Sul quadrato con Roberto Camelia: “Affrontate le sconfitte con ironia, nello sport e nella vita”

Sul quadrato con Roberto Camelia: “Affrontate le sconfitte con ironia, nello sport e nella vita”

Sarebbe troppo facile e forse più scaltro, mediaticamente parlando, farci raccontare dall’”arbitro con la protesi” come sia avvenuto l’incidente, farci raccontare una tragedia per lasciar salire un brivido sulla schiena, ma non lo abbiamo fatto per un motivo ben preciso. Perché per far salire un brivido sulla schiena bastano altre immagini, bastano alcune massime per capire la grandezza di saper ricominciare a vivere dopo una batosta del genere, conta il sorriso di un uomo a tutto campo: il sorriso di Roberto Camelia.

Premessa: divideremo l’intevista in round, necessario per porre alcune domande a un arbitro di pugilato.

Primo Round – L’esperienza da pugile: cosa ti ha portato a decidere di voler fare l’arbitro nel 2010?

 A dire il vero questa è una domanda che mi fanno spesso, perché in effetti quella dell’arbitro è una professione molto difficile; se ne parla poco e se ne parla male, per me è una passione, una scelta di vita che mi ha permesso di rimanere sotto un’etichetta differente, non quella dell’atleta ma di ufficiale di gara, che comunque respira e vive di adrenalina e trance agonistica attraverso l’azione degli altri.

Secondo Round – Osservare un sport da spettatore interessato, da attore non protagonista, sul ring ma non per combattere: cosa si prova?

 Il nostro compito? Essere imparziali, vivere la gara in terza persona come un normale evento sportivo, senza compromettere nulla e senza essere partecipe in maniera diretta delle emozioni di uno o dell’altro. Bisogna assisterli per assicurarsi che vengano rispettate le regole e tutelata l’integrità fisica. Il compito principale a cui noi aspiriamo è un servizio imparziale.

Terzo Round – L’episodio più divertente che ti sia accaduto da quando sei diventato per tutti ‘l’arbitro con la protesi’

Vi racconterò un episodio un po’ colorito. Mi ricordo che, subito dopo essere tornato sul quadrato, c’era molta attenzione nei miei confronti. Durante una riunione, non appena finì e tutti scendemmo dal ring per andare via, mi si avvicinò un bambino chiedendomi se fosse vero che io avessi una gamba Io mi ricordo di avergliela fatta toccare, tanto che lui fece una faccia esterrefatta e guardandomi negli occhi esclamò: ‘M******!’. Avrà avuto dieci anni, ma dalle nostre parti è un’espressione che si usa spesso.

 Il mondo della disabilità del resto è molto ironico, sai quante volte mi hanno detto “Mi raccomando, partiamo col piede giusto” oppure “Oggi non facciamo passi falsi”? Vi è un certo folklore e l’ironia è il modo vincente per parlare di certe cose. E’ la chiave vincente per sensibilizzare le persone, anche in maniera simpatica, parlando di un dramma. Vedere il rovescio della medaglia con un sorriso può avvicinare molta più gente, che è l’obiettivo di tutti quelli che si occupano di sport nella vita.

Quarto Round – Come è cambiata la tua vita, da arbitro, nel momento in cui hai scelto di tornare in campo?

 Vi è un’attenzione massima verso l’integrità degli atleti e una voglia ancora maggiore di cercare di essere un arbitro il più possibile vicino alla normalità. Cerco questo curando dettagli, allenandomi molto e cercando di pulire, affinare tecniche per fare in modo che non vi siano dubbi sulla mia professionalità e sul servizio che io come altri arbitri diamo sul ring.

Quinto Round – Se dovessi lanciare un messaggio agli appassionati di sport che faticano a riprendersi da infortuni o traumi, quale sceglieresti?

Il dolore si può raccontare in mille modi, ma la chiave più familiare credo sia quella dell’ironia, con cui puoi arrivare anche ai bambini. Il mio incidente è stata un’esperienza che fa parte della vita di tutti i giorni e pertanto non deve essere vissuta come una cosa che ti ha cambiato per sempre. A volte nella vita ci sono, come nello sport, dei risultati ingiusti che vanno accettati, metabolizzati per riuscire a fare meglio poi in futuro. Ci saranno sempre cose che non ci andranno bene, ma serviranno da stimolo e serviranno per il futuro. Le sconfitte aiutano a capire cosa fare e come fare a vincere, così come nella vita anche nello sport.

 

Dagli sport rurali al ring: Paulino Uzcudun, il “Toro Basco”

Dagli sport rurali al ring: Paulino Uzcudun, il “Toro Basco”

13515435_10209941407874412_40088121_n

Vissuto per quasi tutto il ventesimo secolo, Paulino Uzcudun fu il più grande peso massimo della storia di Spagna.

