Storia del Soldato Eder

Storia del Soldato Eder

La storia, in ogni suo aspetto, ha gli opliti e i generali. Tutti ricordiamo i nomi celebri, un po’ meno noti sono i nomi di onesti mestieranti del fronte, privi o quasi di colpi di genio. Anche nel calcio è così. C’è chi passeggia nella leggenda facendo incetta di trofei e vincendoli praticamente da solo e chi invece si aggrappa ad un minuto, un solo minuto in cui il Grande Burattinaio, ha deciso che sì, va bene, è il tuo momento ma non farci l’abitudine.

Se citiamo Cristiano Ronaldo, in ogni parte dell’orbe terracqueo, avremo facce che sorrideranno, che ne magnificheranno il talento, o che almeno faranno il grugno sforzato da “questo nome non mi è nuovo”. Ma se citiamo Eder, diventa un problema da esegeti. Un nome per intenditori, che lo confonderanno con il giocatore dell’Inter, o, filologi più competenti, col ragazzone belloccio che fu asfaltato insieme al Brasile dal Signor Rossi nel 1982. Dotato anche di una discreta stecca da lontano, talmente terrifica che le facce degli avversari in barriera erano di chi raccomandava l’anima a San Pietro sulla traversa di Fantozziana memoria.

Il terzo Carneade con questo nome, è un giocatore portoghese. Lo troviamo cristallizzato ad una data. 10 luglio 2016, al minuto 109 di una serata calda di una partita rognosa. Finale degli europei di calcio, Francia – Portogallo. Sembra una finale annunciata, solo Cristiano Ronaldo (questo nome non mi è nuovo…), si oppone novello Leonida, ai mangiabaguette. Ma sorpresa, dopo una manciata di minuti, un’entrata assassina di Payet, decide che 25 minuti per Ronaldo sono pure troppi. I portoghesi si chiedono solo quanto durerà l’agonia. Invece le mura resistono, anzi ogni tanto si prova pure a fare sortite fuori dal bunker. Fino a che dalla panchina non si alza lui: Éderzito António Macedo Lopes. Meglio noto(?) come Eder. Fino a quel momento ha fatto 3 gol in un bel po’ di partite, pochi per un attaccante. Anonimo prima, anonimo dopo quella finale. Ma nel mezzo c’è un minuto, in cui il ragazzone di Guinea, tira una saraccata aiutata forse pure dalla Madonna di Fatima, che tifa per i connazionali. Gol. Stadio gelato e abbracci. Storia della nazionale portoghese che vince un trofeo.

Un anno dopo, di lui si sa che è ritornato nel buio di un attaccante poco prolifico e per nulla incisivo. Ma si sa anche che ha un padre in carcere, accusato di aver ucciso la sua matrigna. Ma che lui sta provando a capire. Lo va a trovare ogni tanto e diciamo che gli riesce difficile perdonare, ma che quello è suo padre ed è difficile anche fare i conti con il sangue. Ne parla poco, aiuta le sorelle nei loro studi in giro per il mondo.

Adesso in Russia si gioca la Confederations Cup. La manifestazione tra nazionali che si disputa prima dei mondiali. Il ragazzo non è stato convocato. Avvertito per sms da un tecnico che, come dichiara ai giornalisti: “l’anno scorso mi criticavate per averlo convocato, ora perché non lo convoco”.

La storia, anche nel calcio, è un salotto buono solo per chi sa indossare la mise giusta. Chiedete di Ronaldo, tutti sanno chi è, chiedete di Eder, risposte meno convinte. Così va il mondo, per i soldati e i generali. Triste, solitario y final.

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

L’età dell’oro: come e quanto guadagnano i Club più ricchi al mondo

L’età dell’oro: come e quanto guadagnano i Club più ricchi al mondo

Come ogni anno Forbes stila la classifica dei club calcistici dal maggior valore. Per il 2017 il club che vale di più mettendo insieme tutta una serie di fattori come Diritti Tv, sponsorizzazioni, compravendita dei calciatori, è il Manchester United. Per la prima volta in cinque anni, i Red Devils sono la squadra di calcio più importante del mondo, dal valore di  3.69 miliardi di dollari. Il ritorno del team al primo posto è un premio al grande lavoro di marketing del club britannico. Il Manchester United ha generato un reddito di 765 milioni nel corso della stagione  2015-16, precisamente 77 milioni in più di Barcellona e Real Madrid rispettivamente al secondo e terzo posto di questa speciale classifica.

