11 Miliardi che non esistono ma che salvano spesso i bilanci dello Stato. La Ludopatia esiste davvero?

11 Miliardi che non esistono ma che salvano spesso i bilanci dello Stato. La Ludopatia esiste davvero?

La Fondazione Bruno Visentini dell’Università Luiss di Roma ha presentato il “Rapporto 2017” sulla percezione sociale del gioco d’azzardo in Italia con  un’analisi a livello territoriale, di genere, per classi di età e sociale del gioco fisico ed on-line in Italia, su un campione di 1.600 intervistati. Il risultato è che il 44% degli italiani maggiorenni ha scommesso almeno una volta nell’ultimo anno, ma solo lo 0.9% è da considerarsi un “gambler” problematico a forte rischio ludopatia. Gratta e Vinci, Lotterie e SuperEnalotto i giochi più amati.

La Fondazione sostiene che “la stragrande maggioranza dei cittadini ha un rapporto sereno con il gioco”. Il gioco preferito dagli Italiani continua a essere quello del Gratta&Vinci seguito dalla Lotteria Italia per le donne e dal Superenalotto per gli uomini, ma la percentuale maggiore di giocate è invece concentrata per quasi il 50% nelle Newslot e Videolottery.

Che lo stato italiano abbia molto più interesse ad incentivare il gioco piuttosto che frenarlo non è certo un mistero. L’industria de gioco, infatti, è una delle più floride in Italia, pari allo 0.6% del PIL nostrano e porta nelle casse dello stato italiano circa 11 miliardi di euro in gettito fiscale. Ergo, nonostante le campagne politche “politically correct” atte a limitare il gioco d’azzardo da parte di quasi tutti i partiti per prendere dei voti in più, difficilmente queste troveranno mai una vera e propria attuazione poiché vorrebbe dire far perdere il posto di lavoro a decide di migliaia di persone impiegate nel settore e soprattutto un grandissimo introito economico.

Un giorno col Giro: la vita vera di un paese attraversato dalla Corsa Rosa

Un giorno col Giro: la vita vera di un paese attraversato dalla Corsa Rosa

Sono a Momo, un piccolo comune del Novarese attraverso cui oggi passerà il Giro d’Italia. Sono in strada come raramente riesco a fare per una corsa che di solito seguo in televisione senza perderne una tappa. Sono in strada in un punto qualunque, un piatto rettilineo della  provinciale 17 che dal vercellese arriva al novarese per unire queste province piemontesi a quella di Varese in Lombardia attraversando poco più avanti, a Oleggio, il fiume Ticino. La carovana pubblicitaria è transitata da poco e tra una mezzora toccherà ai corridori: passeranno a oltre cinquanta all’ora e ci sarà poco da vedere, niente più di un attimo fuggente.

Nonostante questo ogni volta che il Giro o qualche corsa di una certa importanza passa non troppo lontano da casa voglio esserci. Non vado in bicicletta e devo spostare ogni volta che mi muovo oltre un quintale di peso, quindi non mi troverete mai su una grande salita, al massimo una partenza, come quella di Tirano di due anni fa o sulle tribune di un impianto fisso come quello allestito all’ippodromo di Varese in occasione dei Mondiali 2008, altrimenti televisore HD, dove si vede anche meglio, e poi volete mettere il racconto della corsa di Riccardo Magrini e Salvo Aiello, la magnifica coppia di Eurosport cui sono fedele da anni? Se la corsa è vicino a casa e ci si arriva a piedi camminando in piano, o in auto conoscendo le strade e non dovendo far code, allora non manco nemmeno in strada. Quindi eccomi, qualche centinaio di metri più avanti l’incrocio principale di Momo. Ci sono arrivato attraverso una strada secondaria che attraversa i campi e mi son trovato un posto dove ci sono ben poche persone visto che per un solitario come me la piccola folla dell’incrocio era già eccessiva.

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Ci sono due ragazzi della locale Protezione Civile che fermano le auto, attenti ed efficienti, l’autista della cisterna di una vicino produttore di gorgonzola che terminato il giro del latte, che non conosce feste, dovrebbe rientrare in azienda ma è bloccato dal Giro e pochi altri automobilisti. Qualche abitante delle rare villette della zona inizia ad affacciarsi alle finestre o a mettere il naso fuori dai cancelli dei giardini. Si aspetta.

Dalla radio della Protezione Civile si viene sapere che tra i mezzi bloccati c’è un furgone che deve portare i pasti a una vicina casa di riposo. Un breve conciliabolo e il responsabile della viabilità in quella zona ne autorizza il passaggio, raccomandando di far attenzione a far passare solo lui. Arriva qualche altro automobilista. Qualcuno attende, altri girano e provano itinerari alternativi. Una signora che abita in zona parcheggia, su consiglio del volontario, e, non interessata per nulla al passaggio dei corridori, si avvia a piedi verso casa. Un altro scende e si lamenta a gran voce, sostiene che in Italia lo sport sia intoccabile e che per lo sport e solo per lo sport, qualsiasi cosa sia fattibile, lamenta che il giorno precedente per l’arrivo al Santuario di Oropa la Città di Biella sia rimasta chiusa dalle otto della mattina alle otto di sera. Nessuno gli da retta.

Arrivano le prime staffette della Polizia Stradale e le prime auto dell’organizzazione, qualche vettura di quelle che portano gli ospiti transita veloce. Sirene, ancora staffette e appaiono in fondo al rettilineo i primi corridori, la fuga del mattino che sta cercando di andar via, la tappa è partita da poco, tirano a tutta. Una trentina di secondi dopo sfreccia il gruppo, preceduto da altri due ciclisti che cercano di avvantaggiarsi. Sfrecciano tutti rapidissimi, impossibile distinguere i campioni, quelli che tutti a bordo strada vorrebbero vedere. Qualche foto veloce col telefono, contro sole, non verranno un granché ma devono solo essere un ricordo non un’opera d’arte. Arrivano le ammiraglie, le auto mediche, le ambulanze, e ultimo transita il fine corsa.

