Il Pisa e la vittoria del Calcio “Tutto e Subito”

Il Pisa e la vittoria del Calcio “Tutto e Subito”

Una scelta incomprensibile. All’indomani dello 0-1 casalingo contro il Pontedera nel primo turno della Coppa Italia di Serie C, il Pisa ha esonerato l’allenatore Carmine Gautieri. Decisione nell’aria dopo il novantesimo, quando alla stampa il consigliere dell’area sportiva Giovanni Corrado, figlio del presidente Giuseppe, aveva detto: “Sull’allenatore valuteremo il da farsi”. Alla fine è stata decisa la sua sostituzione.

Un provvedimento nel diritto di una proprietà, che investe di tasca propria in una squadra di calcio, ma un provvedimento che chi scrive ha il diritto di criticare se non lo condivide. E se nota che è in controtendenza col principio, da sempre in voga nel mondo del calcio, che un allenatore vada giudicato per i risultati. Alla 9^ giornata, il Pisa, partito con ambizioni di promozione, è al 5. posto del girone A di Serie C, a cinque punti dal Siena capolista, grazie a 4 vittorie, altrettanti pareggi e 1 sola sconfitta (1^giornata, a mercato aperto e rosa da completare). Ma c’è di più. I nerazzurri sono tra i più imperforabili di tutta Italia con appena 3 gol al passivo. Per cui, se è vero anche il concetto che le squadre forti si costruiscono dalla difesa, anche questo dato non depone a favore del licenziamento del mister campano.

E allora: perché Gautieri? Il movente sembra individuabile in un’altra dichiarazione di Corrado: “Oggi è mancata la cattiveria così com’era mancata domenica”. Una critica, la latitanza di tempra caratteriale, sollevata anche da una parte di tifosi addirittura all’inizio della stagione, dopo la sconfitta di Olbia e il seguente 0-0 col Siena, a fronte anche della lucidità d’analisi dell’ex tornante di Bari e Roma, che non aveva drammatizzato quei risultati, derubricandoli a normali tappe di percorso nel processo di formazione e di crescita di un gruppo che vuol diventare una grande squadra. Razionalità, positività, low-profile. Tre qualità che però, senza volerlo, gli hanno giocato “contro” nei confronti di questa parte d’opinione pubblica, che ha sempre prediletto i vari “Masanielli” della panchina transitati in riva all’Arno nel passato. Istrionici accentratori d’attenzione che in campo traducevano i loro atteggiamenti in un calcio pane e agonismo lontano dalla visione di football corale e propositivo che l’ex tornante di Bari e Roma, promosso in Serie B col Lanciano nel 2012, aveva in mente di realizzare all’ombra della Torre.

Un’idea che non ha certo difettato in carattere. Altrimenti il Pisa, ricostruito da capo dopo la retrocessione e comunque incompleto in ruoli-chiave del 4-3-3 come i terzini (a destra, solo Birindelli jr.; a sinistra, oltre al diciottenne Favale, Filippini, arrivato però l’ultimo giorno di mercato come il centrocampista De Vitis), dopo 2 punti nelle prime 3 gare, non avrebbe infilato quattro vittorie consecutive (a Cuneo con l’uomo in meno per oltre un tempo) e non avrebbe rimontato il sempre bollente derby in casa della Lucchese, bensì si sarebbe sfarinato e ora annasperebbe nei bassifondi. È vero, finora ha segnato poco (7 gol). Ma ha creato fra le tre e le quattro occasioni da rete a partita, Gavorrano a parte, ed è normale che, dopo un mese e mezzo di campionato, mancassero fluidità e brillantezza di manovra, che sarebbero arrivate nelle prossime settimane. Perché il calcio è, soprattutto, una questione di tempo e pazienza.

Quella che servirebbe a Pisa. Perché la storia del calcio – che giova studiare o comunque ripassare – racconta che squadre epocali, il Milan di Sacchi (1-0 a Verona, 25 ottobre 1987), o autentiche avanguardie, Zemanlandia (Monza-Foggia 1-1, 30 dicembre 1989), non hanno germogliato ai primi venti d’autunno. E non c’è da stupirsi. Ogniqualvolta si sceglie la strada di un gioco costruttivo, i frutti vanno aspettati. Se invece si vuole immediatamente vincere e mal si tollerano i passi falsi, secondo la filosofia del “tutto e subito” di moda con varie sfumature in tutto lo Stivale pallonaro e ben espressa dal Palermo della gestione Zamparini (29 allenatori in 14 stagioni), allora normale esonerare Gautieri dopo uno 0-1 di Coppa Italia di Serie-C. Solo che perché in estate fu scelto con cura e dopo aver valutato più profili? Se la tempistica di fiducia era questa, non sarebbe stato meglio affidarsi al primo tribuno del contropiede?

Domenica il Pisa sarà ospite dell’Alessandria invischiato nelle retrovie. Dove il tecnico, Stellini, è ancora al suo posto. Dove un anno fa, alla fine del girone d’andata, avevano otto punti sulla seconda, la Cremonese. Che a maggio festeggiò la Serie-B. Tanto per confermare che i campionati non si conquistano al tempo delle castagne, ma nella stagione delle fragole. E che s’incominciano a vincere attraverso la gestione di momenti interlocutori, guardando sul medio-lungo periodo e non sul breve. Occorre essere strateghi, non tattici. Perché bastano dodici ore a sconfessare un’idea e riformularne un’altra. Ma a realizzarla, ne occorreranno molte di più. E non è detto che siano sufficienti.

