FK Qarabağ: fuga da Ağdam, l’Hiroshima del Caucaso

FK Qarabağ: fuga da Ağdam, l’Hiroshima del Caucaso

Sfogliando la lista delle partecipanti alla Champions League ci si imbatte nel nome del FK Qarabağ nel Gruppo C con Chelsea, Roma e Atlético Madrid. Squadra semisconosciuta al grande calcio, nasconde una storia straordinaria, fatta di sofferenza e desiderio di riscatto.

Il Futbol Klubu Qarabağ Ağdam è, infatti, la società calcistica di Ağdam, città fantasma distrutta e depredata nel corso della guerra del Nagorno Karabakh. È il 1991, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, il 30 agosto l’Azerbaigian dichiara l’indipendenza. Il 2 settembre l’Oblast’ di Nagorno Karabakh, regione del Caucaso meridionale, in cui fin dal 1988 sono in corso violenze interetniche tra la maggioranza armena e la popolazione azera, vota per la costituzione di una nuova entità autonoma. Il 6 gennaio 1992 viene proclamata la Repubblica di Nagorno Karabakh e a fine mese cominciano le offensive azere nella regione per riaffermare il principio di integrità territoriale.

I conflitti e le brutalità perpetrate nel tempo sfociano in una guerra aperta che porta a più di 30mila vittime e a circa mezzo milione di sfollati. Durante il conflitto Ağdam, data la sua posizione nella pianura ai piedi delle montagne del Karabakh, assume una posizione strategica di fondamentale importanza. Da qui partono le offensive azere contro la capitale degli indipendentisti armeni, Step’anakert, a 26 km distanza, sui rilievi del Caucaso.

Per tutto il 1992 la città di Ağdam viene sottoposta a un massiccio bombardamento da parte delle forze armene. Molti dei giocatori del FK Qarabağ, alla prima stagione nel campionato dell’Azerbaigian indipendente, la Premyer Liqası, si ritirano per combattere. L’İmarət stadionu continua ad ospitare gli incontri in casa nonostante il fragore delle bombe a pochi chilometri di distanza. Una notte dello stesso anno, il centro di allenamento del club viene colpito. I giocatori ripuliscono il campo dai detriti ed effettuano la loro seduta giornaliera. La volontà di resistere ad ogni costo è forte e questo spirito si incarna nella figura dell’allenatore ed ex giocatore del Qarabağ, Allahverdi Bagirov, che si arruola nell’esercito azero, diventando comandante di battaglione. Muore nel giugno del 1992, quando il suo fuoristrada passa su una mina anticarro. Proclamato eroe nazionale dell’Azerbaigian, il suo ricordo riecheggia tuttora negli striscioni dei tifosi. Nel 1993 l’offensiva armena si fa incessante. La squadra continua a giocare ad Ağdam fino a due mesi prima della resa definitiva, che arriva il 23 luglio 1993, dopo una pioggia di fuoco durata per settimane. I soldati armeni entrano in una città deserta, già abbandonata dai circa 60mila abitanti. Distruggono e depredano tutto. Ağdam diventa l’Hiroshima del Caucaso, un cumulo di macerie presidiato dai cecchini. Nei bombardamenti viene distrutto anche l’İmarət stadionu, impianto storico e tempio del FK Qarabağ sin dal 1952. Dieci giorni dopo la caduta della città, la squadra si laurea campione d’Azerbaigian, battendo 1-0 il Xəzər Sumqayıt in finale. Nessun festeggiamento, i giocatori si recano subito a cercare amici, compagni e familiari tra le vittime e le migliaia di rifugiati. Inizia l’esilio del club.

La società, fondata nel 1951 come Qarabağ, esordisce tra i professionisti con un quarto posto nel 1966 sotto il nome di Mehsul. Dopo il 1968 si ritira per bancarotta fino alla rinascita del 1977 con la denominazione di Shafaq, dal 1982 unica squadra di Ağdam. Nel 1988 il Qarabağ, ripreso il nome attuale, vince il campionato della Repubblica Socialista Sovietica Azera. Il club è contraddistinto fin dalle origini da una fortissima identità regionale. Prima della guerra tessera solo giocatori locali, diventando simbolo di unità a livello comunitario. Con il crollo della città, il Qarabağ si trasferisce nella capitale azera di Baku. Per anni i profughi dei centri al confine con il Nagorno Karabakh partono sui bus per seguire quella squadra ormai lontana che ancora sentono propria. Nel 1996-1997 il Qarabağ fa il suo esordio nelle competizioni europee, eliminato nel turno preliminare di Coppa delle Coppe dalla formazione finlandese del MyPa. Nel 2001, il club viene acquistato dalla Azersun Holding dei fratelli Abdolbari e Hassan Gozal, con l’approvazione dall’ex presidente dell’Azerbaigian, Heydər Əliyev. Per un periodo gioca al Guzanli Olympic Complex Stadium, a sei chilometri da Ağdam. Edifici fatiscenti a poca distanza da distruzione e radici, ma che non sono più all’altezza delle nuove ambizioni di un club in costante crescita. Si sposta così allo stadio Tofiq Bahramov di Baku. Vince per quattro volte consecutive il titolo di Campione d’Azerbaigian dal 2013-2014 al 2016- 2017 e disputa i gironi di Europa League nel 2014-15, 2015-2016 e 2016-2017. Poi quest’anno arriva l’impresa. Battuti i georgiani del Samt’redia e i moldavi dello Sheriff Tiraspol, sconfigge agli spareggi di Champions League i danesi del Copenaghen.

L’andata a Baku è in un’atmosfera infuocata, vittoria per 1-0 tra il tripudio di 31.250 spettatori. Per le partite del girone, la squadra cambia sede ancora una volta. Gioca nel moderno impianto del Baku Olimpiya Stadionu, nel quale esordisce contro la Roma dinanzi a 67.200 spettatori il 27 settembre 2017. Il Qarabağ è molto più che una semplice società di calcio per le migliaia di sfollati da Ağdam e per tutto il popolo azero. È memoria e orgoglio di una terra perduta, tuttora militarizzata in una condizione di guerra perenne.

Serge Ibaka: il decollo di Air Congo che fuggiva dalla Guerra

Serge Ibaka: il decollo di Air Congo che fuggiva dalla Guerra

Cleveland e Boston, sono loro le squadre accreditate per contendersi il primato della Eastern Conference. Da un lato Lebron, Thomas e Wade, dall’altro Irving, Horford e Hayward (seppur infortunatasi gravemente), lo spettacolo è assicurato. E un assaggio di quel che ci dovrebbe aspettare in finale di Conference lo abbiamo già avuto nella gara di apertura della Regular Season.

Eppure, non sono tutti d’accordo con questo copione. Ad opporsi, con tutte le forze, ci saranno sicuramente i Toronto Raptors di Kyle Lowry, DeMar DeRozan…e di Serge Ibaka. La cui storia, possibile trama perfetta di un film tutt’altro che comico, lo ha preparato a sfide ben peggiori. Dopo quello che ha passato, di certo non lo spaventa una partita contro Lebron o Irving.

 Serge Jonas Ibaka Ngobila nasce a Brazzavile, in pieno Congo, nel settembre del 1989.  La sua non può propriamente definirsi una famiglia normale: figlio di un padre a dir poco libertino, è il terzultimo di ben diciotto fratelli, a cui ne andrebbero aggiunti altri mai riconosciuti. Il papà è solito ingravidare donne in giro per la città, mentre la mamma si fa in quattro per dar da mangiare ai figli, in una casa al confine con le baracche cittadine.

Una situazione sì precaria, ma tutto sommato tranquilla. Fino al 1998, l’anno d’inizio della guerra civile in Congo, che cambierà per sempre la sua vita. Col pericolo sempre più incombente, a soli nove anni Serge si ritrova costretto a dover fuggire da Brazzaville insieme alla sua famiglia. E’ l’inizio di un lungo peregrinare di città in città, alla ricerca di un posto sicuro in cui poter vivere.

