Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong Un

Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong Un

Kim Jong-un, il leader supremo della Corea del Nord ha una grandissima passione per la pallacanestro. E’ il più giovane capo di stato del pianeta ed ha studiato, sotto mentite spoglie, in un collegio in Svizzera. Ci sono testimonianze, e foto, di Kim che con la maglia di Rodman gioca a basket tra le Alpi e forse nemmeno lui avrebbe mai pensato che un giorno, avrebbe fraternizzato con The Worm.

Come nasce questo rapporto tra Rodman, forse il miglior rimbalzista che la pallacanestro abbia mai avuto, con quello che ad oggi è indiscutibilmente il leader politico più discusso e controverso del mondo?

Nasce qualche anno fa quando una squadra di Basket nord-coreana lo ingaggia come istruttore, su suggerimento del Leader Supremo che lo aveva conosciuto in una precedente trasferta, con la maglia degli Harlem Globetrotters in Corea del Nord. Kim non può perdere l’occasione di conoscere il suo idolo e lo incontra, instaurando una solidissima amicizia con il nativo di Dallas tant’è che Rodman gli disse, dopo qualche giorno “Kim, hai trovato un amico per la vita“.

Che ci facevano poi i Globetrotters in Corea del Nord è un capitolo a parte: la Corea è uno degli Stati più controversi del pianeta e dove gli americani, per usare un eufemismo, non sono ben visti, ma questi geni del basket, e dell’intrattenimento non sono nuovi a queste incursioni perché ciò che fanno loro e come lo fanno loro, rendono ogni cosa possibile, abbattendo le barriere. Non è un caso se molti Papi si siano divertiti con loro, Giovanni Paolo II ne è addirittura membro onorario. Non è un caso se  in piena Guerra Fredda questi neri americani, che giocavano con una divisa che ricordava la bandiera USA, avevano avuto il privilegio di giocare allo Stadio Centrale Lenin di Mosca davanti al segretario generale del Pcus Nikita Kruscev.

Tornando ai nostri protagonisti, tutte queste cose le sappiamo perché in America, negli anni, questo rapporto tra Kim e Rodman è diventato un problema: Rodman vuole allentare le tensioni tra i due paesi, ha chiamato diverse star NBA, un po’ borderline come lui, a giocare una partita amichevole contro una squadra nord coreana come regalo per il 30esimo compleanno del Leader ed ha aggiunto, prima della partenza per Pyongyang, che “Lo faccio per mettere in connessione due paesi del mondo e di far capire alla gente che non tutti i paesi del mondo sono cattivi come li descrivono i media occidentali“.

Ai problemi di natura etica sorti sul territorio USA si sono aggiunti inoltre, per Rodman, problemi di natura legale perché l’ONU si interrogò sul sanzionare o meno il giocatore per i regali che portò all’amico e che secondo gli esperti avrebbe violato le sanzioni internazionali imposte alla Corea del Nord, in risposta ai test nucleari e missilistici del 2006 e del 2009, inasprite dopo il terzo esperimento di qualche anno fa.


I rapporti tra Kim Jong-un e Dennis Rodman si sono un po’ raffreddati perché l’ex Bulls non prese bene la presunta notizia dell’epurazione e dell’esecuzione di Jang Song Thaek, numero due del regime, nonché zio e mentore del giovane Kim, che secondo le fonti Sud-Coreane, sarebbe stato ucciso proprio dal Leader Supremo, fatto sbranare dai suoi cani.

Raffreddati, non chiusi però, tant’è che nel Gennaio del 2015 Rodman ha invitato ufficialmente il noto regista e attore Seth Rogen a visitare Pyongyang dopo il contestato The Interview, un film comico, dissacrante, in cui si sparava a zero sulla Corea del Nord e su Kim Jong-un che non è stato preso per niente bene sopra il 38° parallelo e che aveva fatto scattare nuove minacce da parte del governo di stampo comunista.

Rodman aveva parlato di “Diplomazia del basket”, addirittura indicandosi come possibile candidato al Premio Nobel per la Pace da assegnargli di diritto nel caso in cui avesse fatto incontrare Obama e Kim per risolvere i problemi sotto la grande bandiera dei Chicago Bulls, ma non se ne fece nulla e Dennis, detto il Verme, rimase all’amo del Leader Supremo.

Oggi che la situazione tra Stati Uniti e la Corea del Nord sono anche peggiori di allora, Rodman potrebbe riprovarci. Che sia la soluzione per un definitivo stop alle ostilità (per ora solo verbali)? Impossibile, ma sarebbe una bella storia da raccontare.

Del resto da un tipo che si propose come interlocutore per negoziare con l’ISIS, ci si può aspettare davvero di tutto.

Javaris Crittenton, quando la NBA è criminale

Javaris Crittenton, quando la NBA è criminale

E’ il 19 agosto 2011 e la ventiduenne Julian Jones si trova insieme al marito nel giardino di casa, ad Atlanta. Tutt’a un tratto sulla strada sbuca un SUV nero, coi vetri oscurati. E’ questioni di pochi secondi: il vetro posteriore che si abbassa, una scarica di colpi micidiali, la donna che si accascia a terra, colpita all’arteria femorale. Il marito lì accanto, illeso per miracolo, si getta a terra per soccorrerla. Ma non c’è nulla da fare, la donna morirà poco dopo in ospedale, lasciando quattro figli. Qual è il motivo, il senso di un omicidio così efferato?

Per spiegare tutto questo, riavvolgiamo il nastro. E’ il gennaio 1996, Javaris Cortez Crittenton ha da poco compiuto 8 anni e vive con la madre e le sorelle nei sobborghi di Atlanta. Il padre è quasi una figura mitologica, non si fa vedere mai. La vita del piccolo Javaris scorre tranquilla, ma la madre Sonya teme che il figlio, crescendo, possa cacciarsi in brutti giro, vista la criminalità imperante nel quartiere. Perciò, notando la sua passione per il basket, decide di iscriverlo nella scuola di Tommy Slaughter – per gli amici PJ -, che insegna ai ragazzini le nozioni basilari del gioco.

Ma Javaris manifesta un talento innato, tant’è che in breve su di lui mette gli occhi Wallace Parther Jr., guru del basket giovanile in Georgia, che lo prende nei suoi Atlanta Celtics, tra le miglior società nella zona per la crescita dei giovani prospetti – da qui è uscita gente come Dwight Howard e Josh Smith-. Dal canto suo Javaris ripaga la sua fiducia già nella sua prima partita, in cui sfodera una giocata sensazionale contro un certo Lebron James, già all’epoca individuato come The Chosen One.

Nel giugno del  2005 Parther, ormai mentore del giovane Crittenton, muore a causa di un arresto cardiaco. Per Javaris è un duro colpo, ma riesce a sfogare tutta la rabbia nella partita memoriale in suo onore, dove annichilisce gli avversari e si attira le attenzioni degli scout NBA.

Finalmente, arriva il draft 2007. Tra le stelle ci sono soprattutto Greg Oden e Kevin Durant, ma anche Javaris si ritaglia il suo spazio e viene scelto alla 19esima chiamata dai Lakers.

Da qui, però, iniziano le difficoltà. Lui, un semplice ragazzo della periferia di Atlanta, viene catapultato nella sferzante megalomania losangelina: quello non è il suo ambiente, non ci si riconosce. E purtroppo, nemmeno sul parquet si trova più di tanto a suo agio. Infatti ai Lakers, nel suo spot di guardia, c’è una concorrenza spietata, togliere il posto da titolare ad un mostro sacro come Kobe Bryant è pura utopia. E Javaris soffre parecchio la panchina, si lamenta di continuo con Coach Zen, senza capire che deve invece  farsi le ossa.

Dicevamo del lusso sfolgorante di Los Angeles, ma è l’altra faccia della medaglia ad infatuare il giovane nativo di Atlanta: la criminalità. Una sera fa la conoscenza di Dolla, un rapper tutt’altro che raccomandabile, che lo introduce in ambienti loschi. E così, come in un thriller di James Ellroy, Javaris entra a far parte di una gang locale, i Mansfield. La sua vita cambia drasticamente.

