Hank Moody è un ottovolante bukowskiano che ci svela il fascino delle relazioni impossibili

Hank Moody è un ottovolante bukowskiano che ci svela il fascino delle relazioni impossibili

Indisciplinato, irriverente e totalmente inaffidabile. In Californication, Hank Moody è uno scrittore di talento, un talento non sempre compreso.

La sua vita è un giro senza fine sulle montagne russe. Scrive poco, beve tanto e si porta a letto più donne che può. Il sesso compulsivo è il motore che lo fa andare avanti, assieme all’alcol.

Il suo cuore però batte per la figlia Rebecca e per Karen, la sua musa ispiratrice. Hank ha un solo grosso problema: si è smarrito. Si è perso nella ripetizione infinita degli errori, negli azzardi continui che non ammetterebbero perdono.

Il presente di Hank viaggia su binari solitari, troppo lontani da quel passato in cui vorrebbe rifugiarsi.

Il personaggio interpretato da David Duchovny è palesemente ispirato a Charles Bukowski.

Con lui i colpi di scena sono la regola, l’equilibrio non esiste. In Californication, tra alti e bassi, cerca di ritrovare la sua vena artistica. Nel frattempo ne combina di tutti i colori assieme al suo migliore amico, nonchè manager, Charlie Runcle. Finisce costantemente nei guai o in situazioni compromettenti.

E’ in balia di se stesso, vive alla giornata perdendo tutti i treni che incrociano il suo talento.

Sette stagioni e ottantaquattro episodi che ci mostrano il fascino delle relazioni impossibili. In amore, in amicizia e non solo.

Hank Moody, con pregi e difetti, ci racconta l’immagine dell’America dei giorni nostri e il caos dei rapporti umani. E involontariamente ci fa riflettere su alcuni aspetti, a cui spesso finiamo per dare poca importanza. Il peso degli errori ha un impatto devastante nella nostra vita, ma si può anzi si deve sbagliare. Solo così si può crescere.

Hank Moody ci dimostra che non è mai troppo tardi, anche se le cose cambiano. Ci spiega che nulla è più importante dei propri cari e che la voglia di rimediare può fare la differenza.

Ci ricorda persino che scappare non cancella i problemi, affrontare le situazioni si.

E che anche nelle relazioni impossibili si può intravedere della luce. Ammesso che ne valga la pena, ovviamente.

Che è un po’ quello che, probabilmente, gli suggerisce nel finale il capolavoro di Elton John, I’m a rocket man.

 

Al via la nuova edizione del Tao Gourmet. Dal 21 al 23 a Taormina il meglio di vino, birra e cibo.

Al via la nuova edizione del Tao Gourmet. Dal 21 al 23 a Taormina il meglio di vino, birra e cibo.

Trenta masterclass, 180 cantine, 40 birrifici, 70 giornalisti accreditati. E poi corsi di avvicinamento all’olio, la presenza di ospiti importanti del calibro di Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi; di Daniele Cernilli, giornalista e tra i più accreditati degustatori di vino in Europa; del patron di Eataly, Oscar Farinetti; di Attilio Scienza, tra i massimi esperti di vitivinicoltura; di Lorenzo Dabove, una vera e propria autorità nel mondo della birra.

Presentata a Villa Igiea, a Palermo, l’anteprima di Taormina Gourmet, che tornerà per la sua quinta edizione dal 21 al 23 ottobre a Taormina. Il grande evento organizzato dal giornale on line di enogastronomia Cronache di Gusto, è pronto a partire per raccontare, fra le sale dell’hotel Hilton di Giardini Naxos, il mondo dell’eccellenza enologica italiana e non solo, attraverso le masterclass, i cooking show con chef rinomati, i birrifici, le aziende agroalimentari tra le migliori d’Italia, i consorzi, le cene d’autore e gli eventi.

«Con la quinta edizione di Taormina Gourmet – dice Fabrizio Carrera, direttore di Cronachedigusto.itridiamo centralità ad una Sicilia che in fatto di vino e cibo è ricca di bei primati. Siamo stati abituati ad una Sicilia protagonisti per fatti spiacevoli, noi con il vino ed il cibo di alta qualità portiamo avanti una buona Sicilia. Ogni anno – aggiunge Carrera – Taormina Gourmet è come un grande mosaico che tutti contribuiamo a comporre ed è bello che questo mosaico si stia ampliando ogni anno di più, con nuovi protagonisti e nuove sensazioni da raccontare».

Presente anche l’assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici: «È importante che questo evento venga presentato nel giorno in cui l’Ue dà il via libera al marchio  ‘QS – Qualità Sicura Garantito dalla Regione Siciliana’.  Gli uffici di Bruxelles hanno approvato il regolamento ed espresso parere positivo sulla procedura di utilizzo del logo».

A Villa Igiea consegnati ai neo diplomati sommelier del vino e dell’olio gli attestati di fine corso della Fondazione Italiana Sommelier Sicilia, presieduta da Maria Antonietta Pioppo.

E poi, nella sala Belle Epoque è stato allestito un mini-banchetto in cui assaggiare alcuni dei vini, delle birre e dei prodotti che saranno presenti a Taormina Gourmet nel vastissimo banco di assaggio.

In cinque anni 560 le cantine che hanno partecipato, 70 i birrifici, 30 gli chef stellati, 70 le aziende del food, 350 i giornalisti accreditati. E poi i 5.000 partecipanti fra esperti, curiosi ed appassionati, e le 160 fra masterclass e coking show.

Taormina Gourmet 2017, tutto il buono del mondo

Maxi banco d’assaggio. È uno dei punti di forza di Taormina Gourmet. La Sala Tindari e i suoi 700 metri quadrati sono pronti ad ospitare cantine da ogni angolo del mondo selezionate e alcuni produttori di cibo di qualità. Una grande occasione per conoscere bianchi e rossi tutti da bere. Le circa 160 cantine italiane selezionate quest’anno provengono da sedici regioni della Penisola. A queste si aggiungono le etichette in arrivo da Austria, Francia, Germania, Slovenia.

Il banco d’assaggio, però, non è soltanto da bere ma anche da mangiare, con più di trenta aziende che rappresentano ogni genere e territorio: dal Consorzio del parmigiano reggiano al pane nero di Castelvetrano, dalla manna delle Madonie ai prosciutti emiliani e quelli prodotti sui Nebrodi. E poi il miele, il cioccolato, le conserve, il salmone affumicato.

Spazio alle birre. Per il secondo anno spazio alle birre sia italiane che straniere. Trentadue birrifici, tra i migliori in circolazione, potranno fare assaggiare le loro produzioni (alcuni anche con le novità che andranno in commercio) tra bionde, rosse e scure. Un paradiso per gli amanti del genere. Un’occasione per conoscere da vicino quei produttori che firmano alcune chicche per gli intenditori.

Come per il vino sono sedici le regioni italiane rappresentate dai 33 birrifici presenti, oltre agli altri in arrivo da Austria, Belgio, Germania, Inghilterra, Malta.