 

Serie A sempre più frammentata: ma il calcio spezzatino non è solo colpa delle Pay Tv

Serie A sempre più frammentata: ma il calcio spezzatino non è solo colpa delle Pay Tv

Il calcio spezzatino. Quando parliamo di questo immaginiamo sempre le varie televisioni, satellitari e non, che sono lì intente a distruggere il calendario fissando partite in qualsiasi giorno e orario. Per carità, il fatto che ormai le televisioni facciano il bello ed il cattivo tempo è fuor di dubbio. Con i tanti milioni versati nelle casse dei club, le tv possono ormai ritenersi le vere padrone del calcio. Su questo nessun dubbio, ma  il così detto calcio spezzatino potrebbe essere anche favorito anche da chi con il calcio ci fa tanti ma tanti soldi, i bookmakers. Ormai le diverse aziende di scommesse sono entrate a pieno diritto nel mondo del calcio diventando, già da parecchi anni, partner ufficiali di tante squadre di Serie A. Ormai la presenza dei bookmakers durante un match di Serie A è praticamente ovunque: molte volte prima di entrare allo stadio, sugli spalti, sui cartelloni pubblicitari dove addirittura passano in diretta le quote live della partita che si sta giocando. Una presenza massiccia che, legittimamente, ricorda allo spettatore-utente che può piazzare una scommessa in qualsiasi momento e in qualsiasi modo sull’evento che sta vedendo.  Ecco che allora il calcio spezzatino è un regalo non solo per le televisioni ma anche per i bookmakers. Vediamo perché.

Spezzatino futuro- In questo momento già siamo in regime di Serie A spezzatino. Il sabato due partite (una alle 18 ed una alle 20,45) in genere con i una o due squadre di vertice del campionato che per l’impegni in coppa sono costrette a giocare in anticipo. La domenica si parte subito con un match alle 12,30, un posticipo alle 20,45 ed il restante delle squadre che giocano alle 15.  Esaminando questi orari è chiaro come il week-end dell’appassionato medio italiano sia già apparecchiato. Non tanto il sabato, per ora, ma la domenica un utente può scommettere sulla serie A praticamente ogni due ore. Una scommessa alle 12:30, perdo? Mi rifaccio con quelle delle 15. Ancora una batosta? C’è quella delle 20:45 che mi salverà. Considerando che tutti i bookmakers si finanziano con le perdite degli scommettitori e che solo il 5% di chi punta alla fine riesce a vincere, il gioco è fatto. Se ora già lo spezzatino è diventato realtà a partire dalla prossima stagione, la situazione sarà ancora più frammentata: tre gli orari aggiunti in pianta stabile, con un anticipo del sabato alle ore 15, un posticipo alla domenica alle 18 ed il lunedì – sporadica apparizione anche di questa stagione – alle 20.30, che peraltro preannuncia lo spostamento di tutte le gare serali dalle solite 20.45 un quarto d’ora prima. Di certo l’obiezione che si potrebbe muovere a questa tesi è che in ogni caso si può scommettere su qualsiasi partita di qualsiasi campionato in qualsiasi momento. E’ chiaro però che gli appassionati italiani, che molte volte hanno anche la presunzione di essere degli espertissimi in materia, siano maggiormente attratti dalle partite della Serie A rispetto a quelle dei campionati esteri. Dunque il vecchio e autentico calcio di tutti alle 14,30 è un solo un lontano ricordo, ma quando cerchiamo un “colpevole” non dobbiamo indicare solo le Pay-Tv perché non sono state solo loro a beneficiare di questa metamorfosi del calcio italiano e mondiale.

Milan: lo strano caso (e i debiti) di Yonghong Li. Il cinese che cerca i soldi negli Stati Uniti

Milan: lo strano caso (e i debiti) di Yonghong Li. Il cinese che cerca i soldi negli Stati Uniti

Che Yonghong Li sia un personaggio a dir poco misterioso oramai, per usare un gioco di parole, non è neanche più un mistero. Sono mesi che ci si interroga su chi sia il nuovo presidente del Milan e soprattutto di quale disponibilità finanziarie possieda per far fronte agli impegni. Nonostante, fino ad oggi, tra i presidenti delle società di serie A sia stato quello che ha speso di più: oltre 200 milioni di euro per allestire la rosa da mettere a disposizione di Montella. Ma con il Milan che dopo 8 partite ne ha perse già 4, sono sempre di più quelli che si chiedono se i soldi siano stati spesi bene, oppure al contrario male. Molto male. Una valanga di denaro che tra l’altro non è ancora chiaro come mister Li abbia potuto accumulare. Nonostante un patrimonio personale da lui dichiarato ma fino ad oggi mai smentito di 500 milioni di euro.

E le indiscrezioni che vorrebbero, dietro al nuovo presidente del Milan, persino la China Huarong, un colosso nazionale dell’asset management. Ma considerando il fatto che per comprare il Milan ed effettuare l’ultima parte del closing con la Fininvest ha dovuto chiedere un prestito da 300 milioni di euro agli americani del fondo Elliott. La domanda sorge da sé:  come può spendere 200 milioni uno che ne ha presi a prestito 300 e al tasso d’interesse proibitivo dell’11%? Perché di questo si tratta: mister Li ha speso una valanga di soldi dopo averne chiesti altrettanti se non di più al Fondo Elliott. Come è stato possibile? Questa estate se lo domandò anche il presidente giallorosso James Pallotta il quale, arrivò persino ad affermare che il Milan non aveva i soldi e prima o poi ne avrebbe pagato le conseguenze. Di quali conseguenze stesse parlando Pallotta non è chiaro ma intuibile: vale a dire del rischio da parte della Rossoneri Investment (la società che fa capo a Yonghong Li e che detiene la quota di maggioranza della società rossonera) di dover cedere l’intero pacchetto al Fondo Elliott in caso di mancato rimborso del prestito da 300 milioni.  Che necessariamente dovrà avvenire entro il 15 ottobre del 2018 insieme al rimborso delle obbligazioni “parcheggiate” alla borsa di Vienna (che sarebbero finiti in pancia alla società Project RedBlack che altro non sarebbe che una “società veicolo” di Elliott). A quanto pare sembra che sia già partita la caccia per un rifinanziamento del debito. E proprio a questo scopo sarebbero partiti da un paio di mesi i contatti con diverse multinazionali bancarie per poter ottenere i fondi.