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E’ passato il Giro, su una strada qualunque in un punto qualunque della pianura, ma sono passate anche tutte le storie leggendarie che lo circondano, tutte le emozioni e le discussioni che ci ha regalato dai tempi della prima edizione, nel 1909. Qualche minuto e la Protezione Civile riaprirà la strada. Io sono già parcheggiato nella via traversa però e posso già andare, mezzora e sarò di nuovo a casa, una birra, il pranzo e la televisione accesa con  Magrini&Aiello che raccontano.

Calcio Femminile: quando le ragazze ci insegnano a lottare

Calcio Femminile: quando le ragazze ci insegnano a lottare

Anche per il calcio femminile siamo quasi agli sgoccioli e già sono stati emanati i primi verdetti che vedono il Sassuolo salire in Serie A, il Chieti tornare in B e il Pescara guadagnare la salvezza nella serie cadetta. Di questo traguardo abbiamo parlato con una delle protagoniste: la centrocampista biancazzurra Melania Colantonio.

Melania, che sapore ha questa salvezza?

“La salvezza per me ha un sapore incredibile. Abbiamo lottato fino alla fine e ce l’abbiamo fatta. Svegliarsi questa mattina con il sapore della salvezza addosso è stato fantastico”.

La gara più difficile della stagione?

“La partita più difficile è stata quella con il Padova C.F. Venivo da un infortunio al piede e non ho potuto dare il mio contributo totalmente. Abbiamo perso 2-0 e creato numerose palle goal, troppe. Sono entrata nel secondo tempo, ho messo il cuore in tasca e pedalavo sulla fascia, ma non è bastato”.

Quali i punti di forza della squadra?

“I punti di forza della nostra squadra sono stati il gruppo unito, passionale, semplicemente fantastico. L’umiltà, il carattere, il fatto che non abbiamo mai mollato, il lavoro; allenarsi duramente per migliorarsi”.

Dove si può o si deve migliorare per il prossimo anno?

“Per il prossimo anno sicuramente avremo già dodici mesi di esperienza alle spalle nella serie B nazionale e ciò farà si che certi errori che abbiamo commesso non si ripeteranno. Cercheremo di impegnarci di più, continuando il lavoro che abbiamo fatto fino a qui”.

Perchè Melania ha scelto il calcio come sport?

“Ho scelto il calcio da quando ero una bambina. Avevo 6 anni, e il calcio mi ha sempre entusiasmata, emozionata. Quando ho un pallone tra i piedi il tempo passa in un secondo”.

Da grande Melania sarà…

“Da grande vorrei fare la calciatrice e portare sempre più in alto la maglia del Pescara che è la mia seconda pelle. In bocca al lupo a tutte noi”.

 

Bert Trautmann: Giocare e vincere con il collo rotto

Bert Trautmann: Giocare e vincere con il collo rotto

Tutto comincia in una zona borghese di Brema nel 1923, nella quale il giovane Bernhard Trautmann inizia a praticare sport a livello amatoriale, pallamano, atletica e calcio, tutti con grande successo, tanto da unirsi, nel 1933, alla Jungvolk, associazione giovanile che confluirà nella cosiddetta “Gioventù Hitleriana”. Nel ’41 però, con la Guerra che imperversa, Bernhard è costretto ad arruolarsi, e inizia a lavorare come apprendista meccanico, prima di unirsi alla Lutwaffe come paracadutista. Viene spedito prima in Polonia e poi in Ucraina, ricevendo alla fine delle due missioni ben 5 medaglie al valore, compresa una Croce di Ferro di prima classe. La guerra sta volgendo al termine, e per Trautmann si prospetta un’ultima missione, in Normandia questa volta, consapevole che dovrà affrontare lo sbarco dei soldati americani, decisamente più numerosi e organizzati.

Dopo essere sopravvissuto al devastante bombardamento di Kleve, comprendendo l’imminente pericolo, decide di scappare, facendo attenzione però ad evitare sia l’esercito statunitense che quello tedesco, che potrebbe considerarlo un disertore punibile con la fucilazione. Pochi giorni dopo però, due soldati americani lo catturano, ma Bernhard riesce incredibilmente a scappare. Incontra però un soldato inglese, che, come ha raccontato più volte, gli rivolge queste parole “Ciao Fritz, voglia di un tazza di tè?”. Viene catturato e, dopo un lungo girovagare fra i campi per prigionieri di guerra di mezza europa, arriva in nel campo di Ashton-in-Makerfield, nei pressi di Wigan, Inghilterra. Qui finalmente Bernhard, il cui nome viene inglesizzato per problemi di pronuncia in Bert, può finalmente riprendere l’attività sportiva, giocando nella squadra del campo come centrale difensivo, fino a quando in un’amichevole contro i dilettanti dell’Haydock Park un brutto infortunio lo costringe a posizionarsi fra i pali, scelta quanto mai fortunata per il prosieguo della sua carriera.

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Nel ’48 il campo di prigionia chiude, e inaspettatamente Trautmann rifiuta la proposta di rimpatrio stabilendosi ad Huyton, alternando il lavoro in una fattoria all’attività calcistica in quarta serie con il St Helens Town.