Ma alla grande birra saranno dedicate anche alcune masterclass con esperti di fama europea. Con Lorenzo Dabove, meglio conosciuto come Kuaska, che guiderà la masterclass sulle lambìc e quella dedicata allo stato di salute della scena birraria europea con alcuni brand prestigiosi e la possibilità di conoscere i produttori che saranno presenti a Taormina Gourmet. Un altro laboratorio è affidato a Michele Galati, tra i più esperti conduttori di pub italiani, in questo caso il tema è “Il servizio della birra, tutti i modi per presentare e offrire la multiforme bevanda con arte e sapienza”.

Masterclass. Incontri ravvicinati con grandi vini e grandi birre e il meglio degli esperti che possano raccontarle. Nomi del calibro di Riccardo Cotarella e Attilio Scienza incontreranno gli ospiti di Taormina Gourmet per raccontare alcuni territori del vino attraverso le loro esperienze. E poi l’incontro “L’Italia (del vino) che vorrei”, con tre grandi protagonisti del mondo dell’enologia e dell’imprenditoria italiana come Oscar Farinetti, Walter Massa e Beppe Rinaldi.

A Taormina Gourmet torna anche il Sicilian Wine Awards. La seconda edizione del concorso enologico aperto alle aziende siciliane. La premiazione prevista il 22 ottobre. Una giuria formata da esperti italiani e stranieri e presieduta da Daniele Cernilli, valuterà i vini prodotti in Sicilia e ne decreterà i migliori.

Foto: Salvo Mancuso

 

“False identità” di Lisa Scottoline. Bugie, false identità e colpi di scena: questi gli ingredienti del nuovo romanzo edito da Fanucci editore.

“False identità” di Lisa Scottoline. Bugie, false identità e colpi di scena: questi gli ingredienti del nuovo romanzo edito da Fanucci editore.

Titolo: False identità

Autore: Lisa Scottoline

Editore: Fanucci Editore

Genere: Thriller

Nella tranquilla Central Valley la vita scorre lenta e serena come al solito, o almeno questo è ciò che sembra. Paul, Mindy e Evan Kostis sono appena tornati dalla vacanza alle Cayman, Susan Sematov, dopo la morte del marito, continua a prendersi cura dei figli Raz e Ryan, e Heather Larkin dedica ogni sua attenzione all’amato figlio Jordan. Niente, insomma, sembra destabilizzare la pacifica quotidianità degli abitanti della piccola città, finché l’arrivo di un nuovo insegnante, Chris Brennan, non sconvolge completamente le loro esistenze. Sulla carta Chris sembra essere impeccabile, le sue referenze sono ottime, ma ogni cosa che lo riguarda è una colossale bugia e i suoi progetti sono tutt’altro che buoni. A farne le spese saranno soprattutto Jordan, Evan e Raz, su cui il nuovo professore punta fin dall’inizio per portare a termine il proprio piano. Quando però la sua falsa identità verrà rivelata, le vite dei tre ragazzi e delle loro famiglie non saranno più come prima. Un intreccio di esistenze ricco di suspense e colpi di scena, dove niente è davvero come appare.

E’ questa la trama di False identità scritto a quattro mani da Lisa Scottoline ed edito da Fanucci Editore nella collana TIME CRIME.

Quando si legge un libro di Lisa Scottoline, bisognerebbe prima di tutto ricordare che tutto è il contrario di tutto, perché l’autrice, grazie alla sua straordinaria bravura, riesce a tessere ragnatele di false identità e bugie perfette che depistano e trascinano nella storia illudendoti di avere di fronte un personaggio che, pochi capitoli dopo, si rivelerà l’esatto contrario di ciò che credevi. E’ questo il caso di Chris Brennan, coach e insegnante al liceo Central Valley, un personaggio ambiguo, affascinante, interessante e curioso. Un uomo misterioso, con una identità celata da documenti falsi e storie inventate. La sua vita è totalmente basata su bugie costruite in modo talmente perfetto da non destare sospetti. Perché “la bugia perfetta è quella che racconti a te stesso”.

Sullo sfondo di una Central Valley dall’apparenza cittadina tranquilla si intrecciano le storie d tre famiglie: Kostis, Sematov e Larkin. Ognuna con problemi diversi e segreti nascosti. Da Mindy Kostis, che sospetta che il marito la tradisca, a Susan Sematov alle prese con la prematura scomparsa del marito e due figli, Raz e Ryan, spesso nei guai. E infine Heather Larkin, madre single di Jordan. Tre madri diverse ma con un destino comune. Tre donne che si sono perse e che, lentamente, riescono a riprendere le redini delle loro vite. E l’incontro con il professore Brennan cambierà per sempre le loro esistenze.

E se apparentemente non esiste un filo conduttore tra le tre famiglie e i diversi personaggi, ogni cosa è concatenata ad un’altra.  

Lisa Scottoline riesce a confondere il lettore e a guidarlo esattamente dove vuole lei. Lo svia e lo sorprende confezionando un romanzo ricco di colpi di scena, azione e suspense, tutti amalgamati tin  modo perfetto.

Ed ecco un thriller con la giusta dose di colpi di scena. Un vero e proprio rompicapo, un romanzo dal ritmo serrato, originale e fuorviante, in grado di sorprendere e catturare pagina dopo pagina, con un finale rocambolesco ed esplosivo. E con una Lisa Scottoline promossa a pieni voti.

Ducktales 2017, l’insegnamento più prezioso di Zio Paperone e perchè dovreste (ri)vederlo

Ducktales 2017, l’insegnamento più prezioso di Zio Paperone e perchè dovreste (ri)vederlo

Volevo diventare miliardario, fare il bagno in una piscina luccicante di monete d’oro. Semplicemente volevo essere Paperon De Paperoni.

Il papero più ricco del mondo è stato a lungo uno dei miei personaggi preferiti dei cartoni animati e senza dubbio di Ducktales. Lo ‘zio’ mi ha regalato insegnamenti preziosi; è un personaggio più buono di quanto si possa pensare. Perchè Paperone è un generoso, ma solo con le persone a cui tiene. E’ un combattente perchè è arrivato alla nobiltà attraverso il duro lavoro, toccando il fondo della miseria.

Il suo personaggio è molto attaccato ai soldi, vuole primeggiare e non accetta compromessi. E’ un grande imprenditore, col fiuto per gli affari e in Ducktales dimostra come dietro ogni dollaro ci sia tanto lavoro, ma soprattutto tantissima passione.

La passione, uno dei grandi valori che Paperone ci ha trasmesso in Ducktales. L’impegno e anche la capacità di reiventarsi e rimettersi in gioco. Il valore della famiglia, degli amici e anche dei nemici.

Ecco perchè ci sono tutti gli ingredienti per dare fiducia alla nuovissima stagione di Ducktales 2017.

La Disney ha già presentato la serie revival in America e a breve arriverà anche in Italia, mentre c’è già in cantiere una seconda season.

