TJ Ford: le mani d’oro, la schiena d’argilla

TJ Ford: le mani d’oro, la schiena d’argilla

Se c’è una costante nel mondo NBA, quella è l’imponenza dei giocatori che ne fanno parte. Omoni dall’altezza spropositata, dai fisici scultorei, dalle doti atletiche disumane. Inutile negarlo: per entrare in quella realtà occorre avere un fisico tutt’altro che normale. Oppure no? Non è difficile smentire questa condizione apparentemente necessaria. Basta pensare a un piccoletto che per tanti anni, malgrado le mille difficoltà, ha entusiasmato parecchi palazzetti, dando tutto se stesso per il gioco. Stiamo parlando proprio di lui, di TJ Ford.

 

Nato a Houston nel marzo 1983, figlio di uno dei re dei playground texani, TJ fin da piccolo dimostra una dimestichezza col pallone impressionante. Il padre e il fratello maggiore lo crescono a pane e palla a spicchi. Peccato che debba affrontare un problema: non cresce abbastanza. E se i primi anni questo problema non emerge, con l’avanzare degli anni quei centimetri in meno iniziano a farsi sentire contro gli avversari. Cosa fare per trovare una soluzione? Semplice: se non si può accrescere la propria altezza e la propria stazza, si può sempre affinare la tecnica. E così alla Willowridge High School  TJ si distingue non solo per il suo ball handling, ma anche per la sua incrollabile dedizione al lavoro e umiltà.

Tant’è che il passaggio nel 2001 ai Texas Longhorns, in NCAA, è tutt’altro che traumatico. Ford si mette a disposizione dell’allenatore, continua a lavorare sodo e migliora sempre più le sue incredibili proprietà di palleggio unite ad una rapidità fulminante. E infatti, nell’anno da sophomore, TJ riesce nell’impresa: da leader della squadra trascina i suoi Longhorns alle Final Four, un traguardo che mancava all’ateneo texano dal lontano 1947.

 Peccato che la fine di quella splendida annata cambierà per sempre la sua vita. Il giorno è di quelli di festa: al palazzetto della Texas University va di scena un’amichevole che sancirà la fine della stagione, Ford non sta nella pelle. Sarà l’ultima volta che calcherà quel parquet, visto che per l’estate lo aspetta il Draft e l’ingresso nel basket che conta. La partita scorre tranquilla, quando a causa di un contatto di gioco TJ cade a terra. Sembra nulla di grave, eppure non riesce ad alzarsi. Comanda alle ginocchia di tirarlo su, alle mani di sostenerlo, eppure non ubbidiscono. Sembra paralizzato, mentre gli altri lo fissano atterriti. 



 
Dopo un’oretta vissuta nel panico finalmente tutto ritorna alla normalità, il suo corpo torna a dargli segni di vita. Però l’esito degli esami medici è lapidario: stenosi spinale. Ossia un restringimento anormale di una delle regioni della colonna vertebrale, che può provocare lo schiacciamento dei nervi locomotori e la conseguente mancanza di sensibilità. In poche parole, un forte trauma alla colonna potrebbe causare la paralisi più o meno duratura di alcune parti del suo corpo. Una notizia agghiacciante, che mette a repentaglio il suo futuro NBA.

La situazione è delicata, i medici cautamente consigliano di operare la colonna, ma TJ rifiuta categoricamente. Un’operazione gli impedirebbe una carriera in NBA, non ne vuol sentir parlare. E proprio per questo, malgrado tutto, decide di rischiare e andare avanti, come nulla fosse successo. E così, come da copione, nel giugno 2003 viene selezionato al Draft con l’ottava pick dai Milwaukee Bucks. Il suo sogno s’avvera.

E il primo anno è tutt’altro che negativo, visto che malgrado le percentuali al tiro non esaltanti viaggi a oltre 7 punti e 6 assist a partita. Ma nel febbraio 2004 succede il misfatto: Bucks contro Timberwolves, Ford gioca il pick & roll per poi attaccare il canestro quando subisce un duro contatto. Cade a terra, e anche stavolta non riesce a rialzarsi né a muoversi, davanti agli occhi increduli del pubblico. La seconda volta nel giro di un anno. Per fortuna dopo qualche minuto riesce a riprendersi, ma la paura è stata troppa. Stavolta, su consiglio dello staff medico dei Bucks, TJ va sotto i ferri. Starà fermo un anno intero, saltando tutta la stagione 2004-2005.

E così, dall’ottobre 2005, ha inizio la sua seconda carriera. E il piccoletto di Houston fa vedere finalmente di che pasta è fatto, prima coi Bucks e poi coi Raptors. Viaggia sui 14 punti e quasi 8 assist a allacciata di scarpa, a dispetto del suo metro e ottanta risicato. Finchè però, nel dicembre 2007, ripiomba nuovamente nel baratro: durante il match contro Atlanta arriva l’ennesimo duro contatto. Ford cade a terra, resta immobilizzato, il mondo si ferma. Lo portano subito negli spogliatoi, Al Horford è distrutto per quel che ha fatto involontariamente. Miracolosamente anche stavolta TJ si riprende il cuore che gli martella in petto.

Chiunque in una situazione simile avrebbe detto basta. Ma Ford è follemente innamorato del basket, oltre che assai orgoglioso del suo percorso in NBA, malgrado le sue manchevolezze fisiche. Decide di continuare, di rimettersi in gioco. Decide di rialzarsi, per l’ennesima volta.

Ma in una condizione simile non si può continuare per sempre. Passeranno 4 anni prima che sfortunatamente il nativo di Houston si ritrovi alle prese con la sua malattia, dopo l’ennesimo contatto di gioco, stavolta in maglia Spurs. Ma in questi quattro anni molti sono stati i cambiamenti: TJ ora ha una moglie e due bambini piccoli da crescere. E proprio per questo, dopo l’ennesima caduta, decide di dire basa, di abbandonare il basket professionistico. Una scelta sofferta, ma necessaria.

 Cosa avrebbe potuto dire in campo questo piccoletto, se solo non avesse avuto tutti questi guai fisici? Difficile dirlo, però il talento era immenso. Ma quel che conta non è quanto avrebbe potuto dire, ma quanto ha dato al basket: tutto se stesso. Rialzandosi dopo ogni caduta. Quale modo migliore per distinguersi come un campione?

L’integralismo di Maurizio Sarri sta bloccando il mercato del Napoli?

L’integralismo di Maurizio Sarri sta bloccando il mercato del Napoli?

Diciamolo: in un mercato dalle valutazioni folli e dagli ingaggi faraonici, la scelta di Simone Verdi, nella sua essenzialità, ha fatto scalpore. Il fantasista del Bologna, tentato nelle ultime settimane da un’ottima offerta del Napoli, alla ricerca disperata di un’alternativa a Callejon e Insigne, ha preferito declinarla, decidendo di rimanere in provincia. Ha avuto paura di non essere all’altezza di una big? Oppure ha avuto il coraggio di un leone? Verdi non ha carisma? Oppure ne ha in abbondanza? Potremmo discuterne per ore, senza arrivare ad una conclusione. È una questione di prospettive, e di amor proprio. È il bivio di una carriera, uno di quei che passa poche volte nella vita, forse solo una. Un volo pindarico alla ricerca di un sogno, in alternativa alle certezze di un ambiente meno ambizioso nel quale avere un ruolo da protagonista. Verdi, a 25 anni e mezzo, ha optato per la seconda, almeno per ora. E ha riaperto i soliti interrogativi sul mercato del Napoli, spesso balbettante e in controtendenza rispetto ai risultati ottenuti sul campo. Si cerca un colpevole, che potrebbe avere un nome e un cognome ben noti: Maurizio Sarri.