Alla fine riesce a rifugiarsi coi suoi a Ouesso, cittadina al confine nord del Paese. Ma anche qui le condizioni di vita sono drammatiche e per tre lunghi anni è costretto a vivere in una topaia con acqua e luce limitate. Con un ambiente simile in cui vivere l’unica alternativa è uscire all’aperto. E’ in questo modo che Serge conosce il basket. A piedi scalzi, si ritrova insieme ad altri ragazzini a giocare su campetti sgangherati, con canestri penzolanti e palloni a dir poco laceri. Ma a differenza degli altri lui può contare su un fisico possente e slanciato, oltre che su una propensione innata nel trattare il pallone. Tra lui e il basket è puro amore.

 Ma le conseguenze della guerra non sono finite. Il conflitto è agli sgoccioli e la famiglia è decisa a tornare a Brazzaville, quando il padre viene arrestato, con l’accusa di aver oltrepassato il confine illegalmente e di aver parteggiato per la fazione nemica. E una volta privato del padre, Serge è costretto impotente anche ad assistere alla dipartita della madre, morta prematuramente.

 

In una condizione simile, l’unica soluzione è fuggire dalla realtà. Proprio per questo il giovane Ibaka si mette in viaggio, con la speranza di raggiungere un paradiso chiamato Europa. E così, dopo mille peripezie e con una Bibbia come unica compagna di avventure, a diciassette anni riesce a raggiungere la Francia. Qui trova ospitalità, una dimora fissa e soprattutto la possibilità di mettere in mostra tutto il suo potenziale su un campo da basket, seppur in leghe minori. E’ ancora acerbo e grezzo come giocatore, ma il suo strapotere fisico unito ad una sensibilità di tocco non da poco lo rendono un prospetto interessante. Tant’è che due anni dopo si trasferisce in Spagna, dove firma un contratto con l’Hospitalet, storico club catalano, che gli regala la possibilità di giocare in un palcoscenico di prestigio. E lui ripaga fin da subito, sfornando oltre 10 punti e 8 rimbalzi a partita.

Il ragazzone fa un’ottima figura anche al Reebok Eurocamp, venendo nominato MVP della manifestazione e attirando su di sé l’interesse di molti scout NBA. Al punto che al draft 2008 viene inaspettatamente selezionato con la 24esima pick dai Seattle Supersonics, poi diventati Oklahoma City Thunder. Eppure i dirigenti dei Thunder non sono sicuri che sia pronto, tant’è che decidono di non firmarlo.

Sogni di gloria sfumati? Ovviamente no, sappiamo bene come è andata. Dopo un anno tra le file del Suzuki Manresa OKC si rende conto dell’enorme potenziale del congolese e decide di pagare la clausola rescissoria al club catalano. Serge Ibaka è finalmente un giocatore NBA. 

 Il resto è ben noto a tutti: la crescita esponenziale in fase difensiva, la meritata fama di stoppatore seriale, l’evoluzione in fase offensiva, con la costruzione di un tiro dal mid range quasi letale. E soprattutto, la capacità di convivere come terzo violino con due mostri come Durant e Westbrook. Fino ad arrivare a Toronto – dopo la breve e deludente parentesi ai Magic -, a rafforzare una squadra che proprio nello spot di ala forte è sempre stata carente.

Un percorso NBA entusiasmante, ma che non è nulla in confronto a quanto finora era ignoto, il suo lungo e estenuante viaggio che lo ha portato dall’Africa agli States. Un passato difficile tanto da dimenticare quanto da raccontare. Eppure Air Congo lo ha fatto: nel marzo 2015 è uscito Son of the Congo, documentario in cui Serge ha raccontato la sua storia, partendo dall’infanzia a Brazzaville vissuta nella povertà.

Tornare in quei luoghi e rivivere il proprio disperato passato non deve essere stato facile, ma Ibaka lo ha fatto per sensibilizzare l’opinione pubblica e aprire gli occhi sulle reali problematiche del continente nero. Una scelta che gli fa onore. Una sfida dura da affrontare, niente a che vedere con le banali partite in NBA. Proprio per questo Serge è tutt’altro che impensierito dalla Regular Season appena iniziata o dai match che lo aspettano contro i vari Lebron o Irving. Perché dopo un passato come il suo, un futuro come stella NBA non può che apparirgli luminoso.

 

 

Derby del Klassieker, tra violenza e antisemitismo: la storia di Ajax vs Feyenoord

Derby del Klassieker, tra violenza e antisemitismo: la storia di Ajax vs Feyenoord

Il match più sentito in Olanda è senza dubbio quello tra Feyenoord ed Ajax, un derby che va oltre il calcio ed oltre la rivalità cittadina, che entra direttamente nella storia di un Paese tanto piccolo quanto radicato com’è la nazione Orange.

Il derby del Klassieker nasce nel 1921, oltre 150 sfide e quasi tutte macchiate dal sangue. Nel corso degli anni ci sono stati treni incendiati in cui viaggiavano le tifoserie ospiti e lanci di oggetti tra le due frange, fino a quando nel 1997 c’è stata la Battaglia di Beverwijk in cui perse la vita un tifoso dell’Ajax pestato a morte dai tifosi del Feyenoord. Gravissimo il fatto che ancora oggi nei cori dei tifosi di Rotterdam si inneggia con orgoglio a questa faccenda, cosa che indispettisce ancora di più i tifosi dell’Ajax facendo nascere nuovi scontri. L’ultimo grave episodio risale al 2005 dove c’è stata una mega rissa in cui sono stati coinvolti i tifosi di entrambe le squadre, le forze dell’ordine ed anche alcuni passanti innocenti che si sono trovati al momento sbagliato e al posto sbagliato.

La rivalità dicevamo, non si ferma qui. La città di Rotterdam è storicamente di destra e spesso i tifosi del Feyenoord si sono contraddistinti in negativo per dei cori e degli striscioni antisemiti, cosa che li mette in cattiva luce verso le altre tifoserie con la fama di neonazisti, fama però del tutto immeritata dato che Rotterdam è stata distrutta durante l’invasione nazista e questa è una cicatrice che i cittadini non hanno ancora dimenticato. Certo, inneggiare alle camere a gas e bruciare le bandiere israeliane non aiuta gli ultras olandesi a togliersi questa brutta nomea da dosso.

La rivalità diventa violenta nel 1962 a causa della nazionale olandese che aveva due blocchi formati da 7 giocatori del Feyenoord e da 5 giocatori dell’Ajax che crearono una faida interna, culminata col boicottaggio dei calciatori di Rotterdam della nazionale: non risposero alla convocazione, si sarebbero dedicati solo al glorioso De club van Zuid.

Questo portò la Federazione a squalificare per un anno i calciatori del Feyenoord dalla nazionale, con conseguenti polemiche dall’una e dall’altra parte, polemiche che 50 anni dopo non si sono ancora placate.

Ajax-Feyenoord è una storia fatta di sangue, una storia brutale, che non si è limitata ai soli professionisti: nel 2004 in un match tra le giovanili, alcuni hooligans dell’Ajax hanno attaccato Jorge Acuna, all’epoca promettente centrocampista del Feyenoord, oggi al Union San Felipe, in Cile, fu colpito alla testa e finì con una lunga prognosi in ospedale. Nello stesso momento alcuni calciatori dell’Ajax salvavano dal linciaggio un altro giovane del Feyenoord, lui molto più noto però. Era Robin Van Persie.

Nel febbraio del 2016 invece il protagonista è stato Vermeer: all’Amsterdam Arena gli è stata riservata un’accoglienza shock. Il portiere olandese è odiato dai tifosi dell’Ajax per aver accettato, nel 2014, il trasferimento proprio dall’Ajax al Feyenoord. Uno dei sostenitori della squadra di casa ha impiccato con una corda un manichino di colore scuro vestito con una maglietta con la scritta “Vermeer 1”. Il manichino, penzolante, ha fatto capolino sugli spalti per qualche minuto.

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Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

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Drazen Petrovic had such artistic skills on the basketball court that those who saw him play called him the “Mozart of the Parquet.

Questo è l’incipit della descrizione della Hall of Fame americana confezionata per il croato al momento del suo inserimento ufficiale nell’Arca della Gloria. Chi lo vide giocare fu rapito dalla poesia del suo basket al punto da ribattezzarlo “il Mozart dei Canestri”. Io sono tra questi.

