Stadio della Roma: se il “Grande Escluso” si chiama Caltagirone

Stadio della Roma: se il “Grande Escluso” si chiama Caltagirone

In molti pensano che se ci fosse stato lui, a quest’ora lo stadio della Roma sarebbe già stato costruito. E Francesco Totti, magari, avrebbe potuto disputare anche la sua ultima partita da calciatore proprio lì, nel “Nuovo Colosseo”. Perché quando si parla di costruzioni, edilizia e grandi appalti nella Capitale d’Italia, il suo nome è una garanzia di storia e di potere. Non è un a caso se proprio nella Città Eterna ci sia un vecchio detto secondo il quale non si muova mattone se non voglia Caltagirone. Perché proverbi a parte, è un dato di fatto che Francesco Gaetano Caltagirone detto Franco, abbia fatto la storia edilizia di questa città. E per questo, non può passare inosservato il fatto che in uno dei più grandi progetti degli ultimi vent’anni, quello che riguarda la costruzione del nuovo stadio della Roma, un business da oltre un miliardo di euro, sia proprio lui il grande “escluso”. Che nessuna delle sue imprese cioè, sia direttamente coinvolta nel “grande affare” portato avanti dalla coppia Pallotta-Parnasi.

Eppure, la storia vuole che fosse stato proprio lui ai tempi di Gianni Alemanno uno dei primi a parlarne: a presentare quanto meno l’idea che lo stadio della Roma venisse costruito. Ma non a Tor di Valle, sui terreni del “rivale” Parnasi, bensì a Tor Vergata, vale a dire sui terreni sopra i quali le sue imprese hanno le concessioni. Laddove sarebbe dovuta essere costruita la nuova cittadella dello Sport in occasione delle Olimpiadi del 2024 per le quali la città di Roma aveva presentato la candidatura come sede ospitante. Se la candidatura non fosse stata stroncata dall’arrivo in Campidoglio della pentastellata Virginia Raggi. E ancora una volta Caltagirone sarebbe rimasto con il cerino in mano. Come nel 2012 quando, nonostante come raccontavano alcuni organi d’informazione (tra i quali il sito Affaritaliani.it), ci fosse già un accordo di massima raggiunto con l’allora presidente giallorosso Thomas Di Benedetto per la costruzione dell’impianto a Tor Vergata, proprio il successore di Di Benedetto James Pallotta dopo aver affidato la selezione alla società immobiliare Cushmon&Wakefield, sceglierà i terreni di Tor di Valle e non quelli di Tor Vergata. Regalando alla famiglia Parnasi e non a lui, l’opportunità di entrare per sempre nella storia del club giallorosso.

Lo stesso Parnasi che sempre nel 2012 sfilerà a Caltagirone un altro affare: quello degli uffici della Provincia, un appalto da oltre 250 milioni di euro. Due colpi, in un solo anno. Troppo per uno come lui. Inizierà allora una vera e propria “guerra mediatica” al progetto di Tor di Valle, portata avanti dal giornale di famiglia Il Messaggero. Il quale, in tutti questi anni da quando è iniziata questa storia, raramente (per non scrivere mai), ha scritto una riga di favore al progetto di Tor di Valle. Cannoneggiando piuttosto l’iniziativa un giorno sì e l’altro pure. Nonostante proprio Caltagirone, pubblicamente, non abbia mai fatto trapelare il suo disappunto. Ma al contrario, come un vero uomo di potere, abbia preferito agire nell’ombra utilizzando le armi (mediatiche) a sua disposizione. Si dice che abbia uomini e donne a lui vicini dappertutto: in politica, nella pubblica amministrazione.

Come si diceva che Paolo Berdini, l’ex assessore all’Urbanistica di Virginia Raggi, fortemente contrario al progetto dello stadio a Tor di Valle (che Berdini voleva spostare nella parte sud-est della Capitale in zona Romanina-Tor Vergata) e ufficialmente convinto anti-palazzinaro, fosse in realtà un uomo a lui vicino. Per la storia, svelata da Il Tempo nel 2016, che avrebbe visto Berdini lavorare come consulente per una società del gruppo Caltagirone in un appalto dell’Università di Tor Vergata. Una storia che lo stesso Berdini vorrà parzialmente smentire dicendo di aver lavorato soltanto per l’Università. Ma comunque, uscito di scena Berdini, gli intoppi al progetto di Tor di Valle non sono finiti. Qualcuno pensa che dietro a tutte le magagne, ci sia proprio la longa manus sua: di Franco Gaetano Caltagirone, il “grande escluso” dal progetto. Ma fino a prova contraria, tutte queste non possono che restare ciò che sono: soltanto chiacchiere.

Una SuperCoppa Italiana d’oro. Soprattutto se non si gioca in Italia

Una SuperCoppa Italiana d’oro. Soprattutto se non si gioca in Italia

Poco più di un portaombrelli? Beh, comunque abbastanza capiente. La Supercoppa italiana è un affare. Basta leggere i bilanci delle squadre: la Juventus ha incassato, lo scorso anno, 1,237 milioni. Non male per giocare 90′ o al massimo 120′. E in ogni caso, conviene giocarla fuori dall’Italia

Da dove derivano gli introiti?

