Mahmoud Abdul Rauf : il cecchino del Mississippi che ce l’aveva con gli Stati Uniti

Mahmoud Abdul Rauf : il cecchino del Mississippi che ce l’aveva con gli Stati Uniti

Washington, 14 marzo 1996. Va di scena il match NBA di regular season tra i Denver Nuggets e i Washington Bullets, i giocatori delle due squadre si dispongono in piedi per l’inno nazionale americano. Tutto sembra procedere nella norma, quando un atleta in campo compie un gesto eclatante: mentre tutti sono in piedi come forma di rispetto, lui si siede e trascorre tutto l’inno seduto sulla sua sedia, con l’intero palazzetto intona l’inno.

Il giorno successivo il commissario NBA squalifica il giocatore a tempo indeterminato, mentre lui non tenta affatto di difendersi, ma rilancia: l’inno è un cieco rituale nazionalistico, oltre che un simbolo di sopraffazione sociale. Ovviamente le critiche e le accuse ai suoi danni si sprecano, per giorni è al centro di un caso nazionale, viene letteralmente crocifisso dai mass media, ma rimane fermo sulle sue posizioni.

Cosa spinge una persona a commettere un gesto di tale portata, a inimicarsi una nazione intera? Quello che lo spinge ad una scelta simile ha la stessa motivazione di ciò che lo ha mosso per tutta la sua vita: la piena fiducia in quel che crede, nelle sue convinzioni. Quelle stesse convinzioni che, a volte, lo spingono a scelte radicali, ma che lo hanno portato ad una carriera cestistica straordinaria, la carriera di Mahmoud Abdul Rauf.

Sul finire degli anni ‘60, per una madre non era facile mandare avanti la propria famiglia da sola, con tre figli a carico, avuti da tre uomini diversi. Soprattutto se si viveva in condizioni di miseria, in uno stato povero di opportunità come quello del Mississippi. E, soprattutto, se uno dei tre figli soffriva di tic e spasmi improvvisi che a volte non gli permettevano nemmeno di infilarsi i pantaloni.

E’ in queste condizioni che nasce Chris Jackson, povero e oppresso da un male sconosciuto. Deriso e umiliato a scuola, l’unica cosa che gli resta da fare è trovare una valvola di sfogo, va al campetto e inizia a tirare, tirare e tirare. Diventa una sfida maniacale per lui, deve tirare in continuazione e, soprattutto, segnare. Nella sua testa ha un unico obiettivo: il tiro perfetto.

Gli spasmi non vogliono abbandonarlo, si attaccano a lui come una gomma da masticare sulla suola delle scarpe, ma lui riesce a liberarsene quando gioca a basket. E’ alto appena un metro e 80, ma è agile e scattante ed è un autentico cecchino quando si tratta di tirare. Le voci delle sue prestazioni incredibili attirano scout da tutta l’America, che impazziscono per lui. A livello liceale continua la sua ascesa, al punto che la Lousiana University fa carte false pur di averlo nel suo college, e lui ripaga le aspettative battendo record su record. Nel 1990 arriva il grande momento: si dichiara eleggibile per il draft NBA e viene preso dai Denver Nuggets con la terza scelta assoluta. Il sogno di una vita sta diventando realtà.

Durante il liceo, aveva scoperto che i tic che lo affliggevano erano dovuti alla sindrome di Tourette e che molto probabilmente lo avrebbero accompagnato per il resto della vita, ma questo non lo aveva scoraggiato. Al contrario, le sue difficoltà lo spinsero a migliorare di giorno in giorno e anche nel mondo NBA non gli crearono nessun grattacapo.

Ma sono altre le problematiche che lo destabilizzano nei primi due anni in NBA: gli infortuni lo colpiscono, ha problemi di peso, ma soprattutto si sente estraneo alla realtà in cui vive. Avvicinatosi profondamente al pensiero di Malcom X e alla cultura islamica non si riconosce più nello showbusiness, nella massificazione e nei valori del mondo americano.

Nel 1991 decide di convertirsi all’islamismo e cambia nome in Mahmoud Abdul Rauf. Trova una pace interiore mai raggiunta prima, che gli infonde grande fiducia e determinazione. Per migliorare, rispetto alla scialba stagione da poco conclusa, inizia ad allenarsi anche 9 ore al giorno, alla ricerca di quel tiro perfetto che lo assillerà per tutta la sua carriera.

Al suo terzo anno in NBA sigla oltre 19 punti e 4 assist di media, venendo nominato come Most Improved Player dell’anno. L’anno successivo invece sfiora un’impresa storica, a coronamento dei suoi sforzi: fa registrare il 95, 6% di realizzazione ai tiri liberi, mancando di pochissimo il record ancora imbattuto di Calvin Murphy. Una percentuale mostruosa!

Poi, nel 1996 accade, lo spiacevole episodio dell’inno nazionale. Mahmud già da tempo aveva manifestato un forte dissenso verso simboli nazionalistici e ogni genere di patriottismo. Per questo, in molte partite mentre nel palazzetto veniva intonato l’inno lui restava nello spogliatoio, coperto dai compagni. Per puro caso, invece, il 14 marzo si trova in campo durante l’esecuzione dell’inno, ma pur di mantenere fede ai suoi principi, decide di compiere un gesto per cui verrà dannato in eterno.

Da lì la sua carriera subisce un brusco declino. Viene scambiato coi Sacramento Kings, ma le sue medie stagionali precipitano, l’opinione pubblica non lo ama affatto e, per questo, dopo i due anni di contratto decide di lasciare il basket professionistico americano.

Carriera finita? Ma neanche per sogno. Giocare gli piace da matti, è l’unico modo in cui riesce a liberarsi dai fantasmi dovuti alla sua sindrome. Per questo decide di andare a giocare in Europa, al Fenerbahce.
Dopo un anno però i problemi, anche di infortuni, riscontrati in America lo tormentano pure in Europa. Seppur a malincuore, decide di appendere le scarpe al chiodo.

Ma se si ha a che fare con Mahmud Abdul Rauf, mai dire mai. Infatti, neanche un anno e torna in NBA, stavolta ai Vancouver Grizzlies, dove però non trova la giusta continuità. Decide quindi di lasciare nuovamente il basket.
Inoltre, dopo essersi sposato con una sua vecchia amica del liceo, Mahmud inizia a trascorrere molti mesi dell’anno con la moglie in una villa a Gulfport, la cittadina del Mississippi in cui è nato. Ma un giorno, tornando nella sua residenza, la trova completamente vandalizzata da membri del Ku Klux Klan. Un atto barbaro che lo sconvolge profondamente.

Nel mezzo dei due anni di inattività, accade l’evento che scuote il mondo intero: l’11 settembre del 2001 vengono abbattute le Torri Gemelle. Mentre l’America intera piange le sue vittime e grida vendetta, la voce fuori dal coro di Abdul Rauf fa scalpore. Pur condannando l’atto terroristico, non si esime dall’incolpare la sua nazione, rea di aver commesso fin troppi soprusi ai danni dei popoli musulmani. E’ scandalo.

Di lì a poco Mahmud decide che è tempo di tornare a giocare e si trasferisce prima in Russia e poi, a 35 anni suonati, in Italia a Roseto, dove fa registrare ottime medie. Dopodichè, passa all’Aris Salonicco, per poi spostarsi in Arabia Saudita e infine terminare la propria carriera a Kyoto, in Giappone, all’età di 41 anni.

A distinguere Mahmoud Abdul Rauf da qualsiasi altro atleta, c’è sola una cosa: la necessità di dover decidere. In quarta elementare, è lui che decide di farsi bocciare perche non riesce più a sopportare quei tremendi attacchi, così come quando inizia a giocare a basket è lui che sceglie di passare ore e ore ad allenarsi pur di raggiungere il “tiro perfetto”. La conversione all’islam è una sua scelta intima, così come il rifiuto di intonare l’inno è frutto di una sua decisione personale molto difficile, ma per lui necessaria. E’ perennemente costretto a trovarsi davanti a delle scelte, ma non gli importa cosa pensano gli altri di lui, perché è alla ricerca di una pace interiore.

E se pensate che Mahmoud abbia smesso di prendere decisioni importanti, vi sbagliate di grosso. Nel 2014 si è scoperto che Ammar, uno dei cinque figli di Mahmoud, era malato di cancro. Ma, per fortuna, dopo mesi di lotte, nel gennaio del 2015 con un comunicato ha fatto sapere che Ammar ha vinto la lotta contro il tumore.

Sono stati momenti difficili per Mahmud che, però, è rimasto ancorato alle proprie convinzioni e alla propria fede. E’ andato avanti e continuerà così, facendo quello che ha sempre fatto: decidere per la propria vita.