L’ibisco è un fiore splendido, dotato di colori accesi e ricercati. La sua fioritura dura dalle prime luci del mattino fino a metà pomeriggio. Una volta reciso appassisce in un solo giorno. Queste caratteristiche lo rendono inno alla vita all’ennesima potenza che la Natura, madre suprema di tutte le vite, ci regala forse proprio come monito universale alla caducità delle nostre esistenze. Una sorta di rockstar del mondo floreale che proprio quando arriva all’apice del suo splendore ci saluta per sempre.

Drazen Petrovic è stato un ibisco in tutto e per tutto. Uno dei più belli che siano mai fioriti.

Solo 290 partite in NBA prima che il fato lo strappasse con violenza a questo mondo, proprio quando nel pieno della sua fioritura, era a detta di tutti pronto per dominare anche in America. La sua esperienza oltreoceano è stata una sorta di enclave contenuta in un immateriale territorio di pura Leggenda. Arrivato in America a 25 anni già da mito vivente del basket europeo, se ne è andato a soli 28 per entrare ad un livello di leggenda superiore, quello dove stanno le anime di chi ha lasciato un segno indelebile nel proprio tempo.

Petrovic è stato l’incarnazione perfetta del nietzschiano concetto di volontà di potenza.

A 15 anni gioca e dà spettacolo nella squadra della sua città, Sebenico.

A 20 anni è già nel Cibona Zagabria, la squadra più importante dell’allora Jugoslavia.

A 21 mette 112 punti in una singola partita di campionato. Avete letto bene. CENTODODICI.

40 su 60 al tiro, 10 su 20 da tre e 22 su 22 dalla lunetta.

Nella stagione 85/86 finisce il campionato a oltre 43 punti di media partita.

Vince tutto quello che si può vincere, comprese due Coppe dei Campioni consecutive.

Ma non gli basta.

La sua natura lo porta a  desiderare di misurarsi ad un livello sempre superiore. Accetta l’offerta (sontuosissima peraltro) del Real Madrid.

Fa sfracelli anche in Spagna. Una partita su tutte. Finale di Coppa delle Coppe contro la nostra Snaidero Caserta. Contro un altro supremo virtuoso della tripla. Il brasiliano Oscar Schmidt.

Vince il Madrid su Caserta 117 – 113 dopo i supplementari.

Vince Petrovic su Oscar 62 – 48.

Mostruoso.

E’ il momento di andare in America a dimostrare agli infedeli che anche un europeo può dominare nell’università del basket. Saluta Madrid con queste parole.

In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA.”

Vola a Portland dove non trova esattamente l’ambiente più adatto per un esordiente.

Nel backcourt della squadra infatti giocano i boss della franchigia. Clyde “The Glide” Drexler e Terry Porter. Una stella assoluta e un ottimo play. Impossibile trovare i minuti per esprimersi, ma Drazen non demorde, perché Drazen sa di poter giocare, sa di meritarsi un posto fisso in squadra.

Così cambia, approda a New Jersey, e lì la storia cambia in maniera definitiva. Mozart comincia a suonare sul serio. La prima stagione da titolare la conclude con 20 punti di media tirando oltre il 50 da due e il 40 da tre. L’America comincia ad apprezzare. Lui ritornando sul fallimento di Portland dirà:

Non ho mai dubitato di me stesso. Uno è bravo a suonare il piano, a Roma o a Portland; la musica è sempre la stessa ma le orecchie sono diverse.

Già…il pianoforte…come Mozart.

La seconda stagione va ancora meglio. I punti diventano 22, e lo portano tra i migliori cannonieri della lega. In odore di All star game, ma non viene convocato. Finirà la stagione votato per il terzo quintetto dell’anno. Primo europeo della storia e secondo non americano dopo Olajuwon a finire nei quintetti ideali di fine stagione. Comincia a stargli stretta anche New Jersey. Drazen vuole una squadra che competa per il titolo.

Purtroppo quella splendida stagione per lui sarà anche l’ultima.

La sua carriera parla di 4461 punti in 290 partite. Una percentuale al tiro del 50% (non così facile per una guardia) e 43% da tre. Tutt’oggi è il quarto di tutti i tempi  per percentuale di tiro oltre l’arco.

Guardando queste cifre emerge come una guardia che tirava tanto, e bene.

Ma era molto, molto di più. Questi sono i numeri, alcuni dei numeri. E i numeri vanno a costituire una sorta di mappa.

Ma la mappa non è il territorio. Il “Territorio Petrovic” lo raccontò molto bene in un’intervista di qualche anno fa il grande Sergio Tavcar, mitico telecronista di Telecapodistria. Petrovic era una sorta di deviato, un malato di basket fin da bambino. Un monomaniaco che realizzava tutta la sua essenza come essere umano solamente dentro un campo di basket. Ore ed ore passate nelle palestre ad allenarsi e tirare tutti i santi giorni, prima e dopo la scuola. Un bambino schivo che, complici una malformazione congenita all’anca che lo faceva camminare in maniera scomposta e il successo del fratello maggiore Aza, appariva come un brutto anatroccolo solitario. Ma la forza di volontà di quest’uomo era qualcosa di sovraumano. La fede incrollabile in sé stesso lo accompagnerà per tutta la sua vita, e sarà più ancora del talento immenso, il motivo principale per cui Petrovic divenne Petrovic, il Mozart dei canestri.

Il suo interpretare ogni partita come una guerra tra lui, solo lui, e tutti gli avversari invece che un limite divenne la sua forza. I virtuosismi demoniaci e la tensione superomistica con cui viveva il basket avrebbero fatto impallidire anche Kobe Bryant.

Mise 44 punti in faccia a Vernon Maxwell quando quest’ultimo prima della partita dichiarò “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo.”

Ne mise 24 in faccia a Jordan e al Dream Team nella finale delle Olimpiadi.

Petrovic  in un unico essere umano racchiudeva tutti i concetti trainanti del pensiero di Nietzsche.

La volontà di potenza è per Nietzsche la volontà che vuole se stessa. Non un mero desiderio concreto di oggetti specifici, ma una forza impersonale, una pulsione infinita di rinnovamento, di se stessi e dei propri valori. Il suo uomo, che spesso viene definito “superuomo”, ma che in realtà è più un “oltreuomo”, infatti per poter assumere su di sé con leggerezza tutto il peso di questa volontà , accetta e afferma l’inesorabile ripetizione dell’attimo creativo, sottostando in pieno alla teoria dell’eterno ritorno.

Petrovic era un ubermensch nietzschiano. Un oltreuomo.  E quell’attimo creativo che ripeteva all’infinito era il pallone che andava ad accarezzare il cotone. Lo aveva reso una forma d’arte assoluta. Poesia, come la musica di Mozart.

La sua storia con la nazionale , prima quella slava e poi quella croata, parla di un oro agli europei e uno ai mondiali. Parla di un amore viscerale che lo accompagnerà fino all’ultimo momento della sua vita.

Sarà proprio durante un viaggio in macchina dopo una partita con la Croazia che troverà la morte.

Il suo rapporto intenso con la nazionale e con l’amico del cuore Vlade Divac è magistralmente rappresentata nel documentario Once Brothers, un gioiellino visivo che sembra rubare il canovaccio ad uno dei romanzi fiume di due o tre secoli fa. Due uomini valorosi uniti da un’amicizia profonda vengono irrimediabilmente divisi dalla guerra, che li allontana per sempre senza possibilità di chiarimento fino alla morte di uno dei due.

A chiudere il cerchio c’è la visita, forse tardiva, di Divac alla famiglia di Petrovic, conclusa col serbo che depone fiori e fotografie sulla tomba del croato.

Ma per una volta andiamo oltre le divisioni etniche e nazionalistiche. Perché lì giace uno dei fiori più belli del basket, di quel basket che come la musica di Mozart diviene poesia assoluta.

E la poesia non appartiene a nessuno, non conosce bandiere. E’ di tutti.

E basta.

