East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

Nino Benvenuti, il pugile istriano che incantò Ali

Nino Benvenuti, il pugile istriano che incantò Ali

Nel 1954 si chiudeva il cerchio di sofferenza di chi era divenuto ospite, sempre più precario, in casa propria: l’esodo istriano fu una delle tante pagine tragiche originate dall’ottusità e dalla follia che fecero da combustibile al secondo conflitto mondiale.

Costretto a fuggire con i propri averi in un sacco, con al fianco i genitori e i fratelli a completare il triste quadro, un giovanissimo e promettente pugile d’Isola d’Istria di nome Giovanni  lasciava la bella casa di famiglia per un incerto futuro che partiva da un fangoso campo di raccolta per profughi.

Nino, com’era chiamato, conosceva bene la strada fino a Trieste. La faceva da anni, in bicicletta, per andarsi ad allenare; cinquanta chilometri al giorno per migliorarsi, per sfruttare quell’immenso talento che gli permetteva di dominare la scena pugilistica giovanile delle terre dalmate e giuliane.

Dall’Accademia Pugilistica Triestina, quindi, egli riprese la difficile strada, tutta in salita, del deportato.

Il suo record d’incontri, immacolato sin dall’esordio, si macchiò in Turchia nel 1956, a fronte di un verdetto molto contestato; in quello stesso anno dovette sopportare l’esclusione dai giochi di Melbourne e, soprattutto, la morte della madre, la cui improvvisa dipartita rischiò di fiaccarne il grande spirito combattivo.

Al contrario, incassati i duri colpi di quell’anno infausto, Giovanni “Nino” Benvenuti inanellò una nuova, infinita serie positiva che gli permise di partecipare alla splendida olimpiade romana del 1960, una delle più belle e ricche edizioni di tutti i tempi.

Benvenuti, esule istriano ventiduenne, scese di categoria per stare nei welter e dominò la competizione davanti ai propri connazionali, aggiudicandosi uno splendido oro che gli valse, inoltre, il riconoscimento come miglior pugile della kermesse, ulteriore gratificazione data la concorrenza, nei mediomassimi, di un certo Cassius Clay, il futuro Muhammad Ali.

Entrato dalla porta principale nel professionismo, continuò la progressione vincente di una carriera che già si era dipanata nel massimo fulgore tra i dilettanti, conquistando il titolo italiano dei pesi medi e, soprattutto, tornando nei superwelter per strappare e difendere il titolo mondiale in due epici incontri, entrambi del 1965, con Sandro Mazzinghi, altro grandissimo pugile italiano.

Conseguito, l’anno successivo, il titolo EBU dei medi, vinto in Germania sul detentore Jupp Elze, il quale tre anni più tardi avrebbe tristemente trovato la morte sotto i colpi di Juan Carlos Duran, Benvenuti volò in Corea del Sud per mettere in palio il proprio titolo mondiale dei superwelter.

In un ambiente infuocato, davanti al presidente coreano, il pugile di casa Ki-Soo Kim diede battaglia per gran parte dell’incontro, finendo per trovarsi in difficoltà con l’avanzare delle riprese quando, con la grande stanchezza, la superiore classe di Benvenuti cominciò a palesare il segno del divario tra lui e l’asiatico.

Nel momento di massimo forcing del pugile italiano, durante il tredicesimo round, una forte esplosione squassò l’aria e zittì il pubblico, fermando l’azione del nostro campione: le molle angolari che reggevano le corde si erano violentemente schiantate, lasciando il ring senza perimetro e costringendo l’arbitro a fermare il match.

I dieci minuti d’interruzione furono l’insperata salvezza per il coreano, che riuscì ad arrivare al termine ed ebbe un pesante aiuto da due dei tre giudici. Con una sanguinosa split decision terminava la lunghissima serie di vittorie del nostro atleta.

Gli eventi di Seoul non fermarono la rincorsa alla grandezza di Nino, che presto avrebbe incontrato l’avversario con il quale, in una trilogia di leggendari match, avrebbe fatto leva su arene infuocate, chilometri di carta stampata, sangue e sudore per entrare di diritto nella storia del pugilato.

Emile Griffith, campione dei pesi medi, si vide strappare la cintura in un Madison Square Garden entusiasta, se la riprese nel Queens in virtù di una decisione maggioritaria ed infine la restituì all’italiano dopo altre soffertissime quindici riprese, il 4 marzo del ’68. I tre incontri si erano disputati nell’arco di soli undici mesi.

Raggiunto il tetto del mondo, Nino Benvenuti difese i propri titoli per quattro volte, fino allo schianto sull’invalicabile muro argentino di nome Carlos Monzon.

Alla fine della rivincita persa con Escopeta, due settimane dopo il proprio trentatreesimo compleanno, Nino Benvenuti decise di appendere i guantoni al chiodo e chiudere una carriera immensa.

Il bell’aspetto, la personalità gioviale ed espansiva ne favorirono il lancio nel cinema ed in televisione.

Sposatosi due volte, Nino è padre di sei figli.

Da anni è una presenza fissa a bordo ring nei match più importanti che si svolgono in Italia eppure io, che raramente salto una riunione di richiamo e che non posso nemmeno contare le volte che l’ho visto commentare gli incontri dal vivo, non sono mai riuscito a parlargli.

Una volta, credo quattro o cinque anni fa, non ricordo se si trattasse di Padova per l’Europeo tra Boschiero e De Vitis o di una piazza romagnola per un incontro di Signani, lo incrociai all’uscita dai bagni.

Essendo egli dell’età di mio padre, avevo sino ad allora avuto la sensazione che, incontrandolo, avrei provato quel misto di tenerezza e affetto che normalmente si nutre per chi si avvii verso l’ottantina.

Mi feci rispettosamente da parte, ricevendo da lui il cordiale e franco sorriso di un uomo senza età e mi resi conto che quella dritta figura e quelle mani forti appartenevano ancora ad un pugile di tutto rispetto e non erano connotato di chi si potesse definire ‘anziano’.

