Jim Braddock, il pugile della porta accanto

Jim Braddock, il pugile della porta accanto

Il pugilato è uno sport duro e massacrante, fatto di atleti pronti a tutto pur di stendere il proprio avversario.  Ma a volte, esistono pugili che sono prima uomini che combattenti. Raccontiamo oggi, a 43 anni esatti dalla sua morte avvenuta il 29 Novembre 1974, la storia di Jim Braddock, l’irlandese tanto brutale sul ring quanto apprensivo nella vita privata, riportata sul grande schermo dalla pellicola “Cinderella Man” del 2005 dal regista Ron Howard, interpretata da Russell Crowe

Jim Braddok nasce a New York nel 1905 in un sobborgo di Manhattan, Hell’s Kitchen, da una famiglia di origini irlandesi che non versava certo in buone condizioni economiche. Proprio per questo motivo, Jim, fin da ragazzo svolse diversi lavori per racimolare qualche soldo utile al sostentamento dei fratelli. E’ proprio durante questi anni che conosce la boxe e se ne appassiona. Superata la soglia dei vent’anni, proprio la boxe divenne la sua occupazione principale, portando a casa risultati convincenti da peso medio-massimo. I premi di questi incontri sommati a qualche lavoretto sporadico, davano a giovane Jim la garanzia di portare a casa il denaro necessario per sfamare la propria famiglia, la moglie May ed i suoi tre figli.

Braddock entra in un piccolo circuito di pugili dilettanti, ma inizia a perdere un match dopo l’altro. E’ il periodo della grande depressione americana, ed il giovane pugile decide di appendere i guantoni al chiodo, a causa anche dei continui infortuni, e cercare così di ottenere un sussidio statale con il quale garantire le cure alla sua famiglia.


Qui la svolta: Joe Gould, abile manager di Jim, riesce ad organizzare qualche nuovo incontro, grazie ai quali riesce a guadagnare un discreto gruzzoletto. Gli allenamenti sono massacranti e le sue mani dolgono eccessivamente a causa della sua fragilità ossea. Proprio quando la fortuna sembra averlo abbandonato, lo stesso Joe gli offre l’opportunità di sfidare John Griffin, l’incontro fa da apertura ad un altro match event tra il campione in carica Primo Carnera e Max Bear. Ebbene, dopo tre riprese, il giovane pugile di origini irlandesi riesce a mandare al tappeto Griffin, vincendo per K.O. ribaltando tutti i pronostici. Questo exploit, quando la sua carriera sembrava inesorabilmente compromessa, anche per i continui problemi alla mano destra, gli valsero il soprannome di “Cinderella Man“:  come una moderna Cenerentola, Braddock passò da portuale che faticava per portare il pane a casa, a nuova stella del pugilato professionistico.

A questo punto lo attende una nuova sfida, quella contro Lewis, favorito per la vittoria finale. Ancora una volta, contro ogni pronostico, Braddock vince dopo 10 round, le sue gesta riescono ad appassionare la massa e Jim diventa un eroe. Sostenuto da tutta la nazione, batte anche il gigante Lasky dopo 15 durissime riprese.

Adesso Braddock è il miglior contendente per sfidare il campione dei pesi massimi Bear. In uno dei match più lunghi e combattuti della sua carriera, Jim vince ai punti dopo 15 durissimi round, diventando così il nuovo campione del mondo. Una soddisfazione estrema per un uomo che si era sempre dato da fare e che non aveva mai conosciuto la fama.

Dopo una serie di incontri vetrina, Braddock deve difendere il titolo contro Louis “la bomba nera”, dopo uno degli incontri più intensi della storia, in grado di stupire anche i commentatori di tutto il mondo, Jim è costretto a cedere il titolo.

Nel 1938, Jim Braddock, dopo aver battuto Farr in 10 riprese, si ritira definitivamente dalla boxe agonistica per arruolarsi nell’esercito, durante la Seconda Guerra Mondiale, e insegnare la lotta corpo a corpo ai soldati. Il suo nome entrerà nella “Ring Boxing Hall Of Fame”, nella “Hudson County Hall Of Fame” e nell “International Boxing Hall Of Fame”. Sicuramente riconoscimenti di grande spessore, ma quello che davvero conta in questa storia è la determinazione di un uomo capace di rialzarsi dopo la sconfitta.

Spesso la vita può sferrare colpi durissimi, ma la forza di rimanere in pedi, in casi come questi, è tale da far sì che anche le gesta più impensabili ed eroiche vengano compiute. Jim Braddock ha combattuto tanti match nella sua carriera, ma il suo avversario all’interno dell’ring era solo una sagoma da mettere al tappeto, un mezzo per un fine, in fin dei conti ha sempre combattuto per garantire il meglio alla sua famiglia e ad i suoi cari. I risultati ottenuti sono stati la conseguenza della grande passione e la grande determinazione che lo contrastingueva e che lo ha spinto a rimanere sempre in piedi, anche nei momenti più bui.

Jim morì nel 1985, a 69 anni, un match dopo l’altro il pugile di origine irlandese ha garantito una vita migliore alla moglie Mae e ai suoi tre bambini, oltre che a se stesso e questo rimarrà per sempre il suo più grande riconoscimento.

FOTO: www.biografieonline.it

Esteban de Jesus, l’ultimo abbraccio dal suo peggior “nemico”

Esteban de Jesus, l’ultimo abbraccio dal suo peggior “nemico”

Esteban De Jesus, talentuoso peso leggero portoricano, conosciuto anche col soprannome di “Vita”, concluse la propria esistenza, vinto dall’AIDS, a soli trentasette anni.

Nel 1972, diciassette anni prima, aveva sbalordito il mondo battendo con decisione unanime, al termine delle dieci riprese previste, la stella di prima grandezza nel panorama pugilistico internazionale, Roberto Duran.

Quella patita contro De Jesus sarebbe poi risultata essere l’unica sconfitta dell’imbattibile Manos de Piedra nei primi tredici anni di carriera.

I due si affrontarono in altri due incontri, andando a comporre un’epica trilogia rimasta nella storia: nel 1974 a Panama City e nel 1978, a Las Vegas.

Entrambi i match furono vinti da Roberto Duran, ma vi furono strascichi polemici per il rifiuto di combattere a Porto Rico da parte del fuoriclasse panamense.

Nel 1981, per una banale lite stradale, avvenuta subito dopo essersi iniettato una dose di cocaina, Esteban uccise un diciassettenne in circostanze mai chiarite, con una pistola che non gli apparteneva e senza testimonianze ben circostanziate; per tale delitto fu condannato a passare i suoi restanti anni di vita nel carcere di Rio Pedras.

Profondamente pentito per il proprio gesto di cui pur non ricordava nulla, che sicuramente era stato di dubbia intenzionalità e le cui dinamiche avevano un’infinità di punti oscuri, si trasformò in un detenuto modello.

Saputo della morte del fratello, con cui aveva condiviso siringhe di eroina in gioventù, fece il test per l’HIV, scoprendo di essere già in uno stato avanzato della malattia.


Ormai giunto allo stadio terminale, nell’ottobre del 1989 ricevette la grazia dal governatore di Porto Rico, potendo così attendere la morte nel proprio letto.

Tra i tanti amici che gli gravitavano attorno nei tempi in cui era stato un celebrato campione, tra i molti avversari, tecnici e compagni di allenamento, l’unico a fargli visita fu il suo acerrimo nemico sul quadrato, Roberto Duran.

In quei tempi, il virus HIV era misconosciuto e terrorizzava le persone; eppure, in un gesto di grande compassione, Roberto Duran Samaniego, giunto al capezzale di De Jesus accompagnato dal figlioletto, abbracciò l’uomo che tanto rispetto si era meritato sul ring.