A Sebenico, nel campetto dove Drazen ha imparato a tirare c’è un’iscrizione che recita:

“Durante la tua vita hai raggiunto l’eternità e lì resterai per sempre”

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

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“FUCK ISIS”: Chapeau al gesto (nobile) degli Irriducibili a Nizza

“FUCK ISIS”: Chapeau al gesto (nobile) degli Irriducibili a Nizza

La maglietta è tutta nera con una scritta bianca. Eloquente, visibile: “FUCK ISIS”. Il nero questa volta non ha niente a che fare con le simpatie politiche. Ma è piuttosto il colore scelto dall’organizzazione terroristica che dal 2014 semina morte e terrore tra il Medio Oriente e l’Europa. L’ISIS appunto (lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria) che ha colpito anche qui in Francia, e non una volta soltanto. E’ arrivato anche a Nizza il 14 luglio del 2016, quando un uomo alla guida di un camion ha volutamente investito i passanti uccidendo 86 persone e ferendone oltre 300. Anche in quell’occasione l’ISIS rivendicò l’attentato. A un anno e mezzo di distanza, il mondo non ha dimenticato il sangue versato sulla Promenade des Anglais. E non hanno dimenticato neanche loro, gli Irriducibili della Lazio,  gruppo portante della tifoseria laziale, che in occasione della partita contro il Nizza hanno voluto ricordare l’episodio rendendo omaggio alle vittime, ponendo una corona di fiori nel luogo dell’attentato.

E lo hanno fatto alla maniera loro, presentandosi allo stadio vestiti di una maglietta nera con una scritta bianca riconoscibile anche a distanza. “Fuck ISIS” il messaggio che i tifosi laziali hanno voluto recapitare non solo ai tifosi del Nizza ma a tutta la città ancora scossa dai morti di quel maledetto 14 luglio. Un gesto nobile, l’ennesimo si potrebbe aggiungere, in 30 anni di storia (che hanno festeggiato proprio lo scorso 18 di ottobre), nella quale, gli Irriducibili, sono finiti tante volte (troppe forse) sulle pagine della stampa per essere criticati per i loro comportamenti, come ha fatto l’inglese The Sun, e poche invece per essere applauditi come invece andava fatto in questo caso.  Fino ad oggi, in Europa, poche tifoserie hanno avuto il coraggio di schierarsi così apertamente contro un terrorismo che sembra avere come unico nemico da combattere la civiltà occidentale in generale. Prima dei laziali anche i tifosi del Wisla Cracovia indossarono una maglietta con lo stesso messaggio. E il gesto nobile degli Irriducibili della Lazio per questo deve essere ricordato: come una battaglia di coraggio e di civiltà. A dimostrazione che il tifo organizzato sa essere molto di più di quello che viene raccontato (male) sulle pagine della stampa. Irriducibili Lazio, semplicemente: chapeau.

Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Carlo Petrini rappresenta senza dubbio una delle figure più controverse del calcio italiano, un uomo capace di essere presente in quasi la totalità degli scandali che hanno coinvolto il mondo pallonaro negli anni ‘70 e ‘80, ma altrettanto capace di scoperchiare il calderone dell’ipocrisia sul nostro apparentemente inattaccabile sistema calcio, facendo venire a galla verità scomode che sono sempre state nascoste dall’omertà dilagante che caratterizza questo sport.

Carlo Petrini nasce a Monticiano (stesso paese di un certo Luciano Moggi) nel 1948, ma le difficoltà familiari lo portano a Genova ad appena 9 anni, al seguito del padre Aldo, che verrà a mancare di lì a qualche anno assieme alla sorella minore. Un’infanzia difficile la sua, ma la svolta sembra arrivare nel 1960 quando il giovane Petrini entra a far parte delle giovanili del Genoa, squadra con la quale 5 anni dopo debutterà non ancora maggiorenne nei professionisti. Dopo la solita gavetta in prestito sui campi di Serie C, con la maglia del Lecce, Petrini torna alla base, gioca benissimo due anni in Serie B che gli valgono la chiamata da parte del Milan di Nereo Rocco. Adattarsi al carattere del Paròn però è molto difficile, specie per Carlo che, come sua stessa ammissione, è un ragazzo che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno; la rottura arriva in poco tempo, Petrini dopo una lite con Rocco abbandona di punto in bianco l’allenamento e torna a casa. La rottura a fine stagione è inevitabile, ma le porte della Serie A non sono affatto chiuse, negli anni successivi infatti vestirà le maglie di Torino, Varese, Catanzaro, Ternana, Roma, Cesena, Verona e Bologna. In quest’ultima città però, ormai 32enne, Petrini viene coinvolto nello scandalo scommesse del 1980, il primo grande caso di partite combinate scoppiato in Italia, e verrà squalificato per 3 anni e 6 mesi in seguito alla combine di Bologna-Avellino, poi amnistiati in seguito alla vittoria del mondiale ‘82. Torna per qualche anno a giocare, ma ormai ha fatto il suo tempo, e a 37 anni decide di dire basta col calcio.

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Dopo una carriera ventennale divisa tra A e B, apre una propria società finanziaria, che inizialmente, grazie anche alle enormi conoscenze, va a gonfie vele, salvo invertire la rotta nel giro di poco tempo, costringendo Petrini a farsi aiutare da usurai e criminali che lo mettono alle strette. Non riesce a ripagare i debiti e le pressioni diventano insostenibili. E’ giunto il momento di scappare, si rifugia in Francia.

Per anni non si sente più parlare di lui, fino a quando nel 1995 il figlio Diego, promessa del settore giovanile della Sampdoria, si ammala di tumore al cervello. Ormai le condizioni sono critiche, e prima di morire lancia un appello ai giornali, vuole rivedere il padre, di cui non ha notizie da ormai 6 anni. Attorno a questa vicenda si crea un vero e proprio caso, tutta l’Italia ne parla, ma Petrini ha troppa paura di tornare in Italia, sa perfettamente che la criminalità organizzata lo troverebbe e gli farebbe fare una bruttissima fine. Non vedrà mai l’ultimo respiro del povero Diego.

Sconvolto da questa incredibile vicenda però, decide che è arrivato il momento di parlare, vuole raccontare la sua storia, vuole fare qualcosa di buono per il calcio, lo sport che gli ha dato tanto, ma che nel momento di difficoltà gli ha anche voltato le spalle (come lui stesso dichiarerà). Inizia a lavorare alla sua autobiografia, che verrà pubblicata nel 2000, dal titolo Nel fango del dio pallone. Il libro scritto da Petrini è devastante, parla di un mondo apparentemente dorato, che in realtà nasconde del marcio ovunque, fa nomi e cognomi senza paura, parla dei calciatori morti a causa del doping, parla delle combine, parla di Luciano Moggi, della Juventus e della sua influenza sul calcio italiano.

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I racconti sono agghiaccianti, soprattutto quelli riguardanti il doping. Petrini fa notare ai lettori come un gran numero di calciatori della sua generazione siano morti a causa di gravi malattie, tumore, leucemia, aneurisma, ad esempio Giuliano Taccola, morto nello spogliatoio durante Roma-Cagliari, Beatrice, Longoni, Brignani, Umile, solo per citarne alcuni. Così racconta di come il doping negli anni settanta fosse una pratica comune nel mondo del calcio italiano. Prima di un Verona-Genoa ad esempio, il medico societario si presentò nello spogliatoio con una boccetta piena di uno strano liquido, e con una siringa (specifica non sterilizzata) fece ben cinque iniezioni a cinque giocatori diversi; Petrini sostiene come quel giorno riuscisse a saltare quasi fino al soffitto del tunnel antecedente al campo da gioco, e una volta dentro, dopo qualche minuto, una bava verde iniziasse ad uscire dalla sua bocca e da quella degli altri compagni. L’effetto di questa “miracolosa” siringa durava addirittura oltre cinque ore, lasciandoti però stremato una volta terminato l’effetto, gonfiandoti la lingua “tanto da non riuscire a tenere la bocca chiusa” . Ma racconta anche di quando Giorgio Ghezzi, allenatore del Genoa, utilizzò il secondo portiere, il giovane Emmerich Tarabocchia, come cavia, facendogli bere un intruglio (convincendolo fosse del vino bianco)  prima di un allenamento; tutto bene, fino a quando il ragazzo collassò a terra dopo un’uscita in presa alta, stramazzando al suolo con gli occhi rivoltati.

