La Leggenda di Pelé che ferma la Guerra Civile in Nigeria: verità o mito?

La Leggenda di Pelé che ferma la Guerra Civile in Nigeria: verità o mito?

“La stagione ufficiale ha inizio con il famoso (e, per molti versi, ancora misterioso) tour in Africa. Una visita così piena di avvenimenti che la commistione tra verità e leggenda tocca vette elevatissime”. Queste le parole del Professor Guilherme Nascimento, autore dell’almanacco ufficiale del Santos.

Siamo nel 1969 e la storia riporta che, grazie al club brasiliano e alla sua stella più lucente, Pelé, per 48 ore le due fazioni (Nigeria e Biafra) che stavano dando vita alla sanguinosa guerra civile nigeriana decisero di cessare il fuoco.

Il calcio per fermare la guerra. Sarebbe bellissimo ma…

Ma è davvero accaduto oppure è soltanto un racconto fantastico?

La certezza, intanto, riguarda il fatto che nel gennaio del 1969, effettivamente, Pelé e compagni intrapresero una tournee estiva nel ‘Continente Nero’ . L’itinerario comprese partite amichevoli in: Congo, Nigeria, Mozambico, Ghana e Algeria.

Pelé, all’epoca senza dubbio il miglior calciatore del globo, già due volte campione del mondo ed in grado di portare l’anno seguente, in Messico, la sua nazionale al successo probabilmente più celebrato è la vera attrazione per tutti coloro che affollano gli stadi africani.

L’arrivo in Nigeria, in particolare, è datato 26 gennaio 1969; una nuvolosa domenica mattina in cui il Santos tocca terra presso l’aeroporto di Lagos. Quello stesso pomeriggio, Pelé e compagni hanno in programma un match contro le ‘Aquile Verdi’, questo il soprannome della squadra nazionale nigeriana. Il Santos è reduce da una sconfitta per 3-2 ottenuta a Kinshasa contro il Congo. Poco importa, però; quel che interessa al Santos è principalmente l’aspetto economico del tour e, grazie a Pelé, da tale punto di vista tutto va a gonfie vele.

Non si può dire lo stesso per la federazione di calcio nigeriana, accusata dall’opinione pubblica di casa di aver speso troppo per una partita di calcio, in un momento storico così delicato a causa della guerra civile in corso.

La partita tra Santos e Nigeria, alla fine, viene disputata senza problemi e termina 2-2. Muyiwa Oshode e Baba Alli realizzano i gol per la selezione africana mentre Pelé, neppure a dirlo, realizza la personale doppietta in favore del Santos.

Lagos è pazza di Pelé.

L’amore, però, seppur intenso, è assai breve. La squadra brasiliana, infatti, il giorno seguente vola alla volta del Mozambico per un’altra partita.

Veniamo, dunque, al caso del ‘cessate il fuoco in nome di Pelé’.

Veramente il fenomeno verde-oro fermò il conflitto bellico grazie al suo talento oppure si tratta solo di leggenda metropolitana? E, qualora quest’ultimo fosse il caso, da dove verrebbe fuori l’incredibile storia?

Su internet, innanzitutto, è possibile riscontrare diverse versioni in merito a tale avvenimento. Una di esse afferma che la partita tra Santos e Nigeria sia avvenuta nel 1967 mentre un’altra data l’evento al 1969. Altri, inoltre, dubitano della sede di Lagos e narrano di una partita disputata, al contrario, in Benin.

La verità, però, è fedele a quanto riportato in precedenza: 1969 l’anno e Lagos la città.

La storia dello stop alla guerra, invece, è, con grande probabilità, un mito.

Nonostante sia possibile trovare ricostruzioni di tale evento presso importanti testate giornalistiche di tutto il mondo, come CNN, Times, The Guardian, The Telegraph, Goal.com o Globoesporte.com, non esistono news di questa vicenda fornite dalla stampa nigeriana.

Due importanti quotidiani nigeriani, Nigerian Daily Times e Observer, pur riportando la cronaca ed il grande successo, in termini di pubblico, riscossi dalla partita amichevole tra Santos e Nigeria, non fanno minimamente menzione ad un possibile ‘cessate il fuoco’.

Come mai, dunque, l’esistenza di questa leggenda?

Probabilmente, a causare ulteriore confusione è stato (involontariamente) anche lo stesso Pelé, che nella sua autobiografia del 1977, “My Life and the Beautiful Game”, afferma di aver visitato Lagos nel 1967 (a gennaio del quale, tuttavia, la guerra civile nigeriana non era ancora esplosa); un errore marchiano, poiché è documentato da diverse fonti che il viaggio in Africa del Santos avvenne nel 1969, effettivamente nel pieno del conflitto.

Pelé ha viaggiato in lungo ed in largo con la sua squadra negli anni Sessanta, quindi non sorprende che le date si mescolino nella sua testa. È interessante, ad ogni modo, che Pelé non abbia menzionato la supposta storia del temporaneo stop alle ostilità in quella circostanza.

Guilherme Guarche, vera ‘Bibbia umana’ sul Santos e coordinatore del Centro di memoria e statistica del club, all’inizio del 2015 ha dichiarato sul sito ufficiale della società sudamericana che la fonte originale della storia del completo cessate il fuoco del 1969 è da ricondurre ad un articolo del 1990, apparso sulla rivista ‘Placar’ a firma Michel Laurence, giornalista franco-brasiliano.

La vicenda è menzionata brevemente nell’articolo come uno degli eventi interessanti che si sono verificati durante la carriera di calcio di Pelé.

“Non sono sicuro che sia completamente vero”, ha successivamente spiegato Pelé nel suo libro del 2007; di una cosa, però, O’Rey è apparso certo: “I nigeriani ci assicurarono che i Biafrans almeno non avrebbero toccato Lagos mentre eravamo lì. Ricordo un’enorme presenza militare per le strade e grande protezione da parte dell’esercito e della polizia durante il nostro soggiorno in Nigeria. Il clima era molto pesante.”