Il tecnico partenopeo, meraviglioso tattico e maestro di calcio innovativo e avanguardistico, ha un problema cronico: la valorizzazione della panchina. Finché si parla di titolari, Sarri ha moltiplicato esponenzialmente la valutazione di più di un giocatore, ma è allo stesso incapace di evidenziare le capacità dei panchinari. Il Napoli gioca con i soliti undici con l’eccezione di pochissime riserve, spesso impiegate a partita in corso. Sarri, in molti casi, non ha tenuto in considerazione gli investimenti fatti dalla società, in nome di un integralismo tattico ferreo che necessita di interpreti specifici dalle caratteristiche peculiari. I risultati, finora, hanno dato ragione al tecnico partenopeo, primo in campionato con una rosa sulla carta inferiore a quella della Juventus. La coperta corta ha creato più di un problema, senza incidere in modo significativo sul rendimento globale. Eppure, detto questo, il no di Verdi è un campanello d’allarme. Il timore di finire in panchina come un Giaccherini qualunque ha influito in modo decisivo? Insigne e, soprattutto, Callejon sono davvero insostituibili? Insomma, Il talentuoso bolognese, giunto al punto più alto di una carriera finora sfortunata e altalenante, ha visto Napoli come potenziale tunnel senza luce, invece che come grande opportunità? Non è da escludere, e non sarebbe il primo.

I no incassati da Giuntoli e De Laurentiis negli ultimi anni si sprecano (Klaassen, Kramer, Vrsaljko e Lapadula, solo per citarne alcuni) e sono altrettanti i giocatori calcisticamente umiliati, ieri come oggi, dalla scarsa flessibilità di Sarri. Dal duo Pavoletti-Gabbiadini, attaccanti di scorta mai tenuti davvero in considerazione, ai fantasmi Rog e Giaccherini, ottimi interpreti in più ruoli nei pochi momenti in cui hanno visto il campo, fino ad arrivare al costosissimo Maksimovic e ai desaparecidos Tonelli e Valdifiori, pupilli dell’allenatore ai tempi di Empoli. Una lista lunga, quasi interminabile, di calciatori che, seppur ben pagati e coccolati dalla piazza, avrebbero fatto a meno di subire tale trattamento e, a posteriori, di firmare per il Napoli. Non facciamone una questione ambientale (e dimentichiamo una volta per tutte la triste vicenda Gonalons-Tolisso, che dissero nel 2014 di aver rifiutato una proposta dopo aver visto “Gomorra”) o economica, ma tecnica. Una squadra nella quale risulta quasi impossibile conquistare una maglia da titolare a prescindere dal valore mostrato è una squadra poco intrigante. Soprattutto per un giovane alla ricerca della consacrazione o, peggio, per un venticinquenne che ha appena trovato la dimensione ideale dopo anni di faticose ricerche. Come ha fatto Verdi, uno per il quale i soldi sembrano non essere tutto. E come forse faranno tanti altri, per esempio i tentennanti Deulofeu (che però nelle ultime ore sembra avvicinarsi concretamente) o Moura, bisognosi di giocare per conquistare un posto nel prossimo Mondiale. È il caso di invertire la tendenza? Se ci si accontenta di un primato invernale, no. Se si punta allo scudetto, quello vero, è indispensabile. Sarri ci pensi, prima di avere rimpianti.

Tutto Vero: Quando Cristiano Ronaldo fu ad un passo dalla Serie A

Tutto Vero: Quando Cristiano Ronaldo fu ad un passo dalla Serie A

Negli ultimi giorni Cristiano Ronaldo e il Real Madrid stanno discutendo sul rinnovo del portoghese e sembra che le parti siano distanti  sulle cifre del contratto, tanto da poter immaginare il suo futuro lontano dalla capitale spagnola nella quale ha vinto tutto più volte.

Un atleta bionico, oltre che un campione tra i più grandi che la storia del calcio ricordi. Tra Manchester United e Real Madrid, il fenomeno lusitano ha vinto tutto e anche in Nazionale è riuscito a mettersi in tasca l’Europeo in terra francese; non per questo, tuttavia, CR7 ha mai pensato di togliere il piede dall’acceleratore. Ogni anno il tentativo di migliorarsi e anche ora che le primavere sono trentadue, il suo fisico e la sua determinazione non sembrano averlo abbandonato.

Il grande peccato, però, da parte di noi italiani, è rappresentato senza dubbio dal fatto di non essere riusciti a poter ammirare CR7 nel nostro campionato; non tanto ora, che le casse delle nostre società languono paurosamente, quanto nei primi anni Duemila, quando i club della Serie A dettavano legge pure in Europa.

Proprio in quel momento, con il talento di Funchal poco più che ragazzino, la possibilità di avere Cristiano Ronaldo in Italia fu veramente ad un passo dal realizzarsi.


E’ l’inizio del 2003, lo scandalo inerente la Parmalat scoppierà soltanto sul finire dell’anno, ed il Parma si trova alla ricerca di un’ala di qualità, in grado di saltare l’uomo e creare superiorità numerica nei confronti degli avversari.

Le attenzioni di Tanzi & co. si posano su un diciottenne che milita nello Sporting Lisbona. Il cognome lascia ben sperare ma è, allo stesso tempo, pesante: Ronaldo. Proprio come il fenomeno ex Inter che sta facendo sfracelli con la maglia della nazionale brasiliana e del Real Madrid.

I dirigenti parmensi lo seguono costantemente e, alla fine, propongono alla società lusitana 11 milioni di euro per acquistare il giovane. I biancoverdi sono titubanti ma alla fine accettano l’offerta. Cristiano Ronaldo è virtualmente un calciatore del Parma.

Arriva, però, una maledetta (per gli emiliani) amichevole estiva a rovinare ogni piano.

Lo Sporting Lisbona disputa un incontro contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson ed il tecnico scozzese impazzisce immediatamente di fronte al talento del futuro CR7. Ferguson è alla disperata ricerca di un sostituto di David Beckham, che ha deciso di lasciare Manchester, casa sua, dopo che proprio l’allenatore dei Red Devils gli ha rifilato una scarpata in pieno volto al culmine dell’ennesimo litigio, per sposare il ben più glamour progetto dei Galacticos del Real Madrid. Sostituire lo Spice Boy con un ‘bimbo’ senza alcuna esperienza sembra una follia ai più. Se Alex Ferguson è stato insignito del titolo di Sir, tuttavia, dovrà pur esserci un motivo. Alla fine, infatti, avrà ragione lui. 17 milioni di euro sul tavolo dei dirigenti della squadra portoghese e Ferguson porta il ragazzo con sé ad Old Trafford. Il ‘Teatro dei Sogni’ sta per veder nascere una stella tra le più grandi di sempre.

Si tratta di una beffa clamorosa per il Parma, che dopo Figo (a metà degli anni Novanta) si vede sfilare sul più bello un altro campione proveniente dal Portogallo. Alla luce di quello che la storia del fenomeno di Funchal narrerà ad ogni appassionato di calcio, poi, i rimpianti non potranno che diventare disperazione (sportiva) per qualunque tifoso gialloblù.