Crescita Esponenziale – Il Manchester United ha portato a 405 milioni di dollari le entrate da pubblicità e sponsorizzazioni, più di ogni altra squadra di calcio al Mondo. I Red Devils sono anche di gran lunga la squadra di calcio più redditizia del mondo, con  un utile operativo di 288 milioni, 107 milioni di dollari in più del Real Madrid, in testa a l’anno scorso in questa speciale classifica. Le previsioni di bilancio ci dicono anche che non sarà affatto facile superare lo United in un prossimo futuro dato che la squadra allenata da Josè Mourinho ha vinto l’Europa League e si quindi qualificata alla prossima Champions League, riscattando un andamento in campionato non proprio eccezionale. Quindi altri soldi, altri sponsor, ulteriore crescita e possibilità quasi infinite da investire nei prossimi anni per rafforzare la squadra.

Potenze Economiche- Forbes, contestualmente alla classifica dei club più importanti al Mondo, ha anche stilato una top ten dei presidenti più ricchi del mondo: Al primo posto c’è Alisher Usmanov patron dell’Arsenal con un patrimonio di 15.2 miliardi di dollari, seguito da Abramovich con 9,1. Nelle prime nove posizioni ci sono solo presidenti di club inglesi, mentre al decimo posto, staccata, c’è la famiglia Agnelli proprietaria della Juventus con più di un miliardo di dollari di patrimonio disponibile. Un altro dato che ci fa capire del distacco quasi abissale, a livello economico, tra il calcio inglese ed il resto del continente.

E l’Italia ?- Questa classifica ci aiuta anche a capire la differenza tra il nostro paese e il resto dell’Europa calcistica più ricca e importante. Per leggere il nome di una squadra italiana nella classifica di Forbes dobbiamo arrivare fino al nono posto occupato dalla Juventus con un valore complessivo di 1.258 miliari di dollari. Lontana, lontanissima dalle prime posizioni ma in continua crescita come dimostrano gli incassi della Champions 2015-16 con 312 milioni di dollari. Nessuno come il club piemontese è riuscito ad incassare di più nella scorsa Champions. Dopo la Juventus, per quanto riguarda l’Italia, il vuoto: Il club più vicino ai bianconeri è il Milan al 13esimo posto con un valore di 802 milioni di dollari, poi la Roma al 17esimo con 569 milioni, seguita a ruota dall’Inter con 537 milioni di valore e poi al ventesimo posto il Napoli con un valore stimato di 379 milioni di dollari. Cifre e differenze che spiegano largamente il dominio della Juventus in Serie A negli ultimi sei anni: Altrettanti Scudetti e tre double di fila cosa mai riuscita a nessuno prima d’ora in Italia. Un dominio che viste le previsioni è destinato a durare a lungo.

Per leggere la classifica totale clicca qui 

 

Lega Pro: il “Final Flop” delle “Final Four”

Lega Pro: il “Final Flop” delle “Final Four”

Oltre al ritorno del Parma nel calcio professionistico, la vittoria degli emiliani per 2-0 contro l’Alessandria nell’ultimo atto dei play-off ha anche archiviato la prima edizione della nuova formula degli spareggi di quella che dal prossimo anno tornerà a chiamarsi Serie-C (per fortuna, ndg). Un format più ombre che luci. Non tanto per il numero delle partecipanti – ventotto, dalla seconda alla decima di ognuno dei tre gironi di Lega Pro più la vincitrice della Coppa Italia di categoria – e per la sua articolazione comunque foriera d’interrogativi (per esempio: perché nella prima fase, in gara secca, ha giocato in casa la squadra meglio piazzata nel girone che, proprio per questo requisito, in caso di parità al novantesimo, già beneficiava del passaggio del turno?), quanto per il suo ultimo capitolo: la final four. Tenutasi, per l’occasione, al “Franchi” di Firenze. Una scelta che si è rivelata criticabile per più di una ragione.

In primis, per la sede. Città meravigliosa per l’arte e dalla storia calcistica importante, la culla del Rinascimento mal si prestava a ospitare un evento del genere perché a giugno diventa famosa anche per il gran caldo. Sia nelle ore serali delle semifinali sia, a maggior ragione, in quelle tardo pomeridiane della finale. Un clima sfavorevole per il bel gioco, mostrato a sprazzi solo dal Pordenone, tanto che per Parma-Alessandria si può parlare di “effetto Pasadena, ricordando la finale del Mondiale americano del 1994 tra i nostri azzurri e il Brasile. E soltanto l’abilità dei gialloblù a sfruttare un paio di episodi ha evitato l’epilogo dei calci di rigore. Ma, nel complesso, lo spettacolo tecnico di tutte e tre le partite è stato deludente.

