Kanter – Erdogan : una guerra senza esclusione di colpi

Kanter – Erdogan : una guerra senza esclusione di colpi

Per Enes Kanter si prospetta un periodo tutt’altro che facile. Già sul finire di maggio il lungo di Okc era incappato nella spiacevole disavventura di Bucarest,  quando era stato bloccato in aeroporto dalla polizia romena. Il tempestivo intervento dei Thunder e di alcuni senatori dell’Oklahoma aveva fortunatamente evitato il peggio, permettendo al giocatore di rientrare negli States. Ma in pochi avrebbero immaginato che quello era solo l’inizio dell’incubo.

Perché di lì a pochi giorni il governo turco ha ripreso la sua battaglia personale contro il centro dei Thunder. Come? Con un mandato internazionale di arresto ai suoi danni. E il motivo? L’accusa di far parte di un gruppo terroristico. Un’accusa dovuta all’adesione da parte di Kanter all’Hizmeth, il movimento sociale guidato da Fetullah Gulen, il quale, secondo le autorità turche, starebbe tra le file dei cospiratori che hanno ordito il tentato colpo di stato di giugno scorso.

Il mandato d’arresto sarebbe stato emesso sulla base di diverse prove, tra cui l’uso da parte del giocatore di Bylock, un’applicazione messaggistica che, stando al governo turco, sarebbe stata creata proprio per i seguaci dell’Hizmeth. Ma Kanter, di tutta risposta, non ha fatto altro che deridere su Twitter il tentativo da parte della Turchia di arrestarlo, rispedendo al mittente tutte le accuse.

Ma le autorità turche non si sono fermate qui. Neanche il tempo di riprendersi dalle accuse, e ecco un’altra agghiacciante notizia per Kanter: l’arresto di suo padre Mehmet da parte della polizia turca. Anche in questo caso il pivot dei Thunder ha sfruttato i social network per esprimere tutto il suo sgomento:

HEY WORLD
MY DAD HAS BEEN ARRESTED
by Turkish government and the Hitler of our century
He is potentially to get tortured as thousand others    

L’uomo è stato arrestato nella sua casa a Istanbul ed è stato portato nella provincia di Tekirdag, nel nord-ovest della Turchia, per essere interrogato, col sospetto che potesse ancora avere legami con suo figlio e, quindi, con un possibile terrorista. Già lo scorso anno il padre aveva disconosciuto Enes, così da evitare alla propria famiglia possibili rappresaglie dovute al legame del centro di Okc con Gulen. Una scelta che però non gli ha giovato più di tanto: non solo a Istanbul era stato più volte aggredito per strada da passanti solo per essere il padre di Enes, ma nell’ultimo periodo la polizia aveva intensificato le visite nella sua casa, fino al giorno dell’arresto.

Ma, per fortuna, pochi giorni fa è giunta la notizia della sua scarcerazione.  Per il momento, non sarebbero state trovate prove che lo colleghino al movimento di Gulen. Ma la polizia si è riservata ulteriori accertamenti e interrogatori, imponendo a Mehmet Kanter di presentarsi regolarmente nella stazione di polizia più vicina da casa sua. Una situazione molto difficile da sostenere, per un uomo che fino ad un paio di anni prima viveva tranquillamente con la sua famiglia, col suo lavoro di docente universitario.

 E intanto, dall’altra parte dell’Oceano, Enes non ha potuto far altro che commentare il trattamento ricevuto da suo padre, tramite il sito della sua Fondazione: “Mio padre è stato arrestato per colpa della mia voce di opposizione contro il partito che governa la Turchia. Potrebbe essere torturato soltanto perché è un mio parente. Fermatevi un attimo a riflettere su questo: se una situazione simile può accadere a un giocatore NBA, sempre sotto i riflettori e sotto gli occhi dei media, cosa staranno passando tutti coloro che non possono far sentire la loro voce?  Ci sono centinaia di migliaia di detenuti, di torturati o peggio ancora di omicidi di cui non sentiremo mai parlare.”.

 Parole molto forti, che rendono l’idea del profondo odio nei confronti di Erdogan e del suo governo. Una situazione difficile da gestire, che sta divorando un ragazzo che – ricordiamocelo – ha solo 25 anni. Noi, nel nostro piccolo, non possiamo far altro che sostenere e rispettare Kanter, reo soltanto di aver espresso le proprio idee. Sperando che la sua guerra personale abbia presto fine.

La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto

La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto

Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e infine all’età adulta è lastricato di difficoltà, incomprensioni e giri a vuoto. La differenza tra una strada spianata verso la felicità e un cammino tumultuoso dall’incerto epilogo spesso è frutto di situazioni circostanziali, dinamiche sociali, educazione e frequentazioni.

Molti sono i casi di cronaca che tappezzano le prime pagine dei giornali e riempiono i palinsesti televisivi raccontandoci come la transizione verso la maturità di un ragazzo è spesso caratterizzata da storie di violenza, di droga, di problemi familiari e di abbandono.

E, purtroppo, sono agli occhi di tutti, giorno dopo giorno.

Senza voler puntare il dito contro nessuno, negli ultimi anni i media internazionali ci hanno mostrato, a più riprese, come la situazione all’interno delle scuole e delle Università degli Stati Uniti d’America sia spesso caratterizzata da casi di delinquenza e disagio: la criminalità, compresa quella minorile, è parte integrante di un sistema che, nel tempo, ha dovuto fronteggiare momenti di altissima tensione e tragedia. Spaccio e possesso di armi sono, purtroppo troppo di frequente, sinonimo di morte e galera.

E gli artefici sono, al tempo stesso, vittime insanguinate di un contesto che ti mostra la vita in una dimensione irreale, senza rinunce e sacrifici. Dove non si dice mai di no, altrimenti potresti essere escluso, lasciato solo e deriso da chi non sa aspettare e, forse, non saprà mai fermarsi.

Per questo, il governo a stelle e strisce ha messo in moto la macchina istituzionale, organizzando programmi mirati alla prevenzione e la piena conoscenza, attraverso l’educazione approfondita di tutte quelle tematiche che possano indirizzare il giovane verso un approccio alla vita consapevole e rispettoso di sé stessi e degli altri.

Per quanto riguarda l’aspetto dello spaccio e del consumo di droga all’interno degli ambienti scolastici e universitari, è stato creato il D.A.R.E. (acronimo di Drug Abuse Resistance Education) con l’intento di mostrare agli adolescenti gli effetti delle sostanze stupefacenti sulla loro vita e i risvolti che l’ignoranza in merito a questo tema può causare.
Per di più, è stata varata una legge che sancisce la piena responsabilità dello spacciatore nei casi in cui la vendita di droga abbia portato alla morte del compratore, così come i danni ad essa correlati: la legge Len Bias.

Ma chi è Len Bias?
Nato a Landover, nel Maryland, il 18 Novembre 1963, Leonard Kevin Bias, per tutti conosciuto come Len, è considerato da molti addetti ai lavori dell’epoca una delle migliori stelle inespresse del Basket americano. “Frosty” come lo chiamavano gli amici per via di un nomignolo affibbiatogli dal parroco della sua città per sottolineare il suo carattere serio e umile, è un ragazzone afroamericano di oltre 2 metri e quasi 100 chili. Amante sin da piccolo del Football Americano, comincia la sua carriera cestistica con il passaggio dalle superiori al college, presso la University of Maryland. Il suo ruolo, Ala Piccola.

