Storia del Soldato Eder

Storia del Soldato Eder

La storia, in ogni suo aspetto, ha gli opliti e i generali. Tutti ricordiamo i nomi celebri, un po’ meno noti sono i nomi di onesti mestieranti del fronte, privi o quasi di colpi di genio. Anche nel calcio è così. C’è chi passeggia nella leggenda facendo incetta di trofei e vincendoli praticamente da solo e chi invece si aggrappa ad un minuto, un solo minuto in cui il Grande Burattinaio, ha deciso che sì, va bene, è il tuo momento ma non farci l’abitudine.

Se citiamo Cristiano Ronaldo, in ogni parte dell’orbe terracqueo, avremo facce che sorrideranno, che ne magnificheranno il talento, o che almeno faranno il grugno sforzato da “questo nome non mi è nuovo”. Ma se citiamo Eder, diventa un problema da esegeti. Un nome per intenditori, che lo confonderanno con il giocatore dell’Inter, o, filologi più competenti, col ragazzone belloccio che fu asfaltato insieme al Brasile dal Signor Rossi nel 1982. Dotato anche di una discreta stecca da lontano, talmente terrifica che le facce degli avversari in barriera erano di chi raccomandava l’anima a San Pietro sulla traversa di Fantozziana memoria.

Il terzo Carneade con questo nome, è un giocatore portoghese. Lo troviamo cristallizzato ad una data. 10 luglio 2016, al minuto 109 di una serata calda di una partita rognosa. Finale degli europei di calcio, Francia – Portogallo. Sembra una finale annunciata, solo Cristiano Ronaldo (questo nome non mi è nuovo…), si oppone novello Leonida, ai mangiabaguette. Ma sorpresa, dopo una manciata di minuti, un’entrata assassina di Payet, decide che 25 minuti per Ronaldo sono pure troppi. I portoghesi si chiedono solo quanto durerà l’agonia. Invece le mura resistono, anzi ogni tanto si prova pure a fare sortite fuori dal bunker. Fino a che dalla panchina non si alza lui: Éderzito António Macedo Lopes. Meglio noto(?) come Eder. Fino a quel momento ha fatto 3 gol in un bel po’ di partite, pochi per un attaccante. Anonimo prima, anonimo dopo quella finale. Ma nel mezzo c’è un minuto, in cui il ragazzone di Guinea, tira una saraccata aiutata forse pure dalla Madonna di Fatima, che tifa per i connazionali. Gol. Stadio gelato e abbracci. Storia della nazionale portoghese che vince un trofeo.

Un anno dopo, di lui si sa che è ritornato nel buio di un attaccante poco prolifico e per nulla incisivo. Ma si sa anche che ha un padre in carcere, accusato di aver ucciso la sua matrigna. Ma che lui sta provando a capire. Lo va a trovare ogni tanto e diciamo che gli riesce difficile perdonare, ma che quello è suo padre ed è difficile anche fare i conti con il sangue. Ne parla poco, aiuta le sorelle nei loro studi in giro per il mondo.

Adesso in Russia si gioca la Confederations Cup. La manifestazione tra nazionali che si disputa prima dei mondiali. Il ragazzo non è stato convocato. Avvertito per sms da un tecnico che, come dichiara ai giornalisti: “l’anno scorso mi criticavate per averlo convocato, ora perché non lo convoco”.

La storia, anche nel calcio, è un salotto buono solo per chi sa indossare la mise giusta. Chiedete di Ronaldo, tutti sanno chi è, chiedete di Eder, risposte meno convinte. Così va il mondo, per i soldati e i generali. Triste, solitario y final.

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

Ivica Strok: da fenomeno virtuale a superstar reale. E fa anche beneficienza

Ivica Strok: da fenomeno virtuale a superstar reale. E fa anche beneficienza

Ha vinto tutto quello che poteva nel mondo del calcio e ha una schiera di tifosi sui social network da far invidia a chiunque.

E ‘ considerato la più grande leggenda del Celtic Glasgow, club che ha guidato a quattro trionfi consecutivi in Champions League.

Fermi tutti. Qualcosa non vi torna? E’ normale. Stiamo parlando, infatti, di Ivica Strok un ‘calciatore’ piuttosto anormale.

Perché? Il motivo risiede nel fatto che Strok non esiste se non nella virtualità di Football Manager.

Ora, però, scopriamo come un finto fenomeno del calcio possa aiutare davvero ed in maniera importante chi i problemi li ha sul serio.

Il maggior successo di Ivica Strok, infatti, non è col pallone tra i piedi, né grazie agli 836 goal segnati nella sua carriera.

L’immagine di Strok è recentemente diventata parte di una campagna per aiutare le persone con problemi mentali.

Ma quando e come nasce Strok? La “vita” di Strok comincia a prendere forma il giorno che il suo nome compare davanti a Jonny Sharples, un ‘malato’ del popolare videogioco Football Manager, che offre alle persone di replicare la carriera di un allenatore, di decidere le tattiche, oppure la firma e la vendita di giocatori.

