Israele e le squadre dei territori occupati: una questione che la FIFA deve risolvere

Israele e le squadre dei territori occupati: una questione che la FIFA deve risolvere

Nell’annosa questione israelo-palestinese c’è un altro problema ancora irrisolto che starebbe agitando il sonno del governo israeliano. Per fortuna, questa volta non c’entrano gli attentati, né le bombe. C’entra lo sport, e in particolare il campionato di calcio israeliano. Nel quale militano alcune squadre (6 per la precisione:il Maccabi Ariel, l’Ironi Ariel, il Beitar Givat Ze’ev Shabi, il Beitar Ma’ale Adumim, l’Hapoel Oranit, l’Hapoel Bikat Hayarden alle quali si aggiungerebbe anche l’Hapoel Katamon Yerushalaim ) che hanno la loro sede nei territori palestinesi della Cisgiordania nei quali Israele da anni ha costruito i suoi insediamenti. Quelli che nel gergo della comunità internazionale vengono definiti come “i territori occupati”. Che lo Stato della Palestina rivendica come propri e che negli ultimi anni hanno rappresentato il punto di attrito più acceso nella questione israelo-palestinese.

E adesso a preoccupare il governo di Gerusalemme ci sarebbe proprio la richiesta partita dalla FPA (la federazione calcistica palestinese) alla FIFA di revocare l’adesione di queste 7 squadre al campionato israeliano sulla base di quanto stabilito proprio dallo Statuto della FIFA. Che vieta ai suoi membri (come tra l’altro la federazione israeliana), di creare squadre di calcio nel territorio di un altro Paese oppure lasciare che queste squadre giochino nei propri campionati ma senza il consenso del Paese stesso.

La richiesta della federazione palestinese ha trovato anche il sostegno di oltre 120 associazioni nel mondo tra cui anche l’italiana UISP (Unione Italiana per lo Sport per Tutti) le quali, attraverso una lettera, hanno chiesto alla FIFA il rispetto delle norme contenute nel suo Statuto lamentando allo stesso tempo una violazione dello stesso da parte della federazione israeliana. Tra coloro che hanno aderito all’appello, oltre alla UISP, ci sono personalità politiche come l’ex Relatore Speciale ONU Richard Falk, l’ex ministro brasiliano per i Diritti Umani Paulo Sérgio Pinheiro, il ministro dello Sport sudafricano Thulas Nxesi e inoltre, esponenti del mondo dello spettacolo come i registi britannici Ken Loach e Paul Laverty, o dello sport come  l’ex calciatore peruviano Juan Carlos Oblitas Saba, o l’ex atleta oggi presidente del Parlamento peruviano Daniel Fernando Abugattás Majluf. Tra questi proprio Oblitas Saba, oggi esponente della federazione calcistica peruviana, ha dichiarato che “nessun Paese può essere al di sopra delle Risoluzioni ONU”, auspicando che sulla questione ci sia “la massima trasparenza” da parte della FIFA. Il riferimento è al prossimo Congresso FIFA in programma il 10 e l’11 maggio prossimi nel quale una decisione finalmente potrebbe essere presa.

Ed è proprio questo che sembra spaventare di più l’IFA (la federazione calcistica israeliana e con essa anche il governo) la quale, vorrebbe ancora una volta che al contrario la decisione fosse rimandata. Come riporta il sito nenanews, a manifestare questo stato di preoccupazione sarebbe stato proprio uno dei funzionari dell’IFA che, al quotidiano Haaretz, avrebbe dichiarato l’intenzione della federazione israeliana di “impedire il voto con qualsiasi mezzo”. La palla passa adesso all’organismo presieduto da Gianni Infantino, il quale deve dimostrare al contrario di quanto avvenuto fino ad oggi, di saper decidere. E di farlo nel rispetto delle regole e senza alcun timore di sorta. O come si dice nel gergo, senza avere “fifa”. Appunto.

Tragedia nel calcio, si suicida un calciatore della nazionale ceca

Tragedia nel calcio, si suicida un calciatore della nazionale ceca

František Rajtoral si è tolto la vita impiccandosi nella sua abitazione. Il terzino ceco a soli 31 anni ha deciso di dire basta e non sono ancora chiari i motivi del tragico gesto.
Rajtoral era uno dei più promettenti terzini destri della sua generazione ma la sua carriera non è mai decollata come forse meritava. Nonostante tutto si è tolto diverse soddisfazioni con il suo Viktoria Plzen diventando anche il primatista ogni epoca del campionato ceco per presenze.
Quest’anno passato ai turchi del Gaziantepspor, è stato proprio il presidente del club, Ibrahim Kizil, ad annunciare la tragica scomparsa: “Si tratta di un suicidio, un gesto tragico che ci lascia tutti scossi. Non sappiamo ancora perché lo ha fatto dato che sembrava non avere problemi”.
Quest’anno per il nazionale ceco 20 presenze tra campionato e coppa di Turchia.

 

US Fasano, un’esaltante stagione di rilancio nel segno della propria comunità

US Fasano, un’esaltante stagione di rilancio nel segno della propria comunità

Fervono i preparativi per la grande festa del 25 Aprile, la data scelta per celebrare una stagione 2016/17 che lascerà il segno per la comunità di Fasano. Promozione in Eccellenza con largo anticipo, trionfo nella finale di Coppa Italia Promozione con 3.000 persone al seguito sul campo neutro di Monopoli, risultati conseguiti, ed è probabilmente la nota più rilevante, nel primo anno sotto la gestione del club da parte di un’associazione di tifosi, Il Fasano siamo Noi.

