I rischi del Match-Fixing: se trucchi una partita finisci in carcere per 10 anni

I rischi del Match-Fixing: se trucchi una partita finisci in carcere per 10 anni

Il difensore del Wolverhampton Roderick Miranda è stato inserito nella lista dei nomi sospetti in un’indagine della polizia sul match-fixing in Portogallo.

Il ventiseienne che è passato dal team portoghese del Rio Ave al Wolverhampton per una cifra di 2.5 milioni di sterline, è uno dei quattro sospettati della combina della partita della scorsa prima divisione portoghese tra Feirense e Rio Ave.

Gli altri tre sospettati del Rio Ave sono gli altri due difensori Marcelo e Nadjack ed il portiere Cassio.

Ad insospettire le autorità una più che sospetta scommessa singola molto alta di 100,000 sterline poco prima del calcio di inizio, partita giocata a febbraio, proveniente dalla Cina, piazzata sulla vittoria della Feirense data per sfavorita a quota 2,8. Quota scesa tantissimo nel giorno della gara da 3,00 a 2,80 segno di evidente flusso anomalo.


L’effettiva vittoria della Feirense per 2-1 ha fatto scattare immediatamente l’indagine.

Miranda che in questa stagione ha fatto 16 presenze,non è stato messo fuori rosa e anzi ha ricevuto il supporto pubblico del suo allenatore Nuno Espirito Santo, portoghese anche lui.

In un comunicato il Rio Ave si dice dispiaciuto per l’indagine in corso e per la fuoriuscita di particolari prima della sua conclusione, lamentando un possibile danno d’immagine per il club. Il team portoghese ha ribadito anche la piena certezza della non colpevolezza dei giocatori, escluso Miranda, che ancora vestono la maglia del club.

L’indagine andrà avanti e vedremo come andrà a finire, dovessero essere trovati colpevoli di match-fixing questi quattro giocatori vedrebbero terminare la loro carriera prematuramente, poiché in Portogallo chi viene condannato per combine finisce in carcere per dieci anni.

L’ultimo SuperClásico di Carlitos Tevez

L’ultimo SuperClásico di Carlitos Tevez

Dopo solo un anno in Cina, Carlitos Tevez non resiste al suo amore di una vita, il Boca Juniors,  pronto nei prossimi giorni a riabbracciare l’Apache. Vi riproponiamo il suo ultimo SuperClasico dello scorso dicembre in cui, neanche a dirlo, fu protagonista.

“La gente del Boca sa che muoio per questi colori”. Carlos Tevez ha appena disputato quello che sarà quasi certamente il suo ultimo Superclásico. Carlos Tevez ha appena disputato il suo miglior Superclásico ammutolendo – otra vez – il Monumental con una doppietta più un assist per il 4-2 finale degli Xeneizes. E’ l’11 Dicembre 2016. Come tutti i campioni argentini Carlitos è tornato a casa dopo aver costruito le fortune in Europa, come molti suoi colleghi deciderà di abbandonarsi in un tramonto dorato in Cina dove non esistono partite come Boca-River, ma anche dove ci saranno 40 milioni a coccolarlo e a garantire una vita piuttosto agiata per un bel po’ di generazioni a venire. Dopo la gara contro Il Colon di fine dicembre, Carlitos si sposerà e mediterà sul futuro – che sarà lontano dalla Boca – mettendo forse fine a quella sequenza ormai cristallizzata sotto la Doce: i gol, i successi, i baci alla maglia.



FUERTE APACHE. Non importa se i milioni cinesi sono quanto di più lontano possibile dall’ideale di calcio romantico, perché la memoria di Tevez non verrà intaccata in alcun modo: Tevez è e resta per tutti il giocatore del popolo. La storia di Carlitos è la sublimazione dell’infanzia difficile, lui è l’archetipo del sogno divenuto realtà del bambino cresciuto dove gli avversari da dribblare sono delinquenza e povertà. La madre biologica di Tevez, Fabiana Martinez, lo abbandona tre mesi dopo averlo partorito. A dieci mesi Carlitos rimane ustionato in viso, collo e petto dall’acqua bollente e a qualcuno viene la brillante idea di portarlo in ospedale avvolgendolo con una coperta di nylon: la coperta si fonde aggravando non poco l’ustione (tra primo e secondo grado) e costringendo il piccolo Tevez a due mesi di terapia intensiva e a una vita intera col volto sfregiato. Uscito dall’ospedale Carlos viene affidato agli zii materni – Segundo Tevez e Adriana Martinez – e risiede al primo piano della Torre 1 nel Barrio Ejército de los Andes, un quartiere cruento al punto di ‘guadagnarsi’ il soprannome di Fuerte Apache. Il cognome Tevez deriva, appunto, dallo zio anche perché il padre biologico – oltre a non aver mai conosciuto Carlos – viene spento nel 1989 da ventitré colpi d’arma da fuoco. Il soprannome che lo accompagnerà, invece, non c’è bisogno di spiegarlo. Il Barrio di Ciudadela ha forgiato la sua infanzia e condizionato la sua esistenza: da campione del popolo Tevez è diventato campione per il popolo.

VINCERE, SEMPRE. La carriera di Carlitos Tevez è un tracimare di successi: da quando ha 13 anni veste la camiseta azul y oro, a 18 anni esordisce in prima squadra, a 19 è uno degli eroi del secondo (e per ora ultimo) treble della storia del Boca vincendo Apertura, Copa Libertadores e Coppa Intercontinentale, a 20 anni è medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene assieme alla Nazionale argentina con tanto di titolo di capocannoniere del torneo. Dopo aver incamerato il terzo Balon de Oro sudamericano ed essere riuscito nell’impresa tutt’altro che trascurabile di farsi amare – da argentino – dai tifosi del Corinthians con un’annata da 25 gol, lascia il Sudamerica per l’Europa. Sbarca in Inghilterra, sponda West Ham, assieme a Mascherano. Probabilmente quello con gli Hammers è l’unico capitolo opaco della carriera dell’Apache: un po’ per qualche infortunio di troppo, un po’ perché Pardew lo relega discutibilmente sulla fascia sinistra, Tevez segna il primo gol a marzo e chiude la stagione appena con sette centri. La vetrina di Upton Park vale comunque all’Apache la chiamata dello United di Sir Alex Ferguson. A Manchester Carlitos riprende lo spartito naturale della sua carriera e continua a vincere: nel primo anno timbra 18 gol, vince la Champions League in finale contro il Chelsea e la Premier, mentre l’anno seguente deve ‘accontentarsi’ del campionato e della finale persa Roma contro il Barcellona. Passato per 29 milioni alla sponda meno nobile di Manchester diventa una bandiera del City riportando assieme a Mancini i Citizens sul trono d’Inghilterra dopo quarantatré anni. Torino è l’ultima tappa prima di tornare a casa dopo un viaggio lungo 15 anni. Con la Juventus Tevez dà il meglio di sé dal punto di vista realizzativo tenendo una media da 0.6 gol a partita portandosi via due scudetti e una Coppa Italia. Un curriculum forse noioso da riportare con dovizia di particolari, ma necessario per comprendere la grandezza del Tevez giocatore.