Guardandolo tornare alla postazione televisiva, non mi fu difficile immaginare lo stesso ragazzo col ciuffo ribelle che lasciava silenzioso la propria terra, che correva ogni mattino alle gelide folate di bora, che affrontava con rabbia e lealtà i mille combattimenti, che costringeva l’intera nazione a svegliarsi nel cuore della notte affinché potesse sognare con le sue grandi imprese d’oltreoceano.

La prossima volta che lo incontrerò, gli chiederò di stringermi la mano, perché nella sua storia di riscatto, c’è l’alito vitale di quella religione che noi chiamiamo pugilato.

 

Giornata della Memoria: Johann Trollmann, il pugile che sfidò il Nazismo

Giornata della Memoria: Johann Trollmann, il pugile che sfidò il Nazismo

Il 27 Gennaio si celebra la Giornata della Memoria, in ricordo delle vittime dell’Olocausto da parte del Nazismo. Durante il regime del Fuhrer tra le milioni di vittime, la maggior parte di origine ebraica, ci furono anche gli appartenenti dell’etnia Sinti, spesso dimenticata. Vi raccontiamo di un eroe “zingaro”, Johann Trollmann.

Adolf Hitler amava la boxe. Per lui la nobile arte rappresentava il massimo esempio di forza e supremazia sotto forma di prestanza fisica, disciplina e velocità di decisione, in barba a coloro che la volevano relegare ad attività volgare lontana dall’eleganza della scherma. Johann Trollmann era un pugile. Diverso dallo stereotipo del Fuhrer.

Nato nel 1907 in Bassa Sassonia da una famiglia sinti, in mezzo ad otto fratelli, cominciò a tirare a 8 anni, seguito da un allenatore ebreo. Cresce di età e di fisico diventando, incontro dopo incontro, uno dei pugili più richiesti del panorama tedesco. Fisico asciutto e scultoreo, chioma riccia e mora lo trasformano in “Rukelie”, l’albero, e a bordo ring le ragazze fanno a gara per accaparrarsi un sorriso, uno sguardo di quel rom che è già un divo e un rubacuori. Ma la sua diversità con il perfetto boxeur hitleriano non è solo nell’aspetto, così lontano dalle caratteristiche estetiche tanto amate dal dittatore. Trollmann è un pugile moderno, assimilabile per stile a Muhammad Ali. Veloce, leggero nei movimenti, Johann saltella intorno all’avversario, lo sfianca, lo irride per poi sferrare il colpo decisivo, quello della vittoria.


Nella categoria dei pesi medi è uno degli atleti più temuti. L’apice della sua carriera lo tocca in occasione dell’incontro valevole per il titolo contro il tedesco Adolf Witt, il 9 giugno 1933. In quella occasione, quello “zingaro” sconfigge l’avversario, sfruttando, appunto, le sue caratteristiche che lo hanno reso famoso. Caratteristiche vincenti ma che non piacevano all’ambiente nazista. Per questo, Georg Radamm, presidente dell’Associazione Pugili Tedeschi non vuole convalidare la vittoria, ma la rivolta del pubblico presente mette fine a questa ingiustizia, portandolo letteralmente in trionfo e obbligando la commissione a confermare il titolo. Le lacrime di Trollmann, in quell’occasione, sono il ricordo più vivo.

Ricordo che rimase vivo anche nella mente della Federazione che, una settimana dopo, per squallidi motivi legati al suo stile di combattimento (effeminato) e alle lacrime (non consone ad uno sport così virile), annullano il match, “concedendogli” la possibilità di rifarsi in occasione di un incontro organizzato contro Gustav Eder. Ma con delle limitazioni: niente balletti e giravolte, si boxa alla maniera nazista, maschia, al centro del ring.

La reazione di Trollmann vale il prezzo del biglietto e i fatti raccontati si mescolano con la leggenda: pare che l’atleta si sia presentato con i capelli ossigenati, biondo. Sul corpo un velo di farina che lo ricopriva completamente. La perfetta maschera dell’ariano perfetto. I cinque round che si susseguono sono una rivolta silenziosa: Johann fermo in mezzo al “quadratoincassa a ripetizione fino a perdere la sfida. Da quel giorno, Trollmann non fu più pugile, fatte salve alcune apparizioni in match secondari o fiere di Paese.

A partire dal 1938, fu costretto alla sterilizzazione, in quanto sinti, secondo le leggi razziali introdotte dal nazismo. Per evitare problemi alla sua famiglia, divorziò dalla moglie Olga, separandosi anche dalla figlia Rita, che cambiarono cognome.

Partito per il fronte con la divisa della Wermacht al confine russo, fa ritorno con licenza nel 1942. La situazione è drasticamente cambiata. La sterilizzazione non era più sufficiente. Un po’ di carcere ad Hannover e, più tardi, deportato nei campi di concentramento insieme ad altri 500.000 innocenti di etnia rom e sinti.

A Neuengamme, vicino ad Amburgo, torna ad essere pugile. Nel campo di lavoro è costretto, pur di avere una doppia razione di cibo, a combattere come “sparring partner“, più che altro come punching ball, negli incontri organizzati dalle guardie naziste. Vittima sacrificale, umiliato e deriso pur di mangiare, di resistere. Si è spenta la luce che incantava le ragazze negli occhi di Johann. L’ironia, quella danza intorno all’avversario, il non prendersi sul serio hanno lasciato spazio a disperazione e rabbia.

Viene trasferito al campo adiacente di Wittenberge. Anche qui, riconosciuto da un ex arbitro, non sfugge al suo amaro destino.

Ennesima nottata, ennesimo incontro. Di fronte a lui, il kapò Emil Cornelius. Solo il nome incute terrore. Trollmann è stremato e pelle ossa. Malgrado questo, lo spirito dell’uomo che fu rivive nei guantoni del pugile che, con l’ultimo sforzo, sconfigge il suo aguzzino, urlando metaforicamente la sua anima libera. L’umiliato che umilia l’umiliante. Inaccettabile per un devoto nazista: giorni dopo, mentre era a lavoro, Cornelius raggiunge Trollmann e si prende la sua vendetta. Lo uccide. C’è chi dice con una pallottola in testa, chi massacrato a badilate. E’ il 9 Febbraio 1943. Si parla di morte accidentale. Ma nessuno ci crede. Robert Landsberger, un testimone, racconterà la verità, a conflitto terminato.