Discutibile anche il programma delle partite. Le semifinali su due giorni differenti hanno penalizzato l’Alessandria, che ha avuto un giorno di riposo in meno rispetto al Parma. E dopo quarantaquattro partite nella testa e nelle gambe, fra regular season e play-off, è un dettaglio che fa la differenza.

Infine, ciò che più ha colpito in negativo, la scarsa partecipazione di pubblico. Purtroppo. E anche qui più di un indizio lasciava pensare che il “Franchi” non fosse il miglior luogo per questo evento, perché troppo grande e sproporzionato rispetto ai tifosi che avrebbe ospitato. A dirlo, i numeri. Le quattro finaliste – Parma, Pordenone, Alessandria e Reggiana – durante la stagione ‘16/17 hanno avuto un’affluenza media complessiva di 22.117 spettatori (i dati di quest’articolo, tranne uno, sono presi dal sito www.transfermarkt.it), cioè il 46,77% della capienza del “Franchi” (47.282). Nessuna di loro ha mai fatto il tutto esaurito, nemmeno il Pordenone nel suo “Bottecchia” (2.500 spettatori) e, anzi, si son perlopiù dovute confrontare con il vuoto (10.230 la media del Parma in un “Tardini” da 27.906 unità). Sono cifre che avrebbero dovuto indurre alla scelta di sedi più piccole – per esempio, perché non Siena (“Franchi-Montepaschi Arena”, 15.373 spettatori) e Grosseto (“Zecchini”, 9.909 spettatori) per le semifinali ed Empoli (“Castellani”, 19.847 spettatori) per la finale? – per avere una partecipazione tale da parlare di vera e propria festa, capace di coinvolgere, grazie alla diretta tv, un numero di appassionati più alto di quelli allo stadio.

A Firenze, invece, è avvenuto il contrario. 4.000 spettatori per Parma-Pordenone; 5.000 per Alessandria-Reggiana; 16400 per la finale. Una carestia. Aggravata dalla presenza di tanti addetti ai lavori, perlopiù esenti dal coinvolgimento emotivo per una delle due contendenti, e, soprattutto, dalle semifinali giocate in settimana. Quando la gente lavora e non può, salvo sacrifici, seguire la propria squadra del cuore. L’esatto contrario di quanto avvenuto nei turni precedenti dei play-off, quando i tifosi hanno affollato i rispettivi impianti.

La soluzione è dunque ritornare al passato, alla formula andata e ritorno? Non necessariamente. Può andar bene anche la final four, in una regione che non ha una delle quattro semifinaliste. Ma in tre città vicine fra loro e con stadi proporzionati all’affluenza media dei tifosi delle partecipanti. Così da avere uno spettacolo da ricordare. Per chi assiste e per chi guarda da casa. Che invece, sia in semifinale che in finale, salvo quand’erano inquadrate le due curve del “Franchi”, si è ritrovato al cospetto di una “Maratona” lunare.

Un’immagine surreale e anche un po’ inquietante. Forse s’intende e si vuole che sia questo, il calcio di oggi e di domani? Ventidue in campo e il pubblico ai lati? Ma il calcio, quello profondo e autentico, ai lati, cioè ai margini, non dovrebbe tenere solo chi lo vuol privare della sua essenza e dei suoi protagonisti? Che sono e saranno sempre la passione e la gente.

Ivica Strok: da fenomeno virtuale a superstar reale. E fa anche beneficienza

Ivica Strok: da fenomeno virtuale a superstar reale. E fa anche beneficienza

Ha vinto tutto quello che poteva nel mondo del calcio e ha una schiera di tifosi sui social network da far invidia a chiunque.

E ‘ considerato la più grande leggenda del Celtic Glasgow, club che ha guidato a quattro trionfi consecutivi in Champions League.

Fermi tutti. Qualcosa non vi torna? E’ normale. Stiamo parlando, infatti, di Ivica Strok un ‘calciatore’ piuttosto anormale.

Perché? Il motivo risiede nel fatto che Strok non esiste se non nella virtualità di Football Manager.

Ora, però, scopriamo come un finto fenomeno del calcio possa aiutare davvero ed in maniera importante chi i problemi li ha sul serio.