Dodici episodi per cominciare, che riprenderanno la trama della serie originale. Ducktales 2017 si ripropone con una grafica rinnovata e al passo coi tempi. Un prodotto moderno, fresco e con integrazioni interessanti.

Come si evince dalle anticipazioni, infatti, vedremo zio Paperone deciso ad indagare sul misterioso passato dei suoi nipoti Qui, Quo e Qua. Non mancheranno gli altri protagonisti chiaramente, come la piccola Gaia, la governante Tata e il pilota Ket McQuack.

I fan attendono con grande ansia la messa in onda in Italia, che a questo punto dovrebbe essere imminente.

Un cartoon da non perdere per le nuove generazioni, ma anche per le vecchie. Ducktales merita di essere rivisto perchè certe lezioni, forse, non si imparano mai.

Parola di Paperone.

« Che mi serva di lezione! La vita è piena di lavori duri e ci saranno sempre dei furbi pronti a imbrogliarmi! Beh, sarò più duro dei duri e più furbo dei furbi… e farò quadrare i miei conti! »

 

Davide Scabin e Roberto Toro: chef stellati, piatti gourmet e ottimi Champagne Steinbrück. “Les étoiles de la gastronomie” del Belmond Timeo stupiscono e conquistano.

Davide Scabin e Roberto Toro: chef stellati, piatti gourmet e ottimi Champagne Steinbrück. “Les étoiles de la gastronomie” del Belmond Timeo stupiscono e conquistano.

Davide Scabin, chef stellato piemontese, sembra baciato dagli dei. Se il re Mida, sovrano della Frigia, aveva la capacità di trasformare in oro tutto ciò che toccava, Davide riesce a trasformare il cibo in colore. Le sue creazioni sono note per la ricerca delle materie prime più adatte alla lavorazione dei suoi piatti e per quel gusto sempre equilibrato. Meraviglia per gli occhi e prelibatezza per il palato. E se poi la sua cucina incontra quella di quel genio che è Roberto Toro, chef amante della tradizione e dei sapori genuini, beh, il risultato non può che essere eccezionale. E’ questo quello che è successo alla quarta cena stellata al Belmond Timeo.

Protagonisti assoluti gli chef Davide Scabin e Roberto Toro che hanno deliziato sulle note dei favolosi  Champagne Steinbrück. Un tripudio di sapori e colori. Un connubio perfetto realizzato dalla creatività dell’uno e rivisitazione delle tradizioni dell’altro. Insieme hanno dato vita ad una cena fantastica nella splendida cornice del meraviglioso Belmond Timeo.Les  étoiles de la gastronomie”, cene d’autore al Timeo, sono esattamente come le immagini, con una sala preparata ad hoc, tavoli eleganti a lume di candela con lo sfondo meraviglioso della Perla Ionica. Cielo stellato e bollicine in tinta con l’ambiente. Il valore aggiunto è dato dall’ottimo cibo preparato dagli chef. I vini in degustazione sono gli Champagne  Steinbrück (chiamato anche il Re dei vini) di Roberto Beneventano della Corte, presidente e amministratore delegato dell’azienda. Selezionati per l’occasione:  Cuvée Les Etoiles de la Gastronomie Coeur de Rosè Brut, Cuvée Brut tradition en Magnum, Cuvée Les Etoiles de la Gastronomie Brut 2006, Cuvée Anniversaire Brut en magnum 1996.

Un menù eccezionale, dall’entrée al dolce, accompagnato da una perfetta selezione di Champagne.

Carpaccio d’astice con fonduta di gorgonzola e lattuga di mare.

Accompagnato da  Champagne Steinbrück Cuvée Les Etoiles de la Gastronomie Coeur de Rosè Brut.

 

Triglia su scalopa di foie gras, carciofi e frutto della passione.

Risotto cetriolo e ostrica con riduzione di birra Stout.

Accompagnati da Champagne Steinbrück Cuvée Brut tradition en Magnum.


Spalla di maialino al fumo con spuma di patata al tartufo e foglie di senape.

Accompagnato da Champagne Steinbrück  Cuvée Les Etoiles de la Gastronomie Brut 2006.

 

Fassona al camino.

Accompagnata da Champagne Steinbrück Cuvée Anniversaire Brut en magnum 1996.

 

Fusione a freddo.

Sfera di ricotta e mele dell’Etna in salsa d’agrumi.

Entrambi accompagnati dal Porto Croft Distinction Reserve “Vintage Character”.

 Chef Scabin si dimostra la stella che è, sorprendendo con un’ostrica meravigliosa, dal sapore impareggiabile, particolarmente interessante. Evocativo l’entrée di carpaccio d’astice che sembra quasi un fiore, con le lattughe di mare che fungono da foglie e quel rivestimento di gorgonzola che dona un sapore deciso. La profumatissima fassona al camino, morbida, quasi vellutata, con una perfetta crosta di grissini grattati, è eccellente. E poi il suo cavallo di battaglia: la “fusione a freddo. Un disco di limone e lime. Il tuorlo d’uovo in un corpo unico, ma senza tuorlo e con dentro panna montata alle bacche di vaniglia. Consistenze e sapori diversi che si armonizzano nel piatto.

E poi c’è la cucina di Roberto Toro, sempre una piacevole sorpresa. La triglia dal sapore unico, aromatizzata con il carciofo e appoggiata sul letto del frutto della passione. La spalla di maialino estremamente leggera, che quasi si scioglie in bocca, accompagnata dalla spuma di patata e tartufo. E poi la squisita sfera di ricotta con cuore di mele, semplicemente perfetta. Ricotta avvolta dal cioccolato bianco, quasi fosse un morbido confetto ripieno.

Una cena assolutamente all’altezza delle aspettative, il tutto accompagnato da una eccellente selezione di Champagne Steinbrück Cuvée. Il rosato Cour de Rosè Brut, a metà strada tra il chiaro e lo scuro, dal colore rosa salmone, gradevole anche come aperitivo, soave con note di frutta rossa, perfetto per una tavola dal menù elegante. Equilibrato, armonico raffinato. Il finissimo perlage solletica il palato. L’eccellente Cuvée Anniversaire Brut en magnum 1996, millesimato, dal sapore intenso e gusto pieno, giallo dorato con riflessi ambrati che emanano calore. Di grande intensità aromatica, ampio e complesso. Di buona struttura ed untuosità, piacevole e persistente, di grandissima soddisfazione. Eccellente per esaltare il sapore della buona carne così come può accompagnare un intero pasto. E ancora il Cuvée Les Etoiles de la Gastronomie brut 2006, giallo paglierino con riflessi dorati, aromi fini di frutta bianca dal profumo di miele e il sapore fresco, con un finale lungo e strutturato.