La sua storia è stata riportata alla luce da Kirk Frasier, con il documentario “Without Bias” nel 2009, vincitore di svariati premi.

Da ragazzo grezzo e poco disciplinato, il monumento del college basket Lefty Driesell, coach dell’università, lo trasforma negli anni in un lungo dal rimbalzo facile, dalle splendide mani, con i movimenti di una guardia.
Len è un atleta fantastico, alla continua ricerca della perfezione: decide di allenarsi anche con la squadra di football e in poco tempo si trasforma in un colosso dalle grandi spalle e le braccia possenti.

Sono gli ultimi anni di Michael Jordan in NCAA con North Carolina, e Len vede crescere le sue statistiche e le prestazioni in modo esponenziale. Dopo il passaggio di MJ nella NBA direzione Chicago Bulls, Bias diventa in assoluto la stella del college basket americano, vincendo per due stagioni consecutive il premio di miglior giocatore del campionato.

Con la fama e i fotografi arrivano anche le donne e le amicizie di comodo. Ma Len è un ragazzo serio. Certo, si diverte. Ma come farebbe qualsiasi altro ragazzo che sta per entrare in un mondo più grande di lui. Sul campo, però, è un’autentica furia. Statistiche e percentuali clamorose portano i maggiori talent scout sulle tracce di questo Horse – cavallo, come veniva definito per la potenza abbinata all’eleganza dei movimenti – dal sorriso fresco e spontaneo.

Finita la stagione universitaria, arriva il momento più bello ed emozionante per un adolescente che sta per realizzare il sogno della sua vita: il Draft. L’anno è il 1986 e il giorno è 17 giugno.

In quell’occasione, il volere del general manager Red Auerbach, fresco vincitore del titolo Nba con i Boston Celtics dell’ultimo Larry Bird, ricade sul ragazzo di Maryland che viene scelto dalla franchigia più titolata della storia del Basket a stelle e strisce. Con lui sarebbe continuata la dinastia vincente. Sulle spalle il numero 30.
Il volto di Len si illumina e la felicità traspare chiaramente quando sale sul palco con il cappellino della squadra verde-bianca ad accogliere i meritati applausi e attestati di stima tra cui proprio quelli da parte di Bird, entusiasta all’idea di poter avere un talento del genere come compagno.

L’euforia che ne consegue è massima: dopo la firma con la squadra di Boston, Bias va a festeggiare con un suo nuovo collega. Il giorno dopo si reca presso la sede della Reebok, tornando in Maryland con un contratto milionario in mano e tante scarpe per sé, per i suoi fratelli e i suoi amici.

Finiti i convenevoli, è tempo di festeggiare: Len chiama il suo compagno di squadra Brian Tribble per organizzare una serata celebrativa per l’avvenimento più importante della sua vita: due mesi dopo, avrebbe calcato quei campi che aveva sempre sognato, affianco a stelle NBA a cui si era da sempre ispirato.

Ma l’eccitazione, si sa, a volte, ti porta a superare limiti che non dovresti oltrepassare. Figuriamoci per Len, il ragazzo serio e umile del Maryland, che tanto aveva faticato per raggiungere la vetta della gloria.
Lui e Tribble fanno scorta di alcol: birra e cognac a fiumi.

Ma non basta: Tribble rimedia anche la cocaina.

L’appuntamento è nella stanza di Terry Long, giocatore di football americano, portandosi dietro David Gregg, cestista anche lui. Bussano alla camera 1103.

Alle 6.30 del mattino, dopo un’infinita serata a base di droga e alcol è la voce di Brian Tribble a rompere il silenzio dell’alba.

Dovete riportarlo in vita, non può morire. E’ Len Bias!!”. Queste le parole urlate al 911.

Len Bias giaceva a terra in preda alle convulsioni. Il corpo reagiva ad una dose eccessiva di cocaina.
All’arrivo dell’ambulanza, Bias fu trovato privo di conoscenza e senza respiro. Viene portato d’urgenza presso l’ospedale Leland Memorial Hospital, dove i medici fanno di tutto per rianimarlo. Lui non può morire.
Gli viene impiantato un pacemaker per ristabilire il battito cardiaco. Lui non può morire. E’ Len Bias, nuova stella dell’Nba.

Invece Leonard Kevin Bias, detto Len, detto Frosty, detto Horse, muore alle 8.55 del 19 giugno 1986. A soli 22 anni. A solo pochi passi dalla storia. Il cuore non ha retto. Causa del decesso: arresto cardiaco causato da overdose di cocaina.
Più di 11.000 persone si presentano alla Cole Field House, centro ricreativo dell’Università, per dare l’ultimo saluto a Len. Tutti per te Frosty. Al Garden di Boston sarebbero stati 14 mila per la prima dei Celtics. Qui, invece, più di 11 mila. Solo per te. Pensa cosa sarebbe successo alla tua prima schiacciata. Tra la folla anche Red Auerbach.

Nel suo volto la tristezza di chi sa cosa il basket americano ha perso.

Len viene sepolto al Lincoln Memorial di Suitland, il 30 giugno 1986. La maglia n.30 dei Celtics viene donata dalla franchigia alla mamma Lonise Bias.

Quello che ne scaturisce è un tornado mediatico fatto di falsità e testimonianze mai confermate. I compagni della serata asseriscono che Bias aveva già fatto uso di cocaina altre volte. La famiglia dichiara il contrario. Inoltre, nell’autopsia viene rilevato un alto tasso di cocaina all’interno dello stomaco del giocatore. La verità non è mai stata svelata. Le accuse verso coloro che parteciparono a quella maledetta notte decaddero anche se, anni più tardi, Tribble fu accusato di spaccio e rinchiuso in carcere per 10 anni.

In seguito ai fatti accaduti nella stanza 1103 della Maryland University, gli Stati Uniti intensificarono i controlli all’interno degli atenei e inasprirono le pene nei confronti di chi vendeva la droga: la legge Len Bias, per l’appunto. Un ragazzo dal sorriso sincero e i numeri da superstar. Un atleta che ha fatto la scelta sbagliata, nel momento più bello della sua vita.

Le parole del suo coach ai tempi dell’High School risultano essere tragicamente profetiche: Se circondi Len di stronzi diventa lo stronzo peggiore… se lo circondi di brave persone, diventa la migliore”.

Nel corso della storia dell’NBA andiamo cercando e, forse lo faremo all’infinito, l’erede di Michael Jordan. Quello che sappiamo è che nello stesso anno in cui è nato MJ, veniva al mondo proprio Len Bias. E i paragoni con il 23 più famoso del mondo si sprecano. Poteva essere Len Bias il primo rivale di sua maestà 6 anelli? Chi lo sa. Ma, a detta di molti, forse lo era.

 

Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong-un

Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong-un

In occasione dell’ennesimo viaggio di Dennis Rodman in Corea del Nord per trattare con il presidente Kim Jong-Un il rilascio di 4 detenuti americani a Pyongyang, ripercorriamo la storia dell’amicizia tra l’ex stella NBA e il Leader Supremo

Kim Jong-un, il leader supremo della Corea del Nord ha una grandissima passione per la pallacanestro. E’ il più giovane capo di stato del pianeta ed ha studiato, sotto mentite spoglie, in un collegio in Svizzera. Ci sono testimonianze, e foto, di Kim che con la maglia di Rodman gioca a basket tra le Alpi e forse nemmeno lui avrebbe mai pensato che un giorno, avrebbe fraternizzato con The Worm.

