Una serata all’Italian Fighting Championship, la MMA tricolore

Una serata all’Italian Fighting Championship, la MMA tricolore

Domenica scorsa al Teatro Principe di Milano Italian Fighting Championship, la nuova promotion italiana di arti marziali miste che era stata presentata poche settimane fa a Milano, ha iniziato la sua attività organizzando una bella riunione con 6 match dilettantistici come antipasto e 6 professionistici come piatto forte, Card preliminare e Main Card come si dice nel gergo delle MMA. Ero presente tra il pubblico, in incognito. Avevo pensato in un primo momento di accreditarmi per IGP, ma poi ha prevalso il desiderio di voler assistere dalla tribuna, senza punti di vista particolari, come spesso faccio, ad esempio quando vado nei campi di calcio di provincia per raccontarvi poi che atmosfera vi si respira.


Così una ventina di minuti prima delle 17, orario previsto per l’inizio dei match dei dilettanti, sono entrato al Principe e mi sono cercato una sedia. Innanzitutto è doveroso parlare della location, il Teatro Principe, dove tra il 1950 e il 1956, con qualche coda fino ai primi anni Sessanta, il pugilato italiano, allora tra i primi nel mondo, scrisse pagine importanti. Sotto gli occhi del competente e raffinato pubblico milanese sul ring del teatro combatterono fior di pugili, destinati a diventare campioni a livello internazionale, nomi come Duilio Loi, Guido Mazzinghi, fratello maggiore del più celebre Sandro, e tanti altri sono passati per il Principe, come ci ricorda una serie di fotografie scattate all’epoca ed esposte nella galleria dell’ingresso. L’ultima riunione datava 24 maggio 1963, fino al grande ritorno, dopo una pausa di 51 anni, nel dicembre del 2014.

Naturalmente nella nuova sala ristrutturata in arancione e in nero, in quello che praticamente è lo scantinato di un condominio di Viale Bligny a Milano, ci si è adeguati ai tempi e anche le MMA, nate da venticinque anni, quando già da altrettanto tempo al Principe non si combatteva più,  hanno trovato qui il loro spazio. Le luci e le musiche sono da discoteca, mentre si attende l’inizio degli incontri, che arriverà con una mezz’ora di ritardo sul previsto, ma ci sta. Il pubblico è eterogeneo, in gran parte appassionati a loro volta praticanti o comunque vicini al mondo delle arti marziali. Molte le ragazze, alcune notevoli, ma non mancano anche signore un po’ più mature. E’ un pubblico liquido, che si muove e cambia di posto mentre nella gabbia ottagonale che fa da ring ai marzialisti si susseguono le giovani leve della card dilettantistica, tanta passione, tifo, tecniche probabilmente ancora da raffinare ma lo spettacolo non manca. Per le 19.30 è tutto finito, il tempo di una birra e un panino e alle 20, mentre la sala si riempie del tutto o quasi inizia la parte riservata ai professionisti. L’entusiasmo sale. I match si susseguono, cinque soluzioni prima del limite e tutte al primo round rendono serrati i tempi. L’ultimo incontro, il main event, una volta si sarebbe detto alla francese clou, è più equilibrato e va invece ai punti, la spunterà il barese Francesco Nuzzi per verdetto unanime dei tre giudici su Petru Biclea.

Un’analisi più dettagliata la chiediamo direttamente a chi ha fortemente voluto e reso possibile tutto questo, Alex Dandi, voce per Fox Sport Italia della massima promotion MMA mondiale, l’americana UFC, manager di diversi atleti, ora Presidente di IFC, un passato anche da DJ che a giudicare dalla potente colonna sonora della serata non ha dimenticato:

Dalla conferenza stampa di lancio di Italian Fighting Championship all’evento IFC 1 sono passati esattamente 34 giorni. Ammetto che eravamo un po’ in ansia per quello che sarebbe successo. Non abbiamo mai organizzato un evento in soli 34 giorni. Senza contare che parallelamente abbiamo lavorato al lancio della promotion che ha una sua struttura molto originale ma anche molto complessa, alla registrazione del marchio, al lancio del sito ufficiale ed alle card dei prossimi eventi (10 Marzo e 5 Maggio). Ecco in questo senso siamo molto felici di aver registrato 407 presenze nella serata di domenica 18 Febbraio. Poi c’è spazio per le riflessioni. Si poteva ottenere un sold out (562 per il Teatro Principe) se l’evento fosse stato di sabato e si poteva fare di più anche di domenica con più atleti milanesi o delle zone limitrofe. Abbiamo infatti notato che, ancor più che in passato, il pubblico tende a seguire i singoli atleti con dinamiche da tifoseria e che sempre meno è propenso a seguire l’intero spettacolo. Nuzzi, Biclea, Marchesani, Maso, Galluccio sono tutti atleti validi ma hanno avuto pochissimo supporto dal pubblico, proprio perché non della zona. Al contrario i milanesi Moricca e Pugliesi sono stati i più tifati. Detto questo il risultato è stato soddisfacente, soprattutto considerando che era una card incentrata su fighter esordienti o poco più, a parte qualche notevole eccezione (Frasineac e, a sorpresa, Cumani).

Ho notato un pubblico molto di settore, legato ai figther e spesso a sua volta praticante, dacci dei motivi per cui anche uno spettatore non già nell’ambiente dovrebbe appassionarsi e venire agli eventi IFC.

 Questa è la domanda da un milione di dollari! Mi verrebbe da rispondere così: semplicemente perché è uno sport che sa essere sia spettacolare che strategico e che in alcuni casi riesce a creare uno storytelling che altri sport non riescono a creare. Restando su IFC 1 basti pensare che il match più esaltante della serata è stato quello che ha visto Riccardo Cumani, un veterano degli sport da ring, tornare in attività per sostituire il suo allievo, impossibilitato a combattere per un problema di salute, con poche ore di preavviso e regalando al suo avversario diversi chilogrammi di vantaggio. In quale altro sport potrebbe succedere una cosa simile? E pensare che il tema della serata era quello di dare rilievo ai giovani emergenti…cosa che poi è successa comunque con i trionfi di Pagliariccio, Pugliesi, Moricca, Frasineac e Nuzzi. Ecco quello che cercheremo di fare con Italian Fighting Championship sarà di creare un prodotto che sia di grande intrattenimento sia dal punto di vista qualitativo che dal punto di vista della narrativa.

 Per le 22.30 sono di nuovo in strada, in una Milano gelida e adesso anche piovosa, mentre i numerosi locali di Viale Bligny sono già deserti o quasi, a conferma della rigida disciplina di noi lombardi: è domenica domani si lavora, fa freddo…, mentre in tante altre città  cuochi e camerieri sarebbero ancora molto impegnati e i locali pieni…

Foto di: Fabio Barbieri

Vincenzo Nibali: a tu per tu con lo Squalo dello Stretto

Vincenzo Nibali: a tu per tu con lo Squalo dello Stretto

Ripercorrere la vita e la carriera di Vincenzo Nibali è come assistere ad un film perfettamente sceneggiato con tanto di lieto fine dopo tante insidie e dosi massicce di adrenalina. Promessa mantenuta e campione vero incarna da anni i valori forti di uno sport dove l’uomo fa i conti con se stesso senza se e senza ma. Due Giri, una Vuelta e un Tour e altri sei podi lo collocano di fatto nell’Olimpo dei grandi di tutti i tempi insieme a Merckx, Gimondi, Hinault, Anquetil e Contador unici atleti al mondo ad aver conseguito il triplete nelle grandi kermesse a tappe. A trentatrè anni appena compiuti Vincenzo guarda avanti programmando la prossima stagione, la seconda con la Bahrain Merida, consapevole che le pagine da scrivere nel suo diario siano ancora tante,  lavorando sodo per essere al top nei momenti clou della stagione. Abbiamo avuto l’onore di poter discutere con lo squalo di Messina su vari aspetti della sua carriera agonistica e sulle continue mutazioni genetiche del ciclismo contemporaneo.