I Lakers, ormai stanchi del suo comportamento, lo scambiano coi Grizzlies, che a loro volta lo spediscono a Washington. Eppure, nemmeno la lontananza dalle gang della città degli angeli sembra fargli mettere la testa a posto. Infatti, malgrado coi Wizards  avesse finalmente trovato un po’ di continuità sul parquet, è nello spogliatoio che accadono i guai.  E’ il dicembre 2009, vigilia di Natale. Gilbert Arenas è la star della squadra, però ha anche accumulato un po’ di debiti di gioco con Javaris, che rivuole indietro i suoi soldi con fare minaccioso. Ma Arenas non ha intenzione di tirar fuori un centesimo. Si danno appuntamento nello spogliatoio, Arenas apre l’armadietto con nonchalance: lì nascosto  c’è un piccolo arsenale. Ma Crittenton non è uno sprovveduto, anche lui ha con sé un’arma: i due si puntano le pistole l’uno contro l’altro, solo l’intervento tempestivo dei compagni evita lo scontro a fuoco.

La vicenda fa scalpore a livello nazionale, i due vengono sospesi. Ma, mentre Arenas tornerà a giocare nuovamente per i suoi Wizards, Crittenton pone fine alla sua carriera NBA.

Se ne va in Cina, domina nel campionato, ma gli manca la sua patria e decide di tornare in America. Trova però le porte dell’NBA sbarrate, si trasferisce stabilmente a Los Angeles, ma qui un giorno viene derubato di 55.000 dollari e gioielli da Lil Tic e i suoi fratelli, loschi criminali nonché sua vecchie conoscenze. L’affronto subito è enorme, Javaris vuole vendicarsi.

E così, torniamo all’inizio del terribile racconto. Crittenton non ci mette molto a scoprire che Lil Tic vive ad Atlanta con la moglie, noleggia un’ auto insieme al cugino e dà sfogo alla sua sete di vendetta.

Di lì a poco viene scoperto ed arrestato. Viene inoltre alla luce che era invischiato in traffico di droga, la sua casa è piena di armi e stupefacenti. Il 29 aprile 2014 Javaris Crittenton è condannato a 23 anni di carcere e 17 di libertà vigilata.

 La storia di Crittenton è la sintesi perfetta del manuale sul come buttare la propria vita. Un talento cristallino, un dono invidiabile, tutto gettato alle ortiche, nella dannazione. Alla fine, per Crittenton come per tanti altri, ha prevalso la regola brutale: ”Puoi uscire dal ghetto, ma il ghetto non uscirà mai da te”.

Kobe Bryant: -Acta est fabula, plaudite!-

Kobe Bryant: -Acta est fabula, plaudite!-

I Los Angeles Lakers nella notte hanno ritirato i numeri di maglia 8 e 24 appartenuti a Kobe Bryant, unico giocatore nella storia ad avere due maglie ritirate con la stessa franchigia. Il tributo ad uno dei giocatori più forti e iconici del parquet mondiale.

Siete mai stati a teatro ?

Velluto rosso ovunque, morbido alla vista oltre che al tatto. Platee colme di poltrone talmente appariscenti che ti attraggono magneticamente, talvolta anche troppo, tanto da farti crollare tra i loro bracciali qualora non riuscissi a fare l’amore con la messa in scena. Lampadari dorati che scendono come cascate da soffitti verosimilmente stanchi di essere violati nell’intimità dai più stravaganti sconosciuti ben vestiti per l’occasione.

Il sipario che si apre fa comparire due strade di fronte agli occhi dello spettatore, che non ha libero arbitrio circa la via da imboccare. Perché il teatro non lo controlli, decide lui come trattarti. Può chiuderti le palpebre ed immergerti in un mondo parallelo, farti pulsare il sangue nelle vene fino a farti sentire vivo, trasportando sia il tuo cuore che la tua mente in un viaggio che ti fa assaporare qualsiasi tipo di sentimento. Per qualche ora puoi essere il suo amante segreto, finendo per rimanerne tramortito, quasi incredulo.

Oppure sceglie di lasciarti fuori da tutto questo. Opta per annoiarti, sbattendoti in faccia la porta di quell’universo meraviglioso. Quando parlo di noia, intendo sbadigli su sbadigli che ti costringono a disprezzare il luogo medesimo oltre che lo spettacolo. E a quel punto non vedi l’ora che si concluda. Odi tutti quelli che appaiono assorti e ti guardano come il peggiore degli insensibili. Per non sentirti a disagio provi con fatica a sfondare quel muro, ma ogni tentativo risulta vano.

Io ho sempre pensato di far parte di quest’ultima cerchia di persone. Insomma, per anni sono stato quello che una volta seduto si addormentava, spesso prima che tutto iniziasse. Ero convinto che in qualche modo non potessi rientrare tra i pochi eletti aventi la fortuna di fare amicizia con quella realtà illusoria.

L’ho creduto fino al 13 Aprile scorso, quando in un’arena losangelina andava in scena, in maniera “so Hollywood”, l’ultimo atto del Macbeth shakespeariano. Stavolta però, il protagonista non era quel Michael Fassbender la cui interpretazione sarebbe potuta essere meritevole di Premio Oscar, ma il più grande attore dell’epoca moderna: Kobe Bean Bryant.

Un’esperienza mistica che mi ha consumato, che ha preso il me stesso bambino e l’ha nutrito con l’essenza delle emozioni più profonde. Ho assaggiato la purezza del vero amore, la gioia a tratti orgasmica della vittoria e il barbaro dolore della sconfitta. Alla fine, guardandomi allo specchio, ho finalmente capito di aver vissuto inconsciamente per vent’anni in un’opera teatrale.

È incredibile come la storia scritta dal più famoso poeta inglese assomigli alla carriera, e perché no anche alla vita, di Kobe Bryant.

Kobe è il generale Macbeth.

È la compulsiva brama di potere, il sangue che idealmente ha fatto scorrere in ogni luogo d’America per poterlo raggiungere. È l’iniezione di ogni goccia amara derivante dalle sconfitte per diventare completamente privo di compassione.

Bryant ha preso il furore agonistico e ha soffocato la sua coscienza poco a poco, pesi dopo pesi, canestri su canestri. È diventato un tiranno. Ha ascoltato le tre streghe del componimento di Shakespeare sussurrargli “Il bello è il brutto, il brutto è il bello” e ha deciso che quell’esclamazione l’avrebbe accompagnato per il resto dei suoi giorni, fino a diventare l’epitaffio sulla sua lapide sportiva, invertendo completamente i rapporti tra etica e morale di cui avevamo letto sui libri di filosofia fino a quel momento.

Ha distrutto i Pacers di Reggie Miller, i 76ers di Iverson, i Nets di Jason Kidd, i Magic di Howard e i Celtics dei Big Three, nell’ultimo caso vendicandosi con rabbia del trattamento da lesa maestà ricevuto nelle Finals del 2008. Si è seduto su quello che possiamo considerare il suo trono di Scozia. Si è fatto attanagliare dal terrore di perderlo e ha parlato a quattr’occhi coi demoni della paura, stringendo un patto che lo avrebbe visto compiere qualsiasi atto pur di non dover cedere lo scettro.

Si è dovuto arrendere e ha continuato a cospirare impotente, da solo contro tutti. Si è satollato di orrori durante gli anni in cui non riusciva ad andare oltre il primo turno di Playoffs, e vedeva migliaia di ore passate in palestra cadere nel dimenticatoio.


Kobe vive a metà nell’eterna dicotomia tra bene e male e, sebbene sia lui stesso in una recente pubblicità in cui è testimonial ad affermare “Don’t love me. Hate me”, ancora oggi non sappiamo se definirlo antieroe senza scrupoli o vittima di se stesso.

Avete capito bene, perché sono sicuro che una sfumatura del 24 in purple&gold non desiderasse far prendere il sopravvento al lato oscuro. È la parte che lo avrebbe reso simile a suo padre, quel “Jellybean” il cui epiteto ne descriveva perfettamente l’indole, da cui il figlio ha preso sovente le distanze. C’è stato un momento in cui Kobe non sapeva se volesse veramente essere quello che è stato. Era esitante. È qui che entra in gioco la sua ambizione ossessiva.

È quella che lo ha spinto ad essere contemporaneamente un grande re ed un villano, ogni minuto trascorso sul parquet. È stata la sua Lady Macbeth e tutti quanti ne abbiamo visto la genesi, la crescita e, al termine dell’ultima partita contro i Jazz, la morte.

Un epilogo che fa interrogare chiunque lo abbia amato, odiato e rispettato; che mette a nudo il nostro io e lo intima velatamente ad ascoltare la ragione a discapito della lusinga.

Acta est fabula, plaudite!- così si chiudeva la rappresentazione nel teatro antico.

