Gigi Datome perde la scommessa e va a giocare in un campetto nel bergamasco

Gigi Datome perde la scommessa e va a giocare in un campetto nel bergamasco

Gigi Datome, il capitano della nazionale italiana di pallacanestro non è uno sportivo come tutti quanti gli altri. Uomo di cultura e persona di spirito, professionista esemplare e grande esperto social, non a caso la sua pagina Facebook è tra le più amate tra gli appassionati.

Uno di questi appassionati è @Whiskastz, ragazzo bergamasco che su Twitter ha lanciato una sfida al Gigione nazionale: “Quanti retweet devo fare per far si che tu venga a giocare con la mia squadra per una partitella?”

Datome l’ha sparata grossa con “10mila” ma non aveva fatto i conti con internet e con l’aiuto speciale che ha avuto grazie a “La giornata tipo” che ha condiviso proprio il tweet del tifoso facendo diventare Top Trend il #Gigilhadetto, che è rapidamente arrivato alla cifra chiesta dal giocatore del Fenerbache.

Datome ha poi commentato sul proprio profilo l’impresa: “Ebbene sì, il buon @Whiskastz ha vinto la scommessa! Devo ammettere di aver sottovalutato sia lui che tutti i matti che gli hanno dato una mano.‬
Manterrò la parola e verrò nel bergamasco per una partitella con la sua squadra(niente iscrizione al csi, andate a leggere bene il suo tweet). ‬
‪Vista la bella risposta mediatica spero che verrete numerosi, e che potrete essere allo stesso modo collaborativi anche nella raccolta fondi che ho in mente di organizzare nel giorno della partita. Sia la data che l’ente benefico sono ancora da stabilire (direi verso metà luglio), seguitemi sui social e vi aggiornerò appena saprò qualcosa di più.‬
‪Caro Fabio, allenati. A luglio ti rompo il culo

Brandon Roy: il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Brandon Roy: il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Se la NBA è il più affascinante palcoscenico del basket mondiale, dove si possono ammirare i giocatori più forti del globo, lo si deve soprattutto alla cultura cestistica che anima gli States, dalle sponde del Pacifico fino alle coste atlantiche. Una cultura che ha radici profondissime e che mira a plasmare un futuro campione fin dalla nascita. Ed è per questo che, nella crescita di un giocatore, sono fondamentali i suoi primi anni di carriera, i vari coach che si incontrano nella propria strada. In alcuni casi un allenatore capace può davvero fare la differenza.

E quest’anno, ad aver dimostrato di essere un coach in gamba è stato un certo Brandon Roy, nominato Naismith National High School Coach of the Year. Il miglior riconoscimento possibile per un allenatore a livello di High School, ottenuto grazie alla fantastica stagione della sua Nathan Hale, High School di Seattle, che ha chiuso l’annata da imbattuta e con ben 29 vittorie all’attivo.

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Per chi segue la NBA da pochi anni il nome di Brandon Roy non dirà granché. Per tutti gli altri, una lacrimuccia starà già rigando le loro guance. Perché Roy per molti è stato un’icona, il simbolo del giocatore old school che vince solo grazie al suo immenso talento, senza il bisogno di un atletismo robotico, tanto richiesto al giorno d’oggi in NBA. Uno dei più grandi what if del basket americano. Ed è proprio per questi motivi che la storia di Brandon merita di essere ricordata. Tanto per essere masochisti, e lasciare che quella lacrimuccia si tramuti in un pianto a dirotto senza posa.

Brandon nasce a Seattle, nel luglio 1984. Il basket scorre a fiotti nelle strade di Emerald City e lui si innamora facilmente della palla a spicchi, sfruttando le opportunità che gli offre l’Amateur Athletic Union, un’associazione no-profit che permette di giocare anche ai meno abbienti. Fin da subito Roy mostra un talento innato e alla Garfield High School diventa immarcabile per i suoi coetanei. Le sue giocate prodigiose lo rendono un prospetto molto interessante, al punto che si ventila l’ipotesi del salto in NBA senza passare per il College. Ma la pressione inizia a pesare sulle sue spalle, meglio imboccare una strada più lunga ma anche più rassicurante per il suo futuro: sceglie di abbandonare la sua amata Seattle, destinazione gli Washington Huskies. Un ateneo tutt’altro che vincente, visto che l’unico accesso alle Final Four risale al 1953.

L’arrivo di Brandon viene accolto come una manna dal cielo, e lui ripaga a suon di trentelli. In 4 anni a Washington non solo riceve decine di premi personali, ma gli ultimi due anni porta la sua squadra tre le sedici migliori d’America, un risultato storico per gli Huskies. Il tutto con ben 20 punti di media ad allacciata di scarpe e una padronanza nel palleggio impressionante.

Il 2006 è l’anno dell’approdo nel basket che conta. Al Draft viene selezionato alla sesta pick dai Minnesota Timberwolves, che lo girano subito a Portland in cambio di Randy Foye, scelto alla settima. Per i Blazers sarà l’inizio della svolta.

Rip City viene da una stagione disastrosa, culminata con ben 61 sconfitte e la nomea di squadra-cuscinetto. E Brandon cosa fa? Malgrado un infortunio alla caviglia, diventa subito il leader dei suoi Blazers, siglando ben 17 punti di media a partita e aggiudicandosi il premio di Rookie of the Year. E dopo il draft del 2007, il futuro non potrebbe sembrare più roseo. Perché oltre a Roy e ad un ancora acerbo Lamarcus Aldridge, si aggiunge in roster anche Greg Oden, un centro con tutte le carte in regola per dominare negli anni successivi. Ma si sa, Portland e la fortuna non vanno mai a braccetto: il futuro radioso di Oden diventa un’infinita odissea di infortuni, che culminerà con la prematura fine della sua carriera.

Con uno ambiente in subbuglio e un roster fin troppo rimaneggiato, Brandon decide di caricarsi la squadra sulle spalle e trascina i suoi Blazers ad un record di 41-41, un risultato neanche lontanamente immaginabile l’anno prima. Per sfortuna i suoi sforzi non sono sufficienti per raggiungere i playoff, ma è solo questione di tempo: nelle tre stagioni successive Portland, dopo anni bui e segnati dalle sconfitte, raggiunge per tre volte di fila i playoff, capitanata dal nostro eroe.  

E sebbene in tutti e tre i casi arrivino sconfitte al primo turno, B-Roy diventa l’idolo di Rip City, e non solo. Sarà per le sue eleganti movenze con cui brucia gli avversari, sarà per il suo raffinato killer instinct che lo rende un letale spettacolo per gli occhi, sarà perché dalle sue mani esce un basket lindo, puro, senza sbavature, ma al contempo concreto, perché quando c’è da infilare la retina Brandon sbaglia raramente. Sul parquet appare davvero un artista.