Buongiorno Vincenzo, partiamo dall’attualità. Come hai pianificato la stagione? E a che punto della preparazione sei?

Per il 2018 gli obiettivi principali sono tre: Liegi, Tour e Mondiale. La preparazione è calibrata per essere al 100% al momento giusto. Ho appena iniziato il Tour of Oman e dopo parteciperò alle corse in Italia.

Ripercorriamo la tua formidabile carriera. Un mix di talento, fiducia, squadra e vita privata. Giusto, o dimentico qualcosa? 

Ci vuole anche fortuna e, alla base, voglia di lavorare e di fare sacrifici. Senza tanto impegno non si va da nessuna parte.

Ha iniziato la tua carriera agli inizi degli anni 2000, in cosa è cambiato il ciclismo rispetto ad allora? Ti piace il ciclismo di oggi?

E’ cambiato molto. La globalizzazione ha rivoluzionato anche il nostro calendario di gare e adesso è normale andare a correre in paesi che prima non figuravano sulla mappa del ciclismo. Lo stesso, molte nazioni nuove – per esempio il Kazakistan o lo stesso Bahrain, hanno voluto creare delle squadre di livello internazionale. Prima le squadre erano molto più piccole mentre adesso ci lavorano in media una settantina di persone. 

Le tue origini, il Nibali ragazzino aveva già le idee chiare su cosa sarebbe diventato? O ci sei arrivato per gradi?

Sono sempre stato determinato, ma non avrei mai sperato in una carriera così bella. Sono cresciuto per gradi e ho scoperto piano piano di essere un’atleta che poteva fare bene nei Grandi Giri come anche puntare a qualche classica.

Il doping. Dopo dure battaglie il movimento sembra essersi ripreso e i furbi son sempre meno. Abbiamo imboccato la retta via?

E’ un ciclismo diverso quello di oggi. A livello squadre World Tour direi che abbiamo imboccato la retta via, mentre a livelli più bassi c’è ancora qualcuno che pensa di essere più furbo degli altri. Per correre ci vuole volontà e talento, non devono esistere scorciatoie. Non ci deve essere posto per chi bara.

Altro tema scottante e attuale: la sicurezza e i morti che ogni anno ci lasciamo sulle strade. Come possiamo cercare di migliorare le cose?  

Si deve. Non passa giorno che la cronaca non registra un incidente in cui è vittima un ciclista. Ci vuole una maggiore educazione stradale sia da parte dei guidatori ma anche da parte dei ciclisti. Occorre più rispetto; certi incidenti capitano per precedenza non date e negligenza. 

Michele Scarponi, grande uomo e campione umile. Ti manca? Mancano esempi come il suo in questo ciclismo?

Sì e molto. Michele non solo era un grande campione di ciclismo, ma soprattutto un amico. Spesso alle corse dormivamo insieme e abbiamo trascorso delle belle serate a commentare la corsa ma anche a parlare delle nostre vite. La sua era una presenza importante: con una battuta era capace di far ridere tutti magari anche dopo una sconfitta. Manca a tutti. 

Quando riavvolgi il nastro dei tuoi infiniti ricordi, ce n’è uno che tu torna spesso in mente più significativo degli altri?

Non ce n’è uno in particolare. Rimanendo nel ciclismo, mi ricordo il podio del Giro e quello del Tour, ma anche momenti di corsa e di squadra.  

Giro, Tour e Vuelta. Le hai vissute tutte e tre, ma le sensazioni del Giro e l’affetto del pubblico per le strade è unico?

Per un corridore italiano il Giro è il sogno che inizi a fare alle prime pedalate. Mi piace il popolo del ciclismo; ti sostiene e non tifa mai contro, A proposito di ricordi, ogni giorno il Giro ne produce uno. Mi ricordo Messina al Giro dell’anno scorso, incredibile. A volte non riesci a dedicare il tempo che vorresti alle tante persone che aspettano tanto per vederti o per fare una foto. Mi dispiace

Spero che tu decida di correre ancora tanti anni, ma dopo? Ti piacerebbe trasmettere la tua esperienza ai giovani e rimanere nel settore?

Non ci ho ancora pensato veramente, sono e mi sento ancora un corridore.

I giovani appunto. Perchè un ragazzino di oggi dotato del suo bello smartphone dovrebbe fare il ciclista? Sudare e faticare per cosa? A quelli che ti guardano e sognano invece, cosa ti senti di dire?

Perché il ciclismo è uno sport meraviglioso e giusto nel senso che non ti regala niente ma solo quello che ti meriti. Ai sognatori dico di perseverare e di crederci sempre. Volontà e lavoro, questa è la ricetta

 

 

Armi Sportive o armi di morte: quelle pistole che sparano fuori dai poligoni

Armi Sportive o armi di morte: quelle pistole che sparano fuori dai poligoni

La strage alla Scuola Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland in Florida, in cui hanno perso la vita 17 persone, ha riaperto il dibattito negli Stati Uniti sulla troppa libertà e facilità nel poter reperire e detenere armi da fuoco. Ma in Italia com’è la situazione? Vi riproponiamo la nostra inchiesta di un anno fa che portava alla luce dati allarmanti.

Nell’ultima decade sono quadruplicate le armi detenute per uso sportivo. C’è un nuovo interesse per il Tiro a Segno oppure gli italiani hanno trovato un escamotage per poter tenere una pistola in casa? Sarita Fratini da alcuni mesi scrive su questo argomento denunciando sul suo blog che molte delle pistole che sparano per uccidere familiari, soprattutto donne, siano regolarmente detenute.

Orte (VT). Venerdì 17 marzo 2017. Francesco Marigliani, 28enne di Amelia, chiede un incontro alla sua ex ragazza Silvia Tabacchi, 30 anni, per parlare della loro relazione finita. Lei ci va e lui porta una pistola. Con questa le spara e poi si suicida.

Da prime indiscrezioni sembra che soltanto due giorni prima, il mercoledì, Marigliani abbia ottenuto un legale permesso di detenzione e acquisto per una pistola ad uso sportivo e che subito dopo, il giovedì, sia andato a comprare una Glockin armeria.

Sembrerebbe un omicidio-suicidio con movente passionale, eppure pianificato. Nell’attesa che gli inquirenti facciano maggiore luce sulle dinamiche che hanno portato uno studente 28enne ad armarsi e uccidere la sua ex fidanzata, facciamo un salto indietro nei casi di cronaca nera italiana.

Sono storie di persone all’apparenza normali, incensurate, che si trovano a vivere piccoli e grandi drammi della vita, primo tra tutti una fidanzata che ti lascia. La storia si ripete, sempre uguale, da diversi anni.