Mamba outcosì scompare dietro il palco Kobe Bryant.

Batte le mani anche Jack.

Potete aprire gli occhi. É tutto finito.

Sipario.

Daniele Quetti – Born in the Post

Memento: C’erano una volta i Sonics, la Leggenda di Emerald City

Memento: C’erano una volta i Sonics, la Leggenda di Emerald City

L’acqua limacciosa della memoria, dove tutto ciò che cade si nasconde. Se la si muove, qualcosa torna a galla.” (J. Renard )

Ho sempre lottato contro l’oblio. Athazagorafobia: così viene definita, in una delle sue sfaccettature, la paura di dimenticare.

Fortuna vuole che la nostra mente sia una stupenda macchina in grado di immagazzinare innumerevoli informazioni, dispensandocele talvolta quando meno ce lo aspettiamo. Non tutti i ricordi sono una scelta, ed è così che i “pop mentali” inspiegabilmente possono riportarci a vecchie emozioni sopite, luoghi dimenticati o passioni vissute.

Non mi è dato sapere quali siano stati i tasti del mio subconscio ad essere stati toccati, ma d’ improvviso mi sono ritrovato nel 1996, quattordicenne. Un’immagine nitida venutami in soccorso per ridare luce a sbiadite diapositive del passato. Litigo con il vecchio stereo che meccanicamente graffia la voce di Kurt Cobain, già di per se malamente riprodotta da una musicassetta più volte sovrascritta. Rinuncio, scendo in cortile, e qui vestendo i panni di Gary Payton bisticcio con il ferro del canestro appeso al muro di casa, rassegnandomi al fatto di non divenire mai una stella della NBA. Le mie orecchie sembrano quasi percepire il pesante rimbalzo del pallone sulle mattonelle, tanto il ricordo si è fatto nuovamente lindo.

The Glove era il braccio che armava la potenza del compagno Shawn Kemp. Cagnacci al soldo del tecnico George Karl, i due erano la perfetta miscela che meglio rappresentava lo spirito di una delle squadre più affascinanti e romantiche del dorato mondo dell’Association: i Seattle Supersonics.

Sam Schulman, businessman della Grande Mela, divenne nel 1967 il primo proprietario della neonata franchigia il cui nome richiamava un vecchio progetto della Boeing, industria aerospaziale che aveva sede proprio nella capitale del Pacific Northwest. La città ebbe però bisogno di qualche anno prima di prendere confidenza con l’arancia. Fu l’arrivo di un underdog come Slick Watts a riscaldare la fredda Key Arena. Sul parquet scendeva sempre con grinta, determinazione, cuore ed un’insolita fascetta a coprire il capo. Personaggio atipico, divenne ben presto il simbolo del team.

Il forte senso di appartenenza da parte dei figli di Seattle ha permesso che il suo ricordo non si bagnasse delle acque del fiume Lete. Da Jason Terry a Isaiah Thomas, passando per Jamal Crawford e Brandon Roy, ognuno a suo modo, ha saputo rendergli omaggio. Così come ognuno ha saputo rendere omaggio alla terra natìa: 206, two-o-six! Il prefisso del capoluogo a marchiare indelebilmente la pelle.

Schulman rimase in carica sino al 1983, festeggiando l’anello conquistato nel ’79 a spese degli Wizards. Protagonisti dell’unico titolo furono Gus Williams e Dennis Johnson, coppia micidiale ottimamente assortita dal head coach Lenny Wilkens, già stella di uno dei primi storici roster.

Il logo dei Sonics riprendeva lo skyline della città, comune denominatore che li legava a doppio filo con la band dei Nirvana: motivo in più, se mai fosse stato necessario, per farmi ulteriormente capitolare.

Seattle ha una guancia che poggia sull’Oceano Pacifico ed una accarezzata dalle fredde onde del Lake of Washington. Le lussureggianti  piante di aghifoglie  che la cullano e ne fanno da cornice, la rendono uno degli insediamenti più ambiti al mondo grazie anche all’altissima qualità della vita offerta. Un’area remota degli Stati Uniti, regno di foreste e vulcani al confine con il Canada, resa dinamica dall’importante sviluppo tecnologico: ossimoro perfetto per poterla descrivere. Sono nati così, incastonati tra le varie sfumature cromatiche della vegetazione cittadina, influenti colossi industriali e finanziari come la Boeing, la Microsoft, Starbucks ed Amazon.

Emerald City è altrettanto feconda dal punto di vista musicale avendo dato i natali a Jimi Hendrix, Paul Simon e sul finire degli anni Ottanta al grunge, movimento culturale difficilmente confinabile entro i righi e gli spazi di un pentagramma. Il grunge, compagno di Seattle per poco meno di due lustri, era apatia e fatalismo, anti convenzionalità e nichilismo: porto sicuro per i giovani disillusi dal degrado seguito alla Guerra Fredda e dalla crisi economica che lentamente si stava facendo spazio all’interno del tessuto sociale statunitense.

Numerose bands, fortemente radicate nel punk  ma con un occhio grezzo all’ hard rock, proponevano suoni sporchi e coinvolgenti, colonizzando di fatto la scatola armonica della metropoli statunitense. Pionieri in tal senso furono gruppi come i Melvins ed i Green River, anche se il vero emblema di questo movimento furono i Nirvana dell’angelo biondo Kurt Cobain e gli Alice in Chains del compianto Layne Staley, vittime entrambi di ciò che tentavano di esorcizzare attraverso i loro testi.

In antitesi a quella che era una realtà sociale stanca ed avvilita, il mondo della palla a spicchi era riuscito ancora una volta a riprendere quota. Le fortunate scelte al draft di Kemp e Payton furono il perfetto antidoto per superare gli anni opachi ed anonimi in cui la lega era cosa dei Celtics o dello “Showtime” griffato purple&gold. La squadra non era solo The Glove o The Reign Man. La presenza di validi comprimari come Hawkins, Schrempf, McMillan e Sam Perkins permise ai ragazzi di coach Karl di ritagliarsi molto più che mere soddisfazioni, spazzando via la parentesi negativa del playoff  93/94, quando con il miglior record furono umiliati al primo turno dai Nuggets.

Rain City pulsava di musica e pallacanestro, ma la vita ci insegna che niente dura per sempre. Il grunge lentamente scompare, lasciando spazio ad innovative sonorità elettroniche e le stelle più luminose dei Sonics tradiscono la città, alla ricerca di un anello che possa testimoniare la loro grandezza. Il collettivo è indirizzato verso un lento declino che nemmeno le morbide mani di Ray Allen riescono ad arrestare.

Seattle è una fidanzata capricciosa. Ammaliante, è in grado di incantarti, rapirti e voltarti le spalle.

Nel 2006 qualcosa comincia a scricchiolare. Il presidente Howard Schultz, proprietario di Starbucks, non riesce ad ottenere dallo stato di Washington l’aiuto economico necessario per la ristrutturazione della Key Arena. Già in passato altre strutture come il Kingdome ed il Tacoma Dome fecero temporaneamente da casa ai Sonics, non questa volta.

Il team diventa appetibile per diversi imprenditori. Tra tutti la spunta lo squalo Clayton Bennett, il quale, mosso dal Dio denaro, trasferisce la franchigia ad Oklahoma City nell’autunno del 2008.

Pochi mesi prima, il 13 aprile, la città ha concesso un ultimo ballo ai Sonics di un giovane Kevin Durant. L’assordante silenzio della lacrimante Key Arena, teatro del mesto addio, viene idealmente interrotto dalle note scelte per l’occasione dalla City. Musica e pallacanestro si fondono un’ultima volta, lasciando che Lei li affascini ancora. Seattle si rivolge direttamente ai  giocatori, utilizzando le parole già cantate da un figlio perduto:

Would you like to hear my voice, sprinkled with emotion invented at your birth?“, così recitava una strofa di Oh Me, struggente pezzo dei Meat Puppets magistralmente riproposto dai Nirvana di Kurt Cobain.

Vorresti ascoltare la mia voce spruzzata di emozione, inventata alla tua nascita?, sembra voler ripetere la seducente compagna di ballo.

I Sonics fissano la loro dama con l’attonito silenzio che caratterizza l’impotenza. Uno sguardo atto a raccogliere ogni emozione che il rapporto è stato in grado di far nascere e fiorire, in costante conflitto contro l’angoscia di smarrire per sempre ogni ricordo.