Come nasce questo rapporto tra Rodman, forse il miglior rimbalzista che la pallacanestro abbia mai avuto, con quello che ad oggi è indiscutibilmente il leader politico più discusso e controverso del mondo?

Nasce qualche anno fa quando una squadra di Basket nord-coreana lo ingaggia come istruttore, su suggerimento del Leader Supremo che lo aveva conosciuto in una precedente trasferta, con la maglia degli Harlem Globetrotters in Corea del Nord. Kim non può perdere l’occasione di conoscere il suo idolo e lo incontra, instaurando una solidissima amicizia con il nativo di Dallas tant’è che Rodman gli disse, dopo qualche giorno “Kim, hai trovato un amico per la vita“.

Kim-Jong-un

Che ci facevano poi i Globetrotters in Corea del Nord è un capitolo a parte: la Corea è uno degli Stati più reclusi del pianeta e dove gli americani, per usare un eufemismo, non sono ben visti, ma questi geni del basket, e dell’intrattenimento non sono nuovi a queste incursioni perché ciò che fanno loro e come lo fanno loro, rendono ogni cosa possibile, abbattendo le barriere. Non è un caso se molti Papi si siano divertiti con loro, Giovanni Paolo II ne è addirittura membro onorario. Non è un caso se  in piena Guerra Fredda questi neri americani, che giocavano con una divisa che ricordava la bandiera USA, avevano avuto il privilegio di giocare allo Stadio Centrale Lenin di Mosca davanti al segretario generale del Pcus Nikita Kruscev.

Tornando ai nostri protagonisti, tutte queste cose le sappiamo perché in America, negli anni, questo rapporto tra Kim e Rodman è diventato un problema: Rodman vuole allentare le tensioni tra i due paesi, ha chiamato diverse star NBA, un po’ borderline come lui, a giocare una partita amichevole contro una squadra nord coreana come regalo per il 30esimo compleanno del Leader ed ha aggiunto, prima della partenza per Pyongyang, che “Lo faccio per mettere in connessione due paesi del mondo e di far capire alla gente che non tutti i paesi del mondo sono cattivi come li descrivono i media occidentali“.

Ai problemi di natura etica sorti sul territorio USA si sono aggiunti inoltre, per Rodman, problemi di natura legale perché l’ONU stessa sta cercando di capire come e se sanzionare i regali che Rodman porta all’amico e che secondo gli esperti violerebbero le sanzioni internazionali imposte alla Corea del Nord, in risposta ai test nucleari e missilistici del 2006 e del 2009, inasprite  dopo i terzo esperimento di qualche anno fa.

Oggi i rapporti tra Kim Jong-un e Dennis Rodman si sono un po’ raffreddati perché l’ex Bulls non ha preso bene la presunta notizia dell’epurazione e dell’esecuzione di Jang Song Thaek, numero due del regime, nonché zio e mentore del giovane Kim, che secondo le fonti Sud-Coreane, sarebbe stato ucciso proprio dal Leader Supremo, fatto sbranare dai suoi cani.

Raffreddati, non chiusi però, tant’è che nel Gennaio del 2015 Rodman ha invitato ufficialmente il noto regista e attore Seth Rogen a visitare Pyongyang dopo il contestato The Interview, un film comico, dissacrante, in cui si sparava a zero sulla Corea del Nord e su Kim Jong-un che non è stato preso per niente bene sopra il 38° parallelo e che aveva fatto scattare nuove minacce da parte del governo di stampo comunista.

Rodman aveva parlato di “Diplomazia del basket”, addirittura indicandosi come possibile candidato al Premio Nobel per la Pace da assegnargli di diritto nel caso in cui avesse fatto incontrare Obama e Kim per risolvere i problemi sotto la grande bandiera dei Chicago Bulls, ma tutto questo sembra ormai svanito e Dennis, detto il Verme, è rimasto all’amo del Leader Supremo.

Peja Stojakovic: il miglior tiro che non sia mai entrato

Peja Stojakovic: il miglior tiro che non sia mai entrato

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Ci siamo.

È il momento.

20 secondi al termine della partita.

Bibby palla in mano sul lato destro con Bryant addosso.

Consegnato nelle mani di C-Webb.

Ribaltamento per Brother Hedo.

Partenza andando a sinistra.

Shaw rimane piantato a terra.

Arriva l’aiuto di Fox.

Palla a Peja e…

È una macchina”. Quante volte in ambito sportivo l’abbiamo detto o sentito? Tante, forse troppe. La genesi di quest’affermazione si ha nel momento in cui lo spettatore viene completamente tramortito dalla straordinarietà di quello a cui sta assistendo. E quando all’uomo una cosa appare come irripetibile in prima persona, egli tende impulsivamente a non considerare l’ipotesi che ci sia qualcuno appartenente alla sua stessa razza che possa riuscirci. Da qui la metafora sovra citata.

Si tratta di un modo di dire abituale ma inopportuno, perché tra i due termini vi sono delle differenze piuttosto significative.

Quale caratteristica propria della macchina è irrintracciabile nell’uomo? L’infallibilità. Un marchingegno progettato per fare canestro da metà campo, una volta messo in moto e piazzato dove deve stare, brucia la retìna presumibilmente all’infinito, o almeno fino all’avvento di qualche guasto tecnico, mentre anche il miglior specialista di tutti i tempi è destinato a sbagliare con una certa ciclicità – tranne Jamal Crawford in “206 mode” ON, di questo ne sono più che convinto.

E poi le persone hanno un cervello (o almeno così si dice). Pensano, provano emozioni e le loro gesta vengono influenzate da ciò che le circonda. Questo cambia tutto, in special modo se sei uno sportivo professionista e, a maggior ragione, se giochi a pallacanestro e sei un tiratore.

Il mondo dei tiratori è diverso da quello degli altri giocatori.

È fatto di strisce, di alti e bassi; di momenti in cui te la senti e vedi il canestro talmente immenso da poter tirare bendato, con la mano debole ed essere più che convinto di riuscire a segnare; di partite in cui invece non metteresti nemmeno un tiro aperto, con metri di spazio a disposizione.

La testa domina la mano e dunque capita che, se vedi la prima conclusione andare dentro, le altre saranno solo una conseguenza di quell’atto iniziale. Acquisti fiducia che si tramuta in un maggior numero di tiri tentati. Non ti fermi. Viceversa se sbagli puoi prendere paura ed andare completamente fuori ritmo, facendoti domare dalle tue sensazioni fino a nasconderti dietro ai tuoi avversari, sparendo in qualche modo dal campo.

Dall’esito del primo tiro di un match può dipendere l’impatto che il singolo tiratore avrà sullo stesso.

E d’altra parte se lo diceva anche uno come Juan Sebastian Veròn – pur praticando un altro sport – che dal primo pallone toccato avrebbe capito subito che tipo di partita sarebbe andato a fare, da fenomeno o da fantasma (nella maggior parte dei casi barrate A), un fondo di verità questa teoria la deve avere per forza.

La quotidianità cestistica per uno shooter è qualcosa di arduo con cui confrontarsi e passa attraverso una speciale metamorfosi alla quale è obbligato a sottoporsi. Deve modificare la sua natura trasformandosi in qualche cosa di meccanico, di  non condizionabile, per vivere in campo come se fosse una di quelle statuine presenti nelle bolle di vetro natalizie col polistirolo a fare da neve finta.

Sottovuoto. Non deve sentire se non di riflesso, scevro da qualsivoglia evento esterno che lo possa far pensare anche solo un millisecondo, frazione che può fare la differenza tra un pulito schiaffo del nylon e una mattonata in zona ferro.