 

 

Javaris Crittenton: la dannazione di un uomo chiuso nel suo ghetto

Javaris Crittenton: la dannazione di un uomo chiuso nel suo ghetto

E’ il 19 agosto 2011 e la ventiduenne Julian Jones si trova insieme al marito nel giardino di casa, ad Atlanta. Tutt’a un tratto sulla strada sbuca un SUV nero, coi vetri oscurati. E’ questioni di pochi secondi: il vetro posteriore che si abbassa, una scarica di colpi micidiali, la donna che si accascia a terra, colpita all’arteria femorale. Il marito lì accanto, illeso per miracolo, si getta a terra per soccorrerla. Ma non c’è nulla da fare, la donna morirà poco dopo in ospedale, lasciando quattro figli. Qual è il motivo, il senso di un omicidio così efferato?

Per spiegare tutto questo, riavvolgiamo il nastro. E’ il gennaio 1996, Javaris Cortez Crittenton ha da poco compiuto 8 anni e vive con la madre e le sorelle nei sobborghi di Atlanta. Il padre è quasi una figura mitologica, non si fa vedere mai. La vita del piccolo Javaris scorre tranquilla, ma la madre Sonya teme che il figlio, crescendo, possa cacciarsi in brutti giro, vista la criminalità imperante nel quartiere. Perciò, notando la sua passione per il basket, decide di iscriverlo nella scuola di Tommy Slaughter – per gli amici PJ -, che insegna ai ragazzini le nozioni basilari del gioco.

Ma Javaris manifesta un talento innato, tant’è che in breve su di lui mette gli occhi Wallace Parther Jr., guru del basket giovanile in Georgia, che lo prende nei suoi Atlanta Celtics, tra le miglior società nella zona per la crescita dei giovani prospetti – da qui è uscita gente come Dwight Howard e Josh Smith-. Dal canto suo Javaris ripaga la sua fiducia già nella sua prima partita, in cui sfodera una giocata sensazionale contro un certo Lebron James, già all’epoca individuato come The Chosen One.

Nel giugno del  2005 Parther, ormai mentore del giovane Crittenton, muore a causa di un arresto cardiaco. Per Javaris è un duro colpo, ma riesce a sfogare tutta la rabbia nella partita memoriale in suo onore, dove annichilisce gli avversari e si attira le attenzioni degli scout NBA.

Finalmente, arriva il draft 2007. Tra le stelle ci sono soprattutto Greg Oden e Kevin Durant, ma anche Javaris si ritaglia il suo spazio e viene scelto alla 19esima chiamata dai Lakers.

Da qui, però, iniziano le difficoltà. Lui, un semplice ragazzo della periferia di Atlanta, viene catapultato nella sferzante megalomania losangelina: quello non è il suo ambiente, non ci si riconosce. E purtroppo, nemmeno sul parquet si trova più di tanto a suo agio. Infatti ai Lakers, nel suo spot di guardia, c’è una concorrenza spietata, togliere il posto da titolare ad un mostro sacro come Kobe Bryant è pura utopia. E Javaris soffre parecchio la panchina, si lamenta di continuo con Coach Zen, senza capire che deve invece  farsi le ossa.

Dicevamo del lusso sfolgorante di Los Angeles, ma è l’altra faccia della medaglia ad infatuare il giovane nativo di Atlanta: la criminalità. Una sera fa la conoscenza di Dolla, un rapper tutt’altro che raccomandabile, che lo introduce in ambienti loschi. E così, come in un thriller di James Ellroy, Javaris entra a far parte di una gang locale, i Mansfield. La sua vita cambia drasticamente.

I Lakers, ormai stanchi del suo comportamento, lo scambiano coi Grizzlies, che a loro volta lo spediscono a Washington. Eppure, nemmeno la lontananza dalle gang della città degli angeli sembra fargli mettere la testa a posto. Infatti, malgrado coi Wizards  avesse finalmente trovato un po’ di continuità sul parquet, è nello spogliatoio che accadono i guai.  E’ il dicembre 2009, vigilia di Natale. Gilbert Arenas è la star della squadra, però ha anche accumulato un po’ di debiti di gioco con Javaris, che rivuole indietro i suoi soldi con fare minaccioso. Ma Arenas non ha intenzione di tirar fuori un centesimo. Si danno appuntamento nello spogliatoio, Arenas apre l’armadietto con nonchalance: lì nascosto  c’è un piccolo arsenale. Ma Crittenton non è uno sprovveduto, anche lui ha con sé un’arma: i due si puntano le pistole l’uno contro l’altro, solo l’intervento tempestivo dei compagni evita lo scontro a fuoco.

La vicenda fa scalpore a livello nazionale, i due vengono sospesi. Ma, mentre Arenas tornerà a giocare nuovamente per i suoi Wizards, Crittenton pone fine alla sua carriera NBA.

Se ne va in Cina, domina nel campionato, ma gli manca la sua patria e decide di tornare in America. Trova però le porte dell’NBA sbarrate, si trasferisce stabilmente a Los Angeles, ma qui un giorno viene derubato di 55.000 dollari e gioielli da Lil Tic e i suoi fratelli, loschi criminali nonché sua vecchie conoscenze. L’affronto subito è enorme, Javaris vuole vendicarsi.

E così, torniamo all’inizio del terribile racconto. Crittenton non ci mette molto a scoprire che Lil Tic vive ad Atlanta con la moglie, noleggia un’ auto insieme al cugino e dà sfogo alla sua sete di vendetta.

Di lì a poco viene scoperto ed arrestato. Viene inoltre alla luce che era invischiato in traffico di droga, la sua casa è piena di armi e stupefacenti. Il 29 aprile 2014 Javaris Crittenton è condannato a 23 anni di carcere e 17 di libertà vigilata.

 La storia di Crittenton è la sintesi perfetta del manuale sul come buttare la propria vita. Un talento cristallino, un dono invidiabile, tutto gettato alle ortiche, nella dannazione. Alla fine, per Crittenton come per tanti altri, ha prevalso la regola brutale: ”Puoi uscire dal ghetto, ma il ghetto non uscirà mai da te”.

Sbatti il Gallo in prima pagina: beati voi che non sbagliate mai

Sbatti il Gallo in prima pagina: beati voi che non sbagliate mai

L’erba del vicino è sempre più verde. O meglio, l’erba nostra lo è sempre meno. E di questo se ne è accorto domenica sera anche Danilo Gallinari. Galeotto fu il pugno di reazione (sottolineato) sferrato dal neo giocatore dei Los Angeles Clippers ai danni di un olandese durante un torneo di preparazione ai prossimi Europei di Settembre. Una vera e propria scemenza da parte dell’ala NBA che ha compromesso la sua presenza alla competizione continentale a causa della frattura alla mano, pare conseguente al colpo inferto al suo avversario. Una scemenza che l’ex Milano ha subito riconosciuto. E subito, infatti, sono arrivate le scuse del Gallo alla squadra e all’Italia tutta. Un calo di concentrazione che gli costerà caro. Sicuramente più a lui che a noi. Questo è certo. Eppure nel meraviglioso (mettete la D mancante dove meglio credete) mondo dei social è partita l’offensiva del popolo degli infallibili, dei giustizieri senza macchia delle etere che non hanno perso neanche un attimo a spolverare la falce mietitrice (inquisitrice) nei confronti del giocatore e ad insultarlo con ruggiti digitali degni del compagno crinierato di Dorothy in viaggio verso la Città di Smeraldo.

E allora eruttano commenti di ogni tipo e di ogni forza possibile per quella che sì è una cazzata, ma rimane un gesto istintivo, sicuramente non premeditato, di un atleta che negli anni si è sempre distinto per correttezza e tranquillità. Uno sbrocco in piena regola. E invece no. Adesso il mostro da sbattere in prima pagina è lui, un giocatore di basket. In un paese dove il basket un altro po’ non lo mandano neanche in onda , per fare notizia è necessario che un ragazzo, perché di questo si tratta, di 28 anni perda le staffe un secondo nella sua carriera e compia un gesto, è bene ricordarlo ancora, che arreca nei fatti un danno a lui e non certamente a noi.

Questo perché si deve creare lo scandalo a tutti i costi ed è un attimo il divampare del flame di indignazione di persone che passano la vita guardando il mondo dalla serratura della porta altrui. E allora il Gallo diventa l’esempio da non seguire perchè “con tutti i milioni che guadagna non si può permettere un comportamento del genere”, come se i soldi ti trasformassero in un automa senza emozioni a cui non è concessa la possibilità di sbagliare. Come se noi con i suoi dollaroni ci tramutassimo in odierni Padre Pio o Gesù targati 2000. Il Gallo diventa la conversazione da salotto per chi non sa neanche come è fatta una palla a spicchi. Un gesto che assume giornalisticamente parlando connotati quasi terroristici in un paese in cui la stampa, in primis quella sportiva, spesso e volentieri pur non sventolando una bandiera nera, tratta la notizia, qualsiasi essa sia, come se fosse il Daily Jihadist. E allora quel pugno non è più un colpo all’avversario, ma un cazzotto dritto dritto alle generazioni future, al basket italiano, all’Italia, a tutto. Colpa sua se il movimento va male, colpa sua se i giovani sceglieranno altri sport. Sua eh. E neanche piove, Gallo ladro!