Nato nel 1899 nel Paese Basco, la regione ai piedi dei Pirenei, divisa tra Francia e Spagna, dalla forte connotazione indipendentista, Paulino fece onore alle proprie origini divenendo un fortissimo “Aizkolari”, ossia un atleta di sport rurali baschi che si dedica al taglio netto del legname con l’ascia, una specialità che richiede grandissima forza e tecnica affinata.

La sua carriera da pugile cominciò a Parigi, a ventuno anni, dove era arrivato senza parlare una parola di francese e nemmeno di spagnolo, poiché a casa sua si comunicava solo in “euskera”, la lingua basca.

Nella stessa luminosa metropoli, quattro anni più tardi, Paulino avrebbe conquistato il titolo di Spagna, ai danni del catalano Jose “Kamaloff” Teixidor, nei fatti lanciandosi, con la sua tipica lena di combattente basco, alla conquista del titolo EBU, ottenuto nel maggio del ’26 ai danni del nostro grande Erminio Spalla, davanti al pubblico amico della Monumental Plaza de Toros di Barcellona.

Iniziò così il suo fiorente periodo oltreoceano, con grandi trionfi nell’isola di Cuba, in Florida ed in tutti gli Stati Uniti.
In occasione del suo incontro con Tuffy Griffiths, tale era la sua fama che Al Capone, a quel tempo re di Chicago, lo volle al proprio tavolo.

Grande è il numero dei match di prestigio sostenuti da Uzcudun: nel 1931 batté ai punti un acerbo Max Baer, nel primo incontro di valore sostenuto a Reno sin dai tempi di Johnson-Jeffries.
In venti round disputati sotto il sole e con 35 gradi, Uzcudun perse nove chili!

Per due volte affrontò il nostro Primo Carnera, sempre perdendo, ma arrivando in entrambe le occasioni al termine delle riprese previste, la seconda a Roma, davanti a Mussolini, il quale aveva chiesto al Gigante di Sequals una vittoria per KO, non venendo giocoforza accontentato.

Tre furono le battaglie col grande pugile teutonico Max Schmeling: una persa allo Yankee Stadium, una pareggiata a Barcellona ed una perduta a Berlino.

La sua straordinaria carriera si chiuse nel dicembre del 1935, davanti ai quasi ventimila spettatori del Madison Square Garden, contro un ventunenne Joe Louis che già si trovava in piena ascesa all’Olimpo del pugilato mondiale.

Alla terza ripresa, un montante al cuore del “Toro Basco” tagliò il respiro all’americano, il quale fu salvato dalla campana trovando, passato il momentaneo smarrimento, la devastante combinazione che spezzò la mascella di Uzcudun, costringendo l’arbitro ad interrompere l’incontro.

Fu l’unico KO subìto in carriera dal grande peso massimo spagnolo.
Dopo l’incontro Paulino ammise di non aver mai incontrato un pugile come Joe Louis e di non aver nemmeno creduto che potesse esistere uno come lui.

Si ritirò dal pugilato con le seguenti, orgogliose parole: “Sono caduto al tappeto per la prima ed ultima volta!”

Rientrato in patria e passati gli anni turbolenti della Guerra Civile, alla matura età di cinquantadue anni, per l’epoca, Uzcudun contrasse matrimonio con una ragazza madrilena, dalla quale avrebbe poi avuto quattro figli.

Uzcudun era di carattere gioviale, serissimo nell’allenarsi, ma portato a gozzovigliare e festeggiare.
Secondo lo scrittore Manuel Alcantare, che lo conobbe da molto anziano, “parlava una simpatica lingua che ricordava lo spagnolo, ma che era arricchita da un misto di parole inglesi e basche”.

Negli ultimi anni di vita l’arteriosclerosi ottenebrò la sua mente che, nella nebbia dell’età senile, perse il ricordo degli alti momenti di gloria difficilmente eguagliabili, durante i quali combatté con ben otto campioni del mondo.

In serenità e circondato dai propri figli, Paulino Uzcudun si spense il 4 luglio del 1986, a quasi ottantasette anni d’età.

Il Cinema racconta la Boxe, così il Pugilato merita l’Oscar

Il Cinema racconta la Boxe, così il Pugilato merita l’Oscar

Dal ring al cinema, la “noble art” incontra (sempre più spesso) la settima arte. Il risultato, in questo caso, è il godibile volume Il cinema racconta la boxe (Ultra edizioni, 189 pagine, 16 euro) scritto da Francesco Gallo, autore “che si occupa di storia contemporanea, per lo più in rapporto allo sport e al cinema”, si legge nella presentazione. Il risultato del suo lavoro è un volume ricco di aneddoti e curiosità che ripercorre, con dovizia di particolari, le vicende degli eroi del ring sul grande schermo (come recita il sottotitolo), consentendo al lettore di immergersi sia nella storia del pugilato internazionale sia, appunto, in quella di un cinema senza età.