SUPERCLÁSICO. Il Superclasico è una rivalità feroce, tra le più serrate del pianeta. Il confronto fra le squadre più blasonate d’Argentina in principio fu un derby di quartiere visto che sia Boca sia River sono nate nel quartiere de La Boca, poi nel tempo i confini si sono allargati e la sfida è sfociata in uno scontro sociale col trasferimento della banda roja a Núñez, quartiere decisamente più benestante rispetto a La Boca. Quelli del River Plate sono diventati i Millonarios, i ricchi, anche se per i tifosi del Boca restano Gallinas, le galline. Nel 2004 La rivista inglese The Observer ha stilato la lista delle “50 cose sportive da fare prima di morire”, beh assistere al Superclásico era al primo posto. Nello stesso anno Boca e River si affrontano nella semifinale della Copa Libertadores: il Boca ha vinto alla Bombonera 1-0 e sta perdendo 1-0 al Monumental quando al minuto 89 un ventenne Tevez sigla il pareggio, si toglie la maglia e scorrazza per il campo mimando con le braccia le movenze della gallina. Quel gol diventerà il gallinazo, il Monumental diventa per qualche minuto Mudomental tanto era assordante il silenzio delle 70.000 anime di fede River.

Il gallinazo del 2004

A distanza di oltre 12 anni con in mezzo una vita da vincente, Carlitos Tevez lo scorso anno è tornato a decidere un Boca-River, la stracittadina numero 262 della storia, quasi certamente l’ultima (secondo la cronaca dell’epoca) di Tevez e sicuramente l’ultima del Cabezón D’Alessandro. Lo ha fatto nuovamente al Monumental offrendo prima l’assist per il momentaneo 1-0 degli Xeneizes e firmando poi il gol del 2-2 in avvio di ripresa e il meraviglioso 2-3 a 10’ dalla fine con un destro dolce di prima intenzione destinato all’incrocio dei pali. Una partita, anzi La partita, che ha la valenza di un lascito, un’eredità che l’Apache lascia alla sua gente. E quando eravamo ormai costretti ad immaginarlo con un’anonima maglia del campionato cinese, immaginando che l’ultima goccia di memoria che il mondo avrebbe avuto di Carlitos Tevez fosse quel destro al volo contro i rivali di sempre e il bacio alla maglia di sempre, ecco che il ragazzo del Barrio sta per fare ritorno a casa. Hasta luego, Apache! Anzi, Hasta Pronto!

Calcio e Serie Tv: Club de Cuervos, il Futbol Messicano come non l’avete mai visto

Calcio e Serie Tv: Club de Cuervos, il Futbol Messicano come non l’avete mai visto

Pur essendo il calcio uno degli argomenti di cui più si parla in Italia e in molte parti del mondo abbastanza raramente è stato oggetto di attenzioni da parte del cinema, e ancor meno spesso ha fatto da sfondo a una Serie Tv. Personalmente ricordo solo L’allenatore Wolf, un telefilm tedesco degli anni settanta che raccontava le vicende di una squadra tedesca che dopo una stagione sfortunata retrocedeva in seconda divisione.



Da qualche anno è però presente nel palinsesto di Netflix Club de Cuervos: una serie originale prodotta in Messico che racconta le vicende di una ricca famiglia di imprenditori, gli Iglesias, proprietari di una squadra di prima divisione i Cuervos de Nueva Toledo, cittadina di fantasia a qualche centinaio di chilometri da Città del Messico. Giunta alla terza stagione, strutturata su brevi episodi da mezz’ora, tredici nella prima, dieci nella seconda e nella terza, è disponibile nel catalogo italiano di Netflix con l’audio originale spagnolo e i sottotitoli nella nostra lingua. Si tratta di una sostanzialmente di una commedia, dove però non si trascura di affrontare temi seri e drammatici, come ad esempio l’omosessualità nel mondo del calcio, la corruzione nello sport e nella politica, forti contrasti personali e tanti scheletri  provenienti dal passato.

La prima stagione si apre con la morte di Don Salvador Iglesias, il patriarca e fondatore dell’impero di famiglia oltre che proprietario della squadra di calcio dei Cuervos, che ha portato nella massima serie messicana con anni di sacrifici e investimenti dando una dignità a tutta la popolazione della marginale cittadina di Nueva Toledo, dove tutti lo stimano e lo amano come un padre. I suoi due figli trentenni e di madri diverse, Salvador “Chava” Iglesias e la sorella maggiore Isabel si contendono all’interno di un rapporto di odio-amore, la presidenza della società, di cui sono entrambi appassionatissimi. Bello, un po’ infantile e avventato Chava, concreta e diabolica Isabel, non si risparmiano colpi durissimi tra una riappacificazione e l’altra, sempre messi in ombra agli occhi dei concittadini dal ricordo di Don Salvador. Nessuno chiama mai il giovane Salvador Iglesias col suo nome, nemmeno nei momenti ufficiali, tutti si rivolgono  a lui chiamandolo col soprannome, “Chava”, e lui invariabilmente fissa negli occhi gli interlocutori e li corregge: – Salvador. Salvador Iglesias-, ma è una lotta vana, bastano poche frasi e lui torna a essere il piccolo Chava.

Attorno ai due fratellastri  ruota una miriade di personaggi minori, parenti-serpenti, politici di dubbia moralità, calciatori, allenatori, procuratori, giornalisti, dipendenti, ragazze in cerca di fama e denaro, e, nella terza serie, importanti flashback dal passato che ci raccontano come tutto l’impero di Don Salvador sia fondato su un delitto.

Il mondo del calcio messicano viene radiografato con crudo realismo, sempre usando l’arma dell’ironia ma senza risparmiare nessuno e obbligando il telespettatore a pensare. I destini dei Cuervos salgono e scendono, dall’ingaggio di una star internazionale di ritorno dai fasti della Champions e della Liga spagnola, alla retrocessione in Liga de Ascenso, la serie B messicana, al ritorno nella massima categoria usando ogni sorta di espediente, all’orlo del fallimento nonostante la disputa di un gran campionato, punto della  storia dove viene lasciata la squadra al termine della terza stagione della serie  in attesa dell’arrivo della quarta.