Il ricordo di Trollmann è vivo nel popolo tedesco: nel 2003 viene consegnata alla famiglia la cintura di campione dei pesi medi (quella che gli avevano negato) e nel 2010 nel Viktoria Park, quartiere di Kreuzberg a Berlino gli viene dedicato un monumento a forma di ring. Molti autori hanno trattato la sua storia: ricordiamo il nostro Dario Fo, con il libro “Razza di Zingaro.

Ennesima vittima innocente di un folle ideale, Trollmann non si è mai piegato. Come un Rukelie, un albero, ha accettato la sua condizione, la privazione della libertà e della gioia di essere atleta, colpito nel corpo ma con l’anima di chi ha provato a resistere, oltre l’umiliazione di essere considerato inferiore dai veri inferiori. Non fu la resa a spegnere il sorriso di Trollmann, ma il livore di chi, incapace di batterti sul “campo”, con una pallottola o una pala, poco conta, ti ha lasciato steso nella terra.

LEGGI LA STORIA DI MATTHIAS SINDELAR, IL PATRIOTA ANTI HITLER

Muhammad Ali : Genealogia del Mito che provò a cambiare l’America

Muhammad Ali : Genealogia del Mito che provò a cambiare l’America

Avrebbe compiuto oggi 76 anni Muhammad Ali, un uomo, un pugile diventato icona dentro e fuori dal ring. Un personaggio trasversale che nelle sue battaglie ha coinvolto politica, religione e lotta sociale. Vi raccontiamo la nascita del Mito.

Nell’ottobre del 1954 l’agente Joe Martin stava ascoltando la denuncia di un longilineo ragazzino di dodici anni a cui era appena stata rubata la bicicletta, una vecchia Schwinn bianco e rossa.

Mentre il bambino, faticando a trattenere le lacrime, descriveva il furto del suo unico bene su questa terra, Joe lo guardava con tenerezza paterna.

Se vuoi che non ti rubino più la bicicletta – gli disse – devi venire nella mia palestra ad imparare la boxe

I grandi occhi si sgranarono, ma il ragazzino non pianse.

Due mesi dopo quel bimbo pelle ed ossa avrebbe vinto il suo primo incontro giovanile, dando così inizio alla carriera del più amato campione della storia del pugilato moderno.

Cassius Marcel Clay jr. nacque il 17 gennaio 1942 a Louisville, Kentucky.

Figlio di un imbianchino e di una casalinga, sono invece sorprendenti le sue origini: un irlandese di nome Abe Grady, emigrato in Kentucky nel 1860, si sposò con una schiava liberata, generando quella che sarebbe in futuro divenuta la bisnonna del pugile.

Lanciato nel mondo del pugilato, come detto, dal furto della propria bicicletta, vinse sette Golden Gloves del Kentucky e due Golden Gloves nazionali, prima di volare a Roma, una volta diplomatosi, per conquistare con facilità l’oro olimpico dei mediomassimi.

Tornato in patria da eroe, passò al professionismo e, in tre anni, accumulò diciannove vittorie consecutive, quindici delle quali arrivate per atterramento.

Durante questa striscia vincente, ad ogni modo, finì al tappeto per due volte ed in una di queste occasioni, contro il britannico Cooper, fu salvato dalla campana del quarto round.


Il suo stile sfrontato andava rivisitato in ottica della grande chance mondiale contro l’indiscusso campione dei massimi, Sonny Liston.

Il passato criminale, i legami con la mafia, la personalità di forte intimidazione: tutto lasciava presagire che Liston avrebbe terrorizzato Cassius Clay, pappandoselo in un sol boccone. I bookmaker ufficiali quotavano 7-1 lo sfavoritissimo pugile del Kentucky, ma i banchetti meno istituzionali arrivavano a promettere pagamenti di venti volte la posta.

A Miami, il 25 febbraio del 1964, andò in scena quella che è tuttora unanimemente riconosciuta come la più straordinaria sorpresa nella storia dello sport.

Liston si scagliò contro Clay al rintocco del primo round, dimostrando come il tanto parlare del giovanissimo pugile lo avesse effettivamente irritato.

Volerò come una farfalla, pungerò come un’ape”, “Non puoi colpire quello che non vedi”, sono alcune delle più famose frasi di Clay, passate alla storia, coniate proprio in vista di quell’incontro.

Dopo due riprese equilibrate, una lunga combinazione di Clay fece piegare le gambe al campione; l’occhio di Liston era tagliato, per la prima volta in carriera, ed il pubblico non credeva a quanto stava vedendo.

All’inizio del quarto round, Clay accusò irritazione agli occhi, tale da renderlo quasi cieco, probabilmente dovuta all’unguento intorno alla ferita di Liston finito nei guantoni; intenzionato a ritirarsi, si fece convincere da Angelo Dundee a continuare a combattere.

Superò un difficile quinto round, le lacrime ed il sudore lavarono gli occhi e dominò il sesto round in maniera evidente.

Sonny Liston non rispose alla chiamata della settima campanella: Cassius Clay, a soli 22 anni, era l’unico campione del mondo dei pesi massimi. La sua espressione, con gli occhi spalancati ed increduli, fece il giro del mondo.

Durante lo stesso anno, al termine di una lunga ricerca spirituale, Cassius Clay si convertì all’Islam, religione che gli sembrava essere più sensibile alle ingiustizie sociali che le persone di colore soffrivano nel territorio statunitense, cambiando il proprio nome in Cassius X, nei primi tempi, per poi passare al nome Muhammad Ali. Quello con cui sarebbe passato alla storia.

Dopo che ebbe brillantemente combattuto contro Chuvalo, Henry Cooper e Zara Folley, tra gli altri, ad Ali fu sospesa la licenza di combattimento per essersi schierato contro l’iniziativa militare americana in Vietnam ed aver rifiutato l’arruolamento.