Probabilmente però il racconto che descrive al meglio la situazione del calcio dell’epoca è quello riguardante la combine di Bologna-Juventus del 13 gennaio 1980, a suo dire partita combinata, ma per la quale non ci fu nessuna squalifica da parte della giustizia sportiva, in quanto il fatto non sussistesse.

Come racconta, all’epoca la Juventus non navigava in buone acque, così il martedì prima della gara, Roberto Bettega, centravanti juventino, chiamò Beppe Savoldi, giocatore del Bologna, in quel momento in compagnia di Michele Plastino, noto giornalista romano, chiedendo di accordarsi per un pareggio. Il giorno dopo, all’allenamento, dopo qualche evidente telefonata da parte della dirigenza juventina, Riccardo Sogliano, DS del Bologna, convocò tutti i giocatori, compreso lo staff, nello spogliatoio, chiedendo chi non fosse d’accordo a pareggiare l’incontro, perché in tal caso non sarebbe stato convocato. Nessuno disse nulla. Si parlò allora di scommettere, e tutti, tranne Sali e Castronaro, vollero guadagnare qualcosa da questo accordo. I giocatori si rivolsero a Petrini, erano infatti noti i suoi rapporti con Massimo Cruciani, personaggio conosciuto ai tempi della Roma, che aveva un banco di scommesse clandestine, addirittura l’allenatore Marino Perani chiese a Petrini di aggiungere 5 milioni in più da parte sua. Tutto pronto, arrivata la domenica, in ballo c’erano 50 milioni di lire, così prima della partita Petrini parlò nel tunnel con Trapattoni e Causio per confermare l’accordo. Qualcuno, sponda Juve, rispondendo ad una domanda di Petrini disse “non abbiamo avuto tempo di scommettere, ma il colpaccio l’abbiamo fatto due domeniche fa” riferendosi al clamoroso Juve- Ascoli 2 a 3. Entrati in campo, dopo un primo tempo a suo dire ridicolo, i giocatori vennero addirittura presi a pallate di neve dai tifosi tanta la sfacciataggine dell’accordo; nel secondo tempo tutto sembrava andare secondo i piani, ma un tiro senza pretese di Causio, complice un errore di Zinetti (attuale osservatore della nazionale) si insaccò in rete. I giocatori della Juventus sembrava non volessero più rispettare più gli accordi, e Perani per cercare il pareggio gettò nella mischia Petrini. A suo dire gli insulti in campo si sprecavano, fino a quando su un calcio d’angolo Bettega non sentenziò “basta litigare, adesso ci penso io a farvi pareggiare”. Il caso volle però che su quello stesso corner Sergio Brio infilasse la palla nella porta sbagliata, aggiustando il risultato secondo gli accordi.

Il bello però avvenne due mesi dopo, in seguito alla denuncia sulle partite truccate da parte di Trinca e Cruciani. Infatti dopo i famosi arresti negli stadi, quando lo scandalo scommesse ormai imperversava, e stava per colpire anche Juve e Bologna, Petrini ricevette una telefonata, era Giampiero Boniperti. L’allora presidente della Juventus offrì a Petrini ben 200 milioni di lire, depositati in un conto svizzero, per assumersi tutta la responsabilità sulla combine, offerta però declinata prontamente. Allora la seconda proposta: se Petrini avesse convinto Cruciani, con una cospicua somma di denaro pagata dalla Juventus,  a non presentarsi all’interrogatorio su Bologna-Juventus, lo avrebbe aiutato in qualche modo durante il processo. Petrini accettò, e incontrò Cruciani alla porta 5 dello Stadio San Siro; Cruciani accettò la proposta di Boniperti, e non presentandosi al processo, scagionò sia la Juventus che il Bologna.

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Dopo la sua autobiografia Carlo Petrini continuerà a scrivere libri sulla sua esperienza nel mondo del calcio, farà scalpore ad esempio Il calciatore suicidato che racconta la storia di Denis Bergamini, calciatore del Cosenza trovato morto apparentemente schiacciato da un camion. Ci sarebbero tante altre storie alle quali pochi giornalisti sportivi hanno dato importanza, queste a mio modo di vedere sono le più interessanti, che spero facciano rivalutare un personaggio controverso che ha però pagato (a mio modo di vedere) ampiamente il proprio debito con il mondo del calcio, cercando in tutti i modi di ripulirlo.

Un’ultima considerazione, Carlo Petrini non ha mai ricevuto querele per ciò che ha scritto, coincidenze?

Tifare il Napoli anche a costo della Libertà: Fatto

Tifare il Napoli anche a costo della Libertà: Fatto

La passione è passione. E al cuor non si comanda. Anche a costo di rimetterci la libertà. Storie di calcio, pistole e latitanza. La sceneggiatura è a Napoli, il protagonista è Emanuele Niola, uno degli esponenti più pericolosi del clan Di Lauro, nonchè controllore dello spaccio nella piazza del rione Fiori di Secondigliano. Arrestato per aver acquistato un biglietto della partita Napoli-Inter.

Un biglietto galeotto

Come ogni storia d’amore, anche questa inizia con un biglietto. Inteso come tagliando. Emanuele Niola ha acquistato un biglietto per Napoli-Inter, match clou del campionato di serie A. Oh, il Napoli è primo e l’Inter seconda. Se gli azzurri dovessero vincerebbe, Sarri compierebbe un passo importante nella corsa verso il terzo scudetto della storia partenopea. Insomma, una partita val bene il rischio? Sì. Emanuele incarica uno dei suoi fiduciari di acquistare il biglietto e ne viene tradito. Infatti l’acquisto del tagliando è nominale, data di nascita compresa. Basta e avanza, alla polizia, per giungere facilmente a dama. Niola è bloccato in un autolavaggio e consegnato alla giustizia. E Napoli – Inter se la vedrà dal carcere.

Eppure il dubbio resta

Un errore troppo grande per non destare qualche sospetto. Emanuele Niola, anni 33, è vissuto da criminale latitante per gli ultimi sei anni. Perché rischiare così tanto? Le notizie che rimbalzano da Napoli parlano di un arresto senza alcuna resistenza. Niola non è fuggito, anzi, ha chiesto agli agenti di iniziare una nuova vita senza spaccio. Intanto dovrò scontare 6 anni e 7 mesi di reclusione per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Poi avrà una seconda occasione. Una storia troppo assurda per non destare qualche sospetto. E se Niola questa occasione se l’è “cercata”? A volte è più sicuro il carcere della strada? L’unica certezza è che per una volta, il biglietto nominativo è servito a qualcosa.

I 10 infortuni più strani della storia Nba

I 10 infortuni più strani della storia Nba

La stagione NBA è iniziata ma il tema centrale di queste nottate di basket americano non è stato il campo, bensì il terribile infortunio capitato al povero Gordon Hayward alla sua prima apparizione con la maglia verde dei Boston Celtics durante la partita inaugurale contro i Cavs di King James. Tutto il mondo dello Sport si è unito in coro per supportare il giocatore e, a vedere le immagini (che vi risparmiamo), sentiamo dolore anche noi. Ma Hayward non è la prima volta che ha dovuto fare i conti con uno stop forzato, certamente molto, ma molto meno grave di quest’ultimo ma che ci serve per sdrammatizzare un momento durissimo per un atleta di soli 27 anni. Lo scorso anno, infatti, durante la preseason, subì un infortunio tutt’altro che “convenzionale”: Hayward si sarebbe incastrato il dito nella cerniera della divisa di un compagno, provocandosi da solo la frattura nel tentativo di liberare la mano. Una circostanza talmente sfortunata da entrare di diritto nel gotha degli infortuni più strambi di sempre.

 Ma quali sono gli altri infortuni che rientrano in questo elenco speciale e sulla quale veridicità faremmo fatica a credere?