Una visione quella di Club de Cuervos che consiglio, lo spagnolo è piuttosto comprensibile e i sottotitoli aiutano a non perdersi nulla, e un viaggio nel  calcio del Messico, nei suoi panorami, nelle sue storie e miserie, che non son poi tanto lontane dalle nostre vale un po’ del nostro tempo dedicato al relax.

Gli Stati Uniti e l’Antidoping contro la Fifa per quello che succede nel Calcio Russo

Gli Stati Uniti e l’Antidoping contro la Fifa per quello che succede nel Calcio Russo

Il Mondiale si avvicina e dopo il Doping di Stato e l’esclusione dai Giochi Olimpici, ora tocca alla FIFA controllare il comportamento, inerente il doping, del calcio russo.

Con il Mondiale che inizierà in circa sei mesi, i leader del movimento anti-doping, come scrive il New York Times, stanno criticando aspramente la politica di non perseguire aggressivamente, da parte della FIFA, il calcio russo viste le certificate e provate coperture da parte delle autorità dei test anti-doping positivi degli atleti di spicco, sempre secondo quanto affermato dal Nyt.

Il presidente della WADA, Craig Reedie ha detto che si aspetta che la FIFA agisca in modo deciso per eliminare ogni segno di alterazione dello sport nella kermesse calcistica più importante al mondo, e che l’Agenzia Mondiale anti-doping ha fornito tutto il materiale necessario perché questo accada.

La Fifa sta cercando di contattare Grigory Rodchenkov, il direttore del laboratorio di Mosca per i test anti-doping e testimone chiave nel processo che ha portato all’esclusione della Russia dai giochi   Olimpici. In un comunicato la massima federazione calcistica ha affermato che sebbene grandi sforzi siano stati fatti per contattare Rodchenkov, la risposta è stata picche.



Dello stesso avviso non sono gli avvocati di Rodchenkov che hanno detto che nessun dirigente della FIFA abbia mai voluto mettersi in contatto con lui.

A proposito di questo il presidente dell’USADA, l’associazione Anti-doping americana, Tygart ha detto: “E’ inaccettabile. Gli atleti puliti ed il pubblico meritano di sapere l’impatto del doping russo sul calcio e, se esistente, risolverlo immediatamente. Sono tre anni che siamo in questo casino e non ci sono scuse per la FIFA per non contattare il testimone e custode dei segreti sportivi russi. Bisogna fare una riforma del sistema anti-doping dove venga rimosso il potere dello sport di pulire se stesso, perché la formula inquisitore e giudice da parte di chi deve promuovere e vendere non è una ricetta vincente visto il grande conflitto di interessi”.

Rodchenkov, che è in esilio volontario negli Stati Uniti, avrebbe le prove che oltre mille atleti russi, di trenta sport differenti, avrebbero avuto i test positivi coperti dalle autorità russe, compresi i giocatori che parteciparono alla Coppa del Mondo 2014. La Fifa, ovviamente, ha rilasciato una nota dove afferma che non ci sono prove di positività al doping da parte di calciatori russi durante l’ultimo Mondiale.

Rileggendo i fatti e la cronologia, dall’altra parte dell’Oceano si ha il sospetto che ciò che lo scenario che si sta prefigurando sia quello di una FIFA che sta ingoiando bocconi amari e chiudendo gli occhi di fronte a qualcosa di evidente pur di non creare acredine con un paese già di suo difficile che è anche quello che ospiterà il Mondiale.

 

Mondiali 1966: quando la Pantera Nera Eusebio sbranò la Corea del Nord

Mondiali 1966: quando la Pantera Nera Eusebio sbranò la Corea del Nord

Il 5 Gennaio 2014 ci lasciava Eusebio, la Pantera Nera del Portogallo. Per ricordarlo vi raccontiamo di quella volta ai Mondiali 1966 che fece letteralmente a pezzi con 4 reti l’incredibile Corea del Nord che ci aveva eliminato pochi giorni prima. 

I Mondiali inglesi del 1966 sono entrati negli annali della storia del calcio nostrano per la vergognosa eliminazione della Nazionale contro la Corea del Nord, sconfitta per 1-0 tra le risate dei 18.000 spettatori dell’Ayresome Park di Middlesbrough. Decisivo il diagonale angolato di Pak Doo Ik al 42’. Valcareggi, allenatore in seconda, prima dell’incontro definisce i nordcoreani “una banda di Ridolini” e, si sa, le sconfitte sono ancora più umilianti quando si deride l’avversario che ci sconfiggerà.

Così i coreani superano il girone e gli azzurri tornano in Italia accolti dal lancio di pomodori della folla inferocita presente all’aeroporto di Genova. Ma non tutti sanno che anche la successiva partita del torneo tra gli sconosciuti coreani e i giovani portoghesi è entrata nelle antologie. Esattamente come una delle rimonte più straordinarie della storia dei mondiali. Nel segno della Pantera Nera, Eusébio.

Ore 15 del 23 luglio 1966 ha inizio al Goodison Park di Liverpool dinanzi agli oltre quarantamila spettatori il quarto di finale tra Portogallo e Corea del Nord. Atmosfera festante e grande curiosità verso le due squadre. Il Portogallo viene da tre vittorie nel gruppo eliminatorio contro l’Ungheria (3-1), la Bulgaria (3-0) e il Brasile di Pelé e Garrincha (3-1). Gioco offensivo e spettacolo. La Corea del Nord è la grande sorpresa ed incognita, in grado di attirare le simpatie del pubblico di Liverpool e di Middlesbrough che, ancora in preda al giubilo post figuraccia italiana, segue la nazionale dell’Estremo Oriente per fornirle sostegno anche a duecento chilometri di distanza.



L’incontro è spettacolare fin da subito. Al fischio d’inizio i coreani recuperano immediatamente palla, si portano in avanti e già al primo minuto il sinistro dal limite dell’area del centrocampista Pak Seung-Zin si piazza all’incrocio dei pali. 1-0, coreani in festa e pubblico in visibilio. Il Portogallo del commissario tecnico Otto Glória, ideologo del calcio offensivista al di là di ogni prudenza tattica, incomincia ad attaccare in maniera sconclusionata, lasciando grandi vuoti in difesa per i contrattacchi dei coreani. La partita si fa ancora più appassionante e i ribaltamenti sono continui.Tante le occasioni sprecate dai lusitani, mentre i coreani mostrano una efficacia cinica e al 22’ raddoppiano con il tap-in vincente di Lee Dong-Woon. Neanche il tempo di rifiatare ed ecco che al 25’ il destro di Yang Seung-Kook gonfia incredibilmente di nuovo la rete. 0-3, il Portogallo piomba all’inferno e le risate sugli spalti sono grasse e rumorose.