La sua obiezione di coscienza divise l’America.

Ancor prima del pronunciamento della Corte Suprema, che avrebbe giudicato inammissibile il suo arresto, Ali tornò sul ring battendo Jerry Quarry, dopo aver sprecato quasi quattro anni nell’età in cui un atleta solitamente tocca il proprio apice, dando il via ad una delle più fervide stagioni per i pesi massimi.

Molti dei più grandi match della storia lo ebbero come protagonista.

La possibilità di tornare campione arrivò presto, in quello che fu presentato come il “più grande incontro del secolo”, non allontanandosi troppo dalla realtà.

Al Madison Square Garden, l’8 marzo del 1971, Ali affrontò il campione Joe Frazier, dopo averlo attaccato con settimane di ‘trash talking’ e, forse, passando il segno con pesanti offese personali.

Frazier vinse per decisione unanime, lavorando l’avversario al corpo in maniera devastante per tutto il match, ed atterrandolo con un potente gancio sinistro alla testa all’ultimo round, dal quale Ali si riebbe, comunque, in soli tre secondi.

Ali conobbe così la prima sconfitta.

Dopo un altro filotto di vittorie, incappò pure nella seconda, ad opera dello straordinario Ken Norton, ma si prese in breve tempo le rivincite sia su Norton, sia su Frazier.

Gli si profilò, quindi, la chance di strappare il mondiale a Big George Foreman, uno degli uomini più forti di tutti i tempi, che aveva sette anni meno di Ali ed aveva spazzato via con facilità gli avversari che lo avevano battuto, Norton e Frazier.

La sede dell’incontro, quella di Kinshasa, scelta per le offerte milionarie del re del Congo, garantiva folle oceaniche e caldo tropicale; l’orario per l’inizio del match, le quattro del mattino, consentì la diretta negli Stati Uniti.

Contro le previsioni, Ali fece un match strepitoso, incontrando spesso il potente avversario e gestendo la sovrumana forza di Foreman col famoso rope-a-dope; all’ottavo round, uno spento ed esausto Foreman andò al tappeto, accompagnato da Ali che, con grande spirito, gli risparmiava l’ultimo colpo.

A seguito di questa grande vittoria, Ali fu invitato a cena alla Casa Bianca dal Presidente Jimmy Carter.

Nemmeno un anno dopo, a Manila, Ali disputò l’incontro di bella con Joe Frazier, in un altro epico match concluso al suono della quindicesima ed ultima ripresa, al cui tocco Frazier non rispose.

Entrambi i pugili terminarono l’incontro provatissimi dai 38 gradi e dall’elevata umidità. Ali avrebbe detto più tardi che quel match era stato come “andare all’inferno e tornare“.

Incontri così difficili, in ambienti cosi duri, probabilmente lasciarono il segno sulla salute del grande combattente di Luoisville.

Nel ’79, dopo aver perso e ripreso il titolo da Leon Spinks, Alt si ritirò, facendo il grande errore di tornare alla fine del 1980, per confrontarsi con un giovane Larry Holmes: i segnali del morbo di Parkinson furono evidenti nelle interviste del dopo match, perso per Knock-out.

Un anno più tardi, con una sconfitta ai punti contro Trevor Berbick, Muhammad Ali appese definitivamente i guanti al chiodo.

La boxe perdeva così un protagonista sensazionale, che aveva attraversato le ere, che aveva combattuto e vinto con avversari ritenuti imbattibili.

Dell’uomo che tanto aveva dato allo sport, il cui nome e le cui gesta erano conosciuti in ogni lato del pianeta, restava il grande spirito, poiché il fisico era minato dalla malattia: nel 1984, a 42 anni, annunciò quello che era a tutti già evidente, ossia di esser malato di Parkinson.

Le sempre più precarie condizioni di salute non gli impedirono di essere, nel 1990, il personaggio fulcro grazie alla cui mediazione quindici giovani soldati americani lasciarono le carceri irachene.

Nel 2000 l’ONU lo nominò Ambasciatore di Pace.

Nel 2009 fece visita alla cittadina di Ennis, in Irlanda, da cui suo trisavolo Abe Grady era emigrato tanti anni prima, in un evento che gli abitanti del luogo io suppongo essi ricordino ad ogni pinta di birra.

L’anno scorso, ricoverato per le complicazioni di una polmonite, sembrava che la vita di Cassius Marcellus Clay, alias Muhammad Ali, fosse giunta alla fine.

Rimbalzato sulle corde, il vecchio Ali ordì una delle sue strategiche trame pure con la morte stessa, rimanendo ancora tra noi.

Fino alla mattina del 3 giugno di due anni fa. Quando il suo cuore da leone ha cessato di battere.

Il Paradiso lo avrà già accolto, perché Ali, il suo personale inferno, lo aveva già vissuto insieme al suo avversario Joe: tanti anni fa su un ring di Manila, Filippine.

Marco Nicolini

Dan Mendoza, il padre della scienza applicata al pugilato che combatteva a mani nude

Dan Mendoza, il padre della scienza applicata al pugilato che combatteva a mani nude

Dan Mendoza, antico pugilatore inglese discendente da predoni lusitani stabilitisi a Londra nei secoli precedenti la sua nascita, fu dominatore dei pesi massimi delle Isole Britanniche dal 1792 al 1795.

Nei libri di storia è pure ricordato come il primo ebreo ad aver rivolto la parola ad un reale inglese, essendo egli stato ricevuto da Re Giorgio III al quale era giunta voce dei suoi trionfi.

Un bel segno distintivo, nella comunità del tempo, che aiutava a cancellare l’immagine dell’ebreo data dalla messa in scena, nei teatri londinesi, de Il Mercante di Venezia di Shakespeare, con Shylock a restituire un’immagine di perfidia ed avidità in grado di alimentare sentimenti anti-semiti.