Montebelluna (TV). 2013. Anche Matteo è stato lasciato dalla sua fidanzata, Denise. Sta male. Vorrebbe riaverla a tutti i costi. Le telefona, le manda tonnellate di messaggi. Ma quella ragazzina di 14 anni più giovane di lui non lo vuole, non lo vuole più. Allora Matteo pensa che deve fare un grande gesto e a gennaio compra un’intera pagina del giornale per dichiararle il suo amore. Ma di nuovo niente, lei non risponde. Quindi Matteo opta per un approccio più diretto: la aspetta sotto casa tutti i giorni, la segue ovunque vada. Ma è un altro buco nell’acqua: Denise va dai carabinieri e Matteo viene convocato in caserma per una ramanzina. Non è amore il suo, lo avvertono, è “stalking”.



Cosa fare, cosa fare ancora quando Lei non ti vuole e la vita non ha più senso?

Quando si parla di lucida follia si pensa proprio ad un momento del genere, in cui lucidamente si pianifica un gesto folle: un omicidio. E in Italia troppo spesso la pianificazione di un omicidio parte dalla richiesta di un porto d’armi.

Succede anche in questo caso: Matteo si informa e scopre che per avere una pistola legalmente bastano pochi giorni e pochi soldi. E’ sufficiente un certificato medico per richiedere il “Diploma di Idoneità al Maneggio delle Armi” in una sezione di Tiro a Segno Nazionale e subito dopo “l’Autorizzazione all’acquisto di Armi e Munizioni” presso un qualsiasi Commissariato italiano. Lo chiamano volgarmente “porto d’armi per uso sportivo”. Online si trovano tutte le istruzioni e qualche sito internet promette che per tutte le pratiche bastano solo 48 ore.

Il 16 aprile 2013 a Montebelluna Matteo Rossi uccide l’ex fidanzata Denise con una Beretta Iver regolarmente acquistata e detenuta con permesso sportivo.

Per la prima volta in Italia la via legale è la più veloce e la più economica. Basta autodichiararsi “sportivi” e si può comprare legalmente una pistola e tenerla in casa.

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Quante sono oggi le armi sportive nelle case italiane?

Non si sa con precisione e manca un’anagrafe delle armi consultabile dai cittadini. Vecchie statistiche parlano di 127 mila armi per uso sportivo nel 2002 e di 470 mila nel 2015. Quasi quadruplicate nel giro di una decade, a fronte di una lieve diminuzione delle armi da caccia e del dimezzarsi dei porti d’arma per difesa personale (da 45 a 19 mila). Perché? Sicuramente la caccia è diventata un’attività meno popolare, ma l’ossessione per la difesa personale invade sempre più l’animo degli italiani. Il problema è che per avere il porto d’armi per difesa personale, l’unico che consenta di girare con una pistola carica in tasca, bisogna avere un valido motivo: un lavoro che preveda il trasporto di ingenti quantità di denaro o preziosi per esempio. Per il permesso di detenzione sportiva invece basta la motivazione dello sport, è una soluzione facile e veloce. Quindi tutti sportivi.

C’è da dire che il Tiro a Segno in Italia è uno sport serio e importante. Non evoca certo un’idea di violenza, piuttosto di calma e concentrazione: un uomo solo contro un bersaglio di carta. E’ disciplina olimpica fin dalla prima Olimpiade moderna, Atene 1896, e quella italiana è una delle squadre che vediamo più spesso sul podio. Sono più di 300 le sezioni di Tiro a Segno Nazionale (TSN) presenti sul territorio italiano, più tutta una serie di poligoni privati.

Dato il proliferare di armi e tiratori i poligoni saranno pieni di gente che fa la fila per sparare, immaginiamo. Invece pare proprio di no. Con un po’ di fatica riusciamo a farci dare le statistiche di affluenza da una delle sedi di Tiro a Segno Nazionale. E’ in una cittadina di appena 50 mila abitanti ma nel 2016 ha rilasciato quasi 800 certificati di idoneità al maneggio delle armi e l’anno precedente più di 800. Quanti di coloro che hanno preso l’agognato patentino sono tornati a sparare presso quel poligono? Il dato è agghiacciante: appena 5 persone.

Che gli italiani ricorrano alla facile etichetta dello sport per armarsi non pare un’illazione, ma un fatto. Ognuno ha i suoi motivi, tra cui primeggia l’ansia per la difesa della proprietà privata, ma i fatti ci dicono che queste pistole non sparano contro ladri, sparano contro familiari e conoscenti.

Quante sono in Italia le armi sportive che hanno ucciso?

Da una comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo datata 21 ottobre 2013[1] sappiamo che quell’anno l’Italia era al primo posto in Europa per numero di omicidi commessi con arma da fuoco rapportati agli abitanti: 0,71 ogni 100 mila abitanti. Un tasso esorbitante se si pensa che nella vicina Francia erano 0,06 e nel Regno Unito 0,07. Ma non sappiamo quante di queste armi fossero regolarmente detenute né quante lo fossero per uso sportivo. Statistiche ufficiali non ce ne sono e per farci un’idea bisogna scartabellare i casi di cronaca.

Il sociologo Giorgio Beretta, che malgrado il cognome non è parente della famosa azienda produttrice di armi da fuoco e anzi è un membro attivissimo della Rete Italiana per il Disarmo (RID), in questi giorni ha lanciato online la creazione di un database degli omicidi e reati compiuti con armi legalmente detenute (https://www.facebook.com/DatabaseOmicidiReatiConArmiLegali/). I cittadini possono segnalare i casi. L’iniziativa sembra funzionare, nei soli primi due mesi del 2017 sono state individuate ben 6 armi da fuoco legali che hanno ucciso 7 persone. Tra esse troneggia la calibro 9 detenuta per uso sportivo del calciatore Fabio Di Lello, a Vasto, acquistata poche settimane prima dell’omicidio del ventiduenne Italo D’Elisa.

Se l’unico modo per sopperire all’assenza di dati ufficiali sul fenomeno è recuperare gli articoli di cronaca nera, lo facciamo anche noi. Veniamo travolti da un numero impressionante di casi e di pistole. Storie di malattie mentali ignorate al momento del rilascio del permesso di detenzione per una pistola come la Stoeger-Cougar 9 mm della strage del Broletto del 2013 con cui Andrea Zampi uccise due impiegate della regione Umbria. Storie di casi etichettati come “Femminicidi”: mariti e fidanzati respinti che rivolgono l’arma contro le loro ex e a volte anche contro i loro bambini. Ricordiamo Daniele Antognoni che uccise la moglie Paula e il figlioletto Christian di soli 5 anni con una Beretta 9×21; Ciro Vitiello che sparò i quattro colpi calibro 22 che posero fine alla vita della moglie Rosa Landi; il medico Luigi Alfarano che dopo la moglie uccise il figlioletto di 4 anni con una Beretta 98.

Tutte pistole detenute legalmente, per uso sportivo.

In Parlamento il problema è in discussione e c’è una proposta di decreto legge, firmata dalle senatrici Amati e Granaiola, che vorrebbe confinare le armi sportive nei poligoni vietandone la detenzione in casa e istituire un’anagrafe dei possessori di armi consultabile da medici e personale sanitario. Possiamo immaginare cosa ne pensino i falsi sportivi, ma chissà cosa diranno i veri sportivi …

[1] COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL CONSIGLIO E AL PARLAMENTO EUROPEO Le armi da fuoco e la sicurezza interna dell’UE: proteggere i cittadini e smantellare il traffico illecito. Bruxelles, 21.10.2013.

