E lucevan le stelle: il primo punto della Minardi in Formula 1

E lucevan le stelle: il primo punto della Minardi in Formula 1

“La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni” teorizzò Pietro Mennea, indimenticato campione d’atletica leggera, scomparso il 21 marzo di quattro anni fa. Aveva ragione. Se il sogno è fondamentale per sopportare la fatica, questa è indispensabile per porsi e provare a raggiungere un obiettivo. Che può essere un oro olimpico o il sesto posto in una gara di F1. Come quello della Minardi nel gran premio degli Stati Uniti corso a Detroit il 19 giugno 1988. Un risultato che cambiò per sempre la storia del team di Faenza.

«Lo ricordo ancora con immenso piacere, perché coincise col nostro primo punto in F1 quando ancora erano premiati solo i primi sei» racconta oggi Giancarlo Minardi, che alla vigilia di quell’appuntamento richiamò al volante Pierluigi Martini. «In quel periodo avevo un problema con Adrian Campos: non stavamo raccogliendo i risultati sperati e per questo decisi di dare uno scossone all’ambiente riprendendo Piero, con noi al debutto nel 1985, verso il quale nutrivo stima e fiducia». Al diretto interessato non parve vero. «Ricordo tutto perfettamente. A gennaio, sostenni anche un test con la Minardi all’Estoril, e andò bene. Loro poi fecero altre scelte, ma dissero che mi avrebbero richiamato non appena si sarebbe presentata l’occasione. In quel periodo, stavo correndo in F3000, anche con buoni risultati, quando mi arrivò la proposta di Minardi e dell’ingegner Caliri. Mancava meno di una settimana, ma accettai subito».

In ottava fila sulla griglia, davanti piloti (Arnoux) e costruttori (Ligier, Tyrrell) blasonati, dopo il verde Martini, a suo agio nei circuiti cittadini, scalò in fretta la classifica. «Superai diversi concorrenti e dopo una ventina di giri ero quinto». Che chiedere di meglio? Magari che la gara non fosse di sessantatré giri. Perché sotto la canicola, su un asfalto sconnesso, rattoppato col cemento affinché non si sbriciolasse, tra curve ad angolo retto e muretti troppo ravvicinati, stare in pista per due ore era un’impresa titanica. Specialmente con la M188, che montava le sospensioni senza molle idea dell’ingegner Caliri, il cui sviluppo era però rallentato dalle ridotte disponibilità economiche. «Durante la stagione, grazie anche a ingegneri come Aldo Costa e Gabriele Tredozi, migliorammo di tre secondi, ma in quel momento la macchina era dura da guidare anche per Hulk! Dovevo tenere il volante con tutta la forza anche in rettilineo» spiega il pilota romagnolo, che a un certo punto credette di non farcela. «Passai davanti al box, pensavo rimanesse poco, ero distrutto. Invece sul cartello c’era scritto “-43” giri!». Ma lo sconforto durò un attimo. «Quel risultato era troppo importante per noi, così triplicai le forze e strinsi tutto quello che avevo. Fuori e dentro di me».

Tra un tombino da schivare e un sorpasso al campione uscente Piquet sulla Lotus cammellata, complici i ritiri di Ferrari, Williams, Arrows e della Benetton di Nannini, l’unica insidia era il consumo delle gomme.  Che la Minardi decise di non cambiare. «Palmer (il padre del Jolyon oggi in Renault, ndg) ne approfittò per superarmi, ma se le avessi sostituite avrei rischiato di scivolare indietro» precisa Martini, sempre informato sull’andamento della corsa. «Con Piero comunicavamo con i segni e con la lavagna» ricorda Minardi che, più aumentavano i giri, più avvertiva la tensione. «Avevamo paura di incappare in qualche problema di affidabilità o in un errore». Come il cambio che tradì l’altra Minardi, quella di Sala, a nove giri dalla conclusione. O come il brivido regalato poco dopo dallo stesso Martini. «A cinque giri dalla fine, per tenere la macchina in pista, toccai un guard-rail in un modo che nove volte su dieci mi sarei ritirato. Invece filò tutto liscio, forse qualcuno o qualcosa voleva che andasse così».

In quei minuti al cardiopalma, nel cuore di Minardi e dei venti ragazzi della squadra, scorrevano le immagini dei sacrifici economici fatti per arrivare in F1 e di quelli tecnici per la ricerca del miglior assetto. Ma la mente non poteva vederle, quelle immagini, perché concentrata sui parziali sul giro o sul rumore della vettura quando transitava sotto il muretto. Anche chi era nell’abitacolo, pensava solo alla frenata e alla traiettoria successiva. E per non avere problemi, all’ultimo passaggio si sdoppiò di un giro da Senna, vincitore di un gran premio con otto macchine su ventisei al traguardo. Mossa rischiosa, voleva dire altri quattro chilometri, ma forse era tanta la voglia di arrivare e di avere strada libera così da evitare ogni minimo problema fino alla bandiera a scacchi. Che il box salutò con un boato. «Non dimenticherò mai quelle urla di gioia, fu un’esplosione di felicità» dice il costruttore faentino. «Per noi era il primo punto dopo tre anni non facili dal nostro arrivo in Formula-1 e segnò l’inizio di un miglioramento costante».

Se fu vitale per evitare le prequalifiche nella seconda parte della stagione e problematiche di natura finanziaria, quel risultato per lui ebbe anche un altro valore. Significò aver vinto fino in fondo la sua scommessa: stare in Formula-1 con i più grandiFerrari, Tyrrell, Lotus, McLaren, Williams, Brabhamnon da comparsa bensì da attore, recitando una parte, anche se piccola, da poter tramandare ai posteri. «Da quel giorno, anche la stampa si accorse della nostra esistenza e parlò di noi: una grande soddisfazione». Quasi inevitabile fosse arrivata con Martini, pilota dell’esordio nel Circus della scuderia e futuro protagonista dei suoi risultati più eclatanti: il comando di un gran premio (Estoril ’89), la miglior qualifica (prima fila, Phoenix ’90) e i migliori arrivi (4^posto, Imola ed Estoril ‘91).

Fra le ultime istantanee di quel sogno realizzato in riva ai Grandi Laghi del Michigan, il dopo gara con la cena all’ultimo piano della torre di Detroit e con i complimenti del presidente dello sponsor principale, che aveva accettato con riserva la sostituzione di Campos. Sulla quale Minardi rivela: «Sapevo di aver rischiato molto». Martini invece rammenta New York dall’alto, raggiunta in volo col fratello e alcuni amici. Una visione spettacolare che però non cancellò tutta la fatica. «In corsa, avevo perso la sensibilità nei polpastrelli delle mani. Erano piagate e per una settimana, a lavarle, sentii dolore». L’impresa aveva lasciato il segno. In tutti i sensi.

 

Pallacanestro Gavirate: una vecchia storia di sport in rosa

Pallacanestro Gavirate: una vecchia storia di sport in rosa

Leggendo qualche giorno fa qui su Io Gioco Pulito il bell’articolo di Elisa Mariella che, in occasione della Festa della Donna, parlava di donne sport e discriminazione  sono come tornato indietro nel tempo, a quando mi occupavo di sport femminile, dirigente giovane e precoce, per scelta obbligata visto che come atleta proprio non ce la facevo, e aspirante giornalista. Una storia di sport in rosa che vorrei raccontarvi. L’anno era il 1989, io, di anni, ne avevo 24, ed accettai dopo esperienze nel tennis e in un’altra società di basket, il posto di addetto stampa nella Pallacanestro Gavirate, società nata nel 1969 per portare avanti l’attività di un gruppo di ragazzine che partendo da zero erano in pochi mesi riuscite ad arrivare seconde nella fase provinciale dei Giochi della Gioventù perdendo la finale di un nulla.

Anno dopo anno il movimento a Gavirate crebbe, sempre in chiave rosa, iniziò ad esistere anche una sezione maschile ma tutto continuò a girare intorno alle ragazze. Nel 1978 arrivò per la prima volta la serie B,  nel 1985 il gruppo delle cadette divenne vice campione d’Italia, squadra che aveva in panchina come allenatore Bruno Arena, che poi sarebbe diventato famoso insieme a Max Cavallari nel duo “I Fichi d’India”, perdendo solo in finale contro Schio, società molto più grande e da anni stabile in A1. Fu l’inizio di un sogno. Nel 1986 venne riconquistata la Serie B, nel 1988 furono giocati per la prima volta i playoff per la promozione in A2.

Gavirate1

Gavirate è una bellissima cittadina sulle rive del Lago di Varese, famosa per i Brutti e Buoni e per il canottaggio, oggi vi sorge il centro di allenamento europeo della nazionale australiana ad esempio, è sempre stata rappresentata da una buona squadra di calcio, ma fu conquistata dal basket femminile e fu un amore che durò a lungo, e ancora dura. Quando vi arrivai io le ambizioni erano molte, e, diciamolo, nemmeno mancavano i mezzi per inseguirle, erano gli anni pre-tangentopoli, c’era molta inflazione, ma il lavoro non mancava e nemmeno le sponsorizzazioni per le società sportive, anche quelle non di primissimo piano.