Alto meno di un metro e settanta e leggero quanto un peso medio, Mendoza dominava i massimi con astuzie difensive e movimenti laterali che, a quel tempo, erano di stampo rivoluzionario, in un’epoca in cui i pugili attendevano il pugno dell’avversario nella totale immobilità.

Nel 1789 pubblicò pure un libro di discreto successo, The Art of Boxing, nel quale spiegava come assorbire i colpi e caricare i propri diretti di conseguenza: un’autentica pietra miliare del nostro sport, che fa di Mendoza il padre della scienza applicata al pugilato.

Ad un certo punto della propria carriera vinse ventisette incontri consecutivi. Un risultato straordinario se si pensa che nel bare-knuckle, il pugilato a mani nude, l’unica maniera di vincere un incontro era ridurre in stato d’incoscienza l’avversario; non c’erano limiti di tempo, si combatteva fino alla resa e i round terminavano solo quando un pugile finiva per le terre, per riprendere nell’istante in cui entrambi fossero stati in piedi.


Il secondo dei suoi leggendari incontri con Richard Humpries fu il primo evento della storia del pugilato a prevedere un pagamento per assistervi. Sino ad allora i pugili erano pagati dai picchetti per la raccolta delle scommesse.

Dan Mendoza vinse al cinquantaduesimo round.

Se rapidamente era iniziato il suo crescendo, in uno schiocco di dita cominciò il triste declino, originato dalla sconfitta contro John Jackson, che lo sovrastava di dieci centimetri e venti chili.

I primi anni del nuovo secolo lo videro tornare sulla scena per combattimenti sempre più cruenti, seppur mitigati nelle conseguenze dalle sue straordinarie capacità difensive.

Affrontò l’ultimo incontro a cinquantasei anni compiuti, quarant’anni dopo lo strepitoso esordio avvenuto in un lontano giorno del 1780 contro Harry the Coalheaver, di cui aveva avuto ragione in quaranta riprese.

Di grande spirito ed eclettica personalità, si dedicò a mille imprese, fallendole quasi tutte per quel piglio folle che consuma i grandi artisti di ogni epoca, razza o stato sociale.

Nel 1836, a settantadue anni, Daniel Mendoza morì in povertà e solitudine, non lasciando alcun bene ai propri figli, ma esperienze di vita a volontà.

Peter Sellers, l’ispettore Clouseau de La Pantera Rosa, era il suo bis-bisnipote.

Nel 1990, a duecentoventisei anni dalla nascita, la International Boxing Hall of Fame lo ha riconosciuto tra i più grandi di ogni tempo.

A Londra, un mezzobusto in suo ricordo è stato inaugurato nel 2008 dal grande Henry Cooper, permettendo alla metropoli britannica di tracciare una lunga riga che unisse due dei propri migliori combattenti attraverso i secoli e le epoche.

Bruno Arcari, la concretezza del Campione riservato di una Boxe che non esiste più

Bruno Arcari, la concretezza del Campione riservato di una Boxe che non esiste più

In un’epoca in cui la spettacolarizzazione dello sport è all’ordine del giorno, in cui si assiste ad una miriade di ostentazioni esibizionistiche da parte di sportivi, o presunti tali, stride enormemente la storia di un campione schivo, un antidivo. Un uomo semplice, che picchiava forte, fatto di un’altra pasta in altri tempi, un vero pugile: Bruno Arcari.

Nasce ad Atina il 1º gennaio del 1942. L’anno dopo la famiglia si trasferisce a Genova, che diventerà la sua città adottiva. Da ragazzino gioca a calcio come ala sinistra, temperamento combattivo ma poca tecnica. Su quel campo Bruno usa più le mani che i piedi.



Gli consigliano di darsi al pugilato. Ed è quello che fa. L’ingresso alla palestra Mameli nel 1957 è all’insegna dello sberleffo. I due maestri di boxe, Alfonso Speranza e Armando Causa, lo prendono in giro per via delle sue gambe grosse e lo rimandano al giorno successivo. In realtà mettono alla prova la sua decisione. Vogliono solo duri in quell’ambiente. E il giorno dopo Bruno ritorna. Serve ben altro per farlo desistere. Il ragazzo ha stoffa. Lavora come garzone in un negozio di frutta e verdura a Nervi e quando combatte Duilio Loi a Milano si mette nel bagagliaio della giardinetta degli amici più grandi e va a vederlo. Sogna di salire sul ring e diventare come il suo idolo. La palestra è un mondo dove si sente a suo agio, sempre pronto a dimostrare di essere il migliore.

Passa dilettante e diventa campione italiano (1962 e 1963). Nel 1963 conquista anche il bronzo ai Campionati europei e vince il torneo preolimpico di Tokyo. Parte favorito per le Olimpiadi del 1964 dove è però costretto a ritirarsi per ferita durante l’incontro di apertura. L’avversario, il keniano Alex Oundo, gli rifila una testata e Bruno deve abbandonare così un match in completo controllo.

Il suo punto debole sono quelle arcate sopraccigliari fragili come uova, che colpite sanguinano copiosamente. L’unico modo per arginare la furia agonistica dell’italiano è picchiare su quella parte usando ogni mezzo, lecito o meno.

Esordisce tra i professionisti, pesi superleggeri, l’11 dicembre 1964 a Roma. Una sconfitta inattesa contro Franco Colella, il quale si rende protagonista di un atto sleale: ancora una volta una testata al sopracciglio. Il combattimento viene interrotto al 5º round e Arcari, nonostante sia indubbiamente in vantaggio ai punti, esce battuto.

La seconda sconfitta arriva dopo una serie di dieci vittorie consecutive, il 10 agosto 1966 a Senigallia, durante il dodicesimo match da professionista contro Massimo Consolati, valido per il titolo italiano. L’arbitro ferma l’incontro per ferita al 10º round, sempre con il pugile di Atina in palese vantaggio.