Ed è proprio qui, quando la parabola della sua carriera non sembra possa conoscere la discesa, ecco che arriva la sberla. La sfiga, come al solito, colpisce in pieno volto i Blazers. Roy, da sempre falcidiato dagli infortuni, si ritrova con due ginocchia di cristallo, prive di cartilagine. Nel suo ultimo anno ai Blazers, nel 2011, la situazione è critica, il suo utilizzo in campo va centellinato. Finchè nel 2012, dopo una brevissima parentesi in maglia Timberwolves, si rende conto che non gli è più possibile danzare sul parquet. E Brandon, malgrado il suo talento cristallino, decide di appendere le scarpe al chiodo.

 Ma non ha deciso di abbandonare il basket. Perché è ancora lì, sui parquet, ad insegnare pallacanestro. Prima la insegnava direttamente sul campo, ai suoi avversari. Ora invece sta in panca e la spiega ai suoi giovani allievi, tra l’altro con ottimi risultati. E se solo B-Roy avrà come coach un miliardesimo del talento che aveva da giocatore, ecco lo aspetta un futuro splendente da allenatore.

Pallacanestro Gavirate: una vecchia storia di sport in rosa

Pallacanestro Gavirate: una vecchia storia di sport in rosa

Leggendo qualche giorno fa qui su Io Gioco Pulito il bell’articolo di Elisa Mariella che, in occasione della Festa della Donna, parlava di donne sport e discriminazione  sono come tornato indietro nel tempo, a quando mi occupavo di sport femminile, dirigente giovane e precoce, per scelta obbligata visto che come atleta proprio non ce la facevo, e aspirante giornalista. Una storia di sport in rosa che vorrei raccontarvi. L’anno era il 1989, io, di anni, ne avevo 24, ed accettai dopo esperienze nel tennis e in un’altra società di basket, il posto di addetto stampa nella Pallacanestro Gavirate, società nata nel 1969 per portare avanti l’attività di un gruppo di ragazzine che partendo da zero erano in pochi mesi riuscite ad arrivare seconde nella fase provinciale dei Giochi della Gioventù perdendo la finale di un nulla.

Anno dopo anno il movimento a Gavirate crebbe, sempre in chiave rosa, iniziò ad esistere anche una sezione maschile ma tutto continuò a girare intorno alle ragazze. Nel 1978 arrivò per la prima volta la serie B,  nel 1985 il gruppo delle cadette divenne vice campione d’Italia, squadra che aveva in panchina come allenatore Bruno Arena, che poi sarebbe diventato famoso insieme a Max Cavallari nel duo “I Fichi d’India”, perdendo solo in finale contro Schio, società molto più grande e da anni stabile in A1. Fu l’inizio di un sogno. Nel 1986 venne riconquistata la Serie B, nel 1988 furono giocati per la prima volta i playoff per la promozione in A2.

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Gavirate è una bellissima cittadina sulle rive del Lago di Varese, famosa per i Brutti e Buoni e per il canottaggio, oggi vi sorge il centro di allenamento europeo della nazionale australiana ad esempio, è sempre stata rappresentata da una buona squadra di calcio, ma fu conquistata dal basket femminile e fu un amore che durò a lungo, e ancora dura. Quando vi arrivai io le ambizioni erano molte, e, diciamolo, nemmeno mancavano i mezzi per inseguirle, erano gli anni pre-tangentopoli, c’era molta inflazione, ma il lavoro non mancava e nemmeno le sponsorizzazioni per le società sportive, anche quelle non di primissimo piano.

In quegli anni a Gavirate venne anche inaugurata la nuova scuola superiore, con annessa una palestra che era praticamente un Palazzetto e dove la squadra di pallacanestro poté trasferirsi per giocare le partite casalinghe. Le tribune in occasione delle partite delle ragazze erano sempre gremite e divennero una sorta di salotto buono, non mancavano mai rappresentanti dell’amministrazione comunale, lo stesso Sindaco del paese fu per un periodo Presidente della società, e nemmeno personaggi importanti, la frequentavano il Professor Zucchi, ortopedico di fama internazionale che in quel periodo operava i più famosi calciatori quando avevano problemi alle ginocchia, la cui figlia Francesca  era la capitana e playmaker della squadra, Toto Bulgheroni, allora Presidente della Pallacanestro Varese, la storica società delle 5 Coppe Campioni con 10 finali consecutive, dei 10 scudetti e tanto altro, un giovanissimo Andrea Meneghin, allora grande promessa del basket varesino che si vedeva con una altrettanto giovane giocatrice gaviratese, e tanti altri, imprenditori locali, centinaia di appassionati. Nemmeno mancava a volte qualche giocatore del Varese Calcio. Il preparatore atletico della squadra, Antonio Ghelfi, ex decatleta di livello nazionale era anche nello staff della Pallacanestro Varese, e una sera rimasta memorabile arrivò in tribuna in compagnia di Reggie Theus, uno dei più forti ex NBA ad aver mai giocato nel campionato italiano, classe 1957, nona scelta assoluta nei draft del 1978 dopo una carriera universitaria a University Nevada Las Vegas, e poi giocatore di Chicago Bulls, Kansas City Kings, Atlanta Hawks, Orlando Magic, New Jersey Nets, 19.015 punti, 3.349 rimbalzi e 6.453 assists nella NBA, due volte all’All Stars Game.

Furono anni intensi, oltre che addetto stampa iniziai ad occuparmi anche delle statistiche e divenni dirigente accompagnatore della squadra Juniores, con cui si girava la Lombardia nelle sera in settimana, mentre con la squadra maggiore si girava tutto il Nord Italia nei week end. I risultati non mancarono, dopo un quinto posto nel 1989/90 nel 1990/91 tornarono a giocare a casa due delle primattrici della squadra cadette del 1985 che avevano tentato l’avventura in A1, Monica Terzaghi ed Elsa Piva, c’era poi  Sabrina Confalonieri, da Rho, e tante altre ragazze:  arrivò la vittoria nella stagione regolare, ma i playoff rimasero indigesti, vinta facilmente la prima partita della serie con Valmadrera 69-55 arrivò una sconfitta altrettanto netta, 73-59 al ritorno a Lecco e pochi giorni dopo Gavirate cadde anche in casa nella bella. La Serie A2 restava un sogno.

Ci si riprovò l’anno successivo, e di nuovo arrivò una vittoria nella stagione regolare. Il morale era alto e tutta la città voleva questa benedetta Serie A. La televisione locale, Telesettelaghi, riprendeva le partite casalinghe e le trasmetteva il giorno seguente per chi non avesse potuto seguirle dal vivo, spesso, in occasione dei match clou era presente anche in trasferta. In quel 1992 il primo turno di playoff fu superato, contro il Biassonno, sconfitto di misura 53-52 alla bella. La formula del campionato prevedeva che i gironi dell’Italia settentrionale a quel punto si incrociassero: Gavirate si sarebbe giocata la Serie A2 con Treviso, in caso di sconfitta avrebbe avuto ancora una possibilità in uno spareggio in campo neutro con la sconfitta dell’altra finale settentrionale. Gara1 a Gavirate andò per il meglio 69-59 alle trevigiane e la promozione a un passo.