Muhammad Ali : Genealogia del Mito che provò a cambiare l’America

Muhammad Ali : Genealogia del Mito che provò a cambiare l’America

Avrebbe compiuto oggi 76 anni Muhammad Ali, un uomo, un pugile diventato icona dentro e fuori dal ring. Un personaggio trasversale che nelle sue battaglie ha coinvolto politica, religione e lotta sociale. Vi raccontiamo la nascita del Mito.

Nell’ottobre del 1954 l’agente Joe Martin stava ascoltando la denuncia di un longilineo ragazzino di dodici anni a cui era appena stata rubata la bicicletta, una vecchia Schwinn bianco e rossa.

Mentre il bambino, faticando a trattenere le lacrime, descriveva il furto del suo unico bene su questa terra, Joe lo guardava con tenerezza paterna.

Se vuoi che non ti rubino più la bicicletta – gli disse – devi venire nella mia palestra ad imparare la boxe

I grandi occhi si sgranarono, ma il ragazzino non pianse.

Due mesi dopo quel bimbo pelle ed ossa avrebbe vinto il suo primo incontro giovanile, dando così inizio alla carriera del più amato campione della storia del pugilato moderno.

Cassius Marcel Clay jr. nacque il 17 gennaio 1942 a Louisville, Kentucky.

Figlio di un imbianchino e di una casalinga, sono invece sorprendenti le sue origini: un irlandese di nome Abe Grady, emigrato in Kentucky nel 1860, si sposò con una schiava liberata, generando quella che sarebbe in futuro divenuta la bisnonna del pugile.

Lanciato nel mondo del pugilato, come detto, dal furto della propria bicicletta, vinse sette Golden Gloves del Kentucky e due Golden Gloves nazionali, prima di volare a Roma, una volta diplomatosi, per conquistare con facilità l’oro olimpico dei mediomassimi.

Tornato in patria da eroe, passò al professionismo e, in tre anni, accumulò diciannove vittorie consecutive, quindici delle quali arrivate per atterramento.

Durante questa striscia vincente, ad ogni modo, finì al tappeto per due volte ed in una di queste occasioni, contro il britannico Cooper, fu salvato dalla campana del quarto round.


Il suo stile sfrontato andava rivisitato in ottica della grande chance mondiale contro l’indiscusso campione dei massimi, Sonny Liston.

Il passato criminale, i legami con la mafia, la personalità di forte intimidazione: tutto lasciava presagire che Liston avrebbe terrorizzato Cassius Clay, pappandoselo in un sol boccone. I bookmaker ufficiali quotavano 7-1 lo sfavoritissimo pugile del Kentucky, ma i banchetti meno istituzionali arrivavano a promettere pagamenti di venti volte la posta.

A Miami, il 25 febbraio del 1964, andò in scena quella che è tuttora unanimemente riconosciuta come la più straordinaria sorpresa nella storia dello sport.

Liston si scagliò contro Clay al rintocco del primo round, dimostrando come il tanto parlare del giovanissimo pugile lo avesse effettivamente irritato.

Volerò come una farfalla, pungerò come un’ape”, “Non puoi colpire quello che non vedi”, sono alcune delle più famose frasi di Clay, passate alla storia, coniate proprio in vista di quell’incontro.

Dopo due riprese equilibrate, una lunga combinazione di Clay fece piegare le gambe al campione; l’occhio di Liston era tagliato, per la prima volta in carriera, ed il pubblico non credeva a quanto stava vedendo.

All’inizio del quarto round, Clay accusò irritazione agli occhi, tale da renderlo quasi cieco, probabilmente dovuta all’unguento intorno alla ferita di Liston finito nei guantoni; intenzionato a ritirarsi, si fece convincere da Angelo Dundee a continuare a combattere.

Superò un difficile quinto round, le lacrime ed il sudore lavarono gli occhi e dominò il sesto round in maniera evidente.

Sonny Liston non rispose alla chiamata della settima campanella: Cassius Clay, a soli 22 anni, era l’unico campione del mondo dei pesi massimi. La sua espressione, con gli occhi spalancati ed increduli, fece il giro del mondo.

Durante lo stesso anno, al termine di una lunga ricerca spirituale, Cassius Clay si convertì all’Islam, religione che gli sembrava essere più sensibile alle ingiustizie sociali che le persone di colore soffrivano nel territorio statunitense, cambiando il proprio nome in Cassius X, nei primi tempi, per poi passare al nome Muhammad Ali. Quello con cui sarebbe passato alla storia.

Dopo che ebbe brillantemente combattuto contro Chuvalo, Henry Cooper e Zara Folley, tra gli altri, ad Ali fu sospesa la licenza di combattimento per essersi schierato contro l’iniziativa militare americana in Vietnam ed aver rifiutato l’arruolamento.

La sua obiezione di coscienza divise l’America.

Ancor prima del pronunciamento della Corte Suprema, che avrebbe giudicato inammissibile il suo arresto, Ali tornò sul ring battendo Jerry Quarry, dopo aver sprecato quasi quattro anni nell’età in cui un atleta solitamente tocca il proprio apice, dando il via ad una delle più fervide stagioni per i pesi massimi.

Molti dei più grandi match della storia lo ebbero come protagonista.

La possibilità di tornare campione arrivò presto, in quello che fu presentato come il “più grande incontro del secolo”, non allontanandosi troppo dalla realtà.

Al Madison Square Garden, l’8 marzo del 1971, Ali affrontò il campione Joe Frazier, dopo averlo attaccato con settimane di ‘trash talking’ e, forse, passando il segno con pesanti offese personali.

Frazier vinse per decisione unanime, lavorando l’avversario al corpo in maniera devastante per tutto il match, ed atterrandolo con un potente gancio sinistro alla testa all’ultimo round, dal quale Ali si riebbe, comunque, in soli tre secondi.

Ali conobbe così la prima sconfitta.

Dopo un altro filotto di vittorie, incappò pure nella seconda, ad opera dello straordinario Ken Norton, ma si prese in breve tempo le rivincite sia su Norton, sia su Frazier.

Gli si profilò, quindi, la chance di strappare il mondiale a Big George Foreman, uno degli uomini più forti di tutti i tempi, che aveva sette anni meno di Ali ed aveva spazzato via con facilità gli avversari che lo avevano battuto, Norton e Frazier.

La sede dell’incontro, quella di Kinshasa, scelta per le offerte milionarie del re del Congo, garantiva folle oceaniche e caldo tropicale; l’orario per l’inizio del match, le quattro del mattino, consentì la diretta negli Stati Uniti.

Contro le previsioni, Ali fece un match strepitoso, incontrando spesso il potente avversario e gestendo la sovrumana forza di Foreman col famoso rope-a-dope; all’ottavo round, uno spento ed esausto Foreman andò al tappeto, accompagnato da Ali che, con grande spirito, gli risparmiava l’ultimo colpo.

A seguito di questa grande vittoria, Ali fu invitato a cena alla Casa Bianca dal Presidente Jimmy Carter.

Nemmeno un anno dopo, a Manila, Ali disputò l’incontro di bella con Joe Frazier, in un altro epico match concluso al suono della quindicesima ed ultima ripresa, al cui tocco Frazier non rispose.

Entrambi i pugili terminarono l’incontro provatissimi dai 38 gradi e dall’elevata umidità. Ali avrebbe detto più tardi che quel match era stato come “andare all’inferno e tornare“.

Incontri così difficili, in ambienti cosi duri, probabilmente lasciarono il segno sulla salute del grande combattente di Luoisville.