Meraviglia di Puglia: le Grotte di Castellana, quando le pietre raccontano storie

Meraviglia di Puglia: le Grotte di Castellana, quando le pietre raccontano storie

Ci sono dei viaggi brevi che tuttavia restano. Incontri con luoghi nascosti che aprono a mondi inaspettati e spalancano finestre. Le Grotte di Castellana, il complesso speleologico più importante d’Italia e d’Europa ne sono un esempio. Una foresta di cristallo, un mondo di Aubrey Beardsley a cartoni animati popolato da lupi, serpenti e calze appese al muro. Cristalli luccicanti che vorresti raccogliere e portare via con te. Vulnerabilità, antichità, saggezza, forza: questi i quattro pilastri delle grotte, il cui potere magico è quello di trasformare in bellezza tutto quello che incontrano. Tra stalattiti e stalagmiti ci si perde all’interno delle gallerie naturali. Grotta bianca, Caverna dell’altare, Caverna della cupola, Corridoio del deserto e il Passaggio del presepe, dove giace una stalagmite dalle fattezze mariane, chiamata Madonnina delle Grotte. Si vive nei postumi di un sogno confuso, accecati dalla bellezza, una forma di alienazione creativa, un viaggio di 3 km che poi torna alla base passando per la spettacolare vastità delle gallerie naturali che culminano nella Grotta bianca, portata alla luce nel 1939 da Vito Matarrese.

Le grotte di Castellana sono uno dei luoghi più affascinanti della Puglia. Scoperte il 23 gennaio 1938 dallo speleologo lodigiano Franco Anelli, rappresentano il risultato dell’azione erosiva di un antico fiume sotterraneo che, per secoli, ha plasmato la roccia calcarea. L’acqua piovana, infiltratasi, diede vita a veri e propri corsi d’acqua sotterranei, scavando gallerie e caverne.

L’ingresso è un’enorme voragine profonda 60 metri denominata la Grave, termine dialettale locale per indicare una grande voragine. Smisurato panteon naturale sorretto da un pilastro di luce solare. Se anticamente era utilizzato dai contadini come deposito perché pensavano che la Grave fosse la bocca dell’inferno, (nella cavità cadevano gli animali e la loro morte causava cattivo odore che usciva dalla cavità), adesso si presenta come uno scenario maestoso, serratura di questo ampio regno sotterraneo, esuberante e vitale. Dal lucernario della Grave appare un ritaglio di azzurro, un incontro perfetto tra arte e natura sotto i riflessi verdi della fotosintesi clorofilliana che crea riflessi e riverberi. Da qui inizia il percorso sotterraneo che si sviluppa ad una profondità di 70 metri, dove la temperatura degli ambienti è di 18 gradi centigradi e il tasso di umidità è superiore al 90 per cento. Si passa così attraverso caverne e voragini, varie per forma e dimensione, piene di stalattiti, stalagmiti, cortine, colonne e cristalli. Ambienti a cui sono stati dati nomi evocativi: la lupa, il serpente, la civetta. La goccia che cade dalla stalattite edifica la stalagmite, oscura vitalità del sottosuolo. Dalla grotta più grande alla grotta più piccola. E’ questo che succede lasciando la Grave ed entrando nella Grotta Nera o della Lupa Capitolina, nera per la particolare colorazione che assumono le pareti per la presenza di piccoli funghi. Dopo aver superato il Cavernone dei Monumenti, visto la Calza appesa alla parete e la Caverna della Civetta, si attraversa il Corridoio del Serpente, dove è possibile osservare un piccolo serpente di stalagmite che muta tonalità a secondo di dove lo si osserva.

Si procede per la Caverna del Precipizio, poi il Piccolo Paradiso e, infine, si attraversa il lungo Corridoio del Deserto, di una colorazione rossiccia per la presenza di minerali ferrosi. Le grotte si trasformano mutando la percezione dell’ambiente. Il risultato è potente. Si raggiunge, così, la Caverna della Torre di Pisa, seguita dal Laghetto di acqua di stillicidio e dalla Caverna della Cupola. Passando per il luccicante Laghetto di Cristalli si raggiunge, infine, la Grotta Bianca, una sala incrostata di candide concrezioni che stendono sulle pareti una tappezzeria di pietre, una cavità luminosa e splendente che, giocando solo con le potenzialità dell’alabastro, è stata definita la più splendente del mondo. Sembra quasi una cascata di cera dove gli alabastrini filtrano le forme umane in fantasmi e l’effetto è sorprendente.

Inizia e finisce così il viaggio in questi mondi sotterranei dove le grotte tornano a raccontare storie e realizzare visioni. Bellezza scritta lentamente, goccia dopo goccia, con parole di pietra. Perché le cose preziose vanno centellinate e custodite gelosamente nel cuore.

 

 

 

Back to Rome

Back to Rome

Tra qualche giorno tornerò a Roma per una breve vacanza con la famiglia. In questi ultimi sette anni ci ho passato solo una mezza giornata nel 2014. C’è però stato un decennio della mia vita, il primo di questo tormentato millennio, in cui andavo a Roma più volte l’anno. La conoscevo vagamente per qualche breve viaggio coi miei genitori quand’ero bambino, ma la scoperta che ne feci successivamente in età adulta legò per sempre me, lombardo con radici secolari nello stesso paese, preciso e maniaco della puntualità, a questa città tanto diversa, dove tutto è opinabile. Roma fu anche la mia porta verso il Sud Italia, che prima evitavo accuratamente di frequentare e dove ora invece, con mia moglie, anche lei rigidamente del Nord, per metà piemontese e per metà valtellinese, e mia figlia cerchiamo di andare quando possibile a dispetto delle distanze.

Non è che io abbia viaggiato poco. Ho appoggiato i piedi in tutti e cinque i continenti del globo, visto molte città per cui si può perdere la testa, e per qualcuna, mi viene in mente Auckland, l’ho anche persa, ma Roma…

Al vero spirito di Roma ho girato intorno per diverso tempo negli anni in cui la frequentavo spesso, per via del Rugby o del Carrom, o delle corse alle Capannelle, o di un viaggio con colei che sarebbe diventata mia moglie, ma l’ho colto veramente dopo un po’ di tentativi in una stazione ferroviaria davanti a una macchinetta automatica che produceva biglietti Atac. L’apparecchio molto probabilmente stampava i titoli di viaggio a una velocità talmente bassa da far pensare a qualche turista tedesco, o lombardo come me, di esser guasta, e allora qualche addetto, probabilmente stufo delle lamentele, aveva avuto l’idea di appiccicarci sopra col nastro adesivo un biglietto con la scritta EMETTITRICE LENTA”. Ecco questo è quanto: Roma è lenta e te lo dice, non se ne vergogna, è la sua filosofia di vita. Io sono una persona impaziente per natura, ma non a Roma, non da quando ho conosciuto l’emettitrice lenta.