 

L’attesa, il sangue, la sofferenza: l’oro di Majlinda, il primo per il Kosovo

L’attesa, il sangue, la sofferenza: l’oro di Majlinda, il primo per il Kosovo

Il 17 Febbraio 2008, il Governo provvisorio del Kosovo proclama unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia, dando vita alla Repubblica del Kosovo. Vi raccontiamo la storia di Majlinda Kelmendi, la prima atleta a dare un senso sportivo a questo sofferto traguardo di civiltà

Nel 1992, nel corso dell’estate olimpica che restituiva a nuova vita la città di Barcellona e la Spagna stessa, in una energica folata prima della crisi del decennio successivo, la popolazione kosovara, di fatto fallita l’opposizione non violenta al pugno duro di Milosevic, era alle prese con i risultati del referendum per l’indipendenza. Che, in realtà, fu un plebiscito: oltre il 98% dei kosovari votanti (l’80% della popolazione) voleva un Kosovo libero e indipendente. Del resto, era la manifestazione prevedibile della stragrande dominanza dell’etnia albanese (il 90%) tra i kosovari, che rappresentava il vero problema di Milosevic, fino a bandire il bilinguismo serbo-albanese e a chiudere le scuole in lingua albanese: in Kosovo si doveva parlare il serbo, la lingua madre di un kosovaro su dieci.

Nel 2000, mentre i Giochi andavano in Australia, riscoprendo terre, colori e atmosfere dell’Oceania, e mentre Domenico Fioravanti ci faceva innamorare di sé, all’apice della sua giovinezza sportiva di crudele brevità, per i kosovari il clamore e la gioia delle Olimpiadi erano mai così distanti, non solo per questioni geografiche. Lì, la popolazione faceva ancora i conti con il terribile 1999, il secondo anno di una guerra che produsse 11.000 civili albanesi morti, e 800.000 profughi che avevano varcato i confini verso Albania e Macedonia.

Le ha attese a lungo le Olimpiadi, come molte altre cose, il Kosovo, la terra degli albanesi che ha dovuto lottare e perdere tanto, per essere riconosciuta come tale. I giochi della nostra giovinezza, che hanno il sapore della innocente gioia della scoperta, non erano un pensiero per ragazzi kosovari, in altre terribili faccende affaccendati, alle prese con una battaglia per l’esistenza come popolo, come terra, come esseri umani. Magari le ha guardate, quelle di Atene 2004, all’età di 13 anni, Majlinda Kelmendi. Magari le ha sognate, prima o poi. Ha sognato molto, il Kosovo, il suo prima o poi.

La storia dell’oro di Majlinda Kelmendi, il primo ad un’Olimpiade per il Kosovo, è la storia di una lunga attesa, non senza ferite. Senza superflua retorica, quanto fa bene al sentimento, l’oro del kosovo. Passa fatalmente per la delusione azzurra di una splendida Odette Giuffrida: non se la prenderà la judoka italiana d’argento, se rappresenta una sconfitta un po’ più indolore di qualsiasi altra. Dal suo titolo mondiale nel 2013, proprio a Rio de Janeiro, all’oro olimpico, per Majlinda sono passati tre anni. Certamente brevi, probabilmente lunghissimi, per lei. Un po’ più lunga è stata l’attesa del Kosovo, che nel mezzo della sua notte ha festeggiato d’una festa non come le altre. Quella per l’oro di una ragazza che alle sue prime olimpiadi, a Londra 2012, con la bandiera dell’Albania, non era andata oltre il primo turno. Non erano le Olimpiadi giuste, forse. Non erano le Olimpiadi sotto la bandiera giusta, può darsi. Majlinda ha vinto nel 2016, e ha vinto per il suo Kosovo. No, impossibile prendersela a male.


Steven Bradbury: quando l’idolo della Gialappa’s rischiò di morire

Steven Bradbury: quando l’idolo della Gialappa’s rischiò di morire

Sono iniziate da qualche giorno le Olimpiadi Invernali di Pyeongchang 2018 e con loro le gare di pattinaggio. Tra gli eroi di questa disciplina non può mancare Steven Bradbury l’idolo della Gialappa’s che vinse per caso la medaglia d’oro proprio nella giornata di ieri di 16 anni fa. Ma la sua storia non fu solo rose e fiori, anzi.

Il titolo olimpico conquistato da  Steven Bradbury a Salt Lake City nel 2002 è rimasto nella storia come una delle maggiori sorprese di sempre. Il pattinatore australiano superò i quarti di finale nella gara dei 1000 metri dello Short Track grazie a una squalifica, poi pattinò ultimo per tutta la semifinale riuscendo a qualificarsi solo grazie a una serie di cadute avvenute davanti a lui negli ultimi due giri, mentre in finale fu una singola caduta generale all’ultimo giro che gli permise di risalire da quinto e ultimo a primo, per un soffio davanti allo statunitense Apollo Ohno che dopo essersi rialzato in qualche modo si era lanciato verso il traguardo senza però riuscire a tagliarlo prima di Bradbury che sopraggiungeva dalle retrovie.



Il successo dell’australiano rimase in dubbio per lunghi minuti, si parlava di ripetere la finale, ma i giudici visionati i filmati non poterono far altro che convalidare l’ordine di arrivo: Bradbury, staccatissimo, non aveva ovviamente nessuna responsabilità nella caduta avvenuta davanti a lui, e aveva regolarmente completato il percorso, quindi non c’era motivo alcuno per cui dovesse essere costretto a rifare la gara, venne quindi proclamato Campione Olimpico, il primo atleta dell’emisfero sud a riuscire nell’impresa ai Giochi invernali.

Venne a lungo considerato l’uomo più fortunato del mondo e anche preso in giro: in Italia circola un video della Gialappa’s dove viene crudelmente e ingiustamente sbeffeggiato. Invece dietro a quell’oro fortunato c’è la storia di un ragazzo che per il pattinaggio ha rischiato la morte, che non ha voluto cedere quando tutti gli consigliavano di smettere di rischiare e che alla fine il destino ha voluto ricompensare.

Steven Bradbury, nato a Camden il 14 ottobre 1973, fu un ottimo interprete dello Short Track fin da ragazzo, come componente della staffetta australiana  nel 1991, appena diciottenne, fu medaglia d’oro ai Mondiali, nel 1993 bronzo, nel 1994 bronzo ai Mondiali e argento alle Olimpiadi di Lillehammer dove fu anche ottavo nei 1000 metri individuali. Poche settimane dopo quei risultati olimpici, durante una gara di Coppa del Mondo a Montreal  dopo uno scontro con il pattinatore italiano Mirko Vuillermin subì un gravissimo taglio all’arteria femorale causato dalla lama dei pattini dell’altro atleta. Perse quattro litri di sangue, rimase qualche giorno tra la vita e la morte, venne ricucito con 111 punti, lottò diciotto mesi per ristabilirsi: ci riuscì pienamente ma non poté più essere un pattinatore di primo livello. Non volle però smettere, non accettando di essere sportivamente finito a soli 21 anni. In Australia i praticanti della disciplina non sono molti, e dunque riuscì sempre a mantenere un posto in Nazionale, fu olimpionico anche a Nagano ’98, ottavo in staffetta, diciannovesimo sui 500 metri e ventunesimo sui 1000, e decise di proseguire ancora.