Nella squallida e triste stanzina, in cui tutti sapevano che la morte non avrebbe tardato a calpestare l’uscio,  si trovava pure il vecchio José Torres, argento alle olimpiadi di Melbourne ‘56 nei medi junior, che immortalò il momento con questa fotografia passata alla storia.

Esteban morì quattro settimane più tardi, stringendo un crocifisso sul petto.

La distanza tra Laila e Becky

La distanza tra Laila e Becky

Oggi, 25 novembre, è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne; al di là dei pochissimi negativi aspetti del femminismo occidentale, la lotta per i diritti dell’altra metà del cielo ha potuto contare su milioni di donne coraggiose che, con spirito rivoluzionario e mai arrendevole, si sono opposte, e continuano ad opporsi, a trattamenti iniqui, ingiusti e dai tratti inumani.

Un recente aspetto di questa lotta è anche l’emancipazione delle donne che praticano la boxe.

Le prese di posizione critiche verso l’adeguatezza del pugilato al femminile stridono con una crescita esponenziale delle atlete, sia a livello numerico, sia qualitativo; io stesso ammetto di aver lungamente mantenuto troppe riserve da maschilista vecchio stampo. Mi sono ora ricreduto.

L’applicazione e la disciplina delle donne boxeur, che ormai riempiono le palestre di pugilato in ogni paese esso si pratichi, conquistano maestri, media e pubblico.

Praticato con i dovuti standard di sicurezza e con la necessaria cura nella preparazione fisica, la boxe femminile sarà certamente un valore aggiunto al nostro sport.

Parlerò di due “pugilesse” tra loro molto distanti, eppure entrambe guerriere coraggiose nella stessa battaglia.


Nel pugilato professionistico da quasi vent’anni, Laila Ali è il miglior esempio di come la boxe d’alto livello possa comodamente convivere con una splendida femminilità.

Supermedio di un metro e ottanta, Laila non ha ereditato le doti del padre, poiché la classe infinita è un dono che la Natura distribuisce con estrema parsimonia, ma può contare su un record che parla chiaro: 24 incontri, 24 vittorie, 21 KO.

A dimostrazione di come suo padre, quantomeno in età matura, non vivesse la religione in maniera fanatica, come invece molti sostengono, Laila non ha mai praticato la fede islamica, nemmeno da bambina.

Sposatasi due volte, è madre di due figli.

Queste le sue semplici parole al riguardo del suo grande genitore, Muhammad Ali, l’uomo più famoso del pianeta:

Mio padre non è quello che vedete voi, perché io ne conosco i difetti e le debolezze…gli voglio bene perché è mio padre, alla stessa maniera in cui il vostro lo è per voi“.

Di natura calma e riflessiva ha il merito di aver fatto desistere Hulk Hogan dai propositi suicidi che egli aveva intenzione di mettere in atto prima di ricevere la sua telefonata.

Splendida quarantenne, madre attenta, Laila non si è fatta schiacciare dalla notorietà e dalla ricchezza, ma ha tracciato il proprio solco nella vita, trovando un solido equilibrio.

Con tutta probabilità, questo le è stato concesso dalla pratica del pugilato, una passione che spegne molti vizi per la grande dedica richiesta.

Appare come il rovescio della medaglia, mentre è invece parte del dazio di tragicità richiesto dai grandi numeri, la storia di Becky Zerlentes, che undici anni or sono entrò nella storia come la prima donna a perdere la vita sul ring di uno sport da combattimento.

La 34enne Becky combatteva il proprio undicesimo incontro in carriera; prima di darsi alla boxe era stata a lungo in una squadra di nuoto sincronizzato e aveva raggiunto la cintura nera di Goshin Jitsu.

Un solo, modesto, colpo al caschetto protettivo le è costato la vita.

L’autopsia ha reso evidente una tendenza alla “concussione” del capo: un raro difetto che si scopre solo post mortem.

Purtroppo, Becky Zerlentes ha pagato il proprio coraggio e la propria “approssimazione” da autentica pioniera: con molti chili di troppo ed una guardia elementare, ha incassato il fatale destro ed ora è nel mondo dei più. Su Youtube si può vedere il relativo filmato.

Professoressa universitaria di economia e geografia, aveva conseguito un dottorato all’Illinois University e redatto apprezzate pubblicazioni sulle proprie ricerche svolte in Messico.

Amante della natura e degli animali, ora è purtroppo polvere, perlomeno ai nostri occhi di mortali.

Becky e Laila sono donne coraggiose che hanno seguito la loro ombra sul ring, all’inseguimento di quel qualcosa che si prova mettendosi alla prova tra le sedici corde.

La patinata immagine della bella Laila non deve trarre in inganno nel raffronto con quella della sgraziata figura della povera Becky: entrambe ritraggono donne coi guantoni, impegnate nello sport che amano! Una disciplina che vuole dedizione e chiede sofferenza ma che, nonostante i tragici casi sfortunati, è lontana anni luce dalla violenza che troppo spesso le donne subiscono nella vita di tutti i giorni.

Billy Collins e quel pugno “dopato”che ha distrutto la sua vita

Billy Collins e quel pugno “dopato”che ha distrutto la sua vita

Commissario! Commissario! Non c’è la dannata imbottitura!”.

Comincia così, o meglio, finisce così la storia che vi stiamo raccontando.

A fare da sfondo alla  nostra narrazione, gli anni 80 e il Madison Square Garden di New York. Il tempio della Boxe, o della “Noble Art” così com’è conosciuta ai più. Già, Arte nobile. Perché, malgrado i volti dei protagonisti, non certo dei fotomodelli, e quei colpi sferrati con impeto e violenza, il pugilato è fatto di regole ben precise che vanno rispettate, così come deve essere rispettato l’atleta che ti trovi di fronte su quel ring. Quel quadrato in cui sei tu contro un altro come te, da soli, dove coraggio e paura si fondono e solo chi saprà trovare il giusto equilibrio tra le due forze potrà emergere e conquistare la gloria in questa personale guerra contro il fallimento, fatta di concentrazione e tecnica.

Facciamo un passo indietro nella storia e torniamo alla nascita delle regole in questo sport: dopo che il pioniere James Figg, considerato da molti colui che ha coniato il termine “noble art”, ritiratosi dall’attività pugilistica per divenire allenatore, ha dato il via al movimento boxeristico moderno con tutta una serie di incontri tra atleti, la disciplina, durante tutto il 1700, prese sempre più piede e, di pari passo, anche le implicazioni economiche, quali premi vittoria e il traffico di scommesse.

Proprio per questo, nel 1865, il marchese di Queensberry, John Sholto Douglas scrisse, a quattro mani con l’atleta John Graham Chambers, le regole della boxe, contenenti il “codice della boxe scientifica“. All’interno di questo codice, vengono elencati i fondamenti base del pugilato moderno utilizzati da allora fino ai nostri giorni, chiaramente con qualche modifica apportata negli anni.

Vengono introdotte le categorie di peso, il sistema del conteggio e del KO, la durata dei round e, dulcis in fundo, i guantoni. Infatti, prima di Douglas, la disciplina veniva praticata a mani nude. Con l’introduzione dei guantoni, essendo spesso gli incontri organizzati tra persone di alto rango, si evitava, nelle uscite in pubblico, un imbarazzo estetico a fronte dei colpi ricevuti durante il combattimento.

Finita la digressione storica, molti di voi si staranno chiedendo il perché di tutte queste precisazioni in merito alle regole del pugilato.

Ebbene, perché la storia di Billy Collins nasce, esclusivamente, dal mancato rispetto dei principi per cui questa disciplina è praticata: mancato rispetto delle regole che si traduce in mancato rispetto del pugile, dell’uomo che combatte contro di te, mancata lealtà, mancata fierezza.

E i guantoni sono i protagonisti della nostra storia.

