Nicolaj Muller ha permesso ai ‘dinosauri’ di conservare lo storico primato. Una settimana dopo la società propose di smantellare l’orologio al grido di “superiamo il provincialismo” ma i tifosi non la presero bene e il simbolo del club, assieme alla mascotte Hermann, un dinosauro blu, è ancora al suo posto. Spostandoci ad est, troviamo anche nel calcio tedesco una Vecchia Signora dal passato tuttavia meno prestigioso della nostra Juventus. Si tratta dell’Hertha Berlino, una delle squadre fondatrici del campionato tedesco, il cui nome proviene da una nave a vapore su cui il fondatore del club Fritz Linder aveva viaggiato da bambino. Fu proprio il battello a vapore, tra l’altro ancora in attività, a dare vita ad una coreografia spettacolare della tifoseria berlinese a testimonianza dell’importanza che rivestono storia e tradizione nel tifo tedesco.

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Sono da inserirsi in questo contesto le proteste, civili o meno, contro il RB Lipsia, società fondata nel 2009 dalla multinazionale Red Bull. Le tifoserie non hanno perdonato all’imprenditore austriaco Dietrich Mateschitz di fare shopping sulla Bundesliga e hanno intrapreso una battaglia contro il ‘calcio in lattina’ che è costata a parecchie società, come il Borussia Dortmund, multe e chiusura dello stadio. Ma aldilà degli episodi spiacevoli, il movimento contro la Red Bull nel calcio ha saputo registrare vere e proprie azioni eclatanti. I tifosi del Sachsen preferirono il fallimento del club pur di non vederne stravolti i colori, il nome e il simbolo mentre gli ultras dell’Austria Salisburgo dopo aver trovato degli occhialini con tanto di lenti viola come risposta alla loro richiesta di ristabilire il viola come colore sociale, decisero di rifondare il loro club del cuore partendo dai dilettanti. “Ora siamo in Regionalliga West, la vostra serie C. Non giochiamo in Coppa, ma siamo più felici”, disse un tifoso ai microfoni de ‘La Stampa’ nel 2010.

Sabato 1 aprile, il Darmstadt ha fatto visita al Lipsia. Sul tabellone della Red Bull Arena erano contrapposti gli stemmi delle due società: il giglio simboleggiante la purezza della chiesa della città dedicata alla Vergine Maria e i due tori rossi della famosa azienda di bevande sportive. Sacro contro profano, un evidente scontro tra due modi di vedere il calcio che sul campo ha visto il Lipsia avere la meglio per 4-0 sugli avversari. Il rischio che questo modello di calcio ‘metta le ali’ in futuro è sempre più alto. Che le tifoserie ci salvino.

 

 

Vasaloppet: 90 chilometri per l’immortalità

Vasaloppet: 90 chilometri per l’immortalità

Quando mise gli sci ai piedi per fuggire verso la vicina Norvegia ed evitare la condanna a morte di Cristiano II (detto il Tiranno), Gustav Eriksson Vasa mai avrebbe immaginato che, molti secoli più tardi rispetto a quell’ancestrale 1522, il suo epico quanto romantico gesto avrebbe assunto le fattezze della gara di sci di fondo più antica, più lunga e più affascinante del mondo: la Vasaloppet .

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Novanta chilometri a tecnica classica, tra la neve e i boschi della Dalarna, contea facente parte dello Svealand, estesa regione del centro-meridione del Paese confinante da una parte con la Norvegia e dall’altra col Mar Baltico. Qui, la prima domenica di marzo di ogni anno, migliaia di concorrenti provenienti da ogni parte del mondo e di ogni estrazione socio-sportiva (si va dal professionista più professionale al dilettante più amatoriale) si affrontano lungo il percorso che si sviluppa tra i villaggi di Sälen e la città di Mora, compiendo il tragitto inverso di quello intrapreso allora da Gustavo Vasa.