È un addio, non un arrivederci, nonostante negli anni vi siano stati diversi e vani tentativi per riportare la franchigia a ricongiungersi con la sua amata.

Ed è così, in un saluto di foscoliana memoria, che la squadra si separa per sempre da quella che è stata la sua casa:

Tu non altro che il canto avrai dei sonici

o amata nostra terra, e a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

-Memento, c’erano una volta i Sonics.

-Non ho paura di dimenticare. Contro di loro l’oblio uscirà sempre sconfitto.

Emiliano Varenna, Il Santo –  Born in the Post


Giannis Antetokounmpo: storia di un clandestino diventato Superstar

Giannis Antetokounmpo: storia di un clandestino diventato Superstar

Ci siamo quasi messi alle spalle il periodo in cui l’Europa ha vissuto la peggiore crisi economica dal dopoguerra. Soprattutto le nazioni affacciate sul Mediterraneo hanno dovuto affrontare una disoccupazione e un malessere crescenti, che hanno provocato diverse proteste e scontri intestini. In Italia, in Spagna e soprattutto in Grecia la crisi ha causato lotte sociali sfociate nelle più  classiche “guerre tra poveri”.

La Grecia, la terra che ha dato i natali a Pericle, Socrate e Eschilo, la patria della democrazia, da anni piegata dalla congiuntura economica. E in una situazione così precaria sono affiorate tensioni sociali che hanno spaccato il paese in due, la disperazione ha spinto in molti a cercare un capro espiatorio a cui addossare la colpa. E quale miglior capo espiatorio se non l’immigrato extracomunitario venuto sulle coste elleniche solo per rubare il lavoro? 

 Ecco, è questo lo scenario in cui va inserita una famiglia nigeriana sbarcata in Grecia nel lontano 1992, vissuta nella clandestinità per vent’anni: la famiglia Adetokunbo, poi grecizzato in Antetokounmpo. Charles e Veronica, un uomo e una donna scappati dal proprio paese e rifugiati in territorio europeo, dove hanno potuto mettere su una bella famiglia: Francis, Thanasis, Giannis, Kostas e Alexis. Cinque figli, ma in una terra che forse non era pienamente disposta ad accoglierli.    

Infatti, per le strade di Sepolia, quartiere periferico di Atene, la vita non è delle più facili. I cinque ragazzi si devono barcamenare tra un posto di lavoro e un altro e sono costretti a fare di tutto: si guadagnano qualche soldo facendo i babysitter,  vanno al cantiere a lavorare come manovali, oppure girano per strada da vucumprà ambulanti, vendendo borse, occhiali, scarpe, orologi, tutta roba taroccata di griffe famose. A volte per le strade non si vende a sufficienza, oppure la paga al cantiere è troppo bassa, e quelle volte il denaro a casa non è abbastanza neppure per avere un pasto dignitoso a cena.


A tutto questo si aggiunge il crescente odio razziale che accompagna i fratelli Adetokounbo fin da bambini. Ogni giorno vivono nel terrore che qualcuno nel quartiere, magari istigato dai movimenti xenofobi di estrema destra, li denunci alla polizia. Il che significherebbe il rimpatrio forzato in Nigeria, una terra a cui i cinque fratelli non sentono di appartenere, avendo sempre vissuto in Grecia.

Malgrado una situazione tutt’altro che semplice, due dei cinque fratelli riescono a trovare uno spiraglio che li allontani dalla vita da ambulanti. Thanasis e Giannis, due anni di differenza, sono dotati di un’altezza unica per la loro età e di mezzi atletici eccezionali, ed è per questo che vengono accolti in una delle palestre del quartiere. E’ così che, per la prima volta, entrano a contatto col mondo del basket.

I primi tempi non sono facili, i due fratelli non riescono neanche giocare insieme perché possono permettersi un solo paio di scarpe ma, al di là delle difficoltà iniziali, di lì in avanti la strada è tutta in discesa. Infatti, i due fratelli non si accontentano delle loro caratteristiche fisiche già di per sé straordinarie, ma si allenano come matti e continuano a crescere a vista d’occhio, finchè Thanasis non tocca i 2.01 metri, mentre Giannis arriva addirittura ai 2.11!

Ma a contare non è solo l’altezza, i due dimostrano di essere incredibilmente agili e coordinati, e soprattutto Giannis mette in mostra mezzi atletici sorprendenti.

Ed è così che, oggi, le loro vite sono radicalmente cambiate in positivo. Thanasis milita nel Panathinaikos dopo un periodo nei Westchester Knicks, squadra della D-League, ossia la lega in cui le squadre NBA decidono di far giocare i cestisti che devono ancora maturare e non sono ancora pronti al grande salto nella massima lega.

Ancora meglio è andata a Giannis, che è diventato una vera e propria superstar.Infatti, nella stagione 2012-2013 era soltanto un emergente giocatore della serie B greca, poi nell’estate la svolta: i Milwaukee Bucks decidono di puntare su di lui e lo selezionano alle quindicesima chiamata del Draft NBA, sicuri che i suoi mezzi atletici  lo renderanno un giocatore immarcabile. E oggi il ventitreenne Giannis si può già affermare come uno dei prospetti futuri più forti della lega, grazie alla sua versatilità –può ricoprire sia il ruolo di ala piccola, che di guardia, che di playmaker – e alle sue mani lunghe, 26 centimetri e alle braccia che in piena estensione raggiungono i 222 cm, praticamente uno aereo.

Ma Giannis, pur essendo diventato un’icona nel basket mondiale, ricompensato con stipendi faraonici, può aver dimenticato le sue origini, la sua vita per le strade di Sepolia? Certo che no. Infatti sono diversi gli aneddoti che danno l’idea di come il giovanissimo talento dei Bucks non abbia dimenticato nulla del suo passato.

Inizio stagione 2013-2014, mancano poche ore al match casalingo dei Bucks. Giannis  è appena uscito  da una filiale della Western Union, dalla quale ha inviato una grossa somma di denaro alla sua famiglia ad Atene, quando apre il portafoglio e si rende conto che ha spedito tutti i soldi che aveva con sé, senza tenersi neanche un dollaro per il taxi. Ha paura di fare tardi per la partita, il coach non glielo perdonerebbe, e allora preso dall’ansia inizia a correre. Le sue falcate e la sua velocità sono qualcosa di stupefacente, tant’è che chiunque per strada si ferma a fissarlo, finchè una coppia in macchina si avvicina e lo esorta a salire in macchina per portarlo a palazzetto in tempo. Ma Antetokounmpo è davvero stupito, quasi non ci crede: non si rende conto realmente del suo status di giocatore NBA, ancora si considera un ragazzetto di strada.

Ancora più divertenti sono i siparietti tra il gigante greco e alcuni membri dell’ambiente dei Milwaukee Bucks. Singolare, ad esempio, la volta in cui per caso Giannis incontrò il suo ormai ex compagno di squadra Caron Butler intento a buttare un paio di sneakers usate: memore del paio di scarpe che condivideva col fratello, non esitò a bloccare Butler e a urlargli : “Ma queste sono buone scarpe! Non le puoi buttare!”.

Commovente anche la volta in cui il compagno di squadra Larry Sanders gli regalò un paio di scarpe Gucci. Al giovane Giannis tornarono alla mente i momenti in cui vendeva per strada scarpe taroccate simili a quelle, e nel vedersele lì davanti, autentiche, non poté fare a meno di rimproverare il suo amico per “aver speso troppo” e gli promise che le avrebbe conservate gelosamente e indossate solo nelle occasioni speciali.

Infine, è stato l’allora playmaker Brandon Kinght a raccontare una delle scene più esilaranti mai viste nella sua carriera. Infatti, in varie occasioni i Bucks, come qualsiasi squadra NBA, mettono a disposizione una sala in cui i giocatori possono rifocillarsi. Ed è proprio in quelle occasioni che Brandon raccontò che Giannis si presentava con delle buste enormi che riempiva di cibo a più non posso. Perché nella vita non gli era mai capitato di ricevere qualcosa di gratuito. 

 Tutti questi aneddoti non possono che far sorridere, ma in fondo rivelano anche la natura di un giovane cestista catapultato in un mondo per lui ignoto. Malgrado  la sua giovane età, malgrado le tentazioni di un mondo pieno di approfittatori, Giannis è rimasto fedele alle sue origini, al suo stile di vita sobrio, è rimasto legato indissolubilmente alla sua famiglia. Ed è anche per questo che The Greek Freak – il Fenomeno Greco – è una persona davvero speciale.  