Dal Gennaio 2016, in contrasto con la precedente dirigenza intenzionata a mollare il club, la base del tifo ha scelto di presentarsi in prima linea per gestire la piccola società della provincia di Brindisi dando vita ad una associazione aperta a supporters e simpatizzanti. Con tanto lavoro e l’impegno di una piazza intera a distanza di un anno e mezzo non sono mancate le soddisfazioni, come anche tutti i problemi in termini organizzative ed economici che sono costrette ad affrontare le società di categoria. Condizioni precarie che sempre con più frequenza hanno favorito e spinto il sorgere di iniziative simili in questi ultimi anni, spesso ultimo argine alla scomparsa dei club, per salvaguardare e rilanciare la realtà di calcio locale. A tal proposito ho portato qualche domanda al gruppo che guida questa interessante realtà per meglio comprendere l’evoluzione di questa stagione e l’impatto nella gestione di un club che ha scelto un percorso alternativo fatto di autofinanziamento, minisponsor e grande partecipazione dell’intera comunità.

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A Gennaio 2016 lanciavate l’associazione “Il Fasano siamo noi” e avete deciso di ‘scendere in campo’ per la vostra società, quale era la situazione e cosa vi ha spinto a fare questo passo?

Tutto quello che ci stiamo ritrovando ad affrontare è una pura casualità portata dalla passione e dall’amore che viviamo per nostra squadra, era un’idea che blaterava nelle nostre teste da tempo, ma quando è iniziato tutto lo abbiamo fatto per necessità, considerando che la vecchia società al primo cenno di contestazione della piazza e alle richieste di lasciare tutto ha abbandonato la nave. Dall’oggi al domani ci siamo ritrovati ad organizzare le trasferte, comprare l’acqua per gli allenamenti e reperire i contatti dei ristoranti. Per fortuna il popolo si è messo a disposizione e quello che sembrava una scommessa è diventata una realtà, con la nascita dell’associazione e di tutte le attività correlate, raggiungendo la finale di Coppa lo scorso anno e programmando quella che poi si è rilevata una stagione da incorniciare.

A poco più di un anno dall’inizio di questa avventura vi aspettavate una stagione così? Sarà grande festa il 25 Aprile…

Sicuramente abbiamo lavorato per tornare a dare un senso e riaccendere gli entusiasmi ormai sopiti di una città martoriata da tante vicissitudini societarie, l’obiettivo principale era vincere il campionato, poi la vittoria della Coppa davanti ad oltre 4000 spettatori è stata la ciliegina sulla torta che ha incoronato il nostro sogno. Il 25 è la festa che racchiude tutto quello che abbiamo vissuto in questa fantastica stagione, per iniziare a voltare pagina è iniziare a costruire il futuro. La speranza è quella di rivedere lo stesso esodo.

I risultati sportivi sicuramente hanno permesso di vivere con entusiasmo una stagione in cui però non sono mancate le difficoltà nella guida del club, quali gli ostacoli più ardui da superare per una realtà come la vostra?

Innanzitutto abbiamo dovuto combattere con le scetticismo della gente, all’inizio nessuno avrebbe pensato che i tifosi – ultras avrebbero risollevato le sorti. È un progetto particolare è innovativo che non ha eguali, ragion per cui all’inizio non è stato facile, col tempo e la forza dei fatti siamo riusciti a dimostrare il contrario.

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Sul campo neutro di Monopoli per la finale della Coppa Italia Promozione in 3.000, ma il seguito è stato sempre rilevante in questa stagione…Quanto ha contato e quali i match più significativi?

La giornata di Monopoli sarà per sempre da incorniciare nei cuori e nelle menti di tutti i presenti, vivere certi sensazioni resteranno emozioni uniche. La nostra piazza è sempre stata passionale e viscerale, anche quando siamo ripartiti dalla seconda categoria abbiamo avuto picchi fino a mille spettatori, ma la finale ha avuto un effetto forse mai avuto. Sicuramente le partite più sentiti e partecipate sono stati i derby col Brindisi (Campionato e coppa) e gli scontri diretti con Ostuni, Tricase e Aradeo arrivando a toccare la media dei 2000 spettatori, che in una categoria come la promozione sono un gran lusso. Ci sono piazze che nemmeno in serie C fanno certi numeri. Ed in un progetto come il nostro, il pubblico è la prima componente fondamentale.

Ora è già tempo di programmare il futuro per il campionato di Eccellenza, quali i progetti per squadra, settore giovanile e stadio?

Stiamo già lavorando per programmare la prossima stagione cercando di capire quali sono gli aspetti da migliorare e cosa è mancato in questa stagione. Le nostre attenzioni si sono sempre basate sul settore giovanile affinché i giovani crescano nel modo giusto e soprattutto tifosi della squadra della propria città, abbiamo già acquistato 2 furgoni 9 posti e 100 kit dati in omaggio al momento dell’iscrizione, adesso le nostre attenzioni si stanno rivolgendo alle strutture e istruttori per continuare a dare un seguito importante. Abbiamo tantissime idee da mettere in pratica, con tempo, pazienza e sacrificio cercheremo di realizzarle tutte, stando attenti a non sbagliare niente.

E per i tifosi? Crescere ed ampliare la base sarà tra le vostre priorità..

Sicuramente, il tifoso è il protagonista principale in questo progetto. Anche in questo caso stiamo vagliando delle proposte per cercare di sfruttare al meglio quest’ondata di entusiasmo che si è riversata su di noi. La speranza è che organi competenti e istituzioni non guastino con le loro logiche repressive quello che stiamo costruendo limitando e vietando i nostri spostamenti. Il tifoso è l’elemento principe in una partita di calcio e bisogna lavorare per riportarlo all’interno di uno stadio e non al di fuori.

La vostra società ha una particolare vocazione verso i temi sociali, quali i progetti che avete portato avanti in questo ambito? Quali sono le iniziative che avete realizzato e quali le soddisfazioni che vi siete tolti fuori dal campo?