Nel ’79, dopo aver perso e ripreso il titolo da Leon Spinks, Alt si ritirò, facendo il grande errore di tornare alla fine del 1980, per confrontarsi con un giovane Larry Holmes: i segnali del morbo di Parkinson furono evidenti nelle interviste del dopo match, perso per Knock-out.

Un anno più tardi, con una sconfitta ai punti contro Trevor Berbick, Muhammad Ali appese definitivamente i guanti al chiodo.

La boxe perdeva così un protagonista sensazionale, che aveva attraversato le ere, che aveva combattuto e vinto con avversari ritenuti imbattibili.

Dell’uomo che tanto aveva dato allo sport, il cui nome e le cui gesta erano conosciuti in ogni lato del pianeta, restava il grande spirito, poiché il fisico era minato dalla malattia: nel 1984, a 42 anni, annunciò quello che era a tutti già evidente, ossia di esser malato di Parkinson.

Le sempre più precarie condizioni di salute non gli impedirono di essere, nel 1990, il personaggio fulcro grazie alla cui mediazione quindici giovani soldati americani lasciarono le carceri irachene.

Nel 2000 l’ONU lo nominò Ambasciatore di Pace.

Nel 2009 fece visita alla cittadina di Ennis, in Irlanda, da cui suo trisavolo Abe Grady era emigrato tanti anni prima, in un evento che gli abitanti del luogo io suppongo essi ricordino ad ogni pinta di birra.

L’anno scorso, ricoverato per le complicazioni di una polmonite, sembrava che la vita di Cassius Marcellus Clay, alias Muhammad Ali, fosse giunta alla fine.

Rimbalzato sulle corde, il vecchio Ali ordì una delle sue strategiche trame pure con la morte stessa, rimanendo ancora tra noi.

Fino alla mattina del 3 giugno di due anni fa. Quando il suo cuore da leone ha cessato di battere.

Il Paradiso lo avrà già accolto, perché Ali, il suo personale inferno, lo aveva già vissuto insieme al suo avversario Joe: tanti anni fa su un ring di Manila, Filippine.

Marco Nicolini

Gazza è tornato, nel migliore dei modi

Gazza è tornato, nel migliore dei modi

Se pensiamo a Paul Gascoigne non possiamo dimenticare le sue mitiche gag dentro e fuori dal campo quando ancora il calcio era la sua vetrina più importante. La sua seconda vita, invece, ci ha raccontato un Gazza in eterno conflitto con la dipendenza dall’alcol con la quale ha combattuto, è caduto, si è rialzato e continua a combattere. Fin troppo esasperata la sua situazione dai tabloid inglesi famelici di notizie che chiamarle tali sembrerebbe un insulto, l’hanno ritratto nel baratro più volte, in condizioni che fanno male agli occhi delle persone che non hanno dimenticato quel suo sorriso pazzo e quell’aria di chi il calcio lo giocava senza quella tensione figlia di questi tempi.

L’abbiamo visto seminudo con la bottiglia in mano vagabondare senza lucidità e oltremanica non sono mancate le accuse verso quei giornalisti che organizzavano la linea editoriale sulle cadute di Paul, sugli squarci della sua precaria esistenza. La sorella accusò addirittura il Sun di aver messo delle bottiglie di liquore davanti casa dell’ex Lazio così da indurlo a bere e rimediare l’ennesima notizia pruriginosa che faceva vendere tante copie sulle spalle di una persona malata.



Di recente, però, è riapparso grazie ai social. In forma, mentre beve un cappuccino, sembra essere rigenerato. Uno sguardo più vivo e un barlume di quel sorriso indimenticabile ci hanno riportato indietro nel tempo. A quando ammoniva l’arbitro o gli odorava l’ascella. Un giocatore che manca davvero al calcio di oggi fatto di bambini troppo uomini per la carta d’identità che possiedono, capaci di ridere a comando solo davanti ad una telecamera. Ma, come si dice, non è quello che sei ma quello che fai che ti qualifica. E a qualificare Gazza questa volta non sono stati gli scatti ossessivi di un fotografo in cerca di scoop ma il gesto di solidarietà che l’ex leone inglese ha fatto nei confronti di una bambina.

Dopo aver letto su Twitter l’annuncio di un padre disperato in quanto la sua famiglia era stata derubata di un costoso macchinario che permetteva alla figlia disabile di poter comunicare con i suoi genitori, Paul ha deciso di donare 1000 sterline alla campagna di crowdfunding messa in piedi per poter riacquistare l’apparecchio. Una richiesta d’aiuto che in poche ore è diventata virale coinvolgendo 2000 persone che hanno condiviso il post. Oltre a Gazza la questione ha colpito al cuore altre celebrità dello sport come la leggenda Alan Shearer e il tennista Andy Murray che stanno supportando l’appello del padre.

Il futuro di Gascoigne è ancora incerto e anche in passato altre volte ci eravamo illusi che la sua battaglia fosse definitivamente vinta ma non era stato così. Oggi vediamo un uomo di 50 anni segnato dalla dipendenza, ma che non si arrende. Che combatte, per lui e, in questo caso, anche per gli altri. Perché duellare con i propri demoni in un mondo in cui altri demoni hanno una tastiera sempre pronta a sfornare condanne preventive e scoop succhiasangue per dovere di trend (e non certamente di cronaca) è davvero difficile. Ma oggi anche i demoni stanno a guardare, perché Gazza is Back e l’ha fatto nel migliore dei modi.

 

 

 

La Rivoluzione delle Donne Iraniane contro il Regime Anti-Stadio è finalmente realtà in Arabia Saudita

La Rivoluzione delle Donne Iraniane contro il Regime Anti-Stadio è finalmente realtà in Arabia Saudita

Lo scorso weekend in Arabia Saudita per la prima volta in uno Stadio per una partita di calcio maschile è stato consentito l’ingresso alle donne che, dopo la possibilità di guidare, hanno ottenuto un’altra vittoria di carattere sociale in un Paese ancora indietro per quel che riguarda i diritti civili, in particolare verso il gentil sesso. Le restrizioni rimangono, come i settori separati dagli uomini non sposati così come il tragitto per raggiungerli. Ma prima di loro, 20 anni fa, le donne iraniane si opposero al divieto, diventando simbolo di libertà.

Il 29 novembre del 1997 è un sabato. In molte parti del mondo, è un giorno come un altro che da inizio ad un fine settimana qualsiasi. In Italia i giornali raccontano del passaggio di Beppe Signori dalla Lazio alla Sampdoria. Dopo 5 anni e oltre 100 gol segnati con la maglia biancoceleste, Beppe-gol, incoronato dai tifosi laziali come l’ottavo Re di Roma, saluta e se ne va. Approda nella Genova blucerchiata chiuso dall’arrivo nella Capitale di Roberto Mancini, ex capitano della Sampdoria. I due (il Mancio e Beppe-Gol) si scambiano quindi le maglie passandosi anche un testimone difficile: quello di riempire il vuoto lasciato nei cuori dei rispettivi ex tifosi. Mentre in Italia la chioma bionda e il volto sbarazzino di Signori riempiono le pagine dei giornali sportivi, in Iran il 29 novembre del 1997 gli occhi sono tutti puntati sulla nazionale di calcio. Il pallone, bollato dal regime degli ayatollah come “inutile perdita di tempo tipica degli occidentali”, rappresenta invece per molti cittadini iraniani, una speranza di libertà.


