Storia del Soldato Eder

Storia del Soldato Eder

La storia, in ogni suo aspetto, ha gli opliti e i generali. Tutti ricordiamo i nomi celebri, un po’ meno noti sono i nomi di onesti mestieranti del fronte, privi o quasi di colpi di genio. Anche nel calcio è così. C’è chi passeggia nella leggenda facendo incetta di trofei e vincendoli praticamente da solo e chi invece si aggrappa ad un minuto, un solo minuto in cui il Grande Burattinaio, ha deciso che sì, va bene, è il tuo momento ma non farci l’abitudine.

Se citiamo Cristiano Ronaldo, in ogni parte dell’orbe terracqueo, avremo facce che sorrideranno, che ne magnificheranno il talento, o che almeno faranno il grugno sforzato da “questo nome non mi è nuovo”. Ma se citiamo Eder, diventa un problema da esegeti. Un nome per intenditori, che lo confonderanno con il giocatore dell’Inter, o, filologi più competenti, col ragazzone belloccio che fu asfaltato insieme al Brasile dal Signor Rossi nel 1982. Dotato anche di una discreta stecca da lontano, talmente terrifica che le facce degli avversari in barriera erano di chi raccomandava l’anima a San Pietro sulla traversa di Fantozziana memoria.

Il terzo Carneade con questo nome, è un giocatore portoghese. Lo troviamo cristallizzato ad una data. 10 luglio 2016, al minuto 109 di una serata calda di una partita rognosa. Finale degli europei di calcio, Francia – Portogallo. Sembra una finale annunciata, solo Cristiano Ronaldo (questo nome non mi è nuovo…), si oppone novello Leonida, ai mangiabaguette. Ma sorpresa, dopo una manciata di minuti, un’entrata assassina di Payet, decide che 25 minuti per Ronaldo sono pure troppi. I portoghesi si chiedono solo quanto durerà l’agonia. Invece le mura resistono, anzi ogni tanto si prova pure a fare sortite fuori dal bunker. Fino a che dalla panchina non si alza lui: Éderzito António Macedo Lopes. Meglio noto(?) come Eder. Fino a quel momento ha fatto 3 gol in un bel po’ di partite, pochi per un attaccante. Anonimo prima, anonimo dopo quella finale. Ma nel mezzo c’è un minuto, in cui il ragazzone di Guinea, tira una saraccata aiutata forse pure dalla Madonna di Fatima, che tifa per i connazionali. Gol. Stadio gelato e abbracci. Storia della nazionale portoghese che vince un trofeo.

Un anno dopo, di lui si sa che è ritornato nel buio di un attaccante poco prolifico e per nulla incisivo. Ma si sa anche che ha un padre in carcere, accusato di aver ucciso la sua matrigna. Ma che lui sta provando a capire. Lo va a trovare ogni tanto e diciamo che gli riesce difficile perdonare, ma che quello è suo padre ed è difficile anche fare i conti con il sangue. Ne parla poco, aiuta le sorelle nei loro studi in giro per il mondo.

Adesso in Russia si gioca la Confederations Cup. La manifestazione tra nazionali che si disputa prima dei mondiali. Il ragazzo non è stato convocato. Avvertito per sms da un tecnico che, come dichiara ai giornalisti: “l’anno scorso mi criticavate per averlo convocato, ora perché non lo convoco”.

La storia, anche nel calcio, è un salotto buono solo per chi sa indossare la mise giusta. Chiedete di Ronaldo, tutti sanno chi è, chiedete di Eder, risposte meno convinte. Così va il mondo, per i soldati e i generali. Triste, solitario y final.

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

L’età dell’oro: come e quanto guadagnano i Club più ricchi al mondo

L’età dell’oro: come e quanto guadagnano i Club più ricchi al mondo

Come ogni anno Forbes stila la classifica dei club calcistici dal maggior valore. Per il 2017 il club che vale di più mettendo insieme tutta una serie di fattori come Diritti Tv, sponsorizzazioni, compravendita dei calciatori, è il Manchester United. Per la prima volta in cinque anni, i Red Devils sono la squadra di calcio più importante del mondo, dal valore di  3.69 miliardi di dollari. Il ritorno del team al primo posto è un premio al grande lavoro di marketing del club britannico. Il Manchester United ha generato un reddito di 765 milioni nel corso della stagione  2015-16, precisamente 77 milioni in più di Barcellona e Real Madrid rispettivamente al secondo e terzo posto di questa speciale classifica.

