De Carolis sorpreso da Polyakov. Al Foro Italico a vincere è comunque la boxe

De Carolis sorpreso da Polyakov. Al Foro Italico a vincere è comunque la boxe

Serviva vincere ieri a Giovanni De Carolis per riprendere la strada verso il titolo mondiale dei supermedi, versione WBA, perso il 5 novembre scorso contro Tyron Zeuge, ed invece il pugile romano non è riuscito a scardinare il solido e tenace pugile ucraino Viktor Polyakov che si è portato  a casa la corona Intercontinentale dopo 14 combattute riprese.

Per De Carolis è l’ottava sconfitta in carriera, mentre per Polyakov si tratta della 13a vittoria in carriera (una sconfitta e un pari) dopo che per ben 5 anni l’ucraino era completamente inattivo. Un match che ha regalato una bella battaglia al pubblico del Foro Italico, accorso in buon numero (circa 3 mila i biglietti staccati) per sostenere il pugile di casa, ma che alla fine è tornata a casa delusa per la sconfitta dell’atleta romano. Un match che ha visto subito Polyakov prendere il centro del Ring e portarsi a casa le prime due riprese. Probabilmente De Carolis non si aspettava un atteggiamento così aggressivo dell’ucraino e si è lasciato irretire, andando a cercare sempre il corpo a corpo, terreno più favorevole a Polyakov, e senza sfruttare il superiore allungo e la maggiore mobilità di gambe. Nella fase centrale De Carolis sembrava poter trovare il ritmo giusto e avvicinava Polyakov fino ad arrivare alla nona ripresa dopo il pugile di casa riusciva ad assestare un bel gancio destro che l’ucraino accusava. Sembrava la svolta dell’incontro ma nelle ultime tre riprese l’ucraino riprendeva il controllo delle operazioni e impedire a De Carolis di buttarsi all’arrembaggio per cambiare le sorti del match ormai nella mani di Polyakov.  Alla fine, i cartellini dicono 118-110, 117-111 e 118-112 per lo sfidante dell’Est che riesce in una storica impresa mentre lascia De Carolis con l’amaro in bocca e con tanti punti interrogativi.

Nonostante la sconfitta nel match principale, la riunione di ieri è stata una bella occasione per cercare di riavvicinare il pubblico di Roma alla grande boxe, dove da tanto tempo mancava un evento del genere. Prima di De Carolis sono andati in scena ben 7 match che hanno coinvolto il pubblico della Capitale, che mano a mano riempiva il centrale del Foro Italico, con un ottimo livello di boxe. Incontri che hanno alternato giovani pugili come il romano Damiano Falcinelli che avuto la meglio su Amedeo Maurizio, ad altri molto più esperti come Mattia Faraoni che ha vinto per KOT sul ceco Gesman. Peccato per il finale amaro ma l’importante è che a vincere sia stata la boxe.

Marcel Cerdan: il bombardiere marocchino che fece innamorare Edith Piaf

Marcel Cerdan: il bombardiere marocchino che fece innamorare Edith Piaf

13515435_10209941407874412_40088121_n

Il 22 luglio 1916, nell’allora Algeria francese, nasceva Marcel Cerdan, unanimemente considerato il più grande pugile transalpino di sempre; sicuramente uno dei più forti pesi medi della storia.

Proveniente da una poverissima famiglia di pieds-noirs, il tartassato popolo europeo stanziatosi in Maghreb, Marcel conobbe il pugilato a soli 8 anni, dopo essersi trasferito coi genitori a Casablanca.

Dieci anni più tardi esordiva nel professionismo con una serie impressionante di vittorie, grazie ad abilità pugilistiche sopraffine e polmoni infiniti che gli permettevano di mettere pressione all’avversario dal primo all’ultimo istante del match.

Alla storia di quel tempo furono consegnati i tre avvincenti incontri con il leggendario Omar Kouidri, fighter algerino di grande qualità, tutti vinti da Cerdan con soluzioni ai punti.

Dopo aver imposto in Europa un dominio assoluto nei welter, Marcel passò alla più prestigiosa categoria dei medi, conquistando in breve le cinture di campione francese e di campione europeo.

Nel frattempo, esordì nell’indiscusso tempio della boxe mondiale, il Madison Square Garden, dopo aver maramaldeggiato in Spagna ed in Inghilterra strapazzando gli idoli locali.

Il 21 settembre del 1949, al Roosevelt Stadium di Jersey City, il grande campione Tony Zale non rispose al richiamo della dodicesima campana, terminando il più lungo dominio sui pesi medi della storia e cedendo la cintura mondiale ad un francese per la prima volta dai tempi di Marcel Thil.

Grande riscontro ebbe sulla carta stampata il momento, poche ore dopo il match, in cui Cerdan si ricongiunse col fratello Vincent, dopo ventidue anni di separazione.

Con il suggello internazionale alla propria notorietà, Cerdan divenne il personaggio più gettonato dalla borghesia francese: da ragazzo semi-analfabeta a piedi nudi per i vicoli sabbiosi di Casablanca, si trovò ad essere un elegante parigino, ammirato ed invidiato da tutti.

Pur essendo sposato e padre di tre figli, intrecciò una delle più celebrate love story di tutti i tempi con la cantante Edith Piaf, una donna complessa, difficile, ma anche un’artista di grande fascino.

In questa atmosfera di grande glorificazione, nel giugno del 1949, Cerdan difese per la prima volta il titolo, a Detroit, dall’attacco del Toro del Bronx, Jake La Motta, un pugile di sensazionale combattività.

La dislocazione della spalla sinistra sin dalla prima ripresa costrinse Cerdan ad un match difensivo che mal si adattava alle sue caratteristiche. L’angolo fu costretto al getto della spugna, ma solo dopo dieci, terribili, riprese.

Attaccato dai giornali francesi, delusi dalla sconfitta, Cerdan tornò in patria per rimettersi dall’infortunio e prepararsi per la rivincita.

Ormai ristabilitosi e firmato il contratto per il re-match con La Motta, decise di posporre l’inizio degli allenamenti per raggiungere la Piaf a New York, per un periodo di pochi giorni.

Partì da Parigi imbarcandosi su un Lockeed Constellation di Air France che, nell’effettuare uno scalo di rifornimento alle Azzorre, si schiantò sul monte San Miguel, uccidendo tutte le 48 persone a bordo.

Al momento della morte, Marcellin Cerdan, il Bombardiere Marocchino, aveva 33 anni, era pugile professionista da quasi 16 anni, aveva combattuto 115 incontri, vincendone 111, era stato campione francese, europeo e mondiale.

Questo fu il suo lascito alla Francia, allo sport, al pugilato.

Edith Piaf, gettata nello sconforto dalla notizia, fu minata nel suo già fragile equilibrio.

Tanto dolore non andò però sprecato, perché in onore del coraggioso pugile che aveva tanto amato, Edith compose “Hymne à l’amour”, da molti considerata la più bella canzone d’amore di sempre.

Vito Antuofermo, il combattente della working class italo-americana racconta la sua boxe

Vito Antuofermo, il combattente della working class italo-americana racconta la sua boxe

Esistono pugili, ma si potrebbe dire uomini, che una volta raggiunto il successo dimenticano all’improvviso le loro origini, e altri che continuano a lottare con dignità, schivando e incassando i colpi del fato per ripartire al contrattacco appena si apre uno spiraglio. Sarebbe stato sufficiente vedere combattere Vito Antuofermo anche solo una volta per capire di quale categoria facesse parte. Incassava senza arretrare, ogni incontro si trasformava in una battaglia epica in cui il campione della working class italo-americana tramutava la sua “fame” in ardore e audacia. Nato nel 1953 a Palo del Colle (Bari), Antuofermo emigra con la famiglia a New York negli anni ’60 per cercare fortuna negli Stati Uniti e nel 1979 conquista il titolo di campione del mondo dei pesi medi. Quello che sorprende non è solo la sua carriera costellata di combattimenti memorabili, ma la semplicità con la quale ha affrontato la vita una volta appesi i guantoni al chiodo. Quando i riflettori si spengono e il telefono smette di squillare, la quotidianità può diventare drammatica per chi ha raggiunto l’apice; questo ad un fighter come Vito, the champ come lo chiamano ancora gli amici, non è accaduto. Lo incontro nella sua Brooklyn e parliamo di boxe, di pugili, di imprese leggendarie ma anche di cinema e di storie di vita.

In Italia ti ricordano sempre con simpatia, forse anche per il tuo modo di combattere impetuoso e trascinante.

Avevo uno stile semplice, come il mio carattere.

Quando sei arrivato a New York?

Arrivai nel 1968 con mio fratello e mia madre. Mio padre, un fratello di dieci anni più piccolo di me e due sorelle rimasero in Italia; avevo anche una nonna di novanta anni. Quando quest’ultima si ammalò, mia madre tornò in Italia ma dopo poco mia nonna morì. A quel punto mia madre venne in America con tutti gli altri miei fratelli. Mio padre invece ebbe problemi con il passaporto per motivi politici, era un comunista e fu anche arrestato per un paio di giorni in Italia. Poi glielo diedero e venne anche lui.

Perché avete deciso di venire in America?

In quel periodo in Italia non ce la passavamo bene.

Come ti sei avvicinato alla boxe?