In realtà il discorso sociale e della solidarietà è un argomento ormai ben radicato da circa 15 anni. Abbiamo fatto così tante cose che ricordarle tutte è impossibile. Già di per se, dare a tutti i ragazzi della città la possibilità di seguire le nostre attività a prezzi accessibili è un grande segno di solidarietà perché riusciamo a coinvolgere anche quelle famiglie vittime di un disagio. Una delle scene più belle di quest’anno è vedere Giovanni, un ragazzo della nostra terra che costretto a vivere con un tumore osseo ha deciso di combattere la sua personale battaglia ideando una magliettina bianca con il simbolo di un guerriero per cercare di racimolare qualcosa per le sue cure. Bene… Quel giorno tutto lo stadio, in campo e sugli spalti ha indossato la sua maglia. Belle emozioni.

Il sostegno del territorio e la cooperazione tra supporters, club e istituzioni sono vitali per la sostenibilità di una società sportiva. Nel vostro caso dove e in quali soggetti avete trovato appoggio maggiore e dove invece c’è ancora da lavorare?

C’è ancora da lavorare tanto su tanti fronti, se siamo riusciti ad abbattere i pregiudizi e lo scetticismo del popolo, adesso tocca farlo con grossi imprenditori e istituzioni con il quale cercheremo di trovare una sinergia per farli capire quanto possa valere in termini economici e d’immagine per la nostra città tutto il nostro progetto. Il maggiore supporto lo abbiamo avuto dal nostro presidente onorario Franco D’amico, in passato già presidente per una stagione, che fin dall’inizio si è mostrato interessato al nostro progetto e a mosso tutte e sue conoscenze per aiutarci. A lui abbiamo affidato per scelta, tutta la parte tecnica, programmando insieme i costi ma lasciandoli carta bianca sulla rosa e i tecnici, su questo discorso preferiamo restare “tifosi”.

I successi sicuramente richiameranno l’attenzione di qualche imprenditore, quale sarà il vostro approccio con potenziali nuovi investitori?

Le porte sono aperte a tutti coloro si vogliano approcciare a noi, ovviamente le intenzioni devono essere quelle di collaborare per un progetto comune e collettivo senza personalismi. Chi vuole salire sul nostro carro è il benvenuto. Trasparenza, chiarezza e rispetto le uniche cose che chiediamo.

Fasano è un esempio di come l’impegno trasversale della piazza possa sostenere il rilancio di una società, quale messaggio inviereste a chi è impegnato come voi nella gestione di una società o che si trova in situazioni come il vostro club prima del passaggio di proprietà?

Secondo noi questa è l’unica soluzione per mantenere vivo, sano e genuino il gioco del calcio, negli ultimi anni abbiamo assistito ad una speculazione e mercificazione del gioco più amato del mondo. Da gioco lo hanno trasformato in industria, calpestando i diritti del tifoso e peggiorandone le situazioni. Il calcio scommesse, le Pay TV, le squadre di calcio in cambio di un appalto, la repressione, non hanno fatto altro che allontanare il pubblico dagli stadi e farli disinnamorare, il nostro progetto invece così come ampliamente dimostrato volge a fare tutto il contrario. Noi eravamo stanchi di tutto questo e prima che il giocattolo si rompesse definitivamente abbiamo deciso di farci avanti, consigliamo a tutti questa strada facendo però le cose in maniera serie ed oculata. Altrimenti non è la scelta giusta. Il calcio è della gente e la gente deve tornare a riappropiarsene!

 

 

Merengues y Colchoneros: Madrid è la Capitale del Calcio

Merengues y Colchoneros: Madrid è la Capitale del Calcio

Conoscete la teoria dello Ying e dello Yang? Ve la spieghiamo. Sostiene il semplice ma fondamentale concetto che 2 poli, 2 aspetti divergenti, diametralmente opposti, si equilibrano, sono indispensabili l’uno all’altro per il corretto andamento del giorno e della notte, del fluire sereno del tempo in questo globo. Ecco, immaginate quanto questo sia alla base della realtà calcistica.

In prima misura, banalmente, senza avversario non si potrebbe giocare una partita. Ma dove vogliamo arrivare, è un punto più complesso, ha una sfumatura più importante, epica oseremmo dire. Per farlo però, dobbiamo fare un passo indietro. Dobbiamo partire da una città.

Madrid. Capitale spagnola, città calda, calorosa, viva. Qui (come da molte altre parti del mondo per la verità), il gioco del pallone è qualcosa di molto serio, dove la passionalità della vita quotidiana è amplificata nei confini dello stadio. Il calcio può essere solo in due modi. La filosofia prevede solo due visioni, dentro, ma anche fuori da un campo di pallone. Se da piccolo a Madrid, vuoi diventare calciatore, hai due modi per guardare il mondo. O lo vedi blanco, o lo vedi colchonero. A Madrid, o sei del Real o sei dell’Atletico.

E già questo articolo potrebbe finire qui. Perché in sostanza l’essenza di ciò che vogliamo rendere è questa: Madrid, città dai mille aspetti, dagli infiniti volti, dalle numerose bellezze, ha una crepa, calcistica, ma prima ancora ideologica e sociale. Tra le Merengues e i blanco y rojos la distanza è tanta. Eppure, ciò su cui vorremmo riflettere, è che, in qualche modo, vi si possono trovare somiglianze, come nelle più belle rivalità, come nelle migliori storie d’amore. E negli ultimi anni, hanno avuto prove di quanto questa passione, dentro ma anche fuori i confini nazionali, è viva e palpitante, in pieno stile iberico.

La Champions League. Il palcoscenico più ambito da tutti i professionisti che calciano un pallone nel vecchio continente. Qui la Spagna ha sempre fatto la voce grossa, con i suoi club storici, Barça e Real su tutti, tra le favorite ai nastri di partenza. In particolare, negli ultimi anni abbiamo assistito ad una dominazione spagnola, con la crescita anche di altri club, come Siviglia e Atletico. E allora, come un inevitabile ricongiungimento, come l’attrazione fatale di due poli opposti, lo scontro tra le nemesi per eccellenza. Negli ultimi 3 anni vi sono stati 3 incontri (o forse è meglio dire ‘scontri’) tra le 2 compagini madrilene. Per ben 2 volte, nel 2014 e l’anno scorso, nell’atto conclusivo, all’ultimo round, per uno scontro all’ultimo sangue. Non che nel 2015, quando si sono fronteggiate ai quarti, le 2 squadre si siano risparmiate, tutt’altro. Il derby di Madrid ha sempre un fuoco particolare, e in queste occasioni, gli estintori a bordo campo sarebbero stati consigliabili. Sempre Simeone alla guida dell’Atletico nei 3 atti in questione, staffetta Ancelotti-Zidane per il Real, mantenendo vivo lo spirito vincente. Quello che ha permesso per 3 volte di vedere il Cholo uscire a testa bassa dal campo, con l’ego ferito ed una voglia di rivalsa grande quanto tutta l’Argentina.