il-cinema-racconta-la-boxe

Da Buster Keaton ad Alfred Hitchcock, da Luchino Visconti a Martin Scorsese, molti grandi autori hanno voluto raccontare uno sport che, più di tutti gli altri, definisce al meglio l’incessante lotta tra il bene e il male. Senza dimenticare che l’identificazione con i suoi protagonisti che, ieri come oggi, rimane fortissima. Merito (anche) delle vicende del famigerato Jack La Motta, un uomo dal carattere brusco e complesso, immortalato nel capolavoro di Scorsese del 1980 “Toro scatenato” (ispirato dall’autobiografia “Raging bull: my story”, con l’adattamento di Paul Schrader e Mardik Martin). Protagonista della pellicola, un giovanissimo Robert De Niro che, nell’interpretare l’ascesa e la caduta del pugile peso medio italo-americano fu costretto – per esigenze di copione – a metter su trenta chili così da poter dare anima (e soprattutto corpo) a un Jack La Motta invecchiato. Risultato? Premio Oscar come miglior attore protagonista (e Oscar al montaggio di Thelma Schoonmaker).

million-dollar-baby-2004-14-g

E ancora, tra i cineasti che hanno omaggiato la boxe è impossibile non citare Clint Eastwood, che nel 2004 ha diretto, interpretato nonché prodottoMillion dollar baby, film vincitore di quattro premi Oscar (miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista Hilary Swank e miglior attore non protagonista Morgan Freeman). La pellicola – tratta dal romanzo Lo sfidante di F.X. Toole – vede irrompere la trentenne Maggie Fitzgerald (Swank) nella vita dell’anziano manager di pugilato Frankie Dunn (Eastwood), con l’intento di diventare una campionessa di boxe. L’alchimia che li unisce darà risultati inaspettati, però si piange. Eccome.

rocky

Ovviamente, quando si parla di boxe e cinema non si può dimenticare l’affascinante saga di Rocky (il primo film, diretto da John G. Avildsen, è datato 1976 e si è aggiudicato tre premi Oscar), intrepretato da Sylvester Stallone, né una pellicola – decisamente meno fortunata – come “Cinderella man”, diretta nel 2005 da Ron Howard con protagonista un più che allenato Russel Crowe, qui nei panni di Jim Braddock, pugile irlandese cresciuto nelle strade. Da recuperare.

cinderella man

 

Nino Benvenuti, il pugile istriano che incantò Ali

Nino Benvenuti, il pugile istriano che incantò Ali

13515435_10209941407874412_40088121_n

Nel 1954 si chiudeva il cerchio di sofferenza di chi era divenuto ospite, sempre più precario, in casa propria: l’esodo istriano fu una delle tante pagine tragiche originate dall’ottusità e dalla follia che fecero da combustibile al secondo conflitto mondiale.

Costretto a fuggire con i propri averi in un sacco, con al fianco i genitori e i fratelli a completare il triste quadro, un giovanissimo e promettente pugile d’Isola d’Istria di nome Giovanni  lasciava la bella casa di famiglia per un incerto futuro che partiva da un fangoso campo di raccolta per profughi.

Nino, com’era chiamato, conosceva bene la strada fino a Trieste. La faceva da anni, in bicicletta, per andarsi ad allenare; cinquanta chilometri al giorno per migliorarsi, per sfruttare quell’immenso talento che gli permetteva di dominare la scena pugilistica giovanile delle terre dalmate e giuliane.

Dall’Accademia Pugilistica Triestina, quindi, egli riprese la difficile strada, tutta in salita, del deportato.

Il suo record d’incontri, immacolato sin dall’esordio, si macchiò in Turchia nel 1956, a fronte di un verdetto molto contestato; in quello stesso anno dovette sopportare l’esclusione dai giochi di Melbourne e, soprattutto, la morte della madre, la cui improvvisa dipartita rischiò di fiaccarne il grande spirito combattivo.

Al contrario, incassati i duri colpi di quell’anno infausto, Giovanni “Nino” Benvenuti inanellò una nuova, infinita serie positiva che gli permise di partecipare alla splendida olimpiade romana del 1960, una delle più belle e ricche edizioni di tutti i tempi.

bio3

Benvenuti, esule istriano ventiduenne, scese di categoria per stare nei welter e dominò la competizione davanti ai propri connazionali, aggiudicandosi uno splendido oro che gli valse, inoltre, il riconoscimento come miglior pugile della kermesse, ulteriore gratificazione data la concorrenza, nei mediomassimi, di un certo Cassius Clay, il futuro Muhammad Ali.

Entrato dalla porta principale nel professionismo, continuò la progressione vincente di una carriera che già si era dipanata nel massimo fulgore tra i dilettanti, conquistando il titolo italiano dei pesi medi e, soprattutto, tornando nei superwelter per strappare e difendere il titolo mondiale in due epici incontri, entrambi del 1965, con Sandro Mazzinghi, altro grandissimo pugile italiano.