Quando a Salt Lake City superò il primo turno dei 1000 metri qualificandosi ai quarti fu certamente lui il primo a pensare di aver fatto il massimo. Dopo aver raggiunto anche le semifinali grazie a una squalifica come dicevamo all’inizio, Steven sapeva di non avere nessuna possibilità di andare ancora oltre, e decise di concerto col suo allenatore di giocare la carta dell’attesa. Nello Short Track le cadute e le squalifiche sono all’ordine del giorno, la pista cortissima come dice il nome stesso della disciplina, 111,2 metri, e cinque atleti lanciati a oltre 50 orari senza essere divisi da corsie, provocano autentiche battaglie che spesso si concludono con pattinatori che rotolano sul ghiaccio e giurie che prendono provvedimenti per sanzionare i contatti non leciti. Sicuramente Bradbury non pensava sistemandosi ultimo a distacco di poter arrivare alla medaglia d’oro, ma magari a un piazzamento un po’ migliore dell’ultimo posto in semifinale.

Invece il destino quel giorno decise di ricompensarlo per tutte le sue sofferenze e di premiare la sua cocciuta determinazione nel voler continuare ad ogni costo ad essere un pattinatore, e non lo fece regalandogli  una finale o una medaglia di bronzo, traguardi che sarebbero stati già enormi per il livello di Bradbury dopo l’incidente, ma con la gloria olimpica. Steven  non poteva chiedere altro e non lo fece. Non gareggiò mai più e dal 2003 fu attorno alle piste di Short Track come commentatore televisivo. Per non farsi mancare nessuna emozione, negli anni seguenti divenne pilota automobilistico per qualche stagione nella Formula Vee australiana: è salito due volte sul podio nel 2007.

Guardiamo allora la sua impresa commentata dalla Gialappa’s

 

Le Olimpiadi della Guerra Fredda: Mike Eruzione e il Miracolo sul Ghiaccio

Le Olimpiadi della Guerra Fredda: Mike Eruzione e il Miracolo sul Ghiaccio

«Do you believe in miracles?». Voi ci credete nei miracoli? Se la vostra risposta è sì, sarete sicuramente lieti di leggere questa storia. Se invece la vostra risposta è no, continuate comunque a scorrere questo articolo perché molto probabilmente alla fine cambierete idea.

La Guerra Fredda incombe sui Giochi

Mentre si stanno disputando le Olimpiadi invernali a Pyeongchang e le gare, molto spesso, passano quasi in secondo piano rispetto alle tensioni di politica internazionale che si respirano dentro e fuori le piste, la mente non può non tornare a quell’incredibile edizione dei Giochi del 1980, a Lake Placid.

       All’epoca infuriava la Guerra Fredda e da più di trent’anni il mondo era diviso in due blocchi contrapposti: quello statunitense e quello sovietico. Un conflitto non armato che sfociava però in tutti gli altri àmbiti della vita politica e sociale: ideologie, economia, espansione e controllo territoriale fino alla rincorsa della Luna. Insomma, ci si sfidava su tutto. E fra quel tutto, non poteva assolutamente mancare lo sport, strumento assai utile per comprendere la Storia, non essendole in alcun modo estraneo.


       Ma se agli inizi degli anni Settanta la Diplomazia del Ping Pong aveva avvicinato il governo cinese a quello statunitense, adesso invece sul tavolo si ponevano due questioni assai scottanti: l’invasione sovietica dell’Afghanistan e le prime minacce del presidente Jimmy Carter seriamente intenzionato a boicottare le imminenti Olimpiadi di Mosca.

       Prima, però, c’erano da disputare i casalinghi Giochi invernali. E una nuova occasione di un epico scontro tra le due potenze si avrà il 22 febbraio, quando le squadre di Hockey, quella americana e quella sovietica, si scontreranno su una pista di ghiaccio, dando vita a una partita che è rimasta indelebile nella storia dello sport con il nome di Miracolo sul Ghiaccio.

Usa VS Urss

«A meno che il ghiaccio non si sciolga, o a meno che la squadra americana non compia un miracolo, ci si attende che i russi vincano la medaglia d’oro per la sesta volta negli ultimi sette tornei». Era questo il centro di un articolo apparso il giorno prima dell’inizio delle gare sul New York Times. L’Unione Sovietica era la squadra destinata a vincere l’oro e a sbriciolare tutti gli avversari che si sarebbe trovata di fronte.  Dunque, prima ancora che il puck si posasse sul ghiaccio, pare che i sovietici avessero già la medaglia appesa al collo. E come non cedere a un così facile pronostico d’altronde? La squadra capitanata da Boris Michajlov, 200 goal in carriera, è una delle più forti e vincenti che il mondo abbia mai visto: dal 1963 hanno vinto quasi tutte le edizioni annuali dei campionati del mondo. In più, vantano in formazione due difensori insuperabili, Fetisov e Kasatonov, oltre al leggendario portiere Vladislav Tretjak, e avanti alcuni giovani favolosi come Helmut Balderis e Vladimir Krutov. Hockeisti dilettanti, certo, ma solo sulla carta: perché nel blocco sovietico vige il dilettantismo di Stato. E dunque si gioca e si vince per l’ideologia, per la patria, per la grande madre Russia.

La squadra americana, invece, si presenta alla competizione olimpica con tutti i pronostici a sfavore. I ragazzi sono affidati all’allenatore Herb Brooks, forse l’unico a credere nell’impresa impossibile — anche più dei suoi stessi giocatori —, fermamente convinto sin dall’inizio che preparazione e determinazione possono ridurre o addirittura annullare qualsiasi gap tecnico, tattico e d’esperienza. Anche il più profondo. E per farlo decide di affidare la fascia di capitano al più anziano dei suoi giocatori a disposizione: Michael Anthony Eruzione, detto “Mike”, un italoamericano di 25 anni. Nonostante non apprezzi lo stile di gioco del ragazzo di origini napoletane, basato quasi totalmente sulla potenza, Herb Brooks, però, capisce di uomini prima che di Hockey e in un istante si accorge dell’invidiabile leadership e della carica emotiva di Eruzione che potrebbero servire tantissimo a una squadra con un’età media di 21 anni. Una banda di ragazzotti del Minnesota che nello spogliatoio guardano in cagnesco quelli di Boston che a loro volta neanche passano il disco a quelli di Wisconsin. Giocatori che fino a un minuto prima si erano disputati con botte da orbi il titolo universitario. Ecco perché a Brooks in quel momento serve un capitano capace di mettere assieme tutti, e Mike Eruzione diventerà proprio questo: l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Mike Eruzione

Nato a Winthrop, nel Massachusetts, il 25 ottobre 1954, Mike è figlio di un operaio e di una casalinga che a casa bada ai sei figli di una classica famiglia italoamericana. Mike ama giocare all’aria aperta e praticare qualsiasi sport che gli permetta di correre e divertirsi con gli amici. Se la cava abbastanza bene nel baseball e nel football, ma come molti ragazzi americani si ritrova completamente in difficoltà se gli passano un pallone da calcio. E viene da sorridere se si pensa agli strani casi della vita, perché una sua cugina, Connie, sposerà in prime nozze il compianto e discusso Giorgio Chinaglia.