Andiamo ai fatti: figlio di un ex pugile degli anni 50, Billy nasce a Antioch, un sobborgo di Nashville in Tennessee, il 21 Settembre 1961. Di origini irlandesi, il giovane Collins, con quella faccia da eterno bambino incorniciata dalla tipica chioma rossa, è, in realtà, una macchina di pugni, come ci racconta lo scrittore Dario Torromeo nel suo “Non fare il furbo, combatti“. Il padre allenatore lo ha istruito bene e il suo record è di 11 vittorie di cui otto per KO e tre ai punti. Si presenta, quella sera del 16 marzo del 1983, da imbattuto. Di fronte a lui il pugile Luis Resto, portoricano di Juncos. Resto, è la nemesi di Collins: cresciuto nel Bronx, a 14 anni deve scontare 6 mesi in un centro per persone con problemi psichici, avendo preso a gomitate il professore di matematica.

Al Madison, il pubblico è quello delle grandi occasioni: in cartello la sfida mondiale tra Moore e Duran, ma c’è molta curiosità anche per l’incontro tra i due pesi welter.
L’incontro è duro e violento. Nessuno dei due pugili si risparmia e il match è in bilico fino al finale: dopo 10 riprese e 30 minuti di feroce battaglia, la bilancia pende, a sorpresa di tutti, verso Luis Resto, che pensa già all’incontro per il titolo mondiale con Don Curry.

Al momento della proclamazione, Collins è devastato: occhi tumefatti e tagli su tutto il volto. Ma è normale: la boxe è questo, si vince o si perde, il fisico è sempre quello che ha la peggio. Ma lo spirito va salvaguardato: per questo, il padre, sale sul ring, consola il ragazzo e si va a congratulare con lo sfidante, uscito vincitore. In quel momento, il sangue di Collins Senior gela: stringendo i guantoni di Resto, sente che sono sottili, troppo sottili.

Non c’è l’imbottitura – urla – hanno tolto l’imbottitura!”.

Lo sguardo di Resto da felice si trasforma in incredulo: si volta verso il suo angolo, verso il suo coach Panama Lewis, che si affretta a portarlo negli spogliatoi.

Il commissario sequestra i guantoni di Resto e, dopo attenta analisi, viene rinvenuto un profondo foro all’interno e la mancanza di gran parte dell’imbottitura, all’epoca crine di cavallo. Il risultato è che Resto, in quell’occasione, aveva “boxato” praticamente a mani nude.

I risultati di questa negligenza da parte dell’entourage del portoricano sono tragici: Collins viene portato in ospedale e gli viene diagnosticata la lesione dell’iride dell’occhio destro, nonché gravi danni al sinistro. Il giovane irlandese, a soli 22 anni, rischia di rimanere cieco.

Col tempo, le sue condizioni fisiche migliorano, ma del pugilato non se ne parla minimamente: Billy non sarà più atleta, e i risvolti psicologici fanno più male dei pugni presi sul ring: trova, in sequenza, due lavori, che perde in breve tempo, annegato dalla depressione e dell’alcol.

Nel frattempo, la commissione di inchiesta espone il caso alla Commissione di Atletica di New York, la quale riconosce colpevoli Luis Resto e Panama Lewis di aggressione, possesso criminale di un’arma (i pugni di Resto) e cospirazione per un periodo totale di detenzione di 3 anni.

Ma questo non basta: non può bastare a chi della boxe aveva fatto la sua vita: Billy Collins, a distanza di nove mesi dal maledetto incontro, viene ritrovato morto dentro un fiume, vicino casa, con la sua auto. E’ il 6 marzo 1984, ma Billy era, ormai, “morto” da tempo. Il tasso alcolico rinvenuto sul corpo è a livelli altissimi e la moglie Andrea Collins-Nile, così come il padre del pugile, sono sicuri che non si trattasse di un incidente, ma bensì di un suicidio.


A distanza di anni il dubbio ancora resta, come restano molte ombre circa l’inappropriato comportamento da parte degli organi di controllo di correttezza da parte della commissione nei momenti antecedenti l’incontro e posteriori allo stesso (ad esempio, i guantoni di Resto, in fase processuale, non furono confiscati).

Ma il peggio deve ancora essere svelato: dopo due anni e mezzo di reclusione, Panama e Resto escono di prigione. Panama, sebbene radiato dalla boxe, continua ad allenare i futuri campioni e a fare la bella vita circondato da lusso e denaro, pur non potendo più presiedere agli incontri. Luis Resto, invece, quasi inseguito dal fantasma di Billy Collins, vuota, definitivamente, il sacco e porta alla luce la più tremenda delle verità: prima dell’incontro, sul bendaggio delle sue mani, il suo staff aveva spruzzato una polvere indurente, una sorta di stucco a presa rapida con il quale era inevitabile che Billy venisse irrimediabilmente reso inabile a continuare l’attività agonistica. Aggiunge, inoltre, che questo stratagemma era stato usato anche in altri due incontri precedenti a quello con Collins. In pratica, Luis Resto combatteva con dei sassi al posto delle mani.

“Basta che lo colpisci al volto e vincerai”. Queste le parole di Panama, urlate ripetutamente al pugile, a detta di Resto.

Pare che il suo clan avesse scommesso una grande cifra su di lui, largamente sfavorito.

Ma, a volte, il destino viene tragicamente influenzato dal karma: la vita di Luis Resto, dopo l’accaduto, ha preso una parabola vertiginosamente discendente: ha vissuto per 10 anni in uno scantinato di 6 metri quadrati sotto una palestra, senza bagno, lontano dai figli, dalla moglie e dai nipoti. Ha chiesto accoglienza alla sorella, in un monolocale dove vive con i suoi tre figli. Divorato dall’alcol e dalla droga, soffocato dalla depressione, a 59 anni, piange ogni notte. Tornato nel Bronx, ha cominciato il suo percorso di redenzione, allenando i ragazzi in una palestra del suo vecchio quartiere. Insegna la tecnica, il coraggio e la lealtà. Quella che non ha avuto lui, artefice, e vittima allo stesso tempo, vista la sua condizione, di un mancato rispetto delle regole.

Il ricordo di Billy Collins, punta i riflettori su tutto quello che l’interesse economico può scatenare all’interno dell’attività sportiva, eludendo la fatica, le ore di allenamento e le regole, riuscendo così a sporcare, anche, una nobile arte come il pugilato.

Bosisio e Mascena: due pugili, due destini opposti

Bosisio e Mascena: due pugili, due destini opposti

Il 29 giugno del 1920 a Milano, in Via Moscati, nel cortile della palestra della società Pro Milano iniziò la prima edizione dei Campionati Italiani di Pugilato riservati ai dilettanti. Una sessantina gli atleti iscritti nelle otto categorie previste all’epoca, molto pochi per via della disposizione della federazione che aveva stabilito che le spese di viaggio e di soggiorno a Milano, quantificate in quattrocento lire, fossero a totale carico del pugile partecipante. La decisione provocò un vero e proprio boicottaggio e alla manifestazione parteciparono solo pugili del nord Italia, eccezion fatta per un manipolo di romani, otto, che giunsero comunque a Milano per far valere le loro qualità, elevate visto che conquistarono tre medaglie d’oro e una d’argento.

Quei campionati erano di particolare importanza perché avrebbero giocato un ruolo decisivo nella scelta della rappresentativa italiana che avrebbe partecipato ai Giochi Olimpici di Anversa a settembre, e tra i giovani pugili che quel giorno aspettavano il loro turno di salire sul ring ce n’erano due di cui vogliamo raccontarvi la storia. Il primo è Mario Bosisio, milanese, classe 1901, piuttosto quotato e già sotto osservazione da parte dei tecnici della nazionale, l’altro è Pietro Mascena, cognome cambiato dall’originale Maxena, genovese, giovanissimo, essendo nato il 15 maggio del 1905. Sono entrambi pesi leggeri e la sorte li ha messi uno contro l’altro al primo turno. I dettagli di quel match non sono arrivati fino a noi, sappiamo che a sorpresa Mascena vinse ai punti in quattro riprese, ma che con una decisione decisamente fuori da ogni regola, gli organizzatori decisero che anche Bosisio avrebbe potuto proseguire a gareggiare perché potenziale olimpionico. Nessuno dei due però arrivò ad Anversa, furono entrambi sconfitti da Leo Giunchi, Bosisio in finale e Mascena, che pur Bosisio l’aveva battuto, nel turno precedente.