In cima alla lista dei possibili partner ci sarebbero proprio due tra le principali banche americane: vale a dire Goldman Sachs (che ha già finanziato sia l’Inter che la Roma) e Bofa-Merryll Linch. Per il Milan starebbe lavorando come riporta anche il Sole 24 Ore, l’avvocato Agostinelli dello stadio legale Gattai-Minoli-Agostinelli. Lo schema di finanziamento sarebbe quello già proposto e utilizzato che passa per la creazione di una società emittente di bond, alla quale vengono ceduti assets in grado di generare risorse da concedere in pegno alla banca finanziatrice. La quale, potrebbe essere appunto proprio Merryl Linch. Ma il condizionale è d’obbligo, perché al momento sul piatto non pare esserci nulla di certo. E che potrebbe succedere se l’operazione non andasse in porto entro l’ottobre del 2018? In quel caso lo scenario più probabile sarebbe sempre lo stesso: che gli americani del fondo Elliott entrino nell’immediato possesso delle quote del Milan date in pegno dalla società di Yonghong Li.  Ce la farà mister Li a ripagare mercato e finanziatori di tutti i soldi presi a prestito?

Jacopo Volpi: “Ecco come è cambiato il calcio. E il giornalismo sportivo”

Jacopo Volpi: “Ecco come è cambiato il calcio. E il giornalismo sportivo”

In questo momento storico del calcio italiano in cui il mondiale è appeso al filo di uno spareggio, dove i talenti latitano e i social network impazzano, il ranking scende mentre i club si nutrono avidamente dei diritti tv con gli stadi vuoti, è innegabile che qualcosa sia cambiato e stia continuando a cambiare nel mondo del nostro amato pallone. Una svolta fisiologica ed epocale che investe tutti i settori a tutti i livelli, informazione compresa. Jacopo Volpi incarna a pieno titolo, con la sua esperienza trentennale, la continuità aziendale di mamma Rai nel campo dell’informazione giornalistica sportiva dall’analogico all’avvento dei social. L’ex vice direttore di RaiSport ha condiviso negli anni di militanza la passione per la “sua” pallavolo e il calcio partendo dalla gavetta con personalità del calibro Tito Stagno e Paolo Rosi fino ai giorni nostri, con la sua sagacia e competenza frutto di una grande professionalità. L’abbiamo incontrato alla vigilia dello spareggio mondiale per discutere i “massimi sistemi” del malaticcio calcio italiano.

Buongiorno Jacopo, partiamo ovviamente dall’imminente spareggio degli azzurri. Girone sfortunato o c’è dell’altro?

E’ chiaro che dopo il sorteggio sapevamo di arrivare secondi per cui siamo dove dovremmo essere, ma sono le modalità che non mi convincono. Ventura ha cambiato troppo e spesso creando un po’ di confusione che ci levano certezze in vista dello spareggio, anche se abbiamo tutte le carte in regola per partecipare al Mondiale

Dalla sentenza Bosman in poi il calcio e le relativa gestione delle compravendite è innegabilmente cambiato. Un male per la nazionale?

Non partirei da così lontano perché la Bosman ha riguardato tutte le nazioni in egual modo. Oggi siamo ancorati da un lato ai grandi “vecchi” che ovviamente denunciano qualche flessione fisiologica e dall’altro ad una preoccupante mancanza di talenti, abbiamo molti nazionali che fanno fatica a giocare nei club e questo la dice lunga.

Un pensiero doveroso per Aldo Biscardi, giornalista e uomo d’altri tempi quando l’informazione sportiva era ancora legata al tubo catodico.

Beh innegabilmente è stata una grande figura che ha saputo creare un format vincente e in linea coi tempi. Da un lato si ergeva a giudice terzo dall’altro aizzava le parti in causa a continuare la bagarre. Un altro mondo di sicuro, ma il suo merito rimane indiscusso visto chi ha tentato di imitare il Processo non ha mai sfondato in termini di audience.

A proposito di Audience, sei da anni una colonna vivente dell’informazione sportiva targata Rai. Come è cambiato il mondo dell’informazione giornalistica sportiva?

Il mondo dell’informazione in generale è stato travolto dal web e dai social, mezzi efficacissimi e disponibili in tempo reale. Il problema è come si utilizzano e su questo noto degli abusi, molti colleghi sono tentati più da un tweet a effetto che ad approfondire le notizie dalle fonti. E’ un male contemporaneo che a mio avviso andrebbe regolamentato per legge per arginare un uso dilagante e a volte indiscriminato dei social.

Il VAR è un espediente utile per fugare gli atavici dubbi legati al calcio nostrano?

Come tutte le novità tecnologiche va ancora oleata e i frutti li vedremo nel lungo periodo. Qualcosa di sicuro è cambiato, dipenderà sempre dall’uso che ne faranno gli arbitri, ma ad occhio credo che già da queste prime giornate qualche decisione può aver modificato l’esito di alcune gare.

Jacopo Volpi come ha iniziato la sua carriera di giornalista sportivo?

E’ una passione che parte da molto lontano, già in quarto liceo ero attivo ad impaginare il Corriere Laziale. Poi collaborazioni con il Tempo e Tuttosport e poi fu Paolo Rosi a portarmi in Rai nel 1980, quella dei Petrucci dei Ciotti e Alfredo Pigna per intenderci. Dopo vari contratti l’assunzione definitiva nel 1986 ed eccomi qui dopo trent’anni. Devo moltissimo alla carta stampata e al suo approccio sull’approfondimento delle news, un bagaglio importante che ho appreso da grandi maestri.

Gli stadi semivuoti, un altro segnale allarmante per il nostro calcio?