Lo è soprattutto per le donne, che hanno visto cambiare le cose con il ritorno al potere (nel febbraio del 1979) dell’ayatollah Khomeini. Se prima, come racconta Franklin Foer nel suo libro “Come il calcio spiega il mondo”, negli anni dello scià Reza Pahlavi (e prima ancora con il padre Reza Khan) il calcio era diventato a mano a mano “l’attività prediletta del regime”, con l’ayatollah Khomeini diventa un’attività da mettere al bando. Non a caso, tra le prime azioni politiche del nuovo regime (di forte carica simbolica) c’è anche la presa in possesso del campo di calcio dell’Università di Teheran che lo Scià aveva espropriato. Sotto Khomeini, il campo, viene invece riadattato come centro di preghiera.

Recita un’invettiva dell’epoca che anche Foer riporta nel suo libro, che il calcio nell’Iran degli ayatollah diventa  un modo per scimmiottare inglesi e americani per brillare nelle arene internazionali anziché impegnarsi nella jihad nei villaggi dove mancano le cose più elementari”.

Per le donne iraniane invece il pallone significa ben altro: modernità, libertà, riconoscimento dei loro diritti. Come quello di poter assistere ad una partita di calcio e senza limitazioni. Un diritto che invece il regime degli ayatollah ha severamente vietato. E il divieto valeva anche quel sabato 29 novembre 1997. Quando la nazionale iraniana è chiamata ad ottenere una storica qualificazione ai mondiali di calcio che dovranno disputarsi in Francia. L’avversario in programma è l’Australia e la partita decisiva si gioca a Melbourne. L’andata è terminata sul risultato di 1-1. Nella sfida di ritorno l’Australia, è avanti per due reti a zero quando manca un quarto d’ora al triplice fischio. Fino a quel momento, l’Iran è una squadra irriconoscibile. Come scrive lo stesso Foer “sembra quasi che il regime abbia ordinato la sconfitta”.

Ma negli ultimi quindici minuti invece accade l’incredibile. La formazione allenata dal brasiliano Valdeir Vieira (l’allenatore in “giacca e cravatta”) rimonta lo svantaggio e riesce ad agguantare il pareggio. Per la regola dei gol fuori che valgono doppio sono gli iraniani a qualificarsi. E, al fischio finale, non può essere altrimenti, a Teheran è il tripudio. La gente scende nelle piazze a festeggiare. Donne comprese, che per l’occasione vogliono liberarsi dei vincoli che il regime impone loro. Come quello di portare l’hijab che infatti tolgono e gettano via. Racconta  lo stesso Foer, che anche i basiji (le guardie della milizia religiosa) una volta sul posto, si sarebbero fatti coinvolgere nei festeggiamenti. E’ un clima di festa generale che però preoccupa e non poco il governo di Khatami. Il quale, infatti prende provvedimenti. La paura tra gli uomini del regime, è quella che la festa del popolo possa trasformarsi in ben altro. Forse in un’altra straordinaria ondata di rivoluzione come quella che permise a Khomeini di ritornare in Iran, diciotto anni prima.

Per questo che alla nazionale di calcio viene imposto di fermarsi a Dubai per qualche giorno, per permettere che la situazione torni alla normalità. E quando i ragazzi di Vieira ritornano in patria viene organizzata una grande festa allo stadio Azadi di Teheran. La squadra arriva addirittura in elicottero. Alle donne però, il regime per un’altra volta ancora, ha imposto di non poter prendere parte ai festeggiamenti. Migliaia di ragazze si radunano così fuori dallo stadio. Molte di loro iniziano un’azione di protesta contro la polizia.  Vogliono assolutamente entrare allo stadio e festeggiare la qualificazione ai Mondiali. La polizia, forse intimorita dalla possibilità di incidenti, cede e concede l’ingresso ad alcune migliaia di loro che vengono  sistemate in un settore speciale. Ma sono le altre migliaia rimaste fuori che non accettano la decisione. E allora decidono di farsi giustizia da loro: sfondano il cordone della polizia ed entrano allo stadio. A quel punto, anche i poliziotti capiscono che non possono farci niente. Quel giorno, possono solo restare a guardare. E festeggiare insieme agli uomini e alle donne iraniane. Per un giorno, il regime degli Ayatollah si è sentito meno forte. E il popolo iraniano più libero.

Vollero chiamarla così: la rivoluzione del pallone.

Oggi la situazione in Iran non sembra cambiata molto e sono recenti gli episodi in cui alcune tifose, pur munite di biglietto, sono state respinte all’ingresso dello stadio. Ma quello che fecero quelle eroine deve essere un monito per tutte le donne che combattono ogni giorno per sentirsi finalmente, e pienamente, libere.

Il viaggio americano di Nasri tra allusioni sessuali e accuse di doping

Il viaggio americano di Nasri tra allusioni sessuali e accuse di doping

Cinque anni a Manchester, sponda City, poi due estati fa l’arrivo di Pep Guardiola sulla panchina biancazzurra ed il conseguente addio dai Citizens: “Per te qui non c’è spazio, Samir“, queste, più o meno, le parole del tecnico catalano al diretto interessato.

Per Samir Nasri, dunque, ex bambino prodigio del calcio francese, classe 1987, nuova vita in un nuovo campionato; ad attenderlo il Siviglia del mago argentino Jorge Sampaoli, capace di portare il piccolo Cile dove mai era giunto prima (vittoria in Copa America e ottime prestazioni al Mondiale brasiliano del 2014).

Poco dopo l’approdo in Andalusia, comunque, Nasri non smentisce la passione (già conosciuta ai media inglesi) per le belle donne e la vita un po’ sopra le righe, affermando: “Qui il cibo è ottimo e, soprattutto, le ragazze sono stupende”.

Nonostante ciò, il ragazzo di Marsiglia, sembra rinascere nella Liga Spagnola: un avvio di stagione, tra campionato e Champions League fatto di prestazioni ben più che semplicemente sufficienti.



Samir Nasri pare tornato quello che ai tempi dell’OM veniva indicato da tutti gli addetti ai lavori come il migliore prodotto del calcio transalpino della sua generazione. Neppure qualche contrattempo fisico lo ferma.

E’ di questi giorni, tuttavia, una notizia che potrebbe avere ripercussioni piuttosto pesanti per la carriera (e la vita) dell’ex City che dopo l’esperienza in Spagna è in forza all’Antalyaspor.

Durante le festività natalizie dello scorso anno, il calciatore si è recato presso la clinica statunitense Drip Doctors. La struttura è gestita da 5 sorelle, le Sozahdah, e si occupa di cure mediche per rigenerare sportivi e persone dello spettacolo.

Lo scandalo scoppia quando sul proprio profilo Twitter ufficiale, Nasri si vanta di aver avuto rapporti sessuali con una delle dottoresse, esaltando le prestazioni del “servizio completo”.

Una delle sorelle Sozahdah, dal canto suo, su Twitter pubblica una foto con il calciatore, confermando (ovviamente) solo l’incontro a fini medici.

I post su Twitter successivamente vengono cancellati, col calciatore francese che afferma di aver subito un hackeraggio del proprio profilo.

Fosse soltanto per questa vicenda, ci si limiterebbe al puro gossip. C’è, invece, dell’altro. Nella clinica Drip Doctors, infatti, Nasri si sarebbe recato per effettuare delle trasfusioni di sangue.

Chiariamo, le trasfusioni intravenose non sono di per sé vietate agli atleti. Esistono, tuttavia, due regole ben precise che non possono essere eluse: non debbono essere superati i 50 ml di sangue e, elemento quasi ovvio ma fondamentale, non devono riguardare sostanze proibite.