Il maggior successo di Ivica Strok, infatti, non è col pallone tra i piedi, né grazie agli 836 goal segnati nella sua carriera.

L’immagine di Strok è recentemente diventata parte di una campagna per aiutare le persone con problemi mentali.

Ma quando e come nasce Strok? La “vita” di Strok comincia a prendere forma il giorno che il suo nome compare davanti a Jonny Sharples, un ‘malato’ del popolare videogioco Football Manager, che offre alle persone di replicare la carriera di un allenatore, di decidere le tattiche, oppure la firma e la vendita di giocatori.

Sharples non era inizialmente convinto di portarsi a casa questo giovane calciatore croato di 18 anni proveniente dalla NK Zagabria, ma poi ha deciso di rischiare.

La firma è avvenuta nel mese di gennaio dell’anno 2020 (sì, avete letto bene) e da lì Strok è divenuto protagonista di una carriera impressionante, che lo ha portato a vincere tutto con il Celtic e ad essere campione d’Europa con la Croazia.

Grazie a Strok, Sharples ha rivoluzionato il proprio gioco e vinto ogni trofeo virtuale possibile.

L’idolo del ragazzo, però, acquisisce un nuovo e molto più profondo significato a partire dal dicembre 2014, a seguito di una telefonata.

A spiegare i fatti è proprio Jonny:

“Ho chiamato mia sorella e mi ha detto che mio fratello maggiore, Simon, si era tolto la vita. Mi è crollato il mondo addosso. Tutto era cambiato in un attimo. L’unico posto dove potevo scappare era il mio computer portatile grazie alla vita di Ivica Strok”.

Sharples ha iniziato a vivere con ancor più intensità ciascuna delle 22 stagioni della carriera di Strok e ha anche creato un account in suo onore sui social network.

“E’ stato come essere il dottor Frankenstein e rendere vivo il mio mostro. La sua fama è cresciuta così tanto da diventare un’icona oggi. Dopo il suo ritiro, infatti, con un amico, ho creato 150 copie stampate di un giornale fittizio per celebrare le gesta di Strok. Con il ricavato ho scelto poi di raccogliere fondi per un ente di beneficenza.”

Alla fine, si è riusciti a raccogliere circa mille dollari.

Inoltre, il popolare National Football Museum di Manchester ha voluto una copia del giornale, con una T-shirt del Celtic con il nome Strok e il numero 10, da esporre all’interno del proprio spazio.

“E’ stato nello stesso edificio con vere leggende dello sport come Messi, Pelè e Maradona. Ancora non ci credo”, le parole di un sorpreso ed emozionato Sharples.

Se lo Sport non basta: quattro atleti, quattro fughe, quattro tragedie

Se lo Sport non basta: quattro atleti, quattro fughe, quattro tragedie

Non sappiamo se fuggisse verso l’Italia o verso l’Europa, ma di certo fuggiva verso una vita migliore, Fatim Jawara. Originaria del Gambia, portiere titolare della nazionale di calcio femminile a soli diciannove anni, è annegata lo scorso ottobre nel Mar Mediterraneo, in seguito al rovesciamento dell’imbarcazione sulla quale era salita sulle coste della Libia.

Era un talento nato, Fatim – «Siamo disperati. È una grossa perdita per noi e per tutto il paese» ha commentato il presidente della Federcalcio del minuscolo stato africano dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa – ma in certi casi la bravura, per un atleta, non è sufficiente per sfuggire alla povertà. E allora, per non soccombere o per non rassegnarsi a un destino già scritto, si converte la fame sportiva in fame di vita, ci si fa coraggio, ci si mette alle spalle il passato e si prova a cercare la fortuna da un’altra parte, consapevoli comunque di affrontare una sfida dai rischi molto alti, talvolta fatali.

Come capitato a un’altra atleta, Saamiya Yusuf Omar, velocista somala che nel 2008 aveva partecipato alle Olimpiadi di Pechino nei 200 metri, concludendo le sue batterie sempre col tempo più alto. Anche lei nel 2012 era salita a bordo di uno dei tanti barconi della speranza. Anche lei, come Fatim, vide interrotta in maniera tragica e analoga la sua corsa verso un mondo migliore.