Le eccellenti prestazioni del gigante tedesco in quarta serie gli valgono l’inaspettata chiamata dalla First Division, firma infatti il 7 ottobre 1949 il suo primo contratto da professionista con il Manchester City, e diventa il primo giocatore della storia del calcio inglese ad indossare scarpe da gioco del marchio Adidas, data la sua vecchia amicizia con il proprietario della fabbrica tedesca, Adolf Dassler.

Tutte le tifoserie, compresa la sua, però, non vedono come sia possibile rimpiazzare il grande portiere colonna dei Citiezens e della nazionale, Frank Swift, con un tedesco, considerato da tutti, a ragion veduta, un nazista. Contro il Fulham, a Londra, città devastata dai bombardamenti, la tensione è alle stelle: l’intera nazione segue con estrema attenzione la partita del Craven Cottage. Tutti hanno gli occhi puntati su Trautmann e su cosa potrebbe accadere con l’ostile pubblico londinese. La partita si mette subito male, il Fulham passa in vantaggio, sembra l’inizio di un monologo bianconero, ma Trautmann erige una diga davanti alla sua porta e decide che è arrivato il suo momento. La partita è epica, con il gigante tedesco che respinge ogni attacco avversario, alla fine il City perde con un dignitoso 1-0 ma la scena più appagante è quella dell’intero Craven Cottage che regala la standing ovation al portiere.

Dopo alcuni anni altalenanti, di cui uno passato in Second Division, Trautmann si impone come uno dei migliori portieri del campionato, e i Citizens rifiutano un’importante offerta per lui da parte dello Schalke 04. Nella stagione ’54-’55 arriva la prima grande occasione, a Wembley Manchester City e Newcastle si giocano la finale di FA Cup. Gli Skyblues però, molto probabilmente sono ancora troppo inesperti, e devono soccombere alla maggior abitudine a palcoscenici importanti del Newcastle, già vincitore delle edizioni ’51 e ’52.

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Poco male, perché l’anno successivo la squadra è pronta a compiere il salto di qualità, a Wembley questa volta c’è il Birmingham. Bert, che ha giocato un’annata straordinaria, è stato nominato poco prima del fischio d’inizio Footballer of the Year dalla Football Writers’ Association. La partita è spettacolare, con il City che va in vantaggio quasi subito, il Birmingham pareggia poco dopo, ma nel secondo tempo Dyson e Johnstone ristabiliscono il vantaggio, portando il risultato sul 3-1. Ma nulla è finito, anzi, il Birmingham si getta in avanti alla disperata e Trautmann è costretto agli straordinari, specie quando un pallone profondo penetra in area di rigore per Peter Murphy, i due si gettano a capofitto, ma nello scontro Trautmann, che è riuscito a prendere la palla, ha nettamente la peggio, viene colpito alla testa e cade privo di sensi a terra. I medici lo rianimano con i sali, dopo qualche minuto, avverte un fortissimo dolore al collo, ma non essendo previste le sostituzioni decide di rimanere in campo, riuscendo in qualche modo a terminare la partita. Alla consegna della medaglia risponde in maniera alquanto rassicurante al Principe Filippo, che vuole sincerarsi delle sue condizioni, di avere solo un banale torcicollo.

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Tre giorni dopo, dopo aver avvertito ininterrottamente dolore al collo, decide di recarsi all’ospedale di Manchester per accertarsi delle proprie condizioni. Qui, decisamente sbigottito, il medico, dopo averlo visitato, fa notare a Trautmann come avesse cinque vertebre del collo dislocate, una delle quali addirittura spaccata a metà, e che sarebbe potuto letteralmente morire da un momento all’altro. L’operazione sembra la via più logica, e dopo un intervento perfettamente riuscito si prospetta una lunga convalescenza che lo farà tornare a calcare i campi di gioco solamente nella stagione 1957-58. La carriera di Bert procede seguendo l’altalenante andamento del suo City fino al 1964, anno in cui si ritira, venendo celebrato con una amichevole tra calciatori ed ex calciatori di Manchester United e Manchester City, tra i quali spiccano Denis Law, Sir Bobby Charlton, Sir Stanley Matthews e Jimmy Armfield.

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Considerato uno dei più forti portieri dell’epoca, come ammesso dallo stesso Lev Yashin, Bill Shankly e Gordon Banks, l’unico neo di una carriera ad altissimo livello sarà il pessimo rapporto con la propria nazionale, le cui porte gli furono chiuse dall’allenatore dell’epoca Sepp Herberger, che non accettò mai il fatto che giocasse in un campionato straniero. Si concederà due fugaci apparizioni con i dilettanti del Wellington Town, prima di passare definitivamente alla panchina, allenando nelle serie minori inglesi e tedesche, e successivamente le nazionali di Birmania, Tanzania, Liberia e Pakistan, salvo poi ritirarsi nel 1983 a vita privata in Germania, con la seconda moglie, e dal 1990 a La Llosa, nei pressi di Valencia, con la sua terza ed ultima moglie. Morirà nel 2013 proprio in Andalusia, venendo ricordato da numerosi sportivi e dal presidente della federcalcio tedesca come uno dei migliori portieri d’ogni tempo.

 

State of Origin, la “guerra” che ferma l’Australia

State of Origin, la “guerra” che ferma l’Australia

C’è un momento in cui l’Australia si tinge di maroon e di blue, nel quale tutto il Paese vive e respira solo questi due colori, fino a fermarsi totalmente. L’ora dello State of Origin sta per scoccare.