In quegli anni a Gavirate venne anche inaugurata la nuova scuola superiore, con annessa una palestra che era praticamente un Palazzetto e dove la squadra di pallacanestro poté trasferirsi per giocare le partite casalinghe. Le tribune in occasione delle partite delle ragazze erano sempre gremite e divennero una sorta di salotto buono, non mancavano mai rappresentanti dell’amministrazione comunale, lo stesso Sindaco del paese fu per un periodo Presidente della società, e nemmeno personaggi importanti, la frequentavano il Professor Zucchi, ortopedico di fama internazionale che in quel periodo operava i più famosi calciatori quando avevano problemi alle ginocchia, la cui figlia Francesca  era la capitana e playmaker della squadra, Toto Bulgheroni, allora Presidente della Pallacanestro Varese, la storica società delle 5 Coppe Campioni con 10 finali consecutive, dei 10 scudetti e tanto altro, un giovanissimo Andrea Meneghin, allora grande promessa del basket varesino che si vedeva con una altrettanto giovane giocatrice gaviratese, e tanti altri, imprenditori locali, centinaia di appassionati. Nemmeno mancava a volte qualche giocatore del Varese Calcio. Il preparatore atletico della squadra, Antonio Ghelfi, ex decatleta di livello nazionale era anche nello staff della Pallacanestro Varese, e una sera rimasta memorabile arrivò in tribuna in compagnia di Reggie Theus, uno dei più forti ex NBA ad aver mai giocato nel campionato italiano, classe 1957, nona scelta assoluta nei draft del 1978 dopo una carriera universitaria a University Nevada Las Vegas, e poi giocatore di Chicago Bulls, Kansas City Kings, Atlanta Hawks, Orlando Magic, New Jersey Nets, 19.015 punti, 3.349 rimbalzi e 6.453 assists nella NBA, due volte all’All Stars Game.

Furono anni intensi, oltre che addetto stampa iniziai ad occuparmi anche delle statistiche e divenni dirigente accompagnatore della squadra Juniores, con cui si girava la Lombardia nelle sera in settimana, mentre con la squadra maggiore si girava tutto il Nord Italia nei week end. I risultati non mancarono, dopo un quinto posto nel 1989/90 nel 1990/91 tornarono a giocare a casa due delle primattrici della squadra cadette del 1985 che avevano tentato l’avventura in A1, Monica Terzaghi ed Elsa Piva, c’era poi  Sabrina Confalonieri, da Rho, e tante altre ragazze:  arrivò la vittoria nella stagione regolare, ma i playoff rimasero indigesti, vinta facilmente la prima partita della serie con Valmadrera 69-55 arrivò una sconfitta altrettanto netta, 73-59 al ritorno a Lecco e pochi giorni dopo Gavirate cadde anche in casa nella bella. La Serie A2 restava un sogno.

Ci si riprovò l’anno successivo, e di nuovo arrivò una vittoria nella stagione regolare. Il morale era alto e tutta la città voleva questa benedetta Serie A. La televisione locale, Telesettelaghi, riprendeva le partite casalinghe e le trasmetteva il giorno seguente per chi non avesse potuto seguirle dal vivo, spesso, in occasione dei match clou era presente anche in trasferta. In quel 1992 il primo turno di playoff fu superato, contro il Biassonno, sconfitto di misura 53-52 alla bella. La formula del campionato prevedeva che i gironi dell’Italia settentrionale a quel punto si incrociassero: Gavirate si sarebbe giocata la Serie A2 con Treviso, in caso di sconfitta avrebbe avuto ancora una possibilità in uno spareggio in campo neutro con la sconfitta dell’altra finale settentrionale. Gara1 a Gavirate andò per il meglio 69-59 alle trevigiane e la promozione a un passo.

Sulla panchina del glorioso Basket Treviso sedeva però una grande donna, Nidia Pausich, 8 volte campionessa italiana da giocatrice, e stella della nazionale per anni. Fece tesoro di quella sconfitta, elaborò le contromisure  e al ritorno a Treviso le sue ragazze andarono avanti 23-8 all’avvio e ressero fino alla sirena salvando uno scarto di 3 punti. Dico la verità, non eravamo particolarmente preoccupati, si diede la colpa a uno sfortunato avvio e tutti giocatrici, dirigenti, tecnici si era convinti di poter chiudere alla bella, nuovamente sul parquet di casa. Non fu così, le ospiti si presentarono da dominatrici e spazzarono via Gavirate 71-87.

Restava un’ultima possibilità, sul neutro di Lissone, con le rivali di tante battaglie nella regular season, le ragazze della Classese Broni. La tensione era a mille, l’interesse enorme anche nel resto della provincia, uscii con ben tre articoli di presentazione sul giornale di Varese La Prealpina nei giorni precedenti la partita. Fu un sfida epica, come solo in provincia succede quando interi paesi sono coinvolti, quando tutte le giocatrici in campo sono figlie, nipoti, amiche, fidanzate di chi sta in tribuna. Si giocò in una bolgia assoluta. Al termine dei 40 minuti non ci fu un vincitore: 62-62 e tempo supplementare. Gavirate si trovò ad attaccare verso il canestro sotto la curva dei tifosi pavesi, che lo mossero varie volte, la panchina del Gavirate protestò a lungo, un vigile urbano di Lissone si prodigò per farli smettere e mantenere la calma. Sul 72-72 a 9 secondi dalla fine l’arbitro dovette scegliere se fischiare un fallo ai danni di Piva o contestarle l’infrazione di passi, scelse quest’ultima via e il pallone tornò nelle mani di Broni per l’ultima azione, la playmaker Lucia Rossi subì fallo, anche se allora nella cronaca per la Prealpina lo definii ”fantomatico”, da Terzaghi e fu freddissima in lunetta. 74-72 il finale per Broni:

“ A Gavirate dunque restano solo le lacrime e il rammarico per un sogno accarezzato a lungo e purtroppo svanito”

scrissi il giorno dopo.

17328194_1254845274610859_1146309077_n

Fu un colpo duro per tutti. Una delusione troppo grande. L’anno dopo si riprovò, ma stavano cambiando i tempi, si era in pieno periodo di tangentopoli, il periodo delle vacche grasse stava finendo. Io da pochi mesi avevo un lavoro fisso, in banca, forse non era più il tempo dei sogni. Me ne andai a metà della stagione 92/93, ricordo la data l’otto dicembre, dopo una furiosa lite con l’allenatore. Da allora mi è rimasto come vezzo il dire che sono stato l’unico dirigente al mondo  esonerato da un tecnico e un perverso brivido di piacere mi attraversa ogni qual volta, per qualsiasi ragione in qualsiasi sport, un allenatore viene licenziato. A fine stagione finì per tutti: le giocatrici vennero cedute a Luino, e la Pallacanestro Gavirate rimase presente solo nell’attività giovanile. Tornò ad avere una prima squadra in Serie C nel 2000 e tuttora ce l’ha e continua ad impegnarsi per permettere alla ragazze e alle bambine  del paese e di quelli vicini di poter fare sport.

 

Anche molte di quelle ragazze non ebbero una carriera lunghissima, prevalsero lo studio, il lavoro, la famiglia, chi divenne medico, chi giornalista, chi imprenditrice,ma sono sicuro ricorderanno quegli anni come li ricordo io, le lunghe trasferte in autobus, a volte in auto, le cene dopo la partita a volte euforiche e vincenti, a volte tristi dopo le sconfitte, e tanti momenti più o meno belli, i recuperi dopo gli infortuni nelle sapienti mani di Alberto Barausse, fisioterapista che ne sapeva più del diavolo e un passato in Marina Militare, i dopo allenamento al Bar con l’eterno problema dei capelli bagnati, ma soprattutto l’essere state  l’orgoglio di un paese essendo donne, senza in questa storia nemmeno un ‘ombra di discriminazione.