Sempre all’interno del suo recente libro, Pelé spiega anche che fu uno dei massimi dirigenti del Santos ad assicurare ai giocatori (forse per mantenere una certa tranquillità nel gruppo, prima di un tour economicamente fondamentale per le casse societarie) che la guerra civile nigeriana sarebbe stata interrotta per il loro arrivo.

Pelé, infine, non solleva nuovamente i propri dubbi circa la storia durante una sua intervista del 2011 alla CNN. Anzi, appare proprio rinforzarne la veridicità in questa circostanza.

Eccone un breve estratto:

Pelé: Sì, è tutto vero e mi sento fiero di questo. Perché, sapete, con la mia squadra, il Santos, abbiamo fermato addirittura una guerra. La gente era così fuori di testa per il calcio da deporre le armi.

Giornalista CNN: Si sta riferendo al 1967 (errore della giornalista, come spiegato in precedenza ndr), quando accadde il famoso stop al conflitto civile nigeriano.

Pelé: Esattamente.

A quasi cinquant’anni di distanza da quella tournee africana del Santos, ancora resta un vasto alone di mistero sulla vicenda.

Probabilmente la bellezza ed il romanticismo di tale storia permetteranno di farla passare come vera anche in futuro; molti elementi, tuttavia, proprio non tornano.

 

Salti Immortali sulla striscia di Gaza

Salti Immortali sulla striscia di Gaza

“Ed egli imparò a volare. Scoprì che erano la noia e la paura e la rabbia a render così breve la vita di un gabbiano”. Volteggiano nell’aria come aquiloni. Corrono, si arrampicano, scalano, saltano dai resti di un edificio all’altro di questo non luogo dove il rumore delle bombe sovrasta quello del mare, il cielo è nuvole di fumo, e il futuro una disillusione precoce. Se proprio bisogna essere instabili, tanto vale fluttuare, librarsi in aria per staccare i piedi da quel suolo dissestato. Eppure qui, a Gaza, nella terra dove non si è liberi di essere nessuno, molti ragazzi hanno trovato la loro libertà nel parkour, la disciplina metropolitana portata alla luce da David Belle nei primi anni ’90 ma le cui radici risalgono a più di un secolo prima, quando l’ufficiale della marina francese Georges Hébert, dopo un viaggio in Africa in cui rimase impressionato dalla strabiliante abilità nel muoversi dei popoli indigeni, formulò il “metodo naturale”, un sistema di allenamento improntato sullo sviluppo fisico attraverso un ritorno ragionato alle condizioni di vita. Lo rinominò parcours de combattant, e Belle, insieme con Hubert Koundè, inserendo una vigorosa “k” al posto della “c” ed eliminando una “s” già muta lo trasformò in una vera e propria disciplina, nell’abilità di completare un percorso superando gli ostacoli con la maggior efficienza di movimento possibile, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante.

La forza del web, l’unica in grado di oltrepassare il Blocco della Striscia, ha portato il parkour fino a qui. Un soffio che ha accarezzato la testa e il cuore dei giovani gazawi che hanno abbracciato all’istante l’art du déplacement (l’arte dello spostamento), in un luogo dal quale spostarsi è impossibile. E così non resta che diventare un tutt’uno con la terra, l’aria, e lo spazio circostante.

Gaza è un vicolo cieco. Viviamo qui perché non abbiamo altra scelta. È l’unica vita che abbiamo, e cerchiamo di farla funzionare”, ha raccontato il giovane Fares a un giornalista. Lui, come la maggior parte di coetanei e compagni traceur (così vengono chiamati i praticanti del parkour), vive grazie agli assegni governativi e agli aiuti dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati (UNRWA). Per loro superare ostacoli non è solo una disciplina, è diventato uno stile di vita. Ogni barriera si trasforma in appiglio per superarla, ogni scatto è una corsa verso i propri sogni, ogni salto è un volo verso la libertà. Salti immortali. Aveva proprio ragione Seneca: “le difficoltà rafforzano la mente, la fatica rafforza il corpo”. Addestrarsi e allenarsi per non arrendersi, per combattere ogni giorno la realtà che la storia di un conflitto secolare ha reso immutabile.

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Gli spazi per “tracciare” sono pochi. Le idee per farlo, tante. Il cimitero di Khan Yunis, le rovine delle abitazioni, gli insediamenti in principio abitati dagli israeliani e ora abbandonati perché trovare materiali edili per ricostruire è difficile. Ma qui, allenarsi “in pace” è complicato, perché questi luoghi fantasma vengono usati anche come campi di addestramento dalla Resistenza, e spesso i militanti di Hamas fermano i ragazzi del parkour per il timore che i droni israeliani li vedano e registrino addestramenti per possibili azioni di guerriglia.

La guerra, sempre la stramaledetta guerra. “Era un F16 israeliano, ha bombardato un terreno disabitato a circa 500 metri da dove ci trovavamo. Eravamo terrorizzati, ma abbiamo continuato ad allenarci” racconta un membro del collettivo Gaza Parkour Team, fondato nel 2005 da Muhammed Aljkhbeir e da Abdullah Anshasi. Parole che sono anche immagini, visibili nel video che il collettivo ha girato come risposta alla provocazione dell’artista Banksy, andato a Gaza per rappresentare la sua arte polemica proponendo la Striscia come meta turistica: “il mondo si sta perdendo tutto il bello della vita”. Nel video, i ragazzi del team si improvvisano ironicamente come guide turistiche: “quasi la metà di noi non ha un lavoro, quindi abbiamo tempo per farvi fare un giro”.