Un’esigenza che animò anche Lutz Eigendorf, centrocampista sì tedesco, ma dell’Est. Era nato a Brandeburgo, aldilà del Muro, in quella DDR dove anche il calcio era affar di Stato. Erich Mielke, il numero uno della Stasi (il Ministero addetto alla sicurezza del Paese) era anche il proprietario della Dinamo Berlino, il club più titolato del Paese, grazie anche a successi ottenuti con metodi non proprio all’insegna della glasnost (trasparenza) cara a Gorbaciov, nel quale militava lo stesso Eigendorf. Che però non ne poteva più del controllo massiccio dello Stato sulla sua vita e così, nel marzo 1979, approfittò di un’amichevole giocata a Ovest, contro il Kaiserslautern, per non fare più ritorno in patria.

A Occidente, oltre che giocarvi, Eigendorf voleva anche vivervi. Sembrava destinato a una carriera di successo, ma deluse le aspettative e quattro anni dopo fu ceduto al modesto Eintracht Braunschweig, dove però fu bersagliato dagli infortuni. Il 20 febbraio 1983, quello che con eccessiva fretta era stato ribattezzato il “Beckenbauer dell’Est”, rilasciò un’intervista televisiva dove elogiò la Bundesliga e le possibilità che avrebbe offerto ai calciatori orientali. Due settimane dopo, il 5 marzo, uscì di strada con la sua “Alfa Romeo nera”, sbattendo contro un albero e morendo dopo trentaquattro ore di ospedale. La Procura archiviò il caso sostenendo che si trattò di un incidente per guida in stato di ebbrezza, ma il tasso alcolemico del sangue era di 0.22 g/l. Caduto il Muro di Berlino e aperti gli archivi della Stasi, un’inchiesta del giornalista televisivo Heribert Schwan, basata su alcuni documenti desecretati, avanzò l’ipotesi che Eigendorf – la cui storia è trattata da Alessandro Mastroluca ne La valigia dello sport – fosse stato ucciso proprio dalla Stasi come punizione per l’affronto compiuto nei confronti dello Stato.

Dallo sport che non basta allo sport che sembra non bastare. E dal quale si fugge, ma per gettarsi nelle braccia della distruzione. Mediano tedesco di origini musulmane, Burak Karan da ragazzo aveva maturato anche alcune presenze nelle rappresentative giovanili della Mannschaft (Under 16, Under 17). Nel 2008 giocava nell’Aachen, serie-B tedesca e pareva avviato a un’onesta carriera che però lui stesso decise di interrompere per aderire alla Jihad, la guerra santa. Si trasferì con la famiglia in un villaggio della Turchia, ai confini con la Siria, imbracciò il kalashnikov e non di lui non si ebbero più notizie. Fino all’ottobre del 2013, quando il suo corpo fu ritrovato dilaniato dalle bombe.

Video Slot: il gioco dove non ci guadagna nessuno (neanche la macchinetta)

Video Slot: il gioco dove non ci guadagna nessuno (neanche la macchinetta)

Da diversi anni, oramai, non è più necessario muoversi da casa per tentare la fortuna. Dal momento in cui AAMS ha legalizzato il gioco online si sono moltiplicati i concessionari e la consequente offerta di gioco online. La categoria di gioco più amata della rete è sicuramente quella delle video slot.

Ogni slot online prima di essere messa in rete deve essere “certificata”, ovvero, deve superare dei controlli da parte di società terze che ne verificano l’algoritmo e ne valutano la conformità con le norme italiane.

Garantita la regolarità, ogni slot, poi, è una storia a sé, ma si può affermare senza particolari problemi che, in media, le slot online sono tarate per ridare indietro in pagamenti circa il 95/96% di quello che viene incassato. In gergo, si chiama RPT (return to player, ritorno al giocatore), ed in genere varia dal 97% al 93% a secondo della slot o anche a secondo dell’operatore, perché a volte l’RPT può essere modificato (entro certi limiti di legge) dall’operatore stesso.

Ma andiamo a vedere dall’interno come è strutturata una slot online (ne ho selezionata una a caso per voi):

Nome Slot RTP Teorico RTP

Gioco Base

RTP

Bonus

Frequenza di vincita nel gioco base Frequenza dei giochi bonus
Irish Eyes 2 95.04% 74.944% 20.1% 1 in 2.47 1 in 125

 

Il gioco proposto in una slot è diviso in due parti: il gioco base e quello bonus. Ovviamente anche il “Ritorno al giocatore” e’ diviso in due parti, perché una parte dei soldi incassati verrà riconsegnata durante il gioco base, un’altra parte durante i giochi bonus.