Da questo episodio ho anche capito che di una città si impara molto frequentandone i mezzi pubblici. Sempre a Roma sul tram che dalla zona Flaminio porta a Piazza del Popolo un serafico conducente spiegò a noi e a tutti gli altri passeggeri che il suo mezzo non andava più, ma che eravamo quasi al capolinea e potevamo scendere e seguendo i binari arrivarci facilmente a piedi. Nessuno si lamentò e tutti scesero e si avviarono, a Milano ci sarebbe stata una mezza rivoluzione… Un’altra volta un autista fermò il suo autobus in mezzo alla strada per rispondere a una signora che da terra gli chiedeva cosa doveva fare per recuperare un oggetto smarrito, e le persone a bordo, lungi dal lamentarsi per il ritardo, contribuirono alla discussione fornendo informazioni a loro volta. Salire sui mezzi ed attraversare le città a caso è un ottimo modo per conoscerle, ad esempio  a Oslo vedresti bambine di non più di 8/9 anni sole sulla metro con al collo un nastro di quelli che si usano per portare i pass con appeso il cellulare e le chiavi di casa, a Freemantle, la cittadina portuale di Perth dove tanti immigrati italiani sono sbarcati negli scorsi due secoli, potresti ancora incontrare due signore  ottantenni che chiacchierano tra loro in un dialetto stretto del Sud Italia.

Però Roma è unica, è storia, atmosfera, Roma è consapevole che non deve far nulla per essere Roma, lo è perché la respiri nell’aria, e non vedo l’ora di ritrovarla dopo averla tradita per troppi anni.

Blade Runner 2049: più umani degli umani, anzi meglio

Blade Runner 2049: più umani degli umani, anzi meglio

Ci sono film che segnano la Storia del Cinema.

E’ riduttivo parlare di fantascienza citando certi lungometraggi, ma se apriamo le dita di un pugno e ci mettiamo a contare quelli che insieme all’effetto, colpiscono perché più “alti” e filosofici, che aprono dibattiti bioetici, possiamo dire che, cronologicamente parlando, dopo Metropolis di Fritz Lang (1927) e 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick (1968, praticamente uno spartiacque del cinema), arriva quasi sempre Blade Runner di Ridley Scott. Nel 1982. Anche se ci mise diversi anni a diventare un cult.

Osare quindi, rimettere le mani su tale pezzo pregiato è stata sicuramente un’operazione discutibile. Purtroppo inevitabile, secondo le logiche dello show business. Per fortuna supervisionata dal team stesso dell’originale. A cominciare dal produttore:

Sir Ridley Scott. Forse l’ultimo maestro di cinema.

Ebbene, da fan generazionale del primo film, il preferito in assoluto nel mio personale cinepanorama, debbo dirvi che, giunto ovviamente scettico alla proiezione stampa di Blade Runner 2049, credo di poter ammettere di averlo promosso. Vi dico rapidamente perché, non lesinando le critiche.

Da qui in poi il post non deve essere letto da chi teme spoiler (che non scriverò, ma basta un aggettivo di troppo per qualcuno). Come richiesto da Denis Villeneuve.

Prima considerazione: pur potendo contare su effetti audiovisivi ovviamente superiori, il film di Villeneuve non impatta come accadde per chiunque vide al cinema la prima volta Blade Runner. Per anni.

Ciò è dovuto essenzialmente al fatto che siamo ormai “abituati a vivere nel futuro”. Vaccinati. Quel 2019 (a proposito, perché non aver progettato di farlo uscire proprio fra due anni?) dal 1982 sembrava molto più remoto di quanto possa sembrare il 2049 da oggi.

Forse perché abbiamo già scavallato il fascino ansioso del Millennio, e l’intelligenza artificiale già fa parte dei nostri orizzonti, con droni, stampanti 3D e realtà aumentata. Per non parlare della globalizzazione asiatizzante, le megalopoli, lo smog, le piogge acide oltre alle apocalissi quotidiane dei cambiamenti climatici. Per molti versi già viviamo nel mondo oscuro che Ridley Scott invece ci rivelava negli anni ‘80, ispirandosi alle skylines di Osaka e di Hong Kong e ad un futuro manga. Aggiungeteci la rivoluzione del web, e capirete come le video telefonate del primo film, facciano quasi nostalgia.

 

Detto questo Villeneuve e soci si sono molto impegnati per riprodurre scenari credibili, nonché pessimistici e distopici, proprio come aveva fatto Ridley. E tutto sommato la scenografia funziona. Forse si nota troppo poco il ruolo delle colonie extramondo e della Terra semi abbandonata. Che poi era un tema centrale nel racconto di P. K. Dick.

Quello che comunque piacerà, ne sono convinto, ai vecchi ipnotizzati da Blade Runner, in tutte le versioni conosciute, sarà l’aver seguito con attenzione maniacale il filo logico della storia. Rispettando con cura i 30 anni di “buco” tra il primo e il secondo. A tal proposito, ricordatevi se potete, prima di andare al cinema, di vedervi rapidamente i 3 corti, particolarmente quello animato di Watanabe. “2022: Black Out”.

(qui trovate tutti i link utili  https://www.warnerbros.it/recap/blade-runner-2049/?recap=blade-runner-2049)

Per la prima volta nella storia dei sequel, infatti, in una sceneggiatura così fragilmente perfetta, non ci sono evidenti aporie e conflitti. In confronto la saga di Star Wars sembra una telenovela sudamericana. Quello che hanno provato, in parte riuscendoci, in questo secondo film è stato di rovesciare diametralmente le parti. Non più l’umano che indaga e scopre l’esistenza, anzi l’essere dell’androide, i sentimenti dell’organismo cibernetico, quanto il replicante che va a caccia del proprio residuo umano, fra generazioni di replicanti, ormai consapevoli degli “innesti”.

So a cosa state pensando. Volete arrivare subito alla conclusione che in effetti la “tesi” dell’originale è che Deckard scopra infine di essere a sua volta un replicante? Non vi preoccupate, senza alcun rischio di spoiler. Non lo capirete nemmeno stavolta. Ecco perché il film funziona. Il cerchio resta sempre aperto. Ognuno trae le proprie conclusioni.

Cito la battuta migliore del film, non a caso sulla bocca del vecchio e scanzonato cacciatore magico, sempre antieroe in balìa degli eventi, Rick Harrison Ford: “il cane è vero?” – “non lo so, chiediglielo!”. Mentre sulla sintenticità (in senso biologico) di K’ Ray Gosling credo che nessuno possa avere dubbi. Senza colpi di scena. Solo Terminator ha avuto un protagonista con physique du rôle migliore.

Diciamo che questa volta si fa davvero fatica a capire chi è rimasto, fra gli umani. La cosa genera un po’ di confusione. Ammettiamolo. Sicuramente rimane la concezione di base che allaccia i due film, per cui i “lavori in pelle”, siano davvero “più umani degli umani”, e quindi tutto sommato molto meglio. Se non altro si fanno delle domande.