Bruno è un pugile pragmatico e concreto. Boxare è il suo lavoro. Migliora la guardia destra per difendere il suo unico punto debole e continua a menare con il sinistro devastante. Un mix esplosivo che lo rende invincibile. Quelle rimarranno le uniche due sconfitte di una carriera incredibile, da imbattuto quasi assoluto (record di 70-2-1). 73 incontri e 70 vittorie, di cui 38 per KO. Non perderà più un incontro dei successivi 61 disputati, vincendone 57 consecutivamente e pareggiando in modo controverso solo il suo quartultimo match, nel 1976 contro Rocky Mattioli a Milano. Il 7 dicembre 1966 a Genova, Arcari ha la meritata rivincita contro Consolati. Un match sporcato dai reiterati tentavi di colpi proibiti dell’avversario, che viene squalificato al 7º round. Bruno diventa così campione italiano dei welter junior.

Difeso il titolo italiano in tre occasioni, il 7 maggio 1968 sfida alla Stadthalle di Vienna l’idolo locale, il campione europeo Johann “Hans” Orsolics. Incontro epico, l’arcigno italiano di 165 cm contro l’austriaco oltre il metro e settanta. Atmosfera infuocata e assordante di fronte a 15 mila spettatori che per tutto il combattimento battono i piedi e fanno letteralmente tremare il palazzetto. Pur essendo considerato sfavorito, Arcari non mostra minimamente timore. Domina il match e picchia duro. L’arbitro è costretto a fermare l’incontro al 12º round per KOT, prima che Orsolics vada definitivamente al tappeto. Titolo europeo conquistato. È il combattimento della consacrazione, che lo rende un mito per i ragazzi italiani. Difende poi la cintura in quattro occasioni, vincendo sempre per KO.

Il 31 gennaio 1970 al Palazzetto dello Sport di Roma, Arcari combatte per il titolo mondiale contro il campione in carica, il filippino Pedro “the rugged” Adigue Jr, uno di quelli che colpisce senza remore, non curante dei regolamenti. L’incontro comincia male, alla terza ripresa Arcari incassa un gancio destro alla mascella e piega le gambe rischiando il KO. Una sassata che si fa sentire, ma da lì sembra scuotersi ed inizia ad affondare i colpi. Il match è arduo, tirato, di una cattiveria quasi brutale. Un’autentica battaglia. Al termine della dodicesima ripresa tutto è ancora in gioco. Così Arcari decide di chiudere la partita e dà il via a tre riprese leggendarie. Attacca mantenendo l’iniziativa in continuazione, ma Adigue non molla. Al quindicesimo round l’italiano assesta un preciso gancio sinistro al filippino, che però rimane ancora in piedi. Entrambi finiscono il match esausti, ma il verdetto è unanime: Arcari vince ai punti ed è il nuovo campione del mondo WBC.

Nei quattro anni seguenti difende il titolo per nove volte. Il suo avversario più tenace sarà un boxeur dal talento cristallino, il brasiliano Joao Henrique, contro il quale combatte in due occasioni.

Il 6 marzo 1971 a Roma si assiste al loro primo match. Un combattimento ad armi pari in cui Arcari vince ai punti. La rivincita arriva il 10 giugno 1972, al Palazzo dello Sport di Genova. Un evento attesissimo, seguito da 200 milioni di spettatori in mondovisione e che fa registrare uno share dell’87% in Italia. Un match duro tra due grandi pugili. Il brasiliano è sicuro di vincere, ma Bruno si è preparato al massimo. Tira le prime due riprese a tutta, carico oltremisura. Continua a sferrare pugni micidiali negli altri round fino a rompere la mascella a Joao, che oppone una stoica resistenza alla furia dell’italiano. Alla dodicesima ripresa Bruno gli rifila un colpo allo stomaco. Joao Henrique va giù, si rialza, ma fa segno di non voler proseguire. Arcari è ancora campione del mondo.

Lascia volontariamente il titolo da imbattuto la sera del 2 settembre 1974. Prosegue ancora tra i welter prima di abbandonare la carriera agonistica nel 1978. Si ritira a vita privata in Liguria, nella Riviera di Levante.

Un pugile concreto, senza alcuna concessione allo spettacolo e agli eccessi. Mancino spaccasassi, preciso nel portare i colpi alla figura. Intelligente nello studio minuzioso dell’avversario e con una inesauribile velocità dei movimenti. Per anni ha evitato la popolarità preferendo alle copertine patinate dei rotocalchi il sudore della palestra e il suono sordo dei sacchi scazzottati da due mani pesanti come macigni. Ha onorato l’antica e nobile disciplina del pugilato nei suoi valori di agonismo, forza e rispetto dell’avversario. Ha fatto della boxe la sua professione senza distrazioni, consapevole della fugacità dei successi e del valore del coraggio e del sacrificio.

Un uomo che ha fatto dell’umiltà la sua firma, dei pugni la sua vita. L’ultimo imbattibile del pugilato italiano: Bruno Arcari.

Vita e morte di Randolph Turpin, un triste eroe britannico

Vita e morte di Randolph Turpin, un triste eroe britannico

In un tragico pomeriggio di maggio del 1966 si concludeva l’esistenza del primo grande pugile britannico di sangue misto, Randolph Turpin.

Il mancato pagamento delle tasse dovute e i debiti correnti, divenuti incontenibili, ne avevano ormai decretato la bancarotta.

Al culmine della sua folle giornata disperata, prima di rivolgere la pistola contro se stesso, Turpin, raggiunto lo zenit dell’aberrazione, aveva sparato due volte alla più giovane delle sue quattro figlie, di soli diciassette mesi d’età.

Miracolosamente, la piccola si salvò dopo un lungo ricovero.

Lasciava così il mondo, a trentasette anni, un pugile che aveva saputo infiammare il pubblico d’oltremanica, che era stato di forte rappresentanza per le minoranze etniche dell’isola le quali vedevano nella sua pelle ambrata, frutto di una madre bianca ed un padre caraibico, una rivincita sulle ingiustizie e vessazioni subite.

Nel luglio del 1951, Turpin strappò il titolo dei medi dalle più prestigiose mani della storia della boxe, quelle di Sugar Ray Robinson, nell’ultimo incontro della tournée dell’americano in Europa.