Un tour itinerante della città distrutta, capriole e acrobazie varie tra le rovine, fino a quando non arrivano su un spiaggia deserta e in un attimo, sullo sfondo, il fuoco delle bombe si solleva da terra avvolto in un fungo nero. La guerra è lì, a pochi passi. La morte è a un battito di ciglia, forse di ali. Quelle che questi gabbiani non vogliono tarpare, perché ciascuno di loro è, in verità, “un’infinita idea di libertà, senza limiti”.

Carlos Caszely, il calciatore che sfidò Pinochet

Carlos Caszely, il calciatore che sfidò Pinochet

Correva l’anno 1973 e la storia del Cile era appena stata cambiata dal colpo di Stato del generale Augusto Pinochet. Il presidente socialista Salvador Allende aveva pronunciato via radio il suo ultimo discorso preparando il popolo cileno al cambiamento in atto. La storia, come quella del mondo molti anni più avanti, anche in Cile cambierà per sempre l’11 settembre, perché quello sarà stato  il giorno del golpe. Nei giorni in cui Pinochet conquistava il potere con la forza, Marcelo Salas (che a fine degli anni Novanta diventerà per tutti El matador) non era ancora nato. I cileni osannavano Carlos Caszely, un piccolo (di statura) ma rapidissimo attaccante del Colo Colo, soprannominato il “re del metro quadrato” per quella sua straordinaria capacità di sfruttare al meglio le occasioni che gli capitavano sotto porta.

Nella storia del calcio cileno, meglio di Caszely faranno soltanto Ivan Zamorano e lo stesso Marcelo Salas. Ma Caszely sarà ricordato per sempre anche perché si renderà protagonista di un gesto destinato ad entrare nella storia. Nelle stesse ore in cui Allende annuncia la fine della democrazia e l’arrivo della dittatura militare con la residenza presidenziale che sarà messa sotto assedio, la nazionale di calcio cilena si sta preparando ad affrontare la partita di andata dello scontro decisivo contro l’Unione Sovietica, valido per conquistare un posto ai Mondiali tedeschi del 1974. Il match, disputato in territorio URSS, terminerà in pareggio con il risultato di 0-0. Il ritorno è previsto per il 21 novembre del 1973 in Cile, allo stadio “Nacional” di Santiago.

Il discorso qualificazione è ancora aperto per entrambe le squadre. Ma l’Unione Sovietica si rifiuta di scendere in campo in uno stadio militarizzato dai soldati di Pinochet e teatro di abusi e torture verso i dissidenti al regime. Consentendo così al Cile di ottenere “a tavolino” la qualificazione ai Mondiali tedeschi. Ma lo spettacolo anche quella volta, doveva evidentemente andare avanti. E così la nazionale cilena fu “costretta” comunque a scendere in campo (da sola) in una partita surreale, senza l’avversario. Ci sarà spazio addirittura anche per i gol:  il capitano Valdes realizzerà una rete in una porta rimasta completamente vuota.

In campo c’è anche Carlos Caszely che non ha mai nascosto le sue simpatie socialiste. Aveva detto che se gli fosse capitata la palla sui piedi l’avrebbe calciata fuori. Ma al contrario, quando si presenterà l’occasione, non avrà il coraggio di farlo. A partita finita, negli spogliatoi, si sentirà male per la rabbia. Non dimenticherà mai quella partita.

Durante i Mondiali del 1974, nel corso della partita contro la Germania padrona di casa, si farà espellere. Non sarà un’espulsione qualunque: ma il primo cartellino rosso nella storia dei Mondiali. C’è ancora un’istantanea dell’arbitro che gli sventola il cartellino sotto gli occhi che diventerà una foto-simbolo. Lo sarà anche (ma in senso negativo) per il regime di Pinochet. Il quale, infatti, imporrà la sua esclusione dal giro della nazionale. Fino a quando non sarà richiamato a furor di popolo. Siamo nel 1982, la situazione politica non è cambiata e la dittatura del generale Pinochet regna ancora sovrana. Caszely ha lasciato il Colo Colo per andare a giocare in Spagna. Molti anni dopo, nel corso di un’intervista pubblicata dal blog futbologia.org, dirà di non essersi mai sentito “un esiliato”.

Arrivano i mondiali di calcio e la nazionale cilena si è guadagnata anche questa volta la partecipazione. Il Generale considera l’evento un’occasione importante per migliorare agli occhi del mondo l’immagine del suo regime. Il Cile è capitato nello stesso girone di Austria, Algeria e Germania Ovest. Nella prima gara, Caszely e i suoi compagni, sono impegnati contro gli austriaci. Sotto di una rete, l’occasione per agguantare il pareggio arriva proprio quando l’attaccante si guadagna un calcio di rigore che egli stesso vorrà incaricarsi di calciare. Sui piedi di Caszely ci sono gli occhi puntati del generale Pinochet. Ma il “re del metro quadrato” fallisce incredibilmente il penalty.  Otto anni dopo quel cartellino rosso. Il Generale, ancora una volta non la prenderà bene. Contro Caszely inizieranno i processi mediatici. Resterà per sempre il sospetto che quel rigore sbagliato non sia stato affatto un errore casuale. Piuttosto la “rivincita” del bomber socialista, nei confronti della dittatura militare e dello stesso Pinochet. E, da quel giorno, nella storia del calcio cileno, Caszely verrà ricordato come il calciatore che sfidò Pinochet.

Nel 1988, quando il popolo cileno avrà l’occasione di voltare pagina nel referendum contro la dittatura, anche Caszely parteciperà al voto. “Andammo alle urne tranquilli ma dentro eravamo molto nervosi– dirà il calciatore – sapevamo che dovevamo farla finita. Per fortuna andò così”.