Sharples non era inizialmente convinto di portarsi a casa questo giovane calciatore croato di 18 anni proveniente dalla NK Zagabria, ma poi ha deciso di rischiare.

La firma è avvenuta nel mese di gennaio dell’anno 2020 (sì, avete letto bene) e da lì Strok è divenuto protagonista di una carriera impressionante, che lo ha portato a vincere tutto con il Celtic e ad essere campione d’Europa con la Croazia.

Grazie a Strok, Sharples ha rivoluzionato il proprio gioco e vinto ogni trofeo virtuale possibile.

L’idolo del ragazzo, però, acquisisce un nuovo e molto più profondo significato a partire dal dicembre 2014, a seguito di una telefonata.

A spiegare i fatti è proprio Jonny:

“Ho chiamato mia sorella e mi ha detto che mio fratello maggiore, Simon, si era tolto la vita. Mi è crollato il mondo addosso. Tutto era cambiato in un attimo. L’unico posto dove potevo scappare era il mio computer portatile grazie alla vita di Ivica Strok”.

Sharples ha iniziato a vivere con ancor più intensità ciascuna delle 22 stagioni della carriera di Strok e ha anche creato un account in suo onore sui social network.

“E’ stato come essere il dottor Frankenstein e rendere vivo il mio mostro. La sua fama è cresciuta così tanto da diventare un’icona oggi. Dopo il suo ritiro, infatti, con un amico, ho creato 150 copie stampate di un giornale fittizio per celebrare le gesta di Strok. Con il ricavato ho scelto poi di raccogliere fondi per un ente di beneficenza.”

Alla fine, si è riusciti a raccogliere circa mille dollari.

Inoltre, il popolare National Football Museum di Manchester ha voluto una copia del giornale, con una T-shirt del Celtic con il nome Strok e il numero 10, da esporre all’interno del proprio spazio.

“E’ stato nello stesso edificio con vere leggende dello sport come Messi, Pelè e Maradona. Ancora non ci credo”, le parole di un sorpreso ed emozionato Sharples.

Se lo Sport non basta: quattro atleti, quattro fughe, quattro tragedie

Se lo Sport non basta: quattro atleti, quattro fughe, quattro tragedie

Non sappiamo se fuggisse verso l’Italia o verso l’Europa, ma di certo fuggiva verso una vita migliore, Fatim Jawara. Originaria del Gambia, portiere titolare della nazionale di calcio femminile a soli diciannove anni, è annegata lo scorso ottobre nel Mar Mediterraneo, in seguito al rovesciamento dell’imbarcazione sulla quale era salita sulle coste della Libia.

Era un talento nato, Fatim – «Siamo disperati. È una grossa perdita per noi e per tutto il paese» ha commentato il presidente della Federcalcio del minuscolo stato africano dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa – ma in certi casi la bravura, per un atleta, non è sufficiente per sfuggire alla povertà. E allora, per non soccombere o per non rassegnarsi a un destino già scritto, si converte la fame sportiva in fame di vita, ci si fa coraggio, ci si mette alle spalle il passato e si prova a cercare la fortuna da un’altra parte, consapevoli comunque di affrontare una sfida dai rischi molto alti, talvolta fatali.

Come capitato a un’altra atleta, Saamiya Yusuf Omar, velocista somala che nel 2008 aveva partecipato alle Olimpiadi di Pechino nei 200 metri, concludendo le sue batterie sempre col tempo più alto. Anche lei nel 2012 era salita a bordo di uno dei tanti barconi della speranza. Anche lei, come Fatim, vide interrotta in maniera tragica e analoga la sua corsa verso un mondo migliore.

Un’esigenza che animò anche Lutz Eigendorf, centrocampista sì tedesco, ma dell’Est. Era nato a Brandeburgo, aldilà del Muro, in quella DDR dove anche il calcio era affar di Stato. Erich Mielke, il numero uno della Stasi (il Ministero addetto alla sicurezza del Paese) era anche il proprietario della Dinamo Berlino, il club più titolato del Paese, grazie anche a successi ottenuti con metodi non proprio all’insegna della glasnost (trasparenza) cara a Gorbaciov, nel quale militava lo stesso Eigendorf. Che però non ne poteva più del controllo massiccio dello Stato sulla sua vita e così, nel marzo 1979, approfittò di un’amichevole giocata a Ovest, contro il Kaiserslautern, per non fare più ritorno in patria.

A Occidente, oltre che giocarvi, Eigendorf voleva anche vivervi. Sembrava destinato a una carriera di successo, ma deluse le aspettative e quattro anni dopo fu ceduto al modesto Eintracht Braunschweig, dove però fu bersagliato dagli infortuni. Il 20 febbraio 1983, quello che con eccessiva fretta era stato ribattezzato il “Beckenbauer dell’Est”, rilasciò un’intervista televisiva dove elogiò la Bundesliga e le possibilità che avrebbe offerto ai calciatori orientali. Due settimane dopo, il 5 marzo, uscì di strada con la sua “Alfa Romeo nera”, sbattendo contro un albero e morendo dopo trentaquattro ore di ospedale. La Procura archiviò il caso sostenendo che si trattò di un incidente per guida in stato di ebbrezza, ma il tasso alcolemico del sangue era di 0.22 g/l. Caduto il Muro di Berlino e aperti gli archivi della Stasi, un’inchiesta del giornalista televisivo Heribert Schwan, basata su alcuni documenti desecretati, avanzò l’ipotesi che Eigendorf – la cui storia è trattata da Alessandro Mastroluca ne La valigia dello sport – fosse stato ucciso proprio dalla Stasi come punizione per l’affronto compiuto nei confronti dello Stato.