Per questo motivo è immediatamente partita una procedura investigativa dell’AEPSAD (Agencia Española de Protección de la Salud en el Deporte), volta a verificare dosi e sostanze. Nel frattempo, la clinica con sede in California si è affrettata a informare che a Nasri sarebbero state iniettate sostanze (tra cui vitamina B e C) lecite unicamente con l’obiettivo di idratarlo e mantenerlo in forma durante il resto della stagione sportiva.

L’inchiesta, intanto,era andata avanti e impazzavano voci di possibili squalifiche esemplari per il calciatore (addirittura si vociferava per un periodo fino a quattro anni). Il giocatore aveva fatto ricorso al TAS che ieri ha respinto la sua richiesta e di fatto ha ridato via alle indagini della Wada, interrotte per il procedimento in corso. E è anche confermato il rischio che il calciatore possa essere squalificato per 4 anni.

Arcadio Venturi, il Piombino e la Roma in Serie B. Un incubo divenuto leggenda

Arcadio Venturi, il Piombino e la Roma in Serie B. Un incubo divenuto leggenda

Signore e signori, da questo momento la Roma è in serie B. Ma la Roma non si discute, si ama. Sempre“. Così un impietrito Renato Rascel, durante una rappresentazione al Teatro Sistina, annunciava la discesa dei giallorossi in cadetteria. Una frase che sarà destinata a passare alla storia, venendo impressa su sciarpe e bandiere e fungendo da vero e proprio motto anche in quei pochi momenti di giubilo vissuti dal tifo romanista. È l’anno 1951. L’annus horribilis per il club capitolino, quello della prima (e sinora unica) retrocessione. La Roma in Serie B è una storia che in pochi hanno raccontato, perché in pochi si sono chiesti cosa volesse dire, soprattutto all’epoca, scendere negli inferi di un campionato tosto, lungo e contraddistinto da vere e proprie battaglie su campi di provincia. Dove la Roma era attesa con il coltello tra i denti da tifosi e giocatori, vogliosi di scrivere un’impresa che sarebbe rimasta negli annali delle rispettive società.



Riavvolgiamo il nastro. La Roma è reduce da un gravoso fallimento, quello legato al progetto di Fulvio Bernardini della stagione precedente, conclusa al diciassettesimo posto con una salvezza ottenuta soltanto in extremis (nonostante clamorose vittorie con Juventus e Milan). Un mix tra poca lungimiranza e scarsa organizzazione, con il presidente Pier Carlo Restagno che non volle concedere al Professore il contratto triennale e lo stesso che trovò immensa difficoltà ad amalgamare una rosa giovane, passata quell’anno dal metodo al sistema. Sarà Luigi Brunella, dalla trentaseiesima giornata, a garantire la permanenza in A ai giallorossi. Da lì a pochi anni Bernardini dimostrerà a Firenze e Bologna tutta la bontà delle sue idee, mentre la Roma, affidata nel 1950/1951 inizialmente ad Adolfo Baloncieri, conoscerà l’onta della retrocessione. Non bastano le individualità di Mario Tontodonati e il carisma di capitan Tommaso Maestrelli, che l’anno dopo verranno ceduti con il secondo che un ventennio più tardi diverrà il profeta del primo scudetto laziale. Un declassamento che era nell’aria. Gli investimenti fatti nella stagione precedente erano irripetibili e nonostante fosse stata mantenuta l’intelaiatura ci furono grandi difficoltà, tra cui l’inserimento dei tre svedesi Knut Nordhal, Sune Andersson e Stig Sundqvist. In panchina dopo Baloncieri si avvicendarono il sergente di ferro Pietro Serantoni e Guido Masetti (portiere della Roma tricolore nove anni prima). A nulla servì neanche la vittoria all’ultima giornata, contro il Milan Campione d’Italia. La Roma era in B, gettando nello sconforto buona parte della città e l’annichilito pubblico dello Stadio Nazionale.

Dal fondo si può e si deve risalire. In società torna Renato Sacerdoti, già presidente tra il 1928 e il 1935 e figura chiave nel club. Al suo rientro organizza la stagione in maniera entusiasmante, basti pensare alla campagna abbonamenti di quell’annata (seconda soltanto all’Internazionale che vincerà lo scudetto) e ai giocatori che figurano in rosa. Arriva Carletto Galli, attaccante fortissimo nel gioco aereo e conteso da diverse squadre e viene confermato Arcadio Venturi, talentuoso mediano sinistro già nel giro della Nazionale e ingaggiato come tecnico Giuseppe Viani, l’inventore, assieme ad Antonio Valese ai tempi della Salernitana negli anni ’40, del Vianema una tattica che consisteva in un importante revisione del sistema e che, di fatto, introdusse per la prima volta la figura del libero in maniera assidua. Confermato anche il capitano Armando Tre Re, granitico difensore centrale.  La Roma è pronta ad affrontare uno dei campionati di Serie B più difficili di sempre, a causa dell’unica promozione diretta in palio (la seconda, in questo caso il Brescia, se la vedrà con la terz’ultima della Serie A, in questo caso la Triestina, nello spareggio di Valdagno vinto di misura dai giuliani) per la riforma del torneo volta all’abbassamento del numero di squadre partecipanti. Il pubblico romanista ha assorbito la botta ed è pronto a invadere stadi e campi di piccola capienza, non abituati alla foga giallorossa. A tal merito Sacerdoti, per evitare che tanti si mettano in viaggio senza biglietto fa organizzare dei veri e propri cinematografi dove vedere le partite. Esemplare l’appello alla tifoseria in occasione dell’ultima partita, quella disputata a Verona, che vale la promozione. A dire il vero furono in pochi ad ascoltarlo e se le cifre ufficiali parlano di 5.000 tifosi giunti nella città di Romeo e Giulietta non si fatica a pensare che il numero potesse essere ufficiosamente più alto.

Arcadio Venturi è sicuramente il giocatore più amato tra i tifosi. La sua classe e il suo modo serioso e professionale di porsi conquistano subito i supporter giallorossi. Lui, emiliano di Vignola, che ha esordito in maglia romanista proprio sul campo del Bologna, non ha dimenticato le nove stagioni all’ombra del Colosseo (18 gol in 288 presenze): “La città reagì molto male – ricorda -. Ci fu un vero e proprio scandalo, si diceva che alcuni giocatori non si impegnassero perché frequentavano ambienti poco consoni alla vita di uno sportivo. E la cosa non era poi così distante dalla realtà. Io sono sempre stato ligio alle regole, anche perché in quegli anni non si guadagnava moltissimo con il calcio e le società erano totalmente proprietarie del cartellino, disponendo della vita dei calciatori. Basti pensare che io sono andato ad abitare dove voleva il club. Eravamo da poco usciti dalla guerra, c’era la miseria e davvero poche pretese. Tuttavia avendo iniziato da poco fui quello che risentì meno della retrocessione – continua – se a livello societario la situazione era disastrosa, la stagione 1951/1952 per me fu una delle più importanti, dato che al termine del campionato potei disputare le Olimpiadi in Finlandia”Era un calcio sicuramente differente: “Vedere i campi in sintetico e tutti gli accorgimenti, a volte eccessivi, utilizzati oggi mi fa un po’ sorridere. Io ricordo che all’epoca per eludere i controlli dell’arbitro mettevamo i chiodi sotto agli scarpini, dato che eravamo costretti a giocare su pessimi terreni in ogni condizione climatica. Oggi vedo delle scarpette che a volte assomigliano più a pantofole. Sull’annata di B ho un flash: giocavamo a Messina, nel vecchio stadio Celeste, e ci venne assegnato un calcio di rigore effettivamente non nitidissimo. Io ero il rigorista e lo realizzai tra i fischi assordanti del pubblico. Valse la vittoria e per me era un orgoglio. Quando giocavo male con la Roma mi sentivo male, il giorno dopo ero costretto a rifugiarmi al bar con gli amici che mi giudicavano per ciò che ero e non per come giocavo. Ma i tifosi della Roma sono un qualcosa di unico, ti fanno diventare più grande di ciò che sei. Quell’anno, nonostante la Serie B, ci seguivano in massa ovunque e lo Stadio Nazionale era sempre pieno. In tanti venivano anche durane gli allenamenti. Quando qualcuno che conosco va a Roma gli dico sempre: “Scommetti che poco dopo esser arrivato sentirai parlare di calcio e della Roma?”. Questo non accade a Milano o Torino. È anche un’arma a doppio taglio, certo. Perché quando vincevamo il derby, ad esempio, potevamo campare di rendita e negli squadroni del Nord non te lo permettono. Io l’ho provato a Milano, con l’Inter. Devi rimanere sempre concentrato”.