La scorsa edizione si è giocata in Qatar. La Lega ha ottenuto il 10% quantificabile in circa tre milioni di euro. I club invece si spartiscono il 45 per cento. In Italia c’è maggiore audience popolare, ma ai club interessa probabilmente poco. L’estero lascia intravedere prospettive commerciali molto più ampie. E sopratutto redditizie: un mercato da 30-40 milioni subito e potenzialmente illimitato per l vendita dei diritti televisivi all’estero. Fra l’altro giocare in Qatar permette un risparmio sui costi “vivi” alle società: vitto e alloggio? Tutto pagato dagli sceicchi.

E quest’anno come è andata?

La Supercoppa Italiana 2017, vale circa 3 milioni di euro. Somma che scaturisce da un incasso di 1,7 milioni di euro. Sommato alla commercializzazione dei diritti tv (1,5 milioni di euro). Tradotto in soldoni, perché di questo si tratta, Juventus e Lazio, a prescindere da chi ha alzato al cielo il trofeo, si sono divise circa 1,4 milioni di euro. Il restante 10%, pari a 300 mila euro, invece finiscono nelle casse della Lega.

Le prospettive futuribili

Una perdita secca di 700 mila euro a testa. Quanto basta per tornare ad esportare il calcio italiano all’estero? Beh, la Supercoppa è un trofeo storicamente…turistico. Una sorta di spot della Serie A, quanto mai necessario in un contesto storico in cui il nostro campionato non è più considerato da “prime time”. Ecco perché, con ogni probabilità, dalla prossima stagione il terzo trofeo italiano tornerà…itinerante. Specificatamente in Arabia o in Cina. Questione di necessità: i diritti tv venduti all’estero, magari anche in Pay Per View, generano incassi importanti spalmati su un mercato pressoché illimitato. Musica per le orecchie delle Big, interessate più al marchio e alla diffusione del brand che al…portaombrelli. Ah dimenticavamo i tifosi delle squadre impegnate nel trofeo, che magari hanno difficoltà a raggiungere Dubai o Pechino. Riposta con una domanda. Quanto pensate che interessi?

 

Calciomancato:  quando Messi stava per andare al Como

Calciomancato: quando Messi stava per andare al Como

Oggi, insieme a Cristiano Ronaldo, è unanimemente riconosciuto come il calciatore più forte in attività. Qualcuno porta avanti anche paragoni con l’altro grande argentino della storia del football, ‘El Pibe de Oro’ Diego Armando Maradona, ritenendo che si tratti dell’unico talento in grado di raggiungere (superare?) i picchi del fenomeno che ha fatto sognare Napoli ad occhi aperti. Stiamo, ovviamente, parlando di Lionel Messi.

Il campione del Barcellona, a trent’anni compiuti da poco, ha vinto praticamente tutto il possibile a livello di club (sono ben noti, infatti, i ‘dolori’ di Messi nella nazionale albiceleste) e personale, con i Palloni d’Oro che in casa dell’argentino ormai verranno probabilmente utilizzati come i nani nei giardini di ogni comune mortale.

Eppure, la storia sarebbe potuta andare in modo molto diverso.

Siamo agli albori degli anni Duemila e l’imprenditore Enrico Preziosi è a capo del Como Calcio, società che, con tanti sforzi economici, il presidente sta tentando di far rientrare nel calcio che conta dopo anni bui. Ci riuscirà nel 2002, quando i lariani tornano nella massima serie in seguito ad un doppio salto di categoria in due anni partendo dalla Serie C.

Grande artefice del miracolo sportivo dei lombardi è il tecnico Loris Dominissini, che tuttavia dopo dodici giornate di Serie A viene esonerato. E’ l’inizio della fine per i biancoblù, che dopo un solo anno tornano immediatamente (e mestamente) in Serie B.

Il grande motivo di rammarico, però, a posteriori, può e deve essere considerato un altro.

Dalle giovanili dei Newell’s Old Boys, infatti, in quel periodo, in Lombardia giunge in prova un ragazzino dalla folta chioma castana. Si chiama Lionel Messi, per tutti semplicemente ‘Leo’. Il ragazzo non è affatto male. Ha numeri importanti ed una velocità con la palla al piede semplicemente eccezionale.

Il problema? ‘Leo’ è gracile, fin troppo pensa qualche ‘esperto’, per il ruvido calcio italiano. Alla fine non se ne fa nulla e Messi si accasa in Spagna poco dopo. E’ il rimpianto del secolo.

A confessare la vicenda, nel 2010, ormai da presidente del Genoa, fu Enrico Preziosi in prima persona. Tra i motivi della rinuncia anche dei problemi con la famiglia dell’argentino. “Quando si prende un ragazzo, c’è tutta una trafila anche per quanto riguarda i genitori, bisogna sistemarli in Italia. C’era tutta una situazione che impegnava la società a fare determinate cose, perché era minorenne.”