La crisi del Basket Italiano raccontata da Riccardo Pittis

La crisi del Basket Italiano raccontata da Riccardo Pittis

E’ inutile negare che il basket nazionale vive un momento difficile alla luce degli alterni risultati della nazionale tra europei mediocri,  mancate qualificazioni mondiali, olimpiche e rassegne continentali per club che ci vedono fanalino di coda per numero di partecipanti e per risultati. Questo il dato odierno, ma riavvolgendo il nastro del passato recente la nostra tradizione nella palla a spicchi è sempre stata in bilico tra il medio e l’alto livello grazie a generazioni intere di talenti che hanno contraddistinto il nostro glorioso palmares a cavalo tra gli anni ottanta e la fine dei novanta, per culminare con lo storico argento olimpico di Atene 2004 targato Charlie Recalcati. Da li in poi il buio e un’involuzione senza precedenti che coinvolge a tutti i livelli il settore tecnico e una crisi generale che nel mondo dello sport vede una cronica mancanza di ricambio generazionale. Ne abbiamo parlato con Riccardo Pittis, venti anni da professionista tra Milano e Treviso e un palmarés che parla da solo: 7 scudetti, 6 coppe italia, 3 supercoppe italiane a livello nazionale e 2 coppe dei campioni, 2 coppe Korac e 1 Saporta Cup in Europa al quale va aggiunto l’argento all’europeo italiano del 1991. Atleta esemplare fuori e dentro dal campo, attualmente commentatore tecnico di Raisport e profondo conoscitore delle complesse dinamiche interne dell’italia del cesto.

Riccardo buongiorno, partiamo dalla situazione attuale del nostro movimento: convalescenti o malati cronici?

E’ un momento estremamente complicato, il malato è grave e la malattia è rara e difficile da curare in questo momento. Soluzioni a breve impossibili da trovare, andrebbe fatto un piano Marshall senza cercare tamponi, qui vanno ricostruite le fondamenta del movimento con un grande lavoro di base che da qui a dieci anni speriamo dia i suoi frutti.

Domanda d’obbligo, anche se banale. E’ colpa della globalizzazione cha ha aumentato a dismisura il numero degli stranieri? Ai tuoi tempi c’erano solo due stranieri, oggi si fa fatica a trovare due italiani in un roster.

Sì sicuramente anche questo eccesso di stranieri è una della cause, ma non basta per giustificare la nostra triste situazione, perché per esempio anche in Spagna con le stesse regole la nazionale è sempre al top. I problemi sono vari e riconducibili a più concause, il paragone coi miei tempi è improponibile, ma il dato di fatto è che oggi faccio fatica a trovare tre giocatori italiani che facciano la differenza nei loro club di appartenenza, dato preoccupante se pensiamo che le regole non possono essere cambiate e che la competitività delle coppe internazionali fa si che sia impossibile strutturare un club con l’obbligo di schierare un numero fisso di italiani.   

Il ricambio generazionale, problema cronico del nostro sport odierno. Come ne usciamo?

Per quanto riguarda il basket uno dei problemi generazionali è sicuramente riconducibile al forte impatto che ha avuto la pallavolo nei favolosi anni novanta, una ribalta internazionale altissima che ha drenato talenti potenziali al movimento cestistico. Va fatto innanzitutto reclutamento e va ristrutturato anche il metodo d’insegnamento del basket che negli anni è diventato sempre più fisico cosa che ci penalizza non poco.

Pittis come ha iniziato a giocare a basket, pensavi di diventare un professionista?   

Fin da bambino a sette anni ho iniziato a giocare con l’ambizione di diventare bravo, andavo a scuola poi c’era solo il basket che occupava il tempo residuo. L’amore per questo sport e il fisico adeguato sono state le mie fortune a cui si è aggiunto il privilegio di giocare per l’Olimpia Milano con tutta la trafila giovanile e l’ingresso precoce in una prima squadra di altissimo livello. Ho imparato molto da campioni come D’Antoni, Mc Adoo, Premier, Meneghin e tanti altri, sono la stati la mia palestra di vita che mi ha formato indirizzando la mia carriera.

Com’e cambiato il basket oggi? Ti piace quello che vedi e commenti su Raisport?  

E’ ovviamente cambiato, la fisicità e la velocità sono aumentate esponenzialmente e i 24 secondi hanno accelerato le esecuzioni, ma l’aspetto tecnico è venuto un po’ meno e questo mi piace un po’ meno. Commentarlo in diretta per la Rai è un onore e un qualcosa che sento nelle mie corde, sicuramente è più facile di giocare, qui invece prevale l’aspetto ludico e il non coinvolgimento che ti da quel distacco piacevole e la possibilità di incontrare tanta gente di più generazioni che ti riconosce come punto di riferimento.



Il rapporto con la nazionale è cambiato? E’ più una seccatura che un onore?

Non lo credo affatto, le mie sensazioni avendo fatto per tre anni il team manager per la nazionale vanno in tutt’altra direzione. I ragazzi hanno un grande considerazione e attaccamento alla maglia e chi ne resta fuori non è mai felice di non farne parte.

La tua Milano, gioie e dolori?  

Milano quest’anno sembra avere fondamenta più solide dell’anno scorso, ma per competere ed ambire alla vittoria in Europa il budget di Armani non basta e questo è un dato di fatto. In Italia si potrebbe in teoria dominare perché il roster è superiore, ma gli impegni internazionali da un lato e la consapevolezza che le altre squadre hanno della non imbattibilità di Milano hanno fatto si che ciò che sulla carta è già scritto non sia affatto scontato sul campo.

Un messaggio ai giovani: lasciate lo smartphone e andate al campetto sotto casa?

Magari, ma è inutile pretendere di deviare il corso naturale di una generazione che viva di social e smartphone, l’unica cosa che posso dire è che la realtà è molto meglio della virtualità e che lo sport è più divertente. Almeno provate dandovi degli stimoli, gli stessi che avevamo noi quando il pomeriggio ci fiondavamo a giocare sotto casa al campetto. E’ dura lo so, ma non bisogna mai smettere di sognare.

 

Serge Ibaka: il decollo di Air Congo che fuggiva dalla Guerra

Serge Ibaka: il decollo di Air Congo che fuggiva dalla Guerra

Cleveland e Boston, sono loro le squadre accreditate per contendersi il primato della Eastern Conference. Da un lato Lebron, Thomas e Wade, dall’altro Irving, Horford e Hayward (seppur infortunatasi gravemente), lo spettacolo è assicurato. E un assaggio di quel che ci dovrebbe aspettare in finale di Conference lo abbiamo già avuto nella gara di apertura della Regular Season.

Eppure, non sono tutti d’accordo con questo copione. Ad opporsi, con tutte le forze, ci saranno sicuramente i Toronto Raptors di Kyle Lowry, DeMar DeRozan…e di Serge Ibaka. La cui storia, possibile trama perfetta di un film tutt’altro che comico, lo ha preparato a sfide ben peggiori. Dopo quello che ha passato, di certo non lo spaventa una partita contro Lebron o Irving.

 Serge Jonas Ibaka Ngobila nasce a Brazzavile, in pieno Congo, nel settembre del 1989.  La sua non può propriamente definirsi una famiglia normale: figlio di un padre a dir poco libertino, è il terzultimo di ben diciotto fratelli, a cui ne andrebbero aggiunti altri mai riconosciuti. Il papà è solito ingravidare donne in giro per la città, mentre la mamma si fa in quattro per dar da mangiare ai figli, in una casa al confine con le baracche cittadine.

Una situazione sì precaria, ma tutto sommato tranquilla. Fino al 1998, l’anno d’inizio della guerra civile in Congo, che cambierà per sempre la sua vita. Col pericolo sempre più incombente, a soli nove anni Serge si ritrova costretto a dover fuggire da Brazzaville insieme alla sua famiglia. E’ l’inizio di un lungo peregrinare di città in città, alla ricerca di un posto sicuro in cui poter vivere.

Alla fine riesce a rifugiarsi coi suoi a Ouesso, cittadina al confine nord del Paese. Ma anche qui le condizioni di vita sono drammatiche e per tre lunghi anni è costretto a vivere in una topaia con acqua e luce limitate. Con un ambiente simile in cui vivere l’unica alternativa è uscire all’aperto. E’ in questo modo che Serge conosce il basket. A piedi scalzi, si ritrova insieme ad altri ragazzini a giocare su campetti sgangherati, con canestri penzolanti e palloni a dir poco laceri. Ma a differenza degli altri lui può contare su un fisico possente e slanciato, oltre che su una propensione innata nel trattare il pallone. Tra lui e il basket è puro amore.