E lucevan le stelle: la Sinfonia di Elio De Angelis

E lucevan le stelle: la Sinfonia di Elio De Angelis

«CE L’HA FATTA!!» esclamò al microfono Mario Poltronieri quando lo vide tagliare il traguardo del Gran Premio d’Austria. Elio De Angelis aveva vinto la sua prima gara in Formula-1. Era il 15 agosto 1982 e a Zeltweg, sul vecchio e storico Österreichring, quasi sei chilometri di saliscendi a oltre 220 km/h di media, conquistava definitivamente un posto al sole dell’automobilismo quel ragazzo romano di ottima famiglia (costruttore e campione mondiale di motonautica il padre, Giulio De Angelis) e dall’animo squisito. «Elio non si dava arie, non si atteggiava a primadonna, ma era umile, educato e affabile. Insieme abbiamo trascorso tanti momenti divertenti» ricorda Jaime Manca Graziadei, team manager della Minardi dal 1987 al 1990 e amico di De Angelis da prima che esordisse in F1 (Argentina ‘79, su una crepuscolare Shadow). Un legame nato dal comune amore per le corse, la più grande passione di Elio, seguita da quella per la musica classica e per la forma fisica. «Andava a correre a Villa Glori, gli piaceva tenersi allenato, e quando andavo a trovarlo a casa, capitava che si mettesse a suonare il pianoforte. Era bravissimo e componeva da solo i brani».

Lo fece anche in quel Ferragosto di trentacinque anni fa. Non su uno spartito, al fresco dei Parioli, ma sull’asfalto della calda Stiria. E fu un’opera tanto bella quanto inaspettata. «Speranze concrete non ce n’erano molte, quell’anno» racconta Andrea Gallignani, figlio di Angelo (industriale nel mondo degli accessori per l’auto e partner, con la sua Everest, di Giancarlo Minardi negli anni della Formula-2), coetaneo e amico fraterno di De Angelis da quando correva nelle formule minori e poi quasi sempre presente ai suoi gran premi. «I motori Ford Cosworth erano affidabili, ma non reggevano il confronto con i turbo». Come dargli torto? Ferrari, Renault e BMW avevano dagli 80 ai 100 cavalli in più e De Angelis, al terzo anno in Lotus, fino a quel momento aveva raccolto tredici punti (tre quarti e due quinti posti).

«C’erano due campionati, quello dei turbo e quello degli altri. Cioè il nostro. E noi anche quel giorno in Austria puntavamo ad arrivare davanti alle nostre principali avversarie, Williams e McLaren». Esordisce così Luis Ruzzi, argentino di origini italiane (origini abruzzesi per il padre), manager e amico di De Angelis. Obiettivo centrato nell’overture, quando Elio (7° in prova) balzò davanti proprio alla Williams di Rosberg. Un giro dopo, il ferrarista Tambay (4°) fu costretto al pit-stop per una foratura e rientrò ultimo. Da allegro andante la gara si trasformò in un crescendo armonioso. I turbo avevano una controindicazione, l’affidabilità, e sovente alzavano bandiera bianca. Al 15° giro, steccò il Renault di Arnoux. Al 27°, il BMW di Patrese, in quel momento leader della corsa e amico di De Angelis (i due furono tra i promotori delle partite di calcio tra piloti e giornalisti), che a metà gara era così secondo. Lontano, a oltre trenta secondi, Prost, più vicino Piquet, scivolato indietro con l’altra Brabham per un contrattempo al cambio gomme e poi messo ko da un guaio elettrico.

«Il nostro riferimento rimaneva comunque Rosberg» prosegue Ruzzi. Poi, all’improvviso, al muretto Lotus, un urlo. Le turbine del Renault di Prost erano in fiamme e a cinque giri dalla fine, per la prima volta in carriera, Elio De Angelis era in testa a un gran premio di F1. E con Rosberg a oltre tre secondi, c’erano le premesse perché la composizione si trasformasse in sinfonia. Senonché all’inizio dell’ultimo giro la Williams si era portata a 1”6. Cosa stava succedendo alla “91” di De Angelis? Lo svela Gallignani. «Mi spiegò che all’improvviso gli mancarono una o due marce». E così il futuro padre di Nico, negli ultimi chilometri, gli piombò negli scarichi. Tentò un paio d’attacchi alla Texaco Chicane, ma De Angelis non abboccò e tenne duro anche nel tratto veloce che precedette l’ultima curva, la Jochen Rindt, dove le due vetture si ritrovarono praticamente affiancate. «Mi disse: “Non l’avrei mai fatto passare!”» rivela sempre Gallignani, che aggiunge come i due fossero molto amici. «Quando eravamo a casa della fidanzata (la tedesca Ute Kittelberger, ndg), Keke ogni tanto passava a trovarlo. Giocavano spesso a ping-pong».

«Il pubblico era per lui, c’erano molti italiani, e quando Elio andò in testa, al muretto mi raggiunse Michele Alboreto, erano amici. Guardammo insieme gli ultimi giri, sulla linea del traguardo le macchine sembravano appaiate, non si distingueva chi avesse vinto, ma quando vidi Colin Chapman lanciare in aria il suo berrettino nero, capii che ce l’aveva fatta. Fu uno dei momenti più emozionanti della mia vita». La commozione si fa largo in Ruzzi quando ripensa a quelle immagini. La bandiera a scacchi; De Angelis che esulta con entrambe le braccia al cielo durante il giro d’onore; Chapman – che lo aveva ingaggiato nel 1980 dopo che in un test lo aveva visto mettere in riga altri pretendenti a quel sedile: Jan Lammers, Eddie Cheever e Nigel Mansell – che lo abbraccia al rientro ai box; la camminata verso il podio; l’intervista dove compare anche il manager sudamericano, felice: «Stavo dietro di lui. Mi sono emozionato quando l’ho rivista»; la premiazione e la corsa per i campi, con la coppa in mano, verso un aerodromo per volare in Sardegna dalla famiglia e dagli amici, che non erano presenti a Zeltweg. A differenza di Ute e di Ruzzi, che ha ancora negli occhi l’atterraggio. «Uno spettacolo! Si complimentarono anche dalla torre di controllo, tanta gente ad aspettarlo, abbracci, applausi… fu un’accoglienza da vittoria del campionato del mondo!».