Dallo sport che non basta allo sport che sembra non bastare. E dal quale si fugge, ma per gettarsi nelle braccia della distruzione. Mediano tedesco di origini musulmane, Burak Karan da ragazzo aveva maturato anche alcune presenze nelle rappresentative giovanili della Mannschaft (Under 16, Under 17). Nel 2008 giocava nell’Aachen, serie-B tedesca e pareva avviato a un’onesta carriera che però lui stesso decise di interrompere per aderire alla Jihad, la guerra santa. Si trasferì con la famiglia in un villaggio della Turchia, ai confini con la Siria, imbracciò il kalashnikov e non di lui non si ebbero più notizie. Fino all’ottobre del 2013, quando il suo corpo fu ritrovato dilaniato dalle bombe.

La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto

La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto

Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e infine all’età adulta è lastricato di difficoltà, incomprensioni e giri a vuoto. La differenza tra una strada spianata verso la felicità e un cammino tumultuoso dall’incerto epilogo spesso è frutto di situazioni circostanziali, dinamiche sociali, educazione e frequentazioni.

Molti sono i casi di cronaca che tappezzano le prime pagine dei giornali e riempiono i palinsesti televisivi raccontandoci come la transizione verso la maturità di un ragazzo è spesso caratterizzata da storie di violenza, di droga, di problemi familiari e di abbandono.

E, purtroppo, sono agli occhi di tutti, giorno dopo giorno.

Senza voler puntare il dito contro nessuno, negli ultimi anni i media internazionali ci hanno mostrato, a più riprese, come la situazione all’interno delle scuole e delle Università degli Stati Uniti d’America sia spesso caratterizzata da casi di delinquenza e disagio: la criminalità, compresa quella minorile, è parte integrante di un sistema che, nel tempo, ha dovuto fronteggiare momenti di altissima tensione e tragedia. Spaccio e possesso di armi sono, purtroppo troppo di frequente, sinonimo di morte e galera.

E gli artefici sono, al tempo stesso, vittime insanguinate di un contesto che ti mostra la vita in una dimensione irreale, senza rinunce e sacrifici. Dove non si dice mai di no, altrimenti potresti essere escluso, lasciato solo e deriso da chi non sa aspettare e, forse, non saprà mai fermarsi.

Per questo, il governo a stelle e strisce ha messo in moto la macchina istituzionale, organizzando programmi mirati alla prevenzione e la piena conoscenza, attraverso l’educazione approfondita di tutte quelle tematiche che possano indirizzare il giovane verso un approccio alla vita consapevole e rispettoso di sé stessi e degli altri.

Per quanto riguarda l’aspetto dello spaccio e del consumo di droga all’interno degli ambienti scolastici e universitari, è stato creato il D.A.R.E. (acronimo di Drug Abuse Resistance Education) con l’intento di mostrare agli adolescenti gli effetti delle sostanze stupefacenti sulla loro vita e i risvolti che l’ignoranza in merito a questo tema può causare.
Per di più, è stata varata una legge che sancisce la piena responsabilità dello spacciatore nei casi in cui la vendita di droga abbia portato alla morte del compratore, così come i danni ad essa correlati: la legge Len Bias.

Ma chi è Len Bias?
Nato a Landover, nel Maryland, il 18 Novembre 1963, Leonard Kevin Bias, per tutti conosciuto come Len, è considerato da molti addetti ai lavori dell’epoca una delle migliori stelle inespresse del Basket americano. “Frosty” come lo chiamavano gli amici per via di un nomignolo affibbiatogli dal parroco della sua città per sottolineare il suo carattere serio e umile, è un ragazzone afroamericano di oltre 2 metri e quasi 100 chili. Amante sin da piccolo del Football Americano, comincia la sua carriera cestistica con il passaggio dalle superiori al college, presso la University of Maryland. Il suo ruolo, Ala Piccola.

La sua storia è stata riportata alla luce da Kirk Frasier, con il documentario “Without Bias” nel 2009, vincitore di svariati premi.

Da ragazzo grezzo e poco disciplinato, il monumento del college basket Lefty Driesell, coach dell’università, lo trasforma negli anni in un lungo dal rimbalzo facile, dalle splendide mani, con i movimenti di una guardia.
Len è un atleta fantastico, alla continua ricerca della perfezione: decide di allenarsi anche con la squadra di football e in poco tempo si trasforma in un colosso dalle grandi spalle e le braccia possenti.

