Muhammad Ali : Genealogia del Mito

Muhammad Ali : Genealogia del Mito

13515435_10209941407874412_40088121_n

Nell’ottobre del 1954 l’agente Joe Martin stava ascoltando la denuncia di un longilineo ragazzino di dodici anni a cui era appena stata rubata la bicicletta, una vecchia Schwinn bianco e rossa.

Mentre il bambino, faticando a trattenere le lacrime, descriveva il furto del suo unico bene su questa terra, Joe lo guardava con tenerezza paterna.

Se vuoi che non ti rubino più la bicicletta – gli disse – devi venire nella mia palestra ad imparare la boxe

I grandi occhi si sgranarono, ma il ragazzino non pianse.

Due mesi dopo quel bimbo pelle ed ossa avrebbe vinto il suo primo incontro giovanile, dando così inizio alla carriera del più amato campione della storia del pugilato moderno.

Cassius Marcel Clay jr. nacque il 17 gennaio 1942 a Louisville, Kentucky.

Figlio di un imbianchino e di una casalinga, sono invece sorprendenti le sue origini: un irlandese di nome Abe Grady, emigrato in Kentucky nel 1860, si sposò con una schiava liberata, generando quella che sarebbe in futuro divenuta la bisnonna del pugile.

Lanciato nel mondo del pugilato, come detto, dal furto della propria bicicletta, vinse sette Golden Gloves del Kentucky e due Golden Gloves nazionali, prima di volare a Roma, una volta diplomatosi, per conquistare con facilità l’oro olimpico dei mediomassimi.

Tornato in patria da eroe, passò al professionismo e, in tre anni, accumulò diciannove vittorie consecutive, quindici delle quali arrivate per atterramento.

Durante questa striscia vincente, ad ogni modo, finì al tappeto per due volte ed in una di queste occasioni, contro il britannico Cooper, fu salvato dalla campana del quarto round.

Il suo stile sfrontato andava rivisitato in ottica della grande chance mondiale contro l’indiscusso campione dei massimi, Sonny Liston.

Il passato criminale, i legami con la mafia, la personalità di forte intimidazione: tutto lasciava presagire che Liston avrebbe terrorizzato Cassius Clay, pappandoselo in un sol boccone. I bookmaker ufficiali quotavano 7-1 lo sfavoritissimo pugile del Kentucky, ma i banchetti meno istituzionali arrivavano a promettere pagamenti di venti volte la posta.

A Miami, il 25 febbraio del 1964, andò in scena quella che è tuttora unanimemente riconosciuta come la più straordinaria sorpresa nella storia dello sport.

Liston si scagliò contro Clay al rintocco del primo round, dimostrando come il tanto parlare del giovanissimo pugile lo avesse effettivamente irritato.

Volerò come una farfalla, pungerò come un’ape”, “Non puoi colpire quello che non vedi”, sono alcune delle più famose frasi di Clay, passate alla storia, coniate proprio in vista di quell’incontro.

Dopo due riprese equilibrate, una lunga combinazione di Clay fece piegare le gambe al campione; l’occhio di Liston era tagliato, per la prima volta in carriera, ed il pubblico non credeva a quanto stava vedendo.

All’inizio del quarto round, Clay accusò irritazione agli occhi, tale da renderlo quasi cieco, probabilmente dovuta all’unguento intorno alla ferita di Liston finito nei guantoni; intenzionato a ritirarsi, si fece convincere da Angelo Dundee a continuare a combattere.

Superò un difficile quinto round, le lacrime ed il sudore lavarono gli occhi e dominò il sesto round in maniera evidente.

Sonny Liston non rispose alla chiamata della settima campanella: Cassius Clay, a soli 22 anni, era l’unico campione del mondo dei pesi massimi. La sua espressione, con gli occhi spalancati ed increduli, fece il giro del mondo.

Durante lo stesso anno, al termine di una lunga ricerca spirituale, Cassius Clay si convertì all’Islam, religione che gli sembrava essere più sensibile alle ingiustizie sociali che le persone di colore soffrivano nel territorio statunitense, cambiando il proprio nome in Cassius X, nei primi tempi, per poi passare al nome Muhammad Ali. Quello con cui sarebbe passato alla storia.

Dopo che ebbe brillantemente combattuto contro Chuvalo, Henry Cooper e Zara Folley, tra gli altri, ad Ali fu sospesa la licenza di combattimento per essersi schierato contro l’iniziativa militare americana in Vietnam ed aver rifiutato l’arruolamento.

La sua obiezione di coscienza divise l’America.

Ancor prima del pronunciamento della Corte Suprema, che avrebbe giudicato inammissibile il suo arresto, Ali tornò sul ring battendo Jerry Quarry, dopo aver sprecato quasi quattro anni nell’età in cui un atleta solitamente tocca il proprio apice, dando il via ad una delle più fervide stagioni per i pesi massimi.

Molti dei più grandi match della storia lo ebbero come protagonista.

La possibilità di tornare campione arrivò presto, in quello che fu presentato come il “più grande incontro del secolo”, non allontanandosi troppo dalla realtà.

Al Madison Square Garden, l’8 marzo del 1971, Ali affrontò il campione Joe Frazier, dopo averlo attaccato con settimane di ‘trash talking’ e, forse, passando il segno con pesanti offese personali.

Frazier vinse per decisione unanime, lavorando l’avversario al corpo in maniera devastante per tutto il match, ed atterrandolo con un potente gancio sinistro alla testa all’ultimo round, dal quale Ali si riebbe, comunque, in soli tre secondi.

Ali conobbe così la prima sconfitta.

Dopo un altro filotto di vittorie, incappò pure nella seconda, ad opera dello straordinario Ken Norton, ma si prese in breve tempo le rivincite sia su Norton, sia su Frazier.

Gli si profilò, quindi, la chance di strappare il mondiale a Big George Foreman, uno degli uomini più forti di tutti i tempi, che aveva sette anni meno di Ali ed aveva spazzato via con facilità gli avversari che lo avevano battuto, Norton e Frazier.

La sede dell’incontro, quella di Kinshasa, scelta per le offerte milionarie del re del Congo, garantiva folle oceaniche e caldo tropicale; l’orario per l’inizio del match, le quattro del mattino, consentì la diretta negli Stati Uniti.