15 agosto 1982. Nella terra di Mozart e Strauss, Elio De Angelis aveva composto un’indimenticabile sinfonia di Ferragosto.

 

Calciomancato:  quando Messi stava per andare al Como

Calciomancato: quando Messi stava per andare al Como

Oggi, insieme a Cristiano Ronaldo, è unanimemente riconosciuto come il calciatore più forte in attività. Qualcuno porta avanti anche paragoni con l’altro grande argentino della storia del football, ‘El Pibe de Oro’ Diego Armando Maradona, ritenendo che si tratti dell’unico talento in grado di raggiungere (superare?) i picchi del fenomeno che ha fatto sognare Napoli ad occhi aperti. Stiamo, ovviamente, parlando di Lionel Messi.

Il campione del Barcellona, a trent’anni compiuti da poco, ha vinto praticamente tutto il possibile a livello di club (sono ben noti, infatti, i ‘dolori’ di Messi nella nazionale albiceleste) e personale, con i Palloni d’Oro che in casa dell’argentino ormai verranno probabilmente utilizzati come i nani nei giardini di ogni comune mortale.

Eppure, la storia sarebbe potuta andare in modo molto diverso.

Siamo agli albori degli anni Duemila e l’imprenditore Enrico Preziosi è a capo del Como Calcio, società che, con tanti sforzi economici, il presidente sta tentando di far rientrare nel calcio che conta dopo anni bui. Ci riuscirà nel 2002, quando i lariani tornano nella massima serie in seguito ad un doppio salto di categoria in due anni partendo dalla Serie C.

Grande artefice del miracolo sportivo dei lombardi è il tecnico Loris Dominissini, che tuttavia dopo dodici giornate di Serie A viene esonerato. E’ l’inizio della fine per i biancoblù, che dopo un solo anno tornano immediatamente (e mestamente) in Serie B.

Il grande motivo di rammarico, però, a posteriori, può e deve essere considerato un altro.

Dalle giovanili dei Newell’s Old Boys, infatti, in quel periodo, in Lombardia giunge in prova un ragazzino dalla folta chioma castana. Si chiama Lionel Messi, per tutti semplicemente ‘Leo’. Il ragazzo non è affatto male. Ha numeri importanti ed una velocità con la palla al piede semplicemente eccezionale.

Il problema? ‘Leo’ è gracile, fin troppo pensa qualche ‘esperto’, per il ruvido calcio italiano. Alla fine non se ne fa nulla e Messi si accasa in Spagna poco dopo. E’ il rimpianto del secolo.

A confessare la vicenda, nel 2010, ormai da presidente del Genoa, fu Enrico Preziosi in prima persona. Tra i motivi della rinuncia anche dei problemi con la famiglia dell’argentino. “Quando si prende un ragazzo, c’è tutta una trafila anche per quanto riguarda i genitori, bisogna sistemarli in Italia. C’era tutta una situazione che impegnava la società a fare determinate cose, perché era minorenne.”

Il numero uno rossoblù ci tenne, inoltre, a specificare di non essersi occupato in prima persona della trattativa. “I fenomeni ci sono sempre, allora non ero io il fenomeno, era qualcun altro, però va bene così. Molto spesso sono i direttori sportivi che si occupano dei ragazzi giovani, che decidono di ingaggiarlo o no. Non è per scaricare la colpa, ma è stato così. Avevamo una persona che lo seguiva, avevamo parlato con la famiglia, era molto entusiasta di venire in Italia, però poi non se n’è fatto niente”.

Messi al Como. Sembra roba da Playstation o Football Manager ed invece poteva essere davvero realtà.

Lev Yashin, storia dell’invincibile Ragno Nero

Lev Yashin, storia dell’invincibile Ragno Nero

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

Monza 1988, l’incredibile doppietta rossa in ricordo di Enzo Ferrari

Monza 1988, l’incredibile doppietta rossa in ricordo di Enzo Ferrari

Monza, 11 settembre 1988. Dodicesima prova del Mondiale di F1. Un Gran Premio d’Italia molto particolare. Sulle tribune dell’Autodromo Nazionale, c’è un posto vacante. L’antefatto si consuma alle 7 del mattino del 14 agosto a Modena: a 90 anni, muore Enzo Ferrari, fondatore della “Scuderia Ferrari”, un marchio capace di imporsi sia in pista che nel mercato dell’automobile.

In quel periodo, però, si vince poco. Anzi. Il Mondiale è dominato dalle McLaren di Ayrton Senna e Alain Prost: due cannibali. Su 11 Gran Premi disputati, sette vittorie per il brasiliano, quattro per il francese. La Ferrari, lontana anni luce delle monoposto anglo-giapponesi, è affidata a Berger e Alboreto. I primi dei “normali”. I due piloti vivacchiano su e giù dal gradino più basso del podio. Poche soddisfazioni e tanta polvere. Monza, però, è la gara di casa…

Il weekend procede senza sorprese: le qualifiche premiano la scuderia di Woking. La prima fila, come prevedibile, è tutta Mc Laren. Prost e Senna. Berger e Alboreto in seconda fila. Si profila l’ennesima gara a senso unico. Prost e Senna, Senna e Prost. Uffa, che noia. I due piloti si giocano il titolo mondiale su una macchina che viaggia come un’astronave: staccano facilmente le due Ferrari che arrancano in terza e quarta posizione.