Sono gli ultimi anni di Michael Jordan in NCAA con North Carolina, e Len vede crescere le sue statistiche e le prestazioni in modo esponenziale. Dopo il passaggio di MJ nella NBA direzione Chicago Bulls, Bias diventa in assoluto la stella del college basket americano, vincendo per due stagioni consecutive il premio di miglior giocatore del campionato.

Con la fama e i fotografi arrivano anche le donne e le amicizie di comodo. Ma Len è un ragazzo serio. Certo, si diverte. Ma come farebbe qualsiasi altro ragazzo che sta per entrare in un mondo più grande di lui. Sul campo, però, è un’autentica furia. Statistiche e percentuali clamorose portano i maggiori talent scout sulle tracce di questo Horse – cavallo, come veniva definito per la potenza abbinata all’eleganza dei movimenti – dal sorriso fresco e spontaneo.

Finita la stagione universitaria, arriva il momento più bello ed emozionante per un adolescente che sta per realizzare il sogno della sua vita: il Draft. L’anno è il 1986 e il giorno è 17 giugno.

In quell’occasione, il volere del general manager Red Auerbach, fresco vincitore del titolo Nba con i Boston Celtics dell’ultimo Larry Bird, ricade sul ragazzo di Maryland che viene scelto dalla franchigia più titolata della storia del Basket a stelle e strisce. Con lui sarebbe continuata la dinastia vincente. Sulle spalle il numero 30.
Il volto di Len si illumina e la felicità traspare chiaramente quando sale sul palco con il cappellino della squadra verde-bianca ad accogliere i meritati applausi e attestati di stima tra cui proprio quelli da parte di Bird, entusiasta all’idea di poter avere un talento del genere come compagno.

L’euforia che ne consegue è massima: dopo la firma con la squadra di Boston, Bias va a festeggiare con un suo nuovo collega. Il giorno dopo si reca presso la sede della Reebok, tornando in Maryland con un contratto milionario in mano e tante scarpe per sé, per i suoi fratelli e i suoi amici.

Finiti i convenevoli, è tempo di festeggiare: Len chiama il suo compagno di squadra Brian Tribble per organizzare una serata celebrativa per l’avvenimento più importante della sua vita: due mesi dopo, avrebbe calcato quei campi che aveva sempre sognato, affianco a stelle NBA a cui si era da sempre ispirato.

Ma l’eccitazione, si sa, a volte, ti porta a superare limiti che non dovresti oltrepassare. Figuriamoci per Len, il ragazzo serio e umile del Maryland, che tanto aveva faticato per raggiungere la vetta della gloria.
Lui e Tribble fanno scorta di alcol: birra e cognac a fiumi.

Ma non basta: Tribble rimedia anche la cocaina.

L’appuntamento è nella stanza di Terry Long, giocatore di football americano, portandosi dietro David Gregg, cestista anche lui. Bussano alla camera 1103.

Alle 6.30 del mattino, dopo un’infinita serata a base di droga e alcol è la voce di Brian Tribble a rompere il silenzio dell’alba.

Dovete riportarlo in vita, non può morire. E’ Len Bias!!”. Queste le parole urlate al 911.

Len Bias giaceva a terra in preda alle convulsioni. Il corpo reagiva ad una dose eccessiva di cocaina.
All’arrivo dell’ambulanza, Bias fu trovato privo di conoscenza e senza respiro. Viene portato d’urgenza presso l’ospedale Leland Memorial Hospital, dove i medici fanno di tutto per rianimarlo. Lui non può morire.
Gli viene impiantato un pacemaker per ristabilire il battito cardiaco. Lui non può morire. E’ Len Bias, nuova stella dell’Nba.

Invece Leonard Kevin Bias, detto Len, detto Frosty, detto Horse, muore alle 8.55 del 19 giugno 1986. A soli 22 anni. A solo pochi passi dalla storia. Il cuore non ha retto. Causa del decesso: arresto cardiaco causato da overdose di cocaina.
Più di 11.000 persone si presentano alla Cole Field House, centro ricreativo dell’Università, per dare l’ultimo saluto a Len. Tutti per te Frosty. Al Garden di Boston sarebbero stati 14 mila per la prima dei Celtics. Qui, invece, più di 11 mila. Solo per te. Pensa cosa sarebbe successo alla tua prima schiacciata. Tra la folla anche Red Auerbach.

Nel suo volto la tristezza di chi sa cosa il basket americano ha perso.

Len viene sepolto al Lincoln Memorial di Suitland, il 30 giugno 1986. La maglia n.30 dei Celtics viene donata dalla franchigia alla mamma Lonise Bias.

Quello che ne scaturisce è un tornado mediatico fatto di falsità e testimonianze mai confermate. I compagni della serata asseriscono che Bias aveva già fatto uso di cocaina altre volte. La famiglia dichiara il contrario. Inoltre, nell’autopsia viene rilevato un alto tasso di cocaina all’interno dello stomaco del giocatore. La verità non è mai stata svelata. Le accuse verso coloro che parteciparono a quella maledetta notte decaddero anche se, anni più tardi, Tribble fu accusato di spaccio e rinchiuso in carcere per 10 anni.