Conseguito, l’anno successivo, il titolo EBU dei medi, vinto in Germania sul detentore Jupp Elze, il quale tre anni più tardi avrebbe tristemente trovato la morte sotto i colpi di Juan Carlos Duran, Benvenuti volò in Corea del Sud per mettere in palio il proprio titolo mondiale dei superwelter.

In un ambiente infuocato, davanti al presidente coreano, il pugile di casa Ki-Soo Kim diede battaglia per gran parte dell’incontro, finendo per trovarsi in difficoltà con l’avanzare delle riprese quando, con la grande stanchezza, la superiore classe di Benvenuti cominciò a palesare il segno del divario tra lui e l’asiatico.

nino_benvenuti_01-530x317

Nel momento di massimo forcing del pugile italiano, durante il tredicesimo round, una forte esplosione squassò l’aria e zittì il pubblico, fermando l’azione del nostro campione: le molle angolari che reggevano le corde si erano violentemente schiantate, lasciando il ring senza perimetro e costringendo l’arbitro a fermare il match.

I dieci minuti d’interruzione furono l’insperata salvezza per il coreano, che riuscì ad arrivare al termine ed ebbe un pesante aiuto da due dei tre giudici. Con una sanguinosa split decision terminava la lunghissima serie di vittorie del nostro atleta.

Gli eventi di Seoul non fermarono la rincorsa alla grandezza di Nino, che presto avrebbe incontrato l’avversario con il quale, in una trilogia di leggendari match, avrebbe fatto leva su arene infuocate, chilometri di carta stampata, sangue e sudore per entrare di diritto nella storia del pugilato.

Emile Griffith, campione dei pesi medi, si vide strappare la cintura in un Madison Square Garden entusiasta, se la riprese nel Queens in virtù di una decisione maggioritaria ed infine la restituì all’italiano dopo altre soffertissime quindici riprese, il 4 marzo del ’68. I tre incontri si erano disputati nell’arco di soli undici mesi.

Raggiunto il tetto del mondo, Nino Benvenuti difese i propri titoli per quattro volte, fino allo schianto sull’invalicabile muro argentino di nome Carlos Monzon.

Alla fine della rivincita persa con Escopeta, due settimane dopo il proprio trentatreesimo compleanno, Nino Benvenuti decise di appendere i guantoni al chiodo e chiudere una carriera immensa.

Il bell’aspetto, la personalità gioviale ed espansiva ne favorirono il lancio nel cinema ed in televisione.

Sposatosi due volte, Nino è padre di sei figli.

Da anni è una presenza fissa a bordo ring nei match più importanti che si svolgono in Italia eppure io, che raramente salto una riunione di richiamo e che non posso nemmeno contare le volte che l’ho visto commentare gli incontri dal vivo, non sono mai riuscito a parlargli.

Una volta, credo quattro o cinque anni fa, non ricordo se si trattasse di Padova per l’Europeo tra Boschiero e De Vitis o di una piazza romagnola per un incontro di Signani, lo incrociai all’uscita dai bagni.

3627418-krRF-U43130425330541ivG-1224x916@Corriere-Web-Roma-593x443

Essendo egli dell’età di mio padre, avevo sino ad allora avuto la sensazione che, incontrandolo, avrei provato quel misto di tenerezza e affetto che normalmente si nutre per chi si avvii verso l’ottantina.

Mi feci rispettosamente da parte, ricevendo da lui il cordiale e franco sorriso di un uomo senza età e mi resi conto che quella dritta figura e quelle mani forti appartenevano ancora ad un pugile di tutto rispetto e non erano connotato di chi si potesse definire ‘anziano’.

Guardandolo tornare alla postazione televisiva, non mi fu difficile immaginare lo stesso ragazzo col ciuffo ribelle che lasciava silenzioso la propria terra, che correva ogni mattino alle gelide folate di bora, che affrontava con rabbia e lealtà i mille combattimenti, che costringeva l’intera nazione a svegliarsi nel cuore della notte affinché potesse sognare con le sue grandi imprese d’oltreoceano.

La prossima volta che lo incontrerò, gli chiederò di stringermi la mano, perché nella sua storia di riscatto, c’è l’alito vitale di quella religione che noi chiamiamo pugilato.

bannerpamich

 

Hector Macho Camacho: Commediante, eccentrico, imprevedibile, volubile

Hector Macho Camacho: Commediante, eccentrico, imprevedibile, volubile

13515435_10209941407874412_40088121_n

La capigliatura follemente pettinata e colorata, il look estroso e anticonvenzionale: Hector Macho Camacho ha spaziato per oltre vent’anni nel panorama pugilistico internazionale, come un razzo latino con la scia di colori blu, bianco e rosso.

I colori degli Stati Uniti, che però sono gli stessi di Portorico, isola che gli aveva dato i natali il 24 maggio del 1962.