Contro le previsioni, Ali fece un match strepitoso, incontrando spesso il potente avversario e gestendo la sovrumana forza di Foreman col famoso rope-a-dope; all’ottavo round, uno spento ed esausto Foreman andò al tappeto, accompagnato da Ali che, con grande spirito, gli risparmiava l’ultimo colpo.

A seguito di questa grande vittoria, Ali fu invitato a cena alla Casa Bianca dal Presidente Jimmy Carter.

Nemmeno un anno dopo, a Manila, Ali disputò l’incontro di bella con Joe Frazier, in un altro epico match concluso al suono della quindicesima ed ultima ripresa, al cui tocco Frazier non rispose.

Entrambi i pugili terminarono l’incontro provatissimi dai 38 gradi e dall’elevata umidità. Ali avrebbe detto più tardi che quel match era stato come “andare all’inferno e tornare“.

Incontri così difficili, in ambienti cosi duri, probabilmente lasciarono il segno sulla salute del grande combattente di Luoisville.

Nel ’79, dopo aver perso e ripreso il titolo da Leon Spinks, Alt si ritirò, facendo il grande errore di tornare alla fine del 1980, per confrontarsi con un giovane Larry Holmes: i segnali del morbo di Parkinson furono evidenti nelle interviste del dopo match, perso per Knock-out.

Un anno più tardi, con una sconfitta ai punti contro Trevor Berbick, Muhammad Ali appese definitivamente i guanti al chiodo.

La boxe perdeva così un protagonista sensazionale, che aveva attraversato le ere, che aveva combattuto e vinto con avversari ritenuti imbattibili.

Dell’uomo che tanto aveva dato allo sport, il cui nome e le cui gesta erano conosciuti in ogni lato del pianeta, restava il grande spirito, poiché il fisico era minato dalla malattia: nel 1984, a 42 anni, annunciò quello che era a tutti già evidente, ossia di esser malato di Parkinson.

Le sempre più precarie condizioni di salute non gli impedirono di essere, nel 1990, il personaggio fulcro grazie alla cui mediazione quindici giovani soldati americani lasciarono le carceri irachene.

Nel 2000 l’ONU lo nominò Ambasciatore di Pace.

Nel 2009 fece visita alla cittadina di Ennis, in Irlanda, da cui suo trisavolo Abe Grady era emigrato tanti anni prima, in un evento che gli abitanti del luogo io suppongo essi ricordino ad ogni pinta di birra.

L’anno scorso, ricoverato per le complicazioni di una polmonite, sembrava che la vita di Cassius Marcellus Clay, alias Muhammad Ali, fosse giunta alla fine.

Rimbalzato sulle corde, il vecchio Ali ordì una delle sue strategiche trame pure con la morte stessa, rimanendo ancora tra noi.

Fino a ieri mattina. Quando il suo cuore da leone ha cessato di battere.

Il Paradiso lo avrà già accolto, perché Ali, il suo personale inferno, lo aveva già vissuto insieme al suo avversario Joe: tanti anni fa su un ring di Manila, Filippine.

Marco Nicolini

bannerali2

alilistonbanner

Tra il pugilato moderno e la boxe senza regole: Jack Dempsey, il Massacratore di Manassa

Tra il pugilato moderno e la boxe senza regole: Jack Dempsey, il Massacratore di Manassa

13515435_10209941407874412_40088121_n

“Modern Gladiator “ è un libro del 1889 scritto per esaltare le gesta di quello che, a quei tempi, era il più grande pugile mai esistito, John Lawrence Sullivan, un omone dai baffi teutonici, le maniere sbrigative e le caratteristiche fisiche che oggi farebbero sorridere.

Nel 2003 partecipai ad un’asta per aggiudicarmi un’edizione originale di questa pubblicazione, venendo sbaragliato da una concorrenza forte di superiori mezzi economici ai miei. Non che ci voglia molto ma, forse, i libri starebbero meglio nelle mani degli appassionati che negli scaffali blindati di ricchi speculatori.

Torniamo, però, al principio del novecento, negli Stati Uniti: la mamma di una poverissima famiglia di mormoni era solita leggere brani e mostrare foto di questo prezioso libro, preso a nolo dalla locale drogheria, ai più giovani dei suoi undici figli.

Tra loro, il piccolo William, che proprio in quei momenti prese la decisione di diventare campione del mondo dei pesi massimi, a dispetto del fatto che nemmeno sapesse quando sarebbe stato il suo prossimo pasto.

Per far fede al proprio proposito, a dodici anni lasciò la scuola per lavorare, mentre a quindici si unì ai lavoratori itineranti che seguivano la ferrovia in cerca di lavoro.

Nonostante la giovane età, fece sin da subito il minatore, poi il facchino, il lavapiatti, il coltivatore ed il cowboy; cominciò ad emergere negli incontri da saloon delle città minerarie col soprannome di Kid Blackie, comminatogli a causa della pelle annerita dal lavoro col carbone.

Solo e giovanissimo, in un ambiente di tagliagole e gente pronta a tutto, il giovane William si stava facendo largo grazie ad una tempra indistruttibile e pugni d’acciaio; la molla, però, che più lo spingeva a dare il massimo in ogni scontro, era la fame.

Un giorno, per una scommessa che gli fruttò venti dollari, attraversò il deserto del Nevada, a piedi, da Tonopah a Goldfield, mettendo a serio rischio la propria vita.

A diciott’anni, entrato nel professionismo, infilò lunghe strisce di incontri entusiasmanti risolti da devastanti knock-out a suo favore.

Di ritorno da un incontro pareggiato, secondo un verdetto giornalistico tipico dell’epoca, contro il poderoso Lester Johnson, conobbe una prostituta quindicenne di nome Maxine Cates, della quale fece la propria prima moglie.

In quegli anni, suo fratello Bruce fu accoltellato a morte, durante un litigio, per le strade di Manassa.

Lo stile da dominatore del ring ed il cognome Dempsey, suggerirono il soprannome che lo accompagnò per la vita, Jack, in onore di “NonpareilDempsey, grande campione irlandese morto nell’anno della sua nascita, il 1895.

Pronto per entrare nella leggenda, Jack Dempsey diede l’assalto al mondiale che stava inseguendo con grande determinazione: a soli 24 anni, aveva già combattuto ottanta sensazionali incontri, molti dei quali da professionista.

In una riedizione di “Davide contro Golia”, nel 1919, stesso anno del divorzio dalla prima moglie, affrontò il gigante Jess Willard in uno dei più cruenti match della storia, durante il quale Jack Demspey strappò il titolo all’avversario con spietata ferocia ed insondabile fermezza.