Il colpo di fulmine definitivo per il disco sul ghiaccio, come veniva chiamato in Italia ai tempi del fascismo, arriva giocando alcune partite con la Winthrop Youth Hockey. Mike si accorge che con il bastone sulla pista di ghiaccio ci sa fare e durante un’amichevole estiva se ne accorge anche Jack Parker, l’allenatore della Boston University che nota immediatamente il suo talento e a fine partita gli dice: «Ragazzo, se per il prossimo anno non hai ancora scelto un ateneo, sappi che qui da noi per te un posto in squadra ci sarà sempre». Ed è così che Mike giocherà per cinque anni nei Boston College Eagles con cui segnerà 92 reti e servirà 116 assist, dimostrando che Parker quel giorno ci aveva visto giusto.

Mike, che sin da piccolo non coltivava chissà quali sogni di gloria, pare abbia già disegnato il suo futuro. In quel momento è fidanzato con Donna, la ragazza che diventerà sua moglie; guida una Chevrolet scassata che sarà la sua auto per altri quindici anni; ed essendo troppo piccolo per sperare di poter giocare un giorno con i professionisti della NHL (National Hockey League), studia educazione fisica e già si vede professore di ginnastica in qualche liceo o college. Una vita normale, nell’ombra. Be’ non sempre però le cose vanno come sono state previste. Perché prima c’è ancora un bel po’ di Hockey da giocare: i campionati mondiali e poi le Olimpiadi del 1980.

Lake Placid, 1980

Durante le nefaste partecipazioni alle edizioni dei campionati del mondo, prima in Germania e poi in Polonia, gli Stati Uniti di Mike Eruzione hanno subito quasi solo sconfitte. Ci sono state pure due partite contro l’Unione Sovietica ma ogni volta sono tornati a casa dopo aver rimediato due memorabili scoppole: 13-5 e 13-1.

Poche settimane prima dell’inizio dei Giochi, però, durante la tournée di preparazione, gli Stati Uniti riconquistano un po’ di fiducia in se stessi sconfiggendo per ben quattro volte la squadra B dell’Unione Sovietica. Ma tre giorni prima dell’accensione del braciere olimpico, durante l’ultima amichevole giocata al Madison Square Garden, il tutt’altro che dolce risveglio: stavolta gli avversari sono quelli della vera Unione Sovietica, la quale vince passeggiando per 10-3 davanti a un mare di bandiere a stelle e strisce ammainate.

«Gli uomini hanno battuto i bambini», sentenzierà il giorno dopo un commentatore che, però, dimenticava come a volte succedano anche dei miracoli.

Nonostante la pesante sconfitta del Madison, Brooks è convinto che i russi siano in parabola discendente e che quindi si possano battere. Per rinforzare la sua idea e motivare i suoi, alla fine di ogni allenamento mostrerà alla squadra i filmati degli avversari sottolineando la scarsa allegria del gruppo che appariva effettivamente annoiato e poco coeso. A ogni primo piano del capitano Boris Michajlov, Brooks ferma il Super8 e dice: «Ma guardatelo, sembra Stan Laurel!» sottolineando la notevole somiglianza con il superlativo compagno di Ollio. La squadra ride e si carica. Prima, però, bisogna superare la prima fase a gironi, il che è tutt’altro che scontato.

Brooks ritiene che due delle avversarie del gruppo B, Norvegia e Romania, sono alla portata dei suoi ma dall’altra parte teme che Svezia, Cecoslovacchia e Germania Ovest siano più forti ed esperte. Siccome per passare il turno bisogna arrivare tra le prime due, un mezzo miracolo è necessario già dalle prime partite.

Di grande auspicio è il pareggio all’esordio con la Svezia, un 2-2 che dà a tutto il gruppo una maggiore consapevolezza di poter arrivare in fondo. Da lì, gli Stati Uniti prendono una grande spinta che li porterà a battere nell’ordine: Cecoslovacchia, Norvegia, Romania e Germania Ovest, con 23 goal segnati e 8 subiti.

Dall’altra parte, però, l’Unione Sovietica, annoiata o meno che fosse, ha letteralmente passeggiato sugli avversari, infliggendo 51 reti in cinque partite e subendone solo 11.

Per differenza reti, la Svezia si aggiudica il primo posto nel girone B apparecchiando così la tavola per la sfida delle sfide: la rivincita tra americani e russi. Un match che, come abbiamo detto, andava oltre lo sport. La guerra fredda combattuta su un campo di ghiaccio.

Il Miracolo sul Ghiaccio

Il 22 febbraio del 1980 l’atmosfera elettrica dell’Olympic Fields House Arena (oggi Herb Brooks Arena) è talmente elettrica che sta per trasformare la beata gioventù dei giocatori americani in benedetta incoscienza. Attorno alla pista, sugli spalti, la folla sventola bandiere a stelle e strisce e intona inni patriottici. Sì, quel giorno a Like Placid sono in tanti a credere in un miracolo. L’inizio della semifinale olimpica, però, segue la logica. I sovietici chiudono subito gli americani nella propria metà campo e usano Jim Craig, l’eroico portiere di ventitré anni, come il centro del loro personalissimo tiro a bersaglio. Craig, però, nel solo primo periodo respinge ben sedici tiri degli avversari, prima di arrendersi alla tremenda rasoiata di Vladimir Krutov, che segna l’1-0. Logico d’altronde, pensa qualcuno. Ma a volte la logica non basta.

Dopo pochi minuti, infatti, William Schneider piega il guanto di Tretjak con un tiro dalla linea blu e pareggia. Quindi Sergej Makarov fa 2-1, poi a tre secondi dalla fine del primo periodo arriva l’episodio chiave della gara, quello che cambia definitivamente la partita: il rocambolesco pareggio di Mark Johnson.

I russi rientrano in campo con una novità: hanno cambiato il portiere, adesso para Myškin. È l’indizio che conferma le crepe e i punti deboli che Brooks aveva visto nei filmati. Anche se Aleksandr Malcev segna il 3-2 nel secondo periodo, ormai gli americani hanno capito di essere stati scelti dal destino. Così Johnson segna il secondo goal personale quando il cronometro segna meno di nove minuti alla fine della gara.

Ottantuno secondi dopo, in un clima delirante, arriva il leggendario momento di Michael Anthony Eruzione che entra nella storia dello sport con tutti gli onori del caso: è suo il goal decisivo del 4-3!

Dalla cabina stampa, il telecronista Al Michaels urla le ultime battute di un commento rimasto nella storia e con il quale abbiamo aperto l’articolo che state leggendo: «Restano undici secondi, ora dieci, il conto alla rovescia è partito! Morrow passa a Silk, mancano 5 secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!». Do you believe in miracles? Yes!

Dopo quella miracolosa vittoria, la medaglia d’oro arriverà dopo il 4-2 contro la Finlandia in finale. Sì, perché the Miracle on Ice contro l’Unione Sovietica è avvenuto in semifinale, e non in finale come in molti erroneamente credono. Una partita talmente importante e talmente incastonata per sempre nell’immaginario collettivo americano, da doverla raccontare più volte al cinema. 

Quella contro gli scandinavi sarà ancora una vittoria in rimonta, ancora improbabile, ancora con un finale romanzesco. Per tutti, però, quell’oro è collegato alla notte del 22 febbraio del 1980. Quella del goal dell’italoamericano dal nome profetico: Eruzione. Forse perché neppure un vulcano avrebbe potuto sprigionare l’energia che gli Stati Uniti misero in campo quella sera.