Lo State of Origin è la competizione di rugby league (rugby a 13) più attesa dell’anno ed è, probabilmente, l’evento più importante al mondo di questo sport. Una serie al meglio di tre partite tra la rappresentativa dello Stato del Queensland (i Maroons) e quella del Nuovo Galles del Sud (i Blues), con giocatori selezionati dalle 16 squadre della National Rugby League (NRL). I colori sono quelli delle rispettive uniformi di gioco, le jerseys. Colori della vecchia maglia della nazionale australiana di rugby prima dell’adozione dell’attuale verde-oro.

È la più grande rivalità sportiva d’Australia. Stadi esauriti in ogni ordine di posto e milioni di persone incollate ai teleschermi di case e pub. Gli incontri sono duri, spettacolari, esaltanti. Gli sponsor pubblicizzano ogni spazio disponibile.

Una rivalità con radici lontane, che nasce dai sentimenti dell’epoca coloniale, tra il Nuovo Galles del Sud, la Mother Colony, e il Queensland, il cugino povero. Rivalità acuita dall’emigrazione di lunga data dei Queenslanders verso il ricco Stato confinante, in particolare, da parte dei giocatori di rugby league (sport principe per entrambi) che hanno lasciato la propria terra per militare nei ben più prestigiosi club di Sydney.

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Dal 1908, data di istituzione del primo torneo di rugby league in Australia, il Queensland e il Nuovo Galles del Sud hanno organizzato partite interstatali con giocatori selezionati in base alla squadra di appartenenza al momento della chiamata, sancendo così di fatto una netta supremazia del Nuovo Galles del Sud. Queste sfide costituiscono l’antenato dello State of Origin, che iniziato nel 1980 come match singolo di prova, adotta nuovi criteri di convocazione: rappresentative degli Stati con giocatori scelti sulla base della squadra dove hanno debuttato a livello senior o dove sono stati registrati per la prima volta.

Lo State of Origin, contraddistinto da un forte richiamo alle origini dei giocatori, riceve un immediato apprezzamento da parte del pubblico. Gli incontri diventano meno scontati e incredibilmente più sentiti. La supremazia di Sydney viene messa in discussione.

Da allora i criteri di selezione sono stati fonte di diverse controversie e ulteriori aggiunte, come quelle concordate nel 2012 dalle commissioni organizzatrici NSWRL, CRL, QRL e ARLC che hanno compreso anche altri fattori, come il luogo di nascita del giocatore o dei suoi genitori.

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Delle 35 serie giocate dal 1982 in avanti, Queensland ne ha vinte 20 e il Nuovo Galles del Sud 13, con 2 serie finite in pareggio (1999 e 2002), nelle quali il Queensland ha mantenuto l’Origin Shield poiché vincitore degli anni precedenti. Sostanziale alternanza di vittorie fino alla metà degli anni ’90. Poi, parziale dominio del Nuovo Galles del Sud durato fino alla metà degli anni 2000, in cui è iniziata la dinastia del Queensland con 10 vittorie su 11, dal 2006 al 2016.

Negli ultimi due decenni la popolarità della serie è cresciuta in maniera esponenziale. Nel 2013 in Australia ha fatto registrare un pubblico televisivo più alto di qualsiasi altra manifestazione sportiva. Inoltre, largo seguito è stato guadagnato anche al di fuori di Queensland e Nuovo Galles del Sud, con partite giocate a Melbourne, nel Victoria, terra tradizionalmente dedita all’AFL (Australian Football League). Erano oltre 90000 i tifosi presenti al MCG nel 2015. A livello internazionale, l’evento è trasmesso in televisione in 91 paesi ed è una vera e propria ossessione nazionale in Papua Nuova Guinea, dove è causa occasionale di scontri. Popolarità in netto aumento anche in Nuova Zelanda.

L’appuntamento per il 2017 si avvicina, il Game I sarà al Suncorp Stadium di Brisbane il 31 maggio. Game II all’ANZ Stadium di Sydney il 21 giugno e Game III nuovamente al Suncorp Stadium di Brisbane il 12 luglio, per il gran finale. Gli animi si surriscaldano, l’adrenalina sale.

Radici e onore. Nothing hits you like Origin

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“La Premier League? Una disgrazia per il calcio inglese!”

“La Premier League? Una disgrazia per il calcio inglese!”

Il presidente dell’Accrington Stanley, Andy Holt, ha lanciato un feroce attacco alla Premier League per quanto riguarda le cifre dei contratti versate ai grandi campioni ed ai loro agenti.

Apparentemente in risposta alle notizie dei quotidiani che affermano, che Zlatan Ibrahimovic è pagato oltre 350.000 sterline a settimana dal Manchester United e che l’agente Mino Raiola ha ricevuto 41 milioni di sterline dall’operazione che ha portato Paul Pogba ad Old Trafford, attraverso una serie di tweet infuocati, Holt ha accusato il massimo campionato inglese di “distruggere il nostro gioco”.

Il motivo? La quantità enorme di soldi che gira nel mondo della Premier. Troppo grande rispetto a quella presente nelle serie inferiori.

“Abbassate le vostre teste in segno di vergogna! Siete una disgrazia assoluta per tutto il calcio inglese! La vostra opulenza sta rovinando la piramide del nostro mondo e la nostra nazionale! Il vostro interesse primario dovrebbe riguardare i fan ed i loro bisogni, non agenti e portafogli! State distruggendo il nostro gioco!, questa una parte dei messaggi al vetriolo all’indirizzo della Premier League.

Holt ha cercato di tracciare un confronto tra la tariffa pagata all’agente di Pogba e il bilancio annuale del suo Stanley (attualmente militante in League Two, la quarta serie del calcio inglese), che ha affermato essere quasi 20 volte più piccolo.

“Il denaro pagato a questo agente è quasi il doppio dei finanziamenti per tutti i club di Championship e League Two messi insieme. MEDITATE!”