Certo non è un bel volano per il nostro calcio, ma è indubbio che i nostri stadi siano poco moderni e la visibilità non sia ottimale. Ci vorrebbero stadi di proprietà delle società altrimenti non ne usciamo, anche perché le società si nutrono dei diritti della pay tv in percentuale molto alta avallando di fatto questo status quo. Il caso Roma è emblematico, se non ci sarà lo stadio nuovo i rischi al ribasso saranno enormi per la società.

I costi di gestione delle società sono lievitati da un lato, e dall’altro le gestioni allegre degli anni passati si sono nettamente ridimensionate. I tempi dei Sensi, Cragnotti, Tanzi e Moratti sono acqua passata e i bilanci sono più sani, è questa l’unica via possibile?

E’ chiaro che i costi di gestione di una società calcistica sono abnormi, basti pensare al ruolo dirompente dei procuratori nel rialzo delle trattative, ma una gestione oculata dei bilanci è imprescindibile nel calcio moderno. Sensi per esempio ha speso fuori controllo per regalare un sogno rimettendoci di tasca propria, oggi questo modello è improponibile.

Per chiudere. Abbiamo discusso dei vari mali del nostro calcio. Qualche antidoto?

Partiamo dalle cose fattibili a breve: innanzitutto dovremmo tornare a un campionato a diciotto squadre, venti sono troppe e il livello è medio-basso, più tempo per la nazionale, e ripartire dai vivai senza i quali la macchina calcio non ripartirà. L’under 21 ha dato segni di vitalità, ma non basta per fare sistema.  

Cagliari: è sempre giusto dare retta alla piazza e allo spogliatoio?

Cagliari: è sempre giusto dare retta alla piazza e allo spogliatoio?

“Roma non si governa. Al massimo la si amministra”. La citazione, tratta da Suburra, serie tv rilasciata poche settimane fa da Netflix, fa emergere come meglio non avrebbe potuto l’impossibilità sostanziale di rivoluzionare una città storicamente in mano a “patrizi e plebei, politici e criminali, mignotte e preti”, nella quale tutto cambia per non cambiare nulla da 2000 anni. Questa non è la sede ideale per parlarne e l’articolo non ha niente a che vedere con Mafia Capitale e, in generale, con vicende legate al malaffare, ma se si pensa alla situazione delirante creatasi in Sardegna nelle ultime ore, quella frase, inserita in un contesto calcistico, sembra essere funzionale. Si può governare il Cagliari Calcio? Oppure ci si deve limitare all’ordinaria amministrazione? Le risposte dovrebbero essere ovvie, ma non lo sono. E il ritorno di Diego Lopez sulla panchina dei sardi, vacante dopo l’esonero di Massimo Rastelli, potrebbe averlo dimostrato per l’ennesima volta.

Partiamo da un presupposto: una società calcistica, qualunque essa sia, non è un’azienda come tutte le altre. È una proprietà privata, ma anche un bene pubblico. Più la seconda della prima, se fossimo romantici. Tuttavia non possiamo esserlo fino in fondo, e la prima, a prescindere dai mille volti che uno sport così influente ha per un popolo, è preponderante. Il Cagliari è di Tommaso Giulini, non solo di Cagliari (e della Sardegna). Il suo proprietario deve essere libero di guidarlo come ritiene più opportuno, senza dover scendere a patti continuamente con uno spogliatoio formato da suoi dipendenti, parte della stampa e della piazza. Un buon governo è frutto di compromessi col contesto da amministrare (ribadiamolo: una squadra di calcio è anche la proprietà intellettuale di un popolo), ma la condiscendenza è un limite da non superare affinché si preservi un bene di tutti, privato e pubblico. E in questo caso la priorità è la permanenza del Cagliari in Serie A.

Diego Lopez, quinto calciatore con più presenze nella storia del club sardo e monumento vivente dei rossoblu, è stato esonerato per tre volte su tre da quando fa l’allenatore (una delle quali dal Cagliari stesso): è l’uomo giusto per centrare l’obiettivo? Il suo curriculum dice di no e l’ampia lista di tecnici liberi più o meno validi lascia intendere che non potesse (e non dovesse) essere l’unica opzione a disposizione, specie in un momento così difficile. Allora perché è stato scelto lui? E da chi? Ci auguriamo sia una decisione presa in tutto e per tutto da Giulini, solo al comando dopo l’addio (non senza coni d’ombra) dell’ex direttore sportivo Capozucca. E speriamo ne sia convinto pienamente. Quel che è certa è la natura di una selezione che ha tenuto in considerazione tanti, troppi aspetti. Dagli equilibri instabili di uno spogliatoio di senatori e matricole, tenuto in piedi faticosamente negli ultimi due anni da Rastelli ed esploso a più riprese (un filo sottile sembra unire il caso Storari all’improvviso trasferimento estivo di Borriello), alle esigenze della piazza e di alcune frange della tifoseria che non hanno mai dimenticato l’idolo uruguaiano.

Lopez piace, piace a tanti. Inclusa parte della stampa (locale e non) che non perderà occasione per incensare i valori umani dell’uomo (indiscutibili) e perdersi nella memoria del calciatore che fu, al punto da non considerare il dettaglio decisivo: gli scarpini sono appesi al chiodo da tempo, lui allenerà il Cagliari. E dovrà salvarlo da una nuova retrocessione che avrebbe delle conseguenze devastanti. Come ha dato la sensazione di non poter fare l’ormai ex Rastelli, incapace di raccogliere un solo punto in casa contro le modeste Sassuolo, Chievo e Genoa.

Il Cagliari, seppur sopravvalutato dai più in sede di mercato, ha tutte le carte in regola per salvarsi tranquillamente e confermarsi in una dimensione da metà classifica che meriterebbe. Per lo splendido progetto che Giulini sta portando avanti (dal capolavoro del nuovo stadio, anticipato dal lavoro incredibile fatto con la provvisoria Sardegna Arena, alla valorizzazione del brand), e per l’amore di un popolo passionale come pochi altri. Ma servono i risultati sportivi e servono al più presto, già dalla prossima domenica. Con la speranza che Lopez sappia sorprenderci e rivelarsi all’altezza della situazione. E che Giulini non riviva le esperienze di chi non è mai riuscito a governare il Cagliari fino in fondo. Non lo meriterebbe. Non lo meriteremmo.