Sulla panchina del glorioso Basket Treviso sedeva però una grande donna, Nidia Pausich, 8 volte campionessa italiana da giocatrice, e stella della nazionale per anni. Fece tesoro di quella sconfitta, elaborò le contromisure  e al ritorno a Treviso le sue ragazze andarono avanti 23-8 all’avvio e ressero fino alla sirena salvando uno scarto di 3 punti. Dico la verità, non eravamo particolarmente preoccupati, si diede la colpa a uno sfortunato avvio e tutti giocatrici, dirigenti, tecnici si era convinti di poter chiudere alla bella, nuovamente sul parquet di casa. Non fu così, le ospiti si presentarono da dominatrici e spazzarono via Gavirate 71-87.

Restava un’ultima possibilità, sul neutro di Lissone, con le rivali di tante battaglie nella regular season, le ragazze della Classese Broni. La tensione era a mille, l’interesse enorme anche nel resto della provincia, uscii con ben tre articoli di presentazione sul giornale di Varese La Prealpina nei giorni precedenti la partita. Fu un sfida epica, come solo in provincia succede quando interi paesi sono coinvolti, quando tutte le giocatrici in campo sono figlie, nipoti, amiche, fidanzate di chi sta in tribuna. Si giocò in una bolgia assoluta. Al termine dei 40 minuti non ci fu un vincitore: 62-62 e tempo supplementare. Gavirate si trovò ad attaccare verso il canestro sotto la curva dei tifosi pavesi, che lo mossero varie volte, la panchina del Gavirate protestò a lungo, un vigile urbano di Lissone si prodigò per farli smettere e mantenere la calma. Sul 72-72 a 9 secondi dalla fine l’arbitro dovette scegliere se fischiare un fallo ai danni di Piva o contestarle l’infrazione di passi, scelse quest’ultima via e il pallone tornò nelle mani di Broni per l’ultima azione, la playmaker Lucia Rossi subì fallo, anche se allora nella cronaca per la Prealpina lo definii ”fantomatico”, da Terzaghi e fu freddissima in lunetta. 74-72 il finale per Broni:

“ A Gavirate dunque restano solo le lacrime e il rammarico per un sogno accarezzato a lungo e purtroppo svanito”

scrissi il giorno dopo.

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Fu un colpo duro per tutti. Una delusione troppo grande. L’anno dopo si riprovò, ma stavano cambiando i tempi, si era in pieno periodo di tangentopoli, il periodo delle vacche grasse stava finendo. Io da pochi mesi avevo un lavoro fisso, in banca, forse non era più il tempo dei sogni. Me ne andai a metà della stagione 92/93, ricordo la data l’otto dicembre, dopo una furiosa lite con l’allenatore. Da allora mi è rimasto come vezzo il dire che sono stato l’unico dirigente al mondo  esonerato da un tecnico e un perverso brivido di piacere mi attraversa ogni qual volta, per qualsiasi ragione in qualsiasi sport, un allenatore viene licenziato. A fine stagione finì per tutti: le giocatrici vennero cedute a Luino, e la Pallacanestro Gavirate rimase presente solo nell’attività giovanile. Tornò ad avere una prima squadra in Serie C nel 2000 e tuttora ce l’ha e continua ad impegnarsi per permettere alla ragazze e alle bambine  del paese e di quelli vicini di poter fare sport.

 

Anche molte di quelle ragazze non ebbero una carriera lunghissima, prevalsero lo studio, il lavoro, la famiglia, chi divenne medico, chi giornalista, chi imprenditrice,ma sono sicuro ricorderanno quegli anni come li ricordo io, le lunghe trasferte in autobus, a volte in auto, le cene dopo la partita a volte euforiche e vincenti, a volte tristi dopo le sconfitte, e tanti momenti più o meno belli, i recuperi dopo gli infortuni nelle sapienti mani di Alberto Barausse, fisioterapista che ne sapeva più del diavolo e un passato in Marina Militare, i dopo allenamento al Bar con l’eterno problema dei capelli bagnati, ma soprattutto l’essere state  l’orgoglio di un paese essendo donne, senza in questa storia nemmeno un ‘ombra di discriminazione.

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Playmaker. Più che un ruolo, una dichiarazione di intenti. “To make”, creare. Sottintende un qualcosa di artistico, fatto di tecnica ma anche di ispirazione, di visione di ciò che c’è e di intuizione di cosa potrebbe esserci. Il play è un pittore, il campo diventa una enorme tela tridimensionale, fatta per immortalare i suoi capolavori. Volando da una mano all’altra, la sfera a spicchi lascia infinite pennellate. Alcune sinuose, altre nervose. Ma ognuna indelebilmente firmata da colui che, anche per definizione, il gioco non si limita a gestirlo, ma lo plasma. Anzi, lo crea. C’è il playmaker classico, che disegna traiettorie geometriche, ricercando la perfezione della proporzione aurea anche in un passaggio consegnato. C’è quello impressionista, che nell’irregolarità della distribuzione della palla fa rifulgere la sua unicità. Esiste un play pop, che gioca per stupire e colora il grigiore di un possesso di ventiquattro secondi con scelte al limite del possibile. O addirittura la versione street-art, che regala ai suoi assist il ritmo ossessivo e coinvolgente di un ghettoblaster acceso ai bordi di un playground.

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Poi, di colpo, la crisi. Il passaggio, l’opera d’arte, la firma d’autore, diventa improvvisamente obsoleto. Ora conta segnare. Fade-out improbabili, uno contro uno rischiosi, persino qualche Hail Mary dalla propria metà campo, roba da far impallidire Tom Brady. L’importante è che la sfera termini la sua corsa bruciando la retina. Il ritmo, la circolazione di palla, la visione periferica, tutti optional. Del resto, è anche comprensibile. In un’epoca in cui non ci sono più difese da scardinare, in cui anche consegnare la palla al compagno marcato è considerato assist, il playmaker vede la sua arte offesa e vilipesa. E se in Europa la figura del regista, l’allenatore in campo, è ancora richiesta e apprezzata, complice un maggior tatticismo ed un focus più intenso sulla difesa da parte dei top club, nella National Basket Association abbiamo gradualmente assistito ad una vera e propria estinzione del playmaker. La combo guard, con i suoi trenta punti di media a partita, è il nuovo must.