È tutt’altro che facile, perché un conto è sparare da tre nel campetto sotto casa coi tuoi amici. Un altro è farlo nelle minors con qualche centinaia di persone – a star larghi – che ti guardano. Un altro ancora è vedersi consegnare in mano da Hedo Turkoglu il pallone che può voler dire NBA Finals e, visti i New Jersey Nets della stagione 2002, probabilmente titolo. Alla ARCO Arena di Sacramento. Di fronte a 17317 tifosi a cui se ad inizio anno avessero detto che la loro stagione sarebbe dipesa da una bomba del miglior tiratore della lega dell’epoca, in angolo, da solo, avrebbero iniziato a Novembre la parata per le strade della città californiana.

Il contesto in cui le azioni vengono compiute è di imprescindibile importanza e la sera del 2 Giugno 2002 la cornice a Sacramento aveva sicuramente un qualche cosa di apocalittico. Non c’entrava il fatto che fosse una gara 7 o che si giocasse per la partecipazione alle Finals. C’era la sensazione che quella partita ci avrebbe consegnato un’altra NBA.

Contrapposti ai Kings più belli dell’era moderna si trovavano i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, freschi di back to back.

Se avessero vinto i lacustri sarebbe stato three-peat, con buona pace di Jason Kidd, Kittles, Van Horn e del New Jersey intero. L’accesso diretto con permanenza eterna nell’Olimpo del basket. Un’impresa che pochi bipedi possono vantarsi di aver portato a termine.

Per quei Kings invece era la grande opportunità di terminare l’egemonia gialloviola e approdare in finale per tentare di vincere un anello che veniva meno dal 1951, quando la franchigia si chiamava Rochester Royals e aveva sede nello stato di New York. Con un Vlade Divac 34enne, un Chris Webber nel pieno dei propri poteri, un Mike Bibby baciato dal Dio del talento e un supporting cast di tutto rispetto.

I primi sei atti della serie furono epici. Dal presunto avvelenamento del room service a Kobe Bryant pre gara2, a Phil Jackson che definisce Sacramento come una città “semicivilizzata” in cui “abbondano le vacche” e i tifosi Kings che rispondono presentandosi coi campanacci all’arena, passando per il buzzer beater di Horry in gara4 allo Staples Center, fino alla famosa gara6 a detta di molti “rigged”, truccata, in cui i Lakers arrivarono a tirare 21 liberi nel quarto finale, con Divac e le mèches di Scott Pollard fuori prematuramente per falli.

La partita è punto a punto e, quando il tabellino recita 99-98 Lakers, sul cronometro sono rimasti 20 secondi al termine dell’ultimo periodo.

È uno di quei momenti in cui devi privilegiare l’istinto a discapito della ragione. Devi pensare a chi sei e non al luogo in cui ti trovi e alla posta in palio. O forse non devi pensare per niente. Specie se sei un tiratore. Ma allo stesso tempo sono anche gli attimi in cui è praticamente impossibile non essere scalfiti dall’atmosfera che ti circonda.

A chi guarda, però, tutto questo interessa relativamente. Anche perché il destinatario del passaggio di Turkoglu è Peja Stojakovic o, se preferite, citando alla lettera Larry Joe Birdil miglior tiro della storia del basket”. E in quell’istante tutti, ma proprio tutti, abbiamo pensato “è una macchina”.

Il serbo assomigliava davvero ad un dispositivo creato solo ed esclusivamente per fare canestro dalla lunga distanza. In carriera ha vinto per due anni consecutivi (2002 e 2003) il 3 point contest dell’All Star Game. Un cecchino che ancora oggi si trova al nono posto, a quota 1760, nella classifica per tiri da tre messi a bersaglio nella NBA. Uno che ha terminato la sua esperienza nella lega con il 40% oltre l’arco. Per una volta forse il paragone non faceva una piega.

L’idea che potesse sbagliare non era contemplata. Non lui. Non con 3 metri di spazio davanti.

Ma Peja, prima che un tiratore, era un uomo. E gli uomini sbagliano di continuo.

Affretta il tiro.

AIRBALL.

 Il vuoto.

Il pallone non va neanche vicino dal toccare il ferro e cade tra le mani di O’Neal, a cui viene fatto immediatamente fallo. La telecamera cerca subito il viso dell’ala dei Kings. Non ci crede nemmeno lui. Figuratevi i tifosi, i compagni e coach Adelman, che anche se applaude, dentro di sé non può che pensare di aver perso la più grande chance per vincere la partita.

In realtà poi si andò ai supplementari e Sacramento avrebbe potuto farcela ancora. Ma senza Divac causa falli (Shaq era difficile da tenere) e complice la maggior freschezza fisica dei Lakers, si arresero. E poi, nella testa di tutti, cresceva sempre più l’idea che i Kings quella gara 7 l’avevano persa prima.

 Lì, in quell’angolo sinistro, con Peja e il nulla attorno a lui.

Il miglior tiro che non sia mai entrato.

Quel maledetto epilogo  ci intima a non essere mai troppo sicuri di noi stessi. Di quello che vediamo o crediamo. Ci fa capire come in realtà l’errore faccia parte della nostra vita e sia sempre dietro l’angolo. E può capitare in qualsiasi momento. L’unica cosa che possiamo fare,come uomini, è lavorare minuziosamente su noi stessi per poter evitare che si ripeta, o quantomeno per limitarne la frequenza.

Anni dopo quella partita rividi Peja. Contro i miei Lakers. Di nuovo. Giocava a Dallas ed era il primo turno dei Playoffs 2011.

Ogni volta che la palla lasciava la sua mano accarezzava il cotone.

Da tifoso gialloviola sanguinai.

Da amante della pallacanestro e dell’umanità ringraziai per quello spettacolo.

Daniele Quetti – Born in the Post

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

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Drazen Petrovic had such artistic skills on the basketball court that those who saw him play called him the “Mozart of the Parquet.

Questo è l’incipit della descrizione della Hall of Fame americana confezionata per il croato al momento del suo inserimento ufficiale nell’Arca della Gloria. Chi lo vide giocare fu rapito dalla poesia del suo basket al punto da ribattezzarlo “il Mozart dei Canestri”. Io sono tra questi.

L’ibisco è un fiore splendido, dotato di colori accesi e ricercati. La sua fioritura dura dalle prime luci del mattino fino a metà pomeriggio. Una volta reciso appassisce in un solo giorno. Queste caratteristiche lo rendono inno alla vita all’ennesima potenza che la Natura, madre suprema di tutte le vite, ci regala forse proprio come monito universale alla caducità delle nostre esistenze. Una sorta di rockstar del mondo floreale che proprio quando arriva all’apice del suo splendore ci saluta per sempre.

Drazen Petrovic è stato un ibisco in tutto e per tutto. Uno dei più belli che siano mai fioriti.

Solo 290 partite in NBA prima che il fato lo strappasse con violenza a questo mondo, proprio quando nel pieno della sua fioritura, era a detta di tutti pronto per dominare anche in America. La sua esperienza oltreoceano è stata una sorta di enclave contenuta in un immateriale territorio di pura Leggenda. Arrivato in America a 25 anni già da mito vivente del basket europeo, se ne è andato a soli 28 per entrare ad un livello di leggenda superiore, quello dove stanno le anime di chi ha lasciato un segno indelebile nel proprio tempo.

Petrovic è stato l’incarnazione perfetta del nietzschiano concetto di volontà di potenza.