Entrambi dunque decisero di passare professionisti e cercare di fare della boxe un lavoro. Bosisio combatté qualche match tra Milano e Trieste, vincendoli quasi tutti, poi il 21 di novembre di quello stesso 1920 finì col boxare a Genova proprio contro Mascena che esordiva tra i professionisti proprio in quell’occasione. Vinse Bosisio per squalifica dell’avversario alla terza ripresa. Ci fu una rivincita sempre a Genova il primo febbraio e stavolta Mascena si impose per KO tecnico dopo otto rounds. Dopo quella data le strade dei due si separarono e non si incrociarono mai più. Entrambi comunque ebbero un certo successo e continuarono le loro carriere pugilistiche.

Bosisio fu il primo a diventare Campione Italiano, sempre dei Leggeri, l’undici di febbraio del 1922 mettendo KO in cinque riprese Dario Della Valle, uno dei romani che erano saliti a Milano in quei campionati nazionali del 1920 e che si era laureato campione nella categoria superiore, allora i medioleggeri, ora pesi welter. L’avanzare dell’età fece sì che Bosisio, irrobustitosi, non potesse più difendere quel titolo, era ormai diventato un welter, e la federazione lo assegnò a tavolino proprio a Pietro Mascena nell’aprile del 1923, quando  ancora non aveva compiuto 18 anni. Si era ben distinto il ligure in quel periodo, aveva vinto parecchi incontri e si era fatto valere anche contro pugili francesi, allora di solito superiori agli italiani per tecnica visto che la nobile arte si era sviluppata in Francia ben prima che da noi.

La prima difesa di quel titolo conquistato lontano dal ring fu organizzata proprio a Genova per il 19 maggio 1923, quattro giorni dopo il diciottesimo compleanno di Mascena, avversario l’ennesimo pugile romano di questa storia, Romolo Parboni, detto Uragano, cinque anni più vecchio del rivale. I due si erano già affrontati nel febbraio del 1922 a Roma, si sa che finì ai punti in dieci riprese, con vittoria di Parboni per alcune fonti, con un pareggio per altre. Questa volta il match era titolato e dunque fu previsto sulle quindici riprese. Parboni picchiava forte, ma faticò ad aver ragione del ligure fino alla dodicesima ripresa quando Mascena sfinito dai colpi crollò definitivamente al tappeto, perdendo subito quel titolo che non aveva in realtà mai vinto. Non sarebbe mai più tornato sul quadrato: morì il giorno dopo per i troppi colpi subiti.

La corsa di Mario Bosisio invece proseguì, da un successo all’altro: il milanese divenne prima campione italiano poi europeo dei welter, successivamente conquistò entrambi i titoli anche nei pesi medi, e li mantenne tutti e quattro per un bel periodo, salendo e scendendo di peso a seconda di quale dovesse difendere. Tra il 1927 e il 1930 affrontò tre volte Leone Jacovacci, fortissimo pugile italiano dalla pelle nera, era nato in Congo da madre locale e padre italiano ed era stato allevato poi dai nonni a Viterbo ed aveva imparato a boxare in Inghilterra dove era fuggito a sedici anni imbarcandosi come mozzo per sfuggire ai pregiudizi razziali. Furono tre match epici che i due si divisero equamente, una vittoria a testa e un pari, anche se molti dicono che i verdetti furono influenzati a favore di Bosisio dal fatto che il Duce non amava affatto Jacovacci: nero e sportivamente di scuola britannica. Bosisio combatté fino al 1932, perse tutti i titoli con grande dignità sul ring poi chiuse la carriera con due vittorie a Milano e Varese e un pari a Viareggio il 27 novembre del 1932, ultima sua esibizione su un ring.

Contrariamente a quel che era capitato al povero Mascena, l’aver combattuto oltre 130 match, l’essere finito KO sei volte e l’aver subito chissà quante migliaia di colpi in un periodo in cui certo non si facevano Tac per controllare se c’erano danni cerebrali, non nocque minimamente alla sua salute. Quando morì a Milano il calendario diceva 10 giugno 1988, gli mancavano poche settimane a compiere 87 anni. Il destino aveva scelto di dare tutto a uno di quei due ragazzi che sognavano le Olimpiadi tirandosi pugni su un ring dentro un cortile della vecchia Milano, e nulla all’altro: di Pietro Mascena non ci resta nemmeno una fotografia.

Marcel Cerdan: il bombardiere marocchino che fece innamorare Edith Piaf

Marcel Cerdan: il bombardiere marocchino che fece innamorare Edith Piaf

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Il 22 luglio 1916, nell’allora Algeria francese, nasceva Marcel Cerdan, unanimemente considerato il più grande pugile transalpino di sempre; sicuramente uno dei più forti pesi medi della storia.

Proveniente da una poverissima famiglia di pieds-noirs, il tartassato popolo europeo stanziatosi in Maghreb, Marcel conobbe il pugilato a soli 8 anni, dopo essersi trasferito coi genitori a Casablanca.

Dieci anni più tardi esordiva nel professionismo con una serie impressionante di vittorie, grazie ad abilità pugilistiche sopraffine e polmoni infiniti che gli permettevano di mettere pressione all’avversario dal primo all’ultimo istante del match.

Alla storia di quel tempo furono consegnati i tre avvincenti incontri con il leggendario Omar Kouidri, fighter algerino di grande qualità, tutti vinti da Cerdan con soluzioni ai punti.

Dopo aver imposto in Europa un dominio assoluto nei welter, Marcel passò alla più prestigiosa categoria dei medi, conquistando in breve le cinture di campione francese e di campione europeo.

Nel frattempo, esordì nell’indiscusso tempio della boxe mondiale, il Madison Square Garden, dopo aver maramaldeggiato in Spagna ed in Inghilterra strapazzando gli idoli locali.

Il 21 settembre del 1949, al Roosevelt Stadium di Jersey City, il grande campione Tony Zale non rispose al richiamo della dodicesima campana, terminando il più lungo dominio sui pesi medi della storia e cedendo la cintura mondiale ad un francese per la prima volta dai tempi di Marcel Thil.

Grande riscontro ebbe sulla carta stampata il momento, poche ore dopo il match, in cui Cerdan si ricongiunse col fratello Vincent, dopo ventidue anni di separazione.

Con il suggello internazionale alla propria notorietà, Cerdan divenne il personaggio più gettonato dalla borghesia francese: da ragazzo semi-analfabeta a piedi nudi per i vicoli sabbiosi di Casablanca, si trovò ad essere un elegante parigino, ammirato ed invidiato da tutti.

Pur essendo sposato e padre di tre figli, intrecciò una delle più celebrate love story di tutti i tempi con la cantante Edith Piaf, una donna complessa, difficile, ma anche un’artista di grande fascino.

In questa atmosfera di grande glorificazione, nel giugno del 1949, Cerdan difese per la prima volta il titolo, a Detroit, dall’attacco del Toro del Bronx, Jake La Motta, un pugile di sensazionale combattività.

La dislocazione della spalla sinistra sin dalla prima ripresa costrinse Cerdan ad un match difensivo che mal si adattava alle sue caratteristiche. L’angolo fu costretto al getto della spugna, ma solo dopo dieci, terribili, riprese.

Attaccato dai giornali francesi, delusi dalla sconfitta, Cerdan tornò in patria per rimettersi dall’infortunio e prepararsi per la rivincita.