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Eppure, anche in questa pallacanestro fatta di atletismo e punteggi stratosferici, c’è ancora qualcuno che resiste. Che combatte la sua solitaria battaglia, coraggioso e idealista come il Cavaliere della Mancha, ancora pronto a sfidare i mulini a vento. E come Don Chisciotte, anche il nostro eroe viene dalla Spagna. Non dalle deserte praterie, ma dal mare della Catalogna. Ricard Rubio i Vives. Per tutti, semplicemente Ricky. Per chi ama un certo tipo di basket, l’ultimo dei playmaker. El Masnou è un piccolo comune della costa catalana. Uno di quei gioiellini un po’ nascosti, eclettici, in cui i secoli che passano accumulano tesori architettonici. C’è una villa neoclassica, molti edifici liberty ed altrettanti riconducibili a quell’unicuum artistico che prende il nome di Noucentisme. Ed ecco che torna la creazione, la capacità di vedere chiaramente quello che gli altri non riescono ancora neanche a immaginare. Ma El Masnou è anche famosa per i fiori. Ettari ed ettari di garofani, un panorama cromatico che visto dall’alto fa pensare, che coincidenza, proprio ad un quadro. Dalla sua città natale, Ricky Rubio prende l’eclettismo ed il colore. E proprio come un giovane Kandinsky con in mano una palla a spicchi, parte per il suo personalissimo viaggio, alla continua ricerca della bellezza e dell’armonia. La prima tappa è Badalona, a dieci chilometri scarsi di autostrada. È perlomeno ironico che il primo vero club della sua carriera si chiami Joventut. Perchè a quattordici anni e undici mesi, un ragazzo normale dovrebbe passare le sue giornate a fare i compiti. Ma Ricky non è uno come gli altri. Nelle formazioni giovanili vince le partite da solo, non riescono a fermarlo. È un predestinato, non ci sono dubbi. E quindi nell’ottobre 2005 diventa il più giovane esordiente della storia della Liga, mettendo a referto due punti, un assist e due recuperi. Buona la prima. Ma le successive saranno molto molto meglio.

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Esordio in Eurolega a sedici anni appena compiuti, unico minorenne della storia del basket spagnolo ad essere incluso nel miglior quintetto stagionale della Liga, argento olimpico a Pechino 2008. I record sono tanti, i numeri parlano chiaro. Già, i numeri. Il cinque, ad esempio, quello con cui i Minnesota Timberwolves scelgono il ragazzo di El Masnou nel draft 2009. O il nove, la maglia che accompagna Rubio dalla Spagna agli Stati Uniti. Nel mezzo ci sono un tre, i milioni di euro che il FC Barcelona paga alla Joventut per il contratto di Ricky, e il 2011, l’anno del trasferimento oltreoceano. I numeri contano. Ma se abbiamo deciso di parlare di arte, perchè tale è il livello del giocatore, dobbiamo raccontare molto altro. Qualcuno però non è d’accordo. La NBA snaturata del ventunesimo secolo pretende ormai un tributo dal playmaker. Un tributo fatto di numeri e statistiche. E nessuna cifra è più importante di quella dei punti realizzati. Vaglielo a spiegare agli adoratori del trentone di media a partita che i play odierni fanno milioni di punti perché prendono miliardi di tiri senza un minimo di opposizione. Che tua nonna e le sue amiche del centro anziani, se accuratamente motivate, sono in grado di difendere meglio di quanto faccia qualsiasi quintetto in regular season. Diglielo ai seguaci della tripla doppia che fino agli anni novanta i loro idoli avrebbero fatto un quarto delle cifre che mettono a referto oggi. Che contro una franchigia di media classifica, non serve neanche scomodare i Pistons di Rodman e Dumars, avrebbero una valutazione tendente allo zero assoluto. Non capirebbero. Per i loro canoni un career high di ventotto punti non è niente di eccezionale. Diciassette assist? Bazzecole. Tredici rimbalzi? Westbrook (o chi per lui) li prende da seduto. È davanti a questo scoglio che si infrange l’arte, la creazione, di fronte alla cieca dittatura del numero, che imprigiona l’anima libera di chi dal nulla sa generare il tutto semplicemente passando un pallone.

Rubio non segna, Rubio non tira, Rubio non è da NBA. In realtà è questa NBA che a volte tutto sembra tranne che basket, ma andarlo a dire in giro equivale a predicare nel deserto. Ricky è un artista. E sebbene gli artisti per definizione seguano il proprio flusso senza curarsi del mondo circostante, le critiche fanno male. Segnano nel profondo, più di un infortunio, più di quel legamento crociato che interrompe la prima stagione NBA di Rubio e che gli costa il titolo di Rookie of the Year. E quindi subentra un cambiamento. Lento, sottile, ma costante. Dare alla gente quel che vuole non è esattamente il motto perfetto per chi del proprio genio fa vanto e bandiera, ma ogni artista, chi più chi meno, ha dovuto piegarsi alla logica del mercato. L’arte per amor dell’arte, come diceva Oscar Wilde, è ormai un privilegio per pochi. Se il pubblico vuole numeri, numeri avrà. E quindi pian piano arrivano doppie doppie, addirittura qualche tripla, una partita con sei tiri da tre punti che fa strabuzzare gli occhi ai tifosi dei Wolves e avvelena il fegato a quelli dei Magic. E allora sì che i social network esplodono di giubilo. Attestati di stima, complimenti, ringraziamenti per aver finalmente capito cosa viene richiesto a un playmaker NBA.

Che poi intendiamoci, c’è numero e numero. Cifre di serie A e cifre di serie B. I punti, il caposaldo, la linfa vitale di una prestazione. I rimbalzi, il degno corollario della partita perfetta. Gli assist, mah, quelli ancora si salvano. Le palle rubate invece non interessano granché. Ed è un gran peccato, dato che parliamo di un giocatore capace di vincere per tre anni la classifica NBA in questo fondamentale. E poi i referti purtroppo non tengono da conto proprio tutto. Non c’è statistica che riesca a evidenziare la bellezza di un passaggio, la difficoltà intrinseca di un assist, la perfezione in un attacco al ferro con cambio di mano. Eppure anche questo dovrebbe contare. Ma quando si chiede la quantità sognando anche la qualità, e questo è il grosso cruccio del tifoso NBA, una delle due deve per forza cedere il passo. E nella quasi totalità dei casi, tocca alla qualità. È davvero triste, dato che se gli standard quantitativi odierni non fossero così gonfiati da una tendenza a concedere davvero troppo all’avversario, un talento cristallino come Ricky Rubio verrebbe incensato come merita. Nel corso della carriera per il ragazzo sono stati scomodati paragoni importanti. Shaquille O’Neal, non uno qualsiasi, lo ha definito “il Pete Maravich italiano”. A parte il macroscopico errore di geografia (e magari ad avere uno come Rubio in azzurro!), è un attestato di stima enorme da parte di uno dei migliori centri della storia del basket. E non c’entrano i capelli lunghi che ora non ci sono più, o il pallore della pelle. Quando Shaq nomina Pistol Pete, pensa ad altro. Ad un controllo di palla senza eguali, alla capacità di capire con quel pizzico di anticipo cosa sta per accadere, o cosa può accadere se tu, il creatore, il genio, decidi di spedire la palla in quello spicchio di campo. Al più grande talento creativo della storia della pallacanestro, se diamo ascolto a John Havlicek, un altro che più di qualche campione in campo nella sua carriera l’ha incontrato. Tutte caratteristiche gli addetti ai lavori hanno sempre rivisto in Rubio, ma che sono necessariamente passate in secondo piano davanti alla pesantezza della statistica. E quindi non sorprende neanche la disponibilità dei Wolves a inserire il giocatore in operazioni di mercato. Come se le cifre, quelle stramaledette cifre, siano davvero indicative dell’utilità di Rubio all’interno della squadra. Perché sì, Derrick Rose è stato rookie dell’anno e MVP, ma negli ultimi anni si è rotto più spesso di una lavatrice fuori garanzia. E nonostante ciò, le sue percussioni verso il canestro e i suoi lay-up impossibili valgono la visione di gioco di Ricky? Per i dirigenti di Minnesota evidentemente sì, dato che la trade viene proposta più e più volte ai Knicks. Eppure all’ultimo minuto, quando anche a New York si sono convinti che forse è un affare per entrambe le franchigie, da Minneapolis arriva un no. Forse qualcuno ha riguardato le partite di questa stagione, magari senza farsi accecare dai paraocchi delle statistiche. Perché solo così puoi notare la gestione nel ritmo, la capacità di fare la cosa giusta al momento giusto, di vedere le cose un attimo prima che accadano. Il playmaker perfetto, dicono alcuni, non è quello che fa venti punti, ma che ne fa fare quaranta ai compagni con i suoi assist. E non intendendo l’assist nell’accezione moderna, io ti do la palla sulla linea del tiro da tre e tu fai quello che ti pare, ma in quello antico, ormai obsoleto, eccoti la sfera, appoggiala al tabellone e torniamo a difendere. Il play, il vero play, è uno alla Mike D’Antoni. Di quelli che, come ripeteva fino allo sfinimento Dan Peterson, in contropiede si fermano sulla linea del tiro libero, tac, arresto e tiro. O scaricano sul compagno che arriva, se proprio vogliono fare spettacolo. Ecco, D’Antoni, uno che se a Houston non avesse spostato in quella posizione James Harden (che a prima vista sembra la descrizione perfetta della combo guard ma che in realtà passa e gestisce il ritmo in maniera divina) farebbe carte false per prendere Ricky. O forse Rubio farebbe più comodo agli Spurs, che prima o poi dovranno arrendersi al fatto che Tony Parker non è immortale. Assieme a Coach Pop e a Ettore Messina, che già lo voleva al Real Madrid nel 2009, troverebbe terreno fertile per il suo basket e potrebbe veramente fare questo benedetto salto di qualità. Non che ne abbia bisogno, ma le cifre, ormai lo abbiamo capito, sono impietose.