Anche la trama, che a molti critici è sembrata contorta e prolissa, secondo me funziona. Non starò certo qui a ‘spiattellarla’. Ma non è difficile indovinare cosa accada e accadrà durante il film. Mi restano solo da segnalare invece i preziosi camei, che vi faranno emozionare. Come il vecchio Gaff (E.J. Olmos) all’ospizio che regala dubbi amletici e origami. O la kareniniana apparizione di Rachael (Sean Young). Veramente sbalorditiva. Numerose anche le scene omaggio, come i vari “deicidi” fra macchine e creatori o viceversa. La ricerca che parte da un oggetto semplice. I “riconoscitori” di materiali. E la fotografia, però con molta più luce e bianco (e rosso), rispetto al maestro del chiaroscuro e della penombra. Ma qui siamo nel campo squisitamente tecnico che va dai plastici all’inquadratura fino alla pellicola, ormai tutto digitale.

Se devo proprio trovare un anello debole, mi sento di bocciare il ruolo e l’intera storia d’amore della dolcissima Joi (Ana de Armas) con K, incredibilmente ripresi da Her di Jonze che però faceva bingo con l’essenza/assenza fisico estetica di tale rapporto. Meglio lasciarla sexy esca gigante virtuale che farla entrare così direttamente nella storia. Forse occorreva per giocare con la piccola sosia di Pris (Daryl Hannah) Mariette (Mckenzie Davis). Ma il tentativo è modesto, non pare nemmeno lontano parente della storia punk tra Roy (Rutger Hauer) e Pris.

Comunque, sì. Se avete amato e amate Blade Runner (tutti i cut che volete) quanto il sottoscritto (ne dubito), potete andare a vederlo. Anzi dovete. Certo sappiate che non rivivrete le chandleriane atmosfere noir fra tapparelle e blues, né soprattutto gli epicizzanti dialoghi, tipici di Scott, con quel monologo finale di Roy Hauer divenuto cult virale, che anche Shakespeare avrebbe oggi recitato a memoria.

Ecco. Quello che manca stavolta è proprio Shakespeare. Per meglio dire la Tragedia Greca, Nonostante le parole bibliche di cui fa indigestione il pallido ed impalpabile Wallace Leto, non si avverte mai quella sensazione da coro ditirambico nel rimanere senza verbo davanti all’incompletezza del Tempo e del Destino in cui ci si ritrova ancora oggi, anche solo sulle note incombenti e melanconiche della prima colonna sonora del grande Vangelis

Mostre, un orgasmo a Trastevere. Il ’77 nei lavori di Tano D’amico e Pablo Echaurren

Mostre, un orgasmo a Trastevere. Il ’77 nei lavori di Tano D’amico e Pablo Echaurren

 In mostra al Museo di Roma in Trastevere le fotografie di Tano D’amico e i disegni di Pablo Echaurren

 Una mostra sorprendente che apre una riflessione importante su ciò che fu davvero il 1977, anno di una rivoluzione culturale che la sinistra istituzionale non comprese. Passati alla storiografia come Anni di Piombo, per la violenza che li caratterizzò, tutto ebbe inizio il 12 dicembre del 1969 con la strage di Piazza Fontana che ancora resta un capitolo oscuro della nostra storia.

Li chiamavano i situazionisti, gli indiani metropolitani, ma chi erano davvero? Chiariamo subito che stiamo parlando di giovani che nulla condividevano con le Brigate Rosse e con la lotta armata, un movimento, come spiega Tano D’amico, fondato sull’amicizia e la condivisione di idee .

‘77 Una storia di quarant’anni fa nei lavori di Tano D’Amico e Pablo Echaurren è quindi più che una mostra una grande meravigliosa lezione  di storia.

La mostra è accompagnata dal libro bellissimo : Il Piombo e le Rose, Utopia e Creatività nel Movimento 1977, Opere di Tano D’Amico e Pablo Echaurren, con i testi di Gabriele Agostini, Tano D’Amico ,Pablo Echaurren,  Diego Mormorio,  Raffaella Perna Kevin Repp,  Claudia Salaris,  Gianfranco Sanguinetti, a cura di Gabriele Agostini.

In modo chiaro il ’77 è spiegato da Gianfranco Sanguinetti nel saggio di apertura a Il tempo e le rose, Un orgasmo della storia: il 1977 in Italia , Digressioni sul filo  della memoria di un ex-situazionista.

“Nella sua componente più genuinamente sovversiva, la rivolta del 1977 fu il rifiuto radicale della servitù volontaria imposta da qualsivoglia ideologia, fu il rifiuto del militantismo, della politica, della rappresentanza, della gerarchia, della delega irrevocabile, e fu il rifiuto di ogni compromesso. Fu anche l’esplosione della creatività e della fantasia, aperta a ogni contaminazione artistica, dai futuristi ai situazionisti. La langue de bois ideologica del marxismo volgare comunista aveva permeato, infettato e ammorbato non solo il suo doppio pensiero, indigente e contraffatto, e il linguaggio, meschino e miserabile, della sinistra istituzionale, ma anche quello di tutti quei gruppetti che si credevano estremisti, dal 1968 in poi, quasi senza eccezioni.”

Dunque un movimento all’interno del movimento di cui la storia ancora non dà conto ma che la mostra romana contribuisce a chiarire con le fotografie, stupende, di Tano D’amico, che ha risposto alle nostre domande.

Perché le sue fotografie non furono bene accolte in quel famoso 1977?

Perché si voleva che i giovani passassero per dei mostri assetati di sangue, invece i giovani contestatori di allora erano dolci, veri,  ritroverà grande poesia in queste immagini. Per un lunghissimo periodo non sono mai apparse se non sulla stampa dell’estremissima sinistra. Siccome le mie immagini non comparivano mai, invitai i giovani che ritraevo a venire a casa mia  a vederle. Venne una commissione composta da femministe, “autonomi cattivi” e  gay, quest’ultimi che non avevano mai parlato in pubblico se non nel 77, potevano parlare in pubblico ma mai dichiarando  la propria omosessualità .Quando videro le immagini sospesero tutto per raccoglierle i soldi  e farne un libro  che fu fatto dal più grande grafico dell’epoca, venne fuori un libro stupendo , con le immagini che la stampa istituzionale di sinistra  non voleva. Ora quel libro è considerato una sorta di bibbia del novecento .

Neanche l’Unita le voleva?

Ma certo che no.

Lotta Continua?

Nemmeno, anzi, proprio loro annegavano le mie foto, quando capitava che le prendevano, in un mare di banalità .

La stampa della sinistra ufficiale negava quindi la realtà, qualcosa d’importante che stava accadendo, un movimento  di cui  si voleva in qualche modo negare la potenza   ?

Sì, e se studia quell’ età lei si accorgerà che il maggiore avversario delle novità e dei veri fermenti culturali ed ideologici era proprio il Partito Comunista dell’epoca.

Le immagini di Tano D’amico erano considerate, a torto, scomode evidentemente perché si pensava potessero confondersi con i movimenti sovversivi, con quella frangia estrema di giovani che sia a destra che a sinistra optò per la lotta armata, basti solo pensare all’omicidio del direttore della stampa CarloCasalegno del 29 novembre del 1977.