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Playmaker. Più che un ruolo, una dichiarazione di intenti. “To make”, creare. Sottintende un qualcosa di artistico, fatto di tecnica ma anche di ispirazione, di visione di ciò che c’è e di intuizione di cosa potrebbe esserci. Il play è un pittore, il campo diventa una enorme tela tridimensionale, fatta per immortalare i suoi capolavori. Volando da una mano all’altra, la sfera a spicchi lascia infinite pennellate. Alcune sinuose, altre nervose. Ma ognuna indelebilmente firmata da colui che, anche per definizione, il gioco non si limita a gestirlo, ma lo plasma. Anzi, lo crea. C’è il playmaker classico, che disegna traiettorie geometriche, ricercando la perfezione della proporzione aurea anche in un passaggio consegnato. C’è quello impressionista, che nell’irregolarità della distribuzione della palla fa rifulgere la sua unicità. Esiste un play pop, che gioca per stupire e colora il grigiore di un possesso di ventiquattro secondi con scelte al limite del possibile. O addirittura la versione street-art, che regala ai suoi assist il ritmo ossessivo e coinvolgente di un ghettoblaster acceso ai bordi di un playground.

magic-johnson

Poi, di colpo, la crisi. Il passaggio, l’opera d’arte, la firma d’autore, diventa improvvisamente obsoleto. Ora conta segnare. Fade-out improbabili, uno contro uno rischiosi, persino qualche Hail Mary dalla propria metà campo, roba da far impallidire Tom Brady. L’importante è che la sfera termini la sua corsa bruciando la retina. Il ritmo, la circolazione di palla, la visione periferica, tutti optional. Del resto, è anche comprensibile. In un’epoca in cui non ci sono più difese da scardinare, in cui anche consegnare la palla al compagno marcato è considerato assist, il playmaker vede la sua arte offesa e vilipesa. E se in Europa la figura del regista, l’allenatore in campo, è ancora richiesta e apprezzata, complice un maggior tatticismo ed un focus più intenso sulla difesa da parte dei top club, nella National Basket Association abbiamo gradualmente assistito ad una vera e propria estinzione del playmaker. La combo guard, con i suoi trenta punti di media a partita, è il nuovo must.

Ricky-Rubio-looks-to-pass.-Like-always.-Nathaniel-S.-Butler-NBA-Getty-Images

Eppure, anche in questa pallacanestro fatta di atletismo e punteggi stratosferici, c’è ancora qualcuno che resiste. Che combatte la sua solitaria battaglia, coraggioso e idealista come il Cavaliere della Mancha, ancora pronto a sfidare i mulini a vento. E come Don Chisciotte, anche il nostro eroe viene dalla Spagna. Non dalle deserte praterie, ma dal mare della Catalogna. Ricard Rubio i Vives. Per tutti, semplicemente Ricky. Per chi ama un certo tipo di basket, l’ultimo dei playmaker. El Masnou è un piccolo comune della costa catalana. Uno di quei gioiellini un po’ nascosti, eclettici, in cui i secoli che passano accumulano tesori architettonici. C’è una villa neoclassica, molti edifici liberty ed altrettanti riconducibili a quell’unicuum artistico che prende il nome di Noucentisme. Ed ecco che torna la creazione, la capacità di vedere chiaramente quello che gli altri non riescono ancora neanche a immaginare. Ma El Masnou è anche famosa per i fiori. Ettari ed ettari di garofani, un panorama cromatico che visto dall’alto fa pensare, che coincidenza, proprio ad un quadro. Dalla sua città natale, Ricky Rubio prende l’eclettismo ed il colore. E proprio come un giovane Kandinsky con in mano una palla a spicchi, parte per il suo personalissimo viaggio, alla continua ricerca della bellezza e dell’armonia. La prima tappa è Badalona, a dieci chilometri scarsi di autostrada. È perlomeno ironico che il primo vero club della sua carriera si chiami Joventut. Perchè a quattordici anni e undici mesi, un ragazzo normale dovrebbe passare le sue giornate a fare i compiti. Ma Ricky non è uno come gli altri. Nelle formazioni giovanili vince le partite da solo, non riescono a fermarlo. È un predestinato, non ci sono dubbi. E quindi nell’ottobre 2005 diventa il più giovane esordiente della storia della Liga, mettendo a referto due punti, un assist e due recuperi. Buona la prima. Ma le successive saranno molto molto meglio.

former-team-DKV-Joventut-ricky-rubio-9190206-575-386

Esordio in Eurolega a sedici anni appena compiuti, unico minorenne della storia del basket spagnolo ad essere incluso nel miglior quintetto stagionale della Liga, argento olimpico a Pechino 2008. I record sono tanti, i numeri parlano chiaro. Già, i numeri. Il cinque, ad esempio, quello con cui i Minnesota Timberwolves scelgono il ragazzo di El Masnou nel draft 2009. O il nove, la maglia che accompagna Rubio dalla Spagna agli Stati Uniti. Nel mezzo ci sono un tre, i milioni di euro che il FC Barcelona paga alla Joventut per il contratto di Ricky, e il 2011, l’anno del trasferimento oltreoceano. I numeri contano. Ma se abbiamo deciso di parlare di arte, perchè tale è il livello del giocatore, dobbiamo raccontare molto altro. Qualcuno però non è d’accordo. La NBA snaturata del ventunesimo secolo pretende ormai un tributo dal playmaker. Un tributo fatto di numeri e statistiche. E nessuna cifra è più importante di quella dei punti realizzati. Vaglielo a spiegare agli adoratori del trentone di media a partita che i play odierni fanno milioni di punti perché prendono miliardi di tiri senza un minimo di opposizione. Che tua nonna e le sue amiche del centro anziani, se accuratamente motivate, sono in grado di difendere meglio di quanto faccia qualsiasi quintetto in regular season. Diglielo ai seguaci della tripla doppia che fino agli anni novanta i loro idoli avrebbero fatto un quarto delle cifre che mettono a referto oggi. Che contro una franchigia di media classifica, non serve neanche scomodare i Pistons di Rodman e Dumars, avrebbero una valutazione tendente allo zero assoluto. Non capirebbero. Per i loro canoni un career high di ventotto punti non è niente di eccezionale. Diciassette assist? Bazzecole. Tredici rimbalzi? Westbrook (o chi per lui) li prende da seduto. È davanti a questo scoglio che si infrange l’arte, la creazione, di fronte alla cieca dittatura del numero, che imprigiona l’anima libera di chi dal nulla sa generare il tutto semplicemente passando un pallone.

Rubio non segna, Rubio non tira, Rubio non è da NBA. In realtà è questa NBA che a volte tutto sembra tranne che basket, ma andarlo a dire in giro equivale a predicare nel deserto. Ricky è un artista. E sebbene gli artisti per definizione seguano il proprio flusso senza curarsi del mondo circostante, le critiche fanno male. Segnano nel profondo, più di un infortunio, più di quel legamento crociato che interrompe la prima stagione NBA di Rubio e che gli costa il titolo di Rookie of the Year. E quindi subentra un cambiamento. Lento, sottile, ma costante. Dare alla gente quel che vuole non è esattamente il motto perfetto per chi del proprio genio fa vanto e bandiera, ma ogni artista, chi più chi meno, ha dovuto piegarsi alla logica del mercato. L’arte per amor dell’arte, come diceva Oscar Wilde, è ormai un privilegio per pochi. Se il pubblico vuole numeri, numeri avrà. E quindi pian piano arrivano doppie doppie, addirittura qualche tripla, una partita con sei tiri da tre punti che fa strabuzzare gli occhi ai tifosi dei Wolves e avvelena il fegato a quelli dei Magic. E allora sì che i social network esplodono di giubilo. Attestati di stima, complimenti, ringraziamenti per aver finalmente capito cosa viene richiesto a un playmaker NBA.