Ormai ristabilitosi e firmato il contratto per il re-match con La Motta, decise di posporre l’inizio degli allenamenti per raggiungere la Piaf a New York, per un periodo di pochi giorni.

Partì da Parigi imbarcandosi su un Lockeed Constellation di Air France che, nell’effettuare uno scalo di rifornimento alle Azzorre, si schiantò sul monte San Miguel, uccidendo tutte le 48 persone a bordo.

Al momento della morte, Marcellin Cerdan, il Bombardiere Marocchino, aveva 33 anni, era pugile professionista da quasi 16 anni, aveva combattuto 115 incontri, vincendone 111, era stato campione francese, europeo e mondiale.

Questo fu il suo lascito alla Francia, allo sport, al pugilato.

Edith Piaf, gettata nello sconforto dalla notizia, fu minata nel suo già fragile equilibrio.

Tanto dolore non andò però sprecato, perché in onore del coraggioso pugile che aveva tanto amato, Edith compose “Hymne à l’amour”, da molti considerata la più bella canzone d’amore di sempre.

Primo Carnera e il cinema: tre Film da vedere assolutamente

Primo Carnera e il cinema: tre Film da vedere assolutamente

Mendicante, carpentiere, attrazione da circo, pugile e infine anche attore. Non si può certo dire che il gigante di Sequal, Primo Carnera, non abbia provato molte esperienze nella sua vita. Eppure, se molto sappiamo della sua carriera pugilistica, delle vittorie, sconfitte e drammi personali, meno conosciuto è l’aspetto che lo lega al grande schermo. Quello tra il cinema e Primo Carnera è stato un rapporto nato nel bel mezzo della sua carriera sportiva, al culmine della sua popolarità, pochi mesi dopo il match leggendario contro lo spagnolo Paulino Uzcudun davanti a 60.000 spettatori, tra cui Benito Mussolini. Fu il regista statunitense statunitense Woodbridge Strong Van Dyke a proporgli un ruolo nel film “L’Idolo delle donne” che vide la partecipazione dell’altro pugile, che a dodici mesi di distanza dal film sfilerà a Carnera il titolo mondiale, Max Baer. Il pugile friulano cederà altre sedici volte alle avances dei produttori cinematografici, l’ultima apparizione sul grande schermo sarà in occasione del film del 1959 “Ercole e la regina di Lidia” diretto da Pietro Francisci. In quell’occasione Carnera, nel ruolo di Anteo, mostrò i primi segni di invecchiamento, anche a causa della malattia che otto anni dopo lo porterà alla morte.

Ecco i tre film in cui Primo Carnera ha recitato che Io gioco pulito vi consiglia di vedere per conoscere ancora più in profondità la storica figura dello sport italiano:

Domani splenderà il sole, 1955
In questo film diretto da Carol Reed il ring non abbandona Carnera nemmeno davanti le telecamere. Nella periferia est di Londra, il piccolo Joe vive con sua madre in un appartamento vicino ad una sartoria dove fa la conoscenza di Sam (Joe Robinson), un povero garzone di bottega con la passione per il pugilato. Un giorno Joe ascolta il padrone della sartoria raccontare la storia di un piccolo unicorno che se catturato avrebbe esaudito ogni suo desiderio. Proprio l’unicorno diventa l’ossessione del bambino che vorrebbe aiutare l’amico Sam a realizzare i suoi sogni di pugile e a sposare la donna che ama. Perciò Joe spende tutti i suoi soldi per acquistare una capretta con una piccola protuberanza sulla testa che convince il bambino di avere a che fare proprio con il fantastico animale. L’ingresso in scena di Primo Carnera è, come in tutti i suoi film, monumentale. Il suo personaggio, Python Macklin, un lottatore di wrestling famoso per la sua enorme stazza, è costretto ad inginocchiarsi per entrare dalla porta della palestra dove sbeffeggia Sam e lo batte in un incontro improvvisato. Quest’ultimo, ferito nell’orgoglio, gli promette di batterlo in futuro e il film ruota attorno alla preparazione del match finale che alla fine Sam vincerà riuscendo a sposare la donna che ama e a cambiare vita. Carnera, che nel film è il nemico del protagonista, non riesce fino in fondo a farsi odiare dallo spettatore per via del suo aspetto bonario aldilà del fisico imponente e questo è il fattore che limita la memorabilità del match finale. Un film che in ogni caso, pur avendo riscontrato meno successo di quanto meritasse, costituisce un grande classico del genere e capace di ispirare capolavori futuri.

Due cuori fra le belve, 1943
Due fuoriclasse nei rispettivi campi si incontrano per dare vita ad una pellicola diretta da Giorgio Simoncelli. Antonio De Curtis meglio noto come Totò interpreta una maestro di danza perdutamente innamorato di Laura, una ragazza che assieme all’esploratore Smith intraprende un pericoloso viaggio in Africa per trovare suo padre misteriosamente scomparso, il professor Berti che era in Africa per uno studio sull’anello mancante nella catena evolutiva. Totò decide quindi di partecipare alla spedizione e si propone come guardia del corpo della ragazza ma viene catturato da un gruppo di indigeni. Il maestro di danza viene condannato a morte ma la regina convince il Grande Capo (Primo Carnera) ad avere pietà di lui. Quest’ultimo accetta a patto che Totò lo sfidi a duello. La comicità del momento è tutta racchiusa nel contrasto tra la grandezza di Carnera confrontata con la gracilità di Totò che riesce a fuggire insieme a Laura e suo padre, finalmente ritrovato nella giungla.

L’idolo delle donne, 1933
Primo Carnera interpreta se stesso in questo film del 1933 diretto da Van Dyke. Insieme a lui, debutta nel grande schermo anche l’altro pugile di fama internazionale, Max Baer. Quest’ultimo interpreta Steve, proprietario di un bar, che accetta la proposta di un agente di diventare un pugile professionista. Un giorno, durante un allenamento per strada, una macchina sparata a tutta velocità rischia di investirlo e termina la sua corsa in un fossato. A bordo c’è la famosa cantante Belle Marcer, Steve la soccorre e si innamora di lei. I due presto si sposano e la relazione permette a Steve di acquistare fama e popolarità tra una vittoria e un’altra sul ring. Tuttavia, Belle, stanca dell’attenzione che Steve riserva alle altre donne, decide di lasciarlo per tornare dal suo ex fidanzato e la depressione colpisce il pugile che tra pochi giorni dovrà affrontare Primo Carnera per l’incontro decisivo. Il match termina in pareggio e Carnera mantiene il titolo di campione ma Steve riesce a abbracciare di nuovo la sua amata Belle. Un epilogo poco profetico di quello che accadrà nella realtà un anno dopo con Max Baer che batterà Primo Carnera scippandogli il titolo di campione del mondo dei pesi massimi.

Holman Williams: il Ballerino omicida dal cuore d’oro

Holman Williams: il Ballerino omicida dal cuore d’oro

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Eddie Futch, allenatore leggendario mancato nel 2001, era solito dire: “Preferisco vedere Holman Williams anche solo fare i vuoti, piuttosto di un qualunque incontro tra altri pugili!” Le parole di un immenso del nostro sport, davano il senso della grandezza di un combattente straordinario, da molti considerato uno dei più grandi pugili mai esistiti ma che poco credito ha riscosso tra analisti e storici della boxe.

Un talento raffinatissimo dedicato ad un pugilato di alta scuola, con abilità difensive di prim’ordine, era quello avuto in dono da Williams. Nato a Pensacola, in Florida, nel gennaio del 1915, crebbe a Detroit, città d’ispirazione per tante ricche pagine di boxe. Vittima di bullismo in un quartiere difficile della grande periferia industriale, il piccolo Holman abbandonò il sogno infantile di lavorare sulle automobili per dedicarsi, anima e corpo, al pugilato.