Il numero uno rossoblù ci tenne, inoltre, a specificare di non essersi occupato in prima persona della trattativa. “I fenomeni ci sono sempre, allora non ero io il fenomeno, era qualcun altro, però va bene così. Molto spesso sono i direttori sportivi che si occupano dei ragazzi giovani, che decidono di ingaggiarlo o no. Non è per scaricare la colpa, ma è stato così. Avevamo una persona che lo seguiva, avevamo parlato con la famiglia, era molto entusiasta di venire in Italia, però poi non se n’è fatto niente”.

Messi al Como. Sembra roba da Playstation o Football Manager ed invece poteva essere davvero realtà.

Lev Yashin, storia dell’invincibile Ragno Nero

Lev Yashin, storia dell’invincibile Ragno Nero

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

Barca-Real, Mas que Futbol: Storia, Calcio, Politica e Identità del Clasico

Barca-Real, Mas que Futbol: Storia, Calcio, Politica e Identità del Clasico

Barcellona-Real Madrid. Más Que Fútbol. Più che calcio. “El clasico” va oltre la rivalità sportiva. Madrid e Barcellona sono divise dalla storia, nel senso pieno del termine: ben 1100 anni da separate in casa.

Lo strappo ha radici profonde e si consuma nel IX secolo: tre contee (Girona, Leida e Terragona) si slegano dalla “morsa” Aragonese-Castigliana, accorpandosi intorno Barcellona, in una porzione di territorio situata fra i Pirenei e il Mediterraneo. Nasce la Cataluña, lontana geograficamente, politicamente e linguisticamente da Madrid. Seicento anni dopo nasce il Regno di Spagna. La formazione di uno stato unitario acuisce il dissapore. I catalano si dissociano politicamente dal concetto di nazionalismo e imperialismo spagnolo. É il punto di non ritorno. Il percorso della storia incanala Madrid e Barcellona su universi paralleli destinati a non incrociarsi. Anche perché, quando succede, il “big bang” è dietro l’angolo. Succede nel XIX secolo, età di rivoluzioni ed indipendentismo. Barcellona assorbe il concetto di “reinaxensa” e lo applica, nei decenni a seguire, alla geopolitica. Gli intellettuali locali smuovono le coscienze. Obiettivo: riscattare la letteratura catalana, oscurata dal predominio culturale di una lingua statale, ma non autoctona. Il “nemico” è individuato nel Castigliano. Protesta o pretesto? Madrid opta per la seconda soluzione. Dietro il “purismo linguistico” intravede una potenziale guerra civile. Perciò, taglia corto: nel 1931, concede il bilinguismo territoriale a Barcellona, capitale culturale della Cataluña.

La guerra civile del 1936-39 rimescola le carte: l’ascesa al potere di Francisco Franco cancella l’autonomia della regione. Il “caudillo” dichiara illegale il catalano. Nel 1978, dopo la morte del dittatore, la Cataluña vota a favore della neonata Costituzione che pone la condizione della indivisibilità della Spagna, ma riconosce autonomie alle regioni. La Cataluña torna ad essere comunità autonoma.

Il ripristino dello status quo prima di Franco non risana rancori e sentimenti antimonarchici: Barcellona ha una forte identità. Una larga parte della popolazione, ferita ed oppressa per oltre 40 anni, chiede un risarcimento, quantificabile nel riconoscimento come Stato, nel senso pieno del termine. Lo slogan si racchiude in cinque parole. “La Catalogna non è Spagna”.

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Richiesta difficile da accettare, politicamente ed economicamente anche per la stessa comunità  locale: Barcellona ha due anime che combattono. Vorrebbe l’indipendenza da Madrid ma è anche consapevole delle conseguenze. Uscire dalla Spagna, significa  allontanarsi dal mercato europeo e trovare, in autonomia, risorse per la sopravvivenza. Ipotesi che terrorizza istituti di credito e imprese, alla costante ricerca del compromesso. Quanto accade nel novembre del 2014 racchiude l’essenza del problema: il governo catalano indice una “consultazione non referendaria sull’indipendenza della Cataluña”. Il risultato è una netta affermazione del “sì” che produce un magnifico esercizio di cerchiobottismo. Madrid fa leva sulla Costituzione, ribadisce unitarietà e indivisibilità della Spagna e cataloga l’evento come “semplice consultazione”. In pratica prende atto della volontà di un popolo, senza riconoscerla.

In questo contesto, il calcio, come spesso accade, diviene cassa di risonanza di tensioni sociali. Il Real è la squadra della Corona, l’espressione piena della Castiglia, l’identificazione del Regno di Spagna. Il Barcellona è la capitale della Cataluña, regione di profonda connotazione indipendentistica. Ecco perché “El clasico” non è, né sarà mai, una partita come le altre. Vincerlo, è ribadire una supremazia sociale, territoriale, politica ed identitaria. Ecco perché, quando si incrociano Real Madrid e Barcellona,  è “Más Que Fútbol”.