Che poi intendiamoci, c’è numero e numero. Cifre di serie A e cifre di serie B. I punti, il caposaldo, la linfa vitale di una prestazione. I rimbalzi, il degno corollario della partita perfetta. Gli assist, mah, quelli ancora si salvano. Le palle rubate invece non interessano granché. Ed è un gran peccato, dato che parliamo di un giocatore capace di vincere per tre anni la classifica NBA in questo fondamentale. E poi i referti purtroppo non tengono da conto proprio tutto. Non c’è statistica che riesca a evidenziare la bellezza di un passaggio, la difficoltà intrinseca di un assist, la perfezione in un attacco al ferro con cambio di mano. Eppure anche questo dovrebbe contare. Ma quando si chiede la quantità sognando anche la qualità, e questo è il grosso cruccio del tifoso NBA, una delle due deve per forza cedere il passo. E nella quasi totalità dei casi, tocca alla qualità. È davvero triste, dato che se gli standard quantitativi odierni non fossero così gonfiati da una tendenza a concedere davvero troppo all’avversario, un talento cristallino come Ricky Rubio verrebbe incensato come merita. Nel corso della carriera per il ragazzo sono stati scomodati paragoni importanti. Shaquille O’Neal, non uno qualsiasi, lo ha definito “il Pete Maravich italiano”. A parte il macroscopico errore di geografia (e magari ad avere uno come Rubio in azzurro!), è un attestato di stima enorme da parte di uno dei migliori centri della storia del basket. E non c’entrano i capelli lunghi che ora non ci sono più, o il pallore della pelle. Quando Shaq nomina Pistol Pete, pensa ad altro. Ad un controllo di palla senza eguali, alla capacità di capire con quel pizzico di anticipo cosa sta per accadere, o cosa può accadere se tu, il creatore, il genio, decidi di spedire la palla in quello spicchio di campo. Al più grande talento creativo della storia della pallacanestro, se diamo ascolto a John Havlicek, un altro che più di qualche campione in campo nella sua carriera l’ha incontrato. Tutte caratteristiche gli addetti ai lavori hanno sempre rivisto in Rubio, ma che sono necessariamente passate in secondo piano davanti alla pesantezza della statistica. E quindi non sorprende neanche la disponibilità dei Wolves a inserire il giocatore in operazioni di mercato. Come se le cifre, quelle stramaledette cifre, siano davvero indicative dell’utilità di Rubio all’interno della squadra. Perché sì, Derrick Rose è stato rookie dell’anno e MVP, ma negli ultimi anni si è rotto più spesso di una lavatrice fuori garanzia. E nonostante ciò, le sue percussioni verso il canestro e i suoi lay-up impossibili valgono la visione di gioco di Ricky? Per i dirigenti di Minnesota evidentemente sì, dato che la trade viene proposta più e più volte ai Knicks. Eppure all’ultimo minuto, quando anche a New York si sono convinti che forse è un affare per entrambe le franchigie, da Minneapolis arriva un no. Forse qualcuno ha riguardato le partite di questa stagione, magari senza farsi accecare dai paraocchi delle statistiche. Perché solo così puoi notare la gestione nel ritmo, la capacità di fare la cosa giusta al momento giusto, di vedere le cose un attimo prima che accadano. Il playmaker perfetto, dicono alcuni, non è quello che fa venti punti, ma che ne fa fare quaranta ai compagni con i suoi assist. E non intendendo l’assist nell’accezione moderna, io ti do la palla sulla linea del tiro da tre e tu fai quello che ti pare, ma in quello antico, ormai obsoleto, eccoti la sfera, appoggiala al tabellone e torniamo a difendere. Il play, il vero play, è uno alla Mike D’Antoni. Di quelli che, come ripeteva fino allo sfinimento Dan Peterson, in contropiede si fermano sulla linea del tiro libero, tac, arresto e tiro. O scaricano sul compagno che arriva, se proprio vogliono fare spettacolo. Ecco, D’Antoni, uno che se a Houston non avesse spostato in quella posizione James Harden (che a prima vista sembra la descrizione perfetta della combo guard ma che in realtà passa e gestisce il ritmo in maniera divina) farebbe carte false per prendere Ricky. O forse Rubio farebbe più comodo agli Spurs, che prima o poi dovranno arrendersi al fatto che Tony Parker non è immortale. Assieme a Coach Pop e a Ettore Messina, che già lo voleva al Real Madrid nel 2009, troverebbe terreno fertile per il suo basket e potrebbe veramente fare questo benedetto salto di qualità. Non che ne abbia bisogno, ma le cifre, ormai lo abbiamo capito, sono impietose.

Minnesota Timberwolves center Karl-Anthony Towns (32), left, center Gorgui Dieng (5), of Senegal, guard Ricky Rubio (9), of Spain, and guard Andrew Wiggins (22) huddle up during the fourth quarter of an NBA basketball game against the Portland Trail Blazers on Saturday, Dec. 5, 2015, in Minneapolis. The Trail Blazers won 109-103. (AP Photo/Hannah Foslien)

Agli occhi del tifoso medio, Rubio non è da Spurs. E probabilmente neanche da franchigia medio-alta. Ma se a molti questo dispiace, chi sicuramente non si sta strappando i capelli è Tom Thibodeau. Il capo allenatore dei Wolves, che è un attento insegnante di pallacanestro ma anche l’assistente di Popovich in nazionale, ha ben chiaro quanto il gioco dei suoi ragazzi non possa prescindere dall’arte del playmaker di El Masnou. E sa che con Ricky ad armare la mano di un Towns in rampa di lancio e di Wiggins, che ormai è una splendida certezza, c’è spazio per sognare nella terra dei diecimila laghi. Magari è stato proprio lui ad opporsi alla trade, conscio che, data l’attitudine prettamente europea di Ricky alla difesa e alla gestione del possesso, non c’è miglior playmaker possibile per il gioco di Minnesota.

Forse è vero, l’arte per amor dell’arte sta lentamente sparendo. Sui campi di basket della NBA non c’è quasi più spazio per i play vecchio stile. La specie è sulla lenta ma inesorabile via dell’estinzione. Eppure un paio di possibilità ci sono. Darwin insegna, la specie può adattarsi, conservando però le sue caratteristiche di base. Non è necessaria una mutazione, non sarebbe sensato. I playmaker hanno ancora tanto, troppo da dare alla pallacanestro americana e mondiale. Basterebbe fare qualche piccolo passo dall’altra parte, in modo da mettersi più o meno in linea con i diktat delle cifre, ma senza snaturarsi. E questo è il cammino che Rubio sembra aver intrapreso, la lotta quotidiana contro la scure della statistica per vedere finalmente riconosciuto quello che in realtà dovrebbe essere da tempo evidente a tutti. E poi c’è il sogno. Perché di tale si tratta. Verrebbe da usare il termine “speranza”, ma si sa, chi di speranza vive spesso non fa una bella fine. Quindi meglio chiamarlo sogno. Il sogno che un head coach, magari di quelli bravi bravi, di quelli che a ogni critica possono mostrare una mano con su almeno un paio di anelli, decida che la specie non può morire. Un allenatore che lotti affinché un talento non debba adattarsi. Che pretenda e ottenga che un playmaker possa essere libero di esprimere se stesso, il suo gioco, la sua arte, senza che un referto sia in grado esporlo a critiche. Un moderno mecenate del canestro, capace di apprezzare l’unicità di un ruolo e di non sacrificarla alle divinità dei numeri. Solo così potrebbe tornare sui campi il continuo stridere della scarpe sul pavimento, il turbinio degli schemi, delle soluzioni offensive, dei movimenti a smarcarsi. Si udirebbe ancora la regolarità incalzante dei passaggi di un quintetto, guidato da chi è nato per dirigere un’orchestra e non per fare il solista. Oppure un ritmo simile all’incedere ipnotico, sonnolento ma letale, del sonaglio di un serpente, che attende pazientemente il momento migliore in cui colpire la preda. Ma soprattutto tornerebbero la passione ed il genio su di una tela che da troppo tempo ormai è dipinta in maniera fredda e dozzinale. E a colorarla ci penserebbe Ricky Rubio da El Masnou, dando i tempi a un giro palla geometrico e preciso come un quadro di Mondrian, inventando uno scarico così astruso da sembrare un’opera di Magritte o scorgendo chissà dove una traiettoria invisibile agli altri, quasi come Monet con la Cattedrale di Rouen nella nebbia. Il ragazzo con la maglia numero nove potrebbe riaccendere la luce negli occhi di chi ama la pallacanestro, spiegare con il suo esempio a chi si avvicina a questo sport che il basket non è una serie di uno contro uno lunga quarantotto minuti, che il sacrificio della difesa non è inutile, che se sul parquet si è in cinque, beh, uno stramaledetto motivo c’è. E in attesa che tutto questo possa diventare realtà, continuiamo a sognare. Perché in fondo, Michel Gondry insegna. Anche il sogno è una forma di creazione.

March Madness: tutto sul torneo di basket più pazzo d’America

March Madness: tutto sul torneo di basket più pazzo d’America

Il Basket universitario americano entra nel vivo. Domenica c’è stata la Selection Sunday, processo con cui alle 32 squadre già classificate in virtù della vittoria della loro Conference, ne vengono aggiunte altre 36 in base alla forza dei numeri, del rendimento e, questo non è certo un mistero, in base a quanti probabili future star NBA hanno nel roster. A queste 68 squadre viene poi assegnato il “seed” in base al loro valore che determina la forza, il ranking della squadra. Le numero 1 per ogni regione del tabellone, East, West, South e Midwest, sono rispettivamente Villanova, Gonzaga, North Carolina e Kansas.

Il torneo NCAA, iniziato ieri, negli States ha pari se non maggiore popolarità del SuperBowl. Secondo uno studio condotto da WalletHub, le aziende americane perderanno circa un miliardo e novecento milioni di dollari per l’improduttività durante il periodo del torneo.

Ecco di seguito i numeri più importanti e curiosi del March Madness:

1) Venti giorni dalla prima gara, 14 marzo, all’ultima programmata per il 3 Aprile.

2) Nel 1939 si è tenuto il primo torneo NCAA.

3) Una su 9.2 quintilioni è la possibilità di azzeccare esattamente il bracket – tabellone fino al vincitore. In parole povere c’è più possibilità di vincere due volte consecutivamente la lotteria milionaria comprando in entrambi i casi un solo biglietto.

4) Sono 35 le squadre che hanno vinto il titolo NCAA

5) Il termine March Madness è stato coniato nel 1982 dal commentatore Brent Musburger

6) Nell’edizione del 2015 sono stati ben 80.7 milioni i video girati e trasmessi con le immagini del torneo per un totale di 17.8 milioni di ore.

