Salti Immortali sulla striscia di Gaza

Salti Immortali sulla striscia di Gaza

“Ed egli imparò a volare. Scoprì che erano la noia e la paura e la rabbia a render così breve la vita di un gabbiano”. Volteggiano nell’aria come aquiloni. Corrono, si arrampicano, scalano, saltano dai resti di un edificio all’altro di questo non luogo dove il rumore delle bombe sovrasta quello del mare, il cielo è nuvole di fumo, e il futuro una disillusione precoce. Se proprio bisogna essere instabili, tanto vale fluttuare, librarsi in aria per staccare i piedi da quel suolo dissestato. Eppure qui, a Gaza, nella terra dove non si è liberi di essere nessuno, molti ragazzi hanno trovato la loro libertà nel parkour, la disciplina metropolitana portata alla luce da David Belle nei primi anni ’90 ma le cui radici risalgono a più di un secolo prima, quando l’ufficiale della marina francese Georges Hébert, dopo un viaggio in Africa in cui rimase impressionato dalla strabiliante abilità nel muoversi dei popoli indigeni, formulò il “metodo naturale”, un sistema di allenamento improntato sullo sviluppo fisico attraverso un ritorno ragionato alle condizioni di vita. Lo rinominò parcours de combattant, e Belle, insieme con Hubert Koundè, inserendo una vigorosa “k” al posto della “c” ed eliminando una “s” già muta lo trasformò in una vera e propria disciplina, nell’abilità di completare un percorso superando gli ostacoli con la maggior efficienza di movimento possibile, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante.

La forza del web, l’unica in grado di oltrepassare il Blocco della Striscia, ha portato il parkour fino a qui. Un soffio che ha accarezzato la testa e il cuore dei giovani gazawi che hanno abbracciato all’istante l’art du déplacement (l’arte dello spostamento), in un luogo dal quale spostarsi è impossibile. E così non resta che diventare un tutt’uno con la terra, l’aria, e lo spazio circostante.

Gaza è un vicolo cieco. Viviamo qui perché non abbiamo altra scelta. È l’unica vita che abbiamo, e cerchiamo di farla funzionare”, ha raccontato il giovane Fares a un giornalista. Lui, come la maggior parte di coetanei e compagni traceur (così vengono chiamati i praticanti del parkour), vive grazie agli assegni governativi e agli aiuti dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati (UNRWA). Per loro superare ostacoli non è solo una disciplina, è diventato uno stile di vita. Ogni barriera si trasforma in appiglio per superarla, ogni scatto è una corsa verso i propri sogni, ogni salto è un volo verso la libertà. Salti immortali. Aveva proprio ragione Seneca: “le difficoltà rafforzano la mente, la fatica rafforza il corpo”. Addestrarsi e allenarsi per non arrendersi, per combattere ogni giorno la realtà che la storia di un conflitto secolare ha reso immutabile.

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Gli spazi per “tracciare” sono pochi. Le idee per farlo, tante. Il cimitero di Khan Yunis, le rovine delle abitazioni, gli insediamenti in principio abitati dagli israeliani e ora abbandonati perché trovare materiali edili per ricostruire è difficile. Ma qui, allenarsi “in pace” è complicato, perché questi luoghi fantasma vengono usati anche come campi di addestramento dalla Resistenza, e spesso i militanti di Hamas fermano i ragazzi del parkour per il timore che i droni israeliani li vedano e registrino addestramenti per possibili azioni di guerriglia.

La guerra, sempre la stramaledetta guerra. “Era un F16 israeliano, ha bombardato un terreno disabitato a circa 500 metri da dove ci trovavamo. Eravamo terrorizzati, ma abbiamo continuato ad allenarci” racconta un membro del collettivo Gaza Parkour Team, fondato nel 2005 da Muhammed Aljkhbeir e da Abdullah Anshasi. Parole che sono anche immagini, visibili nel video che il collettivo ha girato come risposta alla provocazione dell’artista Banksy, andato a Gaza per rappresentare la sua arte polemica proponendo la Striscia come meta turistica: “il mondo si sta perdendo tutto il bello della vita”. Nel video, i ragazzi del team si improvvisano ironicamente come guide turistiche: “quasi la metà di noi non ha un lavoro, quindi abbiamo tempo per farvi fare un giro”.

Un tour itinerante della città distrutta, capriole e acrobazie varie tra le rovine, fino a quando non arrivano su un spiaggia deserta e in un attimo, sullo sfondo, il fuoco delle bombe si solleva da terra avvolto in un fungo nero. La guerra è lì, a pochi passi. La morte è a un battito di ciglia, forse di ali. Quelle che questi gabbiani non vogliono tarpare, perché ciascuno di loro è, in verità, “un’infinita idea di libertà, senza limiti”.

Stadio della Roma: se il “Grande Escluso” si chiama Caltagirone

Stadio della Roma: se il “Grande Escluso” si chiama Caltagirone

In molti pensano che se ci fosse stato lui, a quest’ora lo stadio della Roma sarebbe già stato costruito. E Francesco Totti, magari, avrebbe potuto disputare anche la sua ultima partita da calciatore proprio lì, nel “Nuovo Colosseo”. Perché quando si parla di costruzioni, edilizia e grandi appalti nella Capitale d’Italia, il suo nome è una garanzia di storia e di potere. Non è un a caso se proprio nella Città Eterna ci sia un vecchio detto secondo il quale non si muova mattone se non voglia Caltagirone. Perché proverbi a parte, è un dato di fatto che Francesco Gaetano Caltagirone detto Franco, abbia fatto la storia edilizia di questa città. E per questo, non può passare inosservato il fatto che in uno dei più grandi progetti degli ultimi vent’anni, quello che riguarda la costruzione del nuovo stadio della Roma, un business da oltre un miliardo di euro, sia proprio lui il grande “escluso”. Che nessuna delle sue imprese cioè, sia direttamente coinvolta nel “grande affare” portato avanti dalla coppia Pallotta-Parnasi.