Venturi è stato di recente inserito nella Hall of Fame dell’AS Roma: “È stata un’emozione unica entrare all’Olimpico dopo così tanti anni. Di solito vedo le partite in televisione, ma se si vuol vedere il calcio bisogna andare allo stadio. Nel 1953 – dice – inaugurai l’Olimpico (allora Stadio dei Centomila) ma ora è totalmente diverso. Mi sono seduto vicino a Losi, con cui ho giocato e abbiamo parlato dei vecchi tempi. Riso su tutte le differenze che ci sono. I ritmi sono cambiati radicalmente ma anche l’alimentazione. Ai nostri tempi ci era proibito bere e ci facevano mangiare solo proteine. Quello che mangiavo da professionista era totalmente sbagliato. Però credo anche che oggi gli allenatori siano troppo specializzati e allenare stia diventando una vera e propria scienza che non condivido. Idem per la stampa sportiva. Ai miei tempi in poche righe si riusciva a concentrare tutta la partita e il commento sportivo, oggi i giornalisti si perdono sempre in cose di poco conto”. Una lunga carriera con tante amicizie, soprattutto nella Capitale: “Sicuramente la persona con cui strinsi più rapporti fu Amos Cardarelli, anche perché successivamente andammo pure all’Internazionale insieme. Anche con Alcide Ghiggia ci fu molta amicizia, tanto che decise di dare a suo figlio il mio stesso nome. Devo dire che l’anno in cui retrocedemmo, che coincise con il mio arrivo alla Roma, ricordo molto bene la preparazione effettuata a Sora. Maestrelli e Tontodonati si aggregarono più tardi ed ebbi l’onore di conoscerli e apprendere tanto da loro. Gli allenatori non facevano i manager come ora e noi eravamo i giudici di noi stessi. Dovevamo imparare tutto e questo ci permetteva di conoscere meglio il calcio. Sapevamo come marcare i Riva o i Sivori di turno”.

In un campionato estenuante e ricco di ostacoli sono la Roma e il Brescia a contendersi la vetta. I capitolini avranno la meglio per un punto, nonostante il pareggio casalingo e la sconfitta con i lombardi rimediata in una contestatissima gara disputata al vecchio Stadium Porta Venezia, con il club giallorosso che presenterà ricorso nei confronti del direttore di gara per aver fatto continuare nonostante la fitta nebbia. Tra le partite passate agli annali in quella stagione di cadetteria c’è sicuramente la sconfitta di Piombino per 3-1, contro la sorprendente compagine locale che terminerà il campionato al sesto posto. Marcello Cardinali, che del Piombino è stato portiere negli anni settanta e al tempo della partita era bambino, ricorda: “È stato sicuramente l’evento più importante a livello sportivo per l’intera città. In quella partita il Magona (stadio di proprietà dell’omonima industria siderurgica n.d.r.) si riempì all’inverosimile. C’erano ufficialmente 12.000 spettatori, non so come fecero ad entrare. È strano pensarlo vedendo oggi in che condizioni è ridotto. Per noi resta una chiesa, anzi vorremmo che tornasse a essere il nostro Colosseo: vecchio ma ben tenuto. La maggior parte dei romanisti vennero in treno, arrivando in città sin dalle prime ore dell’alba. La stazione dista circa cento metri dallo stadio e da subito cominciarono i primi sfottò tra le tifoserie. Sicuramente erano più romani che piombinesi, nonostante a sostenere i nerazzurri fossero venuti in tanti anche dal circondario. Si dice – ricorda – che quel giorno i venditori ambulanti fecero affari d’oro. Con migliaia di panini venduti. Negli anni successivi la giornata non verrà dimenticata neanche a Roma, basti pensare alle dichiarazioni di Franco Evangelisti (braccio destro di Giulio Andreotti e nominato presidente del club nel 1965 n.d.r.) che in una trasmissione televisiva dichiarò di amare talmente tanto la Roma da averla seguita persino in Serie B, avendola vista perdere a Piombino”. In quegli anni controlli e scorte non funzionavano certo come ora e anche il circo mediatico era meno attento a quello che succedeva all’interno e all’esterno degli stadi: “Al termine del match – racconta Cardinali – ci furono i classici sfottò dei piombinesi nei confronti dei romanisti, giunti in città con la classica strafottenza di chi pensa a una passeggiata di salute contro una piccola squadra. Addirittura nella zona della Borgata Cotona, un luogo abitato principalmente da operai della Magona, alcuni romanisti giunti in pullman furono presi di mira da numerose sassaiole”.

E queste scene si ripetevano spesso nei piccoli stadi della categoria. Castellammare di Stabia, Salerno, Lucca, Valdagno. Campi stretti e tifoserie calde. Basta aprire qualsiasi giornale dell’epoca per scoprire il caos creato dall’arrivo dei tifosi giallorossi in moltissimi dei luoghi che vedevano protagonista la squadra di Viani. È anche per questo che all’indomani della promozione in A lo Sport Illustrato titolerà con un qualcosa di simile a Basta stazioni piccole e situazioni rabberciate”. Quella domenica del 22 giugno 1952 fu una vera e propria liberazione. Tra i più commossi c’erano sicuramente il direttore sportivo Vincenzo Biancone e il massaggiatore Angelino Ceretti, con il primo che imbarazzato disse di non sapere se la più grande gioia della sua carriera fosse stata lo scudetto del 1942 o la promozione in A. Al triplice fischio del Sig. Longagnani di Modena iniziò la festa al vecchio Bentegodi, con Sacerdoti che abbracciò talmente forte un giornalista da rompergli la macchinetta fotografica. Qualche giorno più tardi gliene regalò una nuova, con un biglietto di felicitazioni relativo a quella giornata.

 

“Semo giallorossi e lo sapranno, tutti l’avversari de strart’anno, finché Sacerdoti ce sta accanto, porteremo sempre er vanto, Roma nostra brillerà”. Canzone di Campo Testaccio.

Per le foto si ringraziano il sito www.asromaultras.org e Marcello Cardinali di Piombino

Yusra e la più grande nuotata: dal gommone trainato alle olimpiadi di Rio

Yusra e la più grande nuotata: dal gommone trainato alle olimpiadi di Rio

Il 14 Gennaio 2018 si celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Per l’occasione vi raccontiamo la splendida favola di Yusra Mardini, simbolo di coraggio e speranza.