7) Sono 184 il maggior numero di punti segnati durante il March Madness da un singolo giocatore. Il detentore di tale record è Glen Rice, con la maglia dell’Università del Michigan nel 1989.

8) Mai nella storia una squadra classificata col numero 16 ha eliminato una numero 1.

9) Solo tre persone hanno vinto il titolo sia come giocatori che come allenatori: Joe B. Hall, Bob Knight e Dean Smith.

10) La squadra peggio classificata a vincere il torneo fu Villanova nel 1985 come numero 8.

11) Il 2008 è stato l’unico anno in cui tutte e quattro le numero 1 sono arrivate in fondo fino alle Final Four. Un dato significativo che fa capire quanto questo torneo sia imprevedibile e quanto le sorprese siano dietro l’angolo, da qui il nome di March Madness – la pazzia di marzo.

12) Jim Calhoun è l’allenatore più anziano ad aver vinto il titolo all’età di 68 anni con UConn. Se Mike Krzyzewski dovesse vincere il titolo quest’anno con Duke, diventerebbe lui il più anziano all’età di 70 anni.

13) La NCAA vietò le schiacciate dal 1967 al 1976 per limitare lo strapotere fisico di Lew Alcindor, ai giorni nostri Kareem Abdul-Jabbar. Tentativo miseramente fallito.

14) La prima cosa che il famoso allenatore di UCLA John Wooden insegnava ai suoi giocatore era come allacciarsi le scarpe ed indossare i calzini nel modo giusto per evitare la nascita di vesciche sui piedi.

15) Gli appuntamenti per effettuare un intervento di vasectomia reversibile, salgono alle stelle durante il periodo del torneo. Questo per far combaciare il tempo di recupero, dove non si può andare a lavoro, con la lunghezza della competizione.

16) UConn è l’unica università ad aver vinto il titolo maschile e femminile nella stessa edizione. E’ successo ben due volte.

17) Nessuno è mai riuscito a predire tutto il tabellone. Solo una volta un ragazzo di 17 anni affetto da autismo ha predetto esattamente i primi due turni.

Auguri Bruno, quando il MaraZico fu a un passo dal Baseball americano

Auguri Bruno, quando il MaraZico fu a un passo dal Baseball americano

Bruno Conti, quel caschetto che svolazzava in giro per il campo senza apparente logica ma solo perché aveva visto giocate che sarebbero arrivate 3-4 tempi di gioco dopo, quel Pollicino che in maglia giallorossa era odiato e rispettato da tutti a causa del suo talento, o grazie ad esso, ma che con la maglia azzurra ha fatto sognare un Paese intero e messo a tacere gente come Platini e Cruijff, quel giocatore meraviglioso che ha danzato per i campi di tutta Italia, non doveva fare il calciatore.

Oggi compie gli anni ed è tutt’ora un valente dirigente della Roma ed una bandiera che solo un uomo come Totti è stato in grado di ammainare ma Conti da buon nettunese doveva guardarsi il calcio da casa, in tv, quel poco di calcio che veniva mandato in onda, perché Bruno, da buon nettunese doveva giocare a baseball.

Il piccolo Bruno comincia a giocare fin da bambino a questo strano sport che negli anni ‘80 era conosciuto solo per le citazioni di Alberto Sordi in Un americano a Roma ma Conti ci è portato davvero e con il Nettuno Baseball City esordisce anche in Serie A ed il suo talento varca addirittura l’Oceano: alcuni dirigenti dell’Università di Santa Monica, in California, volevano a tutti i costi assicurarsi questo piccolo, veloce ma potente lanciatore mancino. Promisero al papà di Bruno un futuro brillante perché lo avrebbero fatto studiare e con i loro insegnamenti Conti sarebbe diventato sicuramente un ottimo giocatore della Major League Baseball ma papà Conti non voleva che il suo figlioletto a 15 anni varcasse l’Oceano per affrontare da solo una sfida dura come quella dell’high school e del college e non voleva assolutamente dividere la famiglia.

Bruno tentennava all’epoca, lo incuriosiva questa sfida, il Pacifico e le sue spiagge ma era un bravo teenager e ascoltò il suo papà, fortunatamente.

Non tutto fu rose e fiori però e la scelta fu tutt’altro che scontata sia perché negli anni ‘70 i calciatori non erano tutti milionari come oggi, sia perché Bruno di talento ne aveva eccome, ma era così piccolo che non tutti si facevano bastare il suo piede mancino e i primi anni a Roma fecero sorgere anche dei dubbi sulla sua scelta di qualche anno prima, perché magari aveva “sbagliato” sport. Così non fu e grazie anche alla gavetta fatta con la maglia del Genoa in cadetteria Conti esplose completamente diventando uno dei giocatori italiani più forti di sempre.

Non è finita qui però: dopo il Mondiale spagnolo la fama di Bruno Conti torna a varcare l’Atlantico, questa volta per la sua abilità con i piedi e non per il suo lancio micidiale e allora un grandissimo giocatore come Lenny Randle, 11 anni in MLB prima di giocare proprio con il Nettuno in Italia, si ricordò di alcune voci, che gli arrivarono anche dal paese stesso vergato dai Marines che hanno introdotto in Italia il baseball e cercò in tutti i modi di convincere Bruno Conti a tornare a giocare a baseball anche se non a tempo pieno.

Randle non fu esaudito, e incappò in un periodo nero della storia gloriosa nettunese che portò solo ottimi piazzamenti ma nessuno scudetto, mentre Conti regalò ai romani altri 7 anni di gloria, di felicità e di bellezza.

Bruno Conti, l’uomo che trovò l’America a Roma.

Off Topic: Il primo italiano a giocare in Major League Baseball è arrivato nel 2008, con Alex Liddi ai Seattle Mariners. Conti ci poteva riuscire 20 anni prima.

Inter mai stata in B? Sì, ma c’è un però

Inter mai stata in B? Sì, ma c’è un però

Negli ultimi giorni ha preso piede la polemica relativa al messaggio comparso sui profili ufficiali dell’Inter in occasione della festa dei 109 anni della squadra meneghina. A buttare benzina, secondo alcuni, sulla faida secolare tra Juventus e il club neroazzuro uno stralcio in particolare che si riferiva al Triplete e al riconoscimento dell’Inter come unica squadra di serie A a non aver mai fatto tappa nel campionato cadetto. Tra i tifosi delle due squadre è scattata la “guerra” sui social anche in risposta a quanto detto da Buffon recentemente, parlando degli strascichi della partita più contestata di questo campionato. Parole certamente non apprezzate dai tifosi di Icardi&co come dimostrato dallo striscione nella partita di ieri a San Siro.

Questo il messaggio intero:

La nostra è una storia diversa dalle altre. È la storia di un club con valori profondi stabiliti più di cento anni fa e che continuano a guidarci ancora oggi. Ogni giorno.Siamo nati dalla visione di intellettuali, studenti, stranieri e artisti riuniti al ristorante l’Orologio di Milano. Condividevano un’idea moderna e innovativa per quel tempo: che Milano meritasse un palcoscenico internazionale, e una squadra internazionale.E così il 9 marzo 1908 nacque l’F.C. Internazionale Milano. Una squadra che abbraccia la diversità, in cui tutti i giocatori si riconoscono sotto un’unica bandiera: quella del talento. In 109 anni di storia l’Inter è l’unica squadra italiana ad aver conquistato il Triplete e a non essere mai retrocessa. Da oltre un secolo i nostri valori – Unità, Integrità, e Passione – guidano ogni nostra azione e ci fanno riconoscere agli occhi del mondo. Giochiamo con unità – dalla nostra nascita abbiamo schierato giocatori di più di 47 nazionalità diverse e abbiamo tifosi appassionati in tutto il mondo. Siamo senza dubbio una famiglia del mondo che vince unita. Agiamo con integrità – onestà e correttezza ci guidano. Non conta solo vincere, ma soprattutto come si vince. Giochiamo con passione – con un sentimento profondo che alimenta la nostra anima indomita. I nostri valori nascono da un forte credo che ci ispira e scorre nelle nostre vene. Noi siamo davvero fratelli del mondo. Lottiamo con coraggio per ciò in cui crediamo a testa alta, e il nostro cuore batte forte. Noi siamo i nerazzurri”

Ma davvero l’Inter non è mai stata in B? Quasi. Più precisamente, non ci è andata. L’Inter e i suoi tifosi si fregiano della “immunità” alla serie cadetta. In realtà i neroazzurrri si “guadagnano” una potenziale retrocessione nel 1922. Poi, però, per una serie di imprevisti e probabilità, conservano la massima serie (ri)passando dal via…

Stagione 1921-22. Situazione complicata. Il precedente campionato si era giocato con 88 squadre. Troppe. Ai nastri di partenza della massima serie si presentano in 105. Troppe. Si consuma lo “scisma”. A Milano nasce la Confederazione Calcistica Italiana. Si giocano due tornei: quello della FIGC (47 squadre) e quello della CCI  (58 squadre). Vinceranno Pro Vercelli (CCI) e Novese (FIGC).