Al 35esimo giro, però, il primo colpo di scena. Prost rallenta, gira su tempi altissimi, la sua macchina produce un rumore sordo. Guasto elettrico. Berger lo attacca e lo supera senza difficoltà alle curva di Lesmo. Il cedimento del propulsore del compagno lascia via libera a Senna. Il brasiliano, primo e senza il suo avversario più pericoloso ha oltre 10 secondi di vantaggio sulle due Ferrari. Deve solo gestire la gara e portare la sua monoposto al traguardo per guadagnare punti preziosissimi in ottica mondiale.

A tre giri dalla fine, però, accade qualcosa di incredibile: Senna deve doppiare Schlesser, un pilota Williams che neanche doveva parteciparvi, a quel Gran Premio. Gareggia solo perché Nigel Mansell (che ha già firmato con la Ferrari per l’anno successivo) ha il più classico dei “mal di pancia”. Il pilota di riserva della monoposto inglese vede la sagoma di Senna ingrandirsi negli specchietti. Il brasiliano è sempre più vicino… quanto basta per far perdere la testa al pilota francese. Schlesser prima frena, poi inchioda, quindi taglia la curva al limite delle leggi della fisica e della logica. Senna non può evitarlo, il tocco è inevitabile. Testa coda. La gara di Ayrton, finisce lì, a pochi passi dal drappo del Cavallino…

Berger e Alboreto si ritrovano al comando. Restano due giri. É una lunga passerella: il pubblico in visibilio accompagna i due sino alla bandiera a scacchi. Le due rosse fra cori da stadio più che da autodromo, tagliano il traguardo praticamente insieme, a 512 millesimi l’uno dall’altra. Doppietta Ferrari. Evento che, da queste parti, non si verificava da 9 anni. Un successo maturato a metà fra l’imprevisto e l’imponderabile. Per la cronaca, le McLaren vinceranno le ultime quattro gare in calendario e chiuderanno il loro 1988 con 15 vittorie su 16 GP. Vinte tutte, insomma. Tranne a Monza. Non lì, non allora. Non si correre più veloci del destino. E l’11 settembre 1988, a Monza, vi era un avversario insuperabile: il ricordo del Drake. E cosa, se non il trionfo tutto Ferrari, per celebrarlo?

Steven Bradbury: quando l’idolo della Gialappa’s rischiò di morire

Steven Bradbury: quando l’idolo della Gialappa’s rischiò di morire

Il titolo olimpico conquistato da  Steven Bradbury a Salt Lake City nel 2002 è rimasto nella storia come una delle maggiori sorprese di sempre. Il pattinatore australiano superò i quarti di finale nella gara dei 1000 metri dello Short Track grazie a una squalifica, poi pattinò ultimo per tutta la semifinale riuscendo a qualificarsi solo grazie a una serie di cadute avvenute davanti a lui negli ultimi due giri, mentre in finale fu una singola caduta generale all’ultimo giro che gli permise di risalire da quinto e ultimo a primo, per un soffio davanti allo statunitense Apollo Ohno che dopo essersi rialzato in qualche modo si era lanciato verso il traguardo senza però riuscire a tagliarlo prima di Bradbury che sopraggiungeva dalle retrovie. Il successo dell’australiano rimase in dubbio per lunghi minuti, si parlava di ripetere la finale, ma i giudici visionati i filmati non poterono far altro che convalidare l’ordine di arrivo: Bradbury, staccatissimo, non aveva ovviamente nessuna responsabilità nella caduta avvenuta davanti a lui, e aveva regolarmente completato il percorso, quindi non c’era motivo alcuno per cui dovesse essere costretto a rifare la gara, venne quindi proclamato Campione Olimpico, il primo atleta dell’emisfero sud a riuscire nell’impresa ai Giochi invernali.

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Venne a lungo considerato l’uomo più fortunato del mondo e anche preso in giro: in Italia circola un video della Gialappa’s dove viene crudelmente e ingiustamente sbeffeggiato. Invece dietro a quell’oro fortunato c’è la storia di un ragazzo che per il pattinaggio ha rischiato la morte, che non ha voluto cedere quando tutti gli consigliavano di smettere di rischiare e che alla fine il destino ha voluto ricompensare.

Steven Bradbury, nato a Camden il 14 ottobre 1973, fu un ottimo interprete dello Short Track fin da ragazzo, come componente della staffetta australiana  nel 1991, appena diciottenne, fu medaglia d’oro ai Mondiali, nel 1993 bronzo, nel 1994 bronzo ai Mondiali e argento alle Olimpiadi di Lillehammer dove fu anche ottavo nei 1000 metri individuali. Poche settimane dopo quei risultati olimpici, durante una gara di Coppa del Mondo a Montreal  dopo uno scontro con il pattinatore italiano Mirko Vuillermin subì un gravissimo taglio all’arteria femorale causato dalla lama dei pattini dell’altro atleta. Perse quattro litri di sangue, rimase qualche giorno tra la vita e la morte, venne ricucito con 111 punti, lottò diciotto mesi per ristabilirsi: ci riuscì pienamente ma non poté più essere un pattinatore di primo livello. Non volle però smettere, non accettando di essere sportivamente finito a soli 21 anni. In Australia i praticanti della disciplina non sono molti, e dunque riuscì sempre a mantenere un posto in Nazionale, fu olimpionico anche a Nagano ’98, ottavo in staffetta, diciannovesimo sui 500 metri e ventunesimo sui 1000, e decise di proseguire ancora.