Cominciò così il dominio di Dempsey sulla categoria: il mondo cadde ai suoi piedi, la sua stella cominciò a brillare come mai aveva fatto, sino ad allora, quella di un campione sportivo.

Il suo nome era costantemente in prima pagina, i suoi spostamenti erano seguiti da frotte di fan ed i suoi incontri, strapagati al botteghino, erano attesi da folle deliranti ovunque si tenessero.

Un giornalista, raccogliendo una voce poco fondata, lo accusò di diserzione e, pur avendo Jack spiegato di aver assolto i propri doveri con l’esercito, venne inseguito per anni dalla chiacchiera.

Ciononostante, continuò a spazzare via dal ring ogni sfidante, da Brennan a Miske, da Firpo a Carpentier.

Il 23 settembre del 1926, innanzi a centoventimila spettatori riuniti a Philadelphia, Dempsey perse la cintura da Gene Tunney, the Fighting Marine, nell’incontro definito “la sorpresa del decennio”.

Tornato in albergo, la sua seconda moglie fu spaventata dal volto inusualmente segnato del marito e gli chiese la ragione delle ferite. Jack rispose, simpaticamente: “Mi sono dimenticato di abbassare la testa!”

L’anno successivo, in uno dei più controversi combattimenti della storia della boxe, Dempsey spedì al tappeto Tunney al settimo round, con un atterramento che sarebbe stato definitivo se Jack Dempsey non avesse dimenticato di raggiungere l’angolo neutro, secondo le nuove regole, regalando il tempo all’avversario per rimettersi in piedi ed andare ad aggiudicarsi anche la rivincita.

Il match passò alla storia come “la battaglia del lungo conteggio”; alla fine dell’incontro, un Dempsey stremato si fece guidare dai suoi secondi per arrivare a stringere la mano a Tunney, un avversario di grandissimo valore.

Jack Dempsey si ritirò dal pugilato dopo questo incontro, proiettando la propria luce di personaggio di massima grandezza su Hollywood, prima, e sull’organizzazione di grandi eventi pugilistici, poi.

Divorziò anche dalla seconda moglie, Estelle Taylor, per sposare Hannah Williams che lo rese padre di due figli. Nel ’43 divorziò pure da quest’ultima.

Solo molti anni più tardi, nel ’58, avrebbe sposato la sua quarta ed ultima moglie, Deanna Piatelli, che lo avrebbe accompagnato fino al crepuscolo della sua vita.

Famoso per la violenta aggressività e la ferocia sul ring, Jack Dempsey fu molto benvoluto per l’umanità, la gentilezza e la generosità dimostrate nella vita di tutti i giorni.

Il 24 giugno del 1970, al Madison Square Garden, i diciannovemila spettatori presenti gli dedicarono la canzone di “buon compleanno” più emozionante della storia della boxe.

Jack Dempsey, in quell’occasione, si lasciò sfuggire quella lacrima che aveva versato, in vita sua, solo per la morte del suo amato cane, il primo di una lunga serie di american staffordshire da lui amorevolmente allevati.

Il 31 maggio del 1983, all’età di 87 anni, il cuore da leone di William “Jack” Harrison Dempsey smise di battere.

Con il suo ultimo respiro si spense il pugilato della nuova frontiera americana: quella lotta senza quartiere che tra le corde conteneva la rabbia di uomini pronti a tutto, disposti al massimo sacrificio pur di alzare la testa da esistenze fatte di stenti e povertà.

Cresciuto nel nulla e fattosi largo con le proprie forze, il volto franco e sicuro del grande Jack si staglia nel firmamento dello sport mondiale.

Una leggenda che mai tramonterà.

bannerjacovacci

bannerali3

“Storie di Sport”: Peppe Millanta e il suo progetto per la letteratura sportiva tra i giovani

“Storie di Sport”: Peppe Millanta e il suo progetto per la letteratura sportiva tra i giovani

“Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti” diceva Arrigo Sacchi. Noi oggi parliamo di sport in genere e di come scrivere di sport possa regalare soddisfazioni per sé e per gli altri. E’ il caso di Peppe Millanta artista abruzzese secondo classificato al concorso nazionale del Racconto Sportivo del Coni e attualmente impegnato in un progetto letterario-sportivo rivolto alle scuole. Con lui abbiamo fatto una chiacchierata sul tema letteratura sportiva…

18336614_1918644868384107_745368396_n

“Storie di Sport”. Iniziamo con questo progetto rivolto alle scuole in collaborazione con il Comune di Ripa Teatina (Chieti)

“Storie di Sport è un’idea nata insieme all’assessore di Ripa Teatina Gianluca Palladinetti. Volevamo coinvolgere il più possibile i giovani e i giovanissimi al Premio Rocky Marciano, giunto ormai alla sua XIII edizione, e abbiamo pensato a questa formula che comprende anche la letteratura, già sperimentata con successo l’anno scorso con la I edizione del Festival della Letteratura Sportiva curata da  Dario Ricci. E’ un progetto che ha calamitato subito l’attenzione e l’interesse di partner rilevanti a livello nazionale, a cui va il nostro sentito ringraziamento, che ci hanno permesso di realizzare il progetto, e cioè Saquella Caffè, l’Azienda Leone 1947, la casa editrice Infinito, il Lions Club Ennio Flaiano di Pescara e la Libreria Mondadori di Francavilla. Inoltre abbiamo avuto l’appoggio immediato del Coni,  della Regione Abruzzo, di Siedas e del direttore de Il Centro Primo Di Nicola, che ci stanno dando una mano fondamentale a diffondere l’iniziativa. Il premio è aperto ai giovani e giovanissimi dai 6 ai 19 anni, che saranno suddivisi in tre categorie in base all’età. In palio c’è un montepremi in buoni libri del valore di 900 euro, oltre a dotazioni sportive per le scuole che parteciperanno con più elaborati. A livello personale mi sono cimentato con entusiasmo in questa avventura perché ho iniziato la mia attività di autore proprio vincendo un premio letterario dedicato ai giovani, che mi ha aperto nuovi orizzonti e prospettive. Spero insomma che questa diventi l’occasione per qualche ragazzo di coltivare questa splendida passione”. 