Solo sessantaquattro giorni più tardi il grande Ray se lo sarebbe ripreso con un limpido knock-out di metà match.

La sconfitta peggiore della carriera, comunque, Turpin l’avrebbe patita a Roma, a mezzo del violentissimo gancio sinistro di Tiberio Mitri, che aveva chiuso i conti a meno di un minuto dal principio del match.

Per il resto, la sua carriera fu una lunga cavalcata vincente, con ricchezza e famiglia felice a corredare il tutto, ma a stridere con la forte depressione che mai riuscì a combattere.

Totalmente sordo da un orecchio, per un incidente occorsogli da bambino nel quale aveva seriamente rischiato d’annegare, Turpin era costretto a seguire con gli occhi un suo secondo d’angolo preposto a segnalargli il termine del round.

Nella sua città natale, Leamington, deliziosa cittadina termale del Warwickshire, la sua casa è stata trasformata in un museo grazie ai molti cimeli della sua gloriosa carriera.

A dirigere l’impresa è Carmen, la figlia a cui Randy aveva inspiegabilmente sparato prima di togliersi la vita.

Così vanno le cose del mondo.


Lupe Pintor, l’Indio che uccise il suo angelo custode

Lupe Pintor, l’Indio che uccise il suo angelo custode

Lupe Pintor, detto l’Indio di Cuajimalpa, rivivrebbe la propria vita per intero, perché “la vida es un ratito” (la vita è un momento).

Il padre violentissimo e le angherie dei più grandi, che lo spinsero a dedicarsi anima e corpo al pugilato, furono lo sprone di cui non farebbe a meno, se avesse una seconda opportunità.

L’unica cosa cui rinuncerebbe, se potesse, sarebbe la difesa mondiale del 19 settembre del 1980, la terribile notte in cui il suo avversario, il gallese Johnny Owen, trovò la morte a causa dei suoi pugni.

Lupe Pintor, che da giugno è stato introdotto nella International Boxing Hall of Fame come uno dei più grandi pesi gallo della storia, è un uomo di sessant’anni, ora in pace con se stesso. Ha amministrato bene il proprio denaro ed è proprietario di una grande palestra di boxe.

Però non passa giorno senza che egli pensi agli occhi privi di vita di Johnny, che solo pochi secondi prima lo fissavano con orgoglio. Non lo ha dimenticato e non lo vuole dimenticare. “Mi aveva salutato prima del match, dicendomi che ero il suo idolo. Me lo disse in spagnolo. Si fece quarantasei giorni di coma, prima di morire. La cosa mi spezzò il cuore”.


Eppure Lupe è un pugile. Ed un pugile sa che il proprio dovere è quello di picchiare per non essere picchiato. Non c’è violenza in questo; e non c’è colpa! La cosa, però, non gli fu mai di consolazione.

Nel 2002, a 22 anni di distanza dalla sera della tragedia, un uomo alto bussò alla porta della palestra: si chiamava Dick Owen ed era il padre di Johnny. Gli chiese di volare con lui in Galles dove una statua dedicata a Johnny sarebbe stata scoperta nei giorni seguenti. Lupe lo seguì. Tutti lo trattarono bene e dimostrarono per lui grande rispetto. Alla fine i gallesi strinsero in un abbraccio il piccolo indio, perché nel pugilato, si sa, la tragedia e la fatalità possono trovar inatteso spazio.

Lupe sogna sempre di Johnny, quasi tutte le sere. Con gli anni i sogni non sono più cruenti come gli incubi che aveva al principio, anzi Johnny è cresciuto, non ha ventiquattro anni come nel giorno della morte: è maturo e gli dà consigli sugli affari e sui suoi tanti figli. È un amico che viene a trovarlo tutte le sere.

Lupe, però, che è messicano ed è devoto alla Beata Vergine, come tanta gente dell’America Latina che ha conosciuto disperazione e povertà, ha solo un nome per il suo amico: “Johnny Owen, l’uomo che ho ucciso per disgrazia, è il mio angelo custode!”

Jim Braddock, il pugile della porta accanto

Jim Braddock, il pugile della porta accanto

Il pugilato è uno sport duro e massacrante, fatto di atleti pronti a tutto pur di stendere il proprio avversario.  Ma a volte, esistono pugili che sono prima uomini che combattenti. Raccontiamo oggi, a 43 anni esatti dalla sua morte avvenuta il 29 Novembre 1974, la storia di Jim Braddock, l’irlandese tanto brutale sul ring quanto apprensivo nella vita privata, riportata sul grande schermo dalla pellicola “Cinderella Man” del 2005 dal regista Ron Howard, interpretata da Russell Crowe

Jim Braddok nasce a New York nel 1905 in un sobborgo di Manhattan, Hell’s Kitchen, da una famiglia di origini irlandesi che non versava certo in buone condizioni economiche. Proprio per questo motivo, Jim, fin da ragazzo svolse diversi lavori per racimolare qualche soldo utile al sostentamento dei fratelli. E’ proprio durante questi anni che conosce la boxe e se ne appassiona. Superata la soglia dei vent’anni, proprio la boxe divenne la sua occupazione principale, portando a casa risultati convincenti da peso medio-massimo. I premi di questi incontri sommati a qualche lavoretto sporadico, davano a giovane Jim la garanzia di portare a casa il denaro necessario per sfamare la propria famiglia, la moglie May ed i suoi tre figli.

Braddock entra in un piccolo circuito di pugili dilettanti, ma inizia a perdere un match dopo l’altro. E’ il periodo della grande depressione americana, ed il giovane pugile decide di appendere i guantoni al chiodo, a causa anche dei continui infortuni, e cercare così di ottenere un sussidio statale con il quale garantire le cure alla sua famiglia.