Eppure, la storia vuole che fosse stato proprio lui ai tempi di Gianni Alemanno uno dei primi a parlarne: a presentare quanto meno l’idea che lo stadio della Roma venisse costruito. Ma non a Tor di Valle, sui terreni del “rivale” Parnasi, bensì a Tor Vergata, vale a dire sui terreni sopra i quali le sue imprese hanno le concessioni. Laddove sarebbe dovuta essere costruita la nuova cittadella dello Sport in occasione delle Olimpiadi del 2024 per le quali la città di Roma aveva presentato la candidatura come sede ospitante. Se la candidatura non fosse stata stroncata dall’arrivo in Campidoglio della pentastellata Virginia Raggi. E ancora una volta Caltagirone sarebbe rimasto con il cerino in mano. Come nel 2012 quando, nonostante come raccontavano alcuni organi d’informazione (tra i quali il sito Affaritaliani.it), ci fosse già un accordo di massima raggiunto con l’allora presidente giallorosso Thomas Di Benedetto per la costruzione dell’impianto a Tor Vergata, proprio il successore di Di Benedetto James Pallotta dopo aver affidato la selezione alla società immobiliare Cushmon&Wakefield, sceglierà i terreni di Tor di Valle e non quelli di Tor Vergata. Regalando alla famiglia Parnasi e non a lui, l’opportunità di entrare per sempre nella storia del club giallorosso.

Lo stesso Parnasi che sempre nel 2012 sfilerà a Caltagirone un altro affare: quello degli uffici della Provincia, un appalto da oltre 250 milioni di euro. Due colpi, in un solo anno. Troppo per uno come lui. Inizierà allora una vera e propria “guerra mediatica” al progetto di Tor di Valle, portata avanti dal giornale di famiglia Il Messaggero. Il quale, in tutti questi anni da quando è iniziata questa storia, raramente (per non scrivere mai), ha scritto una riga di favore al progetto di Tor di Valle. Cannoneggiando piuttosto l’iniziativa un giorno sì e l’altro pure. Nonostante proprio Caltagirone, pubblicamente, non abbia mai fatto trapelare il suo disappunto. Ma al contrario, come un vero uomo di potere, abbia preferito agire nell’ombra utilizzando le armi (mediatiche) a sua disposizione. Si dice che abbia uomini e donne a lui vicini dappertutto: in politica, nella pubblica amministrazione.

Come si diceva che Paolo Berdini, l’ex assessore all’Urbanistica di Virginia Raggi, fortemente contrario al progetto dello stadio a Tor di Valle (che Berdini voleva spostare nella parte sud-est della Capitale in zona Romanina-Tor Vergata) e ufficialmente convinto anti-palazzinaro, fosse in realtà un uomo a lui vicino. Per la storia, svelata da Il Tempo nel 2016, che avrebbe visto Berdini lavorare come consulente per una società del gruppo Caltagirone in un appalto dell’Università di Tor Vergata. Una storia che lo stesso Berdini vorrà parzialmente smentire dicendo di aver lavorato soltanto per l’Università. Ma comunque, uscito di scena Berdini, gli intoppi al progetto di Tor di Valle non sono finiti. Qualcuno pensa che dietro a tutte le magagne, ci sia proprio la longa manus sua: di Franco Gaetano Caltagirone, il “grande escluso” dal progetto. Ma fino a prova contraria, tutte queste non possono che restare ciò che sono: soltanto chiacchiere.

Carlos Caszely, il calciatore che sfidò Pinochet

Carlos Caszely, il calciatore che sfidò Pinochet

Correva l’anno 1973 e la storia del Cile era appena stata cambiata dal colpo di Stato del generale Augusto Pinochet. Il presidente socialista Salvador Allende aveva pronunciato via radio il suo ultimo discorso preparando il popolo cileno al cambiamento in atto. La storia, come quella del mondo molti anni più avanti, anche in Cile cambierà per sempre l’11 settembre, perché quello sarà stato  il giorno del golpe. Nei giorni in cui Pinochet conquistava il potere con la forza, Marcelo Salas (che a fine degli anni Novanta diventerà per tutti El matador) non era ancora nato. I cileni osannavano Carlos Caszely, un piccolo (di statura) ma rapidissimo attaccante del Colo Colo, soprannominato il “re del metro quadrato” per quella sua straordinaria capacità di sfruttare al meglio le occasioni che gli capitavano sotto porta.

Nella storia del calcio cileno, meglio di Caszely faranno soltanto Ivan Zamorano e lo stesso Marcelo Salas. Ma Caszely sarà ricordato per sempre anche perché si renderà protagonista di un gesto destinato ad entrare nella storia. Nelle stesse ore in cui Allende annuncia la fine della democrazia e l’arrivo della dittatura militare con la residenza presidenziale che sarà messa sotto assedio, la nazionale di calcio cilena si sta preparando ad affrontare la partita di andata dello scontro decisivo contro l’Unione Sovietica, valido per conquistare un posto ai Mondiali tedeschi del 1974. Il match, disputato in territorio URSS, terminerà in pareggio con il risultato di 0-0. Il ritorno è previsto per il 21 novembre del 1973 in Cile, allo stadio “Nacional” di Santiago.

Il discorso qualificazione è ancora aperto per entrambe le squadre. Ma l’Unione Sovietica si rifiuta di scendere in campo in uno stadio militarizzato dai soldati di Pinochet e teatro di abusi e torture verso i dissidenti al regime. Consentendo così al Cile di ottenere “a tavolino” la qualificazione ai Mondiali tedeschi. Ma lo spettacolo anche quella volta, doveva evidentemente andare avanti. E così la nazionale cilena fu “costretta” comunque a scendere in campo (da sola) in una partita surreale, senza l’avversario. Ci sarà spazio addirittura anche per i gol:  il capitano Valdes realizzerà una rete in una porta rimasta completamente vuota.