18302553_1918644485050812_1857632708_n  

Torni alla letteratura sportiva dopo aver conquistato il secondo posto al concorso nazionale del Racconto Sportivo del Coni. A tal proposito, ci parli di “Rukelie”.

“Rukelie è diventato un po’ un compagno di viaggio. Si è trasformato nel frattempo in un monologo teatrale interpretato dall’attore Antonio De Nitto, e sta continuando fortunatamente a ricevere consensi. Si è piazzato infatti al primo posto al Premio di Narrativa Alda Merini di Imola e si è aggiudicato il Premio Settimia Spizzichino & gli anni rubati a Roma, e il secondo posto al Premio Letterario Città di Grottammare, al premio ConCorto di Roma dedicato ai corti teatrali, e al concorso La riviera dei Monologhi di Bordighera. Quello con Rukelie è stato un incontro nato per caso, dalla musica, che spesso mi porta a conoscere e a condividere esperienze con mondi nuovi e lontani. E’ la storia vera del pugile Johann Trollmann, che dopo essere stato campione di boxe in Germania, viene sterilizzato e mandato in un campo di sterminio dove morirà dopo un ultimo incontro di pugilato per la vendetta di un Kapò. E’ una della tante vittime dimenticate del porajmos, il genocidio degli zingari avvenuto durante la seconda guerra mondiale”.

Peppe Millanta è anche uno sportivo praticante?

“Peppe Millanta… era… uno sportivo praticante. Ho sempre giocato a basket, anche se con scarsissimi risultati. Vanto però una medaglia ai Giochi della Gioventù per la ginnastica artistica. Sono un appassionato di vela, ma niente di agonistico”.

Secondo te la letteratura sportiva meriterebbe più attenzione tra gli “addetti ai lavori”?

“Assistiamo ormai sempre più spesso a casi editoriali come Open di Agassi, o a successi televisivi come i format di Federico Buffa. I tempi ormai sono più che maturi, anche perché lo sport di per sé ha già tutto ciò che serve per realizzare una grande narrazione: il sacrificio, la ricerca del risultato, gli ostacoli, i trionfi e le cadute. Non è un caso se le storie che ruotano intorno allo sport ci appassionano ormai da più di duemila anni”.

Non solo scrittura, sei anche un musicista. Come fai a conciliare le due arti?

“L’una si nutre delle scoperte dell’altra. La musica mi porta fuori, mi fa conoscere persone, situazioni, mondi, tutto materiale che poi torna utile quando si scrive. La letteratura mi costringe a fare i conti con la mia parte più intima, più nascosta. In realtà le vivo come le facce della medesima luna. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di raccontare storie. Cambia il mezzo, ma non il fine, che è quello, almeno per me, di provare a emozionare chi ci ascolta, legge o guarda”.

Se fossi costretto a scegliere tra scrivere e suonare, cosa vincerebbe?

“Domanda difficilissima, che aggiro dicendoti che sceglierei lo scrivere, se dentro ci rientra anche la scrittura di canzoni”.

Progetti a medio/lungo termine?

“Fortunatamente parecchi. Sto terminando una sceneggiatura e ho in cantiere il primo romanzo, che dovrebbe uscire nel 2017, ma per ora non vi posso anticipare nulla. Per quanto riguarda la musica sto terminando di lavorare al primo disco di cantautorato insieme a Andrea Di Marcoberardino, Simone Palmieri e Giampiero Ulacco. Inoltre ho da poco fondato in Abruzzo la Scuola Macondo, un polo di didattica artistica multidisciplinare dedicato alla scrittura e non solo, che è tra l’altro partner organizzativo del Premio Letterario Storie di Sport,  per dare la possibilità ai ragazzi della nostra regione di avere un punto di riferimento per le proprie ambizioni e i propri sogni. Cominceremo questa estate con alcuni laboratori gratuiti in previsione del Macondo Festival.

Sul quadrato con Roberto Camelia: “Affrontate le sconfitte con ironia, nello sport e nella vita”

Sul quadrato con Roberto Camelia: “Affrontate le sconfitte con ironia, nello sport e nella vita”

Sarebbe troppo facile e forse più scaltro, mediaticamente parlando, farci raccontare dall’”arbitro con la protesi” come sia avvenuto l’incidente, farci raccontare una tragedia per lasciar salire un brivido sulla schiena, ma non lo abbiamo fatto per un motivo ben preciso. Perché per far salire un brivido sulla schiena bastano altre immagini, bastano alcune massime per capire la grandezza di saper ricominciare a vivere dopo una batosta del genere, conta il sorriso di un uomo a tutto campo: il sorriso di Roberto Camelia.

Premessa: divideremo l’intevista in round, necessario per porre alcune domande a un arbitro di pugilato.

Primo Round – L’esperienza da pugile: cosa ti ha portato a decidere di voler fare l’arbitro nel 2010?

 A dire il vero questa è una domanda che mi fanno spesso, perché in effetti quella dell’arbitro è una professione molto difficile; se ne parla poco e se ne parla male, per me è una passione, una scelta di vita che mi ha permesso di rimanere sotto un’etichetta differente, non quella dell’atleta ma di ufficiale di gara, che comunque respira e vive di adrenalina e trance agonistica attraverso l’azione degli altri.

Secondo Round – Osservare un sport da spettatore interessato, da attore non protagonista, sul ring ma non per combattere: cosa si prova?

 Il nostro compito? Essere imparziali, vivere la gara in terza persona come un normale evento sportivo, senza compromettere nulla e senza essere partecipe in maniera diretta delle emozioni di uno o dell’altro. Bisogna assisterli per assicurarsi che vengano rispettate le regole e tutelata l’integrità fisica. Il compito principale a cui noi aspiriamo è un servizio imparziale.

Terzo Round – L’episodio più divertente che ti sia accaduto da quando sei diventato per tutti ‘l’arbitro con la protesi’

Vi racconterò un episodio un po’ colorito. Mi ricordo che, subito dopo essere tornato sul quadrato, c’era molta attenzione nei miei confronti. Durante una riunione, non appena finì e tutti scendemmo dal ring per andare via, mi si avvicinò un bambino chiedendomi se fosse vero che io avessi una gamba Io mi ricordo di avergliela fatta toccare, tanto che lui fece una faccia esterrefatta e guardandomi negli occhi esclamò: ‘M******!’. Avrà avuto dieci anni, ma dalle nostre parti è un’espressione che si usa spesso.