Minnesota Timberwolves center Karl-Anthony Towns (32), left, center Gorgui Dieng (5), of Senegal, guard Ricky Rubio (9), of Spain, and guard Andrew Wiggins (22) huddle up during the fourth quarter of an NBA basketball game against the Portland Trail Blazers on Saturday, Dec. 5, 2015, in Minneapolis. The Trail Blazers won 109-103. (AP Photo/Hannah Foslien)

Agli occhi del tifoso medio, Rubio non è da Spurs. E probabilmente neanche da franchigia medio-alta. Ma se a molti questo dispiace, chi sicuramente non si sta strappando i capelli è Tom Thibodeau. Il capo allenatore dei Wolves, che è un attento insegnante di pallacanestro ma anche l’assistente di Popovich in nazionale, ha ben chiaro quanto il gioco dei suoi ragazzi non possa prescindere dall’arte del playmaker di El Masnou. E sa che con Ricky ad armare la mano di un Towns in rampa di lancio e di Wiggins, che ormai è una splendida certezza, c’è spazio per sognare nella terra dei diecimila laghi. Magari è stato proprio lui ad opporsi alla trade, conscio che, data l’attitudine prettamente europea di Ricky alla difesa e alla gestione del possesso, non c’è miglior playmaker possibile per il gioco di Minnesota.

Forse è vero, l’arte per amor dell’arte sta lentamente sparendo. Sui campi di basket della NBA non c’è quasi più spazio per i play vecchio stile. La specie è sulla lenta ma inesorabile via dell’estinzione. Eppure un paio di possibilità ci sono. Darwin insegna, la specie può adattarsi, conservando però le sue caratteristiche di base. Non è necessaria una mutazione, non sarebbe sensato. I playmaker hanno ancora tanto, troppo da dare alla pallacanestro americana e mondiale. Basterebbe fare qualche piccolo passo dall’altra parte, in modo da mettersi più o meno in linea con i diktat delle cifre, ma senza snaturarsi. E questo è il cammino che Rubio sembra aver intrapreso, la lotta quotidiana contro la scure della statistica per vedere finalmente riconosciuto quello che in realtà dovrebbe essere da tempo evidente a tutti. E poi c’è il sogno. Perché di tale si tratta. Verrebbe da usare il termine “speranza”, ma si sa, chi di speranza vive spesso non fa una bella fine. Quindi meglio chiamarlo sogno. Il sogno che un head coach, magari di quelli bravi bravi, di quelli che a ogni critica possono mostrare una mano con su almeno un paio di anelli, decida che la specie non può morire. Un allenatore che lotti affinché un talento non debba adattarsi. Che pretenda e ottenga che un playmaker possa essere libero di esprimere se stesso, il suo gioco, la sua arte, senza che un referto sia in grado esporlo a critiche. Un moderno mecenate del canestro, capace di apprezzare l’unicità di un ruolo e di non sacrificarla alle divinità dei numeri. Solo così potrebbe tornare sui campi il continuo stridere della scarpe sul pavimento, il turbinio degli schemi, delle soluzioni offensive, dei movimenti a smarcarsi. Si udirebbe ancora la regolarità incalzante dei passaggi di un quintetto, guidato da chi è nato per dirigere un’orchestra e non per fare il solista. Oppure un ritmo simile all’incedere ipnotico, sonnolento ma letale, del sonaglio di un serpente, che attende pazientemente il momento migliore in cui colpire la preda. Ma soprattutto tornerebbero la passione ed il genio su di una tela che da troppo tempo ormai è dipinta in maniera fredda e dozzinale. E a colorarla ci penserebbe Ricky Rubio da El Masnou, dando i tempi a un giro palla geometrico e preciso come un quadro di Mondrian, inventando uno scarico così astruso da sembrare un’opera di Magritte o scorgendo chissà dove una traiettoria invisibile agli altri, quasi come Monet con la Cattedrale di Rouen nella nebbia. Il ragazzo con la maglia numero nove potrebbe riaccendere la luce negli occhi di chi ama la pallacanestro, spiegare con il suo esempio a chi si avvicina a questo sport che il basket non è una serie di uno contro uno lunga quarantotto minuti, che il sacrificio della difesa non è inutile, che se sul parquet si è in cinque, beh, uno stramaledetto motivo c’è. E in attesa che tutto questo possa diventare realtà, continuiamo a sognare. Perché in fondo, Michel Gondry insegna. Anche il sogno è una forma di creazione.

March Madness: tutto sul torneo di basket più pazzo d’America

March Madness: tutto sul torneo di basket più pazzo d’America

Il Basket universitario americano entra nel vivo. Domenica c’è stata la Selection Sunday, processo con cui alle 32 squadre già classificate in virtù della vittoria della loro Conference, ne vengono aggiunte altre 36 in base alla forza dei numeri, del rendimento e, questo non è certo un mistero, in base a quanti probabili future star NBA hanno nel roster. A queste 68 squadre viene poi assegnato il “seed” in base al loro valore che determina la forza, il ranking della squadra. Le numero 1 per ogni regione del tabellone, East, West, South e Midwest, sono rispettivamente Villanova, Gonzaga, North Carolina e Kansas.