Ma ancora non si sono fatti i conti con il 24enne portoghese, nato in Mozambico e Pallone d’oro del 1965, Eusébio da Silva Ferreira. Da fenomeno prende sulle proprie spalle la nazionale e batte la carica per la rimonta. Con un guizzo felino segna il primo goal due minuti più tardi, al 27’. Va a recuperare la palla dal fondo della rete e la porta a centrocampo. È solo l’inizio del suo capolavoro. Prima della fine del tempo, altro attacco lusitano e rigore. Eusébio dal dischetto non perdona. Doppietta. Si va negli spogliatoi sul 3-2 ed i coreani discutono con la Pantera Nera. Un certo timore inizia a serpeggiare tra le maglie bianche degli asiatici. All’undicesimo minuto del secondo tempo altro passaggio filtrante per Eusébio che con una staffilata di destro manda la palla all’incrocio dei pali. Pareggio, 3-3. Il pubblico applaude il campione ma ha perso il sorriso. Il Portogallo è ora in totale controllo del match.
La Pantera Nera fa quello che vuole sul terreno di gioco. Solo una manciata di minuti dopo si invola sulla sinistra. È inarrestabile. Supera un avversario in velocità, poi ne dribbla un altro prima di essere falciato in area di rigore. Di nuovo penalty. Eusébio si rialza un po’ acciaccato, va sul dischetto e segna il suo quarto goal. È il 59’, 4-3, la rimonta è compiuta ed il pubblico è ammutolito.
La formazione coreana si disunisce mentre i lusitani gestiscono il match e al 80’ José Augusto insacca il quinto goal, su calcio d’angolo sempre di Eusébio. Il triplice fischio dell’arbitro israeliano Ashkenazi arriva a sancire la conclusione della storica rimonta.

Il Portogallo conquista così la semifinale di Wembley contro i padroni di casa dell’Inghilterra, che perderà poi 2-1, con doppietta di Bobby Charlton e altra rete di Eusébio vincitore della classifica marcatori del torneo, con 9 reti all’attivo. La Corea del Nord lascia il mondiale con un piazzamento storico e una prestazione memorabile. Ma quel Portogallo–Corea del Nord 5-3 rimarrà per sempre un match da antologia del calcio, uno dei capolavori più maestosi della Pantera Nera, fuoriclasse in grado di vincere le partite da solo.

Oronzo Pugliese, il Mago di Turi di un calcio che non esiste più

Oronzo Pugliese, il Mago di Turi di un calcio che non esiste più

Il 5 Aprile del lontano 1910, nasceva uno dei primi allenatori pugliesi saliti alla ribalta delle cronache sportive nazionali, Oronzo Pugliese: schietto, focoso, ma soprattutto genuino, un personaggio d’altri tempi, rappresentante di un calcio che ormai non c’è più.

Tutto ha inizio a Turi, 30 Km da Bari, Oronzo nasce in una famiglia contadina, e sin da subito mostra una certa attitudine per il gioco del calcio, l’unico problema è che in città non c’è neanche un campo dove potersi allenare. Per poter giocare bisogna spostarsi: Gioia del Colle, Casamassima, Molfetta, è qui che muove i suoi primi passi. La sua carriera da calciatore però non è straordinaria, e dopo aver girovagato per l’Italia ed essersi fermato per ben sette anni a Siracusa, appende gli scarpini al chiodo nel 1947.

Inizia così, senza neanche troppe ambizioni, la carriera da allenatore, che di soddisfazioni, però, gliene darà molte.



Il Leonzio è la prima società che gli da fiducia, nei dilettanti siciliani (quando ancora gioca nel Siracusa). Opportunità più importanti, però, non tardano ad arrivare; allena il Messina a più riprese, vincendo un campionato di Serie C, quindi la Reggina, che porta dalla IV Serie alla Serie C, il Siena, che porta a un passo dalla Serie B, quindi la chiamata del Foggia, nel 1961.

Vince al primo anno la Serie C, e nel 63-64 viene addirittura promosso in Serie A, vincendo il premio “Seminatore d’Oro” come miglior allenatore del campionato Cadetto. Con i Satanelli scrive le pagine più belle della sua carriera da allenatore, divenendo famoso, oltre che per gli ottimi risultati, anche per il suo inconfondibile modo di fare, tanto da essere definito da Gianni Breraun mimo furente di certe grottesche rappresentazioni di provincia”.

Infatti in panchina Pugliese è un vero e proprio spettacolo: urla, gesticola, addirittura rincorre sulla fascia i propri giocatori, ma così facendo riesce ad infiammare il pubblico, e a caricare i suoi giocatori fino all’inverosimile, come accade il 31 gennaio 1965.

A Foggia arriva la Grande Inter di Helenio Herrera, detto Il Mago, Campione d’Italia e d’Europa in carica. Pugliese dispone delle serrate marcature a uomo, ordinando ai suoi picciotti, così chiamava i giocatori, di aspettare e pungere in contropiede. I padroni di casa si portano inaspettatamente sul 2-0. l’Inter non ci sta, e riacciuffa il risultato, salvo poi cedere, a dieci minuti dalla fine, a un gol di Nocera, che fissa il risultato sul 3-2: è la consacrazione di Oronzo Pugliese, da quel momento in poi sarà lui il mago, Il Mago di Turi. A fine partita, alla domanda di un giornalista “Come ci si sente ad aver avuto la meglio sulla psicologia di Herrera?” risponde “La psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”.

Rimane negli annali anche una sua dichiarazione riguardo le provocazioni ricevute dai tifosi del Milan durante la partita persa dal Foggia per 1 a 0. Inventando di sana pianta un proverbio, risponde ai giornalisti “quando il pesce grosso non riesce a mangiare il pesce piccolo, il pesce grosso brucia!”.

A fine anno il Foggia chiude sorprendentemente al 9° posto, il che vale a Pugliese la chiamata della Roma, reduce da una stagione deludente.

Nella Capitale disputa 3 stagioni altalenanti, senza mai far fare il salto di qualità alla squadra. Nel secondo anno di permanenza rimane in vetta alla classifica per due mesi, salvo poi crollare nella seconda parte di stagione e terminare ottavo. Qui, però, diventa l’idolo dei tifosi, che mai hanno visto un allenatore tanto coinvolto come Pugliese. Prima di ogni partita sparge il sale intorno alla panchina e dietro la porta avversaria, per cacciare via la sfortuna; non a caso Lino Banfi riprenderà questa scena ne L’allenatore nel pallone, il cui protagonista, Oronzo Canà, è ispirato proprio a Pugliese.

Roma è la sua ultima esperienza felice in panchina, infatti di lì a poco inizia la parabola discendente che lo porterà al ritiro, nel 1978, dopo aver allenato negli ultimi anni Fiorentina, Bari, Bologna e Crotone.

Torna nella sua Turi, dove verrà a mancare nel 1990.