A 15 anni gioca e dà spettacolo nella squadra della sua città, Sebenico.

A 20 anni è già nel Cibona Zagabria, la squadra più importante dell’allora Jugoslavia.

A 21 mette 112 punti in una singola partita di campionato. Avete letto bene. CENTODODICI.

40 su 60 al tiro, 10 su 20 da tre e 22 su 22 dalla lunetta.

Nella stagione 85/86 finisce il campionato a oltre 43 punti di media partita.

Vince tutto quello che si può vincere, comprese due Coppe dei Campioni consecutive.

Ma non gli basta.

La sua natura lo porta a  desiderare di misurarsi ad un livello sempre superiore. Accetta l’offerta (sontuosissima peraltro) del Real Madrid.

Fa sfracelli anche in Spagna. Una partita su tutte. Finale di Coppa delle Coppe contro la nostra Snaidero Caserta. Contro un altro supremo virtuoso della tripla. Il brasiliano Oscar Schmidt.

Vince il Madrid su Caserta 117 – 113 dopo i supplementari.

Vince Petrovic su Oscar 62 – 48.

Mostruoso.

E’ il momento di andare in America a dimostrare agli infedeli che anche un europeo può dominare nell’università del basket. Saluta Madrid con queste parole.

In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA.”

Vola a Portland dove non trova esattamente l’ambiente più adatto per un esordiente.

Nel backcourt della squadra infatti giocano i boss della franchigia. Clyde “The Glide” Drexler e Terry Porter. Una stella assoluta e un ottimo play. Impossibile trovare i minuti per esprimersi, ma Drazen non demorde, perché Drazen sa di poter giocare, sa di meritarsi un posto fisso in squadra.

Così cambia, approda a New Jersey, e lì la storia cambia in maniera definitiva. Mozart comincia a suonare sul serio. La prima stagione da titolare la conclude con 20 punti di media tirando oltre il 50 da due e il 40 da tre. L’America comincia ad apprezzare. Lui ritornando sul fallimento di Portland dirà:

Non ho mai dubitato di me stesso. Uno è bravo a suonare il piano, a Roma o a Portland; la musica è sempre la stessa ma le orecchie sono diverse.

Già…il pianoforte…come Mozart.

La seconda stagione va ancora meglio. I punti diventano 22, e lo portano tra i migliori cannonieri della lega. In odore di All star game, ma non viene convocato. Finirà la stagione votato per il terzo quintetto dell’anno. Primo europeo della storia e secondo non americano dopo Olajuwon a finire nei quintetti ideali di fine stagione. Comincia a stargli stretta anche New Jersey. Drazen vuole una squadra che competa per il titolo.

Purtroppo quella splendida stagione per lui sarà anche l’ultima.

La sua carriera parla di 4461 punti in 290 partite. Una percentuale al tiro del 50% (non così facile per una guardia) e 43% da tre. Tutt’oggi è il quarto di tutti i tempi  per percentuale di tiro oltre l’arco.

Guardando queste cifre emerge come una guardia che tirava tanto, e bene.

Ma era molto, molto di più. Questi sono i numeri, alcuni dei numeri. E i numeri vanno a costituire una sorta di mappa.

Ma la mappa non è il territorio. Il “Territorio Petrovic” lo raccontò molto bene in un’intervista di qualche anno fa il grande Sergio Tavcar, mitico telecronista di Telecapodistria. Petrovic era una sorta di deviato, un malato di basket fin da bambino. Un monomaniaco che realizzava tutta la sua essenza come essere umano solamente dentro un campo di basket. Ore ed ore passate nelle palestre ad allenarsi e tirare tutti i santi giorni, prima e dopo la scuola. Un bambino schivo che, complici una malformazione congenita all’anca che lo faceva camminare in maniera scomposta e il successo del fratello maggiore Aza, appariva come un brutto anatroccolo solitario. Ma la forza di volontà di quest’uomo era qualcosa di sovraumano. La fede incrollabile in sé stesso lo accompagnerà per tutta la sua vita, e sarà più ancora del talento immenso, il motivo principale per cui Petrovic divenne Petrovic, il Mozart dei canestri.

Il suo interpretare ogni partita come una guerra tra lui, solo lui, e tutti gli avversari invece che un limite divenne la sua forza. I virtuosismi demoniaci e la tensione superomistica con cui viveva il basket avrebbero fatto impallidire anche Kobe Bryant.

Mise 44 punti in faccia a Vernon Maxwell quando quest’ultimo prima della partita dichiarò “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo.”

Ne mise 24 in faccia a Jordan e al Dream Team nella finale delle Olimpiadi.

Petrovic  in un unico essere umano racchiudeva tutti i concetti trainanti del pensiero di Nietzsche.

La volontà di potenza è per Nietzsche la volontà che vuole se stessa. Non un mero desiderio concreto di oggetti specifici, ma una forza impersonale, una pulsione infinita di rinnovamento, di se stessi e dei propri valori. Il suo uomo, che spesso viene definito “superuomo”, ma che in realtà è più un “oltreuomo”, infatti per poter assumere su di sé con leggerezza tutto il peso di questa volontà , accetta e afferma l’inesorabile ripetizione dell’attimo creativo, sottostando in pieno alla teoria dell’eterno ritorno.

Petrovic era un ubermensch nietzschiano. Un oltreuomo.  E quell’attimo creativo che ripeteva all’infinito era il pallone che andava ad accarezzare il cotone. Lo aveva reso una forma d’arte assoluta. Poesia, come la musica di Mozart.

La sua storia con la nazionale , prima quella slava e poi quella croata, parla di un oro agli europei e uno ai mondiali. Parla di un amore viscerale che lo accompagnerà fino all’ultimo momento della sua vita.

Sarà proprio durante un viaggio in macchina dopo una partita con la Croazia che troverà la morte.

Il suo rapporto intenso con la nazionale e con l’amico del cuore Vlade Divac è magistralmente rappresentata nel documentario Once Brothers, un gioiellino visivo che sembra rubare il canovaccio ad uno dei romanzi fiume di due o tre secoli fa. Due uomini valorosi uniti da un’amicizia profonda vengono irrimediabilmente divisi dalla guerra, che li allontana per sempre senza possibilità di chiarimento fino alla morte di uno dei due.

A chiudere il cerchio c’è la visita, forse tardiva, di Divac alla famiglia di Petrovic, conclusa col serbo che depone fiori e fotografie sulla tomba del croato.

Ma per una volta andiamo oltre le divisioni etniche e nazionalistiche. Perché lì giace uno dei fiori più belli del basket, di quel basket che come la musica di Mozart diviene poesia assoluta.

E la poesia non appartiene a nessuno, non conosce bandiere. E’ di tutti.

E basta.

A Sebenico, nel campetto dove Drazen ha imparato a tirare c’è un’iscrizione che recita:

“Durante la tua vita hai raggiunto l’eternità e lì resterai per sempre”

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

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Enes Kanter contro Erdogan si ritrova bloccato e senza passaporto

Enes Kanter contro Erdogan si ritrova bloccato e senza passaporto

Che tra Enes Kanter e Recep Erdogan non corra buon sangue non è certo una novità. Il centro turco, in forza agli Oklahoma City Thunder, da sempre si è opposto al presidente in carica, criticando apertamente la sua politica autoritaria e liberticida e appoggiando con forza il suo più strenuo antagonista, Fethullah Gulen. E questo atteggiamento di dissenso non solo non gli ha permesso né di tornare in patria né di vestire la maglia turca, ma ha anche provocato la reazione della sua famiglia, che nell’agosto scorso lo ha ufficialmente diseredato – una scelta probabilmente obbligata, visto il clima teso con cui dover convivere in patria -.