Il ruolo delle Banche nel calcio: da “Salvatori” a Top Player

Il ruolo delle Banche nel calcio: da “Salvatori” a Top Player

“Per stare nella serie A del capitalismo italiano bisogna giocare a tre punte: avere un giornale, una banca e una squadra di calcio”. Diceva proprio così un senatore mentre parlava con il commendator Rastelli, durante una scena del film “Il Gioiellino” di Andrea Molaioli. Giornale-banca-squadra di calcio. La ricetta giusta per diventare grandi. Sarà forse solo un caso allora che il celebre film fosse ispirato ad uno dei più grossi crack finanziari nella storia del capitalismo italiano. Il fallimento della Parmalat di Calisto Tanzi. Un’altra brutta storia di soldi e potere che ha finito per legarsi al mondo del calcio. Con l’allora squadra di Tanzi, il Parma, che anni più tardi farà la stessa fine del suo celebre sponsor. Così come la Lazio di Sergio Cragnotti, altro grande imprenditore-presidente passato dai fasti dello scudetto alle celle del carcere per il crack della Cirio. Con la sua Lazio ad un passo dal fallimento dopo essere stata per bocca di Sir Alex Fergusonla squadra più forte del mondo”. La Cirio e la Parmalat, Tanzi e Cragnotti, la Lazio e il Parma.

Storie di calcio e capitalismo finite male con al centro la banca di turno (Capitalia di Cesare Geronzi) a recitare un po’ il ruolo del difensore-creditore e un po’ quello del regista che detta i tempi nelle grandi operazioni di mercato oppure quando va male in quelle di salvataggio. Fino a trasformarsi in un vero e proprio centravanti di area di rigore quando c’è da trovare il miglior acquirente sul mercato che diventi anche il principale azionista. E’ così che negli anni si è trasformato il ruolo delle banche nel calcio italiano. Che da semplici finanziatori sono diventate dei veri e propri “player” nella vita delle società di calcio. Che diventano l’agnello da sacrificare nel caso delle grandi holding dove la società controllante non riesce a ripianare i propri debiti ed è costretta a vendersi le controllate migliori. Come nel caso del passaggio di proprietà dell’As Roma dalla famiglia Sensi alla cordata americana guidata prima da Thomas Di Benedetto e poi da James Pallotta. Sotto la regia della banca Unicredit (che nel 2007 si è fusa con Capitalia e attualmente uno dei main sponsor della Uefa Champions League), principale creditrice di Italpetroli la società della famiglia Sensi che all’epoca era anche la proprietaria delle quote di maggioranza della Roma.

Ma l’ingresso delle banche nel calcio va ben oltre i confini nazionali. E’ una storia che si ripete sempre più spesso; un potere che si ramifica ovunque, soprattutto tra le società di calcio europee. Dove alcuni rapporti tra società di calcio e gruppi bancari sono diventati anche terreno di polemica politica. Come il caso raccontato su queste colonne da Leonardo Ciccarelli riguardante la vicenda della banca spagnola Bankia accusata da alcuni europarlamentari di aver finanziato nell’estate del 2013 il maxiacquisto da parte del Real Madrid, del calciatore gallese Gareth Bale del Tottenham per 100 milioni di euro, con una parte dei soldi ricevuti dalla Banca Centrale Europea. Nell’ambito dell’operazione di salvataggio della banca stessa (che aveva dichiarato debiti per quasi 20 miliardi di euro) richiesta dal governo spagnolo. Ma come racconta il sito Sportpeople anche in Portogallo il salvataggio delle banche ha finito per condizionare le strategie delle società di calcio. Il caso più eclatante è quello del Benfica, costretto a cedere i suoi calciatori migliori dopo aver beneficiato per anni dei finanziamenti erogati dal Banco Espirito Santo, prima che la crisi economica causasse il dissesto dell’istituto.

Dalla banche salvate o quelle fallite si passa poi ai grandi gruppi bancari che negli anni sono arrivati ad essere i principali sponsor dei più importanti campionati europei oppure delle federazioni calcistiche. Se in Germania la Targobank (controllata della multinazionale Citigroup) è diventata partner ufficiale della DFB la federazione calcistica tedesca, in Inghilterra Barclays ha garantito come sponsor della Premier introiti fino a 150 milioni di euro. In Spagna, il main sponsor della Liga è stato per anni il gruppo BBVA, ora sostituito con il competitor Banco Santander. E per tornare all’Italia, molti istituti bancari hanno stretto negli anni partnership con le squadre di Serie A: dalla Deutsche Bank con l’Inter alla Banca Popolare di Milano con il Milan, da Intesa San Paolo con il Napoli a Veneto Banca con la Juventus. Fino ad arrivare a Compass (gruppo MedioBanca) con la nazionale di calcio. Inoltre, da qualche anno ormai si è fatta notare la presenza della Goldman Sachs come banca finanziatrice di grandi società della serie A come l’Inter o la Roma. Nel caso della società giallorossa in particolare, la banca d’affari statunitense ha finanziato con circa 30 milioni di euro, i costi preliminari del progetto relativo alla costruzione del nuovo impianto di proprietà. Come già raccontato ai lettori di Io Gioco Pulito, proprio la costruzione degli stadi di proprietà, potrebbe essere il nuovo importante business delle banche internazionali in Italia.

Stadio della Roma a Fiumicino: siamo sicuri che sia solo una provocazione?

Stadio della Roma a Fiumicino: siamo sicuri che sia solo una provocazione?