Quella di Oronzo Pugliese è la storia di chi, partito dal niente, è riuscito a ritagliarsi uno spazio nel complesso mondo del calcio italiano, conservando però l’onestà e la semplicità del mondo contadino dal quale proveniva e che non ha mai rinnegato.

Al giorno d’oggi, in un calcio sempre più privo di valori, ricordare figure come quella di Don Oronzo non può che fare bene.

I 10 numeri di maglia più strani nella storia del calcio

I 10 numeri di maglia più strani nella storia del calcio

Numeri di maglia e calciatori; talvolta connubio indissolubile tra un campione e la sua casacca (come per storici ’10’ quali Maradona, Del Piero, Totti, il ‘divin codino’ Baggio o l’inconsueto 14 del fenomenale e oggi compianto Johan Cruijff), in altre occasioni, invece, opportunità per atleti meno noti e talentuosi di salire comunque agli onori delle cronache sportive.

L’ultimo spunto ce l’ha dato il neo giocatore della Lazio Nani che ha scelto di indossare la maglia numero sette, evocando quel “Biancaneve e i 7 Nani” che tutti conosciamo. Ma non è il solo ad essere finito della storia dei numeri “leggendari”.

Sono innumerevoli, infatti, gli esempi di numeri assurdi nel mondo del calcio; in questa speciale classifica, pertanto, si è deciso di raggruppare soltanto i dieci casi più divertenti/sorprendenti secondo IoGiocoPulito. Pronti, partenza, via.

  1. Mohamed Kallon (Inter)

Siamo agli inizio degli anni Duemila e la numerazione dei calciatori è ancora piuttosto ‘regolare’. Poi arriva lui: ‘Momo’ Kallon. Giunto in Italia a metà del decennio precedente, il calciatore originario della Sierra Leone nell’estate del 2001 (dopo svariati anni di prestiti in giro per l’Europa ed il Belpaese) finalmente arriva all’Inter per restare e si fa subito notare. Il motivo? Non tanto gol e prestazioni quanto il numero 3 (tipico di un terzino o al massimo di un difensore centrale) sulle spalle!

  1. Fabio Gatti (Perugia)

Signore e signori, tutti in piedi. Con Fabio Gatti da Perugia siamo all’apice della genialità. Prime giornate del campionato 1999-2000, il Grifone è una realtà ormai solida nella massima serie italiana grazie al presidente Luciano Gaucci; un nuovo giovane della ‘cantera’ biancorossa inizia a segnalarsi per il piede delicato e le ottime prestazioni sul campo. Si parla ben presto di Roma e Juventus sulle sue tracce ma Gatti finisce sulle prime pagine dei giornali anche per il numero scelto: il 44. Per quale motivo? 44 Gatti..vi dice nulla?

  1. Marco Fortin (Siena)

Marco Fortin: ovvero quando il calciatore, oltre a voler mostrare la propria (ampia) dose di sana follia, decide di sfoggiare anche ottime doti in inglese. 14 nella lingua britannica si scrive ‘fourteen’ ma si pronuncia esattamente come il cognome dell’ex portiere (tra le altre) di Siena e Cagliari. Inutile aggiungere, quindi, le ragioni per le quali Fortin sul finire degli anni Duemila decise di indossare tale numero..

  1. Ivan Zamorano (Inter)

Il bomber cileno, ex Real Madrid ed Inter, potremmo dire che sia stato il vero pioniere nel campo della stravaganza in quanto a numeri sulla maglia. La storia è la seguente (e ormai anche piuttosto nota); estate 1997, Il presidente interista Moratti decide di fare il botto e porta a Milano il ‘Fenomeno’, Luis Nazario de Lima Ronaldo. Il numero nove è stato sino a quel momento appannaggio di Zamorano, che, però, da buon padrone di casa decide di lasciare senza polemiche la casacca del bomber per eccellenza al nuovo arrivato. Come dimostrare di essere ancora un vero nove? Zamorano ci pensa su e poi progetta la grande idea: “Datemi il 18 ma tra i due numeri metteteci un piccolo segno +”. 1+8 fa 9 ed ecco che per il cileno è rimasto esattamente tutto come prima…


  1. Cristiano Lupatelli (Chievo)

Siamo sul finire degli anni Novanta quando un giovane portiere italiano si fa notare tra i pali della Fidelis Andria; mezza Serie A vuole accaparrarsi le sue mani d’oro ma alla fine la spunta la Roma del presidente Sensi. Si chiama Cristiano Lupatelli e alla fine rimarrà nella Capitale solo per due anni (vincendo però uno Scudetto da secondo del titolare Antonioli). Nell’estate del 2001, il passaggio al neopromosso Chievo Verona, una delle più belle favole mai proposte dal calcio dello stivale. Si arriva alla consegna della lista con i numeri dei calciatori e Lupatelli decide di sorprendere l’Italia e l’Europa con una scelta incredibile: il numero dei fantasisti, dei fenomeni con la palla al piede, il 10!

  1. Hicham Zerouali (Aberdeen)

Zerouali è stato (purtroppo è deceduto nel 2004 a soli 27 anni) un calciatore marocchino che tra il 1999 e il 2002 ha militato in Scozia, con la maglia dell’Aberdeen. Probabilmente con l’intento di richiamare il suo cognome, l’attaccante africano in quell’esperienza opta per il numero 0! Si trattò di una decisione che suscitò molte polemiche, tanto che la Federazione scozzese dall’anno seguente iniziò a vietare l’utilizzo del folkloristico numero zero.

  1. Jonathan De Guzman (Chievo)

Storia dei giorni nostri. Il centrocampista De Guzman lascia Napoli ed approda al Chievo Verona alla corte di Rolando Maran. Una mezzala dinamica come lui che numero avrà potuto scegliere? 7? 8? Macché! Come cantava Lucio Dalla ‘l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale’, pertanto De Guzman si prende il numero 1! Chissà, magari un tentativo di ‘parare’ gli avversari già dalla metà campo..

  1. Salvatore Fresi (Salernitana)

Difensore centrale di La Maddalena, ‘Totò’ Fresi nel 1998 torna alla Salernitana dopo tre anni di Inter. Il numero 6 è occupato pertanto a Fresi scatta la ‘zamoranata’. ‘Prendo il 33..tanto tre più tre fa sei..“. E via alla maglia granata con ‘Fresi 3+3’ sulle spalle (seppur soltanto per poche gare rispetto all’ex compagno cileno).

  1. Luca Bucci (Parma)

Parafrasando ‘La Solitudine dei Numeri Primi’, nel caso del portiere Luca Bucci potremmo affermare ‘La noia di avere il numero uno’. L’ex estremo difensore, nella sua seconda esperienza al Parma, decise di scegliere dapprima il numero 5 ed in seguito addirittura il numero 7. Chiamatelo come volete ma non ‘numero uno’..