Crescita Esponenziale – Il Manchester United ha portato a 405 milioni di dollari le entrate da pubblicità e sponsorizzazioni, più di ogni altra squadra di calcio al Mondo. I Red Devils sono anche di gran lunga la squadra di calcio più redditizia del mondo, con  un utile operativo di 288 milioni, 107 milioni di dollari in più del Real Madrid, in testa a l’anno scorso in questa speciale classifica. Le previsioni di bilancio ci dicono anche che non sarà affatto facile superare lo United in un prossimo futuro dato che la squadra allenata da Josè Mourinho ha vinto l’Europa League e si quindi qualificata alla prossima Champions League, riscattando un andamento in campionato non proprio eccezionale. Quindi altri soldi, altri sponsor, ulteriore crescita e possibilità quasi infinite da investire nei prossimi anni per rafforzare la squadra.

Potenze Economiche- Forbes, contestualmente alla classifica dei club più importanti al Mondo, ha anche stilato una top ten dei presidenti più ricchi del mondo: Al primo posto c’è Alisher Usmanov patron dell’Arsenal con un patrimonio di 15.2 miliardi di dollari, seguito da Abramovich con 9,1. Nelle prime nove posizioni ci sono solo presidenti di club inglesi, mentre al decimo posto, staccata, c’è la famiglia Agnelli proprietaria della Juventus con più di un miliardo di dollari di patrimonio disponibile. Un altro dato che ci fa capire del distacco quasi abissale, a livello economico, tra il calcio inglese ed il resto del continente.

E l’Italia ?- Questa classifica ci aiuta anche a capire la differenza tra il nostro paese e il resto dell’Europa calcistica più ricca e importante. Per leggere il nome di una squadra italiana nella classifica di Forbes dobbiamo arrivare fino al nono posto occupato dalla Juventus con un valore complessivo di 1.258 miliari di dollari. Lontana, lontanissima dalle prime posizioni ma in continua crescita come dimostrano gli incassi della Champions 2015-16 con 312 milioni di dollari. Nessuno come il club piemontese è riuscito ad incassare di più nella scorsa Champions. Dopo la Juventus, per quanto riguarda l’Italia, il vuoto: Il club più vicino ai bianconeri è il Milan al 13esimo posto con un valore di 802 milioni di dollari, poi la Roma al 17esimo con 569 milioni, seguita a ruota dall’Inter con 537 milioni di valore e poi al ventesimo posto il Napoli con un valore stimato di 379 milioni di dollari. Cifre e differenze che spiegano largamente il dominio della Juventus in Serie A negli ultimi sei anni: Altrettanti Scudetti e tre double di fila cosa mai riuscita a nessuno prima d’ora in Italia. Un dominio che viste le previsioni è destinato a durare a lungo.

Per leggere la classifica totale clicca qui 

 

Lega Pro: il “Final Flop” delle “Final Four”

Lega Pro: il “Final Flop” delle “Final Four”

Oltre al ritorno del Parma nel calcio professionistico, la vittoria degli emiliani per 2-0 contro l’Alessandria nell’ultimo atto dei play-off ha anche archiviato la prima edizione della nuova formula degli spareggi di quella che dal prossimo anno tornerà a chiamarsi Serie-C (per fortuna, ndg). Un format più ombre che luci. Non tanto per il numero delle partecipanti – ventotto, dalla seconda alla decima di ognuno dei tre gironi di Lega Pro più la vincitrice della Coppa Italia di categoria – e per la sua articolazione comunque foriera d’interrogativi (per esempio: perché nella prima fase, in gara secca, ha giocato in casa la squadra meglio piazzata nel girone che, proprio per questo requisito, in caso di parità al novantesimo, già beneficiava del passaggio del turno?), quanto per il suo ultimo capitolo: la final four. Tenutasi, per l’occasione, al “Franchi” di Firenze. Una scelta che si è rivelata criticabile per più di una ragione.

In primis, per la sede. Città meravigliosa per l’arte e dalla storia calcistica importante, la culla del Rinascimento mal si prestava a ospitare un evento del genere perché a giugno diventa famosa anche per il gran caldo. Sia nelle ore serali delle semifinali sia, a maggior ragione, in quelle tardo pomeridiane della finale. Un clima sfavorevole per il bel gioco, mostrato a sprazzi solo dal Pordenone, tanto che per Parma-Alessandria si può parlare di “effetto Pasadena, ricordando la finale del Mondiale americano del 1994 tra i nostri azzurri e il Brasile. E soltanto l’abilità dei gialloblù a sfruttare un paio di episodi ha evitato l’epilogo dei calci di rigore. Ma, nel complesso, lo spettacolo tecnico di tutte e tre le partite è stato deludente.