Tutto secondo pronostico, tranne la disastrosa stagione dell’Inter: 11 punti in 22 partite, 29 gol fatti e 66 subiti. Ultimo posto e condanna alla Serie B? Secondo il regolamento FIGC sì. L’Inter però gioca nella CCI. E allora?

Nel mare magnum della confusione arriva un’insperata scialuppa di salvataggio. FIGC e CCI accettano un confronto. Entra in scena Emilio Colombo: il direttore della Gazzetta dello Sport, chiamato a dirimere la questione, presenta il “Compromesso” che prevede lo sciolgimento della CCI e il ritorno dei “secessionisti” in FIGC. Il nuovo torneo prevede 36 squadre. 12 CCI, altrettante FIGC, sei per meriti sportivi. Restano sei posti da giocarsi, previo spareggi incrociati, fra dodici squadre: 6  CCI e 6 FIGC. É lecito chiedersi in base a quali criteri si possano ridurre i ranghi penalizzando società e squadre che meriterebbero sul campo, la massima serie. Beh, chi potrebbe spiegarcelo è definitivamente irraggiungibile. L’unica certezza è che siamo in Italia anche nel 1922: contano meriti sportivi, bacino d’utenza, titoli, trofei, amicizie e simpatie.

Diverse squadre che avrebbero diritto alla Prima Divisione sono estromesse. L’Inter  ha comunque diritto di provare a salvarsi: e torna in corsa. Il percorso prevede due spareggi. Il primo dei due match è contro lo “Sport Italia Milano”. Vittoria facile, a tavolino: la società è fallita. Resta l’ultimo ostacolo per l’agognata permanenza. I nerazzurri affrontano la Libertas Firenze. Anzi, quello che ne resta dopo la fine del campionato (a marzo) e l’imminente fusione con la Fiorentina. I toscani sono costretti a scendere in campo. Sfide andata e ritorno. L’andata si gioca a Milano, il 16 luglio 1922, a tre mesi dalla fine del campionato. La Libertas stenta a trovare undici uomini da mettere in campo. L’Inter ce li ha e se la cava: 3-0. Il ritorno è una formalità: 1-1 a Firenze. Tanta paura, ma tutto ok. Grazie al “compromesso”  l’Inter gioca e vince gli spareggi, mantiene serie A e “immunità”. Mai stata in B. Al massimo, per due mesi e senza giocarvi.

 

 

Velibor Vasovic, il guardiano del vento

Velibor Vasovic, il guardiano del vento

Guardiani del vento, sembra una frase poetica, ma credete, nessuno vorrebbe davvero farlo. Guardiani di una corrente capricciosa e votata allo spettacolo. Quando decide di andare con te ti porta in posti dove non sei mai stato, ma quando devi contenere il suo ritorno, è dura. Ci vuole animo scafato e faccia da chi non teme una botta perché ne restituisce due.

Giù il cappello di fronte a Velibor Vasovic. Serbo, nato a Belgrado, ma solo per avere un certificato di nascita, perché giovane e predestinato, Vasovic fu colui che venne presto a far parte del grande Ajax di Rinus Michels e del giocatore più geniale ed egoico del mondo. Talento e avidità, cervello da genio in occhi fintamente spenti. Velibor arriverà alla corte di sua maestà Johan Cruijff. Il giocatore di cui Pep Guardiola dirà: “lui ha costruito la chiesa, noi l’abbiamo solo affrescata”, parlando dell’invenzione più geniale del calcio votato allo spettacolo. Velibor, arriva nel 1966 in un Ajax che doveva ancora diventare stellare, ma in cui vinse tre campionati e la Coppa dei Campioni del 1971. La curiosità fu che Vasovic disputò tre finali di Coppa dalle grandi orecchie, una con il Partizan e due con L’Ajax, segnò in due delle tre finali, quelle che perse.

VELIBOR-VASOVIC-AJAX-PANA-1971-770x375

Fu scudiero di una squadra che attaccava, ma non lo fu mai volentieri, lui teneva una baracca dietro che era soggetta a folate umorali del genio degli attaccanti, se quel giorno in avanti si facevano sfracelli, dietro era vacanza, anzi, si poteva pure segnare, altrimenti c’era da correre. E Vasovic c’era, eccome, tanto da diventare capitano dei lancieri. Lui, il fratello sbagliato. Già perché il predestinato in famiglia era il fratello, che nel 1954 incrociò i tacchetti con la grande Ungheria di Puskas, portando una maglia degli avversari che girò i bar come fosse reliquia di santo.

Cambiare dalla Jugoslavia di Tito, all’Olanda della rivoluzione sessuale non fu facile. Appena sbarcato Velibor pensò che stesse scoppiando la rivoluzione, che il paese fosse in rivolta. Era solo in vita.

Raccontano che Cruijff provò immediatamente a fargli capire chi comandava, fece portare cinque palloni e li stampò sulla traversa, in allenamento, Velibor fece la stessa cosa, solo che la fece con le scarpe da passeggio. Per i profani: un vero campione è quello che decide di saper fare più volte la stessa cosa e non sbaglia mai. Come Baggio, che durante gli allenamenti faceva come a biliardo dichiarando prima dove metteva la palla e ci coglieva sempre, sempre.

Tutti con i capelli lunghi, in quella squadra, tutti rivoluzionari, ma anche attenti a farsi pagare sempre di più. Johan per primo. Velibor imparò cosa significa calcio totale, non soltanto che ogni giocatore sapeva fare tutto, ma anche avere piedi educati e sfacciati al contempo, come quando si giocava in campi bagnati e si capiva quanta strada far fare alla palla, saperla fermare un metro prima, facendo andare lunghi gli avversari, umiliante, bello, leggendario. Figlio di partigiani, Vasovic aveva idee salde e granitiche, ma quel suo animo difficile ben si integrò in una squadra che forse aveva bisogno di un riferimento meno sottoposto a narcisismi. Un faro dove il vento si avvolgeva se tirava male. Da loro, Velibor imparò la squadra, da lui impararono la cattiveria nel difendere quando occorreva, era la dark soul di un manipolo di stelle luminose.

img065jj_resize

Raccontano di una partita a Liverpool giocata nella nebbia, chi teneva il punteggio mandava i raccattapalle a vedere che succedeva, non si vedeva ad un palmo, appena gli dissero dopo pochi minuti di un Ajax in vantaggio per tre gol, pensava lo stessero dileggiando. Racconta Shepard, autore di un bellissimo racconto su Vasovic che Cruijff diventò l’idolo dei giovani di Amsterdam. “È il nostro John Lennon,” disse Keizer dopo una partita. “Chi è John Lennon?” chiese Vasovic perplesso. Provò a portare via il fratello dall’inferno slavo, non ci riuscì, per un po’ ebbe la famiglia molto distante. Sua maestà Johan Cruijff lo guardò sempre con un misto di menefreghismo e curiosità, sicuramente gli piaceva questo slavo con la cultura calcistica che interessava a lui, con la voglia di ascoltarlo in campo e la dedizione alla squadra. Sicuramente, nella chiesa che ha costruito, gli avrà riservato un affresco, in cui gioca con la fascia da capitano e i capelli ordinariamente corti, magari gli avrà dato anche un titolo. Il custode del vento. Morto nella sua Belgrado, in una data tanto cara a Lucio Dalla, 4 marzo. Nel 2002.

Bradley Wiggins, una vita in fuga

Bradley Wiggins, una vita in fuga

Pedala veloce Bradley Wiggins. Più veloce di chiunque al mondo, è stato capace di percorrere 54,526 km in un’ora, roba da multa per eccesso di velocità. Pista, strada, per lui non ha mai fatto differenza. Il parquet dei velodromi, il pavé del Belgio, dove è nato, l’asfalto delle strade di mezzo globo, nulla riesce a resistergli. Ogni metro, prima o poi, cede il passo alla sua ruota, al colpo sul pedale, al rapporto costante. Chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. È un sport di fatica il ciclismo, mica una passeggiata. È una di quelle discipline che una volta erano quasi sacre, ma che ora molti non praticano più. Come la marcia, o la boxe. Spesso la passione non basta. Chi sceglie di trascorrere gran parte della sua esistenza su un sellino ha quasi sempre un ottimo motivo. C’è chi su due ruote sogna di raggiungere qualcosa, magari la fama o il denaro. E c’è chi invece su di una bicicletta fugge. Come se ogni pedalata, ogni scatto, ogni sprint non fosse altro che un modo di tenere lontani i propri demoni. Bradley Wiggins fa parte di questa categoria.

article-2515455-145E506C000005DC-691_634x423

È stato in fuga per una vita. Dal mondo, ma anche da se stesso. Puoi essere veloce quanto vuoi, ma da quello che hai dentro non puoi scappare. Non basta il denaro, non basta la notorietà, non è abbastanza neanche un oro olimpico. E un argento. E un bronzo. Atene, estate 2004, sei il primo atleta britannico a vincere tre medaglie nella stessa olimpiade. Eppure non è abbastanza, quel vuoto non lo colmi. Cerchi di riempirlo come puoi. E tenti con l’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Giorno dopo giorno, dalle undici di mattina alle sei di pomeriggio, una sorta di lavoro a tempo pieno. Qualche partita a biliardo, un po’ di sport sulla TV del pub sotto casa, e poi ancora birre. La vita che molti sognano, ma che ti allontana dal resto. Gli affetti, il mondo circostante, la bici. La bici è lì, a casa, a prendere polvere. Tanto non è servita a nulla, non è bastato portare a casa le medaglie in nome di Sua Maestà. Niente contratti pubblicitari milionari, niente ingaggi faraonici, niente di niente. Solo quel vuoto che niente e nessuno è in grado di colmare.