Era il 1969. Stavo andando al mare con la bicicletta insieme ad un amico, come facevamo spesso. Quel giorno c’era molto traffico e decidemmo di tornare indietro. Indossavo una maglietta aderente e avevo i muscoli in vista. Tre afroamericani ci affiancarono con la macchina e mi dissero che i miei muscoli erano “shit” (merda ndr). Io non conoscevo bene l’inglese e chiesi al mio amico cosa ci stessero dicendo ma lui aveva paura e non mi disse niente. Nel traffico continuavano a venirci dietro e ad un certo punto uno di loro ci fece vedere un coltello. Il mio amico andò di corsa a chiamare un poliziotto italiano che conoscevamo ma quando tornarono io già ne avevo steso uno. Poi arrivò la polizia, ci fermò e ci portò via in macchina. Accanto all’ufficio di polizia c’era la PAL (Police Athletic League), i poliziotti non ci arrestarono ma ci portarono in palestra e ci dissero che se ci piaceva fare a botte potevamo andare alla palestra della polizia e combattere lì. C’era una stanza piccola con un ring a 20 cm dal muro. Un poliziotto chiamò l’allenatore di pugilato, era un italiano e si chiamava Joe LaGuardia, e quest’ultimo mi chiese se volevo boxare. Io risposi di sì ma sapevo solo fare a botte per strada, tirare pugni, “dare le stoppate”. Mi mise sul ring con un afroamericano che aveva più esperienza di me e me le diede. LaGuardia si rese subito conto che ci mettevo il cuore ma che non avevo esperienza e mi disse: “voglio vedere se torni domani”. Tornai il giorno dopo perché volevo imparare a boxare e per avere la rivincita su quel pugile afroamericano. I tre ragazzi con i quali avevo discusso invece non tornarono mai più in palestra, perché gliene avevo già date abbastanza (sorridendo ndr). Una settimana dopo LaGuardia mi disse se volevo fare un incontro a Manhattan. Accettai e vinsi, quello fu il mio primo vero incontro. Era il settembre del 1969.

I primi anni ti sei allenato lì?

Sì i primi due anni mi allenai lì con Joe. Nel gennaio del 1970, dopo circa tre mesi, mi iscrissi al torneo dilettantistico del Golden Gloves (guanti d’oro ndr) e vinsi nella categoria welter dopo aver messo KO sei pugili. È un torneo molto prestigioso. Quando andai a registrarmi volevo iscrivermi nella categoria dei pesi medi; avevo visto combattere Benvenuti e volevo fare la sua stessa categoria nonostante pesassi 150 libbre (circa 68kg ndr). L’allenatore addirittura voleva farmi combattere come peso leggero ma gli dissi di no. Nel 1971 arrivai di nuovo in finale del Golden Gloves ma persi contro Eddie Gregory. Una sera dello stesso anno andai a vedere un incontro tra professionisti. Arrivai presto e a volte, quando erano previsti più incontri, poteva capitare che qualche pugile non si presentasse. Quella sera mancava un pugile ed una persona che mi conosceva mi chiese se volessi combattere. “Guadagni dei soldi” mi disse. Io chiesi quanto fosse il compenso perché in quel periodo non stavo lavorando. “400 dollari per 4 rounds”. Accettai e da quel momento diventai professionista. Vinsi quell’incontro contro Ivelaw Eastman ma nessuno mi informò che una volta diventato professionista non avrei più potuto combattere come dilettante e così saltai le Olimpiadi di Monaco nel 1972. Dalle Olimpiadi infatti sono esclusi i professionisti.

Quando hai iniziato a combattere c’era qualche pugile al quale ti ispiravi?

Nino Benvenuti. Fece tre incontri contro Griffith ed il terzo incontro lo vidi al Madison Square Garden; in quel periodo ancora non avevo iniziato ad allenarmi.

Ti ispiravi a Benvenuti ma i vostri stili erano molto diversi.

Sì mi ispiravo a lui perché ero italiano. Mi ricordo quando vinse il titolo nel 1967 contro Griffith, ero ancora in Italia e da noi era notte, scappai di casa per andare a sentire l’incontro con gli amici. Fu il primo incontro che seguii. I miei pensavano che stessi dormendo. Nel 1974 ebbi l’occasione di battermi con Griffith che ammiravo. Quando salii sul ring, in un attimo mi ricordai dell’incontro con Benvenuti, stavo per combattere con un mio idolo. Mi tornò in mente tutto insieme prima del combattimento, un misto di paura e di meraviglia. Quella sera vinsi nettamente (ai punti ndr).

Nel 1976 hai conquistato il titolo europeo dei superwelter.

Sì sconfissi in Germania il tedesco Eckart Dagge, che pochi mesi dopo diventò campione del mondo. Prima di quel match nel 1974 feci un incontro a New York con John L. Sullivan che era un pronipote del primo campione mondiale dei pesi massimi (John Lawrence Sullivan ndr). Veniva da 24 incontri vinti tutti per KO. Era irlandese e c’era una certa rivalità con gli italiani. Anche io venivo da circa 20 incontri imbattuti (unica sconfitta con Harold Weston nel luglio 1973 ndr). L’incontro era stato molto pubblicizzato e si tenne al Madison Square Garden. Vinsi, i giudici mi assegnarono 9 round su 10, e la notizia arrivò anche in Italia. C’era un famoso promoter italiano Rodolfo Sabbatini che mi mandò un ambasciatore, così cominciai a combattere anche in Italia. Nel 1975 a Napoli affrontai il palermitano Nino Castellini che era campione italiano; vinsi anche quel match.

Nel 1976 al Palazzetto dello Sport di Roma però hai perso il titolo contro il britannico Maurice Hope. È stato un brutto colpo?

Sì ero molto dispiaciuto, volevo smettere. Persi per ferita, 15 secondi prima della fine del combattimento l’arbitro sospese il match. Ero in vantaggio di un punto e se avessi perso la quindicesima ripresa saremmo stati pari. Avevo appena 23 anni e così ricominciai ad allenarmi e vinsi un paio di incontri per KO. A volte perdere fa bene. Tra l’altro anche Hope in seguito diventò campione del mondo battendo Rocky Mattioli. Ricominciai e vinsi tutti gli incontri, mettevo tutti KO.

I tuoi genitori cosa pensavano del fatto che praticassi la boxe?

Mio padre non veniva mai a vedermi nonostante i suoi amici lo invitassero spesso. Non voleva che combattessi. Mi ricordo il combattimento con Sullivan al Madison Square Garden, 10 riprese, era circa il mio ventesimo incontro da professionista. C’erano tutti italoamericani sugli spalti. Alla fine dell’incontro vidi uno che saltò sul ring, i poliziotti volevano prenderlo ma lui si buttò sul ring e mi prese in braccio. “Chi è questo qua?” mi chiesi. Era mio padre. Quella sera alcuni suoi amici erano andati a casa sua e lo avevano convinto a venire. Dopo quel match mi seguì sempre, anche quando andai in Italia.

Nel 1979 hai avuto l’opportunità di combattere contro Hugo Corro per il titolo mondiale dei medi. Non ti davano molte chance.

Sì, Corro era il favorito. L’incontro si tenne il 30 giugno del 1979 al Principato di Monaco. Lui era in vantaggio ai punti fino alla settima, ottava ripresa. Il mio allenatore mi disse che stavo perdendo e dalla nona ripresa passai al contrattacco e vinsi il titolo mondiale.

Corro era considerato l’erede di Monzon.

Non tirava forte come Monzon ma era più veloce. Avrei voluto combattere contro Monzon perché era uno di quelli che non scappava, Corro era più difficile perché si muoveva, era svelto. Io volevo incontrare i pugili più forti del mondo. Dopo la vittoria con Corro potevo fare due incontri decidendo gli avversari ma in quel momento Marvin Hagler era il favorito, il numero uno mondiale della WBC e WBA, e dissi “andiamo”. Potevo scegliere due incontri più semplici.

Con il titolo è arrivato anche il successo, come lo hai affrontato?

Fu bello. Fin da quando vinsi il Golden Gloves immaginavo che sarei diventato un campione.

 Dove ti allenavi in quel periodo?

Fino al 1977 mi allenavo nel Queens, poi abbatterono tutto il palazzo e andai alla Gleason’s Gym a Manhattan. A quel tempo la palestra era un buco in una fabbrica, c’erano tre ring, poi è diventata la più famosa al mondo. Durante le riprese di Toro Scatenato (1980) alla Gleason, Isabella Rossellini, che all’epoca lavorava come giornalista nel programma di Renzo Arbore ‘L’altra domenica’, voleva intervistarmi. Rossellini poi si sposò con Scorsese. Conobbi anche Peter Savage, amico di LaMotta, perché i provini per il film li fecero alla Gleason ma io ero già troppo famoso per partecipare.

La prima sfida con “The Marvelous” Marvin Hagler (30 novembre 1979) è stata epica.