Discutibile anche il programma delle partite. Le semifinali su due giorni differenti hanno penalizzato l’Alessandria, che ha avuto un giorno di riposo in meno rispetto al Parma. E dopo quarantaquattro partite nella testa e nelle gambe, fra regular season e play-off, è un dettaglio che fa la differenza.

Infine, ciò che più ha colpito in negativo, la scarsa partecipazione di pubblico. Purtroppo. E anche qui più di un indizio lasciava pensare che il “Franchi” non fosse il miglior luogo per questo evento, perché troppo grande e sproporzionato rispetto ai tifosi che avrebbe ospitato. A dirlo, i numeri. Le quattro finaliste – Parma, Pordenone, Alessandria e Reggiana – durante la stagione ‘16/17 hanno avuto un’affluenza media complessiva di 22.117 spettatori (i dati di quest’articolo, tranne uno, sono presi dal sito www.transfermarkt.it), cioè il 46,77% della capienza del “Franchi” (47.282). Nessuna di loro ha mai fatto il tutto esaurito, nemmeno il Pordenone nel suo “Bottecchia” (2.500 spettatori) e, anzi, si son perlopiù dovute confrontare con il vuoto (10.230 la media del Parma in un “Tardini” da 27.906 unità). Sono cifre che avrebbero dovuto indurre alla scelta di sedi più piccole – per esempio, perché non Siena (“Franchi-Montepaschi Arena”, 15.373 spettatori) e Grosseto (“Zecchini”, 9.909 spettatori) per le semifinali ed Empoli (“Castellani”, 19.847 spettatori) per la finale? – per avere una partecipazione tale da parlare di vera e propria festa, capace di coinvolgere, grazie alla diretta tv, un numero di appassionati più alto di quelli allo stadio.

A Firenze, invece, è avvenuto il contrario. 4.000 spettatori per Parma-Pordenone; 5.000 per Alessandria-Reggiana; 16400 per la finale. Una carestia. Aggravata dalla presenza di tanti addetti ai lavori, perlopiù esenti dal coinvolgimento emotivo per una delle due contendenti, e, soprattutto, dalle semifinali giocate in settimana. Quando la gente lavora e non può, salvo sacrifici, seguire la propria squadra del cuore. L’esatto contrario di quanto avvenuto nei turni precedenti dei play-off, quando i tifosi hanno affollato i rispettivi impianti.

La soluzione è dunque ritornare al passato, alla formula andata e ritorno? Non necessariamente. Può andar bene anche la final four, in una regione che non ha una delle quattro semifinaliste. Ma in tre città vicine fra loro e con stadi proporzionati all’affluenza media dei tifosi delle partecipanti. Così da avere uno spettacolo da ricordare. Per chi assiste e per chi guarda da casa. Che invece, sia in semifinale che in finale, salvo quand’erano inquadrate le due curve del “Franchi”, si è ritrovato al cospetto di una “Maratona” lunare.

Un’immagine surreale e anche un po’ inquietante. Forse s’intende e si vuole che sia questo, il calcio di oggi e di domani? Ventidue in campo e il pubblico ai lati? Ma il calcio, quello profondo e autentico, ai lati, cioè ai margini, non dovrebbe tenere solo chi lo vuol privare della sua essenza e dei suoi protagonisti? Che sono e saranno sempre la passione e la gente.

Ivica Strok: da fenomeno virtuale a superstar reale. E fa anche beneficienza

Ivica Strok: da fenomeno virtuale a superstar reale. E fa anche beneficienza

Ha vinto tutto quello che poteva nel mondo del calcio e ha una schiera di tifosi sui social network da far invidia a chiunque.

E ‘ considerato la più grande leggenda del Celtic Glasgow, club che ha guidato a quattro trionfi consecutivi in Champions League.

Fermi tutti. Qualcosa non vi torna? E’ normale. Stiamo parlando, infatti, di Ivica Strok un ‘calciatore’ piuttosto anormale.

Perché? Il motivo risiede nel fatto che Strok non esiste se non nella virtualità di Football Manager.

Ora, però, scopriamo come un finto fenomeno del calcio possa aiutare davvero ed in maniera importante chi i problemi li ha sul serio.