I giorni diventano settimane, le settimane scorrono e si trasformano in mesi. Due. Cinque. Nove. Nove mesi, giusto il tempo necessario a Catherine per dare alla luce il piccolo Benjamin. È la scossa che serve. Il senso di un’esistenza che sembrava perduta ritrovato nel pianto di un neonato. C’è un tempo per tutto, lo dice anche la Bibbia, ed il tempo della crisi finisce in quell’istante. Ora ogni metro, ogni salita, ogni scatto ha una ragione d’essere. Sedersi su quel sellino è l’unico modo che Wiggins conosce per stare accanto a sua moglie e a suo figlio. E quindi di nuovo chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Lentamente l’alcol viene spurgato dall’organismo ed i chili presi pian piano se ne vanno. Ritorna invece la voglia, lo spirito di competizione, la necessità di mettersi alla prova. E se la pista è stata la sua casa, ora Bradley torna sulla strada. Vince una cronometro al Circuit de Lorraine, poi partecipa al Giro d’Italia. Centoventicinquesimo. Per carità, non uno di quei risultati di cui vai fiero, ma arrivare a Milano dopo tre settimane di fatica e reduce da mesi d’inferno vale quanto una medaglia d’oro. Ben gli ha salvato la vita, Wiggins lo sa. Non sorprende quindi che tra i mille tatuaggi sparsi per tutto il corpo, suo figlio abbia il posto d’onore. Tre semplici lettere, tatuate sopra il cuore. Qualche anno dopo ci aggiungerà Isabella.

garywiggins

In un certo senso, essere un campione è semplice. Essere padre, un buon padre, è una sfida molto più complessa. E anche questo Bradley Wiggins lo sa bene. Se è nato a Ghent, nel cuore delle Fiandre, dove il pavé ti spacca le gambe e gli ammortizzatori della macchina, c’è una ragione. Suo padre, Gary, è un ciclista professionista. Uno specialista delle Sei Giorni, che tutti chiamano Doc. Per la preparazione meticolosa delle gare, forse. Oppure per quelle brutte storie che lo indicano come fornitore di sostanze stimolanti ai colleghi. Una carriera trascorsa nei velodromi di mezza Europa, lui che viene dalla lontana Australia dove ha lasciato una moglie ed una bambina. A Londra conosce Linda ed è colpo di fulmine. La coppia si trasferisce in Belgio ed è lì che Bradley impara a camminare e a dire le sue prime parole. Ma l’idillio si spezza, Gary lascia di colpo moglie e figlio, che fanno ritorno in Inghilterra. Per sedici lunghi anni non avranno contatti. Nessun ricordo, giusto qualche foto assieme. Eppure qualcosa rimane. Bradley ha dodici anni, a Barcellona ci sono le Olimpiadi. E sul parquet del Velòdrom d’Horta c’è una bicicletta che schizza a velocità supersonica. Sul sellino c’è un ragazzo con indosso la Union Jack che spinge sui pedali come se ne andasse della sua vita. Chris Boardman vince l’oro nell’inseguimento e conquista il cuore di Wiggins. Linda comprende, sa che il piccolo Bradley ha le due ruote nel DNA. Certe cose non si cancellano. Inizia così una carriera strepitosa.

1133

Vittorie su vittorie, la diffusa sensazione di trovarsi davanti a un fenomeno. Inviti, sponsorizzazioni, ogni porta si spalanca. Il trionfo nell’inseguimento ai mondiali giovanili del 1998 certifica quello che gli addetti ai lavori avevano capito da tempo. Bradley Wiggins è la nuova speranza del ciclismo britannico. Neanche il tempo di poter prendere la prima birra al pub, che la Nazionale lo chiama. C’è un’Olimpiade da preparare, chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Ed è proprio in previsione dell’appuntamento a cinque cerchi che a fine 1999 Bradley sta scavando solchi sul parquet di un velodromo di Sydney. Ma c’è un altro motivo. Gary Wiggins. Un contatto a sorpresa, poi un altro, e la sofferta quanto logica decisione di rivedersi. Non c’è molto tempo, le Olimpiadi incombono. Un anno ed un bronzo dopo, Wiggins decide di tornare in Australia. Tre mesi di allenamenti e la possibilità di passare finalmente del tempo con suo padre. È una delusione totale. Gary vive in una roulotte, gli è stata ritirata più volte la patente per guida in stato di ebbrezza. È un uomo disilluso, segnato da un incidente che gli ha distrutto la vita e la carriera e che ha cercato e trovato rifugio nell’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Nessuna possibilità di recuperare un rapporto ormai compromesso. I due non si rivedranno mai più. Wiggins senior termina i suoi giorni in un vicolo di Aberdeen, New South Wales, colpito alla testa durante una lite. È il gennaio 2008. Bradley Wiggins non partecipa ai funerali di suo padre, ma nella roulotte vengono ritrovati ritagli di articoli e fotografie che documentano la sua carriera. Un abbraccio postumo, ma certamente sincero. La morte però non cancella il passato. Bradley sarà per sempre segnato dall’abbandono in tenera età. Anche e soprattutto per questo è ben attento a non ripetere gli errori paterni.

image_update_eaf63e27a8f94e45_1343836801_9j-4aaqsk

Pechino 2008, Londra 2012, il record dell’ora, altri ori, altri trionfi, ma un solo comune denominatore. La famiglia. Catherine, Ben e Isabella sono sempre lì, accanto a lui. Cambiano i tagli di capelli, passano gli anni, ma non i sorrisi. E quando il parquet della pista lascia il posto all’asfalto o al pavé, il discorso è sempre lo stesso. Il 2012 è l’anno di grazia. Delfinato, Parigi-Nizza, Romandia. Preparazione perfetta per il Tour. Lo ripete da sempre Bradley, un giorno vincerò un oro olimpico, indosserò la maglia gialla. Con le medaglie vinte può già replicare i cinque cerchi, ma la parata sugli Champs-Élysées è tutta un’altra storia. Due tappe vinte, ovviamente entrambe le cronometro, ma anche tanta gamba sulle Alpi e sui Pirenei. È un Wiggins totalmente in controllo, capace di tenere testa ai migliori scalatori del mondo. L’obiettivo è a portata di mano, la penultima tappa, la seconda crono, lo certifica. E quando il traguardo finale è tagliato, quando, già leggenda del ciclismo su pista, entra di diritto nella storia delle due ruote su strada, c’è un ultimo sogno da realizzare. Il giro d’onore è con la Union Jack al collo e con accanto Ben, un po’ fuori tema con camicia e pantaloni lunghi, ma evidentemente a suo agio su di una bici.

article-0-142BB5EB000005DC-141_634x422

La storia agonistica di Wiggo termina nel 2016, con l’ennesimo oro olimpico a Rio de Janeiro. In mezzo una fama stratosferica, stavolta molto ben gestita. Apparizioni TV, sorprese graditissime come suonare la chitarra assieme al suo idolo Paul Weller, addirittura una linea di abbigliamento personalizzata, in collaborazione con uno dei marchi simbolo della cultura Mod. Ma anche tanto impegno sociale, con la nascita della Fondazione Wiggins, sportivo, con l’impegno a tenere alto l’interesse per il ciclismo nel Regno Unito e letterario, con ben quattro libri all’attivo. Eppure, nonostante una carriera eccezionale, probabilmente unica, il premio che sta più a cuore a Bradley è il sorriso dei suoi cari. Del resto mamma Linda insegna. Certo, la maglia gialla è importante, ma nel cuore di una madre la vera medaglia è vedere il proprio figlio felice e sereno, libero dai propri demoni. Una vita complicata quella del ragazzo di Ghent, sempre sospesa tra la gloria e l’inferno, passata a scappare da fantasmi che ogni tanto hanno avuto la meglio. Ma ad ogni caduta, reale o metaforica, è sempre seguita una rinascita. Un percorso, metro dopo metro, pedalata dopo pedalata, che ha portato Bradley Wiggins alla grandezza eterna e alla soddisfazione di potersi guardare allo specchio e vedere il ciclista e l’uomo che ha sempre desiderato essere. Il traguardo è arrivato, Wiggo può scendere dal sellino e appendere la bici al chiodo. Finalmente non gli servirà più. La fuga, quella più importante, è riuscita.