Difficile dare torto al povero Holt, che ha continuato la sua personale battaglia a colpi di tweet aggiungendo:

“I club delle leghe minori sono come un contadino affamato che ti prega di mangiare un po’ dal tuo tavolo. I proprietari dei club di Premier stanno facendo danni enormi all’intero movimento e, nonostante gli organi coinvolti nel calcio siano un grande numero, evidentemente pure loro hanno i propri interessi per non salvaguardare la salute del gioco”.

In merito al polverone sollevato da Holt, un portavoce della FA ha affermato: “La Premier League sostiene tutti i club a partire dalla seconda divisione con pagamenti di solidarietà. Inoltre, fornisce finanziamenti significativi per i loro progetti comunitari e quelli di sviluppo giovanile. Sono tutte cose di cui anche l’Accrington Stanley beneficia”.

“È solo grazie all’interesse per il nostro calcio fatto di campioni che possiamo sostenere squadre come l’Accrington e le leghe minori con i loro progetti. Ad ogni modo, scriveremo presto al signor Holt per chiedergli se desidera che la Premier League continui il sostegno che attualmente offre per il suo e gli altri club dell’EFL”.

La guerra, quindi, pare appena all’inizio.

Mio Nonno, un calciatore? Il passato che non ti aspetti

Mio Nonno, un calciatore? Il passato che non ti aspetti

Di Barbara Fiorio e Ettore Zanca

A casa Fiorio, se avrete la fortuna di poter sbirciare, non ci si annoia mai. Parola di Barbara.

Barbara Fiorio è una scrittrice che, con una delicatezza fotografica, ha raccontato la vita di felini e umani. Ha pubblicato il saggio ironico sulle fiabe classiche “C’era una svolta” (Eumeswil, 2009) e i romanzi “Chanel non fa scarpette di cristallo” (Castelvecchi, 2011), “Buona fortuna” (Mondadori, 2013 – ed. spagnola per Suma de letras, 2014) e “Qualcosa di vero” (Feltrinelli, 2015 – ed. tedesca per Thiele-Verlag, 2016). Per Einaudi ha scritto il racconto “La gattara” (antologia “Gatti – I racconti più belli”, 2015). Insomma una donna che narra e si narra con una fluidità invidiabile.

Ma oltre alla produzione letteraria, abbiamo chiesto a Barbara di aprire un baule. Vecchio, impolverato, che ricorda quello dei militari delle grandi guerre. E ne sono uscite due storie di calcio di famiglia, che è lei stessa a raccontare tenendo in mano le foto ingiallite. Tutto iniziò con suo nonno. Italo Fiorio.

Italo Fiorio

“Per me mio nonno era solo mio nonno, un impresario edile in pensione che mi raccontava dei partigiani e della guerra. Sapevo poco di lui, da bambina.
Sapevo anche che gli piaceva il calcio e che ogni tanto andava a vedere il Genoa, che aveva due azioni della squadra, una per ogni figlio, e quel cuscinetto rosso e blu diviso in due parti che si apriva come un libro e diventava quadrato. Quanto lo desideravo! Ma era per andare allo stadio e a me, allo stadio, mi ci hanno portata una volta sola, avrò avuto cinque anni, e almeno quel giorno ho potuto sfoggiare il cuscinetto rosso e blu, sedermici sopra, urlare fortissimo “Gol!” quando lo urlavano anche il nonno e papà e incitare i calciatori con la palla davanti, ma solo quelli con la maglia rossoblu, i Nostri.
Quello che non sapevo era che mio nonno amava il buon calcio perché era stato un calciatore. Non famoso, suo padre glielo ha impedito, doveva andare a lavorare nei cantieri, altro che giocare al pallone, ma ho scoperto che ha giocato tanto, soprattutto di nascosto da lui, e che ha cominciato nella Pro Vercelli.

Non sappiamo come sia entrato in quella grande squadra (a quei tempi era una grandissima squadra, ho saputo), probabilmente lo avranno visto giocare, quando non studiava era sempre dietro un pallone. Pare che ne abbia fatto parte per un paio d’anni, non sappiamo con esattezza quali ma lui era del 1902, sarà stata la fine degli anni ’10, quasi ‘20. In quel periodo divenne molto amico di Virginio Rosetta, tanto che, qualche anno dopo, lo fece andare a giocare a Cossato per un’occasione anche questa persa nel tempo e nei ricordi di famiglia. Mio padre ricorda una foto di quel giorno, con mio nonno e Rosetta insieme sul campo, che purtroppo è stata rubata insieme ad altri piccoli cimeli.

Quando, finita la scuola, mio nonno tornò a Cossato, suo paese natale, andò a giocare nella Cossatese, forse per un’altra decina d’anni, anche questo non ci è chiaro, abbiamo alcune foto della squadra con lui che svetta, quasi sempre al centro e quasi sempre di profilo o di tre quarti. Perché non guardasse quasi mai in camera non lo so.

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Mio padre sostiene che chi ha praticato uno sport non considera mai l’altra squadra come il nemico ma solo come un avversario sul campo: finita la partita si torna tutti amici. Non so se valga per tutti, di certo vale per la mia famiglia: non ho mai visto reazioni di invidia, di competizione agguerrita o di attacco agli altri, né in campo sportivo né in altri campi. Se qualcuno è bravo non importa se sia più bravo di noi, è bravo e basta, glielo si riconosce e lo si ammira per questo.