Ma più che una sfida contro l’altro, la Vasaloppet è una sfida con se stessi. Come nella maggior parte delle gare di resistenza. Tipo la maratona, con la differenza che il caldo e l’asfalto lassù lasciano spazio e palcoscenico al freddo e ai fiocchi bianchi. Ma l’obiettivo rimane il medesimo: arrivare in fondo, poter alzare le braccia al cielo ed esclamare “Ce l’ho fatta!”. Perché se anche la Vasaloppet, come tutte le competizioni, ha una classifica, un podio e una premiazione, che prevede anche il bacio e la ghirlanda di una ragazza (kranskulla) e di un ragazzo (kransmas) del luogo ai rispettivi vincitori della competizione maschile e di quella femminile, la Vittoria – quella con la “V” maiuscola – è l’intero attraversamento di un cammino che si snoda nella natura più incontaminata, buona per qualche ambientazione esterna di un romanzo di Åsa Larsson o per rimembrare le distese ardite e le risalite care a Lucio Battisti.

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Però nella Vasaloppet il “vorrei, non vorrei, ma se vuoi” non è ammesso. Chi si schiera alla partenza, nella sua testa non fa che immaginare il traguardo, perché deciso e convinto ad arrivare fino in fondo. Ad animarlo, il desiderio di scrivere un’impresa da raccontare ad amici e famigliari e l’irenica cornice paesaggistica dove, mentre gli sforzi aumentano in parallelo alla diminuzione dei chilometri, il sole riflesso sulla neve e i suoni della natura si fondono con gli sbuffi e gli ansimi della fatica per un connubio panico del singolo atleta. E non c’è niente di cui aver paura, ma solo un richiamo alla simbiosi dell’uomo con gli elementi dell’ambiente circostante, che la tradizione classica vuole protetti dal dio Pan.

Tagliato il traguardo, in un’atmosfera degna delle note di Vangelis, dopo un viaggio con l’inseparabile compagnia di temperature siberiane e un vento gelido da far invidia a quello di Battiato nella Prospettiva Nevski, è molto probabile sconfinare nell’immortalità e ascendere all’Asgaror, la dimora degli dei della mitologia scandinava. Anche perché è la Vasaloppet stessa a essere intrisa d’immortalità visto che, dalla prima edizione tenutasi in quel 1922 anno simbolo dello sport svedese (nello stesso anno nacque Nils Liedholm, il più grande calciatore svedese di sempre e uno dei più grandi allenatori al mondo), tranne che in tre occasioni, si è sempre disputata, anche durante la Seconda Guerra Mondiale. L’ultima edizione, lo scorso 5 marzo, è stata vinta dal fondista norvegese, John Kristian Dahl, davanti altri suoi due connazionali. Fino al 1954 dominarono gli svedesi, che hanno il maggior numero di vittorie assolute (76), interrotti da un finlandese, Pekka Kuvaja. Nel 1978, invece, l’unica gioia latina, il francese Jean-Paul Pierrat. Poco rilevante nel maschile, l’Italia si segnala nel femminile (Tejejvasa), istituita ufficialmente nel 1997 dopo che nel 1985 un’altra azzurra, Maria Canins, aveva dimostrato che anche le donne potevano parteciparvi, col successo di Cristina Paluselli nel 2006. Sempre più popolare nel corso degli anni, la Vasaloppet è stata declinata anche in versione podistica (Ultravasan) e ciclistica (Cykelvasan), che si disputano durante la bella stagione.

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Non credeva che lo riprendessero quel giorno che fuggì verso la Norvegia, Gustav Vasa. Come non pensava che sarebbe diventato sovrano (Gustavo I), rimanendo sul trono per trentasette anni. E, di sicuro, mai avrebbe immaginato che quel suo atto eroico, un giorno, avrebbe vantato migliaia di tentativi di emulazione da parte di gente disposta a tutto pur di assicurarsi un posto nella storia e nella leggenda.

1913-14: quando la Juventus divenne “lombarda” ed evitò la retrocessione

1913-14: quando la Juventus divenne “lombarda” ed evitò la retrocessione

Juventus retrocessa in B? Sì una sola volta, nel 2006, ma da condannata. Forse, però, non tutti sanno che i bianconeri più di un secolo fa, retrocessero sul campo. E si salvarono indovinate dove? In FIGC.