 Il mondo della disabilità del resto è molto ironico, sai quante volte mi hanno detto “Mi raccomando, partiamo col piede giusto” oppure “Oggi non facciamo passi falsi”? Vi è un certo folklore e l’ironia è il modo vincente per parlare di certe cose. E’ la chiave vincente per sensibilizzare le persone, anche in maniera simpatica, parlando di un dramma. Vedere il rovescio della medaglia con un sorriso può avvicinare molta più gente, che è l’obiettivo di tutti quelli che si occupano di sport nella vita.

Quarto Round – Come è cambiata la tua vita, da arbitro, nel momento in cui hai scelto di tornare in campo?

 Vi è un’attenzione massima verso l’integrità degli atleti e una voglia ancora maggiore di cercare di essere un arbitro il più possibile vicino alla normalità. Cerco questo curando dettagli, allenandomi molto e cercando di pulire, affinare tecniche per fare in modo che non vi siano dubbi sulla mia professionalità e sul servizio che io come altri arbitri diamo sul ring.

Quinto Round – Se dovessi lanciare un messaggio agli appassionati di sport che faticano a riprendersi da infortuni o traumi, quale sceglieresti?

Il dolore si può raccontare in mille modi, ma la chiave più familiare credo sia quella dell’ironia, con cui puoi arrivare anche ai bambini. Il mio incidente è stata un’esperienza che fa parte della vita di tutti i giorni e pertanto non deve essere vissuta come una cosa che ti ha cambiato per sempre. A volte nella vita ci sono, come nello sport, dei risultati ingiusti che vanno accettati, metabolizzati per riuscire a fare meglio poi in futuro. Ci saranno sempre cose che non ci andranno bene, ma serviranno da stimolo e serviranno per il futuro. Le sconfitte aiutano a capire cosa fare e come fare a vincere, così come nella vita anche nello sport.

 

Dagli sport rurali al ring: Paulino Uzcudun, il “Toro Basco”

Dagli sport rurali al ring: Paulino Uzcudun, il “Toro Basco”

13515435_10209941407874412_40088121_n

Vissuto per quasi tutto il ventesimo secolo, Paulino Uzcudun fu il più grande peso massimo della storia di Spagna.

Nato nel 1899 nel Paese Basco, la regione ai piedi dei Pirenei, divisa tra Francia e Spagna, dalla forte connotazione indipendentista, Paulino fece onore alle proprie origini divenendo un fortissimo “Aizkolari”, ossia un atleta di sport rurali baschi che si dedica al taglio netto del legname con l’ascia, una specialità che richiede grandissima forza e tecnica affinata.

La sua carriera da pugile cominciò a Parigi, a ventuno anni, dove era arrivato senza parlare una parola di francese e nemmeno di spagnolo, poiché a casa sua si comunicava solo in “euskera”, la lingua basca.

Nella stessa luminosa metropoli, quattro anni più tardi, Paulino avrebbe conquistato il titolo di Spagna, ai danni del catalano Jose “Kamaloff” Teixidor, nei fatti lanciandosi, con la sua tipica lena di combattente basco, alla conquista del titolo EBU, ottenuto nel maggio del ’26 ai danni del nostro grande Erminio Spalla, davanti al pubblico amico della Monumental Plaza de Toros di Barcellona.

Iniziò così il suo fiorente periodo oltreoceano, con grandi trionfi nell’isola di Cuba, in Florida ed in tutti gli Stati Uniti.
In occasione del suo incontro con Tuffy Griffiths, tale era la sua fama che Al Capone, a quel tempo re di Chicago, lo volle al proprio tavolo.

Grande è il numero dei match di prestigio sostenuti da Uzcudun: nel 1931 batté ai punti un acerbo Max Baer, nel primo incontro di valore sostenuto a Reno sin dai tempi di Johnson-Jeffries.
In venti round disputati sotto il sole e con 35 gradi, Uzcudun perse nove chili!

Per due volte affrontò il nostro Primo Carnera, sempre perdendo, ma arrivando in entrambe le occasioni al termine delle riprese previste, la seconda a Roma, davanti a Mussolini, il quale aveva chiesto al Gigante di Sequals una vittoria per KO, non venendo giocoforza accontentato.

Tre furono le battaglie col grande pugile teutonico Max Schmeling: una persa allo Yankee Stadium, una pareggiata a Barcellona ed una perduta a Berlino.

La sua straordinaria carriera si chiuse nel dicembre del 1935, davanti ai quasi ventimila spettatori del Madison Square Garden, contro un ventunenne Joe Louis che già si trovava in piena ascesa all’Olimpo del pugilato mondiale.

Alla terza ripresa, un montante al cuore del “Toro Basco” tagliò il respiro all’americano, il quale fu salvato dalla campana trovando, passato il momentaneo smarrimento, la devastante combinazione che spezzò la mascella di Uzcudun, costringendo l’arbitro ad interrompere l’incontro.

Fu l’unico KO subìto in carriera dal grande peso massimo spagnolo.
Dopo l’incontro Paulino ammise di non aver mai incontrato un pugile come Joe Louis e di non aver nemmeno creduto che potesse esistere uno come lui.

Si ritirò dal pugilato con le seguenti, orgogliose parole: “Sono caduto al tappeto per la prima ed ultima volta!”

Rientrato in patria e passati gli anni turbolenti della Guerra Civile, alla matura età di cinquantadue anni, per l’epoca, Uzcudun contrasse matrimonio con una ragazza madrilena, dalla quale avrebbe poi avuto quattro figli.

Uzcudun era di carattere gioviale, serissimo nell’allenarsi, ma portato a gozzovigliare e festeggiare.
Secondo lo scrittore Manuel Alcantare, che lo conobbe da molto anziano, “parlava una simpatica lingua che ricordava lo spagnolo, ma che era arricchita da un misto di parole inglesi e basche”.

Negli ultimi anni di vita l’arteriosclerosi ottenebrò la sua mente che, nella nebbia dell’età senile, perse il ricordo degli alti momenti di gloria difficilmente eguagliabili, durante i quali combatté con ben otto campioni del mondo.

In serenità e circondato dai propri figli, Paulino Uzcudun si spense il 4 luglio del 1986, a quasi ottantasette anni d’età.