Resta una specie di mistero quello sulla maglietta della Cossatese negli anni ’20 e ’30. Era nera con una stella bianca, molto simile a quella del Casale. Molti mi dicono che la maglietta fosse la stessa, ma i Cossatesi si inalberano e difendono con orgoglio la loro storia e la loro maglia. C’è chi la ricorda bene perché il padre, della Cossatese, la teneva in casa come ricordo. Ed era tutta nera con una stella bianca. La differenza con la maglia del Casale sembra essere uno sparato bianco che la Cossatese non aveva.

Mio padre, invece, del ’32, che come tutti i bambini amava giocare al pallone, tiene per il Toro. Il motivo è molto buffo: quando era in collegio a Torino, dove lo avevano messo per fare le medie mentre la famiglia si trasferiva a Genova, per dividersi in squadre a ricreazione si usavano i nomi delle squadre cittadine, il Toro e la Juventus. Per mio papà non c’era una distinzione tra le due, ma siccome erano di più i bambini della Juventus, la possibilità di giocare aumentava nettamente se si stava nel Toro.

“Vabbè, papà” gli ho detto un giorno, ridendo anche un po’, “ma era come essere i bianchi e i neri. Perché poi sei rimasto tifoso del Toro?”.
Ha sorriso e stretto le spalle a sottolineare l’ovvio. “Per lealtà. Quando scegli una squadra è quella, non cambi idea”.
E il Grande Toro è stata in effetti la passione di mio padre per molto tempo.
Avrà avuto quattordici o quindici anni quando la Nazionale venne a Genova per un allenamento: doveva poi incontrare una squadra straniera, chissà quale. In quegli anni la Nazionale, mi ha detto mio padre, era praticamente composta da tutto il Grande Toro (so che lo si deve chiamare così, dopo Superga) più Parola e Depetrini.
Lui, coi soldini guadagnati raddrizzando chiodi per mio nonno, si è comprato una foto del Toro e si è infilato nel pullman della squadra, fermo davanti allo stadio di Marassi.
Immagino che adesso sia impensabile che un ragazzino faccia una cosa del genere.
Emozionatissimo si è fatto fare l’autografo da tutti i calciatori: quelli del Toro ognuno sulla propria immagine, mentre Parola e Depetrini nel retro della foto.

Era un grande ammiratore anche di Carlo Parola e della sua mitica rovesciata, da piccola me ne parlava spesso. Quando, diciassette anni fa, Parola è morto, mio padre ha cercato sull’elenco il numero di telefono e ha chiamato la vedova per dirle quanto ammirasse suo marito. Una telefonata che mi ha commosso, quando me l’ha poi detto: avevano parlato per un’ora, lei gli aveva raccontato come si erano conosciuti e innamorati, mio padre le aveva raccontato dell’emozione che gli dava vedere il marito giocare in quel modo.
Sono gesti spontanei e puliti che mio padre ha fatto spesso e, con mio stupore, non è mai stato frainteso. Fa parte di un altro tempo, di un’umanità diversa dalla nostra.

Io, il calcio, non l’ho mai seguito. Nemmeno i mondiali. Li ho visti qualche volta per fare compagnia agli amici, ma non sono mai riuscita ad appassionarmi.
Però mi piaceva giocarlo. Alle medie ero nella squadra della mia classe, l’unica classe di tutta la scuola che aveva due femmine, io giocavo in difesa, a volte in porta, raramente in attacco, e non ero mai l’ultima a essere scelta: ci mettevamo tutti in fila davanti ai due capisquadra e, a turno, venivamo scelti. Di solito, al quarto o quinto turno, venivo chiamata. Roba di cui andavo fierissima.
Per eredità familiare mi fa piacere quando il Genoa e il Toro festeggiano una vittoria e accetto di buon grado che il mio vicino di sopra copra la facciata del palazzo con uno stendardo rossoblu quando il Genoa vince qualche partita importante.

Aprire quel baule commuove anche chi ascolta. In quelle foto non c’è solo la vita di una bella famiglia che amava giocare a calcio, c’è un pezzo di storia di un calcio che sapeva di legno e spogliatoi umidi, di maglie pesanti e palloni cuciti ed escorianti. Di retine sui capelli e di maniche rimboccate e cariche con la tromba dalla curva. Di questo sa il calcio a casa Fiorio, una pietanza che ha diviso con noi, con un sapore indimenticabile.

 Le foto dell’autrice sono di Sara Lando.

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Barbara Fiorio.
Nata a Genova, dove vive e scrive libri, è docente di comunicazione e tiene laboratori di scrittura, ironica e narrativa, tra cui il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri (GSSP), giunto alla sua quinta edizione.
Il suo sito è www.barbarafiorio.com

Truffe sulle scommesse S.P.A. : il Prontuario per non farvi fregare

Truffe sulle scommesse S.P.A. : il Prontuario per non farvi fregare

Il business delle scommesse sportive in Italia sta proliferando sempre di più. Spot pubblicitari in continuazione su tutte le emittenti, consigli, quote pre-match e all’intervallo delle gare, sponsorizzazioni di squadre e addirittura di  campionati. Insomma sembra tutto ruotare intorno al mondo delle scommesse.

Se quanto appena citato è però regolato dall’AAMS (Agenzie delle dogane e dei monopoli di stato), lo stesso non si può certo dire per tutte le attività parallele e lucrative che derivano dal business principale. Queste attività danzano sulla zona grigia, sulla linea di confine tra il legale e l’illegale, sfruttando il mix letale di passione e ingenuità da parte degli scommettitori più assidui. Noi ci siamo fatti un giro in rete e abbiamo trovato quali sono queste “dubbie” attività parallele più diffuse.