Sua madre Maria, separatasi dal padre, si trasferì col figlio a Spanish Harlem, nella cintura urbana di New York, quando Hector aveva tre anni.

Ragazzo di strada nella metropoli violenta degli anni settanta, cominciò una carriera di piccolo furfante, dimostrando ottima propensione per il taccheggio e il furto d’auto.

Il combattimento divenne il suo pane quotidiano, spingendolo ad abbracciare il pugilato a soli dieci anni.

Mancino di grande fantasia, contava su un’indipendenza di gambe portentosa; molto spesso sorprendeva gli avversari con movimenti rapidissimi ed archi a 180 gradi che lo facevano riapparire sul fianco opposto rispetto a quello in cui cominciava la serie.

Vinse due Golden Gloves e cominciò di gran carriera il professionismo.

Per dodici anni e trentotto match rimase imbattuto, conquistando i mondiali dei superpiuma e dei leggeri; li difese contro grandi nomi, quali Ray Mancini, Freddie Roach (quel Freddy Roach!), Ramirez, Rosario, Torres e Pazienza.

Perse con Haugen, ma si prese subito la rivincita.

Riprese con un’altra serie di vittorie, ma poi perse con Julio Cesar Chavez e Felix Trinidad, a mio parere pugili di altro livello rispetto al suo, ma cui diede ugualmente grande battaglia.

Figura molto controversa ebbe, oltre i tanti estimatori, anche molti detrattori. Tra tutti Bert Sugar, il quale, disse una volta, lapidario: “Camacho si veste come Tarzan, ma poi combatte come Jane!”

Nel 1997 e nel 2001 ebbe il grande onore di porre termine a due tra le più grandi carriere della storia dello sport, quelle di Ray Leonard e di Roberto Duran.

Passò agli annali la sua risposta ad una giornalista che gli chiedeva quanto tempo di astensione dal sesso osservasse prima dei match: “I stop two hours before a fight!”. Smetto due ore prima.

Lontano dal ring la sua vita era stata la classica fiamma di pazzia latina tutta festa, alcol e droga, ma dopo il ritiro del 2010, avvenuto a dieci giorni dal suo quarantottesimo compleanno, Hector Macho Camacho sembrava aver trovato una sorta di calma equilibrante che potesse permettergli di godersi i suoi anni migliori.

Non fu così.

A fine novembre del 2012, in giro per Portorico con un amico e con nove pacchetti di cocaina a bordo, fu coinvolto in una sparatoria: il suo amico, Adrian Mojica Moreno, rimase ucciso sul momento, mentre Camacho sopravvisse per quattro giorni.

Un proiettile gli era entrato nella parte sinistra della faccia, spezzando le vertebre del collo e conficcandosi nella spalla.

Tenendo fede alla grande capacità d’incassare che gli era stata propria per tutta la carriera, Camacho prolungò il proprio respiro a dispetto del fatto che, ormai, fosse già morto.

Aveva cinquant’anni.

Al momento della dipartita, gli sopravvivevano quattro figli e due nipoti.

Durante la funzione religiosa, una ventottenne in abiti succinti fece irruzione baciando ed abbracciando Camacho attraverso la bara lasciata aperta, attribuendosi l’identità di fidanzata ufficiale, scioccando la seconda moglie del campione e venendo allontanata dai familiari più stretti.

Anche da morto, Macho Camacho fece di tutto per non ritirarsi in buon ordine.

Marciano vs Ali, quando la tecnologia fece sfidare sul ring due leggende

Marciano vs Ali, quando la tecnologia fece sfidare sul ring due leggende

Rocky Marciano vs Muhammad Ali. Due grandi campioni, due grandi icone del mondo del pugilato. I loro nomi sono leggenda, le loro storie continuano ad appassionare migliaia di sportivi nonostante sia passato molto tempo.

Tanti gli aspetti da raccontare sulle luminose carriere di questi personaggi, così diversi e così uguali. Diversi dal punto di vista tecnico: Ali decisamente più elegante ed aggraziato, Rocky meno tecnico ma più arcigno e potente dal punto di vista fisico. Uguali perchè due veri campioni. Due campioni di pesi massimi accomunati dal fatto di essere rimasti imbattuti durante l’intera carriera.

Ai tempi tutti gli appassionati del mondo del pugilato dibattevano su chi tra i due pugili fosse il più forte. I fan si dividevano, per alcuni il gancio destro di Rocky era forte “come un treno a tutta velocità” e Ali non avrebbe avuto scampo, per altri Marciano non poteva competere con l’estro di Cassius Clay.

Fu così che bel 1966 venne organizzata l’inedita sfida tra titani: il ‘Super Fight’ tra Muhammad Ali e Rocky Marchiano. Un incontro, il cui esito, fu elaborato da un sistema informatico prodotto e gestito da un’azienda di Miami. Al progetto presero parte matematici ed esperti del settore. Murray Woroner, ideatore dello scontro virtuale, coinvolse decine di giornalisti e i migliori cinema del paese per la trasmissione della sfida in sala.