Qui la svolta: Joe Gould, abile manager di Jim, riesce ad organizzare qualche nuovo incontro, grazie ai quali riesce a guadagnare un discreto gruzzoletto. Gli allenamenti sono massacranti e le sue mani dolgono eccessivamente a causa della sua fragilità ossea. Proprio quando la fortuna sembra averlo abbandonato, lo stesso Joe gli offre l’opportunità di sfidare John Griffin, l’incontro fa da apertura ad un altro match event tra il campione in carica Primo Carnera e Max Bear. Ebbene, dopo tre riprese, il giovane pugile di origini irlandesi riesce a mandare al tappeto Griffin, vincendo per K.O. ribaltando tutti i pronostici. Questo exploit, quando la sua carriera sembrava inesorabilmente compromessa, anche per i continui problemi alla mano destra, gli valsero il soprannome di “Cinderella Man“:  come una moderna Cenerentola, Braddock passò da portuale che faticava per portare il pane a casa, a nuova stella del pugilato professionistico.

A questo punto lo attende una nuova sfida, quella contro Lewis, favorito per la vittoria finale. Ancora una volta, contro ogni pronostico, Braddock vince dopo 10 round, le sue gesta riescono ad appassionare la massa e Jim diventa un eroe. Sostenuto da tutta la nazione, batte anche il gigante Lasky dopo 15 durissime riprese.

Adesso Braddock è il miglior contendente per sfidare il campione dei pesi massimi Bear. In uno dei match più lunghi e combattuti della sua carriera, Jim vince ai punti dopo 15 durissimi round, diventando così il nuovo campione del mondo. Una soddisfazione estrema per un uomo che si era sempre dato da fare e che non aveva mai conosciuto la fama.

Dopo una serie di incontri vetrina, Braddock deve difendere il titolo contro Louis “la bomba nera”, dopo uno degli incontri più intensi della storia, in grado di stupire anche i commentatori di tutto il mondo, Jim è costretto a cedere il titolo.

Nel 1938, Jim Braddock, dopo aver battuto Farr in 10 riprese, si ritira definitivamente dalla boxe agonistica per arruolarsi nell’esercito, durante la Seconda Guerra Mondiale, e insegnare la lotta corpo a corpo ai soldati. Il suo nome entrerà nella “Ring Boxing Hall Of Fame”, nella “Hudson County Hall Of Fame” e nell “International Boxing Hall Of Fame”. Sicuramente riconoscimenti di grande spessore, ma quello che davvero conta in questa storia è la determinazione di un uomo capace di rialzarsi dopo la sconfitta.

Spesso la vita può sferrare colpi durissimi, ma la forza di rimanere in pedi, in casi come questi, è tale da far sì che anche le gesta più impensabili ed eroiche vengano compiute. Jim Braddock ha combattuto tanti match nella sua carriera, ma il suo avversario all’interno dell’ring era solo una sagoma da mettere al tappeto, un mezzo per un fine, in fin dei conti ha sempre combattuto per garantire il meglio alla sua famiglia e ad i suoi cari. I risultati ottenuti sono stati la conseguenza della grande passione e la grande determinazione che lo contrastingueva e che lo ha spinto a rimanere sempre in piedi, anche nei momenti più bui.

Jim morì nel 1985, a 69 anni, un match dopo l’altro il pugile di origine irlandese ha garantito una vita migliore alla moglie Mae e ai suoi tre bambini, oltre che a se stesso e questo rimarrà per sempre il suo più grande riconoscimento.

FOTO: www.biografieonline.it

Esteban de Jesus, l’ultimo abbraccio dal suo peggior “nemico”

Esteban de Jesus, l’ultimo abbraccio dal suo peggior “nemico”

Esteban De Jesus, talentuoso peso leggero portoricano, conosciuto anche col soprannome di “Vita”, concluse la propria esistenza, vinto dall’AIDS, a soli trentasette anni.

Nel 1972, diciassette anni prima, aveva sbalordito il mondo battendo con decisione unanime, al termine delle dieci riprese previste, la stella di prima grandezza nel panorama pugilistico internazionale, Roberto Duran.

Quella patita contro De Jesus sarebbe poi risultata essere l’unica sconfitta dell’imbattibile Manos de Piedra nei primi tredici anni di carriera.

I due si affrontarono in altri due incontri, andando a comporre un’epica trilogia rimasta nella storia: nel 1974 a Panama City e nel 1978, a Las Vegas.

Entrambi i match furono vinti da Roberto Duran, ma vi furono strascichi polemici per il rifiuto di combattere a Porto Rico da parte del fuoriclasse panamense.

Nel 1981, per una banale lite stradale, avvenuta subito dopo essersi iniettato una dose di cocaina, Esteban uccise un diciassettenne in circostanze mai chiarite, con una pistola che non gli apparteneva e senza testimonianze ben circostanziate; per tale delitto fu condannato a passare i suoi restanti anni di vita nel carcere di Rio Pedras.

Profondamente pentito per il proprio gesto di cui pur non ricordava nulla, che sicuramente era stato di dubbia intenzionalità e le cui dinamiche avevano un’infinità di punti oscuri, si trasformò in un detenuto modello.

Saputo della morte del fratello, con cui aveva condiviso siringhe di eroina in gioventù, fece il test per l’HIV, scoprendo di essere già in uno stato avanzato della malattia.


Ormai giunto allo stadio terminale, nell’ottobre del 1989 ricevette la grazia dal governatore di Porto Rico, potendo così attendere la morte nel proprio letto.

Tra i tanti amici che gli gravitavano attorno nei tempi in cui era stato un celebrato campione, tra i molti avversari, tecnici e compagni di allenamento, l’unico a fargli visita fu il suo acerrimo nemico sul quadrato, Roberto Duran.

In quei tempi, il virus HIV era misconosciuto e terrorizzava le persone; eppure, in un gesto di grande compassione, Roberto Duran Samaniego, giunto al capezzale di De Jesus accompagnato dal figlioletto, abbracciò l’uomo che tanto rispetto si era meritato sul ring.

Nella squallida e triste stanzina, in cui tutti sapevano che la morte non avrebbe tardato a calpestare l’uscio,  si trovava pure il vecchio José Torres, argento alle olimpiadi di Melbourne ‘56 nei medi junior, che immortalò il momento con questa fotografia passata alla storia.

Esteban morì quattro settimane più tardi, stringendo un crocifisso sul petto.

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