  1. Salvatore Soviero (Crotone)

Salito alla ribalta delle cronache nei primi anni Duemila per una clamorosa rissa innescata (da solo) nei confronti dell’intera panchina del Messina, il portiere ‘Sasà’ Soviero entra a far parte di questa classifica del tutto particolare poiché durante la sua esperienza crotonese, tra il 2005 ed il 2007, scelse di abbandonare il tradizionale ‘1’ in favore di un maggiormente ‘pazzo’ numero ‘8’

“C’è del Marcio in Danimarca”. E l’Italia scoprì il sospetto di combine in Serie A

“C’è del Marcio in Danimarca”. E l’Italia scoprì il sospetto di combine in Serie A

C’è del marcio in Danimarca. Non è una citazione di Shakespeare. Ma la bomba lanciata dal giornalista Renato Farminelli sul giornale il Tifone nel 1927. Con questo titolo l’autore sconvolgeva il calcio italiano, facendo scoprire al popolo di appassionati del football una pratica che sa molto di calcio moderno ma che, nei fatti, apparteneva anche al tanto rimpianto pallone ancora solo radiofonico: la combine per pilotare il risultato di una partita, di un campionato.

Stagione 1926-27. Fase finale di una Serie A che si apprestava ad essere unita sotto un unico girone. A contendersi il titolo, Torino e Bologna con la Juventus attardata, ormai fuori dai giochi.

Il presidente granata Marone voleva fortemente quello scudetto e l’ultimo scoglio da superare per una sfilata comoda verso il successo finale era rappresentato dall’altra sponda di Torino, la Juve di Edoardo Agnelli. 5 giugno 1927. Al Filadelfia le squadre si contendono il risultato che rimane in bilico fino al decisivo 2 a 1 a sfavore della Vecchia Signora. All’epoca il Torino non era ancora Grande e quella vittoria l’avrebbe portato a raggiungere il primo tricolore della sua storia. Fin qui nulla di strano.

Ma la faccenda si complica: Farminelli vive nella Pensione Madonna degli Angeli di Via Lagrange e, nello stesso stabile, è situata anche l’abitazione del terzino sinistro bianconero Luigi Allemandi. Nei giorni successivi il Derby della Mole, Farminelli ascolta inavvertitamente (?) un’accesa discussione tra il giocatore della Juventus e un giovane studente siciliano, tale Francesco Gaudioso. I toni sono forti e tra le frasi pronunciate dai due esce fuori che i motivi della litigata sono riconducibili al mancato pagamento di una somma di denaro da parte di un dirigente del Torino, il dottor Nani. Ma cosa c’entra un giocatore della Juventus, un dirigente del Torino e un ragazzo venuto dalla lontana Sicilia? La risposta è sconvolgente e potrebbe benissimo calzare in un film di intrighi internazionali. Pare, infatti, che Nani, volenteroso di esaudire il sogno tricolore del suo Presidente, avesse preso contatti con Allemandi, tramite Gaudioso, anche lui residente nella Pensione, per proporgli una combine in cambio del pagamento di 50 mila lire (che rappresentavano circa 125 volte lo stipendio mensile del giocatore), di cui 25 prima della partita (il derby in questione) e il restante a risultato acquisito, chiaramente in favore del Torino. La cosa strana, a posteriori, è rappresentata dall’insistenza con cui il calciatore avesse richiesto il resto della “mazzetta”, essendo stato, nel corso della stracittadina in questione, uno dei migliori in campo sponda bianconera, cercando in tutti i modi di arginare le avanzate di un Toro più motivato.


Il vaso di Pandora scoperchiato a fine campionato da Farminelli, che non aveva mai avuto buoni rapporti con il Torino per via di una mancata consegna della tessera per l’accesso allo Stadio Filadelfia, mette in allarme la Federcalcio. Nella persona del Presidente Arpinati, fascista convinto, viene aperta un’inchiesta. Dopo attenta analisi e ricerche all’interno dell’appartamento di Allemandi viene a galla la scomoda verità: in un cestino, l’ispettore Zanetti, il vice di Arpinati, rinviene un biglietto strappato in molti pezzi che, dopo 18 ore di minuziose ricostruzioni, porta alla luce un messaggio contenente la richiesta da parte di Allemandi del restante 50 per cento promesso dal Nani.

Il dirigente crolla così come Gaudioso di fronte alle domande degli inquirenti. Le conseguenze sono immediate e asprissime: revoca della scudetto e squalifica a vita per il calciatore. Nell’inchiesta vengono coinvolti altri due giocatori juventini: Federico Munerati per aver ricevuto dei “doni” da una società non specificata e Piero Pastore, reo di aver scommesso contro la sua squadra in occasione del derby, nel quale, guarda caso, venne anche espulso per reazione. Per i due, però, solo un avvertimento a non ripetere quanto fatto. Per la Juve, nessuna pena, essendo estranea ad un’iniziativa del tutto personale del giocatore. Ma non è finita: infatti, a margine del derby della discordia, un altro episodio turbò, quasi un mese prima, il campionato italiano: in occasione della partita di andata tra Torino e Bologna, l’arbitro Pinasco aveva annullato un gol-no gol dei felsinei sul risultato di uno a zero per i granata che valse i 2 punti alla squadra piemontese. Una settimana dopo la partita Torino-Juve, era giunto un telegramma in cui si diceva che Pinasco aveva fatto un dietrofront sulla decisione, richiamando il CITA (un comitato dell’epoca simile al giudice sportivo) il quale dichiarava che la partita andava rigiocata. Anche in quel caso la sfida venne vinta dal Torino. L’arbitro Dani, giacchetta nera che nella gara della fase iniziale del campionato, Torino-Bologna, aveva fischiato un contestatissimo rigore ai piemontesi per il 2 a 1 finale, si rese di nuovo protagonista assegnando un penalty dubbio ai granata che fissò il risultato sull’1 a zero. In questo caso, le proteste furono quasi nulle.

Allemandi, dopo solo un anno di squalifica, ottenne l’amnistia anche grazie alla medaglia di bronzo dell’Italia durante le Olimpiadi del 1928.

Il dibattito non si è mai placato. Perché non assegnare lo scudetto del 1927 alla seconda classificata Bologna? E perché, soprattutto, Luigi Allemandi giocò così bene quel derby per il quale era stato “pagato” per comprometterlo?

Si dice che fosse stato il Regime fascista a non voler assegnare lo scudetto al Bologna per non alimentare i sospetti di un favoreggiamento nei confronti della squadra emiliana di cui Arpinati, bolognese, era sostenitore e anche il rigore a favore del Toro nella partita rigiocata sembra essere stato un modo raffazzonato di riportare le cose nell’ordine prestabilito.