In campo c’è anche Carlos Caszely che non ha mai nascosto le sue simpatie socialiste. Aveva detto che se gli fosse capitata la palla sui piedi l’avrebbe calciata fuori. Ma al contrario, quando si presenterà l’occasione, non avrà il coraggio di farlo. A partita finita, negli spogliatoi, si sentirà male per la rabbia. Non dimenticherà mai quella partita.

Durante i Mondiali del 1974, nel corso della partita contro la Germania padrona di casa, si farà espellere. Non sarà un’espulsione qualunque: ma il primo cartellino rosso nella storia dei Mondiali. C’è ancora un’istantanea dell’arbitro che gli sventola il cartellino sotto gli occhi che diventerà una foto-simbolo. Lo sarà anche (ma in senso negativo) per il regime di Pinochet. Il quale, infatti, imporrà la sua esclusione dal giro della nazionale. Fino a quando non sarà richiamato a furor di popolo. Siamo nel 1982, la situazione politica non è cambiata e la dittatura del generale Pinochet regna ancora sovrana. Caszely ha lasciato il Colo Colo per andare a giocare in Spagna. Molti anni dopo, nel corso di un’intervista pubblicata dal blog futbologia.org, dirà di non essersi mai sentito “un esiliato”.

Arrivano i mondiali di calcio e la nazionale cilena si è guadagnata anche questa volta la partecipazione. Il Generale considera l’evento un’occasione importante per migliorare agli occhi del mondo l’immagine del suo regime. Il Cile è capitato nello stesso girone di Austria, Algeria e Germania Ovest. Nella prima gara, Caszely e i suoi compagni, sono impegnati contro gli austriaci. Sotto di una rete, l’occasione per agguantare il pareggio arriva proprio quando l’attaccante si guadagna un calcio di rigore che egli stesso vorrà incaricarsi di calciare. Sui piedi di Caszely ci sono gli occhi puntati del generale Pinochet. Ma il “re del metro quadrato” fallisce incredibilmente il penalty.  Otto anni dopo quel cartellino rosso. Il Generale, ancora una volta non la prenderà bene. Contro Caszely inizieranno i processi mediatici. Resterà per sempre il sospetto che quel rigore sbagliato non sia stato affatto un errore casuale. Piuttosto la “rivincita” del bomber socialista, nei confronti della dittatura militare e dello stesso Pinochet. E, da quel giorno, nella storia del calcio cileno, Caszely verrà ricordato come il calciatore che sfidò Pinochet.

Nel 1988, quando il popolo cileno avrà l’occasione di voltare pagina nel referendum contro la dittatura, anche Caszely parteciperà al voto. “Andammo alle urne tranquilli ma dentro eravamo molto nervosi– dirà il calciatore – sapevamo che dovevamo farla finita. Per fortuna andò così”.

Una SuperCoppa Italiana d’oro. Soprattutto se non si gioca in Italia

Una SuperCoppa Italiana d’oro. Soprattutto se non si gioca in Italia

Poco più di un portaombrelli? Beh, comunque abbastanza capiente. La Supercoppa italiana è un affare. Basta leggere i bilanci delle squadre: la Juventus ha incassato, lo scorso anno, 1,237 milioni. Non male per giocare 90′ o al massimo 120′. E in ogni caso, conviene giocarla fuori dall’Italia

Da dove derivano gli introiti?

La scorsa edizione si è giocata in Qatar. La Lega ha ottenuto il 10% quantificabile in circa tre milioni di euro. I club invece si spartiscono il 45 per cento. In Italia c’è maggiore audience popolare, ma ai club interessa probabilmente poco. L’estero lascia intravedere prospettive commerciali molto più ampie. E sopratutto redditizie: un mercato da 30-40 milioni subito e potenzialmente illimitato per l vendita dei diritti televisivi all’estero. Fra l’altro giocare in Qatar permette un risparmio sui costi “vivi” alle società: vitto e alloggio? Tutto pagato dagli sceicchi.

E quest’anno come è andata?

La Supercoppa Italiana 2017, vale circa 3 milioni di euro. Somma che scaturisce da un incasso di 1,7 milioni di euro. Sommato alla commercializzazione dei diritti tv (1,5 milioni di euro). Tradotto in soldoni, perché di questo si tratta, Juventus e Lazio, a prescindere da chi ha alzato al cielo il trofeo, si sono divise circa 1,4 milioni di euro. Il restante 10%, pari a 300 mila euro, invece finiscono nelle casse della Lega.

Le prospettive futuribili

Una perdita secca di 700 mila euro a testa. Quanto basta per tornare ad esportare il calcio italiano all’estero? Beh, la Supercoppa è un trofeo storicamente…turistico. Una sorta di spot della Serie A, quanto mai necessario in un contesto storico in cui il nostro campionato non è più considerato da “prime time”. Ecco perché, con ogni probabilità, dalla prossima stagione il terzo trofeo italiano tornerà…itinerante. Specificatamente in Arabia o in Cina. Questione di necessità: i diritti tv venduti all’estero, magari anche in Pay Per View, generano incassi importanti spalmati su un mercato pressoché illimitato. Musica per le orecchie delle Big, interessate più al marchio e alla diffusione del brand che al…portaombrelli. Ah dimenticavamo i tifosi delle squadre impegnate nel trofeo, che magari hanno difficoltà a raggiungere Dubai o Pechino. Riposta con una domanda. Quanto pensate che interessi?