 Ma le conseguenze della guerra non sono finite. Il conflitto è agli sgoccioli e la famiglia è decisa a tornare a Brazzaville, quando il padre viene arrestato, con l’accusa di aver oltrepassato il confine illegalmente e di aver parteggiato per la fazione nemica. E una volta privato del padre, Serge è costretto impotente anche ad assistere alla dipartita della madre, morta prematuramente.

 

In una condizione simile, l’unica soluzione è fuggire dalla realtà. Proprio per questo il giovane Ibaka si mette in viaggio, con la speranza di raggiungere un paradiso chiamato Europa. E così, dopo mille peripezie e con una Bibbia come unica compagna di avventure, a diciassette anni riesce a raggiungere la Francia. Qui trova ospitalità, una dimora fissa e soprattutto la possibilità di mettere in mostra tutto il suo potenziale su un campo da basket, seppur in leghe minori. E’ ancora acerbo e grezzo come giocatore, ma il suo strapotere fisico unito ad una sensibilità di tocco non da poco lo rendono un prospetto interessante. Tant’è che due anni dopo si trasferisce in Spagna, dove firma un contratto con l’Hospitalet, storico club catalano, che gli regala la possibilità di giocare in un palcoscenico di prestigio. E lui ripaga fin da subito, sfornando oltre 10 punti e 8 rimbalzi a partita.

Il ragazzone fa un’ottima figura anche al Reebok Eurocamp, venendo nominato MVP della manifestazione e attirando su di sé l’interesse di molti scout NBA. Al punto che al draft 2008 viene inaspettatamente selezionato con la 24esima pick dai Seattle Supersonics, poi diventati Oklahoma City Thunder. Eppure i dirigenti dei Thunder non sono sicuri che sia pronto, tant’è che decidono di non firmarlo.

Sogni di gloria sfumati? Ovviamente no, sappiamo bene come è andata. Dopo un anno tra le file del Suzuki Manresa OKC si rende conto dell’enorme potenziale del congolese e decide di pagare la clausola rescissoria al club catalano. Serge Ibaka è finalmente un giocatore NBA. 

 Il resto è ben noto a tutti: la crescita esponenziale in fase difensiva, la meritata fama di stoppatore seriale, l’evoluzione in fase offensiva, con la costruzione di un tiro dal mid range quasi letale. E soprattutto, la capacità di convivere come terzo violino con due mostri come Durant e Westbrook. Fino ad arrivare a Toronto – dopo la breve e deludente parentesi ai Magic -, a rafforzare una squadra che proprio nello spot di ala forte è sempre stata carente.

Un percorso NBA entusiasmante, ma che non è nulla in confronto a quanto finora era ignoto, il suo lungo e estenuante viaggio che lo ha portato dall’Africa agli States. Un passato difficile tanto da dimenticare quanto da raccontare. Eppure Air Congo lo ha fatto: nel marzo 2015 è uscito Son of the Congo, documentario in cui Serge ha raccontato la sua storia, partendo dall’infanzia a Brazzaville vissuta nella povertà.

Tornare in quei luoghi e rivivere il proprio disperato passato non deve essere stato facile, ma Ibaka lo ha fatto per sensibilizzare l’opinione pubblica e aprire gli occhi sulle reali problematiche del continente nero. Una scelta che gli fa onore. Una sfida dura da affrontare, niente a che vedere con le banali partite in NBA. Proprio per questo Serge è tutt’altro che impensierito dalla Regular Season appena iniziata o dai match che lo aspettano contro i vari Lebron o Irving. Perché dopo un passato come il suo, un futuro come stella NBA non può che apparirgli luminoso.

 

 

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

13077259_10209457633780362_203713346_n (1)

Drazen Petrovic had such artistic skills on the basketball court that those who saw him play called him the “Mozart of the Parquet.

Questo è l’incipit della descrizione della Hall of Fame americana confezionata per il croato al momento del suo inserimento ufficiale nell’Arca della Gloria. Chi lo vide giocare fu rapito dalla poesia del suo basket al punto da ribattezzarlo “il Mozart dei Canestri”. Io sono tra questi.

L’ibisco è un fiore splendido, dotato di colori accesi e ricercati. La sua fioritura dura dalle prime luci del mattino fino a metà pomeriggio. Una volta reciso appassisce in un solo giorno. Queste caratteristiche lo rendono inno alla vita all’ennesima potenza che la Natura, madre suprema di tutte le vite, ci regala forse proprio come monito universale alla caducità delle nostre esistenze. Una sorta di rockstar del mondo floreale che proprio quando arriva all’apice del suo splendore ci saluta per sempre.

Drazen Petrovic è stato un ibisco in tutto e per tutto. Uno dei più belli che siano mai fioriti.

Solo 290 partite in NBA prima che il fato lo strappasse con violenza a questo mondo, proprio quando nel pieno della sua fioritura, era a detta di tutti pronto per dominare anche in America. La sua esperienza oltreoceano è stata una sorta di enclave contenuta in un immateriale territorio di pura Leggenda. Arrivato in America a 25 anni già da mito vivente del basket europeo, se ne è andato a soli 28 per entrare ad un livello di leggenda superiore, quello dove stanno le anime di chi ha lasciato un segno indelebile nel proprio tempo.

Petrovic è stato l’incarnazione perfetta del nietzschiano concetto di volontà di potenza.

A 15 anni gioca e dà spettacolo nella squadra della sua città, Sebenico.

A 20 anni è già nel Cibona Zagabria, la squadra più importante dell’allora Jugoslavia.

A 21 mette 112 punti in una singola partita di campionato. Avete letto bene. CENTODODICI.

40 su 60 al tiro, 10 su 20 da tre e 22 su 22 dalla lunetta.

Nella stagione 85/86 finisce il campionato a oltre 43 punti di media partita.

Vince tutto quello che si può vincere, comprese due Coppe dei Campioni consecutive.

Ma non gli basta.

La sua natura lo porta a  desiderare di misurarsi ad un livello sempre superiore. Accetta l’offerta (sontuosissima peraltro) del Real Madrid.

Fa sfracelli anche in Spagna. Una partita su tutte. Finale di Coppa delle Coppe contro la nostra Snaidero Caserta. Contro un altro supremo virtuoso della tripla. Il brasiliano Oscar Schmidt.

Vince il Madrid su Caserta 117 – 113 dopo i supplementari.

Vince Petrovic su Oscar 62 – 48.

Mostruoso.

E’ il momento di andare in America a dimostrare agli infedeli che anche un europeo può dominare nell’università del basket. Saluta Madrid con queste parole.

In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA.”

Vola a Portland dove non trova esattamente l’ambiente più adatto per un esordiente.

Nel backcourt della squadra infatti giocano i boss della franchigia. Clyde “The Glide” Drexler e Terry Porter. Una stella assoluta e un ottimo play. Impossibile trovare i minuti per esprimersi, ma Drazen non demorde, perché Drazen sa di poter giocare, sa di meritarsi un posto fisso in squadra.

Così cambia, approda a New Jersey, e lì la storia cambia in maniera definitiva. Mozart comincia a suonare sul serio. La prima stagione da titolare la conclude con 20 punti di media tirando oltre il 50 da due e il 40 da tre. L’America comincia ad apprezzare. Lui ritornando sul fallimento di Portland dirà:

Non ho mai dubitato di me stesso. Uno è bravo a suonare il piano, a Roma o a Portland; la musica è sempre la stessa ma le orecchie sono diverse.

Già…il pianoforte…come Mozart.

La seconda stagione va ancora meglio. I punti diventano 22, e lo portano tra i migliori cannonieri della lega. In odore di All star game, ma non viene convocato. Finirà la stagione votato per il terzo quintetto dell’anno. Primo europeo della storia e secondo non americano dopo Olajuwon a finire nei quintetti ideali di fine stagione. Comincia a stargli stretta anche New Jersey. Drazen vuole una squadra che competa per il titolo.

Purtroppo quella splendida stagione per lui sarà anche l’ultima.

La sua carriera parla di 4461 punti in 290 partite. Una percentuale al tiro del 50% (non così facile per una guardia) e 43% da tre. Tutt’oggi è il quarto di tutti i tempi  per percentuale di tiro oltre l’arco.