Questa è una divisione fondamentale, ricordatevela quando giocate. Perchè questo e’ il motivo per il quale, a meno che non si ha la fortuna di lanciare un gioco bonus (per esempio i giri gratis) si ha l’impressione di perdere i soldi  un po’ più velocemente di quello che è la RTP totale. Ora sappiamo il perché, la macchina sta accumulando risorse per pagare durante i giochi bonus (dove spesso si vincono somme più grandi rispetto al gioco base).

In questa slot specifica, si vincerà nel gioco base (in media) una volta ogni 2.5 giri/spin, e si lancerà un gioco bonus una volta ogni 125 Spin/giri. Ogni slot, più o meno, è strutturata in maniera simile.

Dopo aver parlato di Lotto e di Gratta e Vinci, ora abbiamo maggiori informazioni anche sulle Slot online. Il quadro che stiamo dipingendo, per chiarire come sono strutturati i giochi d’azzardo, è a buon punto oramai. Siamo quasi pronti a giocare responsabilmente e scegliere il nostro gioco preferito…

Kanter – Erdogan : una guerra senza esclusione di colpi

Kanter – Erdogan : una guerra senza esclusione di colpi

Per Enes Kanter si prospetta un periodo tutt’altro che facile. Già sul finire di maggio il lungo di Okc era incappato nella spiacevole disavventura di Bucarest,  quando era stato bloccato in aeroporto dalla polizia romena. Il tempestivo intervento dei Thunder e di alcuni senatori dell’Oklahoma aveva fortunatamente evitato il peggio, permettendo al giocatore di rientrare negli States. Ma in pochi avrebbero immaginato che quello era solo l’inizio dell’incubo.

Perché di lì a pochi giorni il governo turco ha ripreso la sua battaglia personale contro il centro dei Thunder. Come? Con un mandato internazionale di arresto ai suoi danni. E il motivo? L’accusa di far parte di un gruppo terroristico. Un’accusa dovuta all’adesione da parte di Kanter all’Hizmeth, il movimento sociale guidato da Fetullah Gulen, il quale, secondo le autorità turche, starebbe tra le file dei cospiratori che hanno ordito il tentato colpo di stato di giugno scorso.

Il mandato d’arresto sarebbe stato emesso sulla base di diverse prove, tra cui l’uso da parte del giocatore di Bylock, un’applicazione messaggistica che, stando al governo turco, sarebbe stata creata proprio per i seguaci dell’Hizmeth. Ma Kanter, di tutta risposta, non ha fatto altro che deridere su Twitter il tentativo da parte della Turchia di arrestarlo, rispedendo al mittente tutte le accuse.

Ma le autorità turche non si sono fermate qui. Neanche il tempo di riprendersi dalle accuse, e ecco un’altra agghiacciante notizia per Kanter: l’arresto di suo padre Mehmet da parte della polizia turca. Anche in questo caso il pivot dei Thunder ha sfruttato i social network per esprimere tutto il suo sgomento:

HEY WORLD
MY DAD HAS BEEN ARRESTED
by Turkish government and the Hitler of our century
He is potentially to get tortured as thousand others    

L’uomo è stato arrestato nella sua casa a Istanbul ed è stato portato nella provincia di Tekirdag, nel nord-ovest della Turchia, per essere interrogato, col sospetto che potesse ancora avere legami con suo figlio e, quindi, con un possibile terrorista. Già lo scorso anno il padre aveva disconosciuto Enes, così da evitare alla propria famiglia possibili rappresaglie dovute al legame del centro di Okc con Gulen. Una scelta che però non gli ha giovato più di tanto: non solo a Istanbul era stato più volte aggredito per strada da passanti solo per essere il padre di Enes, ma nell’ultimo periodo la polizia aveva intensificato le visite nella sua casa, fino al giorno dell’arresto.

Ma, per fortuna, pochi giorni fa è giunta la notizia della sua scarcerazione.  Per il momento, non sarebbero state trovate prove che lo colleghino al movimento di Gulen. Ma la polizia si è riservata ulteriori accertamenti e interrogatori, imponendo a Mehmet Kanter di presentarsi regolarmente nella stazione di polizia più vicina da casa sua. Una situazione molto difficile da sostenere, per un uomo che fino ad un paio di anni prima viveva tranquillamente con la sua famiglia, col suo lavoro di docente universitario.