Basta tornare indietro di due stagioni per incontrare un chiaro esemplare di infortunio bizzarro. E’ sabato 23 gennaio, vigilia della trasferta dei Clippers contro i Raptors, quando succede il fattaccio: Blake Griffin, già da un mese out per un infortunio alla coscia, ha un pesante diverbio con un magazziniere della squadra, finché non arrivano a fare a pugni…E Blake si frattura la mano destra. Il suo atteggiamento non solo gli frutta un’operazione e oltre un mese di stop, ma anche le critiche pesanti da parte di coach Doc Rivers e di Steve Ballmer, proprietario dei Clips. E tra le indiscrezioni, è anche saltato fuori che Griffin e il magazziniere erano amici di vecchia data. E meno male, chissà che avrebbe combinato il buon Blake se non fossero stati amici. Quest’anno poi in squadra troverà un degno compagno, con il nostro Danilo Gallinari che ha saltato l’Europeo per un pugno ad un giocatore dell’Olanda. Stesso risultato, mano fratturata.

Ma non è di certo stata questa la prima volta in cui un pugno di troppo ha poi provocato un infortunio. E persino un campione dello spessore di Kareem Abdul-Jabbar ne ha subito le conseguenze. Infatti, la leggenda narra che nella preseason del 1974, durante una partita coach Don Nelson infilò accidentalmente un dito nell’occhio di Kareem. E lui, colto da una rabbia improvvisa, per sfogarsi avrebbe tirato un pugno al supporto del canestro. Risultato? Mano ingessata e una ventina di partite saltate.

Nel marzo 2010 è stata invece la sfortuna in persona a causare l’infortunio di Joel Przybilla. Il lungo dei Blazers era già fuori da mesi a causa di un problema al tendine rotuleo del ginocchio destro, però dopo l’operazione si stava pian piano riprendendo. Ma una mattina, uscito dalla doccia, galeotto fu il pavimento bagnato e chi lo bagnò: Joel scivola, neanche avesse acciaccato la classica buccia di banana, e si rompe un’altra volta il tendine rotuleo. Minimo 8 mesi di stop. Se non è sfiga questa.

Un po’ meno drammatico ma pur sempre esilarante è quanto accadde a Dirk Nowitzki nel lontano 2003. Il lungo dei Mavs stava per infilarsi una scarpa, è bastato un movimento sbagliato ed eccola là, in arrivo, la lesione dei tendini della caviglia. Per fortuna nulla di grave, ma comunque un infortunio a dir poco tragicomico.

E poi c’è Kendrick Perkins, il monolitico centro campione con i Celtics che nella sua carriera si è sempre distinto per i suoi metodi poco ortodossi in campo, più vicini alla lotta greco-romana che al basket. Ebbene, nel 2007 Perkins, oltre ad essere uno strenuo lottatore, pensava di capirne di arredamento. Gli avevano appena montato il letto nella sua casa, ma lui credeva che gli addetti avessero fatto un lavoraccio, il letto andava aggiustato. Morale della favola? Il letto gli cadde sul piede. Alluce rotto e periodo di stop forzato. E nessuna voglia di occuparsi più di mobili.

Nel dicembre 2009 ci pensò invece l’esuberante Ron Artest a infortunarsi in un modo assurdo. E’ il giorno di Natale, Ron è intento a portare un cesto pieno zeppo di regali, quando inciampa e cade dalle scale. E sbatte la testa con forza, perché quando si sveglia ha un vuoto totale, la moglie agitatissima deve spiegargli chi è e cosa stava facendo e lo staff dei Lakers lo costringerà a saltare sei gare. E’ forse da qui che gli sono frullati per la testa i suoi futuri nomi Metta World Peace e Pandas Friend?

 E ovviamente in questo speciale elenco non può mancare il re indiscusso degli infortuni, Derrick Rose. Perchè nel 2009, prima ancora dei seri danni al crociato sinistro e al menisco, Derrick è riuscito anche ad infortunarsi al braccio. Come? Al letto, nell’ozio più totale, mentre cercava di tagliare une mela col coltello. E forse questo era un chiaro indizio sull’enorme sfiga che avrebbe colpito Rose nella sua carriera.

Chi entra senza dubbio in questo singolare elenco è Charles Barkley.  Infatti, durante un match del 1993 Kevin Johnson aveva insaccato il game winner e Sir Charles, preso dalla foga, aveva stretto il compagno in un calorosissimo abbraccio. Peccato che quello più che un abbraccio era una morsa letale: Johnson si slogò la spalla! Ma in queste circostanze a sistemare tutto ci pensa sempre il karma. E infatti, l’anno seguente, Barkley fu costretto a saltare la prima partita stagionale. Motivo? Qualche giorno prima era stato al concerto di Eric Clapton e le luci accecanti gli avevano procurato un leggero problema alla cornea. Riusciva a malpena vedere il canestro!

Ma l’incontrastato vincitore di questa classifica è solo uno: Lionel Simmons. No, non è un parente del più celebre Ben Simmons, prima scelta al draft dello scorso anno (che, sempre per un infortunio ha saltato la stagione intera). Con alle spalle una carriera senza infamia e senza lode, Lionel sarebbe già caduto nel dimenticatoio, se non fosse che nel 1990, alla sua prima stagione in NBA, saltò diverse partite per una tendinite al polso destro. La causa? L’utilizzo eccessivo del Gameboy e della Nintendo, di cui era letteralmente drogato.

 E allora, caro Gordon, fatti una risata (o arrabbiati come non mai, Kobe docet) che tornerai più forte di prima.

Il Regno delle figurine e il suo Re: il più grande collezionista al mondo e il suo tesoro senza tempo

Il Regno delle figurine e il suo Re: il più grande collezionista al mondo e il suo tesoro senza tempo

“Ce l’ho”, “mi manca”, “ce l’ho”, “mi manca”… quante volte abbiamo pronunciato questo ritornello? Tutti noi abbiamo collezionato almeno una volta le figurine dei calciatori. Quanti ricordi, quante emozioni. Il profumo della colla che si sprigionava all’apertura del pacchetto rimane come un segno indelebile della nostra infanzia. Non lo si dimentica più, come il sugo domenicale della nonna. Indimenticabili sono anche quelle lunghe trattative che caratterizzavano gli scambi. E poi i giochi con le “figu” con l’obiettivo di accaparrarsi quelle degli amici o dei compagni di classe. Si poteva vincere girando di scatto la figurina e sperare di avere quella con il numero più alto, oppure ribaltando quelle dell’avversario con una botta “secca”, o soffiando, sul tavolo. Ci si divertiva anche quando, dopo averle fatte scivolare da un muro, si discuteva quale fosse atterrata più vicino al muro stesso. La fantasia non aveva limite ai giochi che si facevano con le figurine. Altro che PlayStation. Si aspettava un pacchetto di figurine come si aspettava il Natale. E spesso era una sorta di premio che i genitori ci davano per esserci comportati “bene”. Infine quella sensazione di soddisfazione nell’attaccare la figurina che permetteva di completare l’album. Una soddisfazione mista a malinconia, perché completare un album significava terminare l’emozione, in attesa della stagione successiva: “E la cosa stupenda è che questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione…E che male c’è in questo? Anzi, è piuttosto confortante se ci pensi…“(Cit. Nick Hornby, Febbre a 90°). Questa passione, man mano che si cresce, conosce il tramonto. In altri casi è invece l’alba di qualcosa di più importante. Così è stato per Gianni Bellini: il Re delle figurine. Un Re con tanto di investitura da parte del “Times”: “Gianni Bellini is a grand-father with the passion of a schoolboy. The Italian print worker is considered the world’s greatest collector of Panini footballer stickers” (Cit. The Times, 10 giugno 2014).

