Magro fino a scoppiarti il cuore: Clenbuterolo, il Doping da banco che compri sotto casa

Magro fino a scoppiarti il cuore: Clenbuterolo, il Doping da banco che compri sotto casa

Continua la nostra inchiesta sul doping da banco utilizzato soprattutto per dimagrire. Dopo l’Efedrina oggi è il turno del Clenbuterolo,  un composto broncodilatatore, più precisamente una amina simpaticomimetica, con attività di tipo agonista, a lunga durata d’azione e selettivo sui recettori β2-adrenergici.

Nel mondo dello sport il clenbuterolo è conosciuto soprattutto per le sue forti proprietà termogeniche e lipolitiche. Un ottimo strumento per monitorare gli effetti termogeni di un farmaco è la misurazione della temperatura corporea.  All’inizio della terapia con clenbuterolo si assiste ad un innalzamento della colonnina di mercurio che si manterrà al di sopra dei valori normali per alcuni giorni. Dopo due o tre settimane di uso continuato tali valori rientrano nel range di normalità, poiché l’organismo sviluppa una sorta di resistenza al farmaco.

Per questo l’utilizzo di Clenbuterolo viene ciclizzato solitamente con due settimane on e due settimane off. Nelle settimane off di solito viene assunto lo stack caffeina ed efedrina per prolungare l’effetto della perdita di grasso.

Il grasso corporeo è sin dagli albori dell’essere umano l’energia che accumuliamo per farci trovare pronti in caso di grande carenza di cibo. Controllori del processo della perdita di grasso (ossidazione dei lipidi) sono i ricettori beta-andrenergici. Agendo proprio su questi recettori, inibendoli, il clenbuterolo aiuta nella perdita di grasso.

L’AMORE DI MODELLI E BODYBUILDER

Vien da se che questo farmaco, che rientra nella lista delle sostanze dopanti stilata dalla WADA, sia molto ambito da chi con l’estetica ci lavora ovvero i modelli. Il ciclo Clenbuterolo alternato ad Efedrina + caffeina, unito ad una dieta chetogenica (bassissimo apporto di carboidrati) uno o due mesi prima di uno shooting fotografico fa arrivare i modelli/e asciuttissimi all’appuntamento e con i muscoli ben definiti.

In alcuni studi condotti su animali questo farmaco ha dimostrato anche proprietà anaboliche degne di nota se assunto a dosi massicce > 200mg/day. Quando un atleta, un bodybuilder, in prossimità della competizione, interrompe l’utilizzo di steroidi anabolizzanti per risultare negativo ai test antidoping, sostituisce questi prodotti con il clenbuterolo. Questa strategia viene adottata per limitare la perdita di massa muscolare e migliorare la definizione.

L’OBBLIGO DI RICETTA MEDICA vs LA REALTA’ DEI FATTI

Per ottenere il Clenbuterolo in farmacia, viene venduto sotto diversi nomi ma il più famoso è il Monores, bisogna assolutamente avere la ricetta medica. Purtroppo però la realtà spesso è opposto rispetto alla teoria. In un esperimento fatto da noi su dieci farmacie, entrando e chiedendo il Monores in quanto affetti da Asma, sprovvisti di ricetta alcuna, otto di esse ce lo hanno venduto senza battere ciglio. Queste farmacie hanno venduto del doping ma soprattutto una sostanza molto pericolosa senza nessun controllo.

In Clenbuterolo infatti può causare effetti indesiderati come irrequietezza, tremori, insonnia, mal di testa e tachicardia. Non solo, se assunto ad alte dosi per lunghi periodi tende ad aumentare le dimensioni del cuore compromettendone la funzionalità fino a causarne il definitivo arresto.

Nonostante il clenbuterolo sia un farmaco promettente (per la sua capacità di influenzare positivamente la composizione corporea, riducendo il grasso e aumentando le masse muscolari) la presenza di gravi effetti collaterali dovrebbe far desistere chiunque dall’idea di utilizzarlo.