Il maggior successo di Ivica Strok, infatti, non è col pallone tra i piedi, né grazie agli 836 goal segnati nella sua carriera.

L’immagine di Strok è recentemente diventata parte di una campagna per aiutare le persone con problemi mentali.

Ma quando e come nasce Strok? La “vita” di Strok comincia a prendere forma il giorno che il suo nome compare davanti a Jonny Sharples, un ‘malato’ del popolare videogioco Football Manager, che offre alle persone di replicare la carriera di un allenatore, di decidere le tattiche, oppure la firma e la vendita di giocatori.

Sharples non era inizialmente convinto di portarsi a casa questo giovane calciatore croato di 18 anni proveniente dalla NK Zagabria, ma poi ha deciso di rischiare.

La firma è avvenuta nel mese di gennaio dell’anno 2020 (sì, avete letto bene) e da lì Strok è divenuto protagonista di una carriera impressionante, che lo ha portato a vincere tutto con il Celtic e ad essere campione d’Europa con la Croazia.

Grazie a Strok, Sharples ha rivoluzionato il proprio gioco e vinto ogni trofeo virtuale possibile.

L’idolo del ragazzo, però, acquisisce un nuovo e molto più profondo significato a partire dal dicembre 2014, a seguito di una telefonata.

A spiegare i fatti è proprio Jonny:

“Ho chiamato mia sorella e mi ha detto che mio fratello maggiore, Simon, si era tolto la vita. Mi è crollato il mondo addosso. Tutto era cambiato in un attimo. L’unico posto dove potevo scappare era il mio computer portatile grazie alla vita di Ivica Strok”.

Sharples ha iniziato a vivere con ancor più intensità ciascuna delle 22 stagioni della carriera di Strok e ha anche creato un account in suo onore sui social network.

“E’ stato come essere il dottor Frankenstein e rendere vivo il mio mostro. La sua fama è cresciuta così tanto da diventare un’icona oggi. Dopo il suo ritiro, infatti, con un amico, ho creato 150 copie stampate di un giornale fittizio per celebrare le gesta di Strok. Con il ricavato ho scelto poi di raccogliere fondi per un ente di beneficenza.”

Alla fine, si è riusciti a raccogliere circa mille dollari.

Inoltre, il popolare National Football Museum di Manchester ha voluto una copia del giornale, con una T-shirt del Celtic con il nome Strok e il numero 10, da esporre all’interno del proprio spazio.

“E’ stato nello stesso edificio con vere leggende dello sport come Messi, Pelè e Maradona. Ancora non ci credo”, le parole di un sorpreso ed emozionato Sharples.

Juventus: ma era proprio necessario richiamare Riccardo Agricola?

Juventus: ma era proprio necessario richiamare Riccardo Agricola?

Riccardo Agricola, ex medico sociale della Juventus, sta per tornare nell’organigramma bianconero. Il suo compito:direttore sanitario all’interno della J Medical, la struttura privata gestita totalmente dalla società di Corso Ferraris. Riccardo Agricola. Chi era costui? Ah, già. Ritorna in mente, non esattamente bella, una storia di calcio e farmaci. Riavvolgiamo il nastro alla fine degli anni 90, quando una Juventus fortissima domina in Italia e in Europa. Senza paura. Alle macchie, ci pensa Raffaele Guariniello. Il pm di Torino apre un’inchiesta sull’abuso dei farmaci.

Riccardo Agricola, è pienamente coinvolto in quel processo. Juve centrifugata, processo in ammollo. Poi tutto finisce in prescrizione. Tutto inizia alla metà del 2000. Quando il GUP accoglie le richiese della Procura: Riccardo Agricola (medico sociale della Juventus) e Antonio Giraudo (amministratore delegato bianconero) sono rinviati a giudizio. L’accusa? “pluralità di atti fraudolenti consistenti al fine di raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento di competizioni sportive organizzate dalla FIGC”. La sentenza giunge il 26 novembre 2004: condanna Riccardo Agricola a un anno e 10 mesi. Giraudo è assolto perché non esistono elementi che potessero confermare la responsabilità della società. Il ricorso però stravolge la sentenza: il 14 dicembre 2005 è confermata l’assoluzione di Giraudo ed anche Agricola è prosciolto perchè “il fatto non sussiste” in quanto “nessun giocatore della Juve risultò positivo a sostanze dopanti e nessun elemento processuale fece intendere l’acquisto di Epo da parte della società”. In sostanza l’accusa si ridusse in abuso di farmaci leciti. Guariniello è sconfitto su tutti i fronti. La vicenda si trascina ancora e trova la parola fine il 29 marzo 2007.