L’incredibile storia di Manè Garrincha, dalla Selecao al Sacrofano

L’incredibile storia di Manè Garrincha, dalla Selecao al Sacrofano

di Mattia Zucchiatti

E’ l’estate del 1973 e mentre Edson Arantes Do Nascimiento meglio noto come Pelè inizia a ricevere il corteggiamento ed offerte miliardarie dagli Stati Uniti, nella tranquilla cittadina di Sacrofano, 7.000 abitanti, in provincia di Roma fa la sua comparsa un uomo di 43 anni con 4 figli al seguito. E’ affetto da un leggero strabismo, la sua gamba destra è più corta di sei centimetri rispetto alla sinistra, il bacino è sbilanciato, la spina dorsale è curva e un ginocchio, il sinistro, è affetto da valgismo mentre il destro da varismo e fa della sua gamba un arco perfetto.

Nessuno si sognerebbe di dire che quel bizzarro personaggio pochi anni prima alzò assieme a Pelè due Coppe del mondo ed è considerato l’ala destra più forte di tutti i tempi. Già, perché se in Brasile quasi all’unanimità viene considerato O’Rey come il più forte giocatore della storia, a sud di Rio de Janeiro nel Bairro di Botafogo gli abitanti di uno dei quartieri più popolosi della capitale non avrebbero dubbi a chi dare la corona del migliore di sempre: Manoel Francisco Dos Santos anche detto Garrincha, l’alegria do Povo (la gioia del popolo, questo il soprannome).

Ma come ci è finito Garrincha al Sacrofano? Bisogna fare un passo indietro per arrivare alle radici di questa affascinante storia. E’ il 6 luglio del 1955 e la Roma, appena eliminata dal Vojvodina in Coppa delle Coppe, cerca fuoriclasse per rinforzare l’organico. Viene così organizzata una amichevole in Brasile contro il Botafogo che vede nelle sue file Vinicius, Garrincha e Dino Da Costa. La gara finisce 3-2 per i brasiliani e Garrincha lascia il suo nome sul tabellino dei marcatori come riporta il Corriere dello Sport nel resoconto della gara:

Tessari blocca un tiro di Vinicius ma non può nulla sulla fucilata di rara potenza di Garrincha al minuto 44

La dirigenza giallorossa è folgorata dall’ala destra brasiliana ma, soprattutto per ragioni economiche, la scelta cade sul meno dispendioso Da Costa. Quest’ultimo rispetterà le attese e diventerà presto uno dei beniamini della tifoseria romanista entrando nella storia per essere il più prolifico marcatore nel derby della capitale con 12 reti (record ancora oggi imbattuto) e mettendo a segno in totale 71 reti in 149 gare. Dopo aver vestito anche la maglia della Juventus e una volta appesi gli scarpini al chiodo, Da Costa inizia a dedicarsi alla carriera di allenatore presso le giovanili bianconere fino al 1970, anno in cui la dirigenza del Sacrofano gli offre un lauto ingaggio per dirigere la squadra che al tempo militava in promozione e riuscirà due anni dopo grazie al tecnico brasiliano ad imporsi anche in Coppa Italia dilettanti restando l’unica squadra laziale ancora in corsa nella competizione.

Fu allora che Da Costa, venuto a sapere della situazione degradante in cui versava Garrincha ormai dedito all’alcool, lo convince a venire in Italia per giocare proprio nella sua squadra. “Venne a Sacrofano da solo, con 4 dei 14 figli che aveva sparso nel mondo, non aveva un soldo e l’alcool aveva già iniziato a rovinarlo, il presidente gli offrì 80.000 lire a partita e lui accettò“ racconta Vinicio Bruno, compagno di squadra di Garrincha al Sacrofano e allenatore nel panorama del calcio dilettantistico laziale. Dalla finale di Stoccolma del Mondiale del ’58 dove si impose, grazie al suo formidabile dribbling, come rivelazione del torneo alla polvere dei campi di terra della provincia laziale.

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Era la celebrità, l’attrazione del posto, la gente veniva solo per vedere lui e Da Costa che oltre a fare l’allenatore non rinunciava a scendere in campo e una volta ci fece vincere la partita segnando tre reti” continua Vinicio. “Noi restavamo incantati a guardarlo, aveva ormai una certa età e nonostante facesse la stessa finta sfuggiva sempre al suo diretto marcatore, non lo prendevi mai”.

Due volte campione del mondo, secondo marcatore della storia del Botafogo e una fama incredibile in tutto il pianeta che si chiedeva dove fosse finito quel funambolo che aveva fatto impazzire la Svezia di Liedholm ma anche un’umiltà conservata tra i dilettanti italiani. “Aveva un carattere chiuso, stava per conto suo, parlava poco italiano ma riusciva comunque a farsi capire”. Venne a ricrearsi a Sacrofano con Da Costa quel dualismo di personalità che già si era riproposto in Nazionale con Pelè, quest’ultimo disponibile con la stampa e pienamente immerso nella figura della celebrità sportiva mentre Garrincha non riuscì mai ad allontanare l’ombra del ragazzino che tra le strade di Pau Grande conosceva alcool e fumo.