La bandiera del cholismo però non ha smesso di sventolare alta a Madrid. Ogni anno l’Atletico viene dato per finito, brutto, inguardabile, cattivo, eppure è sempre lì, come un difetto che non riesci a migliorare, come un vizio che non vuoi smettere. Dal canto suo il Real ha raggiunto la ‘Decima’ ormai 3 anni fa, trionfando sui rivali, e appena 2 stagioni più tardi ha fatto 11, quasi a sorpresa. Perché quando sei abituato a vincere, non smetteresti mai di alzare trofei. E a Madrid, da una sponda e dall’altra, lo spirito vincente è qualcosa dato per scontato, un aspetto fuori discussione. Non ha mai smesso di farlo la parte blanca della città, forse a latitudini diverse rispetto a quanto i “Galacticos” avevano abituato. È tornata a farlo l’Atletico, sedutosi di nuovo sul trono di Spagna, giunto ad un passo dal tetto d’Europa, grazie proprio a Diego Pablo da Buenos Aires, che vorrebbe tanto portare un trofeo europeo alla società in cui ha militato anche da centrocampista, e che forse lascerà nel 2018, anno in cui termina il suo contratto. Ma del futuro, almeno così a lungo termine, non abbiamo da sapere.

Non proviamo, e neanche ci interessa guardare così in là. Quasi non ci riusciamo, perché siamo distratti dai 2 appuntamenti che ci attendono. Perché l’urna di Nyon ha parlato, e ha detto che le 2 squadre di Madrid, anche quest’anno tra le prime 4 corazzate europee, si affronteranno in semifinale, in due match che già solo a pregustarli andiamo in overdose di entusiasmo. 2 squadre che sono state capaci di cambiare, senza stravolgersi, mantenendo intatta la voglia di vincere, conservando la costanza di rendimento e, in mancanza, quella di risultati. Ora si ripropone il testa a testa, e il risultato non è mai stato così incerto. Simeone e il suo Atletico destano quasi simpatia, per essere stati scippati sul più bello di una vittoria storica ed entusiasmante. Insomma, per non essere riusciti a raggiungere un obiettivo per cui hanno faticato in modo incredibile. Il Real è visto come il cattivo della situazione, che vince non meritando sempre, come solo chi entra nella storia fa. Per Zidane l’antipatia è uno scotto da pagare e che pagherebbe ancora, per alzare per la seconda volta in neanche 2 anni da allenatore quella dannata coppa dalle grandi orecchie. Simeone baratterebbe il consenso del popolo con la gloria, quella eterna, quella conquistata con la vittoria. Grazie anche a loro, a Madrid si respira un’aria che sa di successo, che sa di Europa. Perché è ormai questa il centro del calcio del vecchio continente. Perché ormai Madrid è la capitale calcistica d’Europa.

Lega Pro, altro giro, altro flusso e altro sospetto: il pareggio che piace a troppi. Unicusano Fondi-Foggia fuori dal palinsesto

Lega Pro, altro giro, altro flusso e altro sospetto: il pareggio che piace a troppi. Unicusano Fondi-Foggia fuori dal palinsesto

Continua il nostro viaggio nel mondo delle scommesse alla ricerca dei flussi anomali sulle partite dei campionati nostrani. Oggi è il turno di Unicusano Fondi-Foggia, storia di un pareggio in cui credono in molti, forse in troppi.

Primo ad ottanta punti in classica nel girone C di Lega Pro, il Foggia fa visita al Fondi nella partita che potrebbe regalargli il meritatissimo ritorno in serie B. I pugliesi hanno 2 risultati utili su 3 visto che anche con il pareggio sarebbero matematicamente promossi e proprio quest’ ultimo aspetto è da considerarsi fondamentale.

La settimana scorsa avevamo denunciato la scomparsa di due partite di Lega Pro dai palinsesti dei maggiori bookmakers italiani. Se il crollo della quota X di Venezia-Fano, poi finita in effetti in pareggio per 1 a 1, aveva messo tutti i bookmakers d’accordo tanto da escluderla dai palinsesti, discorso simile era successo anche a Foggia-Reggina con i calabresi che da quota superiore al 10 erano arrivati intorno al 5. Un calo sospetto che però aveva fatto reagire i bookmakers in modo differente: chi ha tolto la partita, chi l’ha fatta scommettere solo live e chi l’ha tenuta fino ad un’ora dal calcio d’inizio per poi escluderla.

Oggi la situazione del Foggia è simile a quella del Venezia della scorsa settimana e cioè che con un punto viene promossa in Serie B. Sarà stata solo l’analogia con la compagine veneta ad aver convinto migliaia di scommettitori a puntare in modo secco sul segno X o c’è dell’altro?

La quota del pareggio ha aperto a quota 2.42  ed è scesa in pochi giorni a quota 2.17. Un calo dell’11% quanto mai sospetto. A dar manforte a questo sospetto anche il volume di soldi abbinati sull’esito X. Sulla famosa piattaforma exchange di Betfair, su 751,17 euro scommessi sulla partita in questione, tutti e 751,17 sono stati messi sulla X. Semplice casualità?