Inizialmente fu il sindaco Esterino Montino a lanciare l’idea, che venne presa da tutti come la classica battuta del politico in cerca di visibilità. Era il febbraio scorso e mentre in Campidoglio si stava decidendo sul futuro dello stadio della Roma a Tor di Valle, sulla scena irruppe la suggestiva proposta di Montino: realizzare l’impianto nella “sua” Fiumicino.Facciamolo qui abbiamo tutto ciò che serve” disse. Sembrò la classica provocazione di turno senza né capo né coda. Della quale tutti si dimenticarono o quasi, quando la sindaca di Roma Virginia Raggi insieme al DG giallorosso Mauro Baldissoni annunciarono in diretta televisiva, di aver raggiunto l’accordo per Tor di Valle. E chiuso l’accordo sembrava anche che finalmente fossero sparite le magagne.

D’altronde fu lo stesso Baldissoni a dichiarare la sera del 22 febbraio che non ci sarebbero stati “altri intoppi”. I quali, purtroppo per lui la Roma e i romani, nei mesi a venire al contrario non mancheranno, anzi. Arriveranno prima la bocciatura “a metà” in Conferenza dei Servizi, poi la storia del vincolo sull’Ippodromo (richiesto dalla Sopraintendenza e mai apposto dalla Commissione Regionale), ancora il taglio delle opere pubbliche (su tutte l’ormai famoso “Ponte di Traiano” al quale verrà preferito il “Ponte dei Congressi” in attesa di autorizzazione e da realizzarsi con i soldi pubblici) e  infine un’altra Conferenza dei Servizi ma “ridotta” nei tempi. Con l’autorizzazione che se tutto dovesse andare per il verso giusto, potrebbe arrivare ma non prima del nuovo anno. Fatto sta che a 5 anni di distanza dalla presentazione del progetto preliminare, lo stadio della Roma a Tor di Valle sembra ancora in alto mare.

Ed ecco che allora, fioriscono le proposte alternative.  E dopo il sindaco Montino è arrivato anche l’assessore Paolo Calicchio a ribadire l’idea di costruire l’impianto a Fiumicino. “Abbiamo aree già disponibili, ben collegate dalle due ferrovie e dalle due autostrade” ha detto l’assessore allo Sport nell’agosto scorso. E in effetti pensandoci bene, almeno dal punto di vista dei collegamenti, l’impianto non avrebbe problemi. Oltre al rinomato aeroporto “Leonardo Da Vinci” ci sarebbe sempre l’autostrada Roma-Fiumicino (già considerata nel progetto di Tor di Valle anche per lo svincolo che la Raggi ha voluto eliminare), e linea ferroviaria Orte-Fiumicino, anche questa già inclusa nel progetto attuale come mezzo di arrivo su ferro alternativo alla Roma-Lido. Senza dimenticare che non ci sarebbero vincoli su strutture già esistenti da preservare (a Fiumicino si costruirebbe su “aree vergini”), e presumibilmente, senza le pastoie burocratiche del Comune di Roma. Siamo proprio sicuri che Pallotta non ci abbia fatto un pensierino?

110 anni e non sentirli: il segreto di bellezza della Dea Atalanta

110 anni e non sentirli: il segreto di bellezza della Dea Atalanta

Il 17 Ottobre 1907 a Bergamo nasceva l’Atalanta Bergamasca Calcio, o più semplicemente, l’Atalanta, la Dea, la squadra con il maggior numero di presenze nella Serie A a girone unico tra quelle che non rappresentano capoluoghi di provincia. E dopo 110 anni è ancora giovane e bella.

Cos’è un progetto nel mondo del calcio? La parola ‘progetto’ è una parola che spesso viene abusata dai dirigenti e dagli addetti ai lavori che si riempiono la bocca di sogni e false speranze, per poi sconfessare le parole con i fatti e con le scelte sul campo. In Italia sono poche le società che possono parlare di progetto tecnico e societario, tra queste svetta prepotentemente l’Atalanta di Percassi, la quale, in tutte le sue sfaccettature, si propone come una delle società più all’avanguardia del panorama italiano. Se si immagina un progetto a 360°, si finisce col pensare inevitabilmente alla Dea bergamasca che, col tempo, ha costruito le fondamenta per innalzare un palazzo alto e soprattutto solido. La Dea non è bendata, come l’iconica raffigurazione della fortuna, ma lungimirante e all’avanguardia.

Le fondamenta dei nerazzurri, su cui la scorsa stagione, ma anche su quella attuale, sono costruiti i successi degli uomini di Gasperini, sono inevitabilmente il settore giovanile, la lungimiranza del tecnico ex Genoa e un fattore che spesso passa in secondo piano: il centro sportivo ‘Bortolotti’. A questi mattoncini, da qualche tempo si è aggiunto un altro tassello di notevole valenza: lo stadio di proprietà. Il presidente Percassi, infatti, ha rilevato dal Comune di Bergamo per quasi 9 milioni di euro lo stadio Atleti Azzurri di Italia e ha promesso un primo restyling da 35 milioni. La lungimiranza della società la si nota proprio da questi piccoli, grandi investimenti: i soldi guadagnati dalla cessione di Gagliardini dello scorso Gennaio, oltre a quelli di Caldara, sono stati reinvestiti quasi totalmente nell’acquisizione di un bene patrimoniale. Lo scorso anno gli orobici sono stati la rivelazione del campionato ma guai a chi dice che sia una casualità: l’Atalanta raccoglie i frutti di un lavoro certosino, competente e preciso. E anche nella sua avventura europea i 3 punti contro l’Everton e il pareggio a casa del Lione sono un’ennesima prova.

Settore giovanile

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In Italia, è noto che i settori giovanili siano l’ultima ruota del carro nella gestione societaria. Questo è ciò che accade nella stragrande maggioranza delle squadre di Serie A e Serie B. Non è, però, il modus operandi dell’Atalanta, che rientra nella top 5 italiana per investimenti nel settore giovanile: gli orobici destinano annualmente 5 milioni per la crescita della propria academy, dal quale sono state generate plusvalenze, negli ultimi sei anni, superiori ai 100 milioni.