Ma la vera bellezza risiede nelle persone comuni. Le stesse che urlavano “Danilo step back” di tranquilliana memoria, ora sminuiscono Gallinari come l’ultimo degli sfigati, incapace di controllare i bollenti spiriti e reo di compromettere il buon esito dell’Europeo a causa della sua assenza. E sono sempre loro quelli che, all’epoca del preolimpico dello scorso anno, da “grandi conoscitori” di basket prima si sono esaltati (esagerando) per la Grande Italia già in profumo di medaglia (ancora prima di accedere ai Giochi) per poi rimarcare la mollezza degli azzurri (Gallinari compreso) e l’eccessiva dipendenza dai giocatori NBA. Quindi, dov’è la logica? La coerenza? Ma fosse solo questo il problema.

Perché, purtroppo, è la nostra storia. Capace di innalzarti ad aeterna (pro tempore) gloria e di affossarti un secondo dopo. Chiedere a Federica Pellegrini per conferme. Ma adesso questo non c’entra. Adesso sul carro del Gallo sono tutti scesi e tutti hanno preso le distanze. Leggere quanto scritto sotto il suo post di scuse è qualcosa che ti fa davvero cadere le braccia e gli articoli a lui dedicati sono anche peggio. Ripeto, quello che ha fatto Danilo Gallinari è, e rimane, una stronzata. Nessuno deve prenderlo ad esempio, ma questo è un problema nostro che cerchiamo a tutti i costi un esempio da seguire. Lo sappiamo noi, e soprattutto lo sa lui, che poi è l’unico che ne pagherà le conseguenze, a casa con la mano dolorante a guardare gli altri giocare. Il vero rammaricato è lui, noi infieriamo sulla ferita sanguinante. E la linea nera che stanno passando sopra il suo nome è completamente ingiustificata, soprattutto perché arriva da un popolo capace di prendersi a coltellate per un sorpasso a destra o un parcheggio rubato. Una Nazione che si divide tra coloro che godono delle vittorie altrui e quelli che sospettano delle proprie. Dove essere patriottici è una cosa di cui vergognarsi mentre esaltare l’extraconfine fa così moderno. Dove condannare vince sempre sul perdonare, o addirittura comprendere, soprattutto se sei un connazionale. Siamo fatti così, non si scappa. Sarebbe bastato in estrema analisi un “ben ti sta” visto l’esito dannoso (e fratturoso) del pugno, ma le lezioni di vita proprio no.

Il Gallo è un figlio dell’Italia che in giro per il mondo porta in alto il tricolore e ti rende orgoglioso quando piazza 30 punti oltreoceano. Ma sua madre è una Medea e i suoi fratelli i discendenti di Caino. E vieni abbondantemente masticato appena scendi anche solo una tacca sotto la loro inarrivabile morale. Di coloro che giudicano senza mai essersi giudicati, che si riempiono la bocca di competizione senza essersi mai messi in gioco, nemmeno nella loro vita da ignavi, figuriamoci in un campo, dove emozioni e adrenalina pesano più dei milioni su un conto in banca.

Ma è inutile parlare, provare a spiegare, e a limite giustificarsi se vivi in un paese errato che però non ammette errori. Beati voi che non sbagliate mai.

Save Gallo.

Memento: C’erano una volta i Sonics, la Leggenda di Emerald City

Memento: C’erano una volta i Sonics, la Leggenda di Emerald City

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Il commissioner della NBA Adam Silver sta pensando ad un’espansione della Lega aprendo alla possibilità di inserimento di nuove squadre. Tra queste ha citato come una delle prime scelte i Seattle SuperSonics. E ci vengono in mente ricordi ancora vivissimi.

L’acqua limacciosa della memoria, dove tutto ciò che cade si nasconde. Se la si muove, qualcosa torna a galla.” (J. Renard )

Ho sempre lottato contro l’oblio. Athazagorafobia: così viene definita, in una delle sue sfaccettature, la paura di dimenticare.

Fortuna vuole che la nostra mente sia una stupenda macchina in grado di immagazzinare innumerevoli informazioni, dispensandocele talvolta quando meno ce lo aspettiamo. Non tutti i ricordi sono una scelta, ed è così che i “pop mentali” inspiegabilmente possono riportarci a vecchie emozioni sopite, luoghi dimenticati o passioni vissute.

Non mi è dato sapere quali siano stati i tasti del mio subconscio ad essere stati toccati, ma d’ improvviso mi sono ritrovato nel 1996, quattordicenne. Un’immagine nitida venutami in soccorso per ridare luce a sbiadite diapositive del passato. Litigo con il vecchio stereo che meccanicamente graffia la voce di Kurt Cobain, già di per se malamente riprodotta da una musicassetta più volte sovrascritta. Rinuncio, scendo in cortile, e qui vestendo i panni di Gary Payton bisticcio con il ferro del canestro appeso al muro di casa, rassegnandomi al fatto di non divenire mai una stella della NBA. Le mie orecchie sembrano quasi percepire il pesante rimbalzo del pallone sulle mattonelle, tanto il ricordo si è fatto nuovamente lindo.

The Glove era il braccio che armava la potenza del compagno Shawn Kemp. Cagnacci al soldo del tecnico George Karl, i due erano la perfetta miscela che meglio rappresentava lo spirito di una delle squadre più affascinanti e romantiche del dorato mondo dell’Association: i Seattle Supersonics.

Sam Schulman, businessman della Grande Mela, divenne nel 1967 il primo proprietario della neonata franchigia il cui nome richiamava un vecchio progetto della Boeing, industria aerospaziale che aveva sede proprio nella capitale del Pacific Northwest. La città ebbe però bisogno di qualche anno prima di prendere confidenza con l’arancia. Fu l’arrivo di un underdog come Slick Watts a riscaldare la fredda Key Arena. Sul parquet scendeva sempre con grinta, determinazione, cuore ed un’insolita fascetta a coprire il capo. Personaggio atipico, divenne ben presto il simbolo del team.

Il forte senso di appartenenza da parte dei figli di Seattle ha permesso che il suo ricordo non si bagnasse delle acque del fiume Lete. Da Jason Terry a Isaiah Thomas, passando per Jamal Crawford e Brandon Roy, ognuno a suo modo, ha saputo rendergli omaggio. Così come ognuno ha saputo rendere omaggio alla terra natìa: 206, two-o-six! Il prefisso del capoluogo a marchiare indelebilmente la pelle.

Schulman rimase in carica sino al 1983, festeggiando l’anello conquistato nel ’79 a spese degli Wizards. Protagonisti dell’unico titolo furono Gus Williams e Dennis Johnson, coppia micidiale ottimamente assortita dal head coach Lenny Wilkens, già stella di uno dei primi storici roster.

Il logo dei Sonics riprendeva lo skyline della città, comune denominatore che li legava a doppio filo con la band dei Nirvana: motivo in più, se mai fosse stato necessario, per farmi ulteriormente capitolare.

Seattle ha una guancia che poggia sull’Oceano Pacifico ed una accarezzata dalle fredde onde del Lake of Washington. Le lussureggianti  piante di aghifoglie  che la cullano e ne fanno da cornice, la rendono uno degli insediamenti più ambiti al mondo grazie anche all’altissima qualità della vita offerta. Un’area remota degli Stati Uniti, regno di foreste e vulcani al confine con il Canada, resa dinamica dall’importante sviluppo tecnologico: ossimoro perfetto per poterla descrivere. Sono nati così, incastonati tra le varie sfumature cromatiche della vegetazione cittadina, influenti colossi industriali e finanziari come la Boeing, la Microsoft, Starbucks ed Amazon.

Emerald City è altrettanto feconda dal punto di vista musicale avendo dato i natali a Jimi Hendrix, Paul Simon e sul finire degli anni Ottanta al grunge, movimento culturale difficilmente confinabile entro i righi e gli spazi di un pentagramma. Il grunge, compagno di Seattle per poco meno di due lustri, era apatia e fatalismo, anti convenzionalità e nichilismo: porto sicuro per i giovani disillusi dal degrado seguito alla Guerra Fredda e dalla crisi economica che lentamente si stava facendo spazio all’interno del tessuto sociale statunitense.