Guardando queste cifre emerge come una guardia che tirava tanto, e bene.

Ma era molto, molto di più. Questi sono i numeri, alcuni dei numeri. E i numeri vanno a costituire una sorta di mappa.

Ma la mappa non è il territorio. Il “Territorio Petrovic” lo raccontò molto bene in un’intervista di qualche anno fa il grande Sergio Tavcar, mitico telecronista di Telecapodistria. Petrovic era una sorta di deviato, un malato di basket fin da bambino. Un monomaniaco che realizzava tutta la sua essenza come essere umano solamente dentro un campo di basket. Ore ed ore passate nelle palestre ad allenarsi e tirare tutti i santi giorni, prima e dopo la scuola. Un bambino schivo che, complici una malformazione congenita all’anca che lo faceva camminare in maniera scomposta e il successo del fratello maggiore Aza, appariva come un brutto anatroccolo solitario. Ma la forza di volontà di quest’uomo era qualcosa di sovraumano. La fede incrollabile in sé stesso lo accompagnerà per tutta la sua vita, e sarà più ancora del talento immenso, il motivo principale per cui Petrovic divenne Petrovic, il Mozart dei canestri.

Il suo interpretare ogni partita come una guerra tra lui, solo lui, e tutti gli avversari invece che un limite divenne la sua forza. I virtuosismi demoniaci e la tensione superomistica con cui viveva il basket avrebbero fatto impallidire anche Kobe Bryant.

Mise 44 punti in faccia a Vernon Maxwell quando quest’ultimo prima della partita dichiarò “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo.”

Ne mise 24 in faccia a Jordan e al Dream Team nella finale delle Olimpiadi.

Petrovic  in un unico essere umano racchiudeva tutti i concetti trainanti del pensiero di Nietzsche.

La volontà di potenza è per Nietzsche la volontà che vuole se stessa. Non un mero desiderio concreto di oggetti specifici, ma una forza impersonale, una pulsione infinita di rinnovamento, di se stessi e dei propri valori. Il suo uomo, che spesso viene definito “superuomo”, ma che in realtà è più un “oltreuomo”, infatti per poter assumere su di sé con leggerezza tutto il peso di questa volontà , accetta e afferma l’inesorabile ripetizione dell’attimo creativo, sottostando in pieno alla teoria dell’eterno ritorno.

Petrovic era un ubermensch nietzschiano. Un oltreuomo.  E quell’attimo creativo che ripeteva all’infinito era il pallone che andava ad accarezzare il cotone. Lo aveva reso una forma d’arte assoluta. Poesia, come la musica di Mozart.

La sua storia con la nazionale , prima quella slava e poi quella croata, parla di un oro agli europei e uno ai mondiali. Parla di un amore viscerale che lo accompagnerà fino all’ultimo momento della sua vita.

Sarà proprio durante un viaggio in macchina dopo una partita con la Croazia che troverà la morte.

Il suo rapporto intenso con la nazionale e con l’amico del cuore Vlade Divac è magistralmente rappresentata nel documentario Once Brothers, un gioiellino visivo che sembra rubare il canovaccio ad uno dei romanzi fiume di due o tre secoli fa. Due uomini valorosi uniti da un’amicizia profonda vengono irrimediabilmente divisi dalla guerra, che li allontana per sempre senza possibilità di chiarimento fino alla morte di uno dei due.

A chiudere il cerchio c’è la visita, forse tardiva, di Divac alla famiglia di Petrovic, conclusa col serbo che depone fiori e fotografie sulla tomba del croato.

Ma per una volta andiamo oltre le divisioni etniche e nazionalistiche. Perché lì giace uno dei fiori più belli del basket, di quel basket che come la musica di Mozart diviene poesia assoluta.

E la poesia non appartiene a nessuno, non conosce bandiere. E’ di tutti.

E basta.

A Sebenico, nel campetto dove Drazen ha imparato a tirare c’è un’iscrizione che recita:

“Durante la tua vita hai raggiunto l’eternità e lì resterai per sempre”

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

bannerseattle

I 10 infortuni più strani della storia Nba

I 10 infortuni più strani della storia Nba

La stagione NBA è iniziata ma il tema centrale di queste nottate di basket americano non è stato il campo, bensì il terribile infortunio capitato al povero Gordon Hayward alla sua prima apparizione con la maglia verde dei Boston Celtics durante la partita inaugurale contro i Cavs di King James. Tutto il mondo dello Sport si è unito in coro per supportare il giocatore e, a vedere le immagini (che vi risparmiamo), sentiamo dolore anche noi. Ma Hayward non è la prima volta che ha dovuto fare i conti con uno stop forzato, certamente molto, ma molto meno grave di quest’ultimo ma che ci serve per sdrammatizzare un momento durissimo per un atleta di soli 27 anni. Lo scorso anno, infatti, durante la preseason, subì un infortunio tutt’altro che “convenzionale”: Hayward si sarebbe incastrato il dito nella cerniera della divisa di un compagno, provocandosi da solo la frattura nel tentativo di liberare la mano. Una circostanza talmente sfortunata da entrare di diritto nel gotha degli infortuni più strambi di sempre.

 Ma quali sono gli altri infortuni che rientrano in questo elenco speciale e sulla quale veridicità faremmo fatica a credere?

Basta tornare indietro di due stagioni per incontrare un chiaro esemplare di infortunio bizzarro. E’ sabato 23 gennaio, vigilia della trasferta dei Clippers contro i Raptors, quando succede il fattaccio: Blake Griffin, già da un mese out per un infortunio alla coscia, ha un pesante diverbio con un magazziniere della squadra, finché non arrivano a fare a pugni…E Blake si frattura la mano destra. Il suo atteggiamento non solo gli frutta un’operazione e oltre un mese di stop, ma anche le critiche pesanti da parte di coach Doc Rivers e di Steve Ballmer, proprietario dei Clips. E tra le indiscrezioni, è anche saltato fuori che Griffin e il magazziniere erano amici di vecchia data. E meno male, chissà che avrebbe combinato il buon Blake se non fossero stati amici. Quest’anno poi in squadra troverà un degno compagno, con il nostro Danilo Gallinari che ha saltato l’Europeo per un pugno ad un giocatore dell’Olanda. Stesso risultato, mano fratturata.

Ma non è di certo stata questa la prima volta in cui un pugno di troppo ha poi provocato un infortunio. E persino un campione dello spessore di Kareem Abdul-Jabbar ne ha subito le conseguenze. Infatti, la leggenda narra che nella preseason del 1974, durante una partita coach Don Nelson infilò accidentalmente un dito nell’occhio di Kareem. E lui, colto da una rabbia improvvisa, per sfogarsi avrebbe tirato un pugno al supporto del canestro. Risultato? Mano ingessata e una ventina di partite saltate.

Nel marzo 2010 è stata invece la sfortuna in persona a causare l’infortunio di Joel Przybilla. Il lungo dei Blazers era già fuori da mesi a causa di un problema al tendine rotuleo del ginocchio destro, però dopo l’operazione si stava pian piano riprendendo. Ma una mattina, uscito dalla doccia, galeotto fu il pavimento bagnato e chi lo bagnò: Joel scivola, neanche avesse acciaccato la classica buccia di banana, e si rompe un’altra volta il tendine rotuleo. Minimo 8 mesi di stop. Se non è sfiga questa.

Un po’ meno drammatico ma pur sempre esilarante è quanto accadde a Dirk Nowitzki nel lontano 2003. Il lungo dei Mavs stava per infilarsi una scarpa, è bastato un movimento sbagliato ed eccola là, in arrivo, la lesione dei tendini della caviglia. Per fortuna nulla di grave, ma comunque un infortunio a dir poco tragicomico.

E poi c’è Kendrick Perkins, il monolitico centro campione con i Celtics che nella sua carriera si è sempre distinto per i suoi metodi poco ortodossi in campo, più vicini alla lotta greco-romana che al basket. Ebbene, nel 2007 Perkins, oltre ad essere uno strenuo lottatore, pensava di capirne di arredamento. Gli avevano appena montato il letto nella sua casa, ma lui credeva che gli addetti avessero fatto un lavoraccio, il letto andava aggiustato. Morale della favola? Il letto gli cadde sul piede. Alluce rotto e periodo di stop forzato. E nessuna voglia di occuparsi più di mobili.