Erano grandi amici ma tra i due Da Costa era il signore, Garrincha era lo zingaro”.

Abbandona Sacrofano prima della fine della stagione, vari testimoni ne annotano la presenza in campi anonimi in diverse parti del globo dalla Colombia passando per l’Uruguay. Il calciatore brasiliano più amato dal popolo chiude definitivamente gli occhi il 21 gennaio del 1983 in un ospedale di Rio de Janeiro dove era stato ricoverato dopo l’ennesima notte passata a bere. Il fantasma dell’alcolismo lo perseguitò fino alla fine, l’unico che non riuscì mai a dribblare.

Mattia Zucchiatti

FOTO: www.diegoalvera.it

CalcioMancato: quando Diego Armando Maradona stava per andare alla Juventus

CalcioMancato: quando Diego Armando Maradona stava per andare alla Juventus

Quando lo scorso anno ‘El Pipita’ Higuain ‘tradì” Napoli ed i suoi tifosi per trasferirsi all’odiata Juventus, in molti hanno voluto sottolineare la diversità di comportamento tra l’ormai ex numero nove degli azzurri e l’argentino che Napoli ha amato e continua ad amare di più, talvolta trascendendo anche nell’ambito della blasfemia; tanto è l’affetto verso ‘El Pibe de Oro’, l’unico ‘Diez’: Diego Armando Maradona.

Anche i destini del fenomeno albiceleste e della Juventus, tuttavia, avrebbero potuto incontrarsi, seppure prima che Maradona si trasferisse a Napoli portando i partenopei a vette mai raggiunte prima (e dopo).

In merito alla faccenda, si possono riscontrare due versioni: una che potremmo definire ufficiale ed un’altra ufficiosa.

La prima proviene da Giampiero Boniperti, leggenda del club bianconero. Siamo a pochi mesi dal Mondiale di Spagna del 1982 (che vedrà poi trionfare l’Italia di Bearzot) e la Juventus sta tenendo sotto stretta osservazione quello che da tanti addetti ai lavori viene ritenuto il nuovo fenomeno del calcio mondiale. Gioca nel Boca Juniors, porta la maglia numero 10 sulle spalle e si chiama Diego Armando Maradona. La storica ‘Bombonera’ sogna ad ogni tocco di palla di Maradona, che interessa già a tanti club oltre Oceano.

Boniperti narra di aver tentato l’affondo per portare l’argentino all’ombra della Mole, subendo tuttavia un gran rifiuto da parte della società gialloblu proprietaria del cartellino. Maradona deve rimanere in Argentina, almeno fino alla fine dei Mondiali dell’estate seguente. Il rammarico del numero uno juventino, anni dopo, riguarderà anche gli sviluppi della vita privata di Maradona: “Diego è stato l’unico fuoriclasse che mi è mancato. Forse il più grande. Riguardo alla sua vita fuori dal campo, poi, sono sicuro che sarebbe stata del tutto diversa nel caso fosse arrivato a Torino.”

In realtà, esiste poi anche un’altra versione sul possibile matrimonio tra Maradona e la Juventus. Il periodo storico è più o meno il medesimo di cui parla Boniperti. A quest’ultimo viene riferito di un giovane dalle qualità quasi sovrannaturali. Il presidente bianconero vuole vedere di persona di chi si tratti. Le recensioni sono assolutamente positive ma Boniperti, forse anche condizionato da alcuni consiglieri fidati, si fa ingannare dal fisico di Maradona: tutt’altro che slanciato ed abbastanza grassottello. Il più grande calciatore della storia insieme a Pelé viene alla fine brutalmente scartato.

Dal 1984, come tutti sanno, invece, l’Italia per Maradona sarà soltanto a tinte azzurre; nascerà così una delle relazioni più forti e romantiche del nostro calcio.

Nel Museo dell’Avvocato Gabriele Pescatore, il “Signor Roma” del Collezionismo

Nel Museo dell’Avvocato Gabriele Pescatore, il “Signor Roma” del Collezionismo

“Un tifoso della Roma a Porta Portese non trova granché, in quanto le cose più belle se le accaparra Gabriele Pescatore che dice di alzarsi presto la mattina e invece, secondo me, dorme lì” (Cit. Il Romanista, M. Izzi, 3 novembre 2011).

Gabriele Pescatore è un avvocato di quarantasette anni, sposato con Barbara e padre di quattro splendidi figli. È un grande appassionato di musica tanto da scrivere su una rivista molto nota del settore: “Il Mucchio Selvaggio”, la più antica rivista italiana di Rock fondata nel 1977. Qui è Consulente alla Redazione e si occupa di Colonne sonore e Sonorizzazioni. Nel suo DNA c’è un gene, quello che si occupa del collezionismo, che ha assunto una dimensione sconosciuta ai più: grandissimo collezionista di vinili, ne possiede oltre 15.000 (avete letto bene, non è un errore), ma per noi è soprattutto il più grande collezionista di memorabilia dell’A.S. Roma.