In seguito ai fatti accaduti nella stanza 1103 della Maryland University, gli Stati Uniti intensificarono i controlli all’interno degli atenei e inasprirono le pene nei confronti di chi vendeva la droga: la legge Len Bias, per l’appunto. Un ragazzo dal sorriso sincero e i numeri da superstar. Un atleta che ha fatto la scelta sbagliata, nel momento più bello della sua vita.

Le parole del suo coach ai tempi dell’High School risultano essere tragicamente profetiche: Se circondi Len di stronzi diventa lo stronzo peggiore… se lo circondi di brave persone, diventa la migliore”.

Nel corso della storia dell’NBA andiamo cercando e, forse lo faremo all’infinito, l’erede di Michael Jordan. Quello che sappiamo è che nello stesso anno in cui è nato MJ, veniva al mondo proprio Len Bias. E i paragoni con il 23 più famoso del mondo si sprecano. Poteva essere Len Bias il primo rivale di sua maestà 6 anelli? Chi lo sa. Ma, a detta di molti, forse lo era.

 

“Assomiglia ad un maschio”: bimba di 8 anni cacciata da torneo di calcio femminile

“Assomiglia ad un maschio”: bimba di 8 anni cacciata da torneo di calcio femminile

Pessima. Disgustosa. Tremenda.

Scegliete voi l’aggettivo più calzante per la storia che vi apprestate a leggere.

Siamo in Nebraska, per la precisione ad Omaha. Mili Hernandez, otto anni, sta per scendere sul campo da calcio, sport che tanto adora, insieme alle sue compagne di squadra degli Azzuri Cachorros per prendere parte ad un torneo dedicato a bambine.

Tutto sembra a posto, quando gli organizzatori della rassegna bloccano Mili e le dicono che non può scendere in campo.

La ragione? Ci state prendendo in giro. Questo è un ragazzino, non una femmina. Non può giocare.”

Dal canto suo, la bambina, evidentemente (e ci vuole veramente poco) molto più matura di chi ha preso tale decisione, prende la decisione ‘con filosofia’ e risponde: “Preferisco avere i capelli corti e sembrare un maschio che giocare nel vostro torneo”.

Nonostante ciò, il padre di Mili prova, comunque, a mostrare la health insurance card (la carta di assicurazione sanitaria, necessaria negli USA per ricevere assistenza medica), che mostra il sesso femminile della figlia, agli organizzatori del torneo ma è come andare a sbattere contro un muro (con tutto il rispetto per il muro in questione, certamente più sagace degli organizzatori stessi).

E dire che Mili è un vero talento del calcio; infatti, proprio lei ha aiutato in maniera decisiva la sua squadra a raggiungere la fase finale della rassegna Springfield Soccer Club, quella che non ha poi potuto disputare grazie alla stupidità di qualche ‘capo’ del torneo.

Neppure una reazione, magari di sentite scuse, da parte dei responsabili della manifestazione.

Una vera vergogna.

Per fortuna ci ha pensato il mondo del calcio (statunitense e non solo) a far tornare il sorriso alla povera Mili, con tanti attestati di affetto ed inviti da parte di molte squadre a visitare i propri centri sportivi.

Non te la prendere. Mili.

Il mondo è pieno di deficienti del genere e, purtroppo, crescendo lo scoprirai sempre di più!

 

Malafeev era un portiere

Malafeev era un portiere

Agli scorsi europei di calcio 2016 , a guardia della porta della Russia, avrebbe dovuto esserci lui. In quella porta che era una sua costola. Si chiama Vyacheslav Malafeev. Portiere dello Zenit di San Pietroburgo. Ma non c’era. Non perchè scarso, figuriamoci. Avrebbe giocato al volo, visto che Akinfeev, portiere titolare senza di lui, a volte fa delle papere spaventose. Ma la sua decisione parte da lontano. Da almeno sei anni fa.

Nel marzo del 2011 sua moglie è in auto e rimane vittima di uno spaventoso incidente. Vyacheslav non rimane solo sconvolto, ma anche disorientato. Già perchè la sua era una famiglia. Ci sono anche due figli. Maxim e Xenia. Piccoli. Lui continua a giocare per il resto della stagione, ma dentro ha un tarlo bello grosso. Può scegliere, continuare il suo mestiere e affogare il dolore, ma il suo cruccio è la tristezza dei figli. Nel 2012 prende una decisione, anzi due. Intanto chiede a Spalletti, il suo allenatore, di allenarsi ad orari diversi. Questo perchè lui la mattina vuole fare la colazione ai bambini e vuole accompagnarli allo scuolabus, poi torna a preparare il pranzo. In più chiede di parlare con Capello, allenatore della Russia. Gli chiede di non essere più convocato. “Non voglio lasciare i miei figli da soli per troppo tempo, è un momento delicato”. Capello capisce, prova a dissuaderlo, ma alla fine gli dice che forse sta facendo una scelta che un vero uomo farebbe, gli chiede solo se gli darà una mano per le emergenze, lui risponde con una sportività di pochi: “ha due portieri bravissimi, la Russia è in buone mani”.