MATCH FIXING, IL METODO 9-3-1:

Dopo le varie condanne per calcioscommesse con la certificazione dell’esistenza di un sistema criminale internazionale atto a alterare i risultati delle partite, sono sorti tantissimi siti e pagine e profili fake facebook, in parte dell’Est Europa, che proponevano proprio questo, ovvero la vendita (dai 100 ai 500 euro per evento) di pronostici di partite truccate. Il metodo utilizzato è quello denominato “9-3-1”. Facendo l’esempio di una partita calcistica con tre possibili esiti 1X2 (o anche Risultati esatti o Primo tempo/risultato finale), immaginando di avere nove acquirenti, a tre viene venduto il pronostico 1, a tre la X, a tre il 2. Al triplice fischio finale sei persone avranno perso e verranno bloccati dal poter commentare e lamentarsi, mentre tre avranno vinto. Si va così avanti con la seconda partita, al primo viene venduto il pronostico 1, al secondo la X, al terzo il 2. Anche qui al triplice fischio uno avrà vinto e i due che avranno perso verranno bloccati. Terzo ed ultimo step: lo scommettitore che avrà vinto due volte di fila comprerà anche il terzo pronostico, ad un prezzo sempre più alto, ormai convinto dell’infallibilità del metodo ma, siccome queste partite non sono davvero truccate, molto presto perderà tutto. Enrico, vittima del match fixing, ha raccontato la sua storia in un’intervista a noi rilasciata.

LE PAGINE FACEBOOK DI PRONOSTICI:

Sempre di più e incredibilmente tutte vincenti (nonostante le statistiche mondiali indichino un 95% di scommettitori perdenti), le pagine Facebook di pronostici sono un business molto redditizio. Guadagnano in tre modi: i nuovi iscritti tramite il link del bookmaker affiliato sulla propria pagina, sul volume di gioco proveniente direttamente da Facebook e molto spesso anche sulle perdite degli scommettitori passati da lì. Da qui la domanda: nel momento voi veniste a sapere che qualcuno guadagna sulle vostre perdite, seguireste ciecamente i suoi consigli? Non solo, nel video qui sotto uno dei trader sportivi e formatore più famosi d’Italia Gianluca Landi ha scoperto quanto sia semplice cambiare, grazie ad una funzione del browser, la schermata con gli importi scommessi e gonfiando quindi a dismisura le vincite per attirare nuovi seguaci e guadagnare fama, seguito e credibilità.

IL “BROKER” DELLE SCOMMESSE.

Ultima truffa purtroppo molto diffusa e molto lucrativa, tanto da aver fatto arrivare alcune vittime alla depressione e al tentativo di suicidio, è quella di alcuni millantanti Broker di scommesse che sfruttando il meccanismo del Betting Exchange, piattaforma dove non c’è il banco ma le quote degli eventi sportivi vengono fatte e scambiate dagli utenti, promettendo percentuali di profitto molto interessanti, si facevano dare ingenti capitali per poi dopo pochi giorni dichiarare, ma senza provare in nessun modo, di aver perso tutto scappando di fatto con la cassa. Prima di tutto bisogna ricordare assolutamente che l’unico modo regolare e legale di far gestire i propri risparmi in Italia sia attraverso enti autorizzati quali Banche, Sim, Operatori Finanziari, etc. Purtroppo molte persone, tra cui la vittima protagonista della testimonianza qui sotto, hanno perso moltissimi soldi, in questo caso 10.000 €.

 

Pioli e i suoi fratelli: la strana storia dei “traghettatori” di successo

Pioli e i suoi fratelli: la strana storia dei “traghettatori” di successo

In un’epoca nella quale impera il precariato in qualunque accezione possibile, gli allenatori del mondo del calcio non fanno eccezione. Ovviamente la loro posizione è invidiabile rispetto a quella di una miriade di altri lavoratori, ma non mancano le difficoltà. Soprattutto quando si porta avanti un progetto sportivo in Italia. Gli allenatori finiscono facilmente nel mirino della critica (spesso a prescindere dai risultati ottenuti), e sono secondi solo agli arbitri. È la dura legge del precariato, prendere o lasciare. Se poi si parla dell’Inter, una delle squadre più pazze del mondo, tutto si amplifica. Capita allora che un tecnico capace di riportare sulla retta via un gruppo totalmente allo sbando, venga messo continuamente in discussione. E le sirene di mercato trasformino l’allenatore giusto al momento giusto in un potenziale traghettatore.

Il solo pensiero di valutare un passaggio del testimone a fine stagione è un’eresia. Il cambio di marcia seguito all’esperimento fallimentare con De Boer è sotto gli occhi di tutti, e l’Inter non dovrebbe far altro che garantire massima fiducia nei confronti di Stefano Pioli, capace di trasformare una stagione iniziata tragicomicamente in una svolta tecnica che i tifosi attendevano dai tempi del triplete mourinhano. La dirigenza nerazzurra lo sta facendo, ma i rumors continuano a rincorrersi e ogni giorno è un’occasione per associare un nuovo nome ad una delle panchine più difficili d’Italia. Lo scorso 9 novembre avevamo parlato diffusamente del tecnico parmense, e avevamo sottolineato un aspetto fondamentale: Pioli è un normalizzatore di successo, non un traghettatore. Il contratto che lo lega all’Inter lo dimostra (scadrà il 30 giugno del 2018), eppure la stampa nazionale non è convinta. Nonostante tutto, non si è ancora scrollato di dosso l’etichetta ingenerosa che si porta dietro da quando è arrivato ad Appiano Gentile. I nerazzurri, intanto, sono ancora in lotta per conquistare un posto in Champions League (lo scontro diretto col Napoli del prossimo 30 aprile dirà molto in questo senso), e Pioli ha dalla sua dei numeri da capogiro. Se si considera solo il campionato, l’ex tecnico di Lazio e Bologna ha conquistato 37 punti in 16 partite (2,31 di media) grazie a 12 vittorie, un pareggio e 3 sconfitte (contro Napoli, Juventus e Roma). 37 i gol fatti (2,31 a partita), 15 i subiti (0,93). Il confronto con De Boer è impietoso: l’allenatore olandese, infatti, aveva lasciato l’Inter dopo aver raccolto la miseria di 14 punti in 11 gare (1,27 di media), frutto di 4 vittorie, 2 pareggi e 5 sconfitte. I nerazzurri segnavano meno (1,18 reti a partita) e incassavano di più (1,27). Fare di più sarebbe stato quasi impossibile, e allora sorgono spontanee diverse domande: perché si continua a metterlo in discussione? Ha ancora senso definirlo un traghettatore? L’ha mai avuto?