Nel dicembre 2009 ci pensò invece l’esuberante Ron Artest a infortunarsi in un modo assurdo. E’ il giorno di Natale, Ron è intento a portare un cesto pieno zeppo di regali, quando inciampa e cade dalle scale. E sbatte la testa con forza, perché quando si sveglia ha un vuoto totale, la moglie agitatissima deve spiegargli chi è e cosa stava facendo e lo staff dei Lakers lo costringerà a saltare sei gare. E’ forse da qui che gli sono frullati per la testa i suoi futuri nomi Metta World Peace e Pandas Friend?

 E ovviamente in questo speciale elenco non può mancare il re indiscusso degli infortuni, Derrick Rose. Perchè nel 2009, prima ancora dei seri danni al crociato sinistro e al menisco, Derrick è riuscito anche ad infortunarsi al braccio. Come? Al letto, nell’ozio più totale, mentre cercava di tagliare une mela col coltello. E forse questo era un chiaro indizio sull’enorme sfiga che avrebbe colpito Rose nella sua carriera.

Chi entra senza dubbio in questo singolare elenco è Charles Barkley.  Infatti, durante un match del 1993 Kevin Johnson aveva insaccato il game winner e Sir Charles, preso dalla foga, aveva stretto il compagno in un calorosissimo abbraccio. Peccato che quello più che un abbraccio era una morsa letale: Johnson si slogò la spalla! Ma in queste circostanze a sistemare tutto ci pensa sempre il karma. E infatti, l’anno seguente, Barkley fu costretto a saltare la prima partita stagionale. Motivo? Qualche giorno prima era stato al concerto di Eric Clapton e le luci accecanti gli avevano procurato un leggero problema alla cornea. Riusciva a malpena vedere il canestro!

Ma l’incontrastato vincitore di questa classifica è solo uno: Lionel Simmons. No, non è un parente del più celebre Ben Simmons, prima scelta al draft dello scorso anno (che, sempre per un infortunio ha saltato la stagione intera). Con alle spalle una carriera senza infamia e senza lode, Lionel sarebbe già caduto nel dimenticatoio, se non fosse che nel 1990, alla sua prima stagione in NBA, saltò diverse partite per una tendinite al polso destro. La causa? L’utilizzo eccessivo del Gameboy e della Nintendo, di cui era letteralmente drogato.

 E allora, caro Gordon, fatti una risata (o arrabbiati come non mai, Kobe docet) che tornerai più forte di prima.

Nick Young: chi è l’uomo dietro la maschera di Swaggy P

Nick Young: chi è l’uomo dietro la maschera di Swaggy P

La stagione NBA è alle porte, ormai il mercato può definirsi chiuso. Di trattative illustri ne sono state imbastite parecchie, i colpi di scena non sono di certo mancati. Proprio per questo è passato in secondo piano il passaggio ai Warriors di uno dei giocatori più stravaganti e pittoreschi  in circolazione. Uno di quelli la cui faccia, anche se non sei un appassionato di basket, di sicuro l’hai vista su qualche social network.

Ebbene sì, stiamo parlando proprio di lui, di Nick Young alias Swaggy P. Un soprannome il cui reale significato non è ancora ben chiaro e che Nick stesso ha spiegato come proprio di una personalità in cui James Bond incontra Willy il principe di Bel Air”. Il che rende l’idea del personaggio, scanzonato, sempre fin troppo sorridente, sempre pronto a non prendersi sul serio. Uno che fa parlare di sé per le sue uscite tutt’altro che geniali, uno la cui estrema spontaneità spesso sfocia nel ridicolo.

Eppure, prima ancora di diventare il personaggio che è diventato, Nick Young ha dovuto fronteggiare un passato non facile. La sua storia, come quella di tanti, lo ha condizionato. Così come non potrà non condizionare noi, al punto da vedere il suo personaggio sotto un’altra prospettiva.

Young nasce il primo giugno 1985 a Los Angeles, una città dai mille volti. Le gang criminali pullulano nelle periferie, ma il piccolo Nick riesce a tenersene alla larga grazie al padre Charles, che lo fa rigare dritto e gli insegna a prendersi cura della propria vita, affrontandola sempre col sorriso sulle labbra. Inoltre a tenerlo a bada ci pensa il fratellone Junior, di 17 anni più grande, che diventa per lui un secondo padre: lo va a riprendere a scuola, lo porta a giocare al parco, gli regala spesso dei biscotti buonissimi. La sua vita di Nick sembra perfetta, è un bambino solare e sempre sorridente. Per giunta, quando ha 5 anni arriva una bellissima notizia: la ragazza di Junior è incinta, diventerà un piccolo zio.

Ma un giorno Nick è a scuola, in attesa che il fratellone lo venga a prendere insieme alla fidanzata. Tutt’a un tratto riecheggia da lontano un terribile rumore. Il suono inconfondibile degli spari. Nick non rivedrà mai più suo fratello Junior, che proprio in quegli istanti verrà freddato da un quattordicenne, membro di una gang locale, che lo ha scambiato per un rivale di un’altra banda.   

 L’episodio devasta tutta la famiglia Young. Il padre perde fiducia in tutti gli insegnamenti impartiti ai suoi figli, Nick perde il sorriso che finora lo aveva sempre accompagnato. Ma quel che ne risente di più è l’altro fratello John. Lo shock per la morte di Junior è tale da costringere l’intervento psichiatrico, con tanto di trasferimento in una clinica neurologica di Milwaukee. La famiglia, dapprima tanto felice, si sfalda.

 Pian piano Nick riacquista il sorriso, ma il suo comportamento è diverso. La sua spensieratezza ora muta in menefreghismo, la sua solarità si tramuta in sfrontatezza.

Inizia a trascurare gli insegnamenti paterni, avvicinandosi sempre più ad ambienti tutt’altro che rassicuranti. Comincia a disprezzare le regole, a fare di testa sua. E così, a 14 anni già guida senza patente, girovagando in giro per la città degli angeli insieme al suo amico Big Meat. Finchè un giorno il suo braccio destro non lo porta in una palestra di basket, dove cercano ragazzi per formare una squadra. E’ così che Nick Young, per puro caso, entra in contatto con lo sport che gli salverà la vita.

 Fino a quel momento aveva giocato a basket qualche volta nei playground, era anche piuttosto in gamba, ma mai aveva pensato di dedicarcisi a tempo pieno. E invece ora, tutt’a un tratto, si ritrova catapultato in un mondo inesplorato, nel quale primeggia su tutti i suoi compagni.

 E così, inizia la storia dello Swaggy P che tutti noi conosciamo. Dapprima l’approdo alla Cleveland High School, dove mette in mostra tutto il suo potenziale, poi l’accesso alla University of Southern California, dove guida i Trojans a suon di prestazioni mostruose. Da lì nel 2007 arriva la chiamata dei Washington Wizards di Gilbert Arenas, che lo selezionano con la sedicesima pick e gli aprono le porte del mondo NBA. E dopo quattro anni nella capitale e un solo anno prima ai Clippers e poi ai 76ers, arriva la definitiva consacrazione in maglia gialloviola, da sesto uomo spacca-match,  con quei Los Angeles Lakers per cui tifava fin da bambino.

E il basket in un certo senso lo ha reso nuovamente bambino, regalandogli quel sorriso che il papà Charles e il fratello Junior gli avevano trasmesso. Anche se, insieme alla spensieratezza, sono sopraggiunti tutti gli atteggiamenti bambineschi che lo contraddistinguono e lo rendono un personaggio unico. E così il buon Nick si è reso protagonista di scene come questa:

E questo è niente, il peggio di sé lo ha dato fuori dal campo. Come quella volta in cui ha raccontato della scappatella con cui aveva tradito la fidanzata Iggy Azalea al suo compagno D’Angelo Russell, senza accorgersi di essere ripreso. Il video finì in rete, ovviamente, scatenando un putiferio. Oppure di quella volta in cui ha creato un autentico museo a casa sua, con tanto di custodi, per conservare le oltre 500 paia di sneakers con cui arricchire il suo ampio guardaroba. Dite sia pacchiano?

Un personaggio a dir poco sui generis, dagli atteggiamenti a metà strada tra la megalomania e la pura follia. Una personalità dal QI non proprio elevatissimo, che ogni giorno si distingue per la sua esuberanza. Ma anche un ottimo atleta, esperto e con un bagaglio offensivo invidiabile, il che potrebbe risultare utilissimo in quel di San Francisco. Un giocatore da prendere così, coi suoi limiti caratteriale e i suoi pregi cestistici. Questo è Swaggy P, prendere o lasciare.

Close