Il torneo NCAA, iniziato ieri, negli States ha pari se non maggiore popolarità del SuperBowl. Secondo uno studio condotto da WalletHub, le aziende americane perderanno circa un miliardo e novecento milioni di dollari per l’improduttività durante il periodo del torneo.

Ecco di seguito i numeri più importanti e curiosi del March Madness:

1) Venti giorni dalla prima gara, 14 marzo, all’ultima programmata per il 3 Aprile.

2) Nel 1939 si è tenuto il primo torneo NCAA.

3) Una su 9.2 quintilioni è la possibilità di azzeccare esattamente il bracket – tabellone fino al vincitore. In parole povere c’è più possibilità di vincere due volte consecutivamente la lotteria milionaria comprando in entrambi i casi un solo biglietto.

4) Sono 35 le squadre che hanno vinto il titolo NCAA

5) Il termine March Madness è stato coniato nel 1982 dal commentatore Brent Musburger

6) Nell’edizione del 2015 sono stati ben 80.7 milioni i video girati e trasmessi con le immagini del torneo per un totale di 17.8 milioni di ore.

7) Sono 184 il maggior numero di punti segnati durante il March Madness da un singolo giocatore. Il detentore di tale record è Glen Rice, con la maglia dell’Università del Michigan nel 1989.

8) Mai nella storia una squadra classificata col numero 16 ha eliminato una numero 1.

9) Solo tre persone hanno vinto il titolo sia come giocatori che come allenatori: Joe B. Hall, Bob Knight e Dean Smith.

10) La squadra peggio classificata a vincere il torneo fu Villanova nel 1985 come numero 8.

11) Il 2008 è stato l’unico anno in cui tutte e quattro le numero 1 sono arrivate in fondo fino alle Final Four. Un dato significativo che fa capire quanto questo torneo sia imprevedibile e quanto le sorprese siano dietro l’angolo, da qui il nome di March Madness – la pazzia di marzo.

12) Jim Calhoun è l’allenatore più anziano ad aver vinto il titolo all’età di 68 anni con UConn. Se Mike Krzyzewski dovesse vincere il titolo quest’anno con Duke, diventerebbe lui il più anziano all’età di 70 anni.

13) La NCAA vietò le schiacciate dal 1967 al 1976 per limitare lo strapotere fisico di Lew Alcindor, ai giorni nostri Kareem Abdul-Jabbar. Tentativo miseramente fallito.

14) La prima cosa che il famoso allenatore di UCLA John Wooden insegnava ai suoi giocatore era come allacciarsi le scarpe ed indossare i calzini nel modo giusto per evitare la nascita di vesciche sui piedi.

15) Gli appuntamenti per effettuare un intervento di vasectomia reversibile, salgono alle stelle durante il periodo del torneo. Questo per far combaciare il tempo di recupero, dove non si può andare a lavoro, con la lunghezza della competizione.

16) UConn è l’unica università ad aver vinto il titolo maschile e femminile nella stessa edizione. E’ successo ben due volte.

17) Nessuno è mai riuscito a predire tutto il tabellone. Solo una volta un ragazzo di 17 anni affetto da autismo ha predetto esattamente i primi due turni.

La notte dei record di Vince Carter

La notte dei record di Vince Carter

Vince Carter continua a stupire. Sembra eterno e forse lo è, macina record su record ma non se ne parla mai abbastanza. Oggi se ne parla, perché questa notte è partito in quintetto a causa della rottura del menisco che terrà Parsons lontano dai campi per tutta la stagione ed ha reso Carter con i suoi 40 anni e 46 giorni il più anziano giocatore a partire in quintetto in NBA dal 17 aprile 2013 quando Juwan Howard regalava le ultime perle sul parquet con  gli Heat.

La cosa divertente è che Carter non sta facendo parlare di lui per il record da nonnetto, ma perché ha realizzato il suo season high da 24 punti, con il 100% al tiro, composto da 8/8 dal campo di cui 6/6 da tre, con 5 rimbalzi, 2 assist e 3 rubate a condire il tutto.
La cosa ancora più divertente è che Carter non sta facendo parlare di lui per il record da nonnetto e per il 100% dal campo, o almeno non solo, ma anche perché alla fine del secondo quarto si è concesso una schiacciata in reverse, a 40 anni e 46 giorni.

Vinsanity sta giocando il suo 19° anno in NBA, lui che entrò nella lega come erede di Michael Jordan per l’abilità nelle schiacciate e la North Carolina nel cuore, sta vivendo quello che forse è il suo ultimo anno ma è il meno pubblicizzato e il meno osannato tra i grandi vecchi della lega, un po’ perché non sta macinando i record di Nowitzki (superata quota 30mila punti), o non sta facendo commuovere il mondo come Pierce, ma il suo anno può essere paragonato più a quanto sta vivendo Manu Ginobili.
Carter, come el Narigon, non sta facendo parlare di lui semplicemente perché è ancora troppo forte, troppo atleticamente performante, per immaginarselo dietro una scrivania a commentare le schiacciate che fanno gli altri, quando lui saprebbe farle molto meglio a 40 anni suonati.

KB3: l’origine della metamorfosi di Russell Westbrook

KB3: l’origine della metamorfosi di Russell Westbrook

31.7 punti, 10.1 assist e 10.6 rimbalzi. Queste le stupefacenti medie che sta tenendo Russell Westbrook in questa Regular Season. Tripla doppia di media, roba che non si vedeva dai tempi di Oscar Robertson, nel lontano 1962. Il suo gioco potrà sembrare troppo individualista, le palle perse potranno apparire eccessive (5.5 di media a gara), le sue scelte durante le partite potranno sembrare spesso azzardate o insensate, però  è innegabile: sta riscrivendo una pagina di storia di questo sport.

Russell sa distinguersi, sempre e comunque. Se sul campo a parlare sono le sue giocate strepitose e il suo atletismo fuori dal comune, al di fuori si è fatto notare per il suo modo di vestire alquanto “pittoresco”. La sua grinta, la sua maniacale determinazione sul parquet, unite alla suo comportamento stravagante e a tratti borioso, lo hanno reso a tutti gli effetti un’icona. Anche se, a differenza della maggior parte delle star, Westbrook non solo non ama parlare di sé coi media, ma non era neanche intenzionato a diventare una star. Al contrario, per sua stessa ammissione fino al liceo era un “secchione”, passava ore e ore sui libri e progettava di andare a studiare a Stanford. Finchè qualcosa non gli ha fatto cambiare idea. E Russell stesso ci tiene a ricordare quel qualcosa che lo ha cambiato, profondamente. Come? Indossando, ogni singola partita, un braccialetto con la sigla KB3. Cosa significa?