 Con questo vogliamo dire che la partita è combinata? Assolutamente no. Noi possiamo solo vedere come e di quanto si muovono le quote, è però giusto e doveroso precisare due cose: la prima è che se è vero che non tutti i forti cali di quota significano che la partita è combinata, è altresì sempre certo che ogni partita combinata porta in dote un significativo calo di quota. La seconda è che chi ha a disposizioni tutti i flussi di denaro e i dati del caso, ovvero i bookmakers, anche questa volta, proprio come Venezia-Fano che pareggio doveva essere e pareggio è stato, hanno tutti i tolto la partita dai loro palinsesti. Un segno inequivocabile della presenza di qualcosa in più di un semplice sospetto.

Casa Dolce Casa: il Teorema Bergomi ovvero meglio giocare l’andata tra le mura amiche?

Casa Dolce Casa: il Teorema Bergomi ovvero meglio giocare l’andata tra le mura amiche?

Già nel febbraio del 2011 presentando la sfida di Champions tra Inter e Bayern Monaco Beppe Bergomi esponeva la sua teoria che giocare in casa la gara di ritorno in una sfida di coppa europea ad eliminazione diretta non fosse più un vantaggio come era un tempo: nasceva così il #TeoremaBergomi che anche recentemente l’ex difensore dell’Inter e della Nazionale, ora commentatore tecnico sulle reti Sky, ha ribadito. Abbiamo voluto andare ad analizzare i numeri delle ultime cinque stagioni delle di Champions ed Europa League, per vedere se le cifre gli diano o meno ragione e, comparandole alle due edizioni in corso, possano essere utili a pronosticare il risultato delle gare di semifinale sorteggiate ieri e che vedranno il Real Madrid affrontare l’Atletico e il Monaco la Juventus nella competizione maggiore e l’Ajax e il Lione, il Celta Vigo e il Manchester United nella cadetteria europea.

Prendiamo per primi in esame i dati relativi alla fase finale ad eliminazione diretta della Champions League a partire dall’edizione 2011/12, stagione in cui su 14 sfide (ottavi, quarti e semifinali) con la formula dell’andata e ritorno la squadra che ha giocato in casa la prima partita ha passato il turno 4 volte contro le 10 di chi ha giocato tra le mura amiche la gara di ritorno. Un po’ meglio hanno fatto le casalinghe dell’andata nel 2012/13, 6/8 il bilancio, mentre nel 2013/14 si è passati a un ben più netto 3/11, 5/9 nel 2014/15 e 4/10 nel 2015/16. 22/48 il totale complessivo. Anche l’edizione in corso premia, a dispetto del Teorema Bergomi, le formazioni che giocano in casa per seconde: 4/8 il bilancio al momento.

Esaminiamo adesso le partite divise per turno: nella 5 stagioni negli ottavi di finale il bilancio complessivo è 8/32, quindi 20% di qualificazioni per le prime a giocare in casa, con un 2/6 (25%) che conferma la tendenza nell’edizione in corso. Gli ottavi però presentano una particolarità: a giocare in casa per seconda è la squadra che ha vinto il girone di qualificazione e dunque è presumibilmente la più forte delle due. Nei quarti, dove il sorteggio è invece totale, la situazione nei cinque anni è la medesima: 5/15 (25%) con però l’ultima edizione in parità: 2/2. E’ a livello di semifinali che i numeri però cambiano drasticamente e il Teorema Bergomi diventa applicabile: nelle ultime cinque Champions 9 volte su 10 a raggiungere la Finale è stata la squadra che ha giocato in casa per prima! Il solo Real Madrid nella scorsa edizione ha invertito la tendenza, pareggiando 0-0 a Manchester col City e poi superandolo al Bernabeu 1-0. Dunque, incrocino le dita i tifosi juventini, se dobbiamo dar retta alle statistiche la Finale 2017 sarà Real Madrid – Monaco…

In Europa League invece i numeri sono più corposi, visto che le fasi finale scattano dai sedicesimi, che da soli prevedono due serie in più di tutto un tabellone che parte dagli ottavi. Vediamo i numeri. Nel 2011/12 11/19, nel 2012/13 molto più equilibri 14/16, nel 2013/14 13/17, mentre nelle ultime due stagioni si è raggiunta la parità: 15/15 in entrambe le occasioni per un complessivo 68/82. Nell’edizione in corso la tendenza è assolutamente confermata, visto che i dati ci parlano di un 14/14 dopo i quarti di finale!

Se nei sedicesimi le squadre che giocano tra le mura amiche hanno la meglio 31/49 il bilancio, però 8/8 quest’anno, negli ottavi sono le formazioni che ospitano l’andata ad avere la meglio 26/14, 3/5 però quest’anno, mentre il dato si inverte ancora nei quarti 7/13, ma 3/1 nell’edizione in corso,e in semifinale 4/6, quindi in Europa League il Teorema Bergomi sembrerebbe non funzionare e non poter aiutare gli scommettitori a scegliere su quali squadre investire. Insomma questa statistica pare avere tendenze più consolidate in Champions che in Europa League dove gli esiti delle sfide sembrerebbero non curarsi più di tanto della questione di chi gioca in casa prima o dopo.

Concludendo parrebbe che in queste ultime stagioni il Teorema Bergomi abbia avuto una validità molto limitata che scatta solo al verificarsi di due condizioni: che si sia in Champions e all’altezza delle semifinali. Insomma abbiamo giocato un po’ coi numeri, poi le partite si vincono sul campo, qualsiasi esso sia, giocando meglio degli avversari, e, a volte, avendo un po’ più  fortuna di loro. Seguo le Coppe Europee ininterrottamente dalla stagione 71/72, avevo sei anni, e ricordo che nello stesso periodo un collega di mio padre, calciatore dalle parti della seconda categoria nel tempo libero, quando si verificava qualche risultato a sorpresa che mi stupiva particolarmente, mi diceva sempre: il pallone è rotondo”. Ora i tempi sono cambiati, le tecnologie più disparate e le statistiche più raffinate sono state applicate al calcio, ma il pallone è rimasto della stessa forma di allora.