Fu davvero un bel match ma quel combattimento non avrei dovuto farlo. Mi stavo allenando a Miami e mi trasferirono a Las Vegas pochi giorni prima. Venivo dalla Florida dove faceva molto caldo, ero vestito in pantaloncini e canottiera e quando scesi dall’aereo, camminando sulla pista, mi accorsi che c’era un clima umido e freddo. Era fine novembre. Quando mi portarono in hotel per riposare mi resi conto di essermi raffreddato e di avere la febbre. Prima dell’incontro feci sparring in palestra e l’altro con cui mi allenavo mi mise sotto. Hagler era dato vincente per 2 a 1 ma, dopo che i giornalisti mi videro fare sparring, i bookmaker alzarono le quote a 5 a 1. Ero svantaggiato anche se ero il campione, i giornali poi dicevano che mi avevano regalato il titolo. Il mio manager mi chiese se volevo combattere, io volevo farlo ad ogni costo perché Hagler era uno che metteva tutti KO ma io ero il campione. Sapevo che se non avessi combattuto le persone ci sarebbero rimaste male. Avevo vinto il titolo cinque mesi prima, non potevo deluderli. La schiena mi faceva male, non potevo nemmeno alzarmi dal letto. Era la prima difesa con Hagler, pensavo che se non avessi combattuto mi avrebbero considerato un perdente. Avrebbero detto che avevo paura. Mi arrabbiai con me stesso a tal punto da non sentire più dolore. Più mi arrabbiavo e più mi sentivo bene, un’ora prima del combattimento mi sentivo al 100%. I miei due manager ed il trainer non erano sicuri ma gli dissi che per perdere mi avrebbe dovuto ammazzare.

I primi 5,6 round li persi perché quando sei raffreddato i muscoli sono un po’ duri, quando cominciai a sudare iniziai a sciogliermi e a sentirmi meglio. Feci 15 riprese. Lui vinse le prime 7,8 riprese ma le ultime 5 riprese le vinsi tutte io nettamente.

Il verdetto di parità ti consentì di mantenere il titolo.

Credo di essere stato l’unico oltre a Leonard a fare 15 riprese con Hagler, anzi Leonard nel 1987 ne fece 12 perché nel frattempo abbassarono il limite delle riprese. Hagler non ha fatto 15 riprese con nessuno perché metteva tutti KO. Credeva di aver già vinto e quando annunciarono la mia vittoria si vedeva che era arrabbiato. Quella sera a Las Vegas Sugar Ray Leonard sconfisse il portoricano Wilfred Benítez, diventando per la prima volta campione mondiale dei pesi welter; fu un’incredibile serata per la boxe.

Fisicamente come ti sentivi?

Mi capitava spesso che prima dell’incontro uscissero dei dolori. Anni dopo il combattimento con Hagler mi bloccai di nuovo con la schiena, non potevo alzarmi dal letto. Quando ricominciai a camminare mia moglie mi convinse a frequentare una scuola serale. Quando entrai in classe con le stampelle, il professore, che era di pochi anni più giovane di me, mi chiese se fossi Antuofermo l’ex campione. Non poteva credere che stessi in quelle cattive condizioni per un mal di schiena. Mi diede un libro di John Sarno sulla Tension myositis syndrome e sul rapporto fra dolore fisico e stato mentale. Lessi metà libro e mi alzai dal letto, la maggior parte dei dolori proviene dalla mente.

Pensi che Hagler sia il pugile più forte che tu abbia incontrato?

No, il secondo. Il primo fu un pugile di Philadelphia che si chiamava Eugene “Cyclone” Hart. Prima del nostro combattimento (1977) perse un incontro proprio con Hagler. Questo menava forte e fu l’unico che mi fece sentire le campane. Quella stessa sera mia moglie ebbe la mia prima figlia ed io la salutai ai microfoni dopo la vittoria ma credevo fosse un baby boy. Poi ho avuto tre maschi, il secondo si chiama Vito come me. Dopo la sconfitta contro Hagler si parlava di un possibile match contro Duran. Non so perché il mio manager non accettò. Duran è stato un grande campione e all’epoca era un peso leggero. Mi sarebbe piaciuto combattere con lui, lo farei anche adesso (ridendo ndr). Duran era uno che veniva incontro ed era più facile per me; io avevo problemi con quelli che “tiravano e scappavano” come Benvenuti e Minter. In palestra infatti mi piaceva fare sparring con i pesi massimi perché sono un po’ più lenti.

Dopo nemmeno quattro mesi eri di nuovo sul ring per difendere il titolo dei medi contro Alan Minter.

Sì dopo aver sconfitto Hagler mi fecero combattere con Minter il 16 marzo del 1980. Non mi diedero abbastanza tempo per recuperare perché quello con Hagler fu un incontro duro. Feci 15 riprese anche con Minter e credevo di aver vinto il match ma me lo rubarono. Portarono due giudici dal Regno Unito, uno in realtà abitava a Las Vegas ma era inglese, e Minter era britannico. Il terzo giudice era spagnolo e fu l’unico a votare per me, assegnando un paio di round in meno a Minter. Io ero un italiano in America, mi annunciavano dicendo “from Bari Italy”, perché non portarono un giudice italiano? Se vedi l’incontro eravamo piuttosto in parità. I giudici inglesi invece assegnarono 13 round a Minter, 1 round pari e 1 a me. Mi diedero un solo round su 15 riprese. Mi fregarono il titolo.

Minter era uno dei pugili più odiati in Italia in quegli anni, anche a causa della morte di Jacopucci.

Sì purtroppo Jacopucci morì in seguito all’incontro con Minter nel 1978 ma prima di quel match fece un paio di incontri duri in cui vinse ma prese molti colpi. Gli sconsigliarono di combattere e Minter lo mise KO. Dopo l’incontro andò a mangiare ma non si sentiva bene, lo portarono in albergo e poco dopo morì. Spesso quando accadono queste tragedie, la causa della morte è da ricercare nei combattimenti precedenti. Dopo quell’incontro iniziarono a fare controlli approfonditi al cervello, prima ai pugili venivano fatti solo i raggi.

Io nel 1978 feci un combattimento con un certo Willie Classen, un peso medio del Porto Rico che sembrava un medio massimo. I nostri manager erano amici e in palestra lo battevo sempre. Iniziarono a scrivere sui giornali che avevo paura di affrontarlo; non mi piaceva quella storia e decisi di combattere. L’incontro fu in un Madison Square Garden pieno fino all’ultima fila; c’era anche Benítez quella sera. Vinsi quell’incontro con molto vantaggio e, nonostante Classen fosse imbattuto, quella sera le prese. C’erano i portoricani ma anche gli italiani e quelli che avevano scommesso per lui fecero un casino, tirarono sedie e bottiglie. Due settimane dopo fece un altro incontro e andò KO per tre volte; dopo l’incontro con Wilford Scypion (novembre 1979 ndr), che lo mise nuovamente KO, Classen morì in ospedale. Penso che tutto sia iniziato con me. Così a volte muoiono i pugili.

 Perché hai deciso di fare subito la rivincita con Minter?

Non lo decisi io ma il mio manager, non so perché. Mi portarono in Inghilterra ma non ero pronto. Avevo fatto 15 riprese con Corro, poi 15 riprese con Hagler e di nuovo 15 round con Minter, mi avevano distrutto. Dopo circa tre mesi (28 giugno 1980 ndr) facemmo l’incontro ma ero già “squagliato'”. Non dovevo accettare, era troppo presto e mentalmente non ero preparato. Prima di partire per l’Inghilterra mi fecero fare sparring con un pugile barese, veniva da Giovinazzo. Mi tagliò sul sopracciglio due giorni prima del match ma il mio manager mi fece combattere ugualmente. Quando arrivai a Londra tutti i giornalisti videro che avevo un taglio. Io non dissi niente ma Minter lo sapeva già e quando mi colpì con il destro alla prima ripresa usciva sangue dappertutto. Il match finì all’ottava ripresa.

Nel giugno del 1981 hai incontrato di nuovo Hagler che nel frattempo aveva conquistato il titolo proprio contro Minter.

Sì il secondo incontro lo facemmo a Boston, da dove veniva Hagler, ma il mio manager e il mio allenatore decisero di fermare il match alla 5 ripresa. In quell’incontro Hagler mi ruppe l’arcata con una testata. Quando ti tagli i medici usano delle medicine che fermano il sangue. Nel primo incontro, i manager di Hagler erano così sicuri di vincere che mi fecero usare le mie medicine, lui avrebbe fatto lo stesso; avevo 70 punti sulle sopracciglia ma non c’era sangue. Nel secondo incontro invece mi dissero che avrei potuto usare solo il 5% delle medicine. Alla seconda ripresa battemmo la testa, dopo che avevo già un taglio, e alla terza ripresa lo fece di nuovo venendo sotto con la testa bassa. Sospesero l’incontro.

Quante volte ti hanno ricucito le sopracciglia?

Mi tagliavo sempre. Dopo il secondo incontro con Hagler nel 1981, ritornai a combattere come medio junior dopo tre anni. Trovai un dottore che mi disse che mi tagliavo sempre perché avevo le ossa della fronte sporgenti, feci un’operazione in cui me le limarono. Due mesi dopo l’intervento ero di nuovo sul ring, non gli diedi abbastanza tempo per guarire e mi tagliai di nuovo, però vinsi l’incontro. Negli incontri successivi non mi tagliai più. Molti mi sconsigliarono e il mio manager mi lasciò quando decisi di tornare a combattere. Quando ritorni non è mai la stessa cosa e all’epoca non volevo capire. Molti amici mi dicevano che andavo meglio di prima e mi incoraggiavano ad andare avanti. Nel 1985 a Montreal feci un combattimento con il canadese Matthew Hilton. Prima del match conobbi un dentista che mi convinse ad usare un paradenti che aveva brevettato e che mi avrebbe dato più potenza. Questo paradenti era diviso tra sopra e sotto ed era ottimo con la bocca chiusa. All’epoca però avevo il setto nasale deviato e dopo 3 o 4 round iniziavo a respirare con la bocca. Stavo vincendo le prime riprese con Hilton ma poi iniziai a respirare con la bocca e mi arrivarono due uppercut. Il primo mi fece saltare il paradenti, il secondo i denti. Due denti li trovarono nel suo guantone e fermarono l’incontro alla quarta ripresa, quello fu il mio ultimo match.