La sentenza della Seconda Sezione Penale dichiara la prescrizione del reato di frode sportiva nei confronti dell’ex amministratore delegato della Juventus Antonio Giraudo e del medico sociale bianconero Riccardo Agricola. Storia finita? Neanche per sogno. Preso atto della possibilità di un ritorno di Agricola, Guariniello, si è affrettato a ricordare, urbi et orbi, che “prescritto non significa innocente”. E vabbè, evviva la scoperta dell’acqua calda. Non serviva una lezione di diritto. Piuttosto una presa di coscienza, di fronte a una questione ormai puramente etica. In questo senso, ognuno ha la sua misura. Anche Agricola e la Juventus. Evidentemente diversa, non per questo condannabile.

“Assomiglia ad un maschio”: bimba di 8 anni cacciata da torneo di calcio femminile

“Assomiglia ad un maschio”: bimba di 8 anni cacciata da torneo di calcio femminile

Pessima. Disgustosa. Tremenda.

Scegliete voi l’aggettivo più calzante per la storia che vi apprestate a leggere.

Siamo in Nebraska, per la precisione ad Omaha. Mili Hernandez, otto anni, sta per scendere sul campo da calcio, sport che tanto adora, insieme alle sue compagne di squadra degli Azzuri Cachorros per prendere parte ad un torneo dedicato a bambine.

Tutto sembra a posto, quando gli organizzatori della rassegna bloccano Mili e le dicono che non può scendere in campo.

La ragione? Ci state prendendo in giro. Questo è un ragazzino, non una femmina. Non può giocare.”

Dal canto suo, la bambina, evidentemente (e ci vuole veramente poco) molto più matura di chi ha preso tale decisione, prende la decisione ‘con filosofia’ e risponde: “Preferisco avere i capelli corti e sembrare un maschio che giocare nel vostro torneo”.

Nonostante ciò, il padre di Mili prova, comunque, a mostrare la health insurance card (la carta di assicurazione sanitaria, necessaria negli USA per ricevere assistenza medica), che mostra il sesso femminile della figlia, agli organizzatori del torneo ma è come andare a sbattere contro un muro (con tutto il rispetto per il muro in questione, certamente più sagace degli organizzatori stessi).

E dire che Mili è un vero talento del calcio; infatti, proprio lei ha aiutato in maniera decisiva la sua squadra a raggiungere la fase finale della rassegna Springfield Soccer Club, quella che non ha poi potuto disputare grazie alla stupidità di qualche ‘capo’ del torneo.

Neppure una reazione, magari di sentite scuse, da parte dei responsabili della manifestazione.

Una vera vergogna.

Per fortuna ci ha pensato il mondo del calcio (statunitense e non solo) a far tornare il sorriso alla povera Mili, con tanti attestati di affetto ed inviti da parte di molte squadre a visitare i propri centri sportivi.

Non te la prendere. Mili.

Il mondo è pieno di deficienti del genere e, purtroppo, crescendo lo scoprirai sempre di più!

 

Malafeev era un portiere

Malafeev era un portiere

Agli scorsi europei di calcio 2016 , a guardia della porta della Russia, avrebbe dovuto esserci lui. In quella porta che era una sua costola. Si chiama Vyacheslav Malafeev. Portiere dello Zenit di San Pietroburgo. Ma non c’era. Non perchè scarso, figuriamoci. Avrebbe giocato al volo, visto che Akinfeev, portiere titolare senza di lui, a volte fa delle papere spaventose. Ma la sua decisione parte da lontano. Da almeno sei anni fa.

Nel marzo del 2011 sua moglie è in auto e rimane vittima di uno spaventoso incidente. Vyacheslav non rimane solo sconvolto, ma anche disorientato. Già perchè la sua era una famiglia. Ci sono anche due figli. Maxim e Xenia. Piccoli. Lui continua a giocare per il resto della stagione, ma dentro ha un tarlo bello grosso. Può scegliere, continuare il suo mestiere e affogare il dolore, ma il suo cruccio è la tristezza dei figli. Nel 2012 prende una decisione, anzi due. Intanto chiede a Spalletti, il suo allenatore, di allenarsi ad orari diversi. Questo perchè lui la mattina vuole fare la colazione ai bambini e vuole accompagnarli allo scuolabus, poi torna a preparare il pranzo. In più chiede di parlare con Capello, allenatore della Russia. Gli chiede di non essere più convocato. “Non voglio lasciare i miei figli da soli per troppo tempo, è un momento delicato”. Capello capisce, prova a dissuaderlo, ma alla fine gli dice che forse sta facendo una scelta che un vero uomo farebbe, gli chiede solo se gli darà una mano per le emergenze, lui risponde con una sportività di pochi: “ha due portieri bravissimi, la Russia è in buone mani”.