E ora, ditemi, ci credete nei miracoli?

La storia di Marco, ovvero com’è bello criticare dal divano

La storia di Marco, ovvero com’è bello criticare dal divano

L’ultimo in ordine di tempo è stato il russo Evgenij Kazharov, che ha collezionato una serie di 0 spaccato dalla giuria dopo il suo tuffo olimpico a Rio 2016.  È toccato poi all’etiope Robel Kiros Habte beccarsi 15 secondi, 15, nella prima batteria di qualificazione dei 100 stile libero. Per non parlare di Eric Moussambani, che mai nella sua vita aveva visto una piscina olimpionica quando, nel 2000 a Sydney si tuffò e si trasformò nel peggior nuotatore di tutti i tempi, prima di esser ribattezzato dai media ‘Eric l’anguilla’.



Non c’è bisogno di scomodare de Coubertin per descrivere quello che è accaduto all’ultima Cinque Mulini. Domenica scorsa il buon Marco è si è ritrovato per un pasticcio a gareggiare tra gli agonisti di San Vittore Olona, partecipando ad una delle corse campestri più famose al mondo. E più dure. Il nome deriva proprio dal fatto che il percorso si snoda attraverso le zone rurali intorno all’Olona, toccando i mulini ancora presenti lungo il fiume.

E tra i mulini ha corso Marco, dopo essersi iscritto regolarmente alla Fidal Amatori, dopo il certificato medico e dopo l’idoneità agonistica. Nulla di tutto questo gli è bastato per evitarsi la presa per il culo generale dello speaker, che vedendolo in compagnia dei suoi chili di troppo, indietro e doppiato, ha ben pensato di divertire il pubblico con la seguente frase: “Se io giocassi a pallone non potrei giocare contro Maradona”.

Le risate dello speaker, e le sue successive scuse, non hanno poi tanto senso. Il punto è che, avendo meno di 35 anni, i giudici si erano accordati con Marco, e gli avevano concesso la possibilità di gareggiare con gli atleti della categoria Master e di fermarsi al primo giro compiuto. L’esperimento non è riuscito. È chiaro. Mentre Marco arrancava le telecamere proiettavano la sua immagine in difficoltà sul maxischermo. E lo speaker, non informato, rincarava la dose.

Il pasticcio è fatto, il danno pure, e l’hashtag ha cominciato la sua corsa. Resta da dire che quel ragazzo di Cossato con studi in giurisprudenza, un passato in una società per disabili mentali e un presente nel gruppo della Lega, ha la sola colpa di aver creduto che lo sport, come la corsa, è di tutti, è per tutti, è con tutti. Che i chili non fanno la differenza. Quando c’è la passione. Continuate pure a prenderlo in giro dal vostro podio. Marco ha già vinto.

14 anni senza il Pirata, Tonina Pantani: “Come ricordo il mio Marco”

14 anni senza il Pirata, Tonina Pantani: “Come ricordo il mio Marco”

Il 14 Febbraio 2004 moriva Marco Pantani. La Cassazione ha deciso che la morte del Pirata non fu per omicidio, dichiarando inammissibile il ricorso della famiglia per l’archiviazione e chiudendo di fatto il caso. Ma i dubbi restano. Vi riproponiamo l’intervista a Tonina Pantani, la mamma che non si è mai arresa nella ricerca della verità.

La mia emozione nel chiamarla era palpabile, non stavo chiamando una mamma qualsiasi. Stavo chiamando una mamma a cui è stato tolto un figlio senza una verità. La mamma di Marco Pantani ha per anni scelto di non parlare con i giornalisti, Tonina Pantani. Perchè hanno manipolato le sue parole e perchè andavano da lei solo perchè Marco era un boccone succulento da offrire in pasto ai media.

Adesso Tonina non sta più zitta, e cerca la verità, sceglie di parlare lei e di combattere per sapere che cosa “hanno fatto a Marco”. Perchè come tanti, lei è la prima di tutte a dire che Marco non si è fatto male da solo. La magistratura gli ha dato ragione, considerato che da alcune dichiarazioni di pentiti in altri processi, emerse chiaramente che furono manipolate le prove per far perdere il giro a Pantani per non far sbancare le scommesse. Del marzo 2016, per intercettazioni della magistratura.

La nostra conversazione inizia con Marco bimbo che inizia a coltivare la passione della bici. Tonina parla con lucidità e memoria salda: “Marco è sempre stato appassionato di sport, qualsiasi sport, giocava a pallone e andava in bici, nessuno gli ha trasmesso in particolare quella passione, ha scelto lui, quando è diventato grande. Ad un certo punto ha capito che voleva pedalare, che ne voleva fare una ragione di vita, ha lasciato gli studi e ha cominciato a farlo. Noi lo volevamo felice e non ci siamo opposti, solo che io sono una mamma ansiosa, stavo sempre in pensiero per lui, per quello che gli poteva capitare. Mio marito andava a seguirlo, io dovevo lavorare ed era anche meglio che non lo seguivo, viste le paure che avevo. Ogni tanto mio marito tornava senza di lui e io chiedevo dove fosse e lui: “Marco si è fatto male””.

È lei che ti prende per mano, nel bel posto dei suoi ricordi di Marco, dove non viene sfiorato minimamente il personaggio, ma viene raccontato Marco, Marchino, come lo chiama anche Loris, la sua guardia del corpo che gli ha voluto un bene infinito, si è occupato di lui insieme ad altri due angeli custodi che gli hanno voluto bene come fratelli.

È lei che scivola verso il buio dove hanno sbattuto suo figlio.

Marco era un ragazzo solare e socievole, anche troppo, si fidava di gente che lo ha sfruttato. Era schivo, all’inizio, quasi non parlava, ma se capiva di potersi fidare, allora diventava socievole, scherzava e rideva. Quando era diventato famoso con noi era sempre lo stesso, un po’ la pativa, diceva sempre che non poteva nemmeno grattarsi.”.



Il discorso si fa più intenso, più viscoso, il timore è che si tocchino dolori ancora scoperti. Ma una mamma che parla così è determinata a parlare di un uomo che non è andato via. Non è mai andato via.

E arriva il discorso sulle accuse. Su quello che hanno detto di infamante su Marco.

Dicevano che era dopato, ma marco non è mai stato trovato dopato, mai. Gli hanno trovato un ematocrito alto, nel 1999 a Madonna di Campiglio, mentre marco si avviava a vincere il Giro, un valore ballerino che richiede più di un accertamento. In compenso nessuno ha detto che alla seconda analisi fatta nel pomeriggio Marco era a posto. Quella mattina trovarono un valore sballato e però Marco aveva le piastrine normali, per far sballare dei valori basta anche solo togliere una parte solida del sangue con uno stuzzicadenti. La sua fiala fu messa in tasca da chi l’aveva prelevata e non in apposita scatola frigorifera, Marco non era dopato, in compenso tanti già il giorno prima lo aspettavano al varco, come stesse succedendo qualcosa, lui sapeva di essere spesso oggetto di controlli, sarebbe stato uno stupido a doparsi.”.