Ma qualcosa dentro di lui continua. Il vedere la vita sotto un’altra prospettiva. E capisce che forse il dolore gli sta proponendo nuove opportunità, e poco prima degli Europei, maggio scorso annuncia il ritiro dal calcio. A 37 anni che per un portiere non sono nulla. Quando spiegò la sua rinuncia alla nazionale, lo fece tenendo per mano i suoi figli e dicendo: “avrei potuto metterli in un collegio, nel migliore di tutta la Russia, ma sarebbe stata una decisione crudele e irresponsabile. Amo i miei figli, il calcio mi ha permesso una vita da privilegiato e ora posso staccare un po’ la spina senza troppi problemi”. Insomma un campione, che i figli non a caso, chiamano Superman, come i supereroi, ma lui corregge anche i compiti.

Caso Donnarumma? Tutta colpa di Bosman e della sentenza che cambiò per sempre il calcio

Caso Donnarumma? Tutta colpa di Bosman e della sentenza che cambiò per sempre il calcio

Di lui si sono perse le tracce per lunghi anni. Il nome dell’uomo che, con la sua battaglia, rivoluzionò il calcio europeo torna sulle pagine dei giornali nel 2012, non su quelle dello sport bensì quelle ben meno accoglienti della cronaca: Jean-Marc Bosman viene condannato dal tribunale di Liegi per violenza domestica nei confronti della compagna e della figlia di lei nel corso di una lite. Pur riuscendo a evitare la prigione grazie alla condizionale prima, e ai servizi sociali poi, è il punto più basso del percorso di vita di un ex calciatore che, dopo i promettenti esordi nel professionismo ha deciso di intraprendere una battaglia per rivendicare quello che ritiene un suo diritto e ridistribuire in modo più equo i soldi del calcio tra i giocatori. Il fatto che la sua vicenda lo ha poi visto isolato da quello che era il suo mondo, che lo ha trattato come un personaggio ‘scomodo’, e finire senza lavoro, con problemi di alcolismo e depressione non può che essere considerato una beffa.

Soprattutto se si considera il ruolo chiave da lui avuto nell’arricchimento dei suoi colleghi. Ma anche se Bosman riesce attualmente a mantenersi solo grazie a un sussidio statale non si è mai pentito di aver cominciato e portato a termine la sua battaglia.

Sono passati più di vent’anni da quando per il calcio è cambiato tutto. E’ il 1995, l’Ajax di van Gaal è campione d’Europa, la Juve di Lippi ha conquistato il primo campionato dell’era dei tre punti a vittoria e George Weah, primo calciatore africano nella storia del trofeo, sta per aggiudicarsi il Pallone d’Oro.

In Belgio, un centrocampista poco conosciuto nel resto d’Europa sta da tempo sfidando il sistema: a Jean-Marc Bosman non va proprio giù l’esser stato trattato “come uno schiavo”. Dopo che il club con cui era in scadenza di contratto, l’RFC Liegi, gli ha negato il trasferimento ai francesi del Dunkerque non rinunciando all’indennizzo che all’epoca era previsto alla scadenza del contratto decide di andare fino in fondo, facendo causa.

Dunkerque, nel giugno del 1940, fu il teatro di una storica ritirata delle truppe alleate che portò al salvataggio di circa 340 mila soldati dall’accerchiamento delle truppe naziste: 55 anni dopo Bosman, forse involontariamente, con la sua battaglia per andare a giocare nella squadra della città portuale francese pone le basi per una decisa spallata simbolica e non solo alle limitazioni della libera circolazione dei lavoratori comunitari all’interno dell’Unione Europea. E a un mondo del calcio che da quel momento non sarà più lo stesso.

Gli Stati membri dell’UE sono da poco passati da 12 a 15, e il lungo tragitto verso la moneta comune è da tempo cominciato. Nei club calcistici del Vecchio Continente ciò non basta però ancora per azzerare le limitazioni al tesseramento e all’impiego di giocatori europei: fino a quel tempo l’Uefa permetteva di convocare massimo tre stranieri per le partite della neonata Champions League, della Coppa Uefa e della Coppa delle Coppe, mentre in Italia, dopo la chiusura totale degli anni ’60 e ’70, era consentito il tesseramento di quattro non italiani (ma con un tetto di tre in campo).

Il giorno della svolta è il 15 dicembre 1995: dopo cinque anni dall’inizio della causa, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea dà ragione a Bosman, assimilando di fatto i calciatori agli altri lavoratori. Ne consegue la possibilità, per un giocatore comunitario, di trasferirsi gratuitamente (il cosiddetto ‘parametro zero’) alla scadenza del contratto con il proprio club e la decadenza delle limitazioni delle Federazioni sul numero dei calciatori dell’UE tesserabili e schierabili.