 

E lucevan le stelle: la Sinfonia di Elio De Angelis

E lucevan le stelle: la Sinfonia di Elio De Angelis

«CE L’HA FATTA!!» esclamò al microfono Mario Poltronieri quando lo vide tagliare il traguardo del Gran Premio d’Austria. Elio De Angelis aveva vinto la sua prima gara in Formula-1. Era il 15 agosto 1982 e a Zeltweg, sul vecchio e storico Österreichring, quasi sei chilometri di saliscendi a oltre 220 km/h di media, conquistava definitivamente un posto al sole dell’automobilismo quel ragazzo romano di ottima famiglia (costruttore e campione mondiale di motonautica il padre, Giulio De Angelis) e dall’animo squisito. «Elio non si dava arie, non si atteggiava a primadonna, ma era umile, educato e affabile. Insieme abbiamo trascorso tanti momenti divertenti» ricorda Jaime Manca Graziadei, team manager della Minardi dal 1987 al 1990 e amico di De Angelis da prima che esordisse in F1 (Argentina ‘79, su una crepuscolare Shadow). Un legame nato dal comune amore per le corse, la più grande passione di Elio, seguita da quella per la musica classica e per la forma fisica. «Andava a correre a Villa Glori, gli piaceva tenersi allenato, e quando andavo a trovarlo a casa, capitava che si mettesse a suonare il pianoforte. Era bravissimo e componeva da solo i brani».

Lo fece anche in quel Ferragosto di trentacinque anni fa. Non su uno spartito, al fresco dei Parioli, ma sull’asfalto della calda Stiria. E fu un’opera tanto bella quanto inaspettata. «Speranze concrete non ce n’erano molte, quell’anno» racconta Andrea Gallignani, figlio di Angelo (industriale nel mondo degli accessori per l’auto e partner, con la sua Everest, di Giancarlo Minardi negli anni della Formula-2), coetaneo e amico fraterno di De Angelis da quando correva nelle formule minori e poi quasi sempre presente ai suoi gran premi. «I motori Ford Cosworth erano affidabili, ma non reggevano il confronto con i turbo». Come dargli torto? Ferrari, Renault e BMW avevano dagli 80 ai 100 cavalli in più e De Angelis, al terzo anno in Lotus, fino a quel momento aveva raccolto tredici punti (tre quarti e due quinti posti).

«C’erano due campionati, quello dei turbo e quello degli altri. Cioè il nostro. E noi anche quel giorno in Austria puntavamo ad arrivare davanti alle nostre principali avversarie, Williams e McLaren». Esordisce così Luis Ruzzi, argentino di origini italiane (origini abruzzesi per il padre), manager e amico di De Angelis. Obiettivo centrato nell’overture, quando Elio (7° in prova) balzò davanti proprio alla Williams di Rosberg. Un giro dopo, il ferrarista Tambay (4°) fu costretto al pit-stop per una foratura e rientrò ultimo. Da allegro andante la gara si trasformò in un crescendo armonioso. I turbo avevano una controindicazione, l’affidabilità, e sovente alzavano bandiera bianca. Al 15° giro, steccò il Renault di Arnoux. Al 27°, il BMW di Patrese, in quel momento leader della corsa e amico di De Angelis (i due furono tra i promotori delle partite di calcio tra piloti e giornalisti), che a metà gara era così secondo. Lontano, a oltre trenta secondi, Prost, più vicino Piquet, scivolato indietro con l’altra Brabham per un contrattempo al cambio gomme e poi messo ko da un guaio elettrico.

«Il nostro riferimento rimaneva comunque Rosberg» prosegue Ruzzi. Poi, all’improvviso, al muretto Lotus, un urlo. Le turbine del Renault di Prost erano in fiamme e a cinque giri dalla fine, per la prima volta in carriera, Elio De Angelis era in testa a un gran premio di F1. E con Rosberg a oltre tre secondi, c’erano le premesse perché la composizione si trasformasse in sinfonia. Senonché all’inizio dell’ultimo giro la Williams si era portata a 1”6. Cosa stava succedendo alla “91” di De Angelis? Lo svela Gallignani. «Mi spiegò che all’improvviso gli mancarono una o due marce». E così il futuro padre di Nico, negli ultimi chilometri, gli piombò negli scarichi. Tentò un paio d’attacchi alla Texaco Chicane, ma De Angelis non abboccò e tenne duro anche nel tratto veloce che precedette l’ultima curva, la Jochen Rindt, dove le due vetture si ritrovarono praticamente affiancate. «Mi disse: “Non l’avrei mai fatto passare!”» rivela sempre Gallignani, che aggiunge come i due fossero molto amici. «Quando eravamo a casa della fidanzata (la tedesca Ute Kittelberger, ndg), Keke ogni tanto passava a trovarlo. Giocavano spesso a ping-pong».

«Il pubblico era per lui, c’erano molti italiani, e quando Elio andò in testa, al muretto mi raggiunse Michele Alboreto, erano amici. Guardammo insieme gli ultimi giri, sulla linea del traguardo le macchine sembravano appaiate, non si distingueva chi avesse vinto, ma quando vidi Colin Chapman lanciare in aria il suo berrettino nero, capii che ce l’aveva fatta. Fu uno dei momenti più emozionanti della mia vita». La commozione si fa largo in Ruzzi quando ripensa a quelle immagini. La bandiera a scacchi; De Angelis che esulta con entrambe le braccia al cielo durante il giro d’onore; Chapman – che lo aveva ingaggiato nel 1980 dopo che in un test lo aveva visto mettere in riga altri pretendenti a quel sedile: Jan Lammers, Eddie Cheever e Nigel Mansell – che lo abbraccia al rientro ai box; la camminata verso il podio; l’intervista dove compare anche il manager sudamericano, felice: «Stavo dietro di lui. Mi sono emozionato quando l’ho rivista»; la premiazione e la corsa per i campi, con la coppa in mano, verso un aerodromo per volare in Sardegna dalla famiglia e dagli amici, che non erano presenti a Zeltweg. A differenza di Ute e di Ruzzi, che ha ancora negli occhi l’atterraggio. «Uno spettacolo! Si complimentarono anche dalla torre di controllo, tanta gente ad aspettarlo, abbracci, applausi… fu un’accoglienza da vittoria del campionato del mondo!».