Foggia e Cremonese: profumo di Serie B, riassaporando emozioni anni ’90

Foggia e Cremonese: profumo di Serie B, riassaporando emozioni anni ’90

Quarti di nobiltà che tornano. O meglio, si preparano a tornare. Gli scongiuri sono autorizzati tra la terra dauna e il cuore della pianura padana. Nei fatti, però, Foggia e Cremonese accarezzano un’idea a lungo coccolata, ma inespressa da anni, troppi: il ritorno in serie B. Prospettive differenti, percorsi opposti, distanze colmabili con passi di diversa lunghezza. I Satanelli sono a un punto dalla vittoria del girone C di Lega Pro, con la trasferta di Fondi all’orizzonte domenica pomeriggio, mentre i grigiorossi –distanti 10 punti dal primato detenuto dall’Alessandria a gennaio- oggi devono difendere l’assalto dei “grigi” piemontesi, freschi di cambio di panchina, con l’arrivo di Pillon per Braglia, per festeggiare la vetta del girone A di qui ai prossimi 270 minuti.

In pochi lo dicono, qualcuno lo ammette a denti stretti, ma agli storici del calcio questi due possibili ritorni fanno piacere: a Foggia la serie B manca da addirittura 19 anni. Stagione 1997/98, il diciassettesimo posto finale costò la retrocessione nell’allora C1 alla squadra allenata da Domenico Caso prima, Beniamino Ciancian poi e ancora Caso nel finale. Pietra tombale su una gloriosa epoca calcistica, che aveva sorpreso l’Italia del calcio all’alba degli anni ’90 con Zemanlandia e i suoi figliocci, da Giuseppe Signori a Roberto Rambaudi passando per Francesco Baiano e Onofrio Barone. Eredità pesante, alla quale la passione dello “Zaccheria” –stadio che ancora oggi viaggia a medie spettatori ben superiori alle 10mila presenze a partita-aveva dato fondo quando c’era stato bisogno di affrontare gli inferi della serie D, nell’annata 2012/2013. La ripartenza da foggiani doc come il capitano Cristian Agnelli, Marcello Quinto e Giuseppe Agostinone era stata la base per una risalita, che si prepara a piazzare l’ennesimo mattone, il più importante, con un anno di ritardo. E nel destino c’è il rossonero: come i colori sociali del Foggia, ma anche del Milan. Nel giugno 2016 era stato Rino Gattuso, allenatore del Pisa, a chiudere le porte della cadetteria ai dauni conquistando il pass con i toscani nella finale-playoff, ora è Giovanni Stroppa –subentrato dopo una convulsa estate a Roberto De Zerbi– a traghettare al traguardo una squadra ricca di qualità: dalla regia di Vacca, alle incursioni di Delì passando per il fiuto del gol di Mazzeo fino alle ispirazioni di Chiricò e Sarno, la classe non manca nel 4-3-3 pugliese.

Se Foggia ride, ma aspetta di emanare l’urlo più importante, Cremona suda. E tiene basso il morale di una truppa guidata dal “Komandante”, come a Novara avevano ribattezzato Attilio Tesser dopo il doppio salto dalla Lega Pro alla serie A, ottenuto nel biennio 2009-2011. Il momento che ha cambiato la stagione dei lombardi? 20 febbraio, scontro diretto contro l’Alessandria allo stadio “Zini”. Una zampata di Andrea Brighenti, vicino alle 100 reti in cinque stagioni, ha deciso la sfida per i grigiorossi, portandoli a -6 dall’allora capolista: di lì ha avuto il via un cammino (quasi) inarrestabile, con 19 punti in otto partite, mentre ad Alessandria si intravedevano le crepe dello splendido vaso di cristallo che aveva illuminato a giorno il girone A nella prima parte di stagione. “Ci sono nove  punti in palio e dobbiamo lottare fino alla fine –ripete Tesser-servono tre vittorie”. Lui di promozioni se ne intende, così come a Cremona, loro malgrado, sono diventati esperti di delusioni negli ultimi anni. Sette stagioni, una finale e due semifinali playoff perse, con investimenti importanti da parte del proprietario Giovanni Arvedi, e 13 allenatori cambiati. Numeri mai vincenti, almeno fino all’arrivo del Komandante. Che non sarà rock come Vasco, ma vincente sì. E ora che guarda tutti dall’alto, prepara con la massima concentrazione le sfide restanti: due impegni interni contro Lucchese e Racing Club, intervallate dall’ostica trasferta di Livorno. Tre tappe alla fine della scalata verso una B che manca da 12 anni.

Negli anni ’90, Cremonese e Foggia erano nei calendari di serie A. Oggi prendono la rincorsa per il grande salto. Ma se in Lombardia la strada “è ancora lunga”, nel nord della Puglia è la scaramanzia ad agire da freno principale: troppo fresco è ancora il ricordo della scorsa estate, quando la festa in città era già pronta, alla pari di quanto accaduto anni prima con il ko contro l’Avellino. I 1200 biglietti per il “Purificato” di Fondi sono stati polverizzati in poche ore, nastri e striscioni rossoneri hanno invaso la città. Ma guai a pronunciare la “B” a voce alta: c’è prima da laurearsi campioni. E sarà mica un caso se si gioca contro la squadra sponsorizzata dall’Unicusano? La festa, da nord a sud, si prepara in silenzio. Perché i quarti di nobiltà si riconquistano così.

Presidente ricco, squadra vincente? Non è sempre così…

Presidente ricco, squadra vincente? Non è sempre così…

Chi è più il ricco del reame, tra i presidenti delle società di calcio? E che genere di rapporto esiste tra il suo portafoglio e i valori della sua squadra in mezzo al campo? Può esserci un’equivalenza tra la sua ricchezza e i risultati della sua squadra? Una volta, soprattutto in Italia, la risposta a questo genere di domande sarebbe stata quasi scontata. Ad un presidente ricco, nella maggior parte dei casi, equivaleva una squadra in grado di vincere dentro e fuori i confini nazionali. Ma oggi, quanto accade nel calcio europeo sembra rivelare una realtà del tutto diversa.