LA DIFFERENZA CON L’EFEDRINA ED IL RISCHIO OVERDOSE

Clenbuterolo ed Efedrina hanno effetti positivi ed indesiderati molto simili ma due sostanziali differenze. La prima differenza è la disponibilità ed il prezzo: l’efedrina è quasi introvabile e sul mercato nero si trova sopra i 100 euro per confezione, mentre il Clenbuterolo si prende in farmacia sotto i 10 euro a confezione. La seconda differenza, forse quella più importante, è la vita del farmaco nel nostro corpo: l’effetto dell’efedrina dura in media 4-6 ore, mentre quello del Clenbuterolo in media 36 ore. Questo vuol dire che se lunedì prendiamo 20 mg di clenbuterolo (una compressa), ed il giorno dopo alla stessa ora un’altra compressa, avremo per 12 ore in corpo due compresse di questa sostanza. Facile comprendere come la possibilità di sbagliarsi con le dosi sia molto probabile così come l’incorrere in overdose. Non solo, in caso di effetti indesiderati molto marcati questi non passeranno nel giro di qualche ora, anzi, si avrà un disagio molto molto lungo. Uomo avvisato mezzo salvato…

 

Dorando Pietri, storia dell’atleta che perse (vincendo) le Olimpiadi

Dorando Pietri, storia dell’atleta che perse (vincendo) le Olimpiadi

Mi affascinava molto l’idea di un uomo considerato non adatto ad uno sport come la corsa che, grazie alla testardaggine, all’impegno e alla passione, è riuscito a diventare un campione. Era uno sprone ad applicarsi e a combattere per realizzare i propri sogni. E capii che raccontare la sua storia poteva essere interessante e divertente”. Così Antonio Recupero, sceneggiatore messinese classe 1977, autore insieme al fumettista e pubblicitario Luca Ferrara – Cava de’ Tirreni (Salerno) 1982 – dell’intensa e toccante graphic novel Dorando Pietri, una storia di cuore e di gambe. Edito da Tunué, il volume (144 pagine a colori, 16.90 euro) ripercorre l’epica narrazione del piccolo, grande atleta di Correggio (Reggio Emilia) che arrivò primo alla maratona dei giochi olimpici di Londra nel 1908 (era il 23 luglio e, pettorina numero 19, tagliò il traguardo in 2 ore e 54 secondi abbondanti), ma sorretto dai giudici di gara perché stremato, e perdendo per questo la medaglia d’oro. “Un uomo che, con la forza di volontà e contro ogni ostacolo, ha rovesciato ogni aspettativa. Suona davvero come un archetipo del mito”, aggiunge Ferrara.

Dunque nella storia delle Olimpiadi rimane vivo il ricordo di un atleta la cui memoria resiste da decenni, nonostante la sua gara non l’abbia mai vinta. Una vicenda affascinante, quella di Pietri, adesso declinata in un fumetto godibilissimo. Che dietro, però, nasconde un lavoro importante. “La fase delle ricerche è durata qualche mese, ed è stata complicata dalle discordanze trovate tra varie fonti, soprattutto tra quelle italiane e quelle di origine anglosassone, sulla vita privata di Dorando”, incalza Recupero, che ricorda: “Ci sono voluti tre mesi per realizzare la sceneggiatura. A Luca, invece, ne sono serviti nove per la realizzazione delle tavole, tempo dovuto anche alla ricerca e al perfezionamento di uno stile grafico che ha ideato appositamente per questo volume”. Un impegno importante, dunque, come rimarca proprio Ferrara: “Il lavoro è stato davvero titanico (per rimanere nel mito). La fase più frustrante? La ricerca di uno stile adatto e una modalità lavorativa ottimale. Quindi ho colorato in digitale le tavole e le vignette relative a ogni sequenza e ambientazione, per poi passare a un’altra, e così via. È stato emozionante vedere come tutto acquisisse senso mentre il libro si componeva”.

Ed ecco, pagina dopo pagina, delinearsi la storia del corridore emiliano attraverso un sapiente alternarsi di flashback e reminiscenze dal rilevante valore emotivo. Un impegno, quello nella realizzazione del libro, non privo di difficoltà per Recupero e Ferrara (“a nostra discolpa, dobbiamo precisare che nel frattempo, entrambi, dovevamo anche dedicarci ai lavori che ci permettono di pagare le bollette e fare la spesa”), ma che ha trovato il giusto approdo in un’opera che restituisce al lettore tutto il valore, congiuntamente alla forza, di un uomo e di uno sportivo indimenticabile.