Ma qualcosa dentro di lui continua. Il vedere la vita sotto un’altra prospettiva. E capisce che forse il dolore gli sta proponendo nuove opportunità, e poco prima degli Europei, maggio scorso annuncia il ritiro dal calcio. A 37 anni che per un portiere non sono nulla. Quando spiegò la sua rinuncia alla nazionale, lo fece tenendo per mano i suoi figli e dicendo: “avrei potuto metterli in un collegio, nel migliore di tutta la Russia, ma sarebbe stata una decisione crudele e irresponsabile. Amo i miei figli, il calcio mi ha permesso una vita da privilegiato e ora posso staccare un po’ la spina senza troppi problemi”. Insomma un campione, che i figli non a caso, chiamano Superman, come i supereroi, ma lui corregge anche i compiti.

Caso Donnarumma? Tutta colpa di Bosman e della sentenza che cambiò per sempre il calcio

Caso Donnarumma? Tutta colpa di Bosman e della sentenza che cambiò per sempre il calcio

Di lui si sono perse le tracce per lunghi anni. Il nome dell’uomo che, con la sua battaglia, rivoluzionò il calcio europeo torna sulle pagine dei giornali nel 2012, non su quelle dello sport bensì quelle ben meno accoglienti della cronaca: Jean-Marc Bosman viene condannato dal tribunale di Liegi per violenza domestica nei confronti della compagna e della figlia di lei nel corso di una lite. Pur riuscendo a evitare la prigione grazie alla condizionale prima, e ai servizi sociali poi, è il punto più basso del percorso di vita di un ex calciatore che, dopo i promettenti esordi nel professionismo ha deciso di intraprendere una battaglia per rivendicare quello che ritiene un suo diritto e ridistribuire in modo più equo i soldi del calcio tra i giocatori. Il fatto che la sua vicenda lo ha poi visto isolato da quello che era il suo mondo, che lo ha trattato come un personaggio ‘scomodo’, e finire senza lavoro, con problemi di alcolismo e depressione non può che essere considerato una beffa.

Soprattutto se si considera il ruolo chiave da lui avuto nell’arricchimento dei suoi colleghi. Ma anche se Bosman riesce attualmente a mantenersi solo grazie a un sussidio statale non si è mai pentito di aver cominciato e portato a termine la sua battaglia.

Sono passati più di vent’anni da quando per il calcio è cambiato tutto. E’ il 1995, l’Ajax di van Gaal è campione d’Europa, la Juve di Lippi ha conquistato il primo campionato dell’era dei tre punti a vittoria e George Weah, primo calciatore africano nella storia del trofeo, sta per aggiudicarsi il Pallone d’Oro.

In Belgio, un centrocampista poco conosciuto nel resto d’Europa sta da tempo sfidando il sistema: a Jean-Marc Bosman non va proprio giù l’esser stato trattato “come uno schiavo”. Dopo che il club con cui era in scadenza di contratto, l’RFC Liegi, gli ha negato il trasferimento ai francesi del Dunkerque non rinunciando all’indennizzo che all’epoca era previsto alla scadenza del contratto decide di andare fino in fondo, facendo causa.

Dunkerque, nel giugno del 1940, fu il teatro di una storica ritirata delle truppe alleate che portò al salvataggio di circa 340 mila soldati dall’accerchiamento delle truppe naziste: 55 anni dopo Bosman, forse involontariamente, con la sua battaglia per andare a giocare nella squadra della città portuale francese pone le basi per una decisa spallata simbolica e non solo alle limitazioni della libera circolazione dei lavoratori comunitari all’interno dell’Unione Europea. E a un mondo del calcio che da quel momento non sarà più lo stesso.