Ma l’aperta contestazione da parte di uno degli sportivi più in vista in Turchia non deve essere proprio andata giù al premier turco. E così, mentre sabato scorso sbarcava a Bucarest da Singapore, Kanter si è ritrovato col passaporto cancellato. Subito è stato bloccato dalle autorità romene e per un attimo si è temuto il peggio: c’era il rischio, concreto, che venisse spedito in territorio turco, dove sarebbe stato arrestato e processato in quanto nemico di Erdogan. Eppure, in quei momenti di paura, il centro dei Thunder ha pensato subito di rendere nota a tutti la sua delicata situazione, e in quale modo migliore se non con un video su Twitter?

Nel video il lungo di Okc si è espresso in modo molto duro: prima ha dichiarato di essere bloccato in aeroporto da ore, trattato alla stregua di un detenuto, poi si è scagliato contro Erdogan, il responsabile di tutto, definito l’Hitler del nostro secolo.

 Appena appresa la vicenda, si è immediatamente mobilitato lo staff dei Thunder, supportato dall’NBPA ( il sindacato dei giocatori), con l’obiettivo di riportarlo al più presto negli States. Inoltre, sono intervenuti anche i senatori dell’Oklahoma Jim Inhofe e James Lankford, che insieme al Dipartimento di Stato americano sono riusciti a farlo imbarcare in un aereo per Londra, in territorio sicuro.

 Una volta raggiunti gli Stati Uniti, Enes ha tenuto una conferenza stampa presso la sede dell’NBPA, dove ha ringraziato coloro che hanno permesso il suo rientro e ha raccontato i retroscena della vicenda. Nelle sue parole la paura era palpabile: se fosse stato mandato in Turchia probabilmente si sarebbero perse le sue tracce per sempre, visto che in territorio turco è virtualmente una persona inesistente.

Durante la conferenze ha poi continuato ad attaccare il premier Erdogan, ribadendo il paragone con Hitler e sottolineando come in Turchia, ora come ora, ci sia un regime a tutti gli effetti dittatoriale. Inoltre, il giocatore ha espresso un suo grande desiderio: ottenere la cittadinanza americana. “Ho la green card, spero che il processo sia più breve rispetto ai cinque anni previsti. In questo momento non ho una cittadinanza, ma nell’Oklahoma mi sento come a casa”.  

E quanto avvenuto a Kanter non è una novità. Negli ultimi mesi infatti è successo più volte che le autorità turche segnalassero come smarriti o cancellati passaporti di dissidenti politici, così che venissero fermati alle dogane e spediti in Turchia. Una prassi ben congeniata, per riportare in patria gli oppositori al regime. E non è neanche la prima volta che uno sportivo turco riceve un trattamento simile. Emblematico è stato il caso di Hakan Sukur: in forza anche all’Inter e al Parma, l’attaccante turco era diventato un idolo in patria, dopo la conquista della Coppa Uefa del 2000 con la maglia del Galatasaray.  Un evento storico, ma che è passato in secondo piano da quando Sukur si è apertamente opposto ad Erdogan – da politico nelle file dell’AKP -, subendo un lento e progressivo oscuramento della sua immagine pubblica. Al punto da essere prima chiamato in giudizio per insulti rivolti a Erdogan su Twitter, poi accusato di aver preso parte al tentato colpo di stato del luglio scorso e quindi incriminato. E malgrado l’ex attaccante, emigrato negli States, si sia sempre dichiarato innocente e abbia aspramente condannato il fallito golpe, ora più nessuno in Turchia ricorda le sue magie in campo, ma viene ritenuto un nemico pubblico da arrestare e imbavagliare.

E adesso, privati dei loro passaporti, sia Sukur che Kanter non hanno neanche la possibilità di lasciare gli Stati Uniti. Il che danneggia molto il lungo dei Thunder, impossibilitato a promuovere in prima persona la sua Fondazione Kanter. Una fondazione che si occupa di fornire cibo e vestiti ai meno abbienti, per la quale il centro era in tour. Dopo la Romania, infatti, lo aspettava la Danimarca, la Norvegia e la Svizzera. Purtroppo, finchè non gli verrà concessa la cittadinanza americana, non potrà andare all’estero. Una situazione difficile da digerire, ma per come si era complicata la vicenda, Enes non può che ritenersi fortunato.

 

NBA: il cuore grande di Lillard e il senso di famiglia Blazers

NBA: il cuore grande di Lillard e il senso di famiglia Blazers

Giorno dopo giorno ci stiamo addentrando sempre più nel vivo dei Playoffs. Golden State e Cleveland sembrano oggettivamente inarrivabili per le loro dirette avversarie, ma mai dire mai, le sorprese potrebbero essere dietro l’angolo.

Nel frattempo sono molte le squadre che hanno dovuto alzare bandiera bianca, abbandonando anzitempo i Playoff. Tra questi ci sono i Blazers, annichiliti dallo strapotere degli Warriors e mandati a casa con un secco 4-0. E a dirla tutta, era un finale di stagione tragicamente annunciato: pensare che Portland potesse davvero impensierire i ragazzi della Baia era alquanto utopico. Per questo, al di là dell’inevitabile rammarico, a Rip City si sono dovuti accontentare del premio per il raggiungimento della post-season, quei 223.864 dollari da spartire tra i quindici giocatori del roster.

Una stagione strana quella di Portland. Dopo un 2015-2016 strepitoso, culminato contro ogni aspettativa con le semifinali di Conference, in estate erano arrivati Ezeli e Turner e pian piano si iniziava a pensare in grande. Poi, le delusioni: sconfitte su sconfitte, un gioco di squadra inesistente, un Lillard irriconoscibile, un McCollum lasciato solo dai suoi compagni, a predicare nel deserto. Solo sul finire di stagione è arrivato un sussulto, un moto di orgoglio: Damian ha ripreso per mano la squadra e, insieme all’immancabile CJ, l’ha portata per un soffio ai playoff.

Ma ormai la frittata era fatta. Contro Curry e soci non c’è stata partita. E al di là della sconfitta, è stata l’impotenza mostrata in campo a decretare il totale fallimento della stagione. Proprio per questo Lillard, quando si è visto recapitare gli oltre 15000 dollari del premio per la post-season, ha sentito di non meritarseli. E così si è riunito ai suoi compagni e li ha convinti a fare un gesto semplice, ma apprezzabile: donare i 223.864 dollari (15000 circa da ogni giocatore) ai 25 membri dello staff dei Blazers. Dagli assistenti ai massaggiatori, fino ai magazzinieri.

 Il tutto lo ha spiegato lui stesso: “Abbiamo spartito i nostri soldi con le persone che hanno lavorato con noi tutto l’anno. Gente che ha lavorato per lunghi periodi lontana dalle proprie famiglie e dai propri affetti, come noi, con compiti non meno importanti. Loro fanno sempre il massimo per renderci la vita più facile e per questo la loro diventa più complicata, dato che guadagnano molto meno di noi. Questo è un modo per mostrare la nostra gratitudine, oltre alla classica stretta di mano di fine stagione”.