La storia risale alla stagione 1912-1913, quando la federazione riforma il campionato. Il progetto Vavassori-Faroppa garantisce un respiro nazionale al calcio, ormai evolutosi a macchia d’olio lungo l’intera penisola. La Prima Categoria prevede 30 squadre divise in gironi regionali al Nord (Veneto – Emliano, Lombardo-Ligure, Piemontese) e al Centro- Sud (Toscano, Laziale, Campano).  Vince la Pro Vercelli. Sin qui, tutto ok.

Il problema nasce dal regolamento: la riforma prevede anche il meccanismo “promozioni e retrocessioni”, studiato per garantire “mobilità sociale” ai vari club. Una soluzione, sulla carta, sportiva. Sul campo, però, tramutatasi in un incidente diplomatico. Già, perchè fra le prime retrocesse della storia del calcio italiano c’è anche la Juventus, ultima nel girone Piemontese. Annata disastrosa: 3 punti in 10 partite, frutto di 1 vittoria, 1 pareggio, 8 sconfitte 14 reti realizzate e 35 subite. La retrocessione è sentenziata dal campo, ma ribaltata nelle scrivanie dei piani alti del calcio.

Artefice del “miracolo sportivo” (?), Umberto Malvano. Il presidente della Juventus chiede e ottiene un “incontro straordinario” in FIGC dopo che l’assemblea societaria bianconera si chiude con l’intervento dei Regi Carabinieri, chiamati a sedare una rissa fra dissidenti che, in caso di retrocessione, minacciano di non finanziare la squadra e destinarla al fallimento. Malvano, terrorizzato dall’ipotesi, chiede la “salvezza”. Raggiungibile con un artifizio: ripescare e “spostare” la Juventus in un altro girone. Non molto sportivo, ma applicabile. Del resto, anche nel 1912, siamo in Italia. Non importa se una richiesta è discutibile. L’importante è che qualcuno la appoggi. E quel tale c’è. Malvano è un ex calciatore della Juventus, ma anche del Milan. Ed è in ottimi rapporti con il vice presidente federale Giovanni Mauro. Insomma, quanto basta affinché la FIGC dica “sì”.

Resta da giustificare la scelta. Detto, fatto. La FIGC nell’assemblea federale del 24 agosto 1913, sposa in larga parte il progetto Baraldi – Baruffini che prevede un ampliamento delle partecipanti alla Prima Caegoria. In più, aggiunge il blocco totale delle retrocessioni risalenti all’anno precedente. Soluzione ottima, per la Juventus (e le altre retrocesse), ma indigesta per i Comitati Regionali chiamati a riorganizzare i tornei. Il Piemonte è saturo: deve accogliere l’Alessandria e ha anche il “peso” del Novara, salvo (penultimo nel 1912-1913) e meritevole di un soggiorno in massima serie. E ora? Che si fa?

La FIGC non si scompone: una soluzione si trova sempre. E così la Prima Categoria, anno 1913-1914, prende vita in barba ai criteri sportivi e…geografici: le squadre sono suddivise in ordine di…convenienza. La Liguria che “riempiva” il girone Lombardo-Ligure, è dislocata dalla Lombardia e si accorpa al Piemonte. Ciò libera due posti ad est del Monviso. E sono, ovviamente, appannaggio di Novara e Juventus che giocano nel neonato girone “Lombardia”. Obiezione: sono piemontesi. Respinta. Anzi, non fate troppe domande, chè c’è da accontentare il Brescia, divenuto scomodo “quid in più” in Lombardia dopo il trasloco forzato delle due piemontesi. No problem. Le rondinelle trovano un nuovo e accogliente nido nel girone Veneto-Emiliano. Tutto bene. Fantastico. Applausi. Adesso, in FIGC, non resta che tutelarsi: per evitare scomode discussioni, si torna all’antico: blocco totale delle retrocessioni. E così giocarono tutti, felici, contenti e spensierati. Ah, per la cronaca, lo scudetto 1913-1914 lo vince il Casale, ma questa è un altra storia, forse più bella…

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