 E intanto, dall’altra parte dell’Oceano, Enes non ha potuto far altro che commentare il trattamento ricevuto da suo padre, tramite il sito della sua Fondazione: “Mio padre è stato arrestato per colpa della mia voce di opposizione contro il partito che governa la Turchia. Potrebbe essere torturato soltanto perché è un mio parente. Fermatevi un attimo a riflettere su questo: se una situazione simile può accadere a un giocatore NBA, sempre sotto i riflettori e sotto gli occhi dei media, cosa staranno passando tutti coloro che non possono far sentire la loro voce?  Ci sono centinaia di migliaia di detenuti, di torturati o peggio ancora di omicidi di cui non sentiremo mai parlare.”.

 Parole molto forti, che rendono l’idea del profondo odio nei confronti di Erdogan e del suo governo. Una situazione difficile da gestire, che sta divorando un ragazzo che – ricordiamocelo – ha solo 25 anni. Noi, nel nostro piccolo, non possiamo far altro che sostenere e rispettare Kanter, reo soltanto di aver espresso le proprio idee. Sperando che la sua guerra personale abbia presto fine.

Pioli e i suoi fratelli: la strana storia dei “traghettatori” di successo

Pioli e i suoi fratelli: la strana storia dei “traghettatori” di successo

In un’epoca nella quale impera il precariato in qualunque accezione possibile, gli allenatori del mondo del calcio non fanno eccezione. Ovviamente la loro posizione è invidiabile rispetto a quella di una miriade di altri lavoratori, ma non mancano le difficoltà. Soprattutto quando si porta avanti un progetto sportivo in Italia. Gli allenatori finiscono facilmente nel mirino della critica (spesso a prescindere dai risultati ottenuti), e sono secondi solo agli arbitri. È la dura legge del precariato, prendere o lasciare. Se poi si parla dell’Inter, una delle squadre più pazze del mondo, tutto si amplifica. Capita allora che un tecnico capace di riportare sulla retta via un gruppo totalmente allo sbando, venga messo continuamente in discussione. E le sirene di mercato trasformino l’allenatore giusto al momento giusto in un potenziale traghettatore.

Il solo pensiero di valutare un passaggio del testimone a fine stagione è un’eresia. Il cambio di marcia seguito all’esperimento fallimentare con De Boer è sotto gli occhi di tutti, e l’Inter non dovrebbe far altro che garantire massima fiducia nei confronti di Stefano Pioli, capace di trasformare una stagione iniziata tragicomicamente in una svolta tecnica che i tifosi attendevano dai tempi del triplete mourinhano. La dirigenza nerazzurra lo sta facendo, ma i rumors continuano a rincorrersi e ogni giorno è un’occasione per associare un nuovo nome ad una delle panchine più difficili d’Italia. Lo scorso 9 novembre avevamo parlato diffusamente del tecnico parmense, e avevamo sottolineato un aspetto fondamentale: Pioli è un normalizzatore di successo, non un traghettatore. Il contratto che lo lega all’Inter lo dimostra (scadrà il 30 giugno del 2018), eppure la stampa nazionale non è convinta. Nonostante tutto, non si è ancora scrollato di dosso l’etichetta ingenerosa che si porta dietro da quando è arrivato ad Appiano Gentile. I nerazzurri, intanto, sono ancora in lotta per conquistare un posto in Champions League (lo scontro diretto col Napoli del prossimo 30 aprile dirà molto in questo senso), e Pioli ha dalla sua dei numeri da capogiro. Se si considera solo il campionato, l’ex tecnico di Lazio e Bologna ha conquistato 37 punti in 16 partite (2,31 di media) grazie a 12 vittorie, un pareggio e 3 sconfitte (contro Napoli, Juventus e Roma). 37 i gol fatti (2,31 a partita), 15 i subiti (0,93). Il confronto con De Boer è impietoso: l’allenatore olandese, infatti, aveva lasciato l’Inter dopo aver raccolto la miseria di 14 punti in 11 gare (1,27 di media), frutto di 4 vittorie, 2 pareggi e 5 sconfitte. I nerazzurri segnavano meno (1,18 reti a partita) e incassavano di più (1,27). Fare di più sarebbe stato quasi impossibile, e allora sorgono spontanee diverse domande: perché si continua a metterlo in discussione? Ha ancora senso definirlo un traghettatore? L’ha mai avuto?