Russ-KB3

 Torniamo indietro nel tempo, precisamente al 2002. Il giovane Westbrook, quattordicenne, è un ragazzino di un metro e settanta, gracile, che sa trattare bene la palla a spicchi. Gioca alla Leuzinger High School, a Lawndale, in California, senza però impressionare. Del resto, il suo talento è letteralmente oscurato da Khelcey Barrs III, suo coetaneo, che mostra delle doti atletiche e un talento spaventosi, al punto da essere già convocato in prima squadra contro ragazzi di 3 o 4 anni più grandi.

Tra Khelcey e Russell non c’è astio o acrimonia, ma solo una sana, genuina amicizia. I due vivono infatti sulla stessa via e sono migliori amici fin da bambini. Da sempre giocano sui campetti insieme e il loro sogno, un po’ utopico, è di approdare insieme a UCLA, l’università losangelina per eccellenza. Anche se lo strapotere di Kelchey sul parquet lo rende molto più promettente del giovane Russell.

Nel maggio 2004 il loro allenatore decide di portarli al Los Angeles Southwest College, dove si tiene un piccolo torneo in cui gareggiano anche atleti universitari. Il contesto ideale per valorizzare il talento dei 2 sedicenni. Barrs gioca una serie di partite a un livello pazzesco, conducendo di fatto la sua squadra in un filotto di vittorie. E un pomeriggio, terminata l’ennesima partita di assoluto strapotere sul campo, Khelcey si trattiene a chiacchierare con alcuni ragazzi, mentre Westbrook, sfinito, saluta tutti. E proprio a seguito dell’uscita di Russell, accade l’imprevedibile: Khelcey tutt’a un tratto accusa un forte dolore al petto, si accascia a terra, va in arresto cardiaco. Di lì a poco, la morte.

La diagnosi parlerà di cardiomegalia, ossia un accrescimento del cuore, la cui causa può derivare o da uno sforzo eccessivo o da una condizione congenita. Una disgrazia inimmaginabile, che stronca la vita di un sedicenne, dal futuro radioso.

Russell non ci crede, non può essere vero. Piange per il suo amico inseparabile, non riesce a capacitarsi di quanto sia successo.  Per supportare la famiglia Barrs in quel momento critico, si mette a disposizione, svolgendo tutte le mansioni che spettavano a Kelchey. Ma questo non basta, lui stesso si rende conto che il suo migliore amico merita di più. Una rabbia crescente inizia ad animare il sedicenne Westbrook. E’ l’inizio della metamorfosi.

 Per coronare il sogno suo e di Khelcey, Russell comincia a sfoderare una prestazione allucinante dietro l’altra. Sembra indemoniato. Quello che Barrs faceva sul campo, Westbrook lo riproduce, il tutto elevato al quadrato. Sembra di vedere 2 persone nel corpo di una sola, una mutazione stupefacente.

 Da lì, il resto è storia: l’approdo a UCLA, ad esaudire il loro desiderio comune, la scelta al Draft da parte di OKC con la quarta pick, il crescendo di stagione in stagione, fino alla definitiva consacrazione in questa Regular Season. Un cammino trionfale, che potrebbe concludersi con il premio MVP – Harden permettendo -. E chissà, magari in futuro con l’agognato titolo.

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E insieme al braccialetto con la sigla KB3 – portato ogni sera al polso in memoria di Khelcey -, Russell indossa anche un altro bracciale, con su la scritta “Why not?”. Questo negli anni è diventato il suo mantra. Un approccio, una visione che guida Russell fuori e dentro al campo, e lo rende incapace di arrendersi. Mosso non solo dalle sue ambizioni, ma anche dalla volontà di ricordare il suo migliore amico. Voglio che la gente sappia che Khelcey poteva essere il giocatore più forte del paese, e sarà sempre parte della mia vita”, queste le sue parole rilasciate anni fa. E ora, Russell mira al traguardo del suo amico fraterno, allo status di giocatore più forte di tutti. Non solo per se stesso, ma anche per Khelcey. E al di là dell’esito della sua battaglia personale, non possiamo che inchinarci davanti a Russell Westbrook.

Il nome perfetto per un giocatore dello Utah: Stockton Malone Shorts

Il nome perfetto per un giocatore dello Utah: Stockton Malone Shorts

La Napoli degli anni ‘80 ha visto nascere decine di Diego, Roma è piena di Francesco dal 2000 in poi per motivi molto meno aulici rispetto al Santo Patrono d’Italia e anche in America l’usanza di dare i nomi ai figli ispirandosi ai propri idoli.

Nello Utah sta conquistando una certa popolarità un playmaker di 187 cm dall’ottimo passo, bravo a difendere e solido nel tiro in penetrazione, selezionato nella AAU degli Utah Prospects. Si tratta di Shorts e gioca a Copper Hills ed ha gli occhi di molti college su di lui ma negli Stati Uniti è diventato celebre perché il cognome è sì Shorts, ma il suo nome è Stockton Malone.

Stockton Malone Shorts, i primi due nomi sono i cognomi dei due giocatori più forti della storia degli Utah Jazz. I genitori, tifosissimi dei Jazz ovviamente, conobbero nel ‘96 i “veri” Stockton e Malone a Phoenix prima di un’amichevole tra Team Usa e Cina dove oltre ai campioni si incontrarono anche con Jerry Sloan, storico allenatore dei Jazz.

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Rimasero a chiacchierare per un po’ oltre ad aver fatto foto di rito ed autografi e questo ha convinto la coppia a chiamare il proprio figlio, due anni dopo, proprio Stockton Malone. Nome singolare, che per ora gli ha portato molta fortuna.

Mahershala Ali, dalla NCAA al Premio Oscar

Mahershala Ali, dalla NCAA al Premio Oscar

Qualcuno lo ama, qualcuno lo odia, molti pensano che l’Oscar sia stato immeritato ma il binomio con il Miglior film vinto ai Golden Globe ha confermato la bontà con cui la critica ha visto Moonlight.

Il film ha vinto 3 Premi Oscar, quello di Miglior Film, quello per la Miglior sceneggiatura non originale e quello per il Miglior attore non protagonista andato a Mahershala Ali divenuto celebre grazie ad Hunger Games e ad House of Cards.

Ali, californiano di Oakland, si è laureato in Scienze della Comunicazione al Saint Mary’s College of California dove è entrato grazie ad una borsa di studio ottenuta per la pallacanestro.

L’attore portò nel ‘90 la sua High School alla finale del titolo della Division III grazie ad una grande tecnica abbinata ad un’ottima fisicità ma la passione per la pallacanestro inizia a scemare e chiuderà i 4 anni universitari con magrissime consolazioni e con una passione dilagante per la recitazione che lo portò poi a diplomarsi anche alla New York University in recitazione.

Chi lo ha visto giocare assicura che Mahershala Ali, nato come Hershal Gilmore prima di convertirsi all’Islam, aveva talento per diventare un ottimo giocatore, si sacrificava per la squadra ed era davvero altruista. Un attore non protagonista sul parquet che grazie allo sport ha poi conosciuto la sua vera vocazione.