Per quanto riguarda Allemandi, per molti, tra cui il grande Gianni Brera, pur avendo accettato il compenso, il giocatore juventino pare fosse solo un intermediario e una “pedina da sacrificare” per nascondere il vero colpevole, o i veri colpevoli. Tra i nomi che spuntarono all’epoca anche quello di Virginio Rosetta, grande terzino destro bianconero, simbolo di integrità, che nel corso di quella partita maledetta era stato artefice di un errore grossolano, facendo passare la palla sotto le gambe in occasione della punizione dell’uno a uno del Torino. Le prove a conforto di questa tesi non ci sono e la verità non si saprà mai.

Ad ogni modo, molte cose rimasero irrisolte in quel campionato del 1926-27. Bolognesi e Torinesi ancora si battono per la restituzione o l’assegnazione dello Scudetto. Il Presidente Cairo, sta combattendo affinché il Toro possa riavere il titolo.

Corsi e ricorsi storici. Lo sport più bello del mondo. E quel lato oscuro insito nella sua natura che non appartiene solo al nostro tanto bistrattato presente.

Le insidie della nostra Europa League

Le insidie della nostra Europa League

Che sia verso Kiev o per Lione, Champions o Europa League, la storia non cambia. A partire dal 14 febbraio, le italiane si troveranno di fronte a 6 sfide dal sapore diverso, nella speranza che altrettante vittorie nel doppio incontro/scontro possano innaffiare con altre gocce di fiducia un calcio italiano che, fuori dal Belpaese, dopo la vittoria nerazzurra del Maggio 2010 si è colorato a forti tinte bianconere. Per fortuna. Proseguiamo il tour, analizzando le sfidanti delle nostre regine proprio in Europa League.



 FCSB – Vi avevamo raccontato già qualche mese fa, con l’aiuto di Enrico Nicolini, lo stato di salute precaria in cui versa il calcio rumeno, una realtà in cui proprio la Steaua Bucarest recita la parte scomoda di tedoforo, squadra più titolata del paese che non riesce a ravvivare la fiamma capace di renderla celebre nel passato. 26 campionati nazionali, una Coppa dei Campioni nel 1986, due partite decisive prima del doppio impegno contro la Lazio di Simone Inzaghi, nel mezzo del quale la squadra di Dică affronterà la Dinamo in un derby vietato ai cuori deboli. “Marele Derby”, la sfida eterna di Romania.

 Proprio la Lazio affronterà una squadra ricca di talenti fatti in casa, cresciuti in Italia come Denis Alibec o capitani già a 22 anni (con la maglia numero 10 sulle spalle) come il promettente Florin Tanase. Seconda miglior difesa del campionato, la forza della prossima avversaria dei biancocelesti sembra essere però l’attacco: con 45 reti in 22 partite, l’FCSB schiererà con tutta probabilità un 4-2-3-1 molto pretenzioso, in cui i punti deboli potrebbero essere proprio gli interni di centrocampo ed i centrali difensivi. Chissà che non si inventino qualche stratagemma, magari snaturando il proprio gioco in vista della doppia sfida contro una squadra che – almeno sulla carta – sembra ampiamente favorita?

RB LIPSIA – Non sempre chi ama digerisce senza problemi l’ascesa inesorabile della squadra fondata nel 2009 dai colossi Red Bull, attivi nel mondo del calcio anche in Austria, in Brasile e negli Stati Uniti. Fatto sta che oggi i “Tori” sono arrivati alle soglie della Champions League fermandosi al 3° posto proprio come il Napoli, squadra che troveranno invece nei Sedicesimi di Europa League. Colpa del ranking o volere del destino, la sfida tra gli azzurri e i biancorossi sarà anche un’ottima occasione per vedere all’opera due enormi e prospere fucine di talenti.

 Se tutti noi abbiamo imparato a conoscere le stelle in mano a Maurizio Sarri, tra i prossimi rivali del Napoli, agli occhi degli italiani, si è mostrato solamente Emil Forsberg, quel numero 10 della Svezia che ha fatto piangere la nazionale a San Siro. Le statistiche tuttavia, pur consacrando proprio Forsberg come il miglior assistman della passata stagione, portano in scena altri giocatori: Timo Werner, Naby Keita, Marcel Sabitzer ed il capitano Willi Orban sembrano essere tre pedine fondamentali. Con 8 vittorie, 4 pareggi e 5 sconfitte, la squadra guidata da Ralph Hasenhüttl avrà bisogno di equilibrio contro una squadra che adora imporre il proprio gioco. La carta vincente? In un 4-4-2 a trazione anteriore, gli esterni Bruma e Kampl giocano un ruolo chiave nelle ripartenze.

LUDOGORETS – I neolaureati campioni di Bulgaria affrontano uno fra i Milan più in difficoltà del recente passato ma, nonostante tutti i problemi in casa rossonera, la squadra di Dimitar Dimitrov non può e non deve rappresentare un ostacolo insormontabile. Le ragioni sono molteplici, a partire dalla tutto sommato poca solidità delle aquile di Razgrad per finire con la fame europea di una squadra che è costretta a puntare – e presumibilmente punterà – davvero tutto sulla coppa senza le orecchie.

Del Ludogorets va temuta l’esperienza, visto il 3° posto nella scorsa Champions League ai danni del più quotato Basiliea: certo, 3 pareggi e 3 sconfitte non rendono la squadra Bulgara un fortino inespugnabile, ma il cammino dell’anno passato ha portato fiducia e credibilità ad una squadra altrimenti troppo facilmente bistrattata. Anche il cammino in questa Europa League è stato piuttosto altalenante, sebbene in coppia con l’intramontabile Sporting Braga siano stati cacciati fuori tanto l’Istanbul Başakşehir di Erdogan e l’Hoffenheim del giovanissimo Nagelsmann. Chiamatela, se volete, esperienza.

BORUSSIA DORTMUND – L’avversario più forte, la sfida più dura, sono senza dubbio per l’Atalanta di Gasperini. Messi da parte i discorsi legati alla forza della Dea quando deve recitare la parte di Davide contro Golia, al Signal Iduna non ci sarà margine d’errore: con l’arrivo di Peter Stoger in panchina sono tornati i risultati, e con loro anche un certo Pierre-Emerick Aubameyang a guidare l’attacco. Archiviata la sconfitta in coppa contro il Bayern, i gialloneri avranno 5 partite di Bundesliga per trovare una quadratura del cerchio prima di affrontare proprio l’Atalanta in una sfida dal sapore dolciastro: se i tedeschi sono il miglior attacco del campionato, Gasperini sta facendo dell’equilibrio la forza per tirare avanti nella sua prima stagione europea da underdog. L’Atalanta sa colpire in tutti i modi, può ferire con Gomez o giocare la carta Ilicic, cercare la testa di Caldara o gli inserimenti di un ritrovato Cristante. Il Borussia pullula di talento e sprizza bel gioco da tutti i pori, ma ha dimostrato ampiamente di poter crollare in pochi minuti. Il derby contro lo Schalke 04 insegna: 0-4 all’intervallo, 4-4 al 90’. Riuscire a togliersi le catene ai polsi, potrebbe non essere mai stato così semplice.