Oggi i pugili diventano famosi con molti meno incontri rispetto alla tua generazione. Il pugilato è ancora un modo per farsi strada ed emergere?

Credo di sì. Adesso sono quasi tutti sudamericani o dell’Europa dell’Est perché hanno la stessa fame che avevamo noi. Ho sentito storie incredibili di pugili degli anni ’50, loro avevano più fame di noi degli anni ’70. Sono un amico di Jake (LaMotta ndr), ho visto il film di Scorsese e ho letto il suo libro, era davvero un toro scatenato. Ce n’erano anche altri come lui, negli anni ’70 la situazione era già cambiata. Non ci sono più i pugili di una volta, o meglio, sono molto rari. Ad esempio quando vedevi Tyson combattere ti rendevi conto subito che era un leone che veniva dalla foresta.

Hai sempre frequentato la comunità italiana a New York?

Sì quasi sempre. Quando combattevo venivano tutti gli italoamericani. C’era anche un giornale italo-americano, “Il Progresso”, che scriveva spesso di me.

Ti piace quando ti chiamano Paisà?

Sì perché vogliono essere tutti miei paesani, anche i siciliani. Mi chiamano tutti paesano o campione.

Hai mai incontrato John Gotti?

Abitavamo a pochi blocchi di distanza ma non ci incontravamo mai. Ti racconto questo episodio accaduto due o tre anni prima della sua morte (2002 ndr). Ogni anno organizzano una festa per la boxe al club Ring Eight dove si ritrovano tutte le persone che hanno fatto parte del mondo del pugilato. Ero al bancone con altri ex pugili quando arriva Gotti con il suo seguito, era famoso e tutti si alzano a salutarlo. Lui mi vede e grida il mio nome, gli vado incontro e lui mi abbraccia calorosamente mentre ci fanno delle foto. Il giorno dopo un giornalista del Post mi chiama perché voleva farmi un’intervista. Ci incontriamo in un ristorante a Manhattan, a Little Italy, e inizia a farmi domande sulla mia carriera. Poi mi dice che molti pugili frequentano i mafiosi e mi domanda se ne conosco qualcuno. Conoscevo molta gente ma non ho mai fatto affari con loro. Mi chiede se conosco Gotti. Non mi andava di rispondere e gli dico che abitavamo vicino e lui mi informa che il giorno dopo sarebbe stata pubblicata una foto di noi due. Il giorno dopo sul Post, in terza pagina, c’era questa foto a mezza pagina con me e Gotti.

 Quando hai smesso di boxare di cosa ti sei occupato?

Non sono diventato ricco con la boxe. Quando smisi definitivamente iniziai a gestire con mio fratello, che conosceva il settore, un ristorante-pizzeria nel Queens. Il secondo anno l’attività cominciò ad andare male, non era una buona zona, persi dei soldi e fui costretto a vendere. Lavorai per qualche anno come distributore della Coca Cola, per la quale facevo la pubblicità quando ancora combattevo, nel quartiere italoamericano di Bay Ridge. Successivamente iniziai a lavorare al porto, dove sono stato impiegato fino a pochi mesi fa. Ora sono in pensione.

 

Hai avuto anche una parentesi nel cinema.

Sì ho fatto un paio di film, Il padrino III (1990), La bomba (1999) con Gassmann e un paio di pubblicità. Un giorno mi chiamarono degli italiani per chiedermi se volevo andare a fare un provino ma non mi spiegarono di cosa si trattasse; io pensavo fosse qualche manager che voleva che tornassi a combattere. Quando arrivai all’appuntamento a Manhattan ero un po’ contrariato perché non sapevo che fosse il casting per Il Padrino III. Circa due mesi dopo, alla vigilia di Natale, mi chiamarono per dirmi che avevo la parte (guardia del corpo di Joey Zasa ndr) ma io non sapevo ancora nulla, poi mi spiegarono tutto. Andai in Italia perché tutti gli interni li girammo a Cinecittà. Rimasi a Roma tre mesi e conobbi Pacino, Garcia, la figlia di Coppola e gli altri. Legai con Pacino anche perché ero amico di James Caan, che all’epoca veniva ad allenarsi nella mia stessa palestra, e lui gli aveva parlato spesso di me. Andammo a cena insieme un paio di volte e Pacino mi venne a prendere; lui era la star e aveva a disposizione una limousine, io invece ero in un albergo lontano da Cinecittà. Dopo tanti anni mi piacerebbe tornare in Italia, magari quest’estate.

 

La Motta – Robinson: Il Massacro di San Valentino

La Motta – Robinson: Il Massacro di San Valentino

13515435_10209941407874412_40088121_n

Il 14 febbraio del 1951, nel giorno degli innamorati, non ci fu amore tra pesi medi sul ring approntato all’interno del Chicago Stadium. Ray Sugar Robinson di Detroit e Jake La Motta di New York si incontravano per la sesta volta; il bilancio sorrideva al grande boxeur di colore, impostosi in quattro occasioni su cinque, ma era l’italoamericano ad avere in mano il titolo, che difendeva per la terza volta. Sul piatto c’era lo straordinario record di Robinson, in quel momento 122 vittorie contro una sola sconfitta; quell’odiata, unica sconfitta patita proprio dal Toro del Bronx, otto anni prima, peraltro vendicata in un re-match di sole tre settimane più tardi.

Dopo tanti incontri tra loro, il più grande pugile di tutti i tempi sapeva quali fossero i difetti del fighter newyorchese: conosceva il lento ingresso nel match da parte di La Motta e sapeva di dover imporre un ritmo forsennato nei primi tre round, in maniera tale da accumulare vantaggio in punti e costringere “Toro Scatenato” alla rincorsa. La volontà di Jake La Motta, però, trascendeva i calcoli accurati, i pugni devastanti, le ferite più profonde. Ray Robinson, dall’alto della sua immensa classe, lo investì con la furia del diretto sinistro e del montante destro, cambiando spesso le basi, in maniera da aggirare la guardia statica di Jake. Le gambe di La Motta non si piegarono nemmeno per un instante.

Nel quarto round, dopo un’infinita serie di Sugar Ray, Jake rispose dalle corde con un secco gancio sinistro. Le gambe di Ray tremarono ed il pubblico si zittì per la sorpresa: La Motta pareva tornato dal mondo dei morti, a cui sembrava esser andato in visita nei primi round. Nella quinta ripresa, La Motta tentò di ripetersi, ma Sugar aveva preso le misure e lasciò sfilare il gancio di Jake, per riprendere nuovamente a tamburellare la testa ed il costato dell’avversario. Nei piani di La Motta vi era l’attesa che il match scendesse ad un ritmo blando, a lui più congeniale; fino al settimo era sicuro di aver vinto, o quantomeno pareggiato, un paio di round, quindi contava di far suo l’incontro dominando il finale, secondo sua caratteristica. Sugar Ray Robinson, però, non abbassò il ritmo: lo incrementò!

I round successivi si trasformarono in un’infinita punizione: La Motta incassava, Sugar Ray picchiava con violenza inaudita non avendo più bisogno di difendersi, perché i guantoni di Jake erano alti a difesa della testa ed i gomiti attaccati al corpo a protezione della figura. Il campione non portava più colpi e Robinson lo stava tempestando di jab taglienti e poderosi uppercut. Ma Jake La Motta, all’anagrafe Giacobbe, non cedeva; le sue gambe non si piegavano. Quando Robinson prendeva fiato, lui alzava la testa sanguinante, lo guardava attraverso gli occhi gonfi e lo sfidava col suo infinito orgoglio. Alla fine del decimo round, molti dei quindicimila presenti invocavano l’intervento dell’arbitro Frank Sykora, affinché ponesse termine ad una tale punizione; non era, però, una soluzione così immediata, dato che La Motta era il campione in carica ed il suo angolo non mostrava segno di volerla finire.

14550965_10210305442663274_1408843070_o

All’undicesimo round, un colpo nella nebbia di La Motta scosse Robinson; il Toro del Bronx diede segno di avvedersene e si lanciò sull’avversario alla sua maniera, con un nugolo di colpi che, però, Robinson incassò con la grande classe in lui innata. Poi ricominciò l’opera di demolizione. Alla campana del dodicesimo round, La Motta si avviò all’angolo ormai incapace di vedere e di sentire. Dirà, nell’intervista successiva al match, che il forte dolore l’aveva sentito alla quinta ed alla sesta, ma poi gli sembrava di essere uscito dalla tempesta. Ma non era così. Al contrario, i colpi erano aumentati e si erano fatti più precisi. Due minuti e quattro secondi dall’inizio della tredicesima ripresa, il ring coperto del sangue di un ormai irriconoscibile La Motta convinse l’arbitro Sykora dell’averne abbastanza di quella mattanza, che alzò il braccio al nuovo campione mondiale dei pesi medi. La Motta fu condotto all’angolo e poi immediatamente negli spogliatoi, dove sarebbe rimasto attaccato all’ossigeno per oltre un’ora e mezza; prima che superasse le corde, però, uno stanchissimo Robinson riuscì a regalargli un sincero abbraccio. Sapeva che quella era la fine della loro epica serie di battaglie e che lui aveva vinto la guerra, ciò nondimeno non volle privare il suo grande avversario dell’onore che si era meritato. Dirà poche ore più tardi: “Credevo non avrebbe finito la ripresa già alla sesta, ma più lo picchiavo, più sembrava determinato a rimanere in piedi! Non capisco di cosa sia fatto: gli ho rifilato i colpi più duri della mia carriera ed era ancora lì“.