15 agosto 1982. Nella terra di Mozart e Strauss, Elio De Angelis aveva composto un’indimenticabile sinfonia di Ferragosto.

 

Calciomancato:  quando Messi stava per andare al Como

Calciomancato: quando Messi stava per andare al Como

Oggi, insieme a Cristiano Ronaldo, è unanimemente riconosciuto come il calciatore più forte in attività. Qualcuno porta avanti anche paragoni con l’altro grande argentino della storia del football, ‘El Pibe de Oro’ Diego Armando Maradona, ritenendo che si tratti dell’unico talento in grado di raggiungere (superare?) i picchi del fenomeno che ha fatto sognare Napoli ad occhi aperti. Stiamo, ovviamente, parlando di Lionel Messi.

Il campione del Barcellona, a trent’anni compiuti da poco, ha vinto praticamente tutto il possibile a livello di club (sono ben noti, infatti, i ‘dolori’ di Messi nella nazionale albiceleste) e personale, con i Palloni d’Oro che in casa dell’argentino ormai verranno probabilmente utilizzati come i nani nei giardini di ogni comune mortale.

Eppure, la storia sarebbe potuta andare in modo molto diverso.

Siamo agli albori degli anni Duemila e l’imprenditore Enrico Preziosi è a capo del Como Calcio, società che, con tanti sforzi economici, il presidente sta tentando di far rientrare nel calcio che conta dopo anni bui. Ci riuscirà nel 2002, quando i lariani tornano nella massima serie in seguito ad un doppio salto di categoria in due anni partendo dalla Serie C.

Grande artefice del miracolo sportivo dei lombardi è il tecnico Loris Dominissini, che tuttavia dopo dodici giornate di Serie A viene esonerato. E’ l’inizio della fine per i biancoblù, che dopo un solo anno tornano immediatamente (e mestamente) in Serie B.

Il grande motivo di rammarico, però, a posteriori, può e deve essere considerato un altro.

Dalle giovanili dei Newell’s Old Boys, infatti, in quel periodo, in Lombardia giunge in prova un ragazzino dalla folta chioma castana. Si chiama Lionel Messi, per tutti semplicemente ‘Leo’. Il ragazzo non è affatto male. Ha numeri importanti ed una velocità con la palla al piede semplicemente eccezionale.

Il problema? ‘Leo’ è gracile, fin troppo pensa qualche ‘esperto’, per il ruvido calcio italiano. Alla fine non se ne fa nulla e Messi si accasa in Spagna poco dopo. E’ il rimpianto del secolo.

A confessare la vicenda, nel 2010, ormai da presidente del Genoa, fu Enrico Preziosi in prima persona. Tra i motivi della rinuncia anche dei problemi con la famiglia dell’argentino. “Quando si prende un ragazzo, c’è tutta una trafila anche per quanto riguarda i genitori, bisogna sistemarli in Italia. C’era tutta una situazione che impegnava la società a fare determinate cose, perché era minorenne.”

Il numero uno rossoblù ci tenne, inoltre, a specificare di non essersi occupato in prima persona della trattativa. “I fenomeni ci sono sempre, allora non ero io il fenomeno, era qualcun altro, però va bene così. Molto spesso sono i direttori sportivi che si occupano dei ragazzi giovani, che decidono di ingaggiarlo o no. Non è per scaricare la colpa, ma è stato così. Avevamo una persona che lo seguiva, avevamo parlato con la famiglia, era molto entusiasta di venire in Italia, però poi non se n’è fatto niente”.

Messi al Como. Sembra roba da Playstation o Football Manager ed invece poteva essere davvero realtà.

Lev Yashin, storia dell’invincibile Ragno Nero

Lev Yashin, storia dell’invincibile Ragno Nero

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

Monza 1988, l’incredibile doppietta rossa in ricordo di Enzo Ferrari

Monza 1988, l’incredibile doppietta rossa in ricordo di Enzo Ferrari

Monza, 11 settembre 1988. Dodicesima prova del Mondiale di F1. Un Gran Premio d’Italia molto particolare. Sulle tribune dell’Autodromo Nazionale, c’è un posto vacante. L’antefatto si consuma alle 7 del mattino del 14 agosto a Modena: a 90 anni, muore Enzo Ferrari, fondatore della “Scuderia Ferrari”, un marchio capace di imporsi sia in pista che nel mercato dell’automobile.

In quel periodo, però, si vince poco. Anzi. Il Mondiale è dominato dalle McLaren di Ayrton Senna e Alain Prost: due cannibali. Su 11 Gran Premi disputati, sette vittorie per il brasiliano, quattro per il francese. La Ferrari, lontana anni luce delle monoposto anglo-giapponesi, è affidata a Berger e Alboreto. I primi dei “normali”. I due piloti vivacchiano su e giù dal gradino più basso del podio. Poche soddisfazioni e tanta polvere. Monza, però, è la gara di casa…

Il weekend procede senza sorprese: le qualifiche premiano la scuderia di Woking. La prima fila, come prevedibile, è tutta Mc Laren. Prost e Senna. Berger e Alboreto in seconda fila. Si profila l’ennesima gara a senso unico. Prost e Senna, Senna e Prost. Uffa, che noia. I due piloti si giocano il titolo mondiale su una macchina che viaggia come un’astronave: staccano facilmente le due Ferrari che arrancano in terza e quarta posizione.