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Quando a Salt Lake City superò il primo turno dei 1000 metri qualificandosi ai quarti fu certamente lui il primo a pensare di aver fatto il massimo. Dopo aver raggiunto anche le semifinali grazie a una squalifica come dicevamo all’inizio, Steven sapeva di non avere nessuna possibilità di andare ancora oltre, e decise di concerto col suo allenatore di giocare la carta dell’attesa. Nello Short Track le cadute e le squalifiche sono all’ordine del giorno, la pista cortissima come dice il nome stesso della disciplina, 111,2 metri, e cinque atleti lanciati a oltre 50 orari senza essere divisi da corsie, provocano autentiche battaglie che spesso si concludono con pattinatori che rotolano sul ghiaccio e giurie che prendono provvedimenti per sanzionare i contatti non leciti. Sicuramente Bradbury non pensava sistemandosi ultimo a distacco di poter arrivare alla medaglia d’oro, ma magari a un piazzamento un po’ migliore dell’ultimo posto in semifinale.

Invece il destino quel giorno decise di ricompensarlo per tutte le sue sofferenze e di premiare la sua cocciuta determinazione nel voler continuare ad ogni costo ad essere un pattinatore, e non lo fece regalandogli  una finale o una medaglia di bronzo, traguardi che sarebbero stati già enormi per il livello di Bradbury dopo l’incidente, ma con la gloria olimpica. Steven  non poteva chiedere altro e non lo fece. Non gareggiò mai più e dal 2003 fu attorno alle piste di Short Track come commentatore televisivo. Per non farsi mancare nessuna emozione, negli anni seguenti divenne pilota automobilistico per qualche stagione nella Formula Vee australiana: è salito due volte sul podio nel 2007.

Guardiamo allora la sua impresa commentata dalla Gialappa’s

 

Barca-Real, Mas que Futbol: Storia, Calcio, Politica e Identità del Clasico

Barca-Real, Mas que Futbol: Storia, Calcio, Politica e Identità del Clasico

Barcellona-Real Madrid. Más Que Fútbol. Più che calcio. “El clasico” va oltre la rivalità sportiva. Madrid e Barcellona sono divise dalla storia, nel senso pieno del termine: ben 1100 anni da separate in casa.

Lo strappo ha radici profonde e si consuma nel IX secolo: tre contee (Girona, Leida e Terragona) si slegano dalla “morsa” Aragonese-Castigliana, accorpandosi intorno Barcellona, in una porzione di territorio situata fra i Pirenei e il Mediterraneo. Nasce la Cataluña, lontana geograficamente, politicamente e linguisticamente da Madrid. Seicento anni dopo nasce il Regno di Spagna. La formazione di uno stato unitario acuisce il dissapore. I catalano si dissociano politicamente dal concetto di nazionalismo e imperialismo spagnolo. É il punto di non ritorno. Il percorso della storia incanala Madrid e Barcellona su universi paralleli destinati a non incrociarsi. Anche perché, quando succede, il “big bang” è dietro l’angolo. Succede nel XIX secolo, età di rivoluzioni ed indipendentismo. Barcellona assorbe il concetto di “reinaxensa” e lo applica, nei decenni a seguire, alla geopolitica. Gli intellettuali locali smuovono le coscienze. Obiettivo: riscattare la letteratura catalana, oscurata dal predominio culturale di una lingua statale, ma non autoctona. Il “nemico” è individuato nel Castigliano. Protesta o pretesto? Madrid opta per la seconda soluzione. Dietro il “purismo linguistico” intravede una potenziale guerra civile. Perciò, taglia corto: nel 1931, concede il bilinguismo territoriale a Barcellona, capitale culturale della Cataluña.

La guerra civile del 1936-39 rimescola le carte: l’ascesa al potere di Francisco Franco cancella l’autonomia della regione. Il “caudillo” dichiara illegale il catalano. Nel 1978, dopo la morte del dittatore, la Cataluña vota a favore della neonata Costituzione che pone la condizione della indivisibilità della Spagna, ma riconosce autonomie alle regioni. La Cataluña torna ad essere comunità autonoma.

Il ripristino dello status quo prima di Franco non risana rancori e sentimenti antimonarchici: Barcellona ha una forte identità. Una larga parte della popolazione, ferita ed oppressa per oltre 40 anni, chiede un risarcimento, quantificabile nel riconoscimento come Stato, nel senso pieno del termine. Lo slogan si racchiude in cinque parole. “La Catalogna non è Spagna”.

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Richiesta difficile da accettare, politicamente ed economicamente anche per la stessa comunità  locale: Barcellona ha due anime che combattono. Vorrebbe l’indipendenza da Madrid ma è anche consapevole delle conseguenze. Uscire dalla Spagna, significa  allontanarsi dal mercato europeo e trovare, in autonomia, risorse per la sopravvivenza. Ipotesi che terrorizza istituti di credito e imprese, alla costante ricerca del compromesso. Quanto accade nel novembre del 2014 racchiude l’essenza del problema: il governo catalano indice una “consultazione non referendaria sull’indipendenza della Cataluña”. Il risultato è una netta affermazione del “sì” che produce un magnifico esercizio di cerchiobottismo. Madrid fa leva sulla Costituzione, ribadisce unitarietà e indivisibilità della Spagna e cataloga l’evento come “semplice consultazione”. In pratica prende atto della volontà di un popolo, senza riconoscerla.

In questo contesto, il calcio, come spesso accade, diviene cassa di risonanza di tensioni sociali. Il Real è la squadra della Corona, l’espressione piena della Castiglia, l’identificazione del Regno di Spagna. Il Barcellona è la capitale della Cataluña, regione di profonda connotazione indipendentistica. Ecco perché “El clasico” non è, né sarà mai, una partita come le altre. Vincerlo, è ribadire una supremazia sociale, territoriale, politica ed identitaria. Ecco perché, quando si incrociano Real Madrid e Barcellona,  è “Más Que Fútbol”.