Per il calciomercato è una vera rivoluzione: le società perdono potere a vantaggio dei calciatori, che possono iniziare a guardare alla scadenza del loro contratto come un’opportunità e a valutare di trasferirsi in un altro campionato senza tanti problemi. In più di un’occasione il mancato rinnovo di un big scatena aste milionarie tra i club che fiutano l’affare di tesserare un giocatore senza pagarne il cartellino (o a pagarlo meno del reale valore se vicino alla scadenza del contratto): tra i protagonisti delle trattative iniziano a figurare gli intermediari e, mentre i procuratori diventano sempre più potenti, gli stipendi dei calciatori lievitano.

Nei cinque maggiori campionati europei il monte ingaggi totale passa dal miliardo di euro del 1995 ai 6,8 miliardi del 2013/14, crescendo in percentuale più del fatturato (da 2 a 11,3 miliardi di euro). Impressionante poi il dato dell’utilizzo dei calciatori stranieri in Serie A, ben 301 su 553 giocatori scesi in campo nel 2014/15 (il 54,4%). Da quelle che erano due finestre di una decina di giorni a luglio e a ottobre adesso la campagna trasferimenti ha date comuni in Europa, e dura tutta l’estate fino al primo settembre e tutto il mese di gennaio.

Tra coloro che si avvalgono dello svincolo gratuito nel corso di questi vent’anni ci sono anche calciatori di livello eccelso all’epoca del loro trasferimento, come ad esempio Vialli (passato dalla Juventus al Chelsea nel 1996), Ballack (dal Bayern Monaco al Chelsea nel 2006), Pirlo (dal Milan alla Juventus nel 2011) e Lewandowski (dal Borussia Dortmund al Bayern Monaco nel 2014). Il boom economico che trasforma il calcio in quello show-business che non era ai tempi della sentenza porta anche a un cambio di priorità per i club e per i calciatori, per i quali spesso conta più partecipare alle competizioni più importanti (per poter intascare i soldi dei premi e dei diritti tv) che vincere.

Nonostante tali liberalizzazioni, la sentenza Bosman presto perde la sua spinta egualitaria di redistribuzione della ricchezza: ad approfittarne, infatti, sono quasi solo i calciatori più famosi e ricchi, e la maggior parte dei vantaggi economici se li mettono in tasca loro, e non i ‘comuni mortali’ come era ad esempio lo stesso artefice del cambiamento. Quando da giovane Jean-Marc Bosman sognava di cambiare il calcio aveva in mente scenari molto diversi. Su tutti i fronti.

Prima dell’Ultima: il cortometraggio sull’ultima notte di Roma prima dell’addio di Totti

Prima dell’Ultima: il cortometraggio sull’ultima notte di Roma prima dell’addio di Totti

Tre ragazzi, una macchina e una telecamera. È il 27 maggio 2017, la notte prima dell’ultima partita di Francesco Totti con la maglia della Roma, e la città si prepara a dare l’addio al suo Capitano. Troveranno volti e voci di incontri fugaci, notturni, regolati dal caso, di compagni di viaggio con cui condividere l’ultima notte di un’avventura durata più di venticinque anni: quella di Francesco Totti con la maglia della sua città.

“Prima dell’ultima” è un cortometraggio di Paolo Geremei, David Gallerano e Paolo Valoppi. Nell’opera Totti non viene mai nominato: «Il nostro è un racconto sulla percezione di Totti, sul suo riflesso, sulla continua assenza e presenza», spiega Paolo Geremei. E anche la scelta di raccontare la notte precedente al suo addio è frutto di una ricerca artistica: «L’attesa era la cosa che più ci interessava, catturare le emozioni di chi si prepara al domani, nei modi più diversi possibili. Abbiamo scelto la notte – conclude il regista – perché è un momento in cui si è veramente se stessi, e perché si respira quell’attesa che di giorno, in qualche modo, vivi con più facilità».

Alberto Sordi e lo Sport : una storia d’amore

Alberto Sordi e lo Sport : una storia d’amore

Appassionato, tifoso, sportivo. Ripercorriamo insieme, attraverso i suoi film, il particolare rapporto tra Alberto Sordi e lo Sport, in occasione della ricorrenza del suo compleanno.

“Americà, facce Tarzan!”. Chi può dimenticare la celebre sequenza di Un giorno in Pretura, quando Alberto Sordi nuota nudo nella Marrana.

Il rapporto tra Sordi e lo sport fu una storia d’amore. Tormentata. Come tutte le storie d’amore, ma soprattutto, come tutte le storie romane (e di conseguenza “albertosordiane”) molto autoironica.

Fin da giovane Albertone, prendeva in giro il suo stesso essere quel “fusto”, che però di fatto poteva apparire agli occhi del pubblico dell’epoca. I suoi ruoli riflettono spesso il curioso scambio di ruoli. Nando Mericoni,  il personaggio che più di ogni altro contribuì a lanciare Sordi verso il successo (dall’episodio di Un Giorno in Pretura ad un film tutto suo come Un Americano a Roma), è appunto un ragazzone, che si tuffa nel Tevere, tipo Mister Ok, nuota come “tarzan” e si autocelebra quale Santi Bailor, di origini americane, campione di baseball mancato per colpa del destino e dei genitori, ma in effetti in grado di arrampicarsi in cima al Colosseo per essere mandato finalmente a Kansas City.