Gli Stati membri dell’UE sono da poco passati da 12 a 15, e il lungo tragitto verso la moneta comune è da tempo cominciato. Nei club calcistici del Vecchio Continente ciò non basta però ancora per azzerare le limitazioni al tesseramento e all’impiego di giocatori europei: fino a quel tempo l’Uefa permetteva di convocare massimo tre stranieri per le partite della neonata Champions League, della Coppa Uefa e della Coppa delle Coppe, mentre in Italia, dopo la chiusura totale degli anni ’60 e ’70, era consentito il tesseramento di quattro non italiani (ma con un tetto di tre in campo).

Il giorno della svolta è il 15 dicembre 1995: dopo cinque anni dall’inizio della causa, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea dà ragione a Bosman, assimilando di fatto i calciatori agli altri lavoratori. Ne consegue la possibilità, per un giocatore comunitario, di trasferirsi gratuitamente (il cosiddetto ‘parametro zero’) alla scadenza del contratto con il proprio club e la decadenza delle limitazioni delle Federazioni sul numero dei calciatori dell’UE tesserabili e schierabili.

Per il calciomercato è una vera rivoluzione: le società perdono potere a vantaggio dei calciatori, che possono iniziare a guardare alla scadenza del loro contratto come un’opportunità e a valutare di trasferirsi in un altro campionato senza tanti problemi. In più di un’occasione il mancato rinnovo di un big scatena aste milionarie tra i club che fiutano l’affare di tesserare un giocatore senza pagarne il cartellino (o a pagarlo meno del reale valore se vicino alla scadenza del contratto): tra i protagonisti delle trattative iniziano a figurare gli intermediari e, mentre i procuratori diventano sempre più potenti, gli stipendi dei calciatori lievitano.

Nei cinque maggiori campionati europei il monte ingaggi totale passa dal miliardo di euro del 1995 ai 6,8 miliardi del 2013/14, crescendo in percentuale più del fatturato (da 2 a 11,3 miliardi di euro). Impressionante poi il dato dell’utilizzo dei calciatori stranieri in Serie A, ben 301 su 553 giocatori scesi in campo nel 2014/15 (il 54,4%). Da quelle che erano due finestre di una decina di giorni a luglio e a ottobre adesso la campagna trasferimenti ha date comuni in Europa, e dura tutta l’estate fino al primo settembre e tutto il mese di gennaio.

Tra coloro che si avvalgono dello svincolo gratuito nel corso di questi vent’anni ci sono anche calciatori di livello eccelso all’epoca del loro trasferimento, come ad esempio Vialli (passato dalla Juventus al Chelsea nel 1996), Ballack (dal Bayern Monaco al Chelsea nel 2006), Pirlo (dal Milan alla Juventus nel 2011) e Lewandowski (dal Borussia Dortmund al Bayern Monaco nel 2014). Il boom economico che trasforma il calcio in quello show-business che non era ai tempi della sentenza porta anche a un cambio di priorità per i club e per i calciatori, per i quali spesso conta più partecipare alle competizioni più importanti (per poter intascare i soldi dei premi e dei diritti tv) che vincere.

Nonostante tali liberalizzazioni, la sentenza Bosman presto perde la sua spinta egualitaria di redistribuzione della ricchezza: ad approfittarne, infatti, sono quasi solo i calciatori più famosi e ricchi, e la maggior parte dei vantaggi economici se li mettono in tasca loro, e non i ‘comuni mortali’ come era ad esempio lo stesso artefice del cambiamento. Quando da giovane Jean-Marc Bosman sognava di cambiare il calcio aveva in mente scenari molto diversi. Su tutti i fronti.

Fc Bari 1908, ecco i nodi tra il “nuovo” San Nicola e il project financing

Fc Bari 1908, ecco i nodi tra il “nuovo” San Nicola e il project financing

Gli stadi di calcio? Non più solo un’arena dove ci si contende punti, posizioni in classifica e traguardi, ma anche (e soprattutto) un campo di gioco per le tasche e gli investimenti delle società. In Italia la Juventus ha fatto da apripista, seguita da esempi avviati o in fase di start-up come quelli offerti da Udinese, Atalanta, Sassuolo, Cagliari e Roma: l’ultima conferma arriva da Bari, dove la società presieduta da Cosmo Giancaspro sta portando avanti un piano finalizzato a rilanciare il “San Nicola”, impianto progettato dall’archistar Renzo Piano in occasione del mondiali di Italia ‘90. Da struttura avveniristica a obsoleta e fatiscente rappresentazione del passato che fu, quello che doveva essere uno dei fiori all’occhiello dell’architettura sportiva nazionale oggi ha perso petali (intesi come teloni di copertura dei singoli settori), appeal e sostenibilità.