Vinti i Detroit Golden Gloves ed arrivato alla semifinale per le qualificazioni olimpiche, Williams terminò la propria carriera da dilettante con soli quaranta match all’attivo. Alla famosa Brewster Boxing Center, dove ebbe, come detto, Eddie Futch allenatore, l’immenso talento non fu l’unica qualità di Holman a stupire gli atleti ed i frequentatori, date le sue grandi simpatia e correttezza: indossava da solo le fasciature da allenamento e, a fine serata, lavava a mano i propri indumenti. Dopo alcuni tentativi per dissuaderlo da tali attività, i tecnici e gli allenatori furono costretti ad accettare i suoi rituali. Passato professionista nel 1932, Holman Wiliams perse una sola volta nei primi trentadue incontri, conquistando il titolo riservato ai “negri” dei pesi leggeri, nel 1935.

La stampa gli affibbiò un soprannome leggendario: the Murderous Dancer, il Ballerino Omicida. In inglese suona senz’altro meglio e rende l’idea di quanta abilità risiedesse nella sua boxe fantasiosa. Con tattica spumeggiante ed avvalendosi di uno dei migliori jab della boxe moderna, Holman aveva un intricato ed efficace gioco di gambe con cui confondeva ogni avversario, sparendogli da davanti e materializzandosi sul fianco. Non era un feroce colpitore, mancando di un briciolo di potenza; questa fu forse l’unica pecca della sua straordinaria dotazione pugilistica.

Dal ’35 in avanti affrontò quasi tutti i più grandi della sua epoca, vincendo praticamente sempre, senza mai avere l’occasione di battersi per il titolo dei medi, categoria in cui si era definitivamente stabilito. Paulie Walker, Cocoa Kid, Gene Buffalo, Charley Bulley furono solo alcuni dei grandissimi avversari da lui affrontati, fino a giungere allo stellare doppio confronto col leggendario Archie Moore, la Vecchia Mangusta, con cui divise equamente la posta di un incontro vinto a testa. Nel 1946, dopo quattordici, logoranti, durissimi anni di professionismo, gli si offrì la possibilità di volare in Francia per combattere, nella signorile cornice del Roland Garros, contro l’astro nascente transalpino Marcel Cerdan. In un meraviglioso incontro tra stili contrapposti, Holman Williams deliziò la folla della borghesia francese con le sue tecniche sublimi, schivate millimetriche e precisi controtempi. I cartellini dei giudici, non arrivati alla nostra epoca, premiarono il pugile di casa sulla distanza dei dieci round, non senza dubbi sull’obiettività dei tali. Cerdan chiese all’unico giornalista americano presente come fosse possibile che il pugile di gran lunga più forte ch’egli avesse incontrato in carriera, non avesse mai potuto combattere per il titolo di campione del mondo. La domanda del Bombardiere Marocchino è parte di uno dei più grandi misteri della storia del pugilato.

Alcuni storici tendono ad addossare la colpa di questa mancanza al lungo periodo in cui Williams fu sotto contratto con Joe Louis, anche lui di Detroit, che a quel tempo era divenuto manager ed era molto mal visto dall’establishment newyorchese. Al contrario, le risposte sempre calme e misurate, l’umorismo intelligente e mai offensivo, la generosità di un cuore votato all’aiuto del prossimo, fecero di Murderous Dancer uno dei più benvoluti atleti dell’epoca. Maltrattato per tutta la carriera dalle autorità del pugilato, Holman Williams ricevette un po’ di giustizia solo nel 2008, con l’induzione nella prestigiosa International Boxing Hall of Fame come uno dei più grandi di ogni tempo. Malauguratamente, il tardivo riconoscimento giunse quarantuno anni dopo la sua morte.

A dimostrazione, infatti, che il buon Dio, se esiste, poco voglia mischiarsi con le cose terrene, Holman Williams, persona onesta e benvoluta, aveva trovato un’orribile morte soffocato dal fumo dell’incendio del Club Wonder, in Ohio, cui qualcuno aveva dato fuoco la notte del 15 luglio 1967. A nemmeno cinquantadue anni se ne andava, ancora nel pieno delle forze, uno degli atleti più grandi dello sport mondiale. Nella sua fallita fuga dalla casa in fiamme c’è tutta la sfortuna di un artista cui avere tutti i doni e le qualità caratteriali per sfruttarli, non fu mai abbastanza.

La Motta – Robinson: Il Massacro di San Valentino

La Motta – Robinson: Il Massacro di San Valentino

Ci ha lasciato ieri all’età di 96 anni per complicazioni relative ad una polmonite, Jake La Motta, il Toro del Bronx, simbolo della voglia di riscatto del popolo italo-americano dell’epoca. Indimenticabili i suoi incontri senza esclusione di colpi. Lo celebriamo oggi raccontandovi “il Massacro di San Valentino”, il combattimento tra La Motta e Ray Sugar Robinson, uno dei più belli della storia.

Il 14 febbraio del 1951, nel giorno degli innamorati, non ci fu amore tra pesi medi sul ring approntato all’interno del Chicago Stadium. Ray Sugar Robinson di Detroit e Jake La Motta di New York si incontravano per la sesta volta; il bilancio sorrideva al grande boxeur di colore, impostosi in quattro occasioni su cinque, ma era l’italoamericano ad avere in mano il titolo, che difendeva per la terza volta. Sul piatto c’era lo straordinario record di Robinson, in quel momento 122 vittorie contro una sola sconfitta; quell’odiata, unica sconfitta patita proprio dal Toro del Bronx, otto anni prima, peraltro vendicata in un re-match di sole tre settimane più tardi.

Dopo tanti incontri tra loro, il più grande pugile di tutti i tempi sapeva quali fossero i difetti del fighter newyorchese: conosceva il lento ingresso nel match da parte di La Motta e sapeva di dover imporre un ritmo forsennato nei primi tre round, in maniera tale da accumulare vantaggio in punti e costringere “Toro Scatenato” alla rincorsa. La volontà di Jake La Motta, però, trascendeva i calcoli accurati, i pugni devastanti, le ferite più profonde. Ray Robinson, dall’alto della sua immensa classe, lo investì con la furia del diretto sinistro e del montante destro, cambiando spesso le basi, in maniera da aggirare la guardia statica di Jake. Le gambe di La Motta non si piegarono nemmeno per un instante.

Nel quarto round, dopo un’infinita serie di Sugar Ray, Jake rispose dalle corde con un secco gancio sinistro. Le gambe di Ray tremarono ed il pubblico si zittì per la sorpresa: La Motta pareva tornato dal mondo dei morti, a cui sembrava esser andato in visita nei primi round. Nella quinta ripresa, La Motta tentò di ripetersi, ma Sugar aveva preso le misure e lasciò sfilare il gancio di Jake, per riprendere nuovamente a tamburellare la testa ed il costato dell’avversario. Nei piani di La Motta vi era l’attesa che il match scendesse ad un ritmo blando, a lui più congeniale; fino al settimo era sicuro di aver vinto, o quantomeno pareggiato, un paio di round, quindi contava di far suo l’incontro dominando il finale, secondo sua caratteristica. Sugar Ray Robinson, però, non abbassò il ritmo: lo incrementò!

I round successivi si trasformarono in un’infinita punizione: La Motta incassava, Sugar Ray picchiava con violenza inaudita non avendo più bisogno di difendersi, perché i guantoni di Jake erano alti a difesa della testa ed i gomiti attaccati al corpo a protezione della figura. Il campione non portava più colpi e Robinson lo stava tempestando di jab taglienti e poderosi uppercut. Ma Jake La Motta, all’anagrafe Giacobbe, non cedeva; le sue gambe non si piegavano. Quando Robinson prendeva fiato, lui alzava la testa sanguinante, lo guardava attraverso gli occhi gonfi e lo sfidava col suo infinito orgoglio. Alla fine del decimo round, molti dei quindicimila presenti invocavano l’intervento dell’arbitro Frank Sykora, affinché ponesse termine ad una tale punizione; non era, però, una soluzione così immediata, dato che La Motta era il campione in carica ed il suo angolo non mostrava segno di volerla finire.