 

Nel segno di Sir Alex Ferguson: gli allenatori più longevi della storia del calcio

Nel segno di Sir Alex Ferguson: gli allenatori più longevi della storia del calcio

Compie oggi 76 anni Sir Alex Ferguson, leggendario allenatore del Manchester United. Con i Red Devils ha vinto tutto in una carriera che l’ha visto seduto sulla panchina della parte rossa di Manchester per 27 anni. Ma lo scozzese è solo uno dei recordman di longevità. Ecco gli altri “eterni” della panchina.

Guy Roux (Auxerre 1961–2005)
Una vera e propria istituzione del calcio mondiale. Guy Roux tecnicamente ha allenato per quattro periodi diversi l’Auxerre ma il totale di 53 anni è comunque un dato assolutamente invidiabile. Il tecnico transalpino ha iniziato a giocare nella squadra nel 1952 e ad allenarla ancor prima di appendere gli scarpini al chiodo. Con Roux, i biancazzurri hanno scalato le serie del campionato francese a partire dalla terza, raggiungendo la finale di Coppa di Francia nel 1979, approdando in Ligue 1 nel 1980 e vincendo il titolo nel 1996.

Willie Maley (Celtic 1897–1940)
Maley è stato il primo tecnico riconosciuto del Celtic (fondato dieci anni prima della sua nomina) ed ha vinto non poco: 16 titoli e 14 Coppe di Scozia, con 1.045 successi su 1.614 incontri. In precedenza, aveva anche giocato con i biancoverdi di Glasgow, diventandone l’allenatore a 29 anni e conquistando il titolo alla prima stagione.

Ronnie McFall (Portadown 1986–2016)
Assunto dai nordirlandesi del Portadown a dicembre 1986, McFall ha preso il posto di Sir Alex Ferguson in panchina e vi è rimasto per ben trenta lunghi anni. Ex giocatore del Portadown e allenatore del Glentoran dal 1979 al 1984, ha vinto il primo campionato nel 1990 e conquistato anche la coppa nazionale la stagione successiva. Nel 1995/96 e nel 2001/02 ha nuovamente vinto il titolo nazionale.

Ignacio Quereda (Spagna femminile, 1988–2015)
Ex giocatore in prova al Real Madrid, Quereda è stato scelto dalla Spagna il 1° settembre 1988 ed è rimasto in carica fino a questa settimana. Ha lasciato la panchina dopo aver partecipato al suo primo mondiale, raggiungendo anche le semifinali del Campionato Europeo UEFA femminile 1997 e i quarti nel 2013. Per un breve periodo ha anche allenato le giovanili, vincendo il Campionato Europeo Under 19 UEFA femminile 2004.

Sir Alex Ferguson (Manchester United, 1986–2013)
Sir Alex non ha certo bisogno di presentazioni. In principio, la permanenza di Ferguson a Manchester non sembrava destinata a durare a lungo, nonostante i precedenti successi con l’Aberdeen. Tuttavia, il tecnico ha finito per conquistare 13 titoli in Premier League, scavalcando il Liverpool e mettendo fine a un’attesa di 25 anni, nel 1993. Due Champions League completano la sua straordinaria bacheca.

Juan Santisteban (Spagna giovanile, 1988–2008)
Ex giocatore del Real Madrid negli anni ’50 e ’60, ha guidato le giovanili del club e quindi ha iniziato a lavorare con la Spagna Under 16 del 1988, vincendo i titoli europei di categoria nel 1991, 1997, 1999 e 2001. Dopo la nascita della categoria Under 17, ha vinto il titolo continentale nel 2007 (allenando provvisoriamente l’Under 19 e conquistando un altro titolo europeo) e nel 2008.

Valeriy Lobanovskiy (Dynamo Kyiv 1974–1982, 1984–1990, 1997–2002)
‘Il Colonnello’: un’istituzione del calcio ucraino. Lobanovskiy ha anche allenato Dnipro Dnipropetrovsk, Unione Sovietica, Emirati Arabi, Kuwait e l’Ucraina, ma è sempre stato il simbolo della Dynamo Kiev. Nominato allenatore dalla società nel 1974, ha vinto sette titoli sovietici nei primi due anni, aggiungendo la Coppa delle Coppe e la Supercoppa UEFA nel 1975 e aggiudicandosi in totale 13 campionati. A questi trionfi va aggiunta la Coppa delle Coppe 1986.

Francky Dury (Zultse VV 1990–1993, 1994–2001, SV Zulte Waregem 2001–2010, 2011–)
Anche se il suo periodo più lungo in panchina non è durato più di nove anni, in realtà Dury ha allenato lo stesso club per due decadi. Ingaggiato dallo Zultse nel 1990, ha condotto il club dalle serie regionali al campionato nazionale. Nel 2001, la squadra si è poi fusa con il KSV Waregem, raggiungendo il massimo campionato nel 2004/05. L’anno seguente, Dury ha vinto la Coppa del Belgio, mentre nel 2006/07 ha giocato in Coppa UEFA, arrivando ai sedicesimi. Il tecnico è dunque passato al Gent nel 2010 ma non ha saputo eguagliare i passati successi. Alla fine, è tornato allo Zulte Waregem nel 2011, arrivando secondo in campionato e qualificandosi per la UEFA Champions League.

Vittorio Pozzo (Italy, 1929–48)
Semplicemente l’allenatore più longevo di sempre sulla panchina di una nazionale maggiore europea: il mitico Vittorio Pozzo ha lavorato per l’Italia alle Olimpiadi del 1912 e 1924, prima di diventare Ct della nazionale maggiore nel 1929. Con gli Azzurri ha conquistato la Coppa del Mondo 1934 e 1938.

Mickey Evans (Caersws 1983–2007, 2009–)
Evans ha passato l’intera carriera da calciatore al Wrexham e ha dimostrato grossa fedeltà anche da allenatore. A 36 anni, infatti, è stato nominato giocatore-allenatore dal Caersws e vi è rimasto fino a 60 anni. In quel periodo, Evans ha dominato nella Mid-Wales League, assicurandosi un posto nella Cymru Alliance e diventando uno dei membri fondatori della League of Wales nel 1992. Ha conquistato pure tre Coppe di Lega ed un posto in Coppa UEFA Intertoto nel 2002.


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