Numerose bands, fortemente radicate nel punk  ma con un occhio grezzo all’ hard rock, proponevano suoni sporchi e coinvolgenti, colonizzando di fatto la scatola armonica della metropoli statunitense. Pionieri in tal senso furono gruppi come i Melvins ed i Green River, anche se il vero emblema di questo movimento furono i Nirvana dell’angelo biondo Kurt Cobain e gli Alice in Chains del compianto Layne Staley, vittime entrambi di ciò che tentavano di esorcizzare attraverso i loro testi.

In antitesi a quella che era una realtà sociale stanca ed avvilita, il mondo della palla a spicchi era riuscito ancora una volta a riprendere quota. Le fortunate scelte al draft di Kemp e Payton furono il perfetto antidoto per superare gli anni opachi ed anonimi in cui la lega era cosa dei Celtics o dello “Showtime” griffato purple&gold. La squadra non era solo The Glove o The Reign Man. La presenza di validi comprimari come Hawkins, Schrempf, McMillan e Sam Perkins permise ai ragazzi di coach Karl di ritagliarsi molto più che mere soddisfazioni, spazzando via la parentesi negativa del playoff  93/94, quando con il miglior record furono umiliati al primo turno dai Nuggets.

Rain City pulsava di musica e pallacanestro, ma la vita ci insegna che niente dura per sempre. Il grunge lentamente scompare, lasciando spazio ad innovative sonorità elettroniche e le stelle più luminose dei Sonics tradiscono la città, alla ricerca di un anello che possa testimoniare la loro grandezza. Il collettivo è indirizzato verso un lento declino che nemmeno le morbide mani di Ray Allen riescono ad arrestare.

Seattle è una fidanzata capricciosa. Ammaliante, è in grado di incantarti, rapirti e voltarti le spalle.

Nel 2006 qualcosa comincia a scricchiolare. Il presidente Howard Schultz, proprietario di Starbucks, non riesce ad ottenere dallo stato di Washington l’aiuto economico necessario per la ristrutturazione della Key Arena. Già in passato altre strutture come il Kingdome ed il Tacoma Dome fecero temporaneamente da casa ai Sonics, non questa volta.

Il team diventa appetibile per diversi imprenditori. Tra tutti la spunta lo squalo Clayton Bennett, il quale, mosso dal Dio denaro, trasferisce la franchigia ad Oklahoma City nell’autunno del 2008.

Pochi mesi prima, il 13 aprile, la città ha concesso un ultimo ballo ai Sonics di un giovane Kevin Durant. L’assordante silenzio della lacrimante Key Arena, teatro del mesto addio, viene idealmente interrotto dalle note scelte per l’occasione dalla City. Musica e pallacanestro si fondono un’ultima volta, lasciando che Lei li affascini ancora. Seattle si rivolge direttamente ai  giocatori, utilizzando le parole già cantate da un figlio perduto:

Would you like to hear my voice, sprinkled with emotion invented at your birth?“, così recitava una strofa di Oh Me, struggente pezzo dei Meat Puppets magistralmente riproposto dai Nirvana di Kurt Cobain.

Vorresti ascoltare la mia voce spruzzata di emozione, inventata alla tua nascita?, sembra voler ripetere la seducente compagna di ballo.

I Sonics fissano la loro dama con l’attonito silenzio che caratterizza l’impotenza. Uno sguardo atto a raccogliere ogni emozione che il rapporto è stato in grado di far nascere e fiorire, in costante conflitto contro l’angoscia di smarrire per sempre ogni ricordo.

È un addio, non un arrivederci, nonostante negli anni vi siano stati diversi e vani tentativi per riportare la franchigia a ricongiungersi con la sua amata. Ma Silver ci ha donato una flebile speranza.

Ed è così, in un saluto di foscoliana memoria, che la squadra si separa per sempre da quella che è stata la sua casa:

Tu non altro che il canto avrai dei sonici

o amata nostra terra, e a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

-Memento, c’erano una volta i Sonics.

-Non ho paura di dimenticare. Contro di loro l’oblio uscirà sempre sconfitto.

Emiliano Varenna, Il Santo –  Born in the Post

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Malavita, proiettili vaganti e una promessa: la Storia di Marcus Smart, salvato dal Basket

Malavita, proiettili vaganti e una promessa: la Storia di Marcus Smart, salvato dal Basket

Se nella sessione di mercato la Western Conference sta diventando sempre più competitiva, ad Est il dominio di Lebron e soci sembra ormai scontato. Washington e Toronto sono distanti anni luce, gli altri team neanche a parlarne, l’unica squadra che potrebbe impensierire i Cavs restano i Boston Celtics. Un gruppo di ottimi elementi, tutti inseriti alla perfezione in un sistema ben collaudato, privo però di una vera stella. E senza una vera stella, per fronteggiare il Prescelto si dovrà puntare ad una crescita del gruppo. Una crescita per la quale sarà indispensabile la maturazione di qualche singolo.

Tra coloro chiamati alla piena maturazione sicuramente c’è lui: Marcus Smart. Un giocatore con un forte legame coi biancoverdi, malgrado i soli tre anni trascorsi in NBA. Dopo l’inaspettato addio di Bradley, il suo minutaggio crescerà ulteriormente, così come le responsabilità sul parquet. Riuscirà ad essere all’altezza? E’ una sfida non facile, ma sicuramente Smart non si lascerà impressionare, soprattutto dopo il difficile passato che ha vissuto. Un passato che lascia senza parole.

Marcus nasce nel marzo 1994 a Flower Mound, vicino Dallas, ma trascorre l’infanzia a Lancaster, sobborgo fin troppo noto per l’elevato tasso di criminalità. Eppure da bambino riesce a tenersi lontano dai guai, grazie all’intervento del fratello maggiore Todd: di 23 anni più grande, si occupa del fratellino giorno e notte, trasmettendogli anche la passione del basket. Una passione che lui stesso aveva coltivato ai tempi del Liceo, riuscendo a giocare ad alti livelli  anche dopo un tumore all’occhio.

Ma quando Marcus ha nove anni, la sfortuna si abbatte su di lui. Todd si ammala di nuovo, stavolta per un grave cancro allo stomaco. Un anno dopo viene a mancare, lasciando un vuoto nella vita del bambino. In quegli istanti la madre ha un malore, eppure lui le si avvicina e le fa una solenne promessa: Mamma, ti prometto che diventerò un giocatore NBA e penserò a tutti e due per sempre”.

Da quel momento Marcus inizia a dedicarsi a tempo pieno al basket. Crescendo, mostra una forza di volontà neanche lontanamente immaginabile nei suoi coetanei. Ma in quel di Lancaster, le rette vie non esistono. Malgrado la promessa alla madre e l’impegno nel basket, Marcus si fa trascinare in brutti giri. Da adolescente entra in una banda di ragazzini che si divertono a lanciare pietre contro cose o persone, finché un giorno colpisce volontariamente un ciclista, facendolo cadere a terra. Ma il ragazzo non sa con chi ha a che fare:l’uomo, imbufalito, una volta rialzatosi estrae una pistola e inizia ad inseguirlo con l’intento di fargliela pagare. Solo grazie al tempestivo intervento del fratello Michael, personaggio di spicco nella malavita locale, Marcus riesce a scamparla.

Ma i guai per lui non sono finiti qui. Gli amici di cui si circonda non sono tra i più raccomandabili, fin quando una sera non si ritrova nel bel mezzo di una resa di conti fra gang della zona. In quegli attimi di terrore, Marcus è costretto a scappare, nascondendosi e zigzagando fra le automobili, con il suono dei proiettili vaganti che gli fischia nelle orecchie. E poco tempo dopo si ritrova in una situazione simile, in cui stavolta assiste all’uccisione di un suo cugino, di appena sedici anni. E’ uno shock devastante, che lo porta ad una decisione cruciale: basta con quella vita.

 Da quel momento, Smart ha solo un obiettivo: non tradire la promessa fatta alla madre davanti al corpo esanime di Todd. La famiglia torna a vivere a Flower Mound e il ragazzo accede alla locale Edward S. Marcus High School, dove si fa notare per i suoi mezzi atletici spaventosi. Nella squadra è in assoluto il più forte, dotato di una stazza impressionante e di un invidiabile padronanza del pallone. Le sue gesta sul campo diventano popolari al punto da richiamare l’attenzione di Travis Ford, allenatore di Oklahoma State, che riesce ad assicurarsi i suoi talenti. Da qui, coi Cowboys, ha inizio la sua scalata al successo.