Il Cinema racconta la Boxe, così il Pugilato merita l’Oscar

Il Cinema racconta la Boxe, così il Pugilato merita l’Oscar

Dal ring al cinema, la “noble art” incontra (sempre più spesso) la settima arte. Il risultato, in questo caso, è il godibile volume Il cinema racconta la boxe (Ultra edizioni, 189 pagine, 16 euro) scritto da Francesco Gallo, autore “che si occupa di storia contemporanea, per lo più in rapporto allo sport e al cinema”, si legge nella presentazione. Il risultato del suo lavoro è un volume ricco di aneddoti e curiosità che ripercorre, con dovizia di particolari, le vicende degli eroi del ring sul grande schermo (come recita il sottotitolo), consentendo al lettore di immergersi sia nella storia del pugilato internazionale sia, appunto, in quella di un cinema senza età.

il-cinema-racconta-la-boxe

Da Buster Keaton ad Alfred Hitchcock, da Luchino Visconti a Martin Scorsese, molti grandi autori hanno voluto raccontare uno sport che, più di tutti gli altri, definisce al meglio l’incessante lotta tra il bene e il male. Senza dimenticare che l’identificazione con i suoi protagonisti che, ieri come oggi, rimane fortissima. Merito (anche) delle vicende del famigerato Jack La Motta, un uomo dal carattere brusco e complesso, immortalato nel capolavoro di Scorsese del 1980 “Toro scatenato” (ispirato dall’autobiografia “Raging bull: my story”, con l’adattamento di Paul Schrader e Mardik Martin). Protagonista della pellicola, un giovanissimo Robert De Niro che, nell’interpretare l’ascesa e la caduta del pugile peso medio italo-americano fu costretto – per esigenze di copione – a metter su trenta chili così da poter dare anima (e soprattutto corpo) a un Jack La Motta invecchiato. Risultato? Premio Oscar come miglior attore protagonista (e Oscar al montaggio di Thelma Schoonmaker).

million-dollar-baby-2004-14-g

E ancora, tra i cineasti che hanno omaggiato la boxe è impossibile non citare Clint Eastwood, che nel 2004 ha diretto, interpretato nonché prodottoMillion dollar baby, film vincitore di quattro premi Oscar (miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista Hilary Swank e miglior attore non protagonista Morgan Freeman). La pellicola – tratta dal romanzo Lo sfidante di F.X. Toole – vede irrompere la trentenne Maggie Fitzgerald (Swank) nella vita dell’anziano manager di pugilato Frankie Dunn (Eastwood), con l’intento di diventare una campionessa di boxe. L’alchimia che li unisce darà risultati inaspettati, però si piange. Eccome.

rocky

Ovviamente, quando si parla di boxe e cinema non si può dimenticare l’affascinante saga di Rocky (il primo film, diretto da John G. Avildsen, è datato 1976 e si è aggiudicato tre premi Oscar), intrepretato da Sylvester Stallone, né una pellicola – decisamente meno fortunata – come “Cinderella man”, diretta nel 2005 da Ron Howard con protagonista un più che allenato Russel Crowe, qui nei panni di Jim Braddock, pugile irlandese cresciuto nelle strade. Da recuperare.

cinderella man

 

Nino Benvenuti, il pugile istriano che incantò Ali

Nino Benvenuti, il pugile istriano che incantò Ali

13515435_10209941407874412_40088121_n

Nel 1954 si chiudeva il cerchio di sofferenza di chi era divenuto ospite, sempre più precario, in casa propria: l’esodo istriano fu una delle tante pagine tragiche originate dall’ottusità e dalla follia che fecero da combustibile al secondo conflitto mondiale.

Costretto a fuggire con i propri averi in un sacco, con al fianco i genitori e i fratelli a completare il triste quadro, un giovanissimo e promettente pugile d’Isola d’Istria di nome Giovanni  lasciava la bella casa di famiglia per un incerto futuro che partiva da un fangoso campo di raccolta per profughi.

Nino, com’era chiamato, conosceva bene la strada fino a Trieste. La faceva da anni, in bicicletta, per andarsi ad allenare; cinquanta chilometri al giorno per migliorarsi, per sfruttare quell’immenso talento che gli permetteva di dominare la scena pugilistica giovanile delle terre dalmate e giuliane.

Dall’Accademia Pugilistica Triestina, quindi, egli riprese la difficile strada, tutta in salita, del deportato.

Il suo record d’incontri, immacolato sin dall’esordio, si macchiò in Turchia nel 1956, a fronte di un verdetto molto contestato; in quello stesso anno dovette sopportare l’esclusione dai giochi di Melbourne e, soprattutto, la morte della madre, la cui improvvisa dipartita rischiò di fiaccarne il grande spirito combattivo.

Al contrario, incassati i duri colpi di quell’anno infausto, Giovanni “Nino” Benvenuti inanellò una nuova, infinita serie positiva che gli permise di partecipare alla splendida olimpiade romana del 1960, una delle più belle e ricche edizioni di tutti i tempi.

bio3

Benvenuti, esule istriano ventiduenne, scese di categoria per stare nei welter e dominò la competizione davanti ai propri connazionali, aggiudicandosi uno splendido oro che gli valse, inoltre, il riconoscimento come miglior pugile della kermesse, ulteriore gratificazione data la concorrenza, nei mediomassimi, di un certo Cassius Clay, il futuro Muhammad Ali.

Entrato dalla porta principale nel professionismo, continuò la progressione vincente di una carriera che già si era dipanata nel massimo fulgore tra i dilettanti, conquistando il titolo italiano dei pesi medi e, soprattutto, tornando nei superwelter per strappare e difendere il titolo mondiale in due epici incontri, entrambi del 1965, con Sandro Mazzinghi, altro grandissimo pugile italiano.

Conseguito, l’anno successivo, il titolo EBU dei medi, vinto in Germania sul detentore Jupp Elze, il quale tre anni più tardi avrebbe tristemente trovato la morte sotto i colpi di Juan Carlos Duran, Benvenuti volò in Corea del Sud per mettere in palio il proprio titolo mondiale dei superwelter.

In un ambiente infuocato, davanti al presidente coreano, il pugile di casa Ki-Soo Kim diede battaglia per gran parte dell’incontro, finendo per trovarsi in difficoltà con l’avanzare delle riprese quando, con la grande stanchezza, la superiore classe di Benvenuti cominciò a palesare il segno del divario tra lui e l’asiatico.

nino_benvenuti_01-530x317

Nel momento di massimo forcing del pugile italiano, durante il tredicesimo round, una forte esplosione squassò l’aria e zittì il pubblico, fermando l’azione del nostro campione: le molle angolari che reggevano le corde si erano violentemente schiantate, lasciando il ring senza perimetro e costringendo l’arbitro a fermare il match.