Quegli anni non furono solo piombo ma anche rose di teste pensanti che Marx l’avevano letto sul serio e che con La dialettica dell’illuminismo di Adorno ci facevano colazione, tuttavia la negazione delle immagini di Tano d’Amico fu una nuova forma di iconoclastia che certo trova giustificazione nel clima di terrore che le stragi e gli omicidi avevano generato.

Per Tano D’amico c’ è qualcosa di drammatico in quegli anni che necessita di essere ricordato: “capita che un intero paese rimuova anni della sua storia. Così è stato per il ’77. Lo leggevo negli occhi delle persone che in quel tempo avevano avuto amici, amori. E per continuare a vivere li avevano rimossi .Ai giovani di oggi, che nelle sere d’estate cercano le storie proposte da ombre che si muovono, vorrei mostrare le ombre dei giovani di quaranta anni fa. Con le loro storie, distrutte per sempre”.

Chi erano davvero quei sovversivi al potere costituito, e chi oggi ha incarnato quella purezza d’intendi, il sogno del lavoro per tutti e giustamente retribuito, il sogno della giustizia sociale, il sogno di una società armonica dove il capitale è giustamente messo a disposizione di tutti e non detenuto da pochi magnati che governano il mondo con le loro lobby di potere e i loro  derivati ..? Dove sono gli indiani metropolitani? E l’immaginazione al potere? Slogan divenuto quasi banale ma che esemplificava il sogno dell’arte che tutto dovrebbe comprendere ed infettare del suo dolce nettare.

Restano sogni, utopie? Gli anni settanta lasciarono il posto agli ottanta, all’inizio della fine con Craxi, il pentapartito, intese trasversali alleanze un po’ qua un po’ là, insomma tutto cambia perché nulla cambi. Ad ogni modo invece di sogni ci hanno regalato un bel debito pubblico lasciato in regalo alle  generazioni future; il grafico della crescita del debito pubblico dal 1975 ad oggi l’ha messo in bella mostra qualche giorno fa su twitter l’attuale direttore del Corriere della sera Luciano Fontana, l’unico atto giornalistico sovversivo che abbia compiuto da quando esercita la professione, meglio tardi che mai.

C’è un ragazzo ritratto da Tano D’amico che disteso sull’erba legge Lenin e il suo :Che fare?, la domanda resta aperta e potremmo chiederlo ai quarantenni che oggi si affacciano sulla scena politica, al buon fiorentino Renzi che della politica del fare ne ha fatto uno slogan elettorale e a quel movimento a cinque stelle che, se lo si vuol comprendere, si deve far riferimento ad una sorta di sovversione del linguaggio canonico animato da  un comico, uno che sa fare ironia, un teatrante, a suo modo piccolo sovversivo.

La storia  la si può raccontare in tanti modi e, soprattutto, c’è la si può raccontare a proprio piacimento ma questa storia racconta da Tano D’amico e Pablo Echaurren  è una storia che dichiara l’urgenza di essere ancora scritta per ricollocare al giusto posto ciò che furono davvero i movimenti di contestazione giovanile di quegli anni.

Ancora Sanguinetti spiega che : “Nello spaventoso e desolato paesaggio di devastazione del pensiero critico prodotto in Italia dalle ideologie egemoniche, dogmatiche e arroganti, al servizio della sinistra e dell’estrema sinistra, alle quali si conformavano tutti gli intellettuali, l’esplosione del movimento di rivolta del 1977, poi detto degli Indiani metropolitani, fu un avvenimento dirompente e inatteso, fu il guastafeste non invitato alle nozze fra comunisti e democristiani, fu uno scandalo imbarazzante e sconveniente, un pubblico e sfrontato orgasmo della storia. È quindi disdicevole parlarne, e infatti quasi nessuno ne ha parlato.”

La mostra è dunque l’occasione per commuoversi e insieme ripensare un’epoca che ancora necessita di essere scritta, basti pensare agli ancora attuali dibattiti sui mandanti della strage di piazza Fontana e all’esistenza di verità storiche ancora da appurare a detta di autorevoli voci del giornalismo italiano di aria moderata come Ezio Mauro, recentemente intervistato sull’argomento in una puntata  condotta da Paolo Mieli che Rai Storia ha dedicato alla ricostruzione degli Anni di Piombo. Ricostruzione perfetta per quanto concerne la parte delle stragi e degli attentati, ma che a parte citare importanti riforme come l’estensione del voto ai diciottenni, la legge sull’aborto e sul divorzio, ha completante sottaciuto il grande fermento culturale, la circolazione di idee e quanto di straordinario, dal punto di vista culturale accadde in quegli anni.

Dopo Tano D’amico, abbiamo chiesto anche a Pablo Echaurren la sua vita negli Anni ’70

Ci racconta quel 1977?

 In quel ‘77  vi fu la ricerca e l’urgenza della nascita di un nuovo linguaggio, nascono radio libere, ci si voleva liberare da punti di vista forzati , muore Lotta Continua e nascono nuove forme di linguaggio se ne accorse Maurizio Calvesi che scrisse Avanguardia di massa , fu un movimento che si voleva liberare da punti di vista forzati. Il modo di esprimersi fu più vicino alle avanguardie storiche.

Cosa facevi in quegli anni ?

 Ero un pittore professionista e quell’ anno decisi di smettere per creare un’ arte collettiva e anonima, l’idea era di non creare dei nuovi artisti ,non nuovi ego, no nuove firme, considerare l’arte come un flusso di desiderio che circola, in sintonia con il  dadaismo , l’antipsichiatria di Félix Guattari. Si voleva fare politica con altre armi, né con il vecchio dogmatismo, né con il piombo.

Passava la formazione embrionale di un nuovo linguaggio, Umberto Eco ritenne che questo nuovo linguaggio che stava nascendo fosse più vicino a quello di Beckett che di tanti suoi estimatori che si riunivano nei teatri d’Avanguardia.

Eravate colti, intellettuali?

 No, era al contrario l’idea della realizzazione di una coscienza collettiva non legata ai testi reali di conoscenza…

Cosa ne è stato?

 In pochi lo ricordano ma sull’ onda di quel fermento nacquero festival di poeti, una lingua che dai libri diventava fatto quotidiano, gesto,  i gesti diventavano la lingua dei fatti, era un linguaggio che voleva smontare l’ ordine del discorso, un  linguaggio  che entrava  in circolo attraverso la satira.

C’era molta ironia?

 Era un dato diffuso, era l’arma primaria degli indiani metropolitani che passò nel giornale Lotta Continua, l’ organizzazione era morta, la pagina delle lettere di  Lotta Continua però era un continuo di sfoghi non politici, come si potrebbe immaginare, ma sentimentali, il privato diventava politico era un nuovo modo di vivere e sentire la politica.

Tano D’amico mi ha detto che però le sue foto non erano accettate?