Gabriele ci riceve nella sua abitazione: vinili e cimeli giallorossi ci danno il benvenuto. C’è profumo di storia nell’aria. C’è la passione come motore trainante. Passioni, quella per il calcio e per la Roma, trasmesse dal papà: “Mio padre, professore di Diritto Commerciale alla Sapienza, era un grande appassionato di calcio. Andavamo a vedere tutte le partite all’Olimpico” ci confida Gabriele, “…anche quando non giocava la Roma perché, se amavi il calcio, non c’erano alternative all’epoca. E noi amavamo davvero questo gioco e in TV se ne vedeva poco. Io sono il più grande di tre fratelli e a cinque anni cominciai a frequentare lo stadio insieme a mio padre e i suoi amici. Era ancora il periodo della Rometta quando ricevetti il mio primo abbonamento in Monte Mario, stagione 1977/78”. Come tutte le collezioni esiste un inizio: “Ho cominciato tenendo tutti i biglietti delle partite cui andavo. Così… semplicemente per conservare un ricordo. Poi cominciai a farmi portare i biglietti da chi andava in trasferta. Conservavo gelosamente anche i giornaletti distribuiti all’Olimpico, come “Roma Mia”. Quando ero bambino, attendevo con ansia tutta l’estate per vedere il nuovo abbonamento, ero curiosissimo. Trascorrevo l’estate a chiedermi come sarebbe stato quello nuovo. A metà anni ‘80 ho cominciato a frequentare i mercatini a Roma e poi anche in altri parti d’Italia. Si trovavano oggetti in grande quantità. Non era così raro nemmeno trovare foto anni ’40. Oggi sarebbe impensabile. Ricordo anche che allo stadio scattavo foto alle tifoserie avversarie che poi scambiavo o con altre foto riguardanti il tifo giallorosso o comunque con biglietti, sciarpe, gagliardetti, programmi etc. Inserivo gli annunci sul Guerin Sportivo e SuperTifo che avevano appunto una sezione per i collezionisti. Ciò mi permise di farmi conoscere ovunque in Italia e all’estero. Certo gli scambi non erano velocissimi all’epoca. Ci voleva tempo. All’estero poi era necessario anche qualche mese, aumentando in me il fascino del collezionare. Anche gli annunci che facevo pubblicare sul periodico “Porta Portese” avevano un grande riscontro e ricevevo un bel numero di telefonate. Con tale metodo trovai cose interessantissime. Diciamo che negli anni ’80 e primi ’90 si aveva la possibilità di poter recuperare molti “pezzi”: non eravamo in molti a collezionare e le cifre, dal punto di vista economico, non erano esagerate. A metà anni 90 arrivò Ebay e tutto il mondo sembrava fare una sola cosa: collezionare. Fu un momento incredibile. Il mondo era in preda ad un profondo cambiamento; il collezionismo non poteva fare eccezione. Tutto diventò molto più veloce e ognuno di noi, da quel momento, è riuscito a impreziosire la propria collezione con oggetti provenienti anche dal punto più sperduto del mondo”.

Gabriele è pieno di passione mentre ci racconta la storia della sua vasta collezione dedicata alla Roma. Noi siamo persi, non sappiamo su cosa puntare lo sguardo, dove focalizzare l’attenzione. Una quantità di memorabilia incredibile anche solo da immaginare. I biglietti, il suo “Primo Amore”, partono dagli anni ’30. Possiamo trovare un Roma – Juventus del 31/32, giocata a Campo Testaccio e conclusasi 2-0 con una doppietta di Bernardini. C’è anche un curiosissimo biglietto di Bologna – Roma del 32/33, in concomitanza con l’adunata nazionale degli Alpini allo Stadio Littoriale. E ancora un Palermo – Roma del 1934 e un Derby della stagione 42/43. E poi un curiosissimo biglietto della partita di Mitropa Cup del 29 giugno 1955 tra Vojvodina e Roma giocata a Novi Sad. E questi sono solo alcuni. C’è poi anche il tagliando relativo all’amara serata del Maggio 1984. Era il 30 Maggio…la partita più importante e la più triste. Fa troppo caldo per pensarci…

 

“Non è una collezione statica” continua Gabriele, “ogni partita devi ingegnarti per capire come poter trovare il biglietto o il programma, come ad esempio quelli della tournée americana appena conclusa”.