Il cammino avviato dalla Fc Bari 1908 ha radici lontane, risalenti all’ottobre 2016: “E’ allora che ho avuto i primi contatti con l’allora presidente di Lega Andrea Abodi –ha spiegato lo stesso Giancaspro in conferenza stampa- persona lungimirante e di spessore, che mi ha seguito in una serie di passaggi”. Passaggi che hanno seguito una certezza: la società di calcio strutturata secondo i criteri tradizionali non esiste più.  Esiste un’azienda, che al patrimonio personale del suo proprietario deve affiancare idee che producano appeal e un parco giocatori in grado di generare utili. Così, a circa un anno dal suo arrivo alla presidenza del Bari, Giancaspro ha presentato all’amministrazione comunale di Bari lo studio di fattibilità del progetto di restyling. L’operazione prevederebbe l’affidamento dell’impianto attraverso la procedura del project financing sulla base di una concessione di 99 anni, procedura amministrativa oggi molto inflazionata, grazie alla quale è possibile recuperare l’investimento attraverso la gestione dell’impianto e delle strutture realizzate. Un investimento dettato “nelle motivazioni iniziali dalla volontà di creare un’azienda dalle ceneri della Fc Bari nata e sviluppatasi tra il 2014 e il 2016” ha spiegato lo stesso Giancaspro: tra i partner tecnologici del progetto ci sarebbero Siemens e Osram, in qualità di fornitori e non di finanziatori.

La palla, però, al momento viaggia a centrocampo. Il Comune ha ricevuto lo studio di fattibilità che presenta tutti gli interventi, per cui è previsto un costo di 150 milioni di euro e una durata biennale, per la struttura concepita dall’architetto Renzo Piano. Tra le novità principali previste c’è l’eliminazione della pista di atletica, proposta per avvicinare i posti a sedere ridotti da 58mila a 44mila, al campo. Nel progetto sarà data attenzione anche alle attività parallele a quelle svolte nello stadio: ristoranti (o bar come l’Fc Bari 1908 caffè), negozi, alberghi, palestre, sale congressi, centri medici, persino un ‘museo’ dedicato alla storia della squadra biancorossa. La società vorrebbe anche realizzare 70 sky box con 700 posti a sedere, 700 posti premium e 1300 posti business per ricavi complessivi da circa 30mila euro annui. Un progetto innovativo, al quale sarà affiancata la costruzione di un centro medico di Eccellenza con annesso hotel per pazienti e parenti, operazione che potrebbe vedere il coinvolgimento del management della clinica romana Villa Stuart: il tutto “sul modello dello Juventus Stadium”, come da presentazione del presidente biancorosso. Che non ha voluto commentare la presunta “ispirazione” tratta dallo studio di fattibilità realizzato dal Cagliari nel 2015, che lo studio proposto dal Bari sembra ricalcare in alcuni stralci.

Il sogno? “Una città dello sport targata Fc Bari 1908, in grado di generare flussi di reddito in maniera autonoma”, per dirla con le parole del numero 1 del club pugliese. Un’opera complessa paragonabile a un “parco eolico” (Giancaspro dixit), la cui Equity (il capitale di rischio addizionale inserito dagli investitori privati) potrebbe arrivare fino a 30 milioni di euro. A mancare, ad ora, sono però alcuni documenti fondamentali per la valutazione di una proposta di project financing, tra cui le società che diventano soggetto proponente, il progetto preliminare e il piano economico finanziario. Potrebbero arrivare durante la prossima settimana, quando sarà forse anche tempo di presentare lo staff manageriale al completo e diradare le nubi. “Sono pronto anche a partecipare al consiglio comunale per dare tutti i chiarimenti che chiederanno. Non sono un benefattore, non posso fare assistenzialismo e non posso fare salti nel buio come già avvenuto –ha precisato Giancaspro- Ho già investito buona parte del mio patrimonio economico personale e voglio tenere i piedi per terra. Al Comune e allo Stato non chiederò un euro “. Il sindaco Decaro ha spiegato di attendere un arricchimento della documentazione, Giancaspro attende risposte. Per il primo cittadino, però, al momento “il documento inviato da Fc Bari 1908 non contiene i requisiti minimi per poter essere considerato una proposta ai sensi di legge”. Chi farà la prossima giocata?

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