Rocky Marciano e Muhammad Ali avevano la loro copia virtuale, con tutti i punti di forza e i punti deboli inseriti accuratamente nei rispettivi profili. L’incontro sarebbe durato circa quarantacinque minuti e venne radiotrasmesso in diretta radio con tanto di cronaca e pubblico finto. Un vero e proprio capolavoro per gli strumenti di allora.

Il Super Fight tra Rocky e Ali divenne un grande evento mediatico da non perdere. I due pugili parteciparono come osservatori al duello leggendario, una sfida che come potete immaginare ha regalato grande equilibrio e spettacolo.

Ma chi riuscì ad imporsi? Vi posso dire che al nuovo campione servirono ben tredici round virtuali per mettere al tappeto il suo avversario. Woroner mise in palio una cintura in oro e tanti gioielli dal valore di dieci mila dollari per il vincitore.

Il Super Fight fu trasmesso in oltre 1500 sale cinematografiche in tutto il mondo e incassò ben cinque milioni di dollari.

Mettetevi comodi, non vi resta che (ri)gustarvi l’incontro.

 

 

Chi era Jackie McCoy, eroe silenzioso nel rumoroso mondo della boxe

Chi era Jackie McCoy, eroe silenzioso nel rumoroso mondo della boxe

13515435_10209941407874412_40088121_n

Il 13 gennaio del 1997 moriva di cancro Jackie McCoy, per quarantasei lunghi anni protagonista silenzioso nel mondo del pugilato.

Il suo nome dirà poco alla moltitudine di appassionati, ma sono le persone come Jackie che fanno della boxe il più affascinante sport del mondo.

Da peso piuma professionista era stato un onesto combattente, divenendo l’idolo locale nei circuiti pugilistici di fine anni ’40 della California del sud; durante il giorno, però, era costretto a lavorare come scaricatore di porto a San Pedro, un distretto marittimo di Los Angeles.

Le sue serietà, applicazione e disciplina tornarono immediatamente utili nell’intraprendere la carriera di allenatore: nel ’69 traghettò Mando Ramos al titolo mondiale. Questo al prezzo derivante dall’impegnarsi con un ragazzo problematico, che per metà degli allenamenti spariva, che veniva arrestato nei sobborghi di notte, che cadeva nell’alcol e nella droga con grande facilità.

Altri quattro pugili divennero campioni del mondo sotto la sua guida: Don Jordan, Carlos Palomino, Raul Rojas e Rodolfo Gonzalez.

Anche Don Jordan, di carattere simile a Ramos, fu salvato molte volte dal proprio allenatore e ne ebbe a serbare un gran ricordo: “Tutto quel che ho nella vita, lo devo a lui!”

Finita la carriera da allenatore, Jackie divenne il miglior cutman in circolazione, l’uomo che ogni pugile vorrebbe avere al proprio angolo.

Don Fraser, il famoso promoter, usò queste parole come ultimo saluto a McCoy: “In tutti i miei anni di boxe, non ho mai sentito una parola negativa su Jackie. Trattava i suoi atleti giustamente ed anche quando i loro anni da pugili erano finiti, con lui restavano grandi amici

Palomino, il suo atleta più disciplinato, aggiunse in un’intervista come, dalle sue borse, McCoy non avesse mai preteso un dollaro, fino agli incontri validi per i titoli mondiali.

Jackie McCoy, vedovo e senza figli, è stato ormai dimenticato: in rete non si trovano articoli che lo ricordino, le numerose pubblicazioni di pugilato a cui sono abbonato non ne parlano, i suoi pugili hanno fin troppi problemi per rievocarne la memoria.

A quasi vent’anni dalla sua scomparsa, però, un manipolo di arditi lettori appassionati di sport e pugilato, ne rammenta le gesta di grande tecnico e uomo perbene.

 

Muhammad Ali, il mito del grande campione rivive in una Graphic Novel

Muhammad Ali, il mito del grande campione rivive in una Graphic Novel

Ad alcuni non piaccio perché sono un uomo nero che si batte per la sua gente”. Firmato Muhammad Ali, il più grande campione della storia del pugilato, la cui figura è stata già ampiamente sviscerata attraverso libri, film e spettacoli teatrali. Dunque un racconto a fumetti che ne ripercorre le gesta – dentro e fuori dal ring – desta particolare interesse. È il caso della graphic novel a colori scritta da Sybille Titeux e disegnata da Amazing Ameziane che consente, anche un pubblico più giovane, di conoscere l’affascinante e travagliata esistenza di un uomo straordinario. “Muhammad Ali”, questo il titolo del volume (edizioni Bd, 120 pagine, 19 euro) prende il via da una premessa importante. Si legge nell’introduzione: “Parlare della storia della boxe significa raccontare quella del popolo afroamericano, in quanto si sono compenetrate a lungo. La miseria, l’emarginazione, l’ingiustizia e dunque la collera socialmente legittimata non hanno mai smesso di alimentare questo sport di grandi pugili di colore che, per lungo tempo, hanno imparato a boxare in prigione”.