Gabriele ci mostra gli abbonamenti. Sono di una bellezza rara, che lascia senza parole. “Un giorno mi telefonò un mio amico che conosceva perfettamente la mia passione. Mi disse che c’era un negoziante nei pressi del Colosseo che aveva appeso nel suo locale alcuni abbonamenti e foto a partire dagli anni ’40. Credo di essere uscito da casa mentre dall’altro capo del filo ancora stavano parlando. Arrivato sul posto, il negoziante mi raccontò che era un abbonato di vecchia data e che contestualmente al rinnovo annuale comprava una foto della squadra. Ricordo anche una lunghissima trattativa per alcune tessere appartenute a Luigi Freddi, giornalista e politico, vicesegretario dei fasci italiani all’estero e responsabile della politica cinematografica italiana e nonché fondatore di Cinecittà. Tali tessere mi sono costate un’intera estate di trattativa. La più estenuante in assoluto”. I nostri occhi si posano su di un Capolavoro: “E’ un abbonamento della stagione 1936/37. Da questa stagione la società decise di abbandonare i cartoncini preferendo della plastica rigida, una sorta di vinile sottile in cui fa bella mostra di se la Lupa Capitolina sormontata dal fascio littorio. Ogni tessera veniva poi anche siglata dal Commendator Biancone che, così facendo, ne garantiva l’autenticità”. Gabriele però ha un piccolo cruccio: ”Alla mia collezione manca l’abbonamento del 1951/52, l’anno della “B”. Prima o poi lo troverò”.

 

Alcuni oggetti della collezione sono stati esposti durante le Mostre di Testaccio del 2007 e del 2014. Buona parte della collezione è invece visibile all’indirizzo www.museodellaroma.it. Un sito dove è possibile ammirare oggetti riferibili alla squadra capitolina mai visti prima. Un museo virtuale che, come lo stesso Gabriele ci dice e scrive nella sua Home Page, è “una personalissima esperienza e una dimostrazione d’amore verso i colori giallo ocra e rosso pompeiano…per far comprendere agli appassionati delle cose antiche e ai patiti del moderno, ai cultori del football degli avi come a quelli cresciuti con le imprese di Francesco Totti negli occhi, ai tifosi (non solo della Roma) che visiteranno le decine di sudate pagine, che senza il rispetto della Tradizione e del Passato non vi può essere Futuro degno di tale nome”.

Tradizione, Passato e Futuro sono parole scritte con la lettera maiuscola. Non un caso.

Un museo in cui si può navigare tra le diverse sessioni: dischi, figurine, gagliardetti, spartiti musicali e pubblicazioni di tutti i tipi ed epoche. Programmi delle partite e foto dei giocatori, ma anche tanti documenti storici come carte intestate, cartoline, certificati azionari, contratti e perfino menù. Non basta, anche le “Relazioni sociali”, tessere, adesivi, medaglie, distintivi, bandiere, sciarpe. È presente anche una sezione dedicata alla Polisportiva.

 

”Con le vecchie foto mi diverto molto” prosegue Gabriele, “perché non sempre è facile identificarle e collocarle nella partita corretta. Allora bisogna rivedere i tabellini, chi ha giocato quel giorno, oppure bisogna riconoscere qualcosa in lontananza come un campanile, una montagna alle spalle del campo. Un gran lavoro insomma, ma anche di grande soddisfazione”.

Cerchiamo di scoprire quale è il pezzo forte della collezione, alla domanda Gabriele non ha dubbi: “Certamente un labaro completamente ricamato, consegnato dal Capitano della Fortitudo-Pro Roma Attilio Ferraris IV a quello del Bologna F.B.C., il nazionale Geppe Della Valle. L’occasione fu l’incontro valido per la sesta giornata del girone di andata del Campionato di Prima Divisione (Girone B) disputato presso il campo dello Sterlino il 14 novembre 1926 e conclusosi con la vittoria dei felsinei per 2 a 1. E’ un labaro di grandi dimensioni (cm 55×50). Ricordo anche che lo pagai un milione…di lire chiaramente. Un pezzo che ha un valore inestimabile non fosse altro perché l’ha avuto in mano Ferraris IV”. Gli occhi di Gabriele sono raggianti.

 

Tanti gli oggetti, gli aneddoti e le curiosità presenti nella collezione, come questa cartolina:

Una cartolina del 1963, molto rara, utilizzata dall’allora Vice Presidente dell’A.S. Roma Franco Evangelisti per sponsorizzare la sua candidatura nelle fila della Democrazia Cristiana. Davvero singolare.

Una serata molto particolare quella passata con Gabriele. Una serata di mezza estate in cui le stelle cadenti fanno da cornice a una preziosissima collezione. E’ stato come camminare attraverso il tempo, un tempo scandito nei simboli e nelle scritte sugli abbonamenti, sui biglietti e su tutti i cimeli. Un percorso dal 1927, anzi prima, sino a oggi. Non vorrei andar via, ma si è fatto tardi.

Grazie Gabriele per questo splendido viaggio.

 

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Quando lo sport diventa strage.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa,  quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

Justin Fashanu, il fratello “sbagliato”

Justin Fashanu, il fratello “sbagliato”

I trentenni, o chi gli gira intorno, a quell’età, ricordando John Fashanu. “Idolo” della Gialappa’s e di “Mai dire gol”. Specialità della casa: errori tragicomici sotto porta. La storia di Justin, fratello di John, è invece, solo tragica.