Thon Maker: dal Sudan alla conquista dell’America, decreto Trump permettendo

Thon Maker: dal Sudan alla conquista dell’America, decreto Trump permettendo

Che il mondo NBA sia apertamente schierato contro la presidenza Trump non lo scopriamo di certo oggi. La stragrande maggioranza dei giocatori da sempre s’è opposta alle politiche protezionistiche del tycoon, schierandosi a difesa dei diritti degli afroamericani e degli immigrati. E il dissenso nei confronti del neoeletto presidente si è ancor più accentuato a seguito dell’ultimo decreto anti-immigrazione, che vieta l’ingresso negli USA ai cittadini provenienti da 7 stati musulmani – Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen e Sudan – . Un dissenso talmente ampio da spingere Mike Bass, portavoce della Lega, a presentare un documento di forte condanna verso il decreto. Come mai un intervento così deciso da parte di una figura di spicco in NBA?

Perché il decreto riguarda da vicino due atleti della Lega, Luol Deng e Thon Maker. Entrambi nati in Sudan, malgrado la doppia cittadinanza – il primo è naturalizzato britannico, il secondo australiano – il decreto potrebbe bloccarli alla frontiera, soprattutto durante le trasferte in territorio canadese. Una situazione davvero sgradevole, che ha innescato la mobilitazione dell’intera NBA. E se l’ala dei Lakers ha comunque avuto una lunga e prolifica carriera, per il lungo di Milwaukee, selezionato nello scorso draft con la decima chiamata, sarebbe un schiaffo morale durissimo da digerire.

Maker ha infatti dovuto affrontare una vera e propria Odissea, prima di approdare nel basket che conta. Nato nel febbraio 1997 a Wau, nel Sudan del Sud, all’età di cinque anni dovette rifugiarsi nella vicina Uganda, a causa della terribile guerra civile che falcidiava il suo Paese. Ma anche in Uganda la situazione politica era instabile, e per di più il governo di Kampala appoggiava lo schieramento degli indipendentisti, che si opponeva strenuamente allo stato sudanese. Meglio cambiare aria. Insieme agli zii e ai fratelli Thon intraprende un lungo viaggio che lo porterà in Australia, a Perth, dove riceverà asilo come rifugiato.

Qui ha inizio la sua nuova vita. A Mirrabooka, nella periferia di Perth, comincia a dedicarsi al basket e al soccer, supportato da mezzi atletici spaventosi. A 11 anni sfiora già i due metri! E compiuti 13 anni  incontra Edward Smith, figura che in Australia si prodiga, tramite lo sport, nel favorire l’inserimento degli immigrati nella società. Smith si accorge dell’enorme potenziale del ragazzo, tant’è che convince la zia a lasciarlo venire con lui a Sydney, dove Thon militerà nella Saint George Basketball Association fino al 2011. Da lì, gli si spalancano le porte degli States: Smith, diventato per lui un mentore, prima lo porta in un talent camp in Texas, poi fa in modo che si iscriva alla Carlisle School, a Martinsville, in Virginia.

Al liceo Maker sembra inarrestabile nel ruolo di centro, siglando 22 punti e 13 rimbalzi di media a partita. Ma non sono le sue eccezionali prestazioni a regalargli la fama in tutta America, quanto piuttosto alcuni video caricati su Youtube, divenuti in pochi giorni virali, in cui mette in mostra il suo spaventoso ball-handling, malgrado i suoi 216 cm di altezza. In breve diventa una celebrità, da ogni dove spuntano tifosi e scout che vogliono testare le sue capacità.

Nel settembre 2014 Thon si rimette in viaggio: stavolta si trasferisce col fratello in Canada, precisamente a Mono, in Ontario, per seguire le orme di Edward Smith che era assistant coach nell’Athlete Institute di Mono. Anche qui le sue prestazioni fanno scalpore, c’è chi lo paragona a Anhony Davis, chi a Kevin Garnett. La pressione inizia a farsi sentire sulle sue spalle. Sull’onda dell’entusiasmo, decide di diplomarsi in anticipo, così da poter essere scelto in qualche college e giocare in NCAA. Vuole diventare una star, e per questo decide di bruciare le tappe. Ma, convocato al Nike Hoop Summit – torneo ideale per mettersi in mostra -, segna appena 2 punti con un misero 0/5 dal campo. E la domanda sorge spontanea:Thon Maker è un flop?

Maker è ancora richiesto da diversi college, eppure tutto l’hype nei suoi confronti  sembra sbiadirsi giorno dopo giorno. Molti lo considerano un bidone, altri stravedono per lui. La pressione che lo assale, la confusione che gli riempie il cervello, finchè non arriva una decisione inaspettata: non decidere nulla. Thon non sceglie nè di iscriversi al college, né di intraprendere la carriera da professionista all’estero.

E cosa fa? Benché già diplomato, resta all’Athlete Institute di Mono, giocando un altro anno a livello collegiale. Una scelta che ha dell’incredibile, ma che risulterà vincente. Thon si allena come un ossesso, in un ambiente familiare e lontano dagli occhi degli scout, finché non manifesta al grande pubblico le sue intenzioni: andare a giocare direttamente in NBA. Il che sembrerebbe impossibile, visto che dal 2005 la Lega impedisce il passaggio diretto dal liceo alla NBA. Ma c’è di mezzo il 2015-2016, stagione in cui Thon ha sì giocato al liceo, ma dopo essersi diplomato l’anno prima. Proprio per questo, dopo lunghe consultazioni legali, l’NBA ha dato l’ok: Maker può dichiararsi al Draft pur senza aver giocato al college.

 Ed ecco che torna la Maker-mania: gli addetti ai lavori e gli scout tornano ad interessarsi a lui, cercando di carpire informazioni sul suo conto. Ma Thon, stavolta, s’è fatto furbo: non solo non pubblica nessun video che lo sponsorizzi, ma dà forfait a tutti i tornei organizzati per i migliori prospetti a livello nazionale. Attorno alla sua figura aleggia il mistero, nessuno conosce il suo reale valore. E sarà proprio questa la sua fortuna: malgrado i tanti dubbi, i Bucks decidono di rischiare e lo scelgono con la decima pick al Draft, nello stupore generale e contro qualunque pronostico.

 E dopo una prima parte di stagione altalenante – soprattutto a causa della sua esile struttura fisica -, nelle ultime 10 partite Maker ha trovato un posto da titolare a Milwaukee. Il suo è un gioco ancora grezzo e acerbo, i minuti in campo di media sono ancora pochi, ma i miglioramenti si notano a vista d’occhio. Proprio per questo, non è giusto che la sua carriera venga messa a repentaglio da un decreto governativo, solo perché la sua terra natia è il Sudan. Negli ultimi giorni a ribadire questo concetto è stato anche Alexander Lasry, proprietario dei Bucks, nonché figlio di un immigrato marocchino. Lui stesso si è detto orgoglioso tanto di suo padre quanto di Thon, per la capacità di eccellere anche in un Paese che li ha accolti. Ed è proprio questo il punto:un ragazzo così non merita di essere sbattuto fuori, ma di essere valorizzato. E non sarà certamente il decreto di Trump a fermare la sua scalata al successo.