edizioni-bd-muhammad-ali

Cassius Clay alias Muhammad Ali (nome che ha adottato dopo essersi convertito alla religione islamica) nasce il 17 gennaio del 1942 a Louisville, Kentucky ed inizia a tirare di boxe quasi casualmente, dopo essere capitato in una palestra mentre, bambino, è alla ricerca della sua bicicletta rubata. Un incontro che segnerà per sempre il suo destino, quello dello sport, e la storia del costume. Medaglia d’oro

alle Olimpiadi di Roma del 1960, unico pugile al mondo ad aver conquistato per tre volte il titolo di campione del mondo dei pesi massimi (si ritira nel 1981 dopo aver vinto 56 dei 61 incontri disputati, di cui 37 per ko), icona sportiva nella cosiddetta “boxing hall of fame”. Non è semplice circoscrivere un’esistenza intensa come quella di Ali in un unico libro, ma in questa biografia a fumetti l’impegno dei due autori, entrambi francesi, raggiunge l’obiettivo. Il racconto segue un rigoroso ordine cronologico per narrare l’infanzia e la crescita del “più grande di tutti i tempi”.

Ovviamente “Muhammad Ali” non può esimersi (sarebbe stato impensabile) dal presentare anche l’altra faccia dell’atleta, scomparso lo sorso 3 giugno all’età di 74 anni e ringraziato pubblicamente dall’ormai ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che si è detto “grato a Dio per averlo potuto conoscere di persona”.

hqdefault

Dunque ampio spazio anche al volto umano di Ali, militante della causa dei diritti civili, contemporaneo di Martin Luther King e Malcolm X (“durante la segregazione, il giovane Cassius Clay, più furbo dei suoi avversari, evita i colpi muovendosi senza sosta sul ring, sviluppando uno stile atipico che resta ancora

oggi inimitabile. Schiva le pietre che gli vengono lanciate, proprio come i neri dei ghetti avevano imparato a evitare le rogne procurate dai bianchi”, è scritto ancora nell’introduzione). Fiero oppositore della guerra in Vietnam, rifiutandosi di svolgere il servizio militare – “non sono andato in Vietnam perché credo che ognuno abbia il diritto di vivere tranquillo nella propria casa”, le sue parole – Muhammad Ali non dovrà mai essere dimenticato. Anche grazie a un volume godibilissimo come questo.

La distanza tra Laila e Becky

La distanza tra Laila e Becky

13515435_10209941407874412_40088121_n

Oggi, 25 novembre, è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne; al di là dei pochissimi negativi aspetti del femminismo occidentale, la lotta per i diritti dell’altra metà del cielo ha potuto contare su milioni di donne coraggiose che, con spirito rivoluzionario e mai arrendevole, si sono opposte, e continuano ad opporsi, a trattamenti iniqui, ingiusti e dai tratti inumani.

Un recente aspetto di questa lotta è anche l’emancipazione delle donne che praticano la boxe.

Le prese di posizione critiche verso l’adeguatezza del pugilato al femminile stridono con una crescita esponenziale delle atlete, sia a livello numerico, sia qualitativo; io stesso ammetto di aver lungamente mantenuto troppe riserve da maschilista vecchio stampo. Mi sono ora ricreduto.

L’applicazione e la disciplina delle donne boxeur, che ormai riempiono le palestre di pugilato in ogni paese esso si pratichi, conquistano maestri, media e pubblico.

Praticato con i dovuti standard di sicurezza e con la necessaria cura nella preparazione fisica, la boxe femminile sarà certamente un valore aggiunto al nostro sport.

Parlerò di due “pugilesse” tra loro molto distanti, eppure entrambe guerriere coraggiose nella stessa battaglia.

Nel pugilato professionistico da quasi vent’anni, Laila Ali è il miglior esempio di come la boxe d’alto livello possa comodamente convivere con una splendida femminilità.

Supermedio di un metro e ottanta, Laila non ha ereditato le doti del padre, poiché la classe infinita è un dono che la Natura distribuisce con estrema parsimonia, ma può contare su un record che parla chiaro: 24 incontri, 24 vittorie, 21 KO.

A dimostrazione di come suo padre, quantomeno in età matura, non vivesse la religione in maniera fanatica, come invece molti sostengono, Laila non ha mai praticato la fede islamica, nemmeno da bambina.

Sposatasi due volte, è madre di due figli.

Queste le sue semplici parole al riguardo del suo grande genitore, Muhammad Ali, l’uomo più famoso del pianeta:

Mio padre non è quello che vedete voi, perché io ne conosco i difetti e le debolezze…gli voglio bene perché è mio padre, alla stessa maniera in cui il vostro lo è per voi“.