 Nei due anni ad Oklahoma State Smart metterà in mostra tutto il suo potenziale: una forza fisica impressionante, un’attentissima presenza difensiva, una capacità innata nel rubare i palloni. Non è uno scorer, ma nel suo anno da sophomore sigla ben 18 punti e 6 rimbalzi a partita. Numeri che fanno gola a molti team NBA.

Ed il 26 giugno 2014, ecco che Marcus mantiene la promessa fatta a sua madre: con la sesta pick, viene scelta dai blasonati Boston Celtics. E’ una gioia incontenibile la sua, che però si rende conto di essere solo all’inizio di un lunghissimo cammino.

Un cammino che, a tre anni di distanza, lo ha reso uno dei personaggi più rappresentativi della nuova Era dei Celtics. Un giocatore che in uscita dalla panchina sa essere determinante, specialmente in fase difensiva. Se solo riuscirà a colmare alcune lacune, soprattutto in attacco e nelle percentuali al tiro, forse davvero potrà riscrivere, insieme ai suoi compagni, una delle pagine più belle della storia biancoverde.  Per ora, non ci resta che aspettare la prossima stagione, sperando nella sua definitiva esplosione.

 

A letter to Miami: lo struggente addio di Chris Bosh

A letter to Miami: lo struggente addio di Chris Bosh

Alla fine è arrivata l’ufficialità: Chris Bosh non è più un giocatore dei Miami Heat. Una notizia che si attendeva già da tempo, con l’ex-Raptors ai box da oltre un anno per gravi problemi di salute e gli Heat tutt’altro che propensi a farlo scendere in campo, malgrado la ferrea volontà del giocatore di tornare sul parquet.

Negli ultimi tempi i rapporti tra le due parti non erano stati dei più rosei. Già all’inizio della passata Regular Season Bosh aveva ribadito di voler riprendere a giocare, ma Pat Riley, presidente degli Heat, si era opposto fermamente, in assenza di un chiaro avallo da parte dei medici. A tutto questo si era aggiunto un triste retroscena di natura puramente economica: Miami sembrava intenzionata a chiudere il legame col giocatore così da poter alleggerire il Salary Cap dei 52 milioni di dollari che spettavano lui da contratto. Se infatti il lungo fosse stato dichiarato out esclusivamente per motivi di salute e dal giorno della risoluzione del contratto avesse giocato meno di 25 partite nel giro di due anni, non solo l’80% del contratto sarebbe stato addebitato alle assicurazioni, ma l’intero stipendio non avrebbe gravato sul Salary Cap, lasciando agli Heat ampia libertà di memoria  sul mercato.

La situazione era diventata piuttosto intricata, finchè alla fine non è intervenuta l’NBA stessa a sbrogliare la matassa. Gli Heat hanno ottenuto lo sgravio dei 52 milioni sul Salary Cap, mentre Bosh non solo verrà comunque stipendiato dagli Heat, ma avrà anche la possibilità di testare il mercato e cercare una nuova franchigia che lo accolga. Un accordo che accontenta tanto il giocatore quanto gli Heat, soprattutto sul piano economico. Però finora si è solo parlato di stipendi, milioni in ballo, sgravi… Ma le due parti come hanno vissuto la vicenda da un punto di vista umano?

 Abbiamo già parlato delle frizioni tra Chris e la franchigia, dei mesi in cui i rapporti si erano fatti sempre più tesi. Ora, invece, il clima sembra essersi rasserenato.

 In primis Pat Riley ha avuto parole al bacio per il nativo di Dallas: “La vita e la carriera di Chris sono cambiate quando è venuto a Miami, e allo stesso tempo lui ha cambiato, migliorandole, tutte le nostre in un modo che non avremmo potuto neanche immaginare. Saremo sempre in debito verso Chris per come ha cambiato la cultura di questa squadra, trascinandoci a quattro finali e a due titoli NBA.” . Il numero 1 della franchigia ha poi continuato ringraziando la famiglia di Bosh, augurandole il meglio e considerandola per sempre parte integrante della Heat Family. E infine, ciliegina sulla torta, ha annunciato il ritiro della sua maglia n°1, a riprova dell’importanza di Bosh nella storia degli Heat. Un bel riconoscimento, nonché un modo per rasserenare i rapporti col giocatore.

E lo stesso Chris ha risposto nel migliore dei modi via social, ringraziano tutta la Heat Family, da Pat Riley a Micky Arison, proprietario della franchigia, da coach Spoelestra ai membri dello staff, fino a tutti i tifosi.. Ma il momento più toccante è arrivato pochi giorni fa,  quando Chris ha reso pubblica una lettera d’addio a Miami.

Una lettera lunga e appassionata, scritta col cuore, con cui Bosh non solo ha salutato tutto l’ambiente, ma ha anche ripercosso i fantastici anni passati in Florida. Anni che in primo luogo gli hanno regalato momenti speciali sotto l’aspetto familiare: in Florida sua moglie ha dato alla luce ben quattro figli! E Chris stesso ha ricordato nella sua lettera soprattutto la nascita del figlio Jackson: si stava svolgendo la serie contro i New York Knicks, Bosh era appena atterrato nella Grande Mela quando gli arrivò la notizia che la moglie stava per partorire. Subito prese il primo volo per Miami, arrivando in ospedale mezz’ora prima della nascita del bambino. La gioia, immensa, di essere nuovamente padre non lo distolse però dal suo impegno con gli Heat, il giorno dopo prese un aereo per New York e raggiunse la squadra, arrivando nel Madison Square Garden pochi minuti prima della partita. Appena lo videro i compagni lo abbracciarono e gli si strinsero attorno, dimostrando tutto il loro affetto. Quel gruppo, coeso come non mai, di lì a poco avrebbe conquistato l’anello.

Nella sua lettera ha anche ringraziato la celebre Heat Nation e tutta la città di Miami. Partito da Toronto dove era considerato un semidio, Bosh ha ricordato quanto la città lo abbia accolto e fatto sentire fin da subito a casa. Quanto i tifosi non abbiano mai smesso di sostenere lui e la squadra. Riportando la mente al passato, Chris ha anche ricordato tanto le sconfitte, le deludenti finali perse, quanto le vittorie, quei due titoli di cui va profondamente fiero, accompagnati da un tifo e un affetto insostituibile da parte della Heat Family.

E ricordando gli alti e bassi della sua vita, Chris non ha potuto non parlare dei gravi problemi di salute degli ultimi anni . Quei coaguli andati a formarsi nel polpaccio, risaliti fino ai polmoni, che mettevano a repentaglio la sua vita. Il lungo texano ha raccontato anche la sua crescita interiore, il passaggio dall’iniziale autocommiserazione alla piena realizzazione di essere stato ben più fortunato di tanti altri.

“Abbiamo affrontato la vita insieme, Miami. Mi hai mostrato come tenere duro e passare i momenti più difficili. E nonostante non mi sia piaciuto a volte, ha fatto tantissima differenza nel lungo periodo. Mi ha reso un uomo migliore,la persona che sono oggi. Grazie.

Grazie a tutti quelli che, qui a Miami, negli Stati Uniti e in tutto il mondo, sono stati parte del #TeamBosh. Spero che continuerete a seguirmi nel mio viaggio, dovunque mi porterà.

Con affetto, Chris Bosh”

 E’ così che si conclude la lettera, con un profondo ringraziamento a Miami, ma anche con un neanche troppo velato punto di domanda. Cosa riserverà il futuro a Chris Bosh? Secondi alcuni la ferma volontà del giocatore di tornare sul parquet non si è affatto assopita: Bosh potrebbe seriamente essere alla ricerca di una nuova squadra, malgrado i dubbi di natura medica. Secondo altri, per lui si prospetta un futuro da commentatore, magari in quella TNT che già gli aveva permesso di esibirsi ai microfoni dal marzo scorso. Chissà!

 Qualsiasi sia la decisione di Chris, non ci resta che augurargli il meglio, ricordandolo sempre per quel che è stato e sempre resterà: un campione.

LETTERA INTEGRALE IN INGLESE: http://www.chrisbosh.com/a-letter-to-miami/

E’ tornato a battere il Cuore Napoli Basket, il Presidente Ruggiero: “Ripartiamo dai giovani e dalla passione della città”

E’ tornato a battere il Cuore Napoli Basket, il Presidente Ruggiero: “Ripartiamo dai giovani e dalla passione della città”

Sognare in grande e sognare sempre, questo è il motto che accompagna geneticamente il rapporto tra Napoli e la pallacanestro che ciclicamente ha regalato negli anni poche gioie indelebili e tante delusioni ad una città che oltre al calcio ha visto nella palla a spicchi un grande motivo di orgoglio e identificazione. Prima l’era dell’ingegner De Piano, oltre quindici anni (1978-1994) conditi da annate esaltanti, retrocessioni amare e successivi ritorni sotto il segno di calibri come Walter Berry , Alex English e Marco Bonamico, senza dimenticare gli spasmodici derby contro la fortissima rivale Caserta di Gentile ed Esposito. Il Mario Argento, palazzetto dello sport dell’epoca, che nei momenti clou conteneva a stento i diecimila spettatori, poi il nulla. Fallimenti e passaggi di titoli tra Battipaglia e ancora Napoli, fino al 1999 in cui l’allora presidente Lubrano sposta la sede del Basket Pozzuoli a Napoli cedendola all’imprenditore Mario Maione.