Al 35esimo giro, però, il primo colpo di scena. Prost rallenta, gira su tempi altissimi, la sua macchina produce un rumore sordo. Guasto elettrico. Berger lo attacca e lo supera senza difficoltà alle curva di Lesmo. Il cedimento del propulsore del compagno lascia via libera a Senna. Il brasiliano, primo e senza il suo avversario più pericoloso ha oltre 10 secondi di vantaggio sulle due Ferrari. Deve solo gestire la gara e portare la sua monoposto al traguardo per guadagnare punti preziosissimi in ottica mondiale.

A tre giri dalla fine, però, accade qualcosa di incredibile: Senna deve doppiare Schlesser, un pilota Williams che neanche doveva parteciparvi, a quel Gran Premio. Gareggia solo perché Nigel Mansell (che ha già firmato con la Ferrari per l’anno successivo) ha il più classico dei “mal di pancia”. Il pilota di riserva della monoposto inglese vede la sagoma di Senna ingrandirsi negli specchietti. Il brasiliano è sempre più vicino… quanto basta per far perdere la testa al pilota francese. Schlesser prima frena, poi inchioda, quindi taglia la curva al limite delle leggi della fisica e della logica. Senna non può evitarlo, il tocco è inevitabile. Testa coda. La gara di Ayrton, finisce lì, a pochi passi dal drappo del Cavallino…

Berger e Alboreto si ritrovano al comando. Restano due giri. É una lunga passerella: il pubblico in visibilio accompagna i due sino alla bandiera a scacchi. Le due rosse fra cori da stadio più che da autodromo, tagliano il traguardo praticamente insieme, a 512 millesimi l’uno dall’altra. Doppietta Ferrari. Evento che, da queste parti, non si verificava da 9 anni. Un successo maturato a metà fra l’imprevisto e l’imponderabile. Per la cronaca, le McLaren vinceranno le ultime quattro gare in calendario e chiuderanno il loro 1988 con 15 vittorie su 16 GP. Vinte tutte, insomma. Tranne a Monza. Non lì, non allora. Non si correre più veloci del destino. E l’11 settembre 1988, a Monza, vi era un avversario insuperabile: il ricordo del Drake. E cosa, se non il trionfo tutto Ferrari, per celebrarlo?

Lo Stadio della Roma come il Gioco dell’Oca: verso una nuova Conferenza dei Servizi. Che farà Pallotta?

Lo Stadio della Roma come il Gioco dell’Oca: verso una nuova Conferenza dei Servizi. Che farà Pallotta?

Il progetto che riguarda il nuovo stadio della Roma a Tor di Valle somiglia sempre di più al “frutto amaro” di cui cantava Antonello Venditti. Una questione politica come diceva l’inventore di “Grazie Roma”, che sembra diventare giorno che passa un vero e proprio “gioco dell’oca” che quando sembra arrivato alla casella finale puntualmente è costretto a ricominciare daccapo.

Gli ultimi problemi sono arrivati con il parere del rappresentante dello Stato nella Conferenza dei Servizi che la Regione Lazio aveva mantenuto aperta, nonostante la formale bocciatura del 5 aprile scorso.  E anche questa volta, come in occasione del progetto approvato dalla giunta Marino, il governo ha espresso “parere favorevole” alla realizzazione dell’opera, ma con alcune riserve in materia di viabilità e infrastrutture. Infatti se tra i soggetti statali coinvolti la maggioranza si è mostrata favorevole (tra questi i ministeri degli Interni e dell’Ambiente, il Demanio, la Prefettura), al contrario, alcune riserve sarebbero state mostrate dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Le quali, se per il ministro Graziano Del Rio non sono una bocciatura ma soltanto delle prescrizioni, c’è invece anche chi come il quotidiano Il Messaggero (organo di proprietà del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, ad oggi uno deigrandi esclusi” dal progetto) si affretta a far presente l’esatto contrario: vale a dire l’esistenza di due pareri entrambi licenziati dal ministero dei Trasporti, che arriverebbero nientemeno che a “smentire” il ministro. Il primo, che porterebbe la firma del direttore del Dipartimento per i Trasporti e la Navigazione Elisa Grande e il secondo del direttore generale Ornella Segnalini e che sarebbero entrambi “pareri negativi al progetto di Tor di Valle. In particolare, come scrive sempre il Messaggero, tra le varie criticità sarebbero state avanzate alcune in merito all’eliminazione dal progetto del Ponte di Traiano (previsto nella versione iniziale approvata dalla giunta Marino), il famoso Ponte sul Tevere che la giunta di Virginia Raggi non ha voluto considerare come opera di pubblica utilità da inserire nel progetto a compensazione delle cubature concesse ai privati.

E ancora, nel parere della Segnalini il ministero boccia completamente le tre ipotesi alternative all’eliminazione delle 3 opere di pubblica utilità (il Ponte di Traiano, lo svincolo sulla Roma Fiumicino e il viadotto di approccio). Vale a dire le soluzioni che avrebbero previsto l’unificazione della via del Mare con l’Ostiense fino a viale Marconi; la sostituzione del ponte di Traiano con quello dei Congressi (la cui realizzazione e’ ancora lontana dall’essere vista) e una terza che invece avrebbe voluto la costruzione dello stadio anche senza i ponti. Ipotesi che il Ministero considera non condivisibili.
Infatti come riportato anche dal Corriere della Sera, a questo proposito la Segnalini scrive che: “La Direzione Generale non condivide le 3 differenti in quanto non alternative e indipendenti, mentre la terza non può essere presa in considerazione per l’assoluta inadeguatezza” . Un bocciatura severa fino al limite dell’inappellabilità, a tal punto da mettere in discussione l’intera delibera fatta approvare dalla giunta di Virginia Raggi nel mese di giugno