 Del resto, Lillard non è nuovo a iniziative simili. Già nel 2014-2015 e nel 2015-2016 era rientrato tra i 10 finalisti del NBA Cares Community Assist Award, un riconoscimento per il giocatore che più di tutti si impegna durante la stagione in opere di beneficenza. Infatti, nel corso degli anni il leader dei Blazers si è distinto per diverse attività benefiche, dall’organizzazione di programmi per la lotta contro il bullismo – lui stesso ha ammesso di averne sofferto in passato –,  al supporto di associazioni no profit per la cura di tumori e malattie.

Ma stavolta il gesto di Damian non è stato semplice evergetismo. I 223.864 dollari potevano essere sì dati in beneficienza, ma lui ha preferito destinarli in altro modo. Perché dopo una stagione così sconfortante, serviva una scossa, per cementificare i rapporti all’interno di un ambiente così in crisi. Sarà sufficiente? Lo vedremo la prossima stagione. E sebbene 15000 dollari di solito non siano una cifra considerevole per chi gioca in NBA – basti pensare che lo stesso Lillard quest’anno ha percepito oltre 24 milioni -, rimane comunque la bellezza del gesto.

 

Giants of Africa: Masai Ujiri e il sogno dei ragazzi del Basket africano

Giants of Africa: Masai Ujiri e il sogno dei ragazzi del Basket africano

Giants of Africa è un’organizzazione no profit nata nel 2003, con lo scopo di educare tramite il basket le nuove generazioni africane. Il suo obiettivo principale consiste nel rendere il basket accessibile al maggior numero di giovani possibile, in un continente in cui le strutture sportive sono praticamente inesistenti. In questo modo dà loro la possibilità di sfruttare i loro mezzi atletici, offrendo attrezzature, un supporto tecnico e un sostegno economico di cui in molti hanno bisogno. Regalano loro la possibilità di guardare in grande, di sognare, di diventare in futuro dei campioni.

 Ma l’intento di Giants of Africa non è quello di sfornare atleti perfetti da spedire in NBA. Perché si sa, sono davvero in pochi coloro che riescono a raggiungere traguardi simili. Semplicemente, GOA mira a far crescere le nuove leve africane in un ambiente più sano e pulito, impreziosito da uno sport di squadra come il basket, che sia finalmente alla portata di tutti. Un obiettivo molto ambizioso: avvalersi del basket per rendere migliore un intero continente.


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E ad essere oggettivi, sembrerebbe un progetto un po’ utopico. E’ davvero realizzabile?No, impossibile”. Questo ci verrebbe da dire. Ma era il lontano 2007, quando in TV passava uno degli spot più celebri dell’Adidas, con un Gilbert Arenas nel fior fiore della sua carriera che ti diceva sorridendo: “Impossibile is nothing”. Ecco, questa probabilmente sarebbe anche la risposta del fondatore di Giants of Africa, tale Masai Ujiri. E se non siete convinti, leggetevi la sua storia.

Masai nasce a Zaria, nel nord della Nigeria. La mamma Paula, nata in Kenya, è una dottoressa, mentre il padre Michael lavora nell’amministrazione dell’ospedale dove si trova la moglie. Malgrado la loro sia una famiglia benestante, fin da piccolo Masaj non riesce a dare pieno sfogo alla sua passione, il basket. Infatti, al di là dello sgangherato campetto dietro casa e delle cassette dei suoi idoli Olajuwon e Jordan, Zaria gli offre pochissime chance di giocare con la palla a spicchi.

Eppure, nonostante l’impossibilità di trovare strutture adatte, Masai si dimostra piuttosto talentuoso. La sua famiglia crede in lui, al punto che decide di mandarlo a studiare in America, dove potrà sicuramente migliorare nel basket. La sua destinazione è il Bismarck State College, in North Dakota (dopo un breve periodo in una prep-school di Seattle). Qui trascorre ben due anni, dove matura e diventa un prospetto interessante. E’ molto forte, ma non abbastanza da attirare le attenzioni delle università più prestigiose, tant’è deve accettare le avance del Montana State University-Billings, non proprio un ateneo d’élite.

Non è un periodo facile, Masai diventa sempre più consapevole che i suoi sogni di gloria stanno per essere infranti. Per questo, dopo nemmeno sei mesi nel Montana, decide di provare a sbancare in Europa. Ma anche qui le porte principali gli vengono sbarrate e deve quindi accontentarsi di entrare dal retro. Resterà nel vecchio continente per sei anni, giocando in Gran Bretagna, in Belgio e in Svezia. Dopodichè, l’amara decisione: smettere col professionismo.

Ma questo non significa abbandonare i suoi propositi. L’NBA lo ha respinto da giocatore? Questo non implica che non esista un altro modo per entrarvi. Basta cambiare prospettiva. Masai inizia a chiamare tutti i contatti che ha negli States, finchè non si imbatte in David Thorpe, allenatore privato di prospetti collegiali o di atleti professionisti stranieri, conosciuto quasi due anni prima in una partita di Summer League a Boston. Thorpe rimane stupito dalla sua profonda conoscenza dei campionati europei e africani: sembra un vero e proprio database vivente. Per questo, incuriosito dalle sue capacità, lo invita alle Final Four NCAA di Atlanta.

E qui Masai sfodera tutto il suo repertorio: oltre alla sua professionalità e alle sue doti di scouting, si fa notare per la spontaneità per le incredibili capacità relazionali. In men che non si dica riesce a stringere legami con diversi addetti ai lavori in NBA

 

Da qui avrà inizio la sua scalata. Prima diventa talent scout degli Orlando Magic di Doc Rivers, lavorando da stagista – e quindi senza un vero stipendio – e girando mezza Europa. Poi entra nello staff dei Denver Nuggets, dove in breve diventa un International scout e lo rimarrà fino al 2007, mostrando un’etica del lavoro e una meticolosità impressionanti. L’anno successivo è Brian Colangelo a chiamarlo ai suoi Toronto Raptors, promuovendolo a Assistant General Manager. E nel 2010, la svolta: sono ancora i Denver Nuggets a volerlo a tutti i costi, stavolta affidandogli il ruolo di General Manager. Masai Ujiri diventa il primo africano GM di un colosso sportivo americano.

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Ora invece Masai è stabilmente a capo dei Toronto Raptors. Dopo aver gestito alla grande in Colorado l’affaire Carmelo Anthony e aver portato i Nuggets al secondo posto nella Western Conference, si è preso sulle spalle la franchigia canadese, conducendola lo scorso anno alla prima finale di Conference della sua storia. Se non è un miracolo questo.
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Una storia molto lunga e avvincente, necessaria per spiegare con quale mentalità Ujiri ha fondato Giants of Africa nel lontano 2003. La sfida che si è posto davanti è proibitiva, ma la determinazione è massima. E i passi in avanti, in questi anni, sono stati tanti: dall’apertura di strutture sportive in Nigeria, Ghana, Kenya e Ruanda, alla realizzazione di un documentario su GOA – vincitore di diversi premi alla quinta edizione del Canadian Screen Awards -, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema. Non sarà un percorso facile, ma Masai ne è convinto: l’Africa diventerà il futuro del basket nel mondo. E potete essere d’accordo o meno, ma non provate a dirgli che sia impossibile.

 

Gigi Datome perde la scommessa e va a giocare in un campetto nel bergamasco

Gigi Datome perde la scommessa e va a giocare in un campetto nel bergamasco

Gigi Datome, il capitano della nazionale italiana di pallacanestro non è uno sportivo come tutti quanti gli altri. Uomo di cultura e persona di spirito, professionista esemplare e grande esperto social, non a caso la sua pagina Facebook è tra le più amate tra gli appassionati.