Stefano Pioli può consolarsi: non è solo. La storia del calcio, infatti, è piena di traghettatori (o presunti tali) di successo. Qualcuno ha salvato una o più squadre sull’orlo del baratro (Ballardini con Cagliari e Palermo, Ranieri col Parma di Giuseppe Rossi, Reja con l’Atalanta), mentre qualcun altro si è reso protagonista di rimonte incredibili che sono valse un quarto posto (Uliveri a Parma nel 2001), uno scudetto (Invernizzi con l’Inter nella stagione 1970/71, Tǿrum col Rosenborg nel 2006) o addirittura un Mondiale (Zagallo “traghettò” il Brasile verso il titolo del 1970 dopo l’addio di Saldanha). Il Chelsea meriterebbe invece un capitolo a parte. I londinesi, infatti, hanno vinto in pochi anni una Champions con Di Matteo (sfiorandone un’altra sotto la guida di Grant), un’Europa League (Benitez) e una FA Cup (Hiddink) grazie a quattro tecnici accomunati da un dettaglio sorprendente: l’essere dei semplici traghettatori. Se si parla di Champions League, la lista si allarga ulteriormente. Oltre al già citato Di Matteo, ne sanno qualcosa il Real Madrid (Del Bosque nel 1999/00, Munoz nel 1959/60), il Bayern Monaco (Cramer, 1974/75), l’Olympique Marsiglia (Goethals, 1992/93) e l’Aston Villa (Barton, 1981/82). C’è infine chi ha approfittato del rifiuto di un altro tecnico (Simone Inzaghi siede ora sulla panchina della Lazio grazie al clamoroso dietrofront estivo di Bielsa), e chi ha scatenato le ire di mezza dirigenza per scarsa fiducia nei suoi confronti. Bruno Pesaola, infatti, sostituì Cervellati alla guida del Bologna nel 1977, salvandolo all’ultima giornata. Fortemente voluto dal presidente, provocò le dimissioni di quattro dirigenti emiliani, tra cui il giornalista Enzo Biagi. Rimase poi per due anni.

Potremmo andare avanti per ore, scrivere dei saggi sull’argomento e arrivare sempre alla stessa conclusione: se si escludono gli allenatori chiamati a guidare una squadra per un paio di partite (Stefano Vecchi, predecessore di Pioli sulla panchina dell’Inter), è la storia a definire un traghettatore come tale, non una condizione di base. Questo prescinde dalla durata di un progetto sportivo (in certi casi basta mezza stagione, o meno) e di un contratto: sono i risultati sportivi a parlare, e Pioli ha dimostrato per l’ennesima volta che la precarietà, spesso male incurabile del nostro calcio, si possa trasformare talvolta in una ventata produttiva di motivazioni. Sostituirlo a fine stagione con un nome altisonante (Simeone o Conte), rischierebbe di vanificare l’ottimo lavoro portato avanti finora e ci sarà tempo e modo per parlarne meglio, ma una cosa è certa: Pioli ha confermato l’inconsistenza di alcune definizioni frettolose. Le stesse che hanno bruciato le esperienze lavorative di alcuni allenatori, e hanno trascinato altri verso uno scudetto, una Champions League o un Mondiale. Alla faccia della critica.

 

 

 

 

 

 

 

Baseball: l’Italia esce con onore dalle World Classic

Baseball: l’Italia esce con onore dalle World Classic

Terminano le World Baseball Classic per l’Italia che esce sconfitta dallo spareggio con il Venezuela a chiusura del primo turno del Gruppo D.
Ottima prova per gli azzurri che meritavano ampiamente di passare il turno contro i sudamericani dato l’immediato vantaggio e gli 0 punti concessi al Venezuela per 5 riprese ma poi i colpi dei campioni venezuelani hanno avuto la meglio grazie al fuoricampo di Miguel Cabrera, uno dei migliori battitori del mondo che gioca con i Detroit Tigers ed ha vinto le World Series nel 2003 con i Marlins.

Alex Liddi, il primo italiano in MLB, ci ha provato fino all’ultimo dimezzando lo svantaggio al nono inning ma non riuscendo a compiere l’impresa.
Esce dunque l’Italia dal grupo de la muerte come lo avevano ribattezzato oltreoceano dato che le avversarie degli azzurri sono state tutte latine e tutte comprese tra la sesta e la dodicesima posizione del Ranking Mondiale. Venezuela, Messico e Porto Rico, tutte squadre ricche di giocatori della Major League Baseball, la più importante lega del mondo, con l’Italia hanno però regalato spettacolo e la squadra di coach Mazzieri ha dimostrato al mondo che il livello del baseball italiano è cresciuto esponenzialmente ed ora anche l’Italia può stare al tavolo dei grandi.