Le maggiori criticità infatti sarebbero sorte proprio in seguito alle modifiche volute dalla sindaca penta stellata. La quale, chiedendo una forte riduzione delle cubature (per compiacere una buona parte della base e degli attivisti romani contrari alla versione iniziale e il tutto sotto la benedizione del “garante” Beppe Grillo), ha ottenuto anche una contestuale riduzione delle opere di pubblica utilità (tra le quali l’eliminazione dello svincolo sull’autostrada Roma-Fiumicino e appunto il ponte di Traiano) che invece la giunta Marino aveva inserito come “onere” a carico dei proponenti (la Roma e la società Eurnova del costruttore Luca Parnasi) per concedere il semaforo verde alla realizzazione dell’opera. Ma proprio la presenza di queste criticità adesso, rischia di far ripartire l’iter, da una nuova Conferenza dei Servizi che la Regione Lazio, come lasciato intendere dall’Assessore Michele Civita, potrebbe ufficialmente aprire nel mese di settembre. Ma vorrebbe dire altri 6 mesi di attesa (ammesso che il parere finale sia favorevole) per la posa della prima pietra. Quella che invece il presidente della Roma James Pallotta avrebbe voluto mettere entro la fine dell’anno. Come dichiarato qualche settimana fa, prima di minacciare la vendita del pacchetto azionario di maggioranza della società giallorossa, qualora l’autorizzazione a costruire lo stadio non fosse arrivata. Ma adesso quindi, se veramente si andrà verso l’apertura di una nuova conferenza dei servizi, con altri mesi di attesa, che potrà succedere? Il finanziere di Boston avrà ancora la pazienza di aspettare?

L’Africa e i Mondiali del 1966, una storia dimenticata

L’Africa e i Mondiali del 1966, una storia dimenticata

Coppa del Mondo 1966: presente nell’immaginario collettivo per la vittoria dell’Inghilterra (rimasta l’unica fino ai giorni nostri), un gol controverso nella Finale, l’esplosione di Eusebio e la sorpresa rappresentata dalla Corea del Nord. Quasi nessuno ricorda, invece, che si è trattato dell’unica volta in cui un intero continente ha boicottato la Coppa del Mondo. Stiamo parlando dell’Africa e della sua clamorosa rinuncia a quella manifestazione sportiva.

Tra coloro che non poterono brillare durante tale appuntamento c’era il ghanese Osei Kofi, descritto una volta addirittura da Sua Maestà Gordon Banks come fenomeno pari al grande George Best. Un’affermazione che di certo lascia di stucco, visto il talento smisurato dell’ex numero sette del Manchester United che lo porta a tutt’oggi ad essere considerato uno dei più grandi calciatori mai esistiti.

La stranezza, però, risiede nel fatto di non aver mai sentito parlare prima di Kofi, che in occasione di due gare amichevoli trafisse il fenomeno Banks per ben quattro volte.

Purtroppo per lui, il “Wizard Dribbler” (il mago del dribbling) non ebbe modo di dimostrare tutto il suo talento imperversando sulle fasce laterali durante la Coppa del Mondo del 1966; gli fu tolta questa grande opportunità quando l’Africa decise sorprendentemente di boicottare la Fase Finale della manifestazione.

A quel tempo, le “Black Stars” ghanesi erano reduci da due successi consecutivi (1963 e 1965) nella Coppa d’Africa e si sarebbero presentati ai Mondiali da campioni in carica del proprio continente.

Penso che il soprannome di ‘Black Stars’ fosse perfetto per quel periodo,” dice Kofi, che oggi è diventato un sacerdote, alla BBC Sport. “Avevamo uomini intelligenti che erano pure calciatori eccezionali sul rettangolo verde. Credo che avremmo anche potuto vincere quella Coppa del Mondo”.

Nel momento più splendente della propria storia, però, le “Black Stars” caddero in un buco nero.

Durante il gennaio del 1964, la Fifa decise che le sedici contendenti alla Coppa del Mondo sarebbero state così suddivise: 10 team europei, inclusa l’Inghilterra che ospitava la rassegna, 4 selezioni provenienti dalla zona latino-americana ed una dall’America Centrale. Rimaneva soltanto un posto da conquistare e ben tre continenti a battagliare per esso: Africa, Asia e Oceania.

Poco dopo l’assurda decisione, il capo dello sport del Ghana, Ohene Djan, che era anche membro del Comitato Esecutivo della Fifa, gridò allo scandalo.

In un telegramma inviato alla Fifa da parte di Djan, la scelta fu definita “patetica e malsana”. “L’Africa avrebbe dovuto avere, nel peggiore dei casi, almeno un posto per una sua nazionale”, l’opinione di Djan.

I toni della lettera di Djan furono approvati da Kwame Nkrumah, il presidente del Ghana, che era diventato, nel 1957, il primo paese sub-Sahariano ad ottenere l’indipendenza.

Nkrumah voleva utilizzare il calcio come mezzo per unire l’Africa e disse a Djan di fare tutto il possibile per rendere il calcio africano importante nel mondo.

Ohene Djan era anche un membro della Confederation of African Football (Caf) ed emerse come figura principale per la lotta alla conquista di un posto nella Coppa del Mondo del 1966 insieme ad un membro etiope della Caf di nome Tessema Yidnekatchew.

La coppia portò argomenti convincenti a sostegno della tesi che vedeva ingiusto il trattamento riservato dalla Fifa alle nazionali africane; Tessema, in merito, parlò di “una presa in giro a livello economico, politico e geografico”.