“Ho 54 anni, sposato da 34, una figlia di 33 e un nipotino che comincia ad affacciarsi al mondo delle figurine dei calciatori”, ci confida Gianni, “Ho iniziato a comprargliele e devo confessare che qualche volta il pacchetto lo apro io… sai quell’odore…Io gli ho spiegato che il pacchetto si apre, si “annusa” e poi i doppioni si devono scambiare con gli altri. Queste sono le regole del gioco e cerco di tramandargliele. Lavoro da quasi quarant’anni in una tipografia e abito a San Felice sul Panaro, provincia di Modena. Un paese che negli ultimi anni è salito tristemente agli onori della cronaca per via del tremendo terremoto del maggio 2012 che qui fece tre vittime. Io e la mia famiglia siamo stati più fortunati perché nulla di grave è successo alla nostra casa. Ho riscoperto però in quel periodo il valore della solidarietà”. Qui la voce si fa seriosa: “In quei giorni ho ricevuto tanti messaggi, tante telefonate: da alcuni esponenti della FIGC, dalla Panini, dai tanti collezionisti in ogni parte del mondo. Tutti, oltre a manifestare la loro solidarietà appunto e dichiarandosi dispiaciuti per quanto successo, si sono interessati a me e alla mia famiglia. In tanti ci hanno messo a disposizione le loro case. È proprio vero che ci si ritrova nei brutti momenti, nei momenti di difficoltà”. Gianni fa una piccola pausa, poi riprende, “Ho tifato Milan sino all’avvento delle Pay-Tv, poi il calcio moderno non mi ha più trasmesso ciò che mi trasmetteva prima, troppo business. Ho seguito il Modena anche in trasferta nel periodo che dalla C è salito in A nel 2002. Seguo molto anche la Nazionale e quando riesco vado a vederla. In generale ora seguo le squadre della nostra zona, meno blasonate ma forse un calcio più vero, più vicino a quello che io amo.

Ma come si diventa il più grande collezionista al mondo in questo ambito? ”Negli anni ’70 la Panini per promozione regalava gli album. Ovviamente ne arrivò uno anche nella nostra casa e lo prese mio fratello che è un po’ più grande di me. Ricordo, come fosse ora, la prima figurina che io vidi, la prima che io toccai: il mitico Sergio Carantini del Lanerossi Vicenza, bandiera del calcio biancorosso degli anni sessanta e inizi settanta, scomparso nel 2015. Era l’album del 71/72. Da lì ho iniziato la mia avventura con gli album. Ricordo poi che, diversamente da oggi, non esistevano gli aggiornamenti per il calcio mercato. Allora io prendevo un doppione di un giocatore trasferito, ritagliavo il viso e il nome e lo attaccavo su un giocatore doppione della nuova squadra. Erano di fatto gli aggiornamenti, un po’ arrangiati ma efficaci. Ho un aneddoto da raccontare circa l’album del 72/73, un album a cui, proprio per questo aneddoto, sono particolarmente legato. Mi mancava solo una figurina per completarlo, Ivano Bordon, mitico portiere dell’Inter. Avevo 495 doppioni e il compagno di classe che lo aveva doppio ne voleva cinquecento in cambio. Comprai un pacchetto per raggiungere il numero necessario. Lo apro…chi ti trovo dentro? Ivano Bordon. Ero talmente felice che regalai comunque tutti i miei doppioni a quel compagno di classe. Ora ho circa 4.000 album di cui circa 2.500 solo Panini, gli altri 1.500 circa sono edizioni diverse come Vanderhout, Navarrete, Bergmann Verlag, Topps, F.K.S., AGE Educatif, Salo, Epoch, Ediciones Este e Mabilgrafica, solo per citarne i maggiori”.

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“Sino al 1984 sono stato un collezionista abbastanza tranquillo. Poi è scattata una molla evidentemente, qualcosa. Ho cominciato ad inserire degli annunci su riviste e giornali, anche esteri. Li la svolta…cominciai a ricevere lettere a non finire, oltre 500 a settimana con il postino che mi diceva che se le volevo dovevo recarmi in posta, lui non le avrebbe più consegnate. In alcuni casi l’ho rincorso per farmi consegnare la corrispondenza, c’era il “frutto” degli scambi e degli acquisti, ma anche le richieste di informazione da parte di altri collezionisti. Ho contatti con la Panini qui a Modena, li conosco perfettamente, ci scambiamo opinioni, collaboriamo. È davvero una fortuna averli così vicino a me. Io ho una rete di oltre 250 corrispondenti in tutto il mondo. Solo in Brasile ne ho 15, perché ogni regione fa il suo Album: quello del Campionato Paulista, quello Carioca, quello Pernambucano e così via. Poi ci sono quelli dei diversi club come il Corinthians, del Palmeiras, dell’Internacional per citarne qualcuno. Solo per ricordare ai miei corrispondenti di prendermi l’album nuovo invio 4 mail l’anno ad ognuno. Solo queste mail, per tutti i 250 corrispondenti, sono mille. Poi rispondono, mi chiedono. Io rispondo di nuovo. In un anno invio oltre 5.000 mail. Dedico a questa attività oltre 3 ore al giorno di media. Ma sono indietro con oltre 150.000 figurine da attaccare. Solo per recuperare tutti gli album nuovi e relative figurine servono tra i 3.000 e i 4.000 euro l’anno. Ma questa è la mia passione”. Gianni è un fiume in piena tanta è la passione e l’entusiasmo. I numeri che ci racconta sono impressionanti, numeri da capogiro: 5.000 album, 250 corrispondenti in oltre 60 paesi, 150.000 figurine ancora da attaccare e ogni giorno ne arrivano di nuove. Oltre tre ore al giorno di lavoro a cui va sommato anche l’impegno economico. Ma dove tiene tutta questa quantità di album e figurine… “Vi ricordate il film “Fantozzi contro tutti” in cui la moglie aveva riempito la casa di pane perché innamorata del panettiere? Beh casa mia è un po’ così, invece delle posate nel cassetto trovi le figurine” ci racconta in maniera scherzosa Gianni, “A parte gli scherzi ho una stanza solo per me e le mie collezioni: il mio Regno. Poi da quando mia figlia si è sposata la sua stanza è diventata la stanza degli ospiti…e gli ospiti sono le mie figurine. In garage poi ho una specie di “Caveau” dove tengo le cose meno importanti. Li ci sono interi scatoloni con la corrispondenza, intendo proprio le lettere ricevute, scambiate nel corso di questi tanti anni da collezionista. Devo dirlo, devo essere sincero: la mia vera fortuna è di avere accanto mia moglie Giovanna. Una moglie che ha capito la mia passione e non mi ha mai creato un problema. Quando mi arriva qualcosa di nuovo, di speciale, io sono felice, ma lei fa finta di nulla sembra distaccata, non interessata. Poi il giorno dopo mi chiede “Cosa ti è arrivato? Chi te lo ha mandato? Come lo hai contattato?”. Ecco lei è il mio grande punto di appoggio e per questo io la ringrazio. Da qualche anno poi faccio le mostre e lei viene con me. Mentre io mi soffermo con gli organizzatori dal punto di vista tecnico, decidiamo cosa far vedere e cosa mettere in evidenza, lei ormai segue la parte organizzativa: fa le foto dei locali, partecipa all’organizzazione della sala e alla disposizione del materiale. Insomma è una collaboratrice davvero importante per me. Una volta, come tutte le coppie del mondo, ci fu una discussione. Lei andò nella mia stanza, prese un album e me lo strappò davanti gli occhi, volendo colpirmi nel mio punto più debole. Dopo dieci giorni gli ripresentai l’album nuovo, lo recuperai in tempo record. Mi guardò e mi disse “Neanche il gusto di farti un dispetto”, e ci mettemmo a ridere. Non ricordo nemmeno perché litigammo”. Ma noi uomini non lo capiamo di solito.

“Un giorno mi contattò il figlio di un noto industriale, non faccio nomi chiaramente. Mi chiese di poter vedere la collezione. Prendemmo appuntamento e venne a casa mia. Trascorremmo insieme un paio d’ore e si mostrò molto interessato. Ci prendemmo poi un caffè seduti intorno ad un grande tavolo che ho in cucina. C’era anche mia moglie. Parlando, parlando mi disse che era interessato a rilevare tutto, tutta la mia collezione. Prese il blocchetto degli assegni e mi disse “Metta lei la cifra”. C’ho pensato una frazione di secondo, ma mia moglie inaspettatamente mi faceva segno di no con il capo. Declinai l’offerta. Non rividi più quella persona, sono passati oltre dieci anni.