Steven Bradbury: quando l’idolo della Gialappa’s rischiò di morire

Steven Bradbury: quando l’idolo della Gialappa’s rischiò di morire

Il titolo olimpico conquistato da  Steven Bradbury a Salt Lake City nel 2002 è rimasto nella storia come una delle maggiori sorprese di sempre. Il pattinatore australiano superò i quarti di finale nella gara dei 1000 metri dello Short Track grazie a una squalifica, poi pattinò ultimo per tutta la semifinale riuscendo a qualificarsi solo grazie a una serie di cadute avvenute davanti a lui negli ultimi due giri, mentre in finale fu una singola caduta generale all’ultimo giro che gli permise di risalire da quinto e ultimo a primo, per un soffio davanti allo statunitense Apollo Ohno che dopo essersi rialzato in qualche modo si era lanciato verso il traguardo senza però riuscire a tagliarlo prima di Bradbury che sopraggiungeva dalle retrovie. Il successo dell’australiano rimase in dubbio per lunghi minuti, si parlava di ripetere la finale, ma i giudici visionati i filmati non poterono far altro che convalidare l’ordine di arrivo: Bradbury, staccatissimo, non aveva ovviamente nessuna responsabilità nella caduta avvenuta davanti a lui, e aveva regolarmente completato il percorso, quindi non c’era motivo alcuno per cui dovesse essere costretto a rifare la gara, venne quindi proclamato Campione Olimpico, il primo atleta dell’emisfero sud a riuscire nell’impresa ai Giochi invernali.

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Venne a lungo considerato l’uomo più fortunato del mondo e anche preso in giro: in Italia circola un video della Gialappa’s dove viene crudelmente e ingiustamente sbeffeggiato. Invece dietro a quell’oro fortunato c’è la storia di un ragazzo che per il pattinaggio ha rischiato la morte, che non ha voluto cedere quando tutti gli consigliavano di smettere di rischiare e che alla fine il destino ha voluto ricompensare.

Steven Bradbury, nato a Camden il 14 ottobre 1973, fu un ottimo interprete dello Short Track fin da ragazzo, come componente della staffetta australiana  nel 1991, appena diciottenne, fu medaglia d’oro ai Mondiali, nel 1993 bronzo, nel 1994 bronzo ai Mondiali e argento alle Olimpiadi di Lillehammer dove fu anche ottavo nei 1000 metri individuali. Poche settimane dopo quei risultati olimpici, durante una gara di Coppa del Mondo a Montreal  dopo uno scontro con il pattinatore italiano Mirko Vuillermin subì un gravissimo taglio all’arteria femorale causato dalla lama dei pattini dell’altro atleta. Perse quattro litri di sangue, rimase qualche giorno tra la vita e la morte, venne ricucito con 111 punti, lottò diciotto mesi per ristabilirsi: ci riuscì pienamente ma non poté più essere un pattinatore di primo livello. Non volle però smettere, non accettando di essere sportivamente finito a soli 21 anni. In Australia i praticanti della disciplina non sono molti, e dunque riuscì sempre a mantenere un posto in Nazionale, fu olimpionico anche a Nagano ’98, ottavo in staffetta, diciannovesimo sui 500 metri e ventunesimo sui 1000, e decise di proseguire ancora.

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Quando a Salt Lake City superò il primo turno dei 1000 metri qualificandosi ai quarti fu certamente lui il primo a pensare di aver fatto il massimo. Dopo aver raggiunto anche le semifinali grazie a una squalifica come dicevamo all’inizio, Steven sapeva di non avere nessuna possibilità di andare ancora oltre, e decise di concerto col suo allenatore di giocare la carta dell’attesa. Nello Short Track le cadute e le squalifiche sono all’ordine del giorno, la pista cortissima come dice il nome stesso della disciplina, 111,2 metri, e cinque atleti lanciati a oltre 50 orari senza essere divisi da corsie, provocano autentiche battaglie che spesso si concludono con pattinatori che rotolano sul ghiaccio e giurie che prendono provvedimenti per sanzionare i contatti non leciti. Sicuramente Bradbury non pensava sistemandosi ultimo a distacco di poter arrivare alla medaglia d’oro, ma magari a un piazzamento un po’ migliore dell’ultimo posto in semifinale.

Invece il destino quel giorno decise di ricompensarlo per tutte le sue sofferenze e di premiare la sua cocciuta determinazione nel voler continuare ad ogni costo ad essere un pattinatore, e non lo fece regalandogli  una finale o una medaglia di bronzo, traguardi che sarebbero stati già enormi per il livello di Bradbury dopo l’incidente, ma con la gloria olimpica. Steven  non poteva chiedere altro e non lo fece. Non gareggiò mai più e dal 2003 fu attorno alle piste di Short Track come commentatore televisivo. Per non farsi mancare nessuna emozione, negli anni seguenti divenne pilota automobilistico per qualche stagione nella Formula Vee australiana: è salito due volte sul podio nel 2007.