I dieci minuti d’interruzione furono l’insperata salvezza per il coreano, che riuscì ad arrivare al termine ed ebbe un pesante aiuto da due dei tre giudici. Con una sanguinosa split decision terminava la lunghissima serie di vittorie del nostro atleta.

Gli eventi di Seoul non fermarono la rincorsa alla grandezza di Nino, che presto avrebbe incontrato l’avversario con il quale, in una trilogia di leggendari match, avrebbe fatto leva su arene infuocate, chilometri di carta stampata, sangue e sudore per entrare di diritto nella storia del pugilato.

Emile Griffith, campione dei pesi medi, si vide strappare la cintura in un Madison Square Garden entusiasta, se la riprese nel Queens in virtù di una decisione maggioritaria ed infine la restituì all’italiano dopo altre soffertissime quindici riprese, il 4 marzo del ’68. I tre incontri si erano disputati nell’arco di soli undici mesi.

Raggiunto il tetto del mondo, Nino Benvenuti difese i propri titoli per quattro volte, fino allo schianto sull’invalicabile muro argentino di nome Carlos Monzon.

Alla fine della rivincita persa con Escopeta, due settimane dopo il proprio trentatreesimo compleanno, Nino Benvenuti decise di appendere i guantoni al chiodo e chiudere una carriera immensa.

Il bell’aspetto, la personalità gioviale ed espansiva ne favorirono il lancio nel cinema ed in televisione.

Sposatosi due volte, Nino è padre di sei figli.

Da anni è una presenza fissa a bordo ring nei match più importanti che si svolgono in Italia eppure io, che raramente salto una riunione di richiamo e che non posso nemmeno contare le volte che l’ho visto commentare gli incontri dal vivo, non sono mai riuscito a parlargli.

Una volta, credo quattro o cinque anni fa, non ricordo se si trattasse di Padova per l’Europeo tra Boschiero e De Vitis o di una piazza romagnola per un incontro di Signani, lo incrociai all’uscita dai bagni.

3627418-krRF-U43130425330541ivG-1224x916@Corriere-Web-Roma-593x443

Essendo egli dell’età di mio padre, avevo sino ad allora avuto la sensazione che, incontrandolo, avrei provato quel misto di tenerezza e affetto che normalmente si nutre per chi si avvii verso l’ottantina.

Mi feci rispettosamente da parte, ricevendo da lui il cordiale e franco sorriso di un uomo senza età e mi resi conto che quella dritta figura e quelle mani forti appartenevano ancora ad un pugile di tutto rispetto e non erano connotato di chi si potesse definire ‘anziano’.

Guardandolo tornare alla postazione televisiva, non mi fu difficile immaginare lo stesso ragazzo col ciuffo ribelle che lasciava silenzioso la propria terra, che correva ogni mattino alle gelide folate di bora, che affrontava con rabbia e lealtà i mille combattimenti, che costringeva l’intera nazione a svegliarsi nel cuore della notte affinché potesse sognare con le sue grandi imprese d’oltreoceano.

La prossima volta che lo incontrerò, gli chiederò di stringermi la mano, perché nella sua storia di riscatto, c’è l’alito vitale di quella religione che noi chiamiamo pugilato.

bannerpamich

 

Hector Macho Camacho: Commediante, eccentrico, imprevedibile, volubile

Hector Macho Camacho: Commediante, eccentrico, imprevedibile, volubile

13515435_10209941407874412_40088121_n

La capigliatura follemente pettinata e colorata, il look estroso e anticonvenzionale: Hector Macho Camacho ha spaziato per oltre vent’anni nel panorama pugilistico internazionale, come un razzo latino con la scia di colori blu, bianco e rosso.

I colori degli Stati Uniti, che però sono gli stessi di Portorico, isola che gli aveva dato i natali il 24 maggio del 1962.

Sua madre Maria, separatasi dal padre, si trasferì col figlio a Spanish Harlem, nella cintura urbana di New York, quando Hector aveva tre anni.

Ragazzo di strada nella metropoli violenta degli anni settanta, cominciò una carriera di piccolo furfante, dimostrando ottima propensione per il taccheggio e il furto d’auto.

Il combattimento divenne il suo pane quotidiano, spingendolo ad abbracciare il pugilato a soli dieci anni.

Mancino di grande fantasia, contava su un’indipendenza di gambe portentosa; molto spesso sorprendeva gli avversari con movimenti rapidissimi ed archi a 180 gradi che lo facevano riapparire sul fianco opposto rispetto a quello in cui cominciava la serie.

Vinse due Golden Gloves e cominciò di gran carriera il professionismo.

Per dodici anni e trentotto match rimase imbattuto, conquistando i mondiali dei superpiuma e dei leggeri; li difese contro grandi nomi, quali Ray Mancini, Freddie Roach (quel Freddy Roach!), Ramirez, Rosario, Torres e Pazienza.

Perse con Haugen, ma si prese subito la rivincita.

Riprese con un’altra serie di vittorie, ma poi perse con Julio Cesar Chavez e Felix Trinidad, a mio parere pugili di altro livello rispetto al suo, ma cui diede ugualmente grande battaglia.

Figura molto controversa ebbe, oltre i tanti estimatori, anche molti detrattori. Tra tutti Bert Sugar, il quale, disse una volta, lapidario: “Camacho si veste come Tarzan, ma poi combatte come Jane!”

Nel 1997 e nel 2001 ebbe il grande onore di porre termine a due tra le più grandi carriere della storia dello sport, quelle di Ray Leonard e di Roberto Duran.

Passò agli annali la sua risposta ad una giornalista che gli chiedeva quanto tempo di astensione dal sesso osservasse prima dei match: “I stop two hours before a fight!”. Smetto due ore prima.

Lontano dal ring la sua vita era stata la classica fiamma di pazzia latina tutta festa, alcol e droga, ma dopo il ritiro del 2010, avvenuto a dieci giorni dal suo quarantottesimo compleanno, Hector Macho Camacho sembrava aver trovato una sorta di calma equilibrante che potesse permettergli di godersi i suoi anni migliori.

Non fu così.