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All’undicesimo round, un colpo nella nebbia di La Motta scosse Robinson; il Toro del Bronx diede segno di avvedersene e si lanciò sull’avversario alla sua maniera, con un nugolo di colpi che, però, Robinson incassò con la grande classe in lui innata. Poi ricominciò l’opera di demolizione. Alla campana del dodicesimo round, La Motta si avviò all’angolo ormai incapace di vedere e di sentire. Dirà, nell’intervista successiva al match, che il forte dolore l’aveva sentito alla quinta ed alla sesta, ma poi gli sembrava di essere uscito dalla tempesta. Ma non era così. Al contrario, i colpi erano aumentati e si erano fatti più precisi. Due minuti e quattro secondi dall’inizio della tredicesima ripresa, il ring coperto del sangue di un ormai irriconoscibile La Motta convinse l’arbitro Sykora dell’averne abbastanza di quella mattanza, che alzò il braccio al nuovo campione mondiale dei pesi medi. La Motta fu condotto all’angolo e poi immediatamente negli spogliatoi, dove sarebbe rimasto attaccato all’ossigeno per oltre un’ora e mezza; prima che superasse le corde, però, uno stanchissimo Robinson riuscì a regalargli un sincero abbraccio. Sapeva che quella era la fine della loro epica serie di battaglie e che lui aveva vinto la guerra, ciò nondimeno non volle privare il suo grande avversario dell’onore che si era meritato. Dirà poche ore più tardi: “Credevo non avrebbe finito la ripresa già alla sesta, ma più lo picchiavo, più sembrava determinato a rimanere in piedi! Non capisco di cosa sia fatto: gli ho rifilato i colpi più duri della mia carriera ed era ancora lì“.

Il sesto match tra Jake la Motta e Sugar Ray Robinson, subito ribattezzato “il massacro di San Valentino” lasciò anche molti strascichi polemici, a causa dell’indubbia violenza di alcuni passaggi, soprattutto nelle ultime riprese. The Indianapolis News descrisse l’incontro come “un crimine nel nome dello sport, un malato tributo alla brutalità“. Ognuno deve essere libero di dire la propria opinione, che va rispettata fino in fondo. Il pugilato non è uno sport che favorisca gli incontri impari; nella sua stessa filosofia è un combattimento con precise regole tra uomini disposti allo scontro, dello stesso peso e di similare abilità. Il “massacro di San Valentino” fu un match all’apparenza poco equilibrato ma io, personalmente, lo vedo come un confronto tra la magistrale abilità di Robinson e l’insondabile determinazione di La Motta. A me mancavano vent’anni per nascere, alla maggioranza dei lettori di questo mio articolo parecchi di più: eppure, è un fatto che noi si sia ancora qui a parlarne e discuterne. Questa è la magia del pugilato, la più controversa disciplina sportiva, ma di gran lunga la più affascinante del pianeta.

Sugar Ray Robinson e Jake La Motta avevano entrambi trent’anni. Considerato, dai più, il miglior pugile pound for pound di tutti i tempi, Robinson è mancato ormai ventotto anni fa. La Motta, invece, dopo essere tornato a vivere nel suo vecchio quartiere, ha continuato ad essere il vecchio Jake, sempre pronto con parole pesanti per chiunque lo contraddicesse e, alla veneranda età di novantasei anni, è sopravvissuto a tutti i suoi avversari, a molte ex mogli e, purtroppo, anche ad un paio dei suoi figli, prima di spegnersi nel pomeriggio di ieri. Sulla scorta di quanto successo a Chicago, in quel lontano giorno di San Valentino, ed in molti altri frangenti della sua tumultuosa esistenza, mi pare chiaro che per mettere definitivamente al tappeto lo spirito indomabile di Giacobbe La Motta, avrebbe dovuto scomodarsi il Signore in persona.

Gleason’s Gym, il tempio newyorkese della Boxe Mondiale pronto a conquistare l’Italia

Gleason’s Gym, il tempio newyorkese della Boxe Mondiale pronto a conquistare l’Italia

Intervista ai protagonisti Bruce Silverglade, Alessio Lucciarini, Michele Carpinelli e Paulie Malignaggi

Sabato 9 Settembre non si è svolto nessun incontro pugilistico di rilievo ma è stata ugualmente una giornata storica per la boxe italiana. A Campagnano di Roma, presso l’autodromo di Vallelunga, è stata infatti inaugurata la prima sede italiana della Gleason’s Gym, la leggendaria palestra di pugilato di New York che ha sfornato ben 134 campioni del mondo. Gli amanti della noble art non avrebbero bisogno di presentazioni poiché la considerano semplicemente il tempio della boxe.

La storia inizia nel 1937, nel Bronx, quando il pugile e tassista italiano Peter Robert Gagliardi decise di aprire una palestra in una zona chiamata The Hub, frequentata prevalentemente da irlandesi. C’erano già la Stillman’s Gym e la Old Garden ma Gagliardi voleva un posto tutto suo dove allenare. A causa della rivalità con gli irlandesi e per la posizione assunta dall’Italia durante la guerra, gli italiani non erano ben visti negli Stati Uniti, per questi motivi Gagliardi decise di cambiare il suo nome in Gleason, prendendo spunto da un suo pugile che si chiamava così. Da quel momento la palestra venne ribattezzata Bobby Gleason Gym. I ragazzi si allenavano per 2 dollari al mese ma venivano seguiti da alcuni dei migliori allenatori del tempo: Patty Colovito, Freddie Brown, Charlie Galeta e Chickie Ferrara contribuirono a costruire la reputazione della Gleason. Nel giro di pochi anni arrivò anche la fama perché lì si allenava Jake LaMotta, il Toro del Bronx, che nel 1949 conquistò il titolo mondiale. Dopo di lui ne arrivarono molti altri. Roberto Duran (Manos de Piedra), Iran Barkley, Vito Antuofermo (che abbiamo intervistato), Pipino Cuevas, Arturo Gatti, Muhammad Ali (in vista dell’incontro con Sonny Liston), Mike Tyson sono solo alcuni dei campioni che si sono formati alla Gleason.

Torniamo ai giorni nostri. Grazie all’intuizione e al coraggio dei tecnici Alessio Lucciarini e Michele Carpinelli, della ASD Campagnano Boxing Team, la palestra fondata da Gagliardi avrà anche una sede a Roma, più precisamente a Campagnano, in Piazza benedetto Croce.

Un sogno americano che ritorna alle origini.

Non si tratta di una fusione, la ASD Campagnano Boxing Team continuerà ad esistere ma, attraverso il sodalizio con la Gleason’s Gym di New York, nascerà la Gleason’s Gym Roma Nord.

Lucciarini è convinto che i giovani pugili debbano conoscere sul campo la realtà della boxe americana e da diversi anni organizza dei viaggi con gli atleti per permettergli di allenarsi presso la nota palestra newyorkese. Alessio, che alla Gleason è di casa, sarà il direttore tecnico della sede romana con l’obiettivo di intensificare questo interscambio. Carpinelli e Lucciarini mi hanno spiegato inoltre come cambieranno le modalità di allenamento: “Non lavoreremo più con classi di agonisti ma seguiremo gli atleti singolarmente, come se fosse una lezione privata, solo in questo modo è possibile far esprimere al massimo un pugile, farlo crescere e lavorare sulle sue carenze”.