Il sesto match tra Jake la Motta e Sugar Ray Robinson, subito ribattezzato “il massacro di San Valentino” lasciò anche molti strascichi polemici, a causa dell’indubbia violenza di alcuni passaggi, soprattutto nelle ultime riprese. The Indianapolis News descrisse l’incontro come “un crimine nel nome dello sport, un malato tributo alla brutalità“. Ognuno deve essere libero di dire la propria opinione, che va rispettata fino in fondo. Il pugilato non è uno sport che favorisca gli incontri impari; nella sua stessa filosofia è un combattimento con precise regole tra uomini disposti allo scontro, dello stesso peso e di similare abilità. Il “massacro di San Valentino” fu un match all’apparenza poco equilibrato ma io, personalmente, lo vedo come un confronto tra la magistrale abilità di Robinson e l’insondabile determinazione di La Motta. A me mancavano vent’anni per nascere, alla maggioranza dei lettori di questo mio articolo parecchi di più: eppure, è un fatto che noi si sia ancora qui a parlarne e discuterne. Questa è la magia del pugilato, la più controversa disciplina sportiva, ma di gran lunga la più affascinante del pianeta. Sugar Ray Robinson e Jake La Motta avevano entrambi trent’anni. Considerato, dai più, il miglior pugile pound for pound di tutti i tempi, Robinson è mancato ormai ventisette anni fa. La Motta, invece, si è da poco sposato per la settima volta, vive nel suo vecchio quartiere, ha in serbo parole pesanti per chiunque lo contraddica e, alla veneranda età di novantasei anni, è sopravvissuto a tutti i suoi avversari, a molte ex mogli e, purtroppo, anche ad un paio dei suoi figli. Sulla scorta di quanto successo a Chicago, in quel lontano giorno di San Valentino, ed in molti altri frangenti della sua tumultuosa esistenza, mi pare chiaro che per mettere definitivamente al tappeto lo spirito indomabile di Giacobbe La Motta, dovrà scomodarsi il Signore in persona.

Muhammad Ali : Genealogia del Mito

Muhammad Ali : Genealogia del Mito

13515435_10209941407874412_40088121_n

Nell’ottobre del 1954 l’agente Joe Martin stava ascoltando la denuncia di un longilineo ragazzino di dodici anni a cui era appena stata rubata la bicicletta, una vecchia Schwinn bianco e rossa.

Mentre il bambino, faticando a trattenere le lacrime, descriveva il furto del suo unico bene su questa terra, Joe lo guardava con tenerezza paterna.

Se vuoi che non ti rubino più la bicicletta – gli disse – devi venire nella mia palestra ad imparare la boxe

I grandi occhi si sgranarono, ma il ragazzino non pianse.

Due mesi dopo quel bimbo pelle ed ossa avrebbe vinto il suo primo incontro giovanile, dando così inizio alla carriera del più amato campione della storia del pugilato moderno.

Cassius Marcel Clay jr. nacque il 17 gennaio 1942 a Louisville, Kentucky.

Figlio di un imbianchino e di una casalinga, sono invece sorprendenti le sue origini: un irlandese di nome Abe Grady, emigrato in Kentucky nel 1860, si sposò con una schiava liberata, generando quella che sarebbe in futuro divenuta la bisnonna del pugile.

Lanciato nel mondo del pugilato, come detto, dal furto della propria bicicletta, vinse sette Golden Gloves del Kentucky e due Golden Gloves nazionali, prima di volare a Roma, una volta diplomatosi, per conquistare con facilità l’oro olimpico dei mediomassimi.

Tornato in patria da eroe, passò al professionismo e, in tre anni, accumulò diciannove vittorie consecutive, quindici delle quali arrivate per atterramento.

Durante questa striscia vincente, ad ogni modo, finì al tappeto per due volte ed in una di queste occasioni, contro il britannico Cooper, fu salvato dalla campana del quarto round.

Il suo stile sfrontato andava rivisitato in ottica della grande chance mondiale contro l’indiscusso campione dei massimi, Sonny Liston.

Il passato criminale, i legami con la mafia, la personalità di forte intimidazione: tutto lasciava presagire che Liston avrebbe terrorizzato Cassius Clay, pappandoselo in un sol boccone. I bookmaker ufficiali quotavano 7-1 lo sfavoritissimo pugile del Kentucky, ma i banchetti meno istituzionali arrivavano a promettere pagamenti di venti volte la posta.

A Miami, il 25 febbraio del 1964, andò in scena quella che è tuttora unanimemente riconosciuta come la più straordinaria sorpresa nella storia dello sport.

Liston si scagliò contro Clay al rintocco del primo round, dimostrando come il tanto parlare del giovanissimo pugile lo avesse effettivamente irritato.

Volerò come una farfalla, pungerò come un’ape”, “Non puoi colpire quello che non vedi”, sono alcune delle più famose frasi di Clay, passate alla storia, coniate proprio in vista di quell’incontro.

Dopo due riprese equilibrate, una lunga combinazione di Clay fece piegare le gambe al campione; l’occhio di Liston era tagliato, per la prima volta in carriera, ed il pubblico non credeva a quanto stava vedendo.

All’inizio del quarto round, Clay accusò irritazione agli occhi, tale da renderlo quasi cieco, probabilmente dovuta all’unguento intorno alla ferita di Liston finito nei guantoni; intenzionato a ritirarsi, si fece convincere da Angelo Dundee a continuare a combattere.

Superò un difficile quinto round, le lacrime ed il sudore lavarono gli occhi e dominò il sesto round in maniera evidente.

Sonny Liston non rispose alla chiamata della settima campanella: Cassius Clay, a soli 22 anni, era l’unico campione del mondo dei pesi massimi. La sua espressione, con gli occhi spalancati ed increduli, fece il giro del mondo.

Durante lo stesso anno, al termine di una lunga ricerca spirituale, Cassius Clay si convertì all’Islam, religione che gli sembrava essere più sensibile alle ingiustizie sociali che le persone di colore soffrivano nel territorio statunitense, cambiando il proprio nome in Cassius X, nei primi tempi, per poi passare al nome Muhammad Ali. Quello con cui sarebbe passato alla storia.

Dopo che ebbe brillantemente combattuto contro Chuvalo, Henry Cooper e Zara Folley, tra gli altri, ad Ali fu sospesa la licenza di combattimento per essersi schierato contro l’iniziativa militare americana in Vietnam ed aver rifiutato l’arruolamento.

La sua obiezione di coscienza divise l’America.

Ancor prima del pronunciamento della Corte Suprema, che avrebbe giudicato inammissibile il suo arresto, Ali tornò sul ring battendo Jerry Quarry, dopo aver sprecato quasi quattro anni nell’età in cui un atleta solitamente tocca il proprio apice, dando il via ad una delle più fervide stagioni per i pesi massimi.

Molti dei più grandi match della storia lo ebbero come protagonista.

La possibilità di tornare campione arrivò presto, in quello che fu presentato come il “più grande incontro del secolo”, non allontanandosi troppo dalla realtà.

Al Madison Square Garden, l’8 marzo del 1971, Ali affrontò il campione Joe Frazier, dopo averlo attaccato con settimane di ‘trash talking’ e, forse, passando il segno con pesanti offese personali.

Frazier vinse per decisione unanime, lavorando l’avversario al corpo in maniera devastante per tutto il match, ed atterrandolo con un potente gancio sinistro alla testa all’ultimo round, dal quale Ali si riebbe, comunque, in soli tre secondi.

Ali conobbe così la prima sconfitta.

Dopo un altro filotto di vittorie, incappò pure nella seconda, ad opera dello straordinario Ken Norton, ma si prese in breve tempo le rivincite sia su Norton, sia su Frazier.

Gli si profilò, quindi, la chance di strappare il mondiale a Big George Foreman, uno degli uomini più forti di tutti i tempi, che aveva sette anni meno di Ali ed aveva spazzato via con facilità gli avversari che lo avevano battuto, Norton e Frazier.

La sede dell’incontro, quella di Kinshasa, scelta per le offerte milionarie del re del Congo, garantiva folle oceaniche e caldo tropicale; l’orario per l’inizio del match, le quattro del mattino, consentì la diretta negli Stati Uniti.

Contro le previsioni, Ali fece un match strepitoso, incontrando spesso il potente avversario e gestendo la sovrumana forza di Foreman col famoso rope-a-dope; all’ottavo round, uno spento ed esausto Foreman andò al tappeto, accompagnato da Ali che, con grande spirito, gli risparmiava l’ultimo colpo.

A seguito di questa grande vittoria, Ali fu invitato a cena alla Casa Bianca dal Presidente Jimmy Carter.