“Ho album che provengono da tutto il mondo e le particolarità sono tantissime. In Australia per esempio ho dei corrispondenti ma recentemente, per recuperare alcuni album, mi sono rivolto a Federico Piovaccari che nel 2015 si trasferì ai Western Sydney Wanderers. Dal Giappone ho tutti gli album a partire dal 1985, sono di una qualità superiore a partire dalla consistenza della carta sino alle statistiche presenti sugli album”…certo una sofisticazione da intenditori. “Sono molto legato all’album di Mexico 70’, è stato il primo album internazionale della Panini. Anche quello del campionato belga del 1972/73 è un album strepitoso per l’epoca. Talmente mi piace che ne ho diverse copie. E poi tanti, tanti altri provenienti da tutto il mondo. “.

C’è anche un grande lavoro di manutenzione:Ogni stagione sposto tutti gli album per arearli e spolverarli. Cambio loro posizione, quelli sotto li sposto sopra e viceversa. Un lavoro di circa 10 giorni, anche perché poi rivedendoli riaffiorano alcuni ricordi e allora comincio a sfogliarli. Un po’ come si fa quando si sistemano le scatole con le foto di famiglia: sai quando inizi e mai quando finisci. Per me è la stessa cosa.”

“Nel corso degli anni sono cambiato come collezionista, come sono cambiato come uomo ovviamente. All’inizio ero puro entusiasmo: rincorrevo il postino per sapere se erano arrivate lettere, buste, pacchi. Facevo 300/400 km in macchina per andarmi a prendere un album, una figurina, non badando nemmeno troppo alle condizioni di conservazione. Ora sono indubbiamente più professionale, ho un “nome” e le persone mi conoscono e sanno come voglio i “pezzi”.”

Anche le cifre che girano intorno le figurine sono cifre di tutto rispetto “Un album di Mexico ’70 in buone condizioni può arrivare intorno i 3.500/4.000 euro. Una singola figurina anche un centinaio d’euro. I primi scudetti del 62/63 possono valere intorno i 150 euro l’uno. Poi ci sono le rarità, come per esempio nel 2003 la Panini preparò l’album del campionato inglese pensando di aver vinto i diritti per poterlo stampare. Poi l’asta non andò effettivamente secondo i loro desideri e gli album erano però già stampati. Distrussero tutto ma qualche copia si trova e vale intorno i 2.500 euro, pur essendo un album recente”.

Gianni ci racconta anche alcune curiosità:Ci sono alcuni evidenti errori nelle collezioni dei calciatori. Ne cito due a titolo di esempio. C’è una figurina di Ernesto Castano, giocatore della Juventus, nell’album 69/70. La stessa foto è stata utilizzata per la figurina dell’album 70/71 con la differenza che il giocatore si trasferì nel Lanerossi Vicenza. Quest’ultima figurina è stata stampata al contrario con una maglia del Vicenza. Oppure è divertente come nell’album dei Mondiali del ’78 in Argentina viene utilizzata una foto per Archie Gemmill, giocatore scozzese, e la stessa foto è stata utilizzata per Italia ’90, ben dodici anni dopo. Tutti sanno che la figurina di Pizzaballa è un icona delle figurine “rare”, ma pochi sanno che la prima figurina della Panini fu Bruno Bolchi dell’Inter. Curioso è anche l’album dei Mondiali 2006 che nella versione Israeliana si sfoglia al contrario. Tra le curiosità segnaliamo anche la partecipazione di Gianni ad un film, “Mi manca Riva. Viaggio di un collezionista di figurine”, nel 2012 regia di G. Gagliardi.

 

La figurina, specchio della società: così sono i calciatori e così è il mondo, o viceversa? Le Panini ci fanno compagnia dalla Dolce Vita anni ’60, una società speranzosa post bellica, sino ai nostri giorni, dove la speranza sembra terminata. Ma qual è il futuro delle figurine in un epoca dove ci sono album virtuali? “I numeri dicono che il futuro della figurina è roseo”, aggiunge il nostro “Re”, “le statistiche indicano che il trend è in forte ascesa, continuamente. Il mio sogno? Mi piacerebbe creare un Museo. Non è detto che il mio sogno non si realizzi, ci sto lavorando”.

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“Giocavo con CR7”: la seconda, strana vita di un ex United

“Giocavo con CR7”: la seconda, strana vita di un ex United

“Finché hai qualcosa per cui valga la pena svegliarti la mattina, tutto va bene”.

Non sono parole dell’ormai ex difensore del Manchester United Rio Ferdinand, in procinto di lanciarsi in una nuova carriera come pugile professionista.

Si tratta, invece, di una frase di uno dei tanti ‘vecchi’ compagni di squadra di Ferdinand ai tempi di Old Trafford; un ragazzo che a soli 26 anni ha appeso gli scarpini al chiodo e ha cambiato completamente vita dopo il suo addio al calcio.

Stiamo parlando di Richard Eckersley, oggi ventottenne: un nome che ai più non dirà molto, ma che ha una storia bella ed affascinante da narrare.

Meno di nove anni fa, il giovane debuttava sul prato del ‘teatro dei sogni’; oggi, invece, gestisce il primo negozio nel Regno Unito, nella pittoresca città di Devo, a non produrre rifiuti.

“Una volta che ho scoperto che il calcio è stato solo uno sport, una porzione di vita per me, la mia passione nei suoi confronti è andata scemando”, ha raccontato l’ex ‘diavolo rosso’ alla BBC Sport.

Nato a Salford ed entrato nell’Academy del Manchester United all’età di sette anni, Eckersley aveva il calcio nel sangue fin dall’inizio della sua esistenza.

La sua scoperta a grandi livelli è avvenuta durante la stagione 2008-09, quando questi ha fatto il suo debutto tra i grandi della prima squadra all’età di 19 anni, in una vittoria di FA Cup contro il Tottenham.

Nell’estate del 2009, il giovane sceglie il Burnley per avere maggiore spazio e poter crescere, possibilmente prima di tornare nella parte ‘rossa’ di Manchester.

“Probabilmente, partire dal top, ovvero dallo United, per me e la mia carriera è stato l’inizio della fine. Tutto pareva in discesa, invece è stato l’esatto contrario.”

“Non sono mai stato un Wayne Rooney, non sono mai stato un Cristiano Ronaldo o uno di questi giocatori pazzeschi”

“Ero abbastanza solitario nello spogliatoio e un calciatore nella media in campo”

A Burnley, comunque, lo spazio è ridotto e di lì a poco inizia una girandola di prestiti che pare infinita: Plymouth, Bradford, Bury. Le esperienze sono tante ma le soddisfazioni nulle.

“Avevo una bella casa e una bella macchina, ma mi sentivo solo”, ricorda oggi Eckersley. “Nicole (la moglie dell’ex United ndr) era sempre all’università e io spesso mi fermavo per chiedermi ‘cosa sto facendo della mia vita?'”

Il tentativo seguente è di quelli che possono far paura. Viaggio transatlantico per giocare in Major League Soccer (tra Toronto e New York, sponda Red Bull).

Dal punto di vista sportivo, le gioie restano poche per il ragazzo; tuttavia, qualcosa, dal punto di vista personale, cambia radicalmente: “In Nord America ho iniziato a vedere molti documentari e leggere molti libri e ho capito che la mia strada era un’altra”.

Tornato dagli USA, Eckersley regala i suoi ultimi scampoli di carriera a Swindon e Oldham; il destino, però, è già segnato. A dicembre del 2015, l’ex United disputa la sua ultima partita da professionista.

Il motivo? Eckersley ha deciso che nella sua vita il calcio non è (più) un argomento centrale, anzi.

“Oggi ciò a cui tengo davvero è l’ambiente, non il calcio”, afferma convinto.

A marzo del 2016, il giovane ha infatti dato vita al suo negozio ‘zero waste’ (ovvero, senza rifiuti e sprechi), dove i clienti portano le proprie bottiglie, i propri recipienti o le proprie scatole e acquistano cibo e bevande sfusi.

Un progetto innovativo ed interessante, distante anni luce dal patinato mondo del calcio e dei suoi protagonisti; il fatto che a partorirlo sia stato proprio un ex giocatore, tuttavia, può soltanto farci ben sperare.

 

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