Per celebrare il gemellaggio è stato organizzato “The Boxing Twins”, un evento di tre giorni (7,8,9 settembre) presso il centro congressi dell’autodromo di Vallelunga in cui, tra simulazioni di allenamento, testimonianze ed esibizioni è stata lanciata ufficialmente l’iniziativa. La manifestazione è stata organizzata da Vittoria Consorzio, presidente della ASD Campagnano Boxing Team, e Bruce Silverglade, presidente della Gleason’s Gym. All’evento hanno partecipato protagonisti di spicco della boxe mondiale come il maestro Andrea Galbiati (coach olimpico a Rio 2016 e pluricampione di kick boxing), Paulie Malignaggi, campione welter Wba e superleggeri Ibf e Anthony Catanzaro, manager internazionale e Direttore pugilistico del Barclays Center di Brooklyn.

Il 7 e l’8 settembre diversi pugili dilettanti e professionisti hanno avuto la possibilità di effettuare un allenamento intensivo seguendo le direttive di Galbiati e con il contributo di Malignaggi.

Sabato 9 invece è stata la giornata del taglio del nastro. L’evento è stato presentato da Valerio Lamanna che, da un ring allestito al centro della sala, ha introdotto e intervistato i protagonisti della serata. Il primo ad intervenire è stato Carpinelli: “Ho realizzato un sogno, aprire una Gleason’s Gym a Roma. Dalla Gleason sono usciti tanti campioni del mondo e spero che da questa collaborazione e dalla nostra palestra si formeranno nuovi campioni, perché è quello che serve alla boxe italiana. Tutto è nato ad un torneo regionale quando, parlando con Alex Lucciarini, ho espresso la volontà di aprire una palestra di boxe a New York. Lui mi ha risposto con una domanda: perché non portare qui una palestra americana?” Carpinelli ha spiegato come si articolerà la collaborazione: “Noi applicheremo la loro mentalità e le loro tecniche. I pugili migliori li porteremo a New York dove si alleneranno con i campioni e avranno degli ulteriori stimoli. Anche noi ospiteremo i loro pugili e sono sicuro che questo porterà dei benefici al pugilato italiano. Spero che altre società si uniranno a questo progetto”.

Anche Galbiati esprime il suo entusiasmo per l’iniziativa: “Rispondo con grande orgoglio. È una sfida difficile, ma se non ci provi non potrai mai sapere cosa succederà”. Galbiati da anni vive e lavora a New York e conosce bene l’ambiente a stelle e strisce: “il cuore e l’impegno di un pugile americano sono diversi rispetto a quelli di un italiano, c’è un maggiore entusiasmo. È diversa anche la mentalità, in Italia la boxe è vista quasi come un hobby. Io dedico tutta la giornata al mio lavoro, in Italia a volte è considerato un secondo lavoro”.

Poi è stato il turno di Malignaggi che è salito sul ring tra gli applausi del pubblico. Durante tutto il pomeriggio Magic Man è stato accerchiato dai tanti ragazzi presenti all’iniziativa che hanno cercato di carpire consigli tecnici o anche solo di farsi raccontare qualche aneddoto dei suoi combattimenti. Paulie, che parla bene italiano, non si è di certo negato e ha accontentato i giovani pugili regalandogli una giornata che difficilmente dimenticheranno.

Lamanna ha esordito sottolineando come Malignaggi sia un vanto per l’Italia: “questa intervista te la faccio come Paolo. Hai combattuto sui ring più prestigiosi del mondo ma sempre con l’Italia nel cuore portando il tricolore ad ogni incontro. Sei un punto di riferimento per tanti ragazzi che sognano di diventare pugili professionisti”.

“Io infatti all’anagrafe mi chiamo Paolo, dopo tutti questi anni in America sono diventato Paulie” risponde Malignaggi “ci vogliono molti sacrifici nella vita, così come nel pugilato. Tutto si deve conquistare. Devi essere preparato mentalmente e fisicamente, i sacrifici sono necessari per arrivare ai momenti di gloria”. L’ex pugile ricorda i suoi allenamenti alla Gleason: “Lì è dove ho imparato il pugilato. Mi ricordo il primo giorno che sono entrato in quella palestra, il primo giorno che ho fatto i guanti. Alla Gleason non ho imparato solo la tecnica ma il carattere del pugilato. Giochi al calcio, giochi al rugby, ma non giochi al pugilato, fai pugilato”. Entrando nel merito della preparazione, Malignaggi spiega come “gli sparring alla Gleason rimangono nella storia, non solo quelli che ho fatto io, anche quelli che ho visto. Ho notato che lo sparring era molto duro e violento ma questo è ciò che ti prepara mentalmente alle difficoltà del match. La Gleason mi ha insegnato ad essere un uomo, ero molto immaturo quando ho iniziato. Il pugilato può essere un punto di riferimento per i giovani non solo per allenarsi e diventare dei campioni, ma anche per crescere e diventare uomini. La boxe in America fa parte della cultura, qui viene ancora considerata come un hobby”. Malignaggi, da poco diventato commentatore tecnico, conclude rispondendo ad una domanda sul suo futuro: “Ho annunciato il mio ritiro solo un paio di mesi fa ma il pugilato mi manca. Ho dei ricordi splendidi però nella vita devi saper passare al capitolo successivo. Ma ci penso ancora molto (sorride ndr)“.

Bruce Silverglade ha assistito in prima fila e quando è stato il suo turno ha fatto sognare i presenti ricordando le origini della Gleason’s Gym ed evidenziando il legame con l’Italia, con i suoi pugili ed i suoi allenatori. “Molti italiani si sono allenati e formati nella nostra palestra. I primi due campioni della Gleason sono stati italiani: Phil Terranova e Jake LaMotta“. Alcuni mesi fa ho avuto il piacere di incontrare e intervistare Silverglade a New York, proprio nella sua palestra. Mi ha raccontato come abbia ereditato la passione per lo sport e per la boxe da suo padre: “ma non volevo seguire le sue orme, volevo essere indipendente, mi sono laureato e ho iniziato a lavorare alla Sears Roebuck and Co. Avevo i miei benefit, il mio stipendio ma ero infelice così ho chiesto a mio padre di coinvolgermi nella boxe come hobby, poi sono diventato arbitro”. Nel 1983 Silverglade incontra Ira Becker, diventato proprietario della Gleason due anni prima e alla ricerca di un partner. “Dopo una chiacchierata ho capito che volevo stare lì. Il giorno dopo ho dato le dimissioni, ho preso la mia liquidazione e sono diventato socio al 50%. Dal 1994, dopo la morte di Becker, sono l’unico proprietario”.

Bruce è il custode della memoria storica della Gleason. “Il mio aneddoto preferito riguarda Muhammad Ali. un giorno stava venendo in palestra per un evento ma a causa della sua condizione di salute mi ha chiesto se poteva prendere l’ascensore sul retro per non salire le scale. Sono sceso ad accoglierlo e quando la limousine ha accostato, nel momento in cui Ali stava scendendo dalla macchina, è passata una donna che stava parlando al telefono. ‘O mio dio’ ha esclamato e mentre lo diceva Ali si è avvicinato a lei, ha preso il telefono dalle sue mani e si è messo a parlare con la persona dall’altra parte. Penso sia pazzesco e credo sia molto tipico dei pugili”. Dal ring di Vallelunga Silverglade ha ricordato inoltre come la palestra sia stata scelta da numerosi registi come set cinematografico: “sono stati girati 34 film e 4 hanno vinto l’Oscar”. Tra questi è impossibile non citare il capolavoro di Scorsese Toro Scatenato; Robert De Niro, che interpretava LaMotta, si preparò fisicamente allenandosi in palestra. A distanza di anni, Hilary Swank imparò a boxare proprio alla Gleason, grazie alle preziose indicazioni del coach Hector Roca, e vinse l’Oscar con la pellicola di Eastwood The Million Dollar Baby.

Sul palco-ring sono intervenuti infine anche Anthony Catanzaro e il sindaco di Campagnano Fulvio Fiorelli; la serata si è conclusa con il fatidico taglio del nastro che idealmente inaugura questa esaltante avventura. A margine dell’evento abbiamo intervistato i protagonisti dell’iniziativa.

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