Nemmeno un anno dopo, a Manila, Ali disputò l’incontro di bella con Joe Frazier, in un altro epico match concluso al suono della quindicesima ed ultima ripresa, al cui tocco Frazier non rispose.

Entrambi i pugili terminarono l’incontro provatissimi dai 38 gradi e dall’elevata umidità. Ali avrebbe detto più tardi che quel match era stato come “andare all’inferno e tornare“.

Incontri così difficili, in ambienti cosi duri, probabilmente lasciarono il segno sulla salute del grande combattente di Luoisville.

Nel ’79, dopo aver perso e ripreso il titolo da Leon Spinks, Alt si ritirò, facendo il grande errore di tornare alla fine del 1980, per confrontarsi con un giovane Larry Holmes: i segnali del morbo di Parkinson furono evidenti nelle interviste del dopo match, perso per Knock-out.

Un anno più tardi, con una sconfitta ai punti contro Trevor Berbick, Muhammad Ali appese definitivamente i guanti al chiodo.

La boxe perdeva così un protagonista sensazionale, che aveva attraversato le ere, che aveva combattuto e vinto con avversari ritenuti imbattibili.

Dell’uomo che tanto aveva dato allo sport, il cui nome e le cui gesta erano conosciuti in ogni lato del pianeta, restava il grande spirito, poiché il fisico era minato dalla malattia: nel 1984, a 42 anni, annunciò quello che era a tutti già evidente, ossia di esser malato di Parkinson.

Le sempre più precarie condizioni di salute non gli impedirono di essere, nel 1990, il personaggio fulcro grazie alla cui mediazione quindici giovani soldati americani lasciarono le carceri irachene.

Nel 2000 l’ONU lo nominò Ambasciatore di Pace.

Nel 2009 fece visita alla cittadina di Ennis, in Irlanda, da cui suo trisavolo Abe Grady era emigrato tanti anni prima, in un evento che gli abitanti del luogo io suppongo essi ricordino ad ogni pinta di birra.

L’anno scorso, ricoverato per le complicazioni di una polmonite, sembrava che la vita di Cassius Marcellus Clay, alias Muhammad Ali, fosse giunta alla fine.

Rimbalzato sulle corde, il vecchio Ali ordì una delle sue strategiche trame pure con la morte stessa, rimanendo ancora tra noi.

Fino a ieri mattina. Quando il suo cuore da leone ha cessato di battere.

Il Paradiso lo avrà già accolto, perché Ali, il suo personale inferno, lo aveva già vissuto insieme al suo avversario Joe: tanti anni fa su un ring di Manila, Filippine.

Marco Nicolini

bannerali2

alilistonbanner

Tra il pugilato moderno e la boxe senza regole: Jack Dempsey, il Massacratore di Manassa

Tra il pugilato moderno e la boxe senza regole: Jack Dempsey, il Massacratore di Manassa

13515435_10209941407874412_40088121_n

“Modern Gladiator “ è un libro del 1889 scritto per esaltare le gesta di quello che, a quei tempi, era il più grande pugile mai esistito, John Lawrence Sullivan, un omone dai baffi teutonici, le maniere sbrigative e le caratteristiche fisiche che oggi farebbero sorridere.

Nel 2003 partecipai ad un’asta per aggiudicarmi un’edizione originale di questa pubblicazione, venendo sbaragliato da una concorrenza forte di superiori mezzi economici ai miei. Non che ci voglia molto ma, forse, i libri starebbero meglio nelle mani degli appassionati che negli scaffali blindati di ricchi speculatori.

Torniamo, però, al principio del novecento, negli Stati Uniti: la mamma di una poverissima famiglia di mormoni era solita leggere brani e mostrare foto di questo prezioso libro, preso a nolo dalla locale drogheria, ai più giovani dei suoi undici figli.

Tra loro, il piccolo William, che proprio in quei momenti prese la decisione di diventare campione del mondo dei pesi massimi, a dispetto del fatto che nemmeno sapesse quando sarebbe stato il suo prossimo pasto.

Per far fede al proprio proposito, a dodici anni lasciò la scuola per lavorare, mentre a quindici si unì ai lavoratori itineranti che seguivano la ferrovia in cerca di lavoro.

Nonostante la giovane età, fece sin da subito il minatore, poi il facchino, il lavapiatti, il coltivatore ed il cowboy; cominciò ad emergere negli incontri da saloon delle città minerarie col soprannome di Kid Blackie, comminatogli a causa della pelle annerita dal lavoro col carbone.

Solo e giovanissimo, in un ambiente di tagliagole e gente pronta a tutto, il giovane William si stava facendo largo grazie ad una tempra indistruttibile e pugni d’acciaio; la molla, però, che più lo spingeva a dare il massimo in ogni scontro, era la fame.

Un giorno, per una scommessa che gli fruttò venti dollari, attraversò il deserto del Nevada, a piedi, da Tonopah a Goldfield, mettendo a serio rischio la propria vita.

A diciott’anni, entrato nel professionismo, infilò lunghe strisce di incontri entusiasmanti risolti da devastanti knock-out a suo favore.

Di ritorno da un incontro pareggiato, secondo un verdetto giornalistico tipico dell’epoca, contro il poderoso Lester Johnson, conobbe una prostituta quindicenne di nome Maxine Cates, della quale fece la propria prima moglie.

In quegli anni, suo fratello Bruce fu accoltellato a morte, durante un litigio, per le strade di Manassa.

Lo stile da dominatore del ring ed il cognome Dempsey, suggerirono il soprannome che lo accompagnò per la vita, Jack, in onore di “NonpareilDempsey, grande campione irlandese morto nell’anno della sua nascita, il 1895.

Pronto per entrare nella leggenda, Jack Dempsey diede l’assalto al mondiale che stava inseguendo con grande determinazione: a soli 24 anni, aveva già combattuto ottanta sensazionali incontri, molti dei quali da professionista.

In una riedizione di “Davide contro Golia”, nel 1919, stesso anno del divorzio dalla prima moglie, affrontò il gigante Jess Willard in uno dei più cruenti match della storia, durante il quale Jack Demspey strappò il titolo all’avversario con spietata ferocia ed insondabile fermezza.

Cominciò così il dominio di Dempsey sulla categoria: il mondo cadde ai suoi piedi, la sua stella cominciò a brillare come mai aveva fatto, sino ad allora, quella di un campione sportivo.

Il suo nome era costantemente in prima pagina, i suoi spostamenti erano seguiti da frotte di fan ed i suoi incontri, strapagati al botteghino, erano attesi da folle deliranti ovunque si tenessero.

Un giornalista, raccogliendo una voce poco fondata, lo accusò di diserzione e, pur avendo Jack spiegato di aver assolto i propri doveri con l’esercito, venne inseguito per anni dalla chiacchiera.

Ciononostante, continuò a spazzare via dal ring ogni sfidante, da Brennan a Miske, da Firpo a Carpentier.

Il 23 settembre del 1926, innanzi a centoventimila spettatori riuniti a Philadelphia, Dempsey perse la cintura da Gene Tunney, the Fighting Marine, nell’incontro definito “la sorpresa del decennio”.

Tornato in albergo, la sua seconda moglie fu spaventata dal volto inusualmente segnato del marito e gli chiese la ragione delle ferite. Jack rispose, simpaticamente: “Mi sono dimenticato di abbassare la testa!”

L’anno successivo, in uno dei più controversi combattimenti della storia della boxe, Dempsey spedì al tappeto Tunney al settimo round, con un atterramento che sarebbe stato definitivo se Jack Dempsey non avesse dimenticato di raggiungere l’angolo neutro, secondo le nuove regole, regalando il tempo all’avversario per rimettersi in piedi ed andare ad aggiudicarsi anche la rivincita.

Il match passò alla storia come “la battaglia del lungo conteggio”; alla fine dell’incontro, un Dempsey stremato si fece guidare dai suoi secondi per arrivare a stringere la mano a Tunney, un avversario di grandissimo valore.

Jack Dempsey si ritirò dal pugilato dopo questo incontro, proiettando la propria luce di personaggio di massima grandezza su Hollywood, prima, e sull’organizzazione di grandi eventi pugilistici, poi.

Divorziò anche dalla seconda moglie, Estelle Taylor, per sposare Hannah Williams che lo rese padre di due figli. Nel ’43 divorziò pure da quest’ultima.

Solo molti anni più tardi, nel ’58, avrebbe sposato la sua quarta ed ultima moglie, Deanna Piatelli, che lo avrebbe accompagnato fino al crepuscolo della sua vita.

Famoso per la violenta aggressività e la ferocia sul ring, Jack Dempsey fu molto benvoluto per l’umanità, la gentilezza e la generosità dimostrate nella vita di tutti i giorni.

Il 24 giugno del 1970, al Madison Square Garden, i diciannovemila spettatori presenti gli dedicarono la canzone di “buon compleanno” più emozionante della storia della boxe.

Jack Dempsey, in quell’occasione, si lasciò sfuggire quella lacrima che aveva versato, in vita sua, solo per la morte del suo amato cane, il primo di una lunga serie di american staffordshire da lui amorevolmente allevati.

Il 31 maggio del 1983, all’età di 87 anni, il cuore da leone di William “Jack” Harrison Dempsey smise di battere.