Rientro nella massima serie nel 2002 e da li in poi cinque stagioni memorabili culminate nello storico 2006: semifinali Play off scudetto, successiva partecipazione all’Eurolega e ciliegina sulla torta il fantastico trionfo nella Final Eight di Coppa Italia in finale contro Roma. Anche l’era Maione si chiuse mestamente nel 2007 con la mancata iscrizione al campionato per inadempienze finanziarie, un fallimento a cui ne seguiranno altri fino ad arrivare al 2016 in cui l’estromissione a campionato in corso dell’Azzurro Napoli Basket per debiti pregressi non saldati sembrava aver segnato definitivamente le sorti del basket all’ombra del Vesuvio. Quando sembra tutto perso accade che un imprenditore cilentano innamorato di Partenope decide di ridare a questa città un’identità cestistica partendo della serie B, trasferendo il suo Cilento Basket a Napoli dopo anni di esperienza nelle serie minori. Primo anno e primo centro, promozione in Legadue e entusiasmo ritrovato in una piazza affamata e pronta a gremire come ai vecchi tempi gli spalti del Palabarbuto, tensostruttura da 5.000 posti che ha sostituito l’abbattuto Mario Argento. Gli innegabili meriti del Presidente Ciro Ruggiero partono da molto lontano: lavoro, sacrificio e tanto tanto amore per questo sport e voglia di far tornare a sognare Napoli partendo dalle fondamenta a lui care, lavoro sui giovani e spirito di appartenenza. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per analizzare la stagione appena conclusa e gli imminenti progetti futuri.

Buongiorno Presidente, sono passate un po’ di settimane dalla fantastica promozione in Legadue. Una cavalcata trionfale che ha emozionato tutti gli amanti del basket cittadino. Le sue sensazioni nell’arco della stagione?

Come dice lei sono state emozioni che in un crescendo ci hanno portato a questo traguardo. Amo svisceratamente questa città a cui sono legato da affetti familiari a tal punto da chiamare la squadra Cuore Napoli Basket.

Proprio questo amore l’ha spinta tra tante peripezie a trasferire il basket dal Cilento a Napoli?

Sì indubbiamente. Di  sicuro questi sei anni di attività in cui sono riuscito a salire dalla promozione alla serie A2 condita da diversi successi mi ha permesso di crescere un gradino alla volta e per questo mi ritengo fortunato senza dimenticare che l’umiltà, nel basket come nella vita, è la dote principale per proseguire il nostro cammino.

Un altro tassello importante è senza dubbio il settore giovanile. Un altro suo indiscusso merito?

Senza dubbio il valore aggiunto del mio progetto è proprio quello di valorizzare i vivai, da quest’anno posso dirle che da quest’anno il trasferimento delle sarà totale. A Napoli avremo tutte le attività giovanili dal minibasket agli under, con progetti mirati in vari settori. Daremo continuità e saremo presenti a tutti i livelli sul territorio. Questa è la mia visione nel medio lungo periodo per dare credibilità e continuità al basket napoletano, senza le fondamenta umane non si va da nessuna parte, formiamo prima gli uomini per avere un domani atleti di livello, questo è il nostro progetto.

Un pensiero doveroso a due suoi compagni di avventura, il confermato coach Ponticiello e il non confermato ex D.s. Corvo, un aggettivo per loro?

Senza ombra dubbio due persone fondamentali che hanno contribuito al raggiungimento dei nostri traguardi e il mio grazie a loro è incondizionato. Poi con questa promozione si è chiuso un ciclo e si aprono scenari nuovi in cui il progetto è più importante del singolo soggetto, ringrazio ancora Pino Corvo per il suo lavoro, ma un presidente che crede nel lavoro come il sottoscritto deve valutare tutta una serie di situazioni nella sua interezza. Una città come Napoli ha grande aspettative e richiede una dedizione assoluta e una presenza quotidiana a tal punto che io mi trasferirò con la famiglia per dedicarmi anima e corpo al Cuore Napoli.

Il suo rapporto con le istituzioni cittadine e il pubblico, due pedine fondamentali nello scacchiere futuro?

Voglio ringraziare sia il sindaco De Magistris che l’assessore allo sport Borriello, ci hanno sempre sostenuto facendo tutto quanto in loro potere per agevolarci il cammino, hanno abbracciato in toto la causa Cuore Napoli Basket dimostrandomelo in varie circostanze, invitandoci più volte a Palazzo San Giacomo per condividere con noi i nostri trofei, regalandomi anche il gagliardetto con lo stemma della città per la raggiunta promozione cosa che mi onora profondamente. La città e il suo pubblico meritano il massimo possibile, c’è una gran voglia di Basket e quel senso di appartenenza e di orgoglio napoletano che si sta riscoprendo: è il valore più bello che la gente sta riabbracciando e il PalaBarbuto pieno mi rende pieno di gioia.

Il Palazzetto, un bel problema no? Napoli meriterebbe una struttura degna di una grande città?

Noi vogliamo una casa nostra che faccia vivere, volare e sognare i napoletani. Se il Mario Argento ne conteneva 10.000 io vorrei un palazzetto tipo Nba che sia un palcoscenico che ne contenga più del doppio, è un mio sogno, ma sognare non è vietato e la metropoli lo meriterebbe.

Parliamo di Legadue, come vi state muovendo per la prossima stagione?

Innanzitutto abbiamo adempiuto all’iscrizione e alle formalità burocratiche, io ho un profilo basso come voi ben sapete e ragiono sul senso di appartenenza del mio staff in primis e questo vale già molto. Quest’anno siamo diventati una società sportiva in tutto e per tutto, metteremo tutto nero su bianco onorando i contratti cosa che è da sempre nel mio stile. Io discendo da una famiglia napoletana anni venti  i cui  valori forti sono a me molto cari, da sempre sono abituato a ragionare concretamente rispettando la mia parola.

Per chiudere. Sei dovessimo sentirci tra cinque anni presidente, dove sarà il Basket Napoli?

Tra cinque anni? Con uno scudetto in bacheca e delle partecipazioni europee in Eurolega, con un’apertura a trecentosessanta gradi e progetti mirati in America con i college, confronti che a mio avviso portano crescita non solo sportiva, ma anche sociale innescando una serie di sinergie che servono ad una città come Napoli che le posso dire con certezza è più apprezzata all’estero che in Italia, cosa che proprio non mi va giù.

Lettonia-Lituania: quando i Titani Baltici del Basket si facevano la guerra per il dominio d’Europa

Lettonia-Lituania: quando i Titani Baltici del Basket si facevano la guerra per il dominio d’Europa

Le terre baltiche sono da sempre una delle patrie europee della pallacanestro. Questa è la storia di una delle più grandi rivalità del basket delle origini: Lettonia – Lituania, ovvero le nazionali campioni delle prime tre edizioni (1935, 1937, 1939) dell’EuroBasket.

Entrambe le nazionali hanno origine negli anni ‘20. Il 26 novembre 1923 viene fondata la Latvijas Basketbola Savienība, Federazione cestistica della Lettonia, e il 29 aprile del 1924 la nazionale di pallacanestro lettone (Latvijas basketbola izlase) disputa la prima partita internazionale: vittoria contro l’Estonia per 20-16. La Lettonia, fornita delle conoscenze d’oltreoceano da parte degli allenatori statunitensi della YMCA, risulta essere fin da subito una delle squadre più forti d’Europa, soprattutto rispetto ai rivali lituani. La nazionale lituana di basket (Lietuvos nacionalinė vyrų krepšinio rinktinė) disputa la partita d’esordio internazionale il 13 dicembre 1925 proprio contro i lettoni a Riga subendo una sonora sconfitta (20-41). È l’inizio del decennio di assoluto dominio lettone. Una serie ripetuta di vittorie contro i lituani nei diversi incontri (41-29,47-12 e addirittura l’umiliante 123-10).