Da Gagliardini all’Inter, a Conti al Milan, fino ad arrivare a Caldara nella Juve, sono tanti i nomi altisonanti provenienti dal vivaio che hanno riempito le casse neroazzurre. Senza dimenticare che due anni fa salutarono Daniele Baselli e Davide Zappacosta, entrambi con direzione Torino. Facendo, poi, un passo ancora più indietro non possiamo scordarci che a Zingonia hanno mosso i loro primi passi Riccardo Montolivo, Simone Zaza, Giampaolo Pazzini, Tiberio Guarente, Jacopo Sala, Andrea Lazzari, Rolando Bianchi, Michele Canini, Marco Motta, Samuele Dalla Bona, Michael Agazzi e Daniele Capelli, tutta gente finita a giocare in Serie A.

Centro sportivo ‘Bortolotti’ Zingonia

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Il Centro Sportivo “Bortolotti” di Zingonia è la casa dell’Atalanta. Questa non è solo una definizione giornalistica, ma la sintesi profonda di un modo di fare calcio che negli ultimi anni è stato rafforzato e modernizzato dalla società bergamasca e dal presidente Percassi il quale, con un investimento di 10 milioni, ha rifatto il look alla casa della sua Dea, regalandole un centro sportivo all’avanguardia per la prima squadra ma sopratutto per il settore giovanile.

Sono solamente cinque le squadre in Italia che permettono alle formazioni del settore giovanile di allenarsi nello stesso centro sportivo della prima squadra: tra queste Juventus, Chievo, Roma ed Empoli, oltre agli orobici. Zingonia rappresenta il mondo Atalanta: varcato il cancello, si entra in quella che è la fabbrica dei successi nerazzurri. D’altronde è inevitabile che l’exploit del settore giovanile sia dato anche dai comfort offerti dalle strutture societarie.

“È una struttura che va oltre l’immaginazione, ne avevo sentito parlare, ma rendersi conto dal vivo è tutta un’altra cosa: è un centro estremamente funzionale finalizzato al calcio. Complimenti al Presidente Percassi che ha realizzato qualcosa di assolutamente importante” (Giampiero Ventura)

Complessivamente, l’area comprende campi e strutture estendendosi per oltre 85.000 metri quadrati. Uffici e spogliatoi ne occupano circa 2.300, la palestra della prima squadra va oltre i 600 mentre al settore giovanile è riservato uno spazio di quasi 2.000 mq, con una palestra per i ragazzi da 250.

Un progetto che parla da sé e una progettualità che sembra non appartenere al mondo calcistico italiano: l’Atalanta è una delle società migliori dello Stivale. E lo si può dire a voce alta. I risultati sportivi, le strutture e l’organizzazione sono la testimonianza di quanto la programmazione valga più di qualsiasi investimento scriteriato: non è un caso se lo scorso anno l’Atalanta è finita in Europa League e ancora deve perdere dopo due partite in un girone proibitivo.

L’ultimo tassello

Il percorso dell’Atalanta è sintetizzabile con il claim “A piccoli passi”. E’ così che la Dea si sta costruendo un futuro, con investimenti mirati e prospettici. L’ultimo tassello, inserito in un mosaico perfetto, è quello dello stadio di proprietà: sembrerà banale a molti, ma non è un caso che la Juventus abbia cominciato a vincere a ripetizione da quando gioca in uno stadio tutto suo.

Chiaramente non è soltanto questo ciò che permette ai bianconeri di arrivare per il sesto anno consecutivo allo Scudetto. Contare su di un proprio impianto vuol dire avere ulteriori introiti e, soprattutto, costruire un vero e proprio brand con il marchio della squadra: lo stadio permette a una società di crescere e l’Atalanta non ha avuto paura di farlo. Ed è (anche) dal coraggio e dalla voglia di fare che si riesce a misurare il valore e il successo dei progetti. E quello griffato Atalanta somiglia sempre di più ad un vero e proprio gioiellino. E intanto in Europa League, in un girone di ferro, non hanno ancora perso una partita..

“Giocavo con CR7”: la seconda, strana vita di un ex United

“Giocavo con CR7”: la seconda, strana vita di un ex United

“Finché hai qualcosa per cui valga la pena svegliarti la mattina, tutto va bene”.

Non sono parole dell’ormai ex difensore del Manchester United Rio Ferdinand, in procinto di lanciarsi in una nuova carriera come pugile professionista.

Si tratta, invece, di una frase di uno dei tanti ‘vecchi’ compagni di squadra di Ferdinand ai tempi di Old Trafford; un ragazzo che a soli 26 anni ha appeso gli scarpini al chiodo e ha cambiato completamente vita dopo il suo addio al calcio.

Stiamo parlando di Richard Eckersley, oggi ventottenne: un nome che ai più non dirà molto, ma che ha una storia bella ed affascinante da narrare.

Meno di nove anni fa, il giovane debuttava sul prato del ‘teatro dei sogni’; oggi, invece, gestisce il primo negozio nel Regno Unito, nella pittoresca città di Devo, a non produrre rifiuti.

“Una volta che ho scoperto che il calcio è stato solo uno sport, una porzione di vita per me, la mia passione nei suoi confronti è andata scemando”, ha raccontato l’ex ‘diavolo rosso’ alla BBC Sport.

Nato a Salford ed entrato nell’Academy del Manchester United all’età di sette anni, Eckersley aveva il calcio nel sangue fin dall’inizio della sua esistenza.

La sua scoperta a grandi livelli è avvenuta durante la stagione 2008-09, quando questi ha fatto il suo debutto tra i grandi della prima squadra all’età di 19 anni, in una vittoria di FA Cup contro il Tottenham.