Uno di questi appassionati è @Whiskastz, ragazzo bergamasco che su Twitter ha lanciato una sfida al Gigione nazionale: “Quanti retweet devo fare per far si che tu venga a giocare con la mia squadra per una partitella?”

Datome l’ha sparata grossa con “10mila” ma non aveva fatto i conti con internet e con l’aiuto speciale che ha avuto grazie a “La giornata tipo” che ha condiviso proprio il tweet del tifoso facendo diventare Top Trend il #Gigilhadetto, che è rapidamente arrivato alla cifra chiesta dal giocatore del Fenerbache.

Datome ha poi commentato sul proprio profilo l’impresa: “Ebbene sì, il buon @Whiskastz ha vinto la scommessa! Devo ammettere di aver sottovalutato sia lui che tutti i matti che gli hanno dato una mano.‬
Manterrò la parola e verrò nel bergamasco per una partitella con la sua squadra(niente iscrizione al csi, andate a leggere bene il suo tweet). ‬
‪Vista la bella risposta mediatica spero che verrete numerosi, e che potrete essere allo stesso modo collaborativi anche nella raccolta fondi che ho in mente di organizzare nel giorno della partita. Sia la data che l’ente benefico sono ancora da stabilire (direi verso metà luglio), seguitemi sui social e vi aggiornerò appena saprò qualcosa di più.‬
‪Caro Fabio, allenati. A luglio ti rompo il culo

Brandon Roy: il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Brandon Roy: il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Se la NBA è il più affascinante palcoscenico del basket mondiale, dove si possono ammirare i giocatori più forti del globo, lo si deve soprattutto alla cultura cestistica che anima gli States, dalle sponde del Pacifico fino alle coste atlantiche. Una cultura che ha radici profondissime e che mira a plasmare un futuro campione fin dalla nascita. Ed è per questo che, nella crescita di un giocatore, sono fondamentali i suoi primi anni di carriera, i vari coach che si incontrano nella propria strada. In alcuni casi un allenatore capace può davvero fare la differenza.

E quest’anno, ad aver dimostrato di essere un coach in gamba è stato un certo Brandon Roy, nominato Naismith National High School Coach of the Year. Il miglior riconoscimento possibile per un allenatore a livello di High School, ottenuto grazie alla fantastica stagione della sua Nathan Hale, High School di Seattle, che ha chiuso l’annata da imbattuta e con ben 29 vittorie all’attivo.

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Per chi segue la NBA da pochi anni il nome di Brandon Roy non dirà granché. Per tutti gli altri, una lacrimuccia starà già rigando le loro guance. Perché Roy per molti è stato un’icona, il simbolo del giocatore old school che vince solo grazie al suo immenso talento, senza il bisogno di un atletismo robotico, tanto richiesto al giorno d’oggi in NBA. Uno dei più grandi what if del basket americano. Ed è proprio per questi motivi che la storia di Brandon merita di essere ricordata. Tanto per essere masochisti, e lasciare che quella lacrimuccia si tramuti in un pianto a dirotto senza posa.

Brandon nasce a Seattle, nel luglio 1984. Il basket scorre a fiotti nelle strade di Emerald City e lui si innamora facilmente della palla a spicchi, sfruttando le opportunità che gli offre l’Amateur Athletic Union, un’associazione no-profit che permette di giocare anche ai meno abbienti. Fin da subito Roy mostra un talento innato e alla Garfield High School diventa immarcabile per i suoi coetanei. Le sue giocate prodigiose lo rendono un prospetto molto interessante, al punto che si ventila l’ipotesi del salto in NBA senza passare per il College. Ma la pressione inizia a pesare sulle sue spalle, meglio imboccare una strada più lunga ma anche più rassicurante per il suo futuro: sceglie di abbandonare la sua amata Seattle, destinazione gli Washington Huskies. Un ateneo tutt’altro che vincente, visto che l’unico accesso alle Final Four risale al 1953.

L’arrivo di Brandon viene accolto come una manna dal cielo, e lui ripaga a suon di trentelli. In 4 anni a Washington non solo riceve decine di premi personali, ma gli ultimi due anni porta la sua squadra tre le sedici migliori d’America, un risultato storico per gli Huskies. Il tutto con ben 20 punti di media ad allacciata di scarpe e una padronanza nel palleggio impressionante.

Il 2006 è l’anno dell’approdo nel basket che conta. Al Draft viene selezionato alla sesta pick dai Minnesota Timberwolves, che lo girano subito a Portland in cambio di Randy Foye, scelto alla settima. Per i Blazers sarà l’inizio della svolta.

Rip City viene da una stagione disastrosa, culminata con ben 61 sconfitte e la nomea di squadra-cuscinetto. E Brandon cosa fa? Malgrado un infortunio alla caviglia, diventa subito il leader dei suoi Blazers, siglando ben 17 punti di media a partita e aggiudicandosi il premio di Rookie of the Year. E dopo il draft del 2007, il futuro non potrebbe sembrare più roseo. Perché oltre a Roy e ad un ancora acerbo Lamarcus Aldridge, si aggiunge in roster anche Greg Oden, un centro con tutte le carte in regola per dominare negli anni successivi. Ma si sa, Portland e la fortuna non vanno mai a braccetto: il futuro radioso di Oden diventa un’infinita odissea di infortuni, che culminerà con la prematura fine della sua carriera.

Con uno ambiente in subbuglio e un roster fin troppo rimaneggiato, Brandon decide di caricarsi la squadra sulle spalle e trascina i suoi Blazers ad un record di 41-41, un risultato neanche lontanamente immaginabile l’anno prima. Per sfortuna i suoi sforzi non sono sufficienti per raggiungere i playoff, ma è solo questione di tempo: nelle tre stagioni successive Portland, dopo anni bui e segnati dalle sconfitte, raggiunge per tre volte di fila i playoff, capitanata dal nostro eroe.  

E sebbene in tutti e tre i casi arrivino sconfitte al primo turno, B-Roy diventa l’idolo di Rip City, e non solo. Sarà per le sue eleganti movenze con cui brucia gli avversari, sarà per il suo raffinato killer instinct che lo rende un letale spettacolo per gli occhi, sarà perché dalle sue mani esce un basket lindo, puro, senza sbavature, ma al contempo concreto, perché quando c’è da infilare la retina Brandon sbaglia raramente. Sul parquet appare davvero un artista.

Ed è proprio qui, quando la parabola della sua carriera non sembra possa conoscere la discesa, ecco che arriva la sberla. La sfiga, come al solito, colpisce in pieno volto i Blazers. Roy, da sempre falcidiato dagli infortuni, si ritrova con due ginocchia di cristallo, prive di cartilagine. Nel suo ultimo anno ai Blazers, nel 2011, la situazione è critica, il suo utilizzo in campo va centellinato. Finchè nel 2012, dopo una brevissima parentesi in maglia Timberwolves, si rende conto che non gli è più possibile danzare sul parquet. E Brandon, malgrado il suo talento cristallino, decide di appendere le scarpe al chiodo.

 Ma non ha deciso di abbandonare il basket. Perché è ancora lì, sui parquet, ad insegnare pallacanestro. Prima la insegnava direttamente sul campo, ai suoi avversari. Ora invece sta in panca e la spiega ai suoi giovani allievi, tra l’altro con ottimi risultati. E se solo B-Roy avrà come coach un miliardesimo del talento che aveva da giocatore, ecco lo aspetta un futuro splendente da allenatore.