Di natura calma e riflessiva ha il merito di aver fatto desistere Hulk Hogan dai propositi suicidi che egli aveva intenzione di mettere in atto prima di ricevere la sua telefonata.

Splendida quarantenne, madre attenta, Laila non si è fatta schiacciare dalla notorietà e dalla ricchezza, ma ha tracciato il proprio solco nella vita, trovando un solido equilibrio.

Con tutta probabilità, questo le è stato concesso dalla pratica del pugilato, una passione che spegne molti vizi per la grande dedica richiesta.

Appare come il rovescio della medaglia, mentre è invece parte del dazio di tragicità richiesto dai grandi numeri, la storia di Becky Zerlentes, che undici anni or sono entrò nella storia come la prima donna a perdere la vita sul ring di uno sport da combattimento.

La 34enne Becky combatteva il proprio undicesimo incontro in carriera; prima di darsi alla boxe era stata a lungo in una squadra di nuoto sincronizzato e aveva raggiunto la cintura nera di Goshin Jitsu.

Un solo, modesto, colpo al caschetto protettivo le è costato la vita.

L’autopsia ha reso evidente una tendenza alla “concussione” del capo: un raro difetto che si scopre solo post mortem.

Purtroppo, Becky Zerlentes ha pagato il proprio coraggio e la propria “approssimazione” da autentica pioniera: con molti chili di troppo ed una guardia elementare, ha incassato il fatale destro ed ora è nel mondo dei più. Su Youtube si può vedere il relativo filmato.

Professoressa universitaria di economia e geografia, aveva conseguito un dottorato all’Illinois University e redatto apprezzate pubblicazioni sulle proprie ricerche svolte in Messico.

Amante della natura e degli animali, ora è purtroppo polvere, perlomeno ai nostri occhi di mortali.

Becky e Laila sono donne coraggiose che hanno seguito la loro ombra sul ring, all’inseguimento di quel qualcosa che si prova mettendosi alla prova tra le sedici corde.

La patinata immagine della bella Laila non deve trarre in inganno nel raffronto con quella della sgraziata figura della povera Becky: entrambe ritraggono donne coi guantoni, impegnate nello sport che amano! Una disciplina che vuole dedizione e chiede sofferenza ma che, nonostante i tragici casi sfortunati, è lontana anni luce dalla violenza che troppo spesso le donne subiscono nella vita di tutti i giorni.

Vita e morte di Randolph Turpin, un triste eroe britannico

Vita e morte di Randolph Turpin, un triste eroe britannico

13515435_10209941407874412_40088121_n

In un tragico pomeriggio di maggio del 1966 si concludeva l’esistenza del primo grande pugile britannico di sangue misto, Randolph Turpin.

Il mancato pagamento delle tasse dovute e i debiti correnti, divenuti incontenibili, ne avevano ormai decretato la bancarotta.

Al culmine della sua folle giornata disperata, prima di rivolgere la pistola contro se stesso, Turpin, raggiunto lo zenit dell’aberrazione, aveva sparato due volte alla più giovane delle sue quattro figlie, di soli diciassette mesi d’età.

Miracolosamente, la piccola si salvò dopo un lungo ricovero.

Lasciava così il mondo, a trentasette anni, un pugile che aveva saputo infiammare il pubblico d’oltremanica, che era stato di forte rappresentanza per le minoranze etniche dell’isola le quali vedevano nella sua pelle ambrata, frutto di una madre bianca ed un padre caraibico, una rivincita sulle ingiustizie e vessazioni subite.

Nel luglio del 1951, Turpin strappò il titolo dei medi dalle più prestigiose mani della storia della boxe, quelle di Sugar Ray Robinson, nell’ultimo incontro della tournée dell’americano in Europa.

Solo sessantaquattro giorni più tardi il grande Ray se lo sarebbe ripreso con un limpido knock-out di metà match.

La sconfitta peggiore della carriera, comunque, Turpin l’avrebbe patita a Roma, a mezzo del violentissimo gancio sinistro di Tiberio Mitri, che aveva chiuso i conti a meno di un minuto dal principio del match.

Per il resto, la sua carriera fu una lunga cavalcata vincente, con ricchezza e famiglia felice a corredare il tutto, ma a stridere con la forte depressione che mai riuscì a combattere.

Totalmente sordo da un orecchio, per un incidente occorsogli da bambino nel quale aveva seriamente rischiato d’annegare, Turpin era costretto a seguire con gli occhi un suo secondo d’angolo preposto a segnalargli il termine del round.

Nella sua città natale, Leamington, deliziosa cittadina termale del Warwickshire, la sua casa è stata trasformata in un museo grazie ai molti cimeli della sua gloriosa carriera.

A dirigere l’impresa è Carmen, la figlia a cui Randy aveva inspiegabilmente sparato prima di togliersi la vita.

Così vanno le cose del mondo.