Stefano Pioli può consolarsi: non è solo. La storia del calcio, infatti, è piena di traghettatori (o presunti tali) di successo. Qualcuno ha salvato una o più squadre sull’orlo del baratro (Ballardini con Cagliari e Palermo, Ranieri col Parma di Giuseppe Rossi, Reja con l’Atalanta), mentre qualcun altro si è reso protagonista di rimonte incredibili che sono valse un quarto posto (Uliveri a Parma nel 2001), uno scudetto (Invernizzi con l’Inter nella stagione 1970/71, Tǿrum col Rosenborg nel 2006) o addirittura un Mondiale (Zagallo “traghettò” il Brasile verso il titolo del 1970 dopo l’addio di Saldanha). Il Chelsea meriterebbe invece un capitolo a parte. I londinesi, infatti, hanno vinto in pochi anni una Champions con Di Matteo (sfiorandone un’altra sotto la guida di Grant), un’Europa League (Benitez) e una FA Cup (Hiddink) grazie a quattro tecnici accomunati da un dettaglio sorprendente: l’essere dei semplici traghettatori. Se si parla di Champions League, la lista si allarga ulteriormente. Oltre al già citato Di Matteo, ne sanno qualcosa il Real Madrid (Del Bosque nel 1999/00, Munoz nel 1959/60), il Bayern Monaco (Cramer, 1974/75), l’Olympique Marsiglia (Goethals, 1992/93) e l’Aston Villa (Barton, 1981/82). C’è infine chi ha approfittato del rifiuto di un altro tecnico (Simone Inzaghi siede ora sulla panchina della Lazio grazie al clamoroso dietrofront estivo di Bielsa), e chi ha scatenato le ire di mezza dirigenza per scarsa fiducia nei suoi confronti. Bruno Pesaola, infatti, sostituì Cervellati alla guida del Bologna nel 1977, salvandolo all’ultima giornata. Fortemente voluto dal presidente, provocò le dimissioni di quattro dirigenti emiliani, tra cui il giornalista Enzo Biagi. Rimase poi per due anni.

Potremmo andare avanti per ore, scrivere dei saggi sull’argomento e arrivare sempre alla stessa conclusione: se si escludono gli allenatori chiamati a guidare una squadra per un paio di partite (Stefano Vecchi, predecessore di Pioli sulla panchina dell’Inter), è la storia a definire un traghettatore come tale, non una condizione di base. Questo prescinde dalla durata di un progetto sportivo (in certi casi basta mezza stagione, o meno) e di un contratto: sono i risultati sportivi a parlare, e Pioli ha dimostrato per l’ennesima volta che la precarietà, spesso male incurabile del nostro calcio, si possa trasformare talvolta in una ventata produttiva di motivazioni. Sostituirlo a fine stagione con un nome altisonante (Simeone o Conte), rischierebbe di vanificare l’ottimo lavoro portato avanti finora e ci sarà tempo e modo per parlarne meglio, ma una cosa è certa: Pioli ha confermato l’inconsistenza di alcune definizioni frettolose. Le stesse che hanno bruciato le esperienze lavorative di alcuni allenatori, e hanno trascinato altri verso uno scudetto, una Champions League o un Mondiale. Alla faccia della critica.

 

 

 

 

 

 

 

Baseball: l’Italia esce con onore dalle World Classic

Baseball: l’Italia esce con onore dalle World Classic

Terminano le World Baseball Classic per l’Italia che esce sconfitta dallo spareggio con il Venezuela a chiusura del primo turno del Gruppo D.
Ottima prova per gli azzurri che meritavano ampiamente di passare il turno contro i sudamericani dato l’immediato vantaggio e gli 0 punti concessi al Venezuela per 5 riprese ma poi i colpi dei campioni venezuelani hanno avuto la meglio grazie al fuoricampo di Miguel Cabrera, uno dei migliori battitori del mondo che gioca con i Detroit Tigers ed ha vinto le World Series nel 2003 con i Marlins.

Alex Liddi, il primo italiano in MLB, ci ha provato fino all’ultimo dimezzando lo svantaggio al nono inning ma non riuscendo a compiere l’impresa.
Esce dunque l’Italia dal grupo de la muerte come lo avevano ribattezzato oltreoceano dato che le avversarie degli azzurri sono state tutte latine e tutte comprese tra la sesta e la dodicesima posizione del Ranking Mondiale. Venezuela, Messico e Porto Rico, tutte squadre ricche di giocatori della Major League Baseball, la più importante lega del mondo, con l’Italia hanno però regalato spettacolo e la squadra di coach Mazzieri ha dimostrato al mondo che il livello del baseball italiano è cresciuto esponenzialmente ed ora anche l’Italia può stare al tavolo dei grandi.