Justin nasce nel 1961, nella zona est di Londra. A 17 anni è nel Norwich City. Un anno dopo, esordisce da professionista. Nel 1980 segna il “gol dell’anno” al Liverpool e si prende le prime pagine di tutti i giornali. 39 gol in 103 presenze. Quanto basta per vestire la maglia del Nottingham Forest. É il primo calciatore di colore che sfora il tetto della cifra a sei zeri di stipendio.

A Nottingham, però, le lotte per l’eguaglianza sociale e i pari diritti sono una leggenda. Già, come quella di Robin Hood. Favole da raccontare ai bambini. La realtà è ipocrita e intollerante. E mette all’angolo Justin. Colpevole di essere omosessuale. Difficile dichiararsi omosessuale oggi. Figurarsi nell’Inghilterra puritana e bigotta, anche un filino razzista, di fine anni ’80.

Il centravanti del Forest nero e omosessuale? Figuriamoci. Il tecnico Clough è un “duro”. E non accetta fottuti finocchi in squadra. “Fottuto finocchio”. Lo definisce così.

Justin, lo sanno anche se non lo dice, è “frocio”. E anche “negro”. Beh quello è evidente. Come il becerume, che abbonda negli stadi inglesi. Sin troppo facile, per tifosi, lanciare banane in campo. Fashanu è sensibile, giovane. Ne risente. Appena 3 gol, in 32 partite. É l’inizio della fine della sua carriera. Clough lo scarica: la carriera prosegue al Southampton. 9 partite 3 gol. Abbastanza per convincere il Nottingham County, l’altra squadra della città di Robin Hood. E questa volta il rendimento è come la favola: Justin “Robin Hood” Fashanu entusiasma la squadra povera. 64 partite e 20 reti. Poi un grave infortunio al ginocchio ne condiziona il rendimento. Nel 1985 Fashanu è costretto a lasciale il Brighton per curarsi negli USA. Guarisce. Ci riprova. Però non è più il “Fash” di inizio carriera.

Nel 1990, ha 29 anni, è allenatore-giocatore del Southall, ritiene sia il momento giusto: dichiara al mondo la propria omosessualità. Il 22 ottobre il “Sun” pubblica l’intervista esclusiva. Justin non è in cerca di pubblicità. Vuole squarciare il velo dell’ipocrisia.  Il proposito è lodevole. Il risultato devastante. Justin è lasciato solo. “Bollato”. La comunità nera lo rinnega pubblicamente. Compreso il fratello, John. Calciatore anche lui, sale, di corsa, sul carro dell’intolleranza e prende il treno diretto in Premier. Un affarone, per John, avere il fratello omosessuale. Scaricandolo, la sua carriera ne beneficia. Non fosse altro perché le società inglesi si litigano, per mettere in vetrina la loro “sobrietà” il “Fashanu normale”.

L’altro Fashanu, il “negro”, il “finocchio” il “diverso” continua a giocare, inseguito dai media a caccia di uno scandalo. Del resto, gli sciacalli sono pronti. Testimonianze pagate a peso d’oro dai tabloid. E poco importa se siano vere. Justin è uno strumento di massa. Può spostare equilibri sportivi e politici. La carriera di Fashanu è un flipper. Inghilterra, Canada, Svezia, Scozia, USA.

L’ultimo atto si consuma nel 1998,  oltreoceano nel Maryland: Ashton Woods il 25 marzo si presenta alla polizia. Dichiara di essersi svegliato nel letto d Justin Fashanu, dopo una serata spesa fra alcool e fumo. Il ragazzo lo accusa di averlo narcotizzato e di essersi svegliato mentre Justin gli praticava del sesso orale. Fashanu è interrogato dalla polizia: offre la massima collaborazione. Il 3 aprile è il giorno fissato per il test del DNA. Quando la polizia bussa a casa di Justin, l’appartamento è vuoto. Fashanu è in Inghilterra, impegnato a trovare un legale che lo difendesse. Nessuno si offre. Un mese dopo il suo corpo è trovato privo di vita. Appeso a un cappio del garage.

Accanto, un biglietto, in cui dichiara la propria innocenza, ammette il rapporto reciproco e precisa di aver subito un ricatto. Del denaro. Le ultime frasi racchiudono il dramma interiore:  “Spero che il Gesù che amo mi accolga: troverò la pace, infine”. Il suicidio chiude un processo penale che lo avrebbe comunque portato alla condanna: sino al 1998, nel Maryland, è stata in vigore la legge “anti-sodomia” che dichiarava punibile con il carcere i rapporti orali anche in assenza di stupro.

Nel 2016, a 18 anni dalla sua morte, qualcosa è cambiato. In questa settimana, il calcio riscrive i regolamenti:  chi userà parole come “finocchio” o “frocio” sarà punito come razzista, sino a 19 giornate di squalifica. Justin era “negro” e “frocio”. La società, i suoi compagni, la sua famiglia, lo hanno squalificato e rinnegato Il tempo, a differenza degli uomini, gli rende giustizia.