Arriviamo a quel maledetto 14 febbraio 2004, il giorno in cui Marco viene rinvenuto in una camera d’albergo a Rimini, Tonina non ha dubbi. “Marco non è morto per depressioni o tristezza, perchè si era lasciato andare, niente di tutto questo. Hanno inventato tutto, da madre dico, se voleva farla finita lo avrebbe fatto nel 1999, quando lo hanno massacrato. Marco era tranquillo, triste per quello che gli stavano facendo. Ma uno che vuole farla finita non spende un sacco di soldi in avvocati perchè si ristabilisca la verità. Marco era in guerra, era triste perchè combatteva per la sua innocenza e per le false etichette e forse non ci stava a fare la figura del criminale.”.

Anche sulla famiglia, si disse che non si parlava con i genitori, Tonina è quasi sorridente in maniera amara, quando dice come stanno le cose: “Marco era sempre con noi, era vicino a noi, non c’era stato assolutamente nulla, non avevamo litigato, non eravamo in freddo, vogliono fare in modo da farlo apparire isolato, così appare più facile pensare ad un suo gesto sbagliato e tutto finisce così”.

La battaglia per la famiglia Pantani continua, Tonina è convinta ( e non è l’unica…): “me l’hanno ammazzato, e quando dico così, non dico che l’hanno portato ad uccidersi, me lo hanno proprio ammazzato. E io non sarò tranquilla finchè non verrà fuori la verità, l’ho giurato a Marco e tutti i soldi di Marco li sto spendendo per combattere per la sua verità. Ho sempre detto: Di me dite quello che volete, ma non azzardatevi a toccare i miei figli, me li hanno toccati e ora non sto zitta. Non mi posso permettere nemmeno di star male, non posso, devo star bene finchè tutto quello che riguarda Marco non torni a posto. Adesso la situazione sta andando avanti, almeno sulla verità di Madonna di Campiglio, ma siamo in stallo sulle indagini per la sua morte. Ho pagato sei avvocati e sto spendendo tutto quello che Marco ha lasciato, per lui, glielo devo, troppe persone mi avevano detto che mi avrebbero aiutato, anche giornalisti, poi era solo per strumentalizzare, sai la fama gioca brutti scherzi, hanno usato il suo nome, anche per altre cose, sul doping, non accetto che mio figlio venga paragonato a ciclisti che si dopavano davvero.”.

Loris, la sua guardia del corpo, mi accennò a una generosità infinita di Marco, una generosità che lui taceva perchè non amava il clamore.

Verissimo” dice Tonina, “Marco diede una mano alla famiglia di Fabio Casartelli e ai suoi figli (il ciclista deceduto sbattendo la testa su un muretto nel tour del 1995). Ma anche ad una comunità in zona vicino casa sua, che aiuto ancora adesso io con la mia fondazione onlus, una volta seppero che ero lì, mi venne ringraziare un ragazzo disabile, per tutto quello che Marco aveva fatto per loro. Era compagno d’asilo di Marco. Ma anche aiuti piccoli, dava Marco, era un uomo buono. Una volta mia figlia camminava per Cesenatico, si avvicinò un extracomunitario, disse solo che sapeva che lei era la sorella di Marco e che voleva ringraziarla, Marco l’aveva aiutato per il lavoro. Mio figlio era così, una persona per bene e onesta.”.

Ci lasciamo con un saluto affettuoso, la mia promessa che ci sarò per ogni cosa che Tonina vorrà dire, sempre. Le chiedo se vuole dirmi qualcosa in più, mi dice solo: “no, poi la gente si stufa a parlarne troppo, si è detto quel che si doveva dire”, con la dolcezza tranciante di una mamma.

Le faccio gli auguri per il nipotino. “Hai saputo eh? Si chiama Marco, come lo zio”, e qualsiasi cosa farà, speriamo che Marco sia felice, o sulle orme dello zio, o dovunque voglia andare. Grazie Tonina.

 

Le Olimpiadi Invernali viste da un cittadino d’Europa

Le Olimpiadi Invernali viste da un cittadino d’Europa

Sto provando a vivere queste ventitreesime Olimpiadi invernali da cittadino europeo, seguendo e sostenendo tutti gli atleti dei 28 paesi dell’Unione. L’idea mi è venuta ripensando a un vecchio pezzo pubblicato sempre qui su IGP in cui spiegavo i motivi per cui non si potrà mai arrivare a una squadra europea unica. Fare il tifoso europeo però si può, anzi presenta grossi vantaggi, perché praticamente in ogni gara ci sono atleti con possibilità di fare bene, e nemmeno c’è il limite di competitors che si possono schierare in ogni singola prova, e addirittura si possono sostenere più team nelle prove a squadre. Una grande comodità insomma.

Scrivo al termine della gare di martedì 13, e, assegnati 26 titoli ben 16 medaglie d’oro sono state conquistate da atleti UE, insieme a 11 argenti e 10 bronzi, per un totale di 37 presenze sul podio su 78 posti disponibili, quasi la metà, e non dimentichiamo che la Norvegia, 3 ori, 5 argenti e 3 bronzi fino ad ora, non fa parte dell’Unione, altrimenti i numeri sarebbero ancora più grandi.



Tanti, in chiave europea, anche i momenti esaltanti, il terzo oro olimpico consecutivo per Sven Kramer nei 5.000 metri del pattinaggio velocità, l’impresa di Martin Fourcade nell’inseguimento del Biathlon dopo la delusione della sprint dove era partito favorito chiudendo poi settimo, il primo titolo a Olimpia per il già leggendario Marcel Hirscher arrivato nella combinata, specialità in cui in stagione non aveva nemmeno mai gareggiato, le lacrime di Ireen Wust dopo la snervante attesa che tutte le avversarie completassero la loro batteria dei 1500 metri del pattinaggio velocità per avere la certezza dell’oro, la sesta medaglia olimpica, quinta individuale, prima d’oro per Arianna Fontana, arrivata dodici anni dopo il bronzo con la staffetta a Torino 2006.

Volutamente nell’elenco non ho messo la nazione degli atleti citati, così come quando si elencano le medaglie conquistate in un evento ad esempio dagli atleti italiani non si mette di fianco tra parentesi, pugliese, lombardo, piemontese, veneto…

Sostanzialmente, salvo che non si scommetta, il tifo sportivo, quello buono, è passione, emozione, empatia con un’altra persona per quello che è riuscita a fare, allora perché non concedersi di essere più aperti verso ciò che ci circonda, oltre i particolarismi? Magari una comune passione sportiva potrebbe essere un modo per iniziare ad essere più europei, e ha comprendere meglio i vantaggi che ciò rappresenta. Certo ci sarebbe bisogno di una mano anche da parte di chi siede nelle poltrone di comando, un po’ più di flessibilità, un po’ meno burocrazia, forse anche un po’ più di informazione su ciò che avviene nei corridoi di Strasburgo e Bruxelles…

Nel 2012 avevamo iniziato a comporre un palmarés comune con un Premio Nobel per la Pace assegnato all’Unione e di conseguenza un pezzettino per uno a noi cittadini, ora possiamo proseguire con un’abbuffata di medaglie. Di solito da italiano sono abituato a stare a dieta in occasioni dei Giochi del ghiaccio e della neve, la vittoria di  Arianna Fontana è la prima olimpica da otto anni e la tredicesima da vent’anni, con l’Unione Europea siamo già a 16 titoli in quattro giorni….

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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