Con il suo ultimo respiro si spense il pugilato della nuova frontiera americana: quella lotta senza quartiere che tra le corde conteneva la rabbia di uomini pronti a tutto, disposti al massimo sacrificio pur di alzare la testa da esistenze fatte di stenti e povertà.

Cresciuto nel nulla e fattosi largo con le proprie forze, il volto franco e sicuro del grande Jack si staglia nel firmamento dello sport mondiale.

Una leggenda che mai tramonterà.

bannerjacovacci

bannerali3

“Storie di Sport”: Peppe Millanta e il suo progetto per la letteratura sportiva tra i giovani

“Storie di Sport”: Peppe Millanta e il suo progetto per la letteratura sportiva tra i giovani

“Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti” diceva Arrigo Sacchi. Noi oggi parliamo di sport in genere e di come scrivere di sport possa regalare soddisfazioni per sé e per gli altri. E’ il caso di Peppe Millanta artista abruzzese secondo classificato al concorso nazionale del Racconto Sportivo del Coni e attualmente impegnato in un progetto letterario-sportivo rivolto alle scuole. Con lui abbiamo fatto una chiacchierata sul tema letteratura sportiva…

18336614_1918644868384107_745368396_n

“Storie di Sport”. Iniziamo con questo progetto rivolto alle scuole in collaborazione con il Comune di Ripa Teatina (Chieti)

“Storie di Sport è un’idea nata insieme all’assessore di Ripa Teatina Gianluca Palladinetti. Volevamo coinvolgere il più possibile i giovani e i giovanissimi al Premio Rocky Marciano, giunto ormai alla sua XIII edizione, e abbiamo pensato a questa formula che comprende anche la letteratura, già sperimentata con successo l’anno scorso con la I edizione del Festival della Letteratura Sportiva curata da  Dario Ricci. E’ un progetto che ha calamitato subito l’attenzione e l’interesse di partner rilevanti a livello nazionale, a cui va il nostro sentito ringraziamento, che ci hanno permesso di realizzare il progetto, e cioè Saquella Caffè, l’Azienda Leone 1947, la casa editrice Infinito, il Lions Club Ennio Flaiano di Pescara e la Libreria Mondadori di Francavilla. Inoltre abbiamo avuto l’appoggio immediato del Coni,  della Regione Abruzzo, di Siedas e del direttore de Il Centro Primo Di Nicola, che ci stanno dando una mano fondamentale a diffondere l’iniziativa. Il premio è aperto ai giovani e giovanissimi dai 6 ai 19 anni, che saranno suddivisi in tre categorie in base all’età. In palio c’è un montepremi in buoni libri del valore di 900 euro, oltre a dotazioni sportive per le scuole che parteciperanno con più elaborati. A livello personale mi sono cimentato con entusiasmo in questa avventura perché ho iniziato la mia attività di autore proprio vincendo un premio letterario dedicato ai giovani, che mi ha aperto nuovi orizzonti e prospettive. Spero insomma che questa diventi l’occasione per qualche ragazzo di coltivare questa splendida passione”. 

18302553_1918644485050812_1857632708_n  

Torni alla letteratura sportiva dopo aver conquistato il secondo posto al concorso nazionale del Racconto Sportivo del Coni. A tal proposito, ci parli di “Rukelie”.

“Rukelie è diventato un po’ un compagno di viaggio. Si è trasformato nel frattempo in un monologo teatrale interpretato dall’attore Antonio De Nitto, e sta continuando fortunatamente a ricevere consensi. Si è piazzato infatti al primo posto al Premio di Narrativa Alda Merini di Imola e si è aggiudicato il Premio Settimia Spizzichino & gli anni rubati a Roma, e il secondo posto al Premio Letterario Città di Grottammare, al premio ConCorto di Roma dedicato ai corti teatrali, e al concorso La riviera dei Monologhi di Bordighera. Quello con Rukelie è stato un incontro nato per caso, dalla musica, che spesso mi porta a conoscere e a condividere esperienze con mondi nuovi e lontani. E’ la storia vera del pugile Johann Trollmann, che dopo essere stato campione di boxe in Germania, viene sterilizzato e mandato in un campo di sterminio dove morirà dopo un ultimo incontro di pugilato per la vendetta di un Kapò. E’ una della tante vittime dimenticate del porajmos, il genocidio degli zingari avvenuto durante la seconda guerra mondiale”.

Peppe Millanta è anche uno sportivo praticante?

“Peppe Millanta… era… uno sportivo praticante. Ho sempre giocato a basket, anche se con scarsissimi risultati. Vanto però una medaglia ai Giochi della Gioventù per la ginnastica artistica. Sono un appassionato di vela, ma niente di agonistico”.

Secondo te la letteratura sportiva meriterebbe più attenzione tra gli “addetti ai lavori”?

“Assistiamo ormai sempre più spesso a casi editoriali come Open di Agassi, o a successi televisivi come i format di Federico Buffa. I tempi ormai sono più che maturi, anche perché lo sport di per sé ha già tutto ciò che serve per realizzare una grande narrazione: il sacrificio, la ricerca del risultato, gli ostacoli, i trionfi e le cadute. Non è un caso se le storie che ruotano intorno allo sport ci appassionano ormai da più di duemila anni”.

Non solo scrittura, sei anche un musicista. Come fai a conciliare le due arti?

“L’una si nutre delle scoperte dell’altra. La musica mi porta fuori, mi fa conoscere persone, situazioni, mondi, tutto materiale che poi torna utile quando si scrive. La letteratura mi costringe a fare i conti con la mia parte più intima, più nascosta. In realtà le vivo come le facce della medesima luna. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di raccontare storie. Cambia il mezzo, ma non il fine, che è quello, almeno per me, di provare a emozionare chi ci ascolta, legge o guarda”.

Se fossi costretto a scegliere tra scrivere e suonare, cosa vincerebbe?

“Domanda difficilissima, che aggiro dicendoti che sceglierei lo scrivere, se dentro ci rientra anche la scrittura di canzoni”.

Progetti a medio/lungo termine?

“Fortunatamente parecchi. Sto terminando una sceneggiatura e ho in cantiere il primo romanzo, che dovrebbe uscire nel 2017, ma per ora non vi posso anticipare nulla. Per quanto riguarda la musica sto terminando di lavorare al primo disco di cantautorato insieme a Andrea Di Marcoberardino, Simone Palmieri e Giampiero Ulacco. Inoltre ho da poco fondato in Abruzzo la Scuola Macondo, un polo di didattica artistica multidisciplinare dedicato alla scrittura e non solo, che è tra l’altro partner organizzativo del Premio Letterario Storie di Sport,  per dare la possibilità ai ragazzi della nostra regione di avere un punto di riferimento per le proprie ambizioni e i propri sogni. Cominceremo questa estate con alcuni laboratori gratuiti in previsione del Macondo Festival.

Sul quadrato con Roberto Camelia: “Affrontate le sconfitte con ironia, nello sport e nella vita”

Sul quadrato con Roberto Camelia: “Affrontate le sconfitte con ironia, nello sport e nella vita”

Sarebbe troppo facile e forse più scaltro, mediaticamente parlando, farci raccontare dall’”arbitro con la protesi” come sia avvenuto l’incidente, farci raccontare una tragedia per lasciar salire un brivido sulla schiena, ma non lo abbiamo fatto per un motivo ben preciso. Perché per far salire un brivido sulla schiena bastano altre immagini, bastano alcune massime per capire la grandezza di saper ricominciare a vivere dopo una batosta del genere, conta il sorriso di un uomo a tutto campo: il sorriso di Roberto Camelia.

Premessa: divideremo l’intevista in round, necessario per porre alcune domande a un arbitro di pugilato.

Primo Round – L’esperienza da pugile: cosa ti ha portato a decidere di voler fare l’arbitro nel 2010?

 A dire il vero questa è una domanda che mi fanno spesso, perché in effetti quella dell’arbitro è una professione molto difficile; se ne parla poco e se ne parla male, per me è una passione, una scelta di vita che mi ha permesso di rimanere sotto un’etichetta differente, non quella dell’atleta ma di ufficiale di gara, che comunque respira e vive di adrenalina e trance agonistica attraverso l’azione degli altri.

Secondo Round – Osservare un sport da spettatore interessato, da attore non protagonista, sul ring ma non per combattere: cosa si prova?

 Il nostro compito? Essere imparziali, vivere la gara in terza persona come un normale evento sportivo, senza compromettere nulla e senza essere partecipe in maniera diretta delle emozioni di uno o dell’altro. Bisogna assisterli per assicurarsi che vengano rispettate le regole e tutelata l’integrità fisica. Il compito principale a cui noi aspiriamo è un servizio imparziale.

Terzo Round – L’episodio più divertente che ti sia accaduto da quando sei diventato per tutti ‘l’arbitro con la protesi’

Vi racconterò un episodio un po’ colorito. Mi ricordo che, subito dopo essere tornato sul quadrato, c’era molta attenzione nei miei confronti. Durante una riunione, non appena finì e tutti scendemmo dal ring per andare via, mi si avvicinò un bambino chiedendomi se fosse vero che io avessi una gamba Io mi ricordo di avergliela fatta toccare, tanto che lui fece una faccia esterrefatta e guardandomi negli occhi esclamò: ‘M******!’. Avrà avuto dieci anni, ma dalle nostre parti è un’espressione che si usa spesso.