Dove non sempre alla squadra più forte corrisponde il presidente più ricco. Basti pensare al caso delle spagnole Barcellona e Real Madrid, due delle squadre più forti in assoluto (il Real Madrid è campione del mondo in carica), alle quali corrispondono casi di presidenti non tra i più ricchi, ma eletti attraverso il sistema dell’azionariato popolare. Questo per dire che l’equazione soldi-uguale-risultati  (ammesso che sia mai stata vera) non lo è oggi. E la dimostrazione potrebbe arrivare da esempi come la società inglese del QPR, conosciuta dalle nostre parti più per il fatto di essere appartenuta a Flavio Briatore che per i trionfi calcistici mai ottenuti. Della quale oggi è azionista di minoranza l’ottantaduesimo uomo più ricco al mondo e cioè l’imprenditore indiano Lakshimi Mittal (patrimonio stimato 15 miliardi di euro). Ma il mondo del calcio in generale pullula di personaggi dalle tasche d’oro. Gente ricca anzi ricchissima, a giudicare dai loro patrimoni plurimiliardari che continua fare a affari anche grazie al pallone che rotola.  E per sapere chi siano, questi “paperoni” del calcio mondiale, basta guardare la classifica preparata dalla rivista Forbes, specializzata nel rivelare chi siano le persone più ricche nel mondo. Nell’ultimo numero di marzo allora, sono stati  messi in fila, uno dietro l’altro, i primi 20 più ricchi tra i proprietari di società sportive, comprese le società di calcio. A rappresentare l’Italia, ma in tredicesima posizione, il sempreverde Silvio Berlusconi (patrimonio stimato di oltre 5 miliardi di euro) ormai ex proprietario del Milan (venduto ai cinesi nei giorni scorsi) ma per anni rimasto il presidente più vincente nella storia del calcio italiano. Sono lontani però i tempi in cui il suo Milan vinceva titoli a grappoli in Italia e in Europa. Mentre sempre a Milano, sponda nerazzurra sono sbarcati i cinesi ricchissimi di Suning (fatturato di oltre 17 miliardi di dollari) a dare manforte al magnate thailandese Erik Thohir la cui ricchezza personale, anche secondo il Sole 24 Ore non supera i 300 milioni di euro. Pochi, in confronto ai miliardi dei presidenti classificati da Forbes. E tra questi, il più ricco risulta essere il patron dei New York Red Bulls Dietrich Mateschitz davanti a quello dei Los Angeles Galaxy Philip Anshutz, al quinto posto della classifica mondiale tra tutti proprietari di società sportive,

Mentre tra le società europee i presidenti più ricchi si trovano in Inghilterra. A Londra in particolare. Il nome più noto è sempre quello di Roman Abramovich, la cui ricchezza stimata in 9,1 miliardi di dollari, ormai non fa quasi neanche più notizia. Dopo di lui, per un derby tutto londinese, c’è invece il presidente dell’Arsenal Stanley Kroeke, titolare di un patrimonio stimato di 7,5 miliardi e presidente di quattro società diverse tra basket, soccer, football americano. Sempre a Londra ci sarebbe anche il finanziere Joe Lewis (5,9 miliardi), proprietario del Tottenham Hotspurs. E restando in Inghilterra, ma spostandosi a Manchester, ci sarebbero da una parte lo sceicco Mansour proprietario del Manchester City, famoso anche per aver comprato uno yacht costato qualcosa come 400 milioni di euro, e dall’altra la famiglia Glazer proprietaria del Manchester United nel quale avrebbe messo i suoi soldi anche il finanziere “ammazza valute” George Soros. Il quale, evidentemente, dopo aver speculato contro la sterlina negli anni Novanta, ha pensato bene di tornare in Inghilterra per partecipare all’acquisto del club più prestigioso.

Ma perché questi paperoni appassionati di calcio non vengono ad investire nel campionato italiano? Per rispondere a questa domanda, basterebbe guardare ai dati che riguardano il volume di affari delle società della massima serie. E ricordare che in Italia soltanto 3 società nella massima serie possiedono uno stadio di proprietà. Ma questa, come sanno bene i lettori di Io Gioco Pulito, è un’altra storia.

Lega calcio: fra commissariamento e no Tav(ecchio)

Lega calcio: fra commissariamento e no Tav(ecchio)

E dopo 7, diconsi sette, assemblee che hanno prodotto altrettante fumate nere, la serie A brucia quel che resta della Lega. La Confindustria del pallone è senza presidente. No problem: ci penserà Carlo Tavecchio. Il numero uno del calcio italiano commissarierà la Lega, quindi, con ogni probabilità, ne assumerà la presidenza ad interim, almeno sino a che le venti società non troveranno un accordo. Più facile, con queste premesse, che si risolvano i conflitti in medio Oriente.

Il Commissariamento, avvilente per l’immagine del nostro calcio, era l’unica soluzione possibile? Per certi versi sì. Specialmente se i certi versi assumono prospettive coincidenti, guarda il caso, con i desideri delle “sei regine”. Juventus, Milan, Inter, Roma, Napoli e Fiorentina possono festeggiare. Hanno cercato e ottenuto ciò che volevano: il commissariamento. Condizione ideale per riscrivere lo statuto della Lega e modificarne “governance”  e articolo 19, ovvero ciò che riguarda gestione del potere e spartizione dei ricavi.