Tra gli anni ‘20 e gli anni ‘30 la pallacanestro in Lettonia risulta di gran lunga meglio organizzata che in Lituania. Difatti, nel 1932, la Lettonia è uno degli otto paesi firmatari dell’atto fondativo della FIBA, mentre la Lituania muove i primi passi nel percorso di miglioramento che ha una svolta decisiva nel 1934 con l’apertura del Palazzo della Cultura Fisica di Kaunas. Così, mentre nel 1935 la Lettonia partecipa al primo Campionato Europeo di basket, la Lituania promuove un congresso mondiale invitando i lituani da ogni parte del mondo a contribuire allo sviluppo culturale del Paese di origine nei diversi settori, anche a livello sportivo. Il Campionato Europeo FIBA 1935 viene organizzato a Ginevra, in Svizzera, come evento di prova per il primo torneo olimpico di basket che si sarebbe tenuto l’anno successivo. Prendono parte dieci nazionali. La Lettonia lo vince sconfiggendo l’Ungheria nel turno eliminatorio (46-12), la Svizzera in semifinale (28-19) e la Spagna in finale (24-18). Nel 1936 la Lettonia partecipa ai Giochi Olimpici di Berlino. Considerata alla vigilia una delle favorite, esordisce nel torneo con una vittoria sull’Uruguay (20-17). Poi le sconfitte contro Canada (23-34) e Polonia (23-28) le precludono la strada alla fase a eliminazione diretta. Il fallimento berlinese segna l’inizio della sua parabola discendente.

Intanto nello stesso anno la Lituania diventa membro della FIBA e una delegazione di atleti lituano-americani arriva nel Paese dagli USA per partecipare al congresso mondiale di Kaunas. Juozas Zukas, Konstantinas Savickus e in seguito anche Frank Lubin (Pranas Lubinas), capitano di origine lituana della nazionale statunitense medaglia d’oro alle Olimpiadi, giungono per insegnare i segreti del basket e far parte della nazionale. Grazie soprattutto al lavoro di Lubinas e Zukas i lituani battono i lettoni per la prima volta, 35-27, nel novembre del 1936. Il 1937, anno della seconda edizione dell’EuroBasket, organizzato dai campioni in carica della Lettonia a Riga, si apre con una nuova sconfitta della Lituania in un match amichevole contro i vicini a febbraio. Un mese prima dell’inizio del Campionato Europeo, la stampa lettone pubblica un ampio articolo sull’ormai prossimo torneo considerando la Lituania la più debole di tutte ed otto le partecipanti. Il direttore del Palazzo della Cultura Fisica di Kaunas, Vytautas Augustauskas, su richiesta di Leonas Baltrūnas e del giornalista Jonas Narbutas, convoca dagli USA due ulteriori giocatori lituano-americani: Pranas Talzūnas e Feliksas Kriaučiūnas, quest’ultimo scelto anche come allenatore. Per mantenere segreto il processo di rafforzamento della squadra da parte degli atleti statunitensi, vengono annullati tutti i match di preparazione e si programmano lunghe sedute di allenamento a porte chiuse. La nazionale viene preparata tatticamente e fisicamente dalla scuola americana.

E gli sforzi ripagano: i lituani diventano Campioni d’Europa per la prima volta, sconfiggendo tutti i loro avversari e con Talzūnas MVP del torneo. Vittorie nel girone di qualificazione contro Italia (22-20), Estonia (20-15) e Egitto (21- 7), poi in semifinale contro la Polonia (31-25) e infine in finale nuovamente contro l’Italia per un punto (24-23). Campionato deludente, invece, per la Lettonia in piena fase calante, eliminata nel girone di qualificazione dove giunge terza alle spalle di Francia e Polonia. Conclude l’Europeo al sesto posto perdendo inoltre contro l’Estonia (19-41) l’incontro per la quinta posizione. L’apoteosi della rivalità arriva però nella terza edizione dell’EuroBasket, tenutasi nella prima arena dedicata alla pallacanestro in Europa, la Kaunas Sports Hall, in Lituania nel 1939. Girone unico da otto squadre. La Lituania, guidata da Lubinas giocatore-allenatore, vince tutti e sette gli incontri chiudendo il torneo con 14 punti e laureandosi ancora una volta Campione d’Europa. Secondo posto per la Lettonia con 12 punti e due sconfitte, entrambe per una sola
lunghezza contro la Lituania all’esordio (36-37, buzzer beater di Lubinas) e l’Estonia (25-26). Le proteste per l’andamento del finale di partita del match decisivo contro i lituani e lo sdegno provocato in Lettonia dal fatto che il team vincitore sia composto principalmente da lituanoamericani, con cinque giocatori nati in USA, portano all’interruzione delle relazioni sportive tra Lettonia e Lituania, con il successivo annullamento del torneo di calcio della Coppa del Baltico del 1939.
Ma di lì a poco purtroppo l’occupazione sovietica metterà fine all’indipendenza delle nazioni baltiche e ad una delle più accese rivalità della pallacanestro, unendo forzatamente sotto la stessa bandiera lettoni e lituani.

Piangiamo insieme, è iniziato il torneo Big3 con le ex stelle Nba

Piangiamo insieme, è iniziato il torneo Big3 con le ex stelle Nba

Stanchi di vedere il paradenti di Curry o il faccione di LeBron? Quanto vi mancano le partite di una volta quando la palla/e era/no per niente small ma very very big e strong soprattutto? Con un cap ancora decente che non permetteva tutta questa monotonia? Bene, mettetevi l’anima in pace perchè ormai la Nba è questa qua. Il tiro da tre come unica soluzione e allargare il campo unica filosofia. Se vi scende la lacrimuccia, come a me, nel pensare ai tempi che furono, però, quei geni (perchè di questo si tratta) degli americani ci sono venuti in soccorso inventandosi una lega adatta a tutti i nostalgici del genere. La sapiente (?) mente del rapper Ice Cube ha infatti partorito la Big3, un torneo itinerante di Basket 3 contro 3. E, passatemi il termine affine con la dolce attesa, come si dice dalle parti mie, ha proprio “sgravato”. Se in soli due anni avete dovuto salutare Kobe e Duncan e di fatto dire addio ad una generazione che ci ha coccolato nelle notti insonni della nostra gioventù, asciugatevi gli occhi ma preparate di nuovo i fazzoletti perchè i partecipanti a questo circo sono malinconia in movimento. Suddivisi in 8 squadre potremo riavvolgere il nastro dei ricordi e veder giocare gente tipo Allen Iverson, la Risposta che non ha bisogno di presentazioni, Julius Erving, il Dottore dell’ultima Philadelphia titolata, Chauncey Billups altrimenti conosciuto come Mr. Big Shot, o quel cioccolatino bianco di Jason Williams e Gary il Guanto Payton. Da qualche vecchia conoscenza del basket italiano come l’eversivo Mahmoud Abdul-Rauf Mike Bibby, fino ad arrivare al monumento volante Clyde Drexler, non a caso soprannominato l’aliante e a quel pazzo di Brian “The White Mamba” Scalabrine. Più che un torneo sembra una saga. Ma questi sono solo alcuni nomi delle ex stelle Nba che parteciperanno e ce n’è davvero per tutti i gusti (buttate un occhio ai roster completi a fine articolo). Per i giocatori un po’ avanti con l’età o svogliati purtroppo niente canotta ma bordo campo a guidare i 3.

Per non farsi mancare niente, e dal momento che tutta questa leggendarietà non era abbastanza, il regolamento prevede la vittoria della prima squadra che arriva a 60 punti. E siccome non erano ancora contenti, hanno inventato anche il tiro da 4 punti, per far felice coach Popovich che sarcasticamente l’aveva invocato nella NBA. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per un livello di spettacolo veramente sontuoso. E se pensate che si tratterà soltanto dell’ennesimo evento esibizione per raccogliere i soliti soldi infiniti e gli sponsor milionari, beh, probabilmente avete ragione. Ma, leggendo i roster delle squadre e i chili di attributi che si portano dietro, sicuramente non sarà soltanto una rimpatriata tra amici.

Il torneo è partito questa notte al Barclays Center in Brooklyn, New York e terminerà il 26 agosto al T-Mobile Arena, Las Vegas. Sarà possibile vederlo ogni lunedì in diretta esclusiva su Fox Sports (canale 204 Sky) a partire dalle 2 e in replica alle 17.15 e in prima serata alle 21.30. Il commento sarà affidato a Andrea Solaini e Tommaso Marino. Il pubblico ha risposto bene, riempiendo il palazzetto newyorkese e godendosi le giocate di questi ex (manco tanto) fenomeni. La cosa è stata presa abbastanza sul serio anche fuori i confini americani, tanto che il Basket 3 contro 3 sarà disciplina olimpica a Tokyo 2020.