 Il mondo della disabilità del resto è molto ironico, sai quante volte mi hanno detto “Mi raccomando, partiamo col piede giusto” oppure “Oggi non facciamo passi falsi”? Vi è un certo folklore e l’ironia è il modo vincente per parlare di certe cose. E’ la chiave vincente per sensibilizzare le persone, anche in maniera simpatica, parlando di un dramma. Vedere il rovescio della medaglia con un sorriso può avvicinare molta più gente, che è l’obiettivo di tutti quelli che si occupano di sport nella vita.

Quarto Round – Come è cambiata la tua vita, da arbitro, nel momento in cui hai scelto di tornare in campo?

 Vi è un’attenzione massima verso l’integrità degli atleti e una voglia ancora maggiore di cercare di essere un arbitro il più possibile vicino alla normalità. Cerco questo curando dettagli, allenandomi molto e cercando di pulire, affinare tecniche per fare in modo che non vi siano dubbi sulla mia professionalità e sul servizio che io come altri arbitri diamo sul ring.

Quinto Round – Se dovessi lanciare un messaggio agli appassionati di sport che faticano a riprendersi da infortuni o traumi, quale sceglieresti?

Il dolore si può raccontare in mille modi, ma la chiave più familiare credo sia quella dell’ironia, con cui puoi arrivare anche ai bambini. Il mio incidente è stata un’esperienza che fa parte della vita di tutti i giorni e pertanto non deve essere vissuta come una cosa che ti ha cambiato per sempre. A volte nella vita ci sono, come nello sport, dei risultati ingiusti che vanno accettati, metabolizzati per riuscire a fare meglio poi in futuro. Ci saranno sempre cose che non ci andranno bene, ma serviranno da stimolo e serviranno per il futuro. Le sconfitte aiutano a capire cosa fare e come fare a vincere, così come nella vita anche nello sport.

 

Dagli sport rurali al ring: Paulino Uzcudun, il “Toro Basco”

Dagli sport rurali al ring: Paulino Uzcudun, il “Toro Basco”

13515435_10209941407874412_40088121_n

Vissuto per quasi tutto il ventesimo secolo, Paulino Uzcudun fu il più grande peso massimo della storia di Spagna.

Nato nel 1899 nel Paese Basco, la regione ai piedi dei Pirenei, divisa tra Francia e Spagna, dalla forte connotazione indipendentista, Paulino fece onore alle proprie origini divenendo un fortissimo “Aizkolari”, ossia un atleta di sport rurali baschi che si dedica al taglio netto del legname con l’ascia, una specialità che richiede grandissima forza e tecnica affinata.

La sua carriera da pugile cominciò a Parigi, a ventuno anni, dove era arrivato senza parlare una parola di francese e nemmeno di spagnolo, poiché a casa sua si comunicava solo in “euskera”, la lingua basca.

Nella stessa luminosa metropoli, quattro anni più tardi, Paulino avrebbe conquistato il titolo di Spagna, ai danni del catalano Jose “Kamaloff” Teixidor, nei fatti lanciandosi, con la sua tipica lena di combattente basco, alla conquista del titolo EBU, ottenuto nel maggio del ’26 ai danni del nostro grande Erminio Spalla, davanti al pubblico amico della Monumental Plaza de Toros di Barcellona.

Iniziò così il suo fiorente periodo oltreoceano, con grandi trionfi nell’isola di Cuba, in Florida ed in tutti gli Stati Uniti.
In occasione del suo incontro con Tuffy Griffiths, tale era la sua fama che Al Capone, a quel tempo re di Chicago, lo volle al proprio tavolo.

Grande è il numero dei match di prestigio sostenuti da Uzcudun: nel 1931 batté ai punti un acerbo Max Baer, nel primo incontro di valore sostenuto a Reno sin dai tempi di Johnson-Jeffries.
In venti round disputati sotto il sole e con 35 gradi, Uzcudun perse nove chili!

Per due volte affrontò il nostro Primo Carnera, sempre perdendo, ma arrivando in entrambe le occasioni al termine delle riprese previste, la seconda a Roma, davanti a Mussolini, il quale aveva chiesto al Gigante di Sequals una vittoria per KO, non venendo giocoforza accontentato.

Tre furono le battaglie col grande pugile teutonico Max Schmeling: una persa allo Yankee Stadium, una pareggiata a Barcellona ed una perduta a Berlino.

La sua straordinaria carriera si chiuse nel dicembre del 1935, davanti ai quasi ventimila spettatori del Madison Square Garden, contro un ventunenne Joe Louis che già si trovava in piena ascesa all’Olimpo del pugilato mondiale.

Alla terza ripresa, un montante al cuore del “Toro Basco” tagliò il respiro all’americano, il quale fu salvato dalla campana trovando, passato il momentaneo smarrimento, la devastante combinazione che spezzò la mascella di Uzcudun, costringendo l’arbitro ad interrompere l’incontro.

Fu l’unico KO subìto in carriera dal grande peso massimo spagnolo.
Dopo l’incontro Paulino ammise di non aver mai incontrato un pugile come Joe Louis e di non aver nemmeno creduto che potesse esistere uno come lui.

Si ritirò dal pugilato con le seguenti, orgogliose parole: “Sono caduto al tappeto per la prima ed ultima volta!”

Rientrato in patria e passati gli anni turbolenti della Guerra Civile, alla matura età di cinquantadue anni, per l’epoca, Uzcudun contrasse matrimonio con una ragazza madrilena, dalla quale avrebbe poi avuto quattro figli.

Uzcudun era di carattere gioviale, serissimo nell’allenarsi, ma portato a gozzovigliare e festeggiare.
Secondo lo scrittore Manuel Alcantare, che lo conobbe da molto anziano, “parlava una simpatica lingua che ricordava lo spagnolo, ma che era arricchita da un misto di parole inglesi e basche”.

Negli ultimi anni di vita l’arteriosclerosi ottenebrò la sua mente che, nella nebbia dell’età senile, perse il ricordo degli alti momenti di gloria difficilmente eguagliabili, durante i quali combatté con ben otto campioni del mondo.

In serenità e circondato dai propri figli, Paulino Uzcudun si spense il 4 luglio del 1986, a quasi ottantasette anni d’età.

Il Cinema racconta la Boxe, così il Pugilato merita l’Oscar

Il Cinema racconta la Boxe, così il Pugilato merita l’Oscar

Dal ring al cinema, la “noble art” incontra (sempre più spesso) la settima arte. Il risultato, in questo caso, è il godibile volume Il cinema racconta la boxe (Ultra edizioni, 189 pagine, 16 euro) scritto da Francesco Gallo, autore “che si occupa di storia contemporanea, per lo più in rapporto allo sport e al cinema”, si legge nella presentazione. Il risultato del suo lavoro è un volume ricco di aneddoti e curiosità che ripercorre, con dovizia di particolari, le vicende degli eroi del ring sul grande schermo (come recita il sottotitolo), consentendo al lettore di immergersi sia nella storia del pugilato internazionale sia, appunto, in quella di un cinema senza età.

il-cinema-racconta-la-boxe

Da Buster Keaton ad Alfred Hitchcock, da Luchino Visconti a Martin Scorsese, molti grandi autori hanno voluto raccontare uno sport che, più di tutti gli altri, definisce al meglio l’incessante lotta tra il bene e il male. Senza dimenticare che l’identificazione con i suoi protagonisti che, ieri come oggi, rimane fortissima. Merito (anche) delle vicende del famigerato Jack La Motta, un uomo dal carattere brusco e complesso, immortalato nel capolavoro di Scorsese del 1980 “Toro scatenato” (ispirato dall’autobiografia “Raging bull: my story”, con l’adattamento di Paul Schrader e Mardik Martin). Protagonista della pellicola, un giovanissimo Robert De Niro che, nell’interpretare l’ascesa e la caduta del pugile peso medio italo-americano fu costretto – per esigenze di copione – a metter su trenta chili così da poter dare anima (e soprattutto corpo) a un Jack La Motta invecchiato. Risultato? Premio Oscar come miglior attore protagonista (e Oscar al montaggio di Thelma Schoonmaker).

million-dollar-baby-2004-14-g

E ancora, tra i cineasti che hanno omaggiato la boxe è impossibile non citare Clint Eastwood, che nel 2004 ha diretto, interpretato nonché prodottoMillion dollar baby, film vincitore di quattro premi Oscar (miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista Hilary Swank e miglior attore non protagonista Morgan Freeman). La pellicola – tratta dal romanzo Lo sfidante di F.X. Toole – vede irrompere la trentenne Maggie Fitzgerald (Swank) nella vita dell’anziano manager di pugilato Frankie Dunn (Eastwood), con l’intento di diventare una campionessa di boxe. L’alchimia che li unisce darà risultati inaspettati, però si piange. Eccome.

rocky

Ovviamente, quando si parla di boxe e cinema non si può dimenticare l’affascinante saga di Rocky (il primo film, diretto da John G. Avildsen, è datato 1976 e si è aggiudicato tre premi Oscar), intrepretato da Sylvester Stallone, né una pellicola – decisamente meno fortunata – come “Cinderella man”, diretta nel 2005 da Ron Howard con protagonista un più che allenato Russel Crowe, qui nei panni di Jim Braddock, pugile irlandese cresciuto nelle strade. Da recuperare.

cinderella man