Nell’estate del 2009, il giovane sceglie il Burnley per avere maggiore spazio e poter crescere, possibilmente prima di tornare nella parte ‘rossa’ di Manchester.

“Probabilmente, partire dal top, ovvero dallo United, per me e la mia carriera è stato l’inizio della fine. Tutto pareva in discesa, invece è stato l’esatto contrario.”

“Non sono mai stato un Wayne Rooney, non sono mai stato un Cristiano Ronaldo o uno di questi giocatori pazzeschi”

“Ero abbastanza solitario nello spogliatoio e un calciatore nella media in campo”

A Burnley, comunque, lo spazio è ridotto e di lì a poco inizia una girandola di prestiti che pare infinita: Plymouth, Bradford, Bury. Le esperienze sono tante ma le soddisfazioni nulle.

“Avevo una bella casa e una bella macchina, ma mi sentivo solo”, ricorda oggi Eckersley. “Nicole (la moglie dell’ex United ndr) era sempre all’università e io spesso mi fermavo per chiedermi ‘cosa sto facendo della mia vita?'”

Il tentativo seguente è di quelli che possono far paura. Viaggio transatlantico per giocare in Major League Soccer (tra Toronto e New York, sponda Red Bull).

Dal punto di vista sportivo, le gioie restano poche per il ragazzo; tuttavia, qualcosa, dal punto di vista personale, cambia radicalmente: “In Nord America ho iniziato a vedere molti documentari e leggere molti libri e ho capito che la mia strada era un’altra”.

Tornato dagli USA, Eckersley regala i suoi ultimi scampoli di carriera a Swindon e Oldham; il destino, però, è già segnato. A dicembre del 2015, l’ex United disputa la sua ultima partita da professionista.

Il motivo? Eckersley ha deciso che nella sua vita il calcio non è (più) un argomento centrale, anzi.

“Oggi ciò a cui tengo davvero è l’ambiente, non il calcio”, afferma convinto.

A marzo del 2016, il giovane ha infatti dato vita al suo negozio ‘zero waste’ (ovvero, senza rifiuti e sprechi), dove i clienti portano le proprie bottiglie, i propri recipienti o le proprie scatole e acquistano cibo e bevande sfusi.

Un progetto innovativo ed interessante, distante anni luce dal patinato mondo del calcio e dei suoi protagonisti; il fatto che a partorirlo sia stato proprio un ex giocatore, tuttavia, può soltanto farci ben sperare.

 

Calcio e Inflazione: se il Pallone sembra una Bolla (speculativa)

Calcio e Inflazione: se il Pallone sembra una Bolla (speculativa)

Nel mondo del calcio non sembra esserci un problema di prezzi. Che salgono o che scendono e possono cambiare la vita di una società. Proprio come accade nell’economia reale dove il prezzo che sale ha una conseguenza (sulla vita dei cittadini) e il prezzo che scende ne ha un’altra. Nel gergo degli economisti si chiamano “inflazione” e “deflazione” e per dirla in altri termini funzionano un po’ come una scala mobile: che sale (allora c’è inflazione) e che scende (deflazione). Da qualche anno a questa parte nel mondo del calcio la tendenza dei prezzi ha assunto quella che un esperto di finanza definirebbe come una “dinamica rialzista”:perché i prezzi hanno iniziato a salire fino a toccare le cifre astronomiche degli affari Neymar (220 milioni di euro soltanto per l’acquisto del cartellino) e Mbappè (180), entrambi finiti al PSG e che rappresentano ad oggi le due operazioni più importanti (come cifre) realizzate da quando esiste il calciomercato.

Se si chiedesse ad un economista o a un esperto di finanza, di definire il contesto attuale parlerebbe con molta probabilità di scenario “rialzista” simile a quello di una “bolla speculativa”: per dire che il prezzo di un calciatore (o dei calciatori)  è arrivato ad essere molto più elevato rispetto al reale valore. D’altronde, può un calciatore di 18 anni come Kylian Mbappè che alle sue spalle ha pochi anni di professionismo, arrivare a costare 180 milioni di euro?

Come e perché si è arrivati a tutto questo? Una delle ragioni, come scrive Il Sole 24 Ore può essere cercata nella finanza comportamentale. In particolare in quel comportamento che nel gergo è definito come ancoraggio”. Da àncora appunto, nel senso di agganciarsi a qualcosa. Secondo questa teoria quando un numero, un valore, un prezzo, viene preso come riferimento,la tendenza è che venga ad essere ripetuto. Nel calciomercato, il punto di riferimento può essere individuato nel passaggio di Gareth Bayle dal Tottenham al Real Madrid per 100 milioni di euro (la prima grande operazione a tre cifre). Da quel momento in poi sono iniziate le grandi operazioni a tre cifre. Da Pogba, fino ad arrivare appunto a Neymar e Mbappè. O ancora più semplicemente nel fatto che girino molti più soldi in taluni campionati (come la Premier League) oppure che molte società  come il PSG o il Manchester City abbiano alle loro spalle la potenza finanziaria di sceicchi, che notoriamente sono gente di manica larga. Ma che male c’è se una società può permetterselo, nel pagare così tanti soldi per un calciatore? Nessun male, fino a quando il sistema regge perché come direbbe sempre uno scienziato dell’economia, l’investimento è sostenibile. Ma se veramente il contesto è quello di una bolla, con i valori che crescono allo stesso modo di un tavolo da gioco in un casinò (con continui rilanci da parte dei giocatori) e soprattutto senza una giustificazione reale, il rischio più grande è quello che la bolla scoppi. E come ci ha insegnato la storia economica e finanziaria lo scenario seguente sarebbe una crisi profonda, proprio come accaduto nei casi recenti con la crisi del 2008 giunta in seguito allo scoppio della bolla dei subprime. E se accadesse anche nel calcio? Ci sarebbe una banca centrale disposta a finanziare la ripresa?

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