KB3: l’origine della metamorfosi di Russell Westbrook

KB3: l’origine della metamorfosi di Russell Westbrook

31.7 punti, 10.1 assist e 10.6 rimbalzi. Queste le stupefacenti medie che sta tenendo Russell Westbrook in questa Regular Season. Tripla doppia di media, roba che non si vedeva dai tempi di Oscar Robertson, nel lontano 1962. Il suo gioco potrà sembrare troppo individualista, le palle perse potranno apparire eccessive (5.5 di media a gara), le sue scelte durante le partite potranno sembrare spesso azzardate o insensate, però  è innegabile: sta riscrivendo una pagina di storia di questo sport.

Russell sa distinguersi, sempre e comunque. Se sul campo a parlare sono le sue giocate strepitose e il suo atletismo fuori dal comune, al di fuori si è fatto notare per il suo modo di vestire alquanto “pittoresco”. La sua grinta, la sua maniacale determinazione sul parquet, unite alla suo comportamento stravagante e a tratti borioso, lo hanno reso a tutti gli effetti un’icona. Anche se, a differenza della maggior parte delle star, Westbrook non solo non ama parlare di sé coi media, ma non era neanche intenzionato a diventare una star. Al contrario, per sua stessa ammissione fino al liceo era un “secchione”, passava ore e ore sui libri e progettava di andare a studiare a Stanford. Finchè qualcosa non gli ha fatto cambiare idea. E Russell stesso ci tiene a ricordare quel qualcosa che lo ha cambiato, profondamente. Come? Indossando, ogni singola partita, un braccialetto con la sigla KB3. Cosa significa?

Russ-KB3

 Torniamo indietro nel tempo, precisamente al 2002. Il giovane Westbrook, quattordicenne, è un ragazzino di un metro e settanta, gracile, che sa trattare bene la palla a spicchi. Gioca alla Leuzinger High School, a Lawndale, in California, senza però impressionare. Del resto, il suo talento è letteralmente oscurato da Khelcey Barrs III, suo coetaneo, che mostra delle doti atletiche e un talento spaventosi, al punto da essere già convocato in prima squadra contro ragazzi di 3 o 4 anni più grandi.

Tra Khelcey e Russell non c’è astio o acrimonia, ma solo una sana, genuina amicizia. I due vivono infatti sulla stessa via e sono migliori amici fin da bambini. Da sempre giocano sui campetti insieme e il loro sogno, un po’ utopico, è di approdare insieme a UCLA, l’università losangelina per eccellenza. Anche se lo strapotere di Kelchey sul parquet lo rende molto più promettente del giovane Russell.

Nel maggio 2004 il loro allenatore decide di portarli al Los Angeles Southwest College, dove si tiene un piccolo torneo in cui gareggiano anche atleti universitari. Il contesto ideale per valorizzare il talento dei 2 sedicenni. Barrs gioca una serie di partite a un livello pazzesco, conducendo di fatto la sua squadra in un filotto di vittorie. E un pomeriggio, terminata l’ennesima partita di assoluto strapotere sul campo, Khelcey si trattiene a chiacchierare con alcuni ragazzi, mentre Westbrook, sfinito, saluta tutti. E proprio a seguito dell’uscita di Russell, accade l’imprevedibile: Khelcey tutt’a un tratto accusa un forte dolore al petto, si accascia a terra, va in arresto cardiaco. Di lì a poco, la morte.

La diagnosi parlerà di cardiomegalia, ossia un accrescimento del cuore, la cui causa può derivare o da uno sforzo eccessivo o da una condizione congenita. Una disgrazia inimmaginabile, che stronca la vita di un sedicenne, dal futuro radioso.

Russell non ci crede, non può essere vero. Piange per il suo amico inseparabile, non riesce a capacitarsi di quanto sia successo.  Per supportare la famiglia Barrs in quel momento critico, si mette a disposizione, svolgendo tutte le mansioni che spettavano a Kelchey. Ma questo non basta, lui stesso si rende conto che il suo migliore amico merita di più. Una rabbia crescente inizia ad animare il sedicenne Westbrook. E’ l’inizio della metamorfosi.

 Per coronare il sogno suo e di Khelcey, Russell comincia a sfoderare una prestazione allucinante dietro l’altra. Sembra indemoniato. Quello che Barrs faceva sul campo, Westbrook lo riproduce, il tutto elevato al quadrato. Sembra di vedere 2 persone nel corpo di una sola, una mutazione stupefacente.

 Da lì, il resto è storia: l’approdo a UCLA, ad esaudire il loro desiderio comune, la scelta al Draft da parte di OKC con la quarta pick, il crescendo di stagione in stagione, fino alla definitiva consacrazione in questa Regular Season. Un cammino trionfale, che potrebbe concludersi con il premio MVP – Harden permettendo -. E chissà, magari in futuro con l’agognato titolo.

nike-hyperfuse-russell-westbrook-why-not-pe-05

E insieme al braccialetto con la sigla KB3 – portato ogni sera al polso in memoria di Khelcey -, Russell indossa anche un altro bracciale, con su la scritta “Why not?”. Questo negli anni è diventato il suo mantra. Un approccio, una visione che guida Russell fuori e dentro al campo, e lo rende incapace di arrendersi. Mosso non solo dalle sue ambizioni, ma anche dalla volontà di ricordare il suo migliore amico. Voglio che la gente sappia che Khelcey poteva essere il giocatore più forte del paese, e sarà sempre parte della mia vita”, queste le sue parole rilasciate anni fa. E ora, Russell mira al traguardo del suo amico fraterno, allo status di giocatore più forte di tutti. Non solo per se stesso, ma anche per Khelcey. E al di là dell’esito della sua battaglia personale, non possiamo che inchinarci davanti a Russell Westbrook.

Clint Dempsey: il mondo im-“perfetto”

Clint Dempsey: il mondo im-“perfetto”

Ha 34 anni, ed è uno dei più grandi giocatori della storia del calcio statunitense, il suo nome è Clint Dempsey. Molti se lo ricorderanno nella sua lunga e dignitosa carriera nella Premier, molti meno conosceranno la sua commovente e drammatica storia personale. Pochissimi, forse, hanno colto nel percorso di vita dell’ottimo centrocampista offensivo, l’insegnamento che nemmeno i protagonisti del mondo dorato sono esenti dal dolore, dal sacrificio e dalla ricerca di un equilibrio interiore che consenta di poter toccare la vetta.

Fin dai primi calci, è riconosciuta a Clint una particolare abilità con la palla, probabilmente ereditata alle origini europee (irlandesi), ma soprattutto il giovane è dotato di equilibrio, determinazione pur mantenendo un carattere mite e riservato. Tutti bollini verdi per un talento di razza.

La sua famiglia però è tutt’altro che agiata, e l’atipica maturità di un ragazzo pre-adolescente lo porta a rinunciare ai lunghi e costosi trasferimenti per lasciare che le risorse si concentrino sull’altro talento di famiglia: la sorella Jennifer.

La sorella, a soli 16 anni, è già un prospetto tennistico di primissimo livello, e Clint si cala perfettamente nel ruolo di primo tifoso; ma il destino spesso sa essere maledetto e beffardo. Jennifer muore per un aneurisma cerebrale senza che la sua stella possa illuminare nessun torneo del Grande Slam.

Da quel giorno però c’è una stella in più, nel cielo, che spinge il bomber americano a tagliare traguardi in serie: dai successi in patria alle prestazione da TOP tra Fulham e Tottenham, fino a portare con grande orgoglio la fascia di capitano della propria nazionale realizzando peraltro uno dei goal più veloci della storia di un mondiale. Ed è verso quella stella che le dita si rivolgono dopo ogni segnatura.

Quando esiste questo livello di drammaticità, quando ci sono dolori così profondi, non esiste un vero e proprio lieto fine. Però esistono degli insegnamenti importanti: non esiste il mondo incantato, è un mondo pieno di prove da superare e salti di qualità da ricercare, soprattutto a livello personale. Fortunatamente non sono sempre difficoltà così devastanti, ma ne esistono diverse e che possono essere provanti e apparentemente insuperabili; ecco, per quanto piccolo,  è necessario che ogni ostacolo vada affrontato con serietà, determinazione ed impegno. E grande forza interiore, perché se non si dovesse diventare grandi calciatori, si diventerà quantomeno uomini degni di ammirazione e rispetto.

Ed infine, magari, prendiamo anche riferimenti positivi nel nostro percorso. Come Dempsey, ad esempio.