Alberto giocherà sempre su tali pseudo qualità sportive ingigantite. Dal giovane podista quando interpreta il “compagnuccio della parrocchietta” (Mamma mia che impressione)

Dal cavaliere del Conte Max (che cade all’ostacolo ma certo non si tira indietro) fino al allo sciatore del primo cinepanettone Vacanze d’Inverno che s’immolerà per amore su una discesa molto pericolosa.

alberto sordi e lo sport

 

Molti comici posteriori a Sordi, riprenderanno, per non dire ricopieranno simili gesta, (su tutti ricordiamo la tragica fine sciistica dell’azzurro Fantozzi nel primo film) ma lo faranno portando agli estremi e al parossismo le bugiarde capacità sportive del personaggio. Mentre Sordi, rimaneva e rimane sempre in bilico, le sue imprese appaiono perfino credibili, perché lui aveva o presumeva di avere il famoso physique du rôle.

Capitolo a parte merita poi il particolare rapporto che Alberto aveva con il calcio. Più volte vissuto in prima linea da tifoso. Già in quel famoso episodio de Un Giorno in Pretura racconterà del Derby di Roma, che diventerà un suo cavallo di battaglia nell’affrescare Roma e i romani.

 

Le sue battute diventeranno graffi famigerati nella presa in giro tra romanisti e laziali. E la sua fede giallorossa lo renderà ancora più emblematico ambasciatore di come si vive a Roma il calcio.

 

L’acqua dal terrazzo e le pernacchie a Peppino de Il Marito, fino a la spietata analisi del ritorno di Mericoni in Di che Segno sei?

Che sintetizza il suo pensiero tanto osannato dai tifosi romanisti.

Chi è nato a Roma è romanista. I laziali sono quelli de fori le Mura, che ce porteno l’ove fresche e le ricotte, a quanno arriveno in città, alzano la testa e dicono: “Guarda ‘nmbò che cielo limbido!” (Alberto Sordi, 1982).

La Curva Sud rende omaggio al suo beniamino quasi ad ogni partita, ed innumerevoli sono gli striscioni che sono apparsi in suo onore. L’occasione di Roma Empoli del 2 marzo 2003 ad una settimana circa dalla scomparsa di Sordi (24 febbraio) fu quella più commuovente. Fu intonato pure “Ma ‘ndo vai…”.

alberto sordi e lo sport io gioco pulito

Chiudiamo però questo ritratto sportivo dell’Albertone nazionale parlando del suo film più incentrato sul calcio. Probabilmente non a caso lontano da Roma proprio per non generare conflitti di squisita lucidità nel suo raccontare l’Italia.

 

alberto sordi e lo sport

Il presidente del Borgorosso Football Club, film del 1970. Commedia, diretta da Luigi Filippo D’Amico che affronta con una certa dose di conoscenza l’ambiente folle e passionale del pallone nel Belpaese.

Alberto interpreta Benito (anche qui non certo un nome a caso, la sua imitazione di Mussolini alla finestra è leggendaria) Fornaciari, impiegato del Vaticano, che riceve dal papà Libero in eredità la società calcistica del Borgorosso FC, la squadra di calcio del paese romagnolo omonimo. (Il Borgorosso Football Club 1919 è una società di calcio esistente. Fondata a Roma nel compleanno di Alberto Sordi, nell’anno 2006)

 

Il nuovo presidente non è interessato al calcio ma rapidamente viene trasportato dalla passione dei tifosi. Da qui nascono tutta una serie di parodie che faranno da scuola anche a tutti i film sul tema che verranno.

Preso di mira fu prima di tutti Helenio Herrera, il mago di quegli anni, che qui diventa l’allenatore italo-peruviano, José Buonservizi, lo stregone, che sbaglia tutte le profezie fondate sulla sua cocciuta presunzione. C’è la contestazione dei tifosi. C’è il calciomercato. Tutto gira intorno agli investimenti del presidente, che dopo aver esonerato il santone diventa egli stesso la vera guida della squadra sfiorando l’impresa con il centravanti Celestino Guardavaccaro, pagato a peso d’oro.

Ci sono le polemiche arbitrali, l’invasione di campo per un rigore, e la conseguente squalifica, fino alla follia finale dell’ingaggio esorbitante del vero campione: Omar Sivori. Che costerà il fallimento della squadra. Vi ricorda qualcosa nel mondo romagnolo?

C’è perfino il doping (l’avversaria Celerina viene punita di 10 punti per uso di anfetamine). C’è la superstizione a braccetto con la cultura cattolica (Don Regazzoni sempre presente) ma soprattutto c’è il calcio degli italiani, della provincia, del bar.

Il film fu girato a Bagnocavallo, ma le scene delle partite furono ambientate allo stadio di Lugo (Ravenna), dove gioca il Baracca Lugo. I bianconeri del Borgorosso sarebbero stati ispirati dal Cesena di Dino Manuzzi, che porta gli stessi colori e che visse in quegli anni la favola di passare dalla C, alla B fino alla Serie A.

 

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