Quindi, basta musi lunghi, la NBA tornerà in autunno, nel frattempo godiamoci le stelle di un basket che non esiste più e che mi/ci manca tanto. E non chiudete il cassetto dei sogni che magari un giorno, su quello stesso parquet, potremmo intravedere il 24 più velenoso della storia o, che ne so, un agente numero Zero, un Aristotele di 150 chili e da lontano un Gesù Nero che forse non camminava sulle acque ma di sicuro galleggiava nell’aria. Ok forse stiamo esagerando. MJ forse non lo rivedremo più, purtroppo. E se pensate che sia solo una buffonata, ci interessa poco. Noi piangiamo lo stesso.

God bless America

Le squadre al completo

Di seguito le 10 tappe, tutte in esclusiva su Fox Sports

  • Week 1 – 26 Giugno: Barclays Center, Brooklyn, NY
  • Week 2 – 3 Luglio: Spectrum Center, Charlotte, NC
  • Week 3 – 10 Luglio: BOK Center, Tulsa, OK
  • Week 4 – 17 Luglio: Wells Fargo Center, Philadelphia, PA
  • Week 5 – 24 Luglio: UIC Pavilion, Chicago, IL
  • Week 6 – 31 Luglio: American Airlines Center, Dallas, TX
  • Week 7 – 7 Agosto: Rupp Arena, Lexington, KY
  • Week 8 – 14 Agosto: Staples Center, Los Angeles, CA
  • Week 9 – 21 Agosto: Key Arena, Seattle, WA (Playoffs)
  • Week 10 – 27 Agosto: T-Mobile Arena, Las Vegas, NV (Championship)

 

Storie di Finals: Willis Reed

Storie di Finals: Willis Reed

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La storia è una di quelle su cui giornalisti e addetti ai lavori hanno speso fiumi e fiumi di parole e di inchiostro. Una di quelle storie per cui il termine “epico”, oggi molto abusato, rischia di risultare addirittura riduttivo.

Certo, bisogna considerare il fatto che il tutto sia avvenuto in America, terra fertilissima per la nascita di leggende e che da sempre si nutre di un limo speciale in grado di far fiorire miti in tutte le stagioni.

Oltretutto la location di questo film è New York, ovvero un disco volante atterrato sugli Stati Uniti, il che rende il tutto assolutamente ancora più speciale.

Il teatro, o forse dovrei dire tempio, è quello delle grandissime occasioni. Il Madison Square Garden.

Una sorta di moderno Pantheon dello sport. La recita è quella delle finali NBA 1969/1970.

Knicks contro Lakers. Walt Frazier e Willis Reed contro Jerry West e Wilt Chamberlain.

Reed contro Chamberlain.

Il gioco che fa Golden State oggi è per certi versi splendido, ma lasciatemi dire che ho un’enorme nostalgia per il gioco pre tiro da tre. Per le sfide che si decidevano con le battaglia dentro il pitturato.

Per un sano scontro tra i due centri delle rispettive squadre.

E che centri ragazzi.

Chamberlain non credo abbia bisogno di presentazioni. Era un dominatore come non ce ne furono mai, né prima né dopo di lui. Nemmeno Jordan.

Almeno a livello puramente individuale e numerico, perché poi gli anelli in verità andavano sempre a Bill Russell e ai suoi Boston Celtics.

Insuperabili per l’eternità i record della stagione 61/62, quella dei 100 punti in una sola partita. Quella dei 50.4(!!!) punti e 25.7(!!!) rimbalzi di media stagionale.

Un Tiranno(sauro).

Willis Reed arriva dalla miglior stagione della carriera premiata con il titolo di MVP della lega. Ormai è uno dei centri più forti d’America.

I due battagliano a suon di punti, botte e rimbalzi. La serie è bella e tirata. In gara 5 però Reed si infortuna gravemente ad una coscia. E’uno strappo.

Uno strappo muscolare, come ben spiegato nel recente articolo di Leonardo Ciccarelli su Ray Lewis, è un infortunio che, oltre che essere di fatto bloccante per l’attività di uno sportivo, porta a provare un dolore inimmaginabile. Uno di quei dolori che da solo vale molto di più di tutta la bibliografia di Einstein per chiarire quanto sia effettivamente relativo il tempo. Quando si vive questa esperienza l’orologio interiore non viaggia più da 0 a 60 in un minuto. No. Quel minuto viene percepito come una somma di ore, ogni tanto come un giorno intero.

Reed salta gara 6 e Wilt ne approfitta per piazzare ben 45 punti con 27 rimbalzi e portare i Lakers sul 3 a 3. La gara decisiva si gioca al Madison. Chi vince sarà Campione NBA. I Lakers appaiono strafavoriti.

Oggi, soprattutto grazie ai social e all’uso che i giocatori ne fanno, chiunque al mondo può scoprire quasi in diretta cosa farà il tal giocatore nella tal partita. Alcuni twittano direttamente dagli spogliatoi nel pre e nel post partita.

Qui invece siamo alla fine degli anni 60. I mezzi erano quello che erano. Cioè poco o niente. Niente telefonini, niente social, niente internet. I giornalisti e i canali televisivi erano meno e sicuramente meno invadenti di oggi.

Si viveva quasi di sensazioni, e la sensazione prevalente era che Reed a causa del grave infortunio non sarebbe sceso in campo per la sfida decisiva. Insomma, per farla in breve, nessuno tra compagni ed avversari sapeva in che condizioni fosse realmente Willis Reed. Il grande maestro zen Phil Jackson, ai tempi giocatore dei Knicks e presente in quegli spogliatoi disse “I dottori ci tennero all’oscuro sino all’ultimo minuto. Willis non poteva piegare la gamba a causa dell’infortunio muscolare, e saltare era fuori discussione.

Durante il riscaldamento avvenne l’incredibile.

Reed in tuta imbocca il tunnel e si presenta caracollante in campo.

Gli spalti del Madison diventano un enorme cortile con dentro tutti i bambini del mondo dopo la campanella dell’ultimo giorno di scuola della storia dell’umanità.

Tripudio totale.

I giocatori dei Lakers si fermano tutti attoniti e sospendono per un attimo il loro riscaldamento.

Phil Jackson la racconta così:

Poco prima dell’inizio della partita, Willis zoppicò dal tunnel e verso il campo, e la folla andò in delirio. Il futuro Broadcaster Steve Albert, che era raccattapalle in quella partita, disse che stava osservando i Lakers quando Willis apparve sul terreno e che “tutti, uno ad uno, si girarono e smisero di tirare e fissarono Willis. E le loro bocche si spalancarono. La partita era finita prima di iniziare

Reed mise a segno i primi due canestri della squadra con due tiri morbidissimi che abbracciarono il cotone. Poi si dedicò a difendere strenuamente l’area da Wilt Chamberlain, costringendolo a diversi errori e forzature.

Delirio dentro e fuori dal campo.

Sul web ci sono diversi video che documentano i primi minuti di quella partita. Vi invito caldamente a visionarli.

Reed zoppicante che rientra nella sua metà campo dopo aver segnato è da brividi veri.

Più tardi in un’ intervista dichiarerà: “Non avevo voglia di dovermi guardare allo specchio vent’anni dopo e dirmi di non aver avuto il coraggio di giocare”

Questi sono i gesti che portano lo sport nell’empireo delle umane vicende. Queste sono le storie di Basket che fanno il Basket. Questi sono i gesti che cambiano le cose.

Troppo spesso si parla del suo cugino “vizioso”, ma vi assicuro che il concetto di “circolo virtuoso” è esistito, può esistere e spero esisterà sempre.

La potenza vivifica di un esempio. La forza evocativa e coinvolgente del coraggio e dell’onore. Reed era il cuore, l’anima e la spina dorsale dei Knicks. Reed quella sera prese in mano compagni, squadra, avversari, tifosi, il Madison Square Garden, il ponte di Verrazzano, la Statua della Libertà e tutto il resto della città, dal Bronx fino a Manhattan.

Poi all’intervallo raccolse il suo cuore esausto e lo riportò negli spogliatoi. Non rientrò più in campo, ma ormai la storia era già stata scritta.

Walt Frazier disse che dopo aver visto Reed uscire durante il riscaldamento pensò “Qualcosa mi dice che stasera li avremo”. Intendeva i Lakers. La trasposizione in campo di quel pensiero fu sublime. 36 punti e 19 assist per il play di New York. 113 a 99 per i Knicks. Titolo. Il primo titolo della loro storia.

Quella sera Willis Reed dimostrò al mondo cosa significhi essere un vero capitano, cosa significhi essere un vero leader.

O forse semplicemente dimostrò cosa significhi essere un Uomo.

Un uomo che si è limitato ad esprimere un concetto forse banale ma di un’estrema profondità.

Reed ha detto a tutti“Io ci sono”

Perché, per dirla alla Heidegger, in fin dei conti il vero e unico senso ultimo dell’Essere è sempre e comunque un EsserCI.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

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