Ma perché Carlo Tavecchio? I numeri dicono che affidargli la Lega è un’operazione ingiustificabile. Nelle scorse elezioni FIGC (si parla del 6 marzo 2017, poco più di un mese fa) l’attuale presidente ha rastrellato solo 11 voti su 20 in serie A. Non serve una laurea in scienze politiche: la sua presenza sarà invisa, conti alla mano, a mezza Lega. E rischia di aprire una crepa ancora più profonda in seno al calcio italiano. Non a caso, nè Andrea Lotti, né Giovanni Malagò saluterebbero la soluzione Tavecchio con un applauso. Il presidente del Coni ha già fatto notare, anche al diretto interessato, che assumere questo ruolo, in una situazione così complessa, acuirebbe i malesseri del calcio italiano. Il Ministro dello Sport ha già in serbo alcune idee per ristrutturare la Lega e teme che chi non abbia votato Tavecchio potrebbe complicargli la strada delle riforme. E Tavecchio? Procederà per la sua strada. La presa di posizione dello Sport Italiano e del Ministro dello Sport non lo smuoverà di un centimetro. Il numero uno di Via Allegri può far leva (e senz’altro lo farà) sul proprio ruolo: è presidente di tutto il calcio, quindi anche della serie A. Dunque può esserne commissario. E poco importa se il suo mandato-bis abbia prodotto il seguente scenario: Serie A e Serie B, ovvero 2/3 del calcio professionistico, senza governo…

Torino, il nuovo Filadelfia è pronto: via all’inaugurazione

Torino, il nuovo Filadelfia è pronto: via all’inaugurazione

A via Filadelfia la ferita è sanata. Dove sorgeva l’impianto che fino al 1963 ospitò le partite del Torino, poi demolito negli anni ‘90, sorge ora il nuovo stadio, finalmente pronto per essere inaugurato. A più di 90 anni dalla partita inaugurale, quando nel 1926 i granata sconfissero per 4-0 i romani della Fortitudo, il vuoto torna a colmarsi.

Il nuovo “Fila” sarà la casa del Toro, un centro sportivo all’avanguardia dotato di due campi di calcio: uno ospiterà gli allenamenti della prima squadra e delle giovanili, mentre l’altro – un vero e proprio stadio da 4 mila posti – sarà la cornice delle partite della Primavera. La pancia della tribuna coperta ospiterà gli uffici del club e la foresteria per le giovanili, mentre su via Giordano Bruno è ancora da finanziare e costruire l’area museale, terzo e ultimo lotto del progetto.

L’inaugurazione durerà tutta la giornata del 25 maggio, con il taglio del nastro alle 10 e visite fino alle 20 per cercare di non lasciare nessuno fuori. I soci che hanno contribuito acquistando un seggiolino potranno visitare l’impianto in esclusiva il giorno prima, assieme ai familiari delle vittime di Superga e alle istituzioni. Il 27 maggio, invece, tornerà a rotolare il pallone: il Filadelfia ospiterà un torneo quadrangolare tra le formazioni primavera di Toro, Pro Vercelli, Novara e Alessandria. Il costo dei biglietti andrà a finanziare il completamento dei lavori e la competizione sarà disputata in memoria del prete salesiano Don Aldo Rabino, figura di riferimento nel mondo granata e grande sostenitore della rinascita del Filadelfia, scomparso nell’estate 2015.

Nei giorni scorsi il clima di attesa è stato leggermente turbato da un episodio spiacevole: come testimoniato da un video, durante le prove dell’impianto audio è risuonato a tutto volume l’inno della Juventus. In seguito al comprensibile sollevamento dei tifosi granata, che chiedevano l’allontanamento dei responsabili, la ditta a capo dei lavori ha chiarito l’accaduto: “Il tecnico incaricato ha riprodotto tramite YouTube il file musicale contenente l’inno del Torino FC per effettuare la prova audio, inconsapevole che la playlist contenesse in coda all’inno granata quello di altre squadre”. Nessuno sgarbo da parte di un addetto ai lavori bianconero, ma un semplice e perdonabile errore umano, sembrerebbe.

Per quel che riguarda la realizzazione del museo, terzo e ultimo “lotto” da finanziare e costruire, Cesare Salvadori, presidente della Fondazione Stadio Filadelfia, ha recentemente fatto sapere che se ne riparlerà fra qualche anno, quando saranno stati raccolti i fondi per finanziarlo. Lo scorso 3 febbraio è stata inoltre raggiunta l’intesa tra il Torino FC e la Fondazione per l’utilizzo dell’impianto da parte del club: sebbene non siano state ancora pubblicate le cifre dell’accordo, è stato comunicato che gli importi corrisposti dalla società granata serviranno a completare le opere relative all’intero complesso.

1. curva vecchia

Una delle porzioni del vecchio impianto che verranno conservate. Il restauro è ancora da realizzare

Il club ha anche voluto e ottenuto l’installazione di un “sistema di occultamento”, cioè di un muro di pannelli che, se azionati, nasconderanno il campo alla vista di chi sta fuori. Il costo dell’opera si aggira attorno ai 900 mila euro e, secondo quanto sostenuto da La Stampa, tale richiesta ha ritardato anche alcuni lavori del secondo lotto, che il giorno dell’inaugurazione risulteranno non del tutto ultimati.

Poco cambierà, però, a chi visiterà l’impianto nei prossimi giorni. Infatti la parte più evidente e simbolica del secondo lotto è stata completata: i dodici “pennoni della memoria” sono stati issati e illuminano il piazzale antistante allo stadio.


2.piloni

Con una caparbietà che ha dell’eroico, la Fondazione Stadio Filadelfia, ente costituito dalle associazioni di tifosi e dalle istituzioni locali, ha saputo portare avanti un percorso ad ostacoli durato più di un decennio, da quando cioè i primi rappresentanti di associazioni e gruppi granata iniziarono a riunirsi per provare a ricostruire il Filadelfia. Oggi l’avanzamento dei lavori è a uno stato tale da poter inaugurare lo stadio, ormai finito in ogni sua parte, e tutto lascia pensare che nel giro di qualche anno si riuscirà a finanziare anche il resto dei lavori. Mancano ancora parte del secondo e tutto il terzo lotto, che comprendono la rifinitura del “Piazzale della memoria”, il restauro dei monconi delle vecchie curve, il completamento della foresteria e l’area museale. Per chi volesse contribuire, prosegue la campagna di raccolta fondi “Insieme per il Fila”. Ma intanto, Torino può già godersi il suo nuovo Stadio Filadelfia.

 

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