L’incredibile storia di Manè Garrincha, dalla Selecao al Sacrofano

L’incredibile storia di Manè Garrincha, dalla Selecao al Sacrofano

di Mattia Zucchiatti

E’ l’estate del 1973 e mentre Edson Arantes Do Nascimiento meglio noto come Pelè inizia a ricevere il corteggiamento ed offerte miliardarie dagli Stati Uniti, nella tranquilla cittadina di Sacrofano, 7.000 abitanti, in provincia di Roma fa la sua comparsa un uomo di 43 anni con 4 figli al seguito. E’ affetto da un leggero strabismo, la sua gamba destra è più corta di sei centimetri rispetto alla sinistra, il bacino è sbilanciato, la spina dorsale è curva e un ginocchio, il sinistro, è affetto da valgismo mentre il destro da varismo e fa della sua gamba un arco perfetto.

Nessuno si sognerebbe di dire che quel bizzarro personaggio pochi anni prima alzò assieme a Pelè due Coppe del mondo ed è considerato l’ala destra più forte di tutti i tempi. Già, perché se in Brasile quasi all’unanimità viene considerato O’Rey come il più forte giocatore della storia, a sud di Rio de Janeiro nel Bairro di Botafogo gli abitanti di uno dei quartieri più popolosi della capitale non avrebbero dubbi a chi dare la corona del migliore di sempre: Manoel Francisco Dos Santos anche detto Garrincha, l’alegria do Povo (la gioia del popolo, questo il soprannome).

Ma come ci è finito Garrincha al Sacrofano? Bisogna fare un passo indietro per arrivare alle radici di questa affascinante storia. E’ il 6 luglio del 1955 e la Roma, appena eliminata dal Vojvodina in Coppa delle Coppe, cerca fuoriclasse per rinforzare l’organico. Viene così organizzata una amichevole in Brasile contro il Botafogo che vede nelle sue file Vinicius, Garrincha e Dino Da Costa. La gara finisce 3-2 per i brasiliani e Garrincha lascia il suo nome sul tabellino dei marcatori come riporta il Corriere dello Sport nel resoconto della gara:

Tessari blocca un tiro di Vinicius ma non può nulla sulla fucilata di rara potenza di Garrincha al minuto 44

La dirigenza giallorossa è folgorata dall’ala destra brasiliana ma, soprattutto per ragioni economiche, la scelta cade sul meno dispendioso Da Costa. Quest’ultimo rispetterà le attese e diventerà presto uno dei beniamini della tifoseria romanista entrando nella storia per essere il più prolifico marcatore nel derby della capitale con 12 reti (record ancora oggi imbattuto) e mettendo a segno in totale 71 reti in 149 gare. Dopo aver vestito anche la maglia della Juventus e una volta appesi gli scarpini al chiodo, Da Costa inizia a dedicarsi alla carriera di allenatore presso le giovanili bianconere fino al 1970, anno in cui la dirigenza del Sacrofano gli offre un lauto ingaggio per dirigere la squadra che al tempo militava in promozione e riuscirà due anni dopo grazie al tecnico brasiliano ad imporsi anche in Coppa Italia dilettanti restando l’unica squadra laziale ancora in corsa nella competizione.

Fu allora che Da Costa, venuto a sapere della situazione degradante in cui versava Garrincha ormai dedito all’alcool, lo convince a venire in Italia per giocare proprio nella sua squadra. “Venne a Sacrofano da solo, con 4 dei 14 figli che aveva sparso nel mondo, non aveva un soldo e l’alcool aveva già iniziato a rovinarlo, il presidente gli offrì 80.000 lire a partita e lui accettò“ racconta Vinicio Bruno, compagno di squadra di Garrincha al Sacrofano e allenatore nel panorama del calcio dilettantistico laziale. Dalla finale di Stoccolma del Mondiale del ’58 dove si impose, grazie al suo formidabile dribbling, come rivelazione del torneo alla polvere dei campi di terra della provincia laziale.

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Era la celebrità, l’attrazione del posto, la gente veniva solo per vedere lui e Da Costa che oltre a fare l’allenatore non rinunciava a scendere in campo e una volta ci fece vincere la partita segnando tre reti” continua Vinicio. “Noi restavamo incantati a guardarlo, aveva ormai una certa età e nonostante facesse la stessa finta sfuggiva sempre al suo diretto marcatore, non lo prendevi mai”.

Due volte campione del mondo, secondo marcatore della storia del Botafogo e una fama incredibile in tutto il pianeta che si chiedeva dove fosse finito quel funambolo che aveva fatto impazzire la Svezia di Liedholm ma anche un’umiltà conservata tra i dilettanti italiani. “Aveva un carattere chiuso, stava per conto suo, parlava poco italiano ma riusciva comunque a farsi capire”. Venne a ricrearsi a Sacrofano con Da Costa quel dualismo di personalità che già si era riproposto in Nazionale con Pelè, quest’ultimo disponibile con la stampa e pienamente immerso nella figura della celebrità sportiva mentre Garrincha non riuscì mai ad allontanare l’ombra del ragazzino che tra le strade di Pau Grande conosceva alcool e fumo.

Erano grandi amici ma tra i due Da Costa era il signore, Garrincha era lo zingaro”.

Abbandona Sacrofano prima della fine della stagione, vari testimoni ne annotano la presenza in campi anonimi in diverse parti del globo dalla Colombia passando per l’Uruguay. Il calciatore brasiliano più amato dal popolo chiude definitivamente gli occhi il 21 gennaio del 1983 in un ospedale di Rio de Janeiro dove era stato ricoverato dopo l’ennesima notte passata a bere. Il fantasma dell’alcolismo lo perseguitò fino alla fine, l’unico che non riuscì mai a dribblare.

Mattia Zucchiatti

FOTO: www.diegoalvera.it