Le acque dell’Egeo sanno essere fredde. Anche ad agosto. E specie se una buona dose di freddo te la porti dentro.

Nell’ultimo agosto prima di quello olimpico in Brasile, quello che racconterà di sogni di medaglie d’oro, di record e di promesse di immortalità, le acque dell’Egeo – mare di eroi, di miti e poemi – hanno raccontato una storia.


La più grande nuotata della sua vita, Yusra l’ha fatta nell’agosto del 2015. Una performance da fondista, lei che ha sempre preferito una distanza come i 200 stile libero. Poco importava: Yusra ha imparato presto ad adattarsi, ad arrangiarsi, a nutrire la speranza bracciata dopo bracciata. La più grande nuotata della vita di Yusra Mardini, diciassettenne siriana con un mondiale di nuoto, quello del 2012 ad Istanbul, già alle spalle, è durata quattro ore. Quelle che sono servite a trainare, assieme a sua sorella, il gommone da sei persone che dalla Siria ne stava portando in Grecia più di venti: il motore era andato, il gommone stava imbarcando acqua, e quelle venti persone stavano per abbracciare una tomba liquida, come molte altre prima di loro, come molte altre dopo. Sa essere pesante, un gommone che imbarca acqua. Ma Yusra si è tuffata, e bracciata dopo bracciata, l’ha portato fino all’isola di Lesbo, terra di grandi donne ed impareggiabile poesia. Ci è arrivata, a toccar terra: stremata, semiassiderata, ma viva.

Ha imparato presto ad arrangiarsi, Yusra. Fin da quando la sua casa a Damasco venne giù, sotto le bombe della guerra civile siriana. Ha imparato presto anche a sostituire i propri sogni di medaglie olimpiche, record e immortalità, con uno più importante: un viaggio, dalla Siria straziata al Libano, alla Turchia nelle quale aveva vissuto il suo primo mondiale da nuotatrice, e poi la traversata della speranza, verso la Grecia, per arrivare in Germania. Oggi, dopo quella disperata nuotata di quattro ore senza cronometro e senza medaglie, Yusra ci vive, in Germania. A Berlino è stata raggiunta anche dai suoi genitori. In Europa, sparse un po’ ovunque, ci sono le altre 18 persone che lei ha salvato, perché non ha permesso all’Egeo di prendersele, come molte altre prima, come molte altre dopo.

Questa storia ha un altro capitolo. Questo capitolo comincia esattamente un anno dopo quel tuffo, e quella nuotata di quattro ore. Un anno dopo, Yusra nuoterà ancora. Niente fondo: sarà la sua gara, i 200 stile libero. E sarà alle Olimpiadi di Rio. Yusra Mardini sarà uno dei dieci atleti della squadra olimpica del ROA (Refugee Olympic Athletes), la squadra di quel paese di 60 milioni di persone che non é paese, quello dei rifugiati, che per la prima volta sarà ai Giochi. Gli altri sono Rami Anis, 25 anni, Siria, 100 farfalla;  Yolande Mabika, 28 anni, Repubblica Democratica del Congo, judo; Paulo Amotun Lokoro, 24 anni, Sud Sudan 1.500 metri; Yiech Pur Biel, 21 anni, Sud Sudan, 800 metri; Rose Nathike Lokonyen, 23 anni, Sud Sudan, 800 metri; Popole Misenga, 24 anni, Repubblica Democratica del Congo, judo; Yonas Kinde, 36 anni, Etiopia, maratona; Anjelina Nadai Lohalith, 21anni, Sud Sudan, 1.500 metri; James Nyang Chiengjiek, 28 anni, Sud Sudan, 800 metri.

Nelle foto ha un sorriso senza ombre, Yusra, diciotto anni all’epoca oggi diciannove, dalla Siria. A Rio 2016 si è fermata alle batterie, arrivando 41esima. Ma ha esultato: “Ho nuotato per tutti i rifugiati”. Che poi, una storia piena di voglia di non morire, lei l’ha già raccontata. Comincia con un tuffo nel mar Egeo, e continua con la più grande nuotata della sua vita.

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Tutto vero: quando Messi stava per andare al Como

Tutto vero: quando Messi stava per andare al Como

Oggi, insieme a Cristiano Ronaldo, è unanimemente riconosciuto come il calciatore più forte in attività. Qualcuno porta avanti anche paragoni con l’altro grande argentino della storia del football, ‘El Pibe de Oro’ Diego Armando Maradona, ritenendo che si tratti dell’unico talento in grado di raggiungere (superare?) i picchi del fenomeno che ha fatto sognare Napoli ad occhi aperti. Stiamo, ovviamente, parlando di Lionel Messi.

Il campione del Barcellona, a trent’anni compiuti da poco, ha vinto praticamente tutto il possibile a livello di club (sono ben noti, infatti, i ‘dolori’ di Messi nella nazionale albiceleste) e personale, con i Palloni d’Oro che in casa dell’argentino ormai verranno probabilmente utilizzati come i nani nei giardini di ogni comune mortale.

Eppure, la storia sarebbe potuta andare in modo molto diverso.

Siamo agli albori degli anni Duemila e l’imprenditore Enrico Preziosi è a capo del Como Calcio, società che, con tanti sforzi economici, il presidente sta tentando di far rientrare nel calcio che conta dopo anni bui. Ci riuscirà nel 2002, quando i lariani tornano nella massima serie in seguito ad un doppio salto di categoria in due anni partendo dalla Serie C.

Grande artefice del miracolo sportivo dei lombardi è il tecnico Loris Dominissini, che tuttavia dopo dodici giornate di Serie A viene esonerato. E’ l’inizio della fine per i biancoblù, che dopo un solo anno tornano immediatamente (e mestamente) in Serie B.


Il grande motivo di rammarico, però, a posteriori, può e deve essere considerato un altro.

Dalle giovanili dei Newell’s Old Boys, infatti, in quel periodo, in Lombardia giunge in prova un ragazzino dalla folta chioma castana. Si chiama Lionel Messi, per tutti semplicemente ‘Leo’. Il ragazzo non è affatto male. Ha numeri importanti ed una velocità con la palla al piede semplicemente eccezionale.

Il problema? ‘Leo’ è gracile, fin troppo pensa qualche ‘esperto’, per il ruvido calcio italiano. Alla fine non se ne fa nulla e Messi si accasa in Spagna poco dopo. E’ il rimpianto del secolo.

A confessare la vicenda, nel 2010, ormai da presidente del Genoa, fu Enrico Preziosi in prima persona. Tra i motivi della rinuncia anche dei problemi con la famiglia dell’argentino. “Quando si prende un ragazzo, c’è tutta una trafila anche per quanto riguarda i genitori, bisogna sistemarli in Italia. C’era tutta una situazione che impegnava la società a fare determinate cose, perché era minorenne.”

Il numero uno rossoblù ci tenne, inoltre, a specificare di non essersi occupato in prima persona della trattativa. “I fenomeni ci sono sempre, allora non ero io il fenomeno, era qualcun altro, però va bene così. Molto spesso sono i direttori sportivi che si occupano dei ragazzi giovani, che decidono di ingaggiarlo o no. Non è per scaricare la colpa, ma è stato così. Avevamo una persona che lo seguiva, avevamo parlato con la famiglia, era molto entusiasta di venire in Italia, però poi non se n’è fatto niente”.

Messi al Como. Sembra roba da Playstation o Football Manager ed invece poteva essere davvero realtà.

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