 Infatti in Lotta Continua non vi era una ricerca delle immagini, non si dava importanza alla visione, era un frullatore dove confluivano le istanze più disperate e disparate.

Anche i Cinque Stelle sono un movimento?

Si ma noi non eravamo collegati a partiti istituzionali, Grillo nasce sì dal basso, dalla gente che si è  scocciata, salvo poi che comunque viene delegata ad un capo e attraverso la rete si vuole ripristinare questa spinta dal basso ma anche li c’ è poi una proprietà, e qualsiasi capo o proprietà mette un’ipoteca forte all’idea di movimento, a me personalmente interessa poco trovare un movimento politico che mi soddisfi .

Il movimento del ’77 rifiutava qualsiasi idea di capo, qualsiasi delega, per questo vi furono tanti gruppetti, giornali che si moltiplicavano,   non vi era l’idea di un capo, ciò che poi porta a degli scontri perché ci sarà sempre qualcuno che vorrà mettersi alla testa.Grillo si prende sul serio mente l’ironia e lo sberleffo prevede un non prendersi mai sul serio.

Gli indiani metropolitani fondarono OASK, eravamo in disgregazione, ogni assunzione di un comportamento diventa retorico .

Eravamo contro ogni forma di ripetizione di uno schema, si voleva distruggere l’idea di militanza, i militanti li chiamavamo  “militonti”, volevamo riprenderci la vita fuori dagli schemi della politica che chiamavamo “politika”.C’ era un Altrove,un segmento di tempo e di spazi liberati, reinventandosi  lo spazio e le occasioni per stare insieme e contestare,  ma come scrisse il poeta Vladimir Maiakovki: “La barca dell’ amore si è infranta sullo scoglio della realtà.

 

 

 

Museo di Roma in Trastevere

’77 una storia di quarant’anni fa nei lavori di Tano D’Amico e Pablo Echaurren

dal 23/09/2017 al 14/01/2018

 

 

Il Piombo e le Rose,

Utopia e Creatività nel Movimento 1977, Opere di Tano D’Amico e Pablo Echaurren,

testi di Gabriele Agostini, Tano D’Amico ,Pablo Echaurren,  Diego Mormorio,  Raffaella Perna Kevin Repp,  Claudia Salaris,  Gianfranco Sanguinetti, a cura di Gabriele Agostini. Ed. Postcart

 

 

 

“Un cliente innocente”, la serie di Joe Dillard, scritta da Scott Pratt vi conquisterà. Da oggi nelle librerie.

“Un cliente innocente”, la serie di Joe Dillard, scritta da Scott Pratt vi conquisterà. Da oggi nelle librerie.

Il corpo del predicatore John Paul Tester, abituale frequentatore di uno strip club, viene rinvenuto nella stanza di un motel del Tennessee. Nudo come un verme, con le braccia e gambe divaricate e mutilato. Ad essere accusata del brutale omicidio è l’affascinante quanto misteriosa cameriera Angel Christian. La proprietaria del club, intenzionata a scagionare la sua dipendente, decide di assumere per la difesa Joe Dillard, avvocato un tempo cinico e disincantato ora non più così disposto ad accettare il compromesso tra il lato più brutale della professione e la propria coscienza. Dillard è sul punto di mollare, ma uno come lui non può resistere al richiamo di un caso così scottante, che coinvolge ambienti tradizionalmente ermetici e schivi, e che rischia di segnare il destino di persone innocenti. In fondo il lavoro è l’unica scappatoia da un’esistenza al limite della sopportazione, con una sorella tossicodipendente da poco uscita di prigione e una madre gravemente malata. Joe sa che solo ricacciando i propri tormenti dentro di sé potrà contribuire a dissotterrare una verità che è molto più scomoda di quanto immaginasse. Perché alla fine Dillard ha  un unico desiderio: «Quest’anno, prima di abbandonare la professione legale, avrei desiderato avere un cliente innocente, uno solo».

E’ questa la trama di “Un cliente innocente” di Scott Pratt, edito da Fanucci Editore nella collana Time Crime, in libreria dal 28 settembre. Classe 1959, Pratt è nato a Michigan, negli Stati Uniti e di professione fa l’avvocato. Segnatevi il suo nome perché ne sentirete molto parlare. Un mix tra Scott Turow e John Grisham insieme, Pratt confeziona un legal thriller avvincete, dal finale scoppiettante, una vera sorpresa. Un debutto davvero brillante che segna anche l’inizio della saga che ha per protagonista il cinico avvocato Dillard alle prese con un caso complicato. Una scrittura autentica, immediata, a tratti cruda e diretta,

I personaggi sono tutti ben delineati, intensi e credibili: a partire dall’avvocato penalista Joe Dillard, cresciuto senza un padre, all’apparenza duro e forte ma in realtà fragile, con alle spalle un segreto nascosto in un passato ingombrante e alle prese con casi particolari. «Quando sentii il suo respiro contro la mia pelle e sentii il suo odore familiare, improvvisamente non mi preoccupai che pensassi che fossi debole, perché in quel momento lo ero. Avevo bisogno di appoggiarmi alla sola persona di cui mi ero mai fidato davvero. Ci furono istanti in cui piangevo così forte da non riuscire a respirare. All’inizio mi vergognavo ed ero riluttante, ma una volta iniziato non riuscii a fermarmi. Dopo vent’anni, finalmente lasciai entrare Caroline completamente». Altro personaggio di spicco la simpatica Erlene Barlowe, proprietaria del night Mouse’s Tail, disegnata con i suoi pantaloni aderenti e top tigrati. Il suo linguaggio è spesso colorito e i suoi “dolcezza” e “zuccherino” vi rimarranno nelle orecchie per parecchio tempo. E poi la dolcissima e bellissima Angel Christian. «I suoi capelli erano del colore del mogano lucido e fluivano come una cascata di montagna dalla sua testa fino ad appena sotto le sue spalle. Il suo naso era piccolo e sottile  e si alzava leggermente verso l’alto. Aveva gli occhi a mandorla di un marrone ricco. Il suo sopracciglio sinistro era leggermente più alto di quello destro, dando l’espressione che fosse costantemente interessata o magari costantemente perplessa. Le sue labbra erano piene e sporgevano leggermente, e anche nella tuta arancione standard potevo vedere che il suo corpo era magnifico».

Un romanzo che cattura, pagina dopo pagina, e che appassiona con le varie fasi del processo: dalla scelta della giuria alle arringhe degli avvocati, svelando il malessere e tutta la corruzione che si cela in quel mondo. Ed è proprio questo disagio, questa ossessione verso la ricerca dell’innocenza che rende  il libro interessante e diverso dai soliti legal trhiller.

L’avvocato Dillard è il nuovo personaggio, portato in Italia da Fanucci Editore, che vi conquisterà, non solo perché è maledettamente bravo a risolvere casi insoliti, ma perché con le sue fragilità e controversie non potrete che, nel bene e nel male, fare il tifo per lui. Super consigliato!

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