In primo luogo, i due sostenevano che fosse giusto riservare almeno un posto all’Africa perché le nazionali del ‘continente nero’ erano migliorate in modo significativo nel corso degli ultimi anni. La seconda critica alla scelta della Fifa riguardava il fatto che i costi dell’organizzazione di un play-off tra una nazionale Africana ed un’altra proveniente da Asia o Oceania erano terribilmente alti. Infine, la politica; con una situazione molto complicata e tesa tra Caf e Fifa riguardo al tema dell’apartheid in Sudafrica.

Politica e campo

Successivamente alla sua fondazione, avvenuta nel 1957, la Caf era l’unica organizzazione panafricana esistente in quel momento; precedette, infatti, di sei anni la creazione di quella che oggi è l’African Union, assumendo dunque un ruolo geo-politico assolutamente fondamentale.

Con sede a Il Cairo, la Caf fu la prima organizzazione sportiva mondiale ad espellere il Sudafrica a causa della politica di apartheid nel 1960.

Non appena un paese africano diveniva indipendente, si univa alle Nazioni Unite e poi alla Caf: non c’erano altre organizzazioni,” ricorda Fikrou Kidane, a lungo fianco a fianco con Tessema, che morì nel 1987.

Lo storico del calcio Alan Tomlinson, in merito, afferma: “Sin dall’inizio, questa fu una storia che toccò le politiche culturali nel periodo post-coloniale”.

La Fifa inizialmente sospese il Sudafrica, comunque con un anno di ritardo rispetto a quanto fatto dalla Caf, per poi riammettere il paese nel 1963, parzialmente a causa della promessa, da parte della nazione Africana, di inviare un team di soli bianchi alla Coppa del Mondo del 1966 ed uno di soli neri nell’edizione di quattro anni dopo.

La prima volta che venni a conoscenza di questa fantomatica soluzione, iniziai a ridere” afferma Tomlinson, che attualmente sta lavorando alla biografia dell’allora presidente della Fifa Stanley Rous.

Per le qualificazioni alla Coppa del Mondo del 1966, la Fifa decise di inserire il Sudafrica, che potremmo definire uno ‘stato reietto’ nel suo continente allora, in un gruppo asiatico, così da evitare che avvenisse uno scontro con altre nazionali africane; ci pensò, tuttavia, la storia del play-off tra Africa, Asia e Oceania a riproporre il problema.

Era una cosa inaccettabile ed, oltretutto, logisticamente complessa,” afferma Kidane, delegato etiope che prese parte ai congressi della Fifa negli anni 60.

Si arrivò, così, alla decisione drastica: nel luglio del 1964, la Caf decise di boicottare la successiva Coppa del Mondo del 1966. L’unica condizione che avrebbe potuto far tornare sui propri passi la Caf riguardava il fatto che all’Africa venisse riservato un posto per una propria nazionale. Le reazioni furono tiepide, visto che l’unica nazionale africana a disputare una Coppa del Mondo in precedenza era stato l’Egitto nel 1934.

Non è un grosso problema’, insomma, pensò la Fifa.

Dal momento che le decisioni del Comitato Organizzativo sono finali, non credo che, per il prestigio della Fifa, sarebbe una buona soluzione alterare quanto già stabilito; tuttavia, qualche spunto proposto da Tassema appare ragionevole”. Questo quanto sostenuto dal Segretario Generale della Fifa Helmut Kaser nel 1964.

Il president Rous era d’accordo con tale idea, così nell’Ottobre del 1964 la Caf ufficializzò la decisione di non partecipare ai Mondiali del 1966.

Non fu una decisione difficile,” afferma Kidane, oggi consigliere dell’attuale presidente della Caf. “Si trattava di una questione di prestigio. La maggior parte del continente stava battagliando per la propria indipendenza e la Caf aveva l’obbligo di difendere gli interessi e la dignità dell’Africa”.

“Avremmo vinto quella coppa”

Nonostante quella che poteva essere l’occasione di una vita, Osei Kofi confessa di non serbare rancore. “Avremmo dovuto recriminare con la Caf per non poter disputare la Coppa del Mondo ma non sarebbe stato giusto perché avevano ragione loro. Era una truffa, c’era molto poco di chiaro in quella faccenda e la Fifa meritava tale comportamento”.

Tanti, però, la pensano diversamente.

Non conosco nessuno di noi che non sia amareggiato per non aver disputato quella competizione” dice, ai microfoni della BBC, Kofi Pare, altra stella di quel Ghana degli anni 60. “Dopo aver visto quel torneo, sapevamo che avremmo potuto fare meglio di chiunque altro. Penso che saremmo stati una delle squadre più forti. Saremmo andati in finale e probabilmente avremmo anche vinto”.

Al netto dei rimpianti, comunque, il boicottaggio funzionò: la Fifa finalmente reagì.

Nel 1968, infatti, fu votato all’unanimità di concedere un posto ad una nazionale africana ed un altro per l’Asia.

Penso che si trattò di un passo assolutamente fondamentale,” spiega lo storico Tomlinson. “Se la Fifa avesse continuato con il proprio ostruzionismo in merito, probabilmente il calcio sarebbe andato in un’altra direzione”.

Oggi, l’Africa detiene cinque posti dei trentadue totali di una Fase Finale di Coppa del Mondo; divennero addirittura sei quando il Sudafrica ospitò la competizione nel 2010. Ma non basta. L’Africa chiede ancora più spazio.

Nel frattempo, però, un grande obiettivo è stato raggiunto. A partire dall’edizione del 1970, infatti, l’Africa è sempre stata presente nelle varie edizioni della Coppa del Mondo.

L’eredità di Djan e Tessema ha continuato a vivere sui campi di calcio grazie a campioni come Roger Milla, Didier Drogba e Samuel Eto’o. Non c’è che dire, veramente un grande regalo per il calcio africano e non solo.