A fine novembre del 2012, in giro per Portorico con un amico e con nove pacchetti di cocaina a bordo, fu coinvolto in una sparatoria: il suo amico, Adrian Mojica Moreno, rimase ucciso sul momento, mentre Camacho sopravvisse per quattro giorni.

Un proiettile gli era entrato nella parte sinistra della faccia, spezzando le vertebre del collo e conficcandosi nella spalla.

Tenendo fede alla grande capacità d’incassare che gli era stata propria per tutta la carriera, Camacho prolungò il proprio respiro a dispetto del fatto che, ormai, fosse già morto.

Aveva cinquant’anni.

Al momento della dipartita, gli sopravvivevano quattro figli e due nipoti.

Durante la funzione religiosa, una ventottenne in abiti succinti fece irruzione baciando ed abbracciando Camacho attraverso la bara lasciata aperta, attribuendosi l’identità di fidanzata ufficiale, scioccando la seconda moglie del campione e venendo allontanata dai familiari più stretti.

Anche da morto, Macho Camacho fece di tutto per non ritirarsi in buon ordine.

Marciano vs Ali, quando la tecnologia fece sfidare sul ring due leggende

Marciano vs Ali, quando la tecnologia fece sfidare sul ring due leggende

Rocky Marciano vs Muhammad Ali. Due grandi campioni, due grandi icone del mondo del pugilato. I loro nomi sono leggenda, le loro storie continuano ad appassionare migliaia di sportivi nonostante sia passato molto tempo.

Tanti gli aspetti da raccontare sulle luminose carriere di questi personaggi, così diversi e così uguali. Diversi dal punto di vista tecnico: Ali decisamente più elegante ed aggraziato, Rocky meno tecnico ma più arcigno e potente dal punto di vista fisico. Uguali perchè due veri campioni. Due campioni di pesi massimi accomunati dal fatto di essere rimasti imbattuti durante l’intera carriera.

Ai tempi tutti gli appassionati del mondo del pugilato dibattevano su chi tra i due pugili fosse il più forte. I fan si dividevano, per alcuni il gancio destro di Rocky era forte “come un treno a tutta velocità” e Ali non avrebbe avuto scampo, per altri Marciano non poteva competere con l’estro di Cassius Clay.

Fu così che bel 1966 venne organizzata l’inedita sfida tra titani: il ‘Super Fight’ tra Muhammad Ali e Rocky Marchiano. Un incontro, il cui esito, fu elaborato da un sistema informatico prodotto e gestito da un’azienda di Miami. Al progetto presero parte matematici ed esperti del settore. Murray Woroner, ideatore dello scontro virtuale, coinvolse decine di giornalisti e i migliori cinema del paese per la trasmissione della sfida in sala.

Rocky Marciano e Muhammad Ali avevano la loro copia virtuale, con tutti i punti di forza e i punti deboli inseriti accuratamente nei rispettivi profili. L’incontro sarebbe durato circa quarantacinque minuti e venne radiotrasmesso in diretta radio con tanto di cronaca e pubblico finto. Un vero e proprio capolavoro per gli strumenti di allora.

Il Super Fight tra Rocky e Ali divenne un grande evento mediatico da non perdere. I due pugili parteciparono come osservatori al duello leggendario, una sfida che come potete immaginare ha regalato grande equilibrio e spettacolo.

Ma chi riuscì ad imporsi? Vi posso dire che al nuovo campione servirono ben tredici round virtuali per mettere al tappeto il suo avversario. Woroner mise in palio una cintura in oro e tanti gioielli dal valore di dieci mila dollari per il vincitore.

Il Super Fight fu trasmesso in oltre 1500 sale cinematografiche in tutto il mondo e incassò ben cinque milioni di dollari.

Mettetevi comodi, non vi resta che (ri)gustarvi l’incontro.

 

 

Chi era Jackie McCoy, eroe silenzioso nel rumoroso mondo della boxe

Chi era Jackie McCoy, eroe silenzioso nel rumoroso mondo della boxe

13515435_10209941407874412_40088121_n

Il 13 gennaio del 1997 moriva di cancro Jackie McCoy, per quarantasei lunghi anni protagonista silenzioso nel mondo del pugilato.

Il suo nome dirà poco alla moltitudine di appassionati, ma sono le persone come Jackie che fanno della boxe il più affascinante sport del mondo.

Da peso piuma professionista era stato un onesto combattente, divenendo l’idolo locale nei circuiti pugilistici di fine anni ’40 della California del sud; durante il giorno, però, era costretto a lavorare come scaricatore di porto a San Pedro, un distretto marittimo di Los Angeles.

Le sue serietà, applicazione e disciplina tornarono immediatamente utili nell’intraprendere la carriera di allenatore: nel ’69 traghettò Mando Ramos al titolo mondiale. Questo al prezzo derivante dall’impegnarsi con un ragazzo problematico, che per metà degli allenamenti spariva, che veniva arrestato nei sobborghi di notte, che cadeva nell’alcol e nella droga con grande facilità.

Altri quattro pugili divennero campioni del mondo sotto la sua guida: Don Jordan, Carlos Palomino, Raul Rojas e Rodolfo Gonzalez.

Anche Don Jordan, di carattere simile a Ramos, fu salvato molte volte dal proprio allenatore e ne ebbe a serbare un gran ricordo: “Tutto quel che ho nella vita, lo devo a lui!”

Finita la carriera da allenatore, Jackie divenne il miglior cutman in circolazione, l’uomo che ogni pugile vorrebbe avere al proprio angolo.

Don Fraser, il famoso promoter, usò queste parole come ultimo saluto a McCoy: “In tutti i miei anni di boxe, non ho mai sentito una parola negativa su Jackie. Trattava i suoi atleti giustamente ed anche quando i loro anni da pugili erano finiti, con lui restavano grandi amici

Palomino, il suo atleta più disciplinato, aggiunse in un’intervista come, dalle sue borse, McCoy non avesse mai preteso un dollaro, fino agli incontri validi per i titoli mondiali.

Jackie McCoy, vedovo e senza figli, è stato ormai dimenticato: in rete non si trovano articoli che lo ricordino, le numerose pubblicazioni di pugilato a cui sono abbonato non ne parlano, i suoi pugili hanno fin troppi problemi per rievocarne la memoria.

A quasi vent’anni dalla sua scomparsa, però, un manipolo di arditi lettori appassionati di sport e pugilato, ne rammenta le gesta di grande tecnico e uomo perbene.