Guardiamo allora la sua impresa commentata dalla Gialappa’s

 

Davide Leonardi, Fondatore degli Insuperabili: “Un Privilegio insegnare Calcio ai diversamente abili”

Davide Leonardi, Fondatore degli Insuperabili: “Un Privilegio insegnare Calcio ai diversamente abili”

Un progetto che sembrava impossibile è diventato realtà: quello di poter insegnare, in maniera praticamente professionistica, il gioco del calcio a ragazzi disabili. Detto così sembra facile ma il lavoro che ha dovuto fare Davide Leonardi insieme al suo team per poter dare vita al progetto degli Insuperabili, è stato lungo e faticoso e delle volte ha dovuto superare anche l’indifferenza e i pregiudizi di tante persone che agli albori del progetto, lo etichettarono frettolosamente come “ghettizzante”. In cinque anni, in collaborazione con le Reset Academy e grazie a tanti testimonial tra tutti Giorgio Chiellini, una semplice idea è arrivata a coinvolgere più di 400 ragazzi dislocati in ben 13 scuole calcio in tutta Italia. Per parlare di questo e molto altro abbiamo intervistato Davide Leonardi fondatore e presidente degli Insuperabili.

 Che cosa  o chi sono gli insuperabili?

Gli Insuperabili sono degli atleti diversamente abili, ma a tutti gli effetti degli atleti che giocano a calcio. Abbiamo iniziato cinque anni fa a Torino, con l’obiettivo di poter permettere a tutti questi ragazzi di poter giocare a calcio in maniera corretta. Volevamo dare una struttura ed una organizzazione che insegnasse veramente a giocare a calcio e non solo dare un pallone ed un campo per far dare quattro calci. Ora abbiamo più di 400 ragazzi che giocano e si allenano in 13 scuole calcio in tutta Italia.

Da dove nasce questa idea?

L’idea è nata veramente per caso. All’epoca stavamo sviluppando, con Attila Malfatti (direttore di tutti gli Insuperabili ed ora anche collaboratore di Massimo Carrera allo Spartak Mosca) un metodo di allenamento per ragazzi. La cognata di Attila è una ragazza affetta dalla sindrome di Down tifosissima del Milan e grande appassionata di calcio. Tutte le volte che ci ritrovavamo in campo per lavorare sui nuovi metodi di allenamento lei veniva sempre. Dopo tante volte ci siamo detti, perché non trovare una squadra per farla giocare? Ci siamo messi alla ricerca ma non trovammo veramente nulla, neanche su internet. Trovammo solo un modello inglese “Football for Disable” che abbiamo studiato per circa sei mesi prima di decidere di volerlo importare in Italia e cercando di adattarlo alla nostra realtà. Ora abbiamo delle equipe di lavoro multidisciplinari, dai tecnici di “campo” , agli psicologi, ai fisioterapisti e anche logopedisti. Non nascondo che i primi mesi sono stati difficili perché avevamo difficoltà proprio a recuperare i ragazzi. C’era molta reticenza verso questo progetto e molti ci rimproveravano addirittura di voler ghettizzare i ragazzi con disabilità. Noi invece abbiamo sempre risposto portando ad esempio le paralimpiadi che danno la possibilità ad atleti con diverse abilità di potersi confrontare tra loro. E’ come se io, che non ho mai giocato ad alti livelli, mi trovassi a giocare con giocatori di Serie A. Dopo un po’ non vedrei mai il pallone e soprattutto non mi sarei divertito. Noi invece vogliamo che i ragazzi diversamente abili possano migliorare e divertirsi in contesto a loro idoneo e soprattutto poter tirare fuori il massimo dalle loro possibilità e capacità. Il nostro grande merito è quello di non esserci mai abbattuti e di aver continuato con la nostra strada sapendo che alla fine sarebbero arrivati i risultati.

 Il motto degli Insuperabili è “Ammetto la sconfitta e le mie diverse abilità, non me ne vergogno. Mi vergognerei solo di non provarci”. Puoi spiegarcelo?

Questo motto ci accompagna da quando siamo nati e lo abbiamo inserito anche sulle nostre maglie. Al di là della disabilità, questa è la nostra filosofia. Tutte le persone hanno delle qualità e dei difetti. Noi vogliamo focalizzarci su quello che ci viene meglio e provare sempre a farlo al 100%. Dobbiamo sempre provarci. Se diamo sempre tutto allora possiamo non dirci sconfitti

 Cinque anni fa siete partiti con 4 ragazzi da Torino. Oggi potete contare su più di 400 ragazzi su praticamente tutto il territorio italiano. Quanto ti rende orgoglioso questa crescita?

Assolutamente sì. Una delle grosse componenti è stato da un lato di aver fatto una cosa bella, ma anche di aver fatto una cosa che funziona. Delle volte ci si potrebbe lasciar andare dicendoci da soli che siamo bravi perché lavoriamo nel sociale. Il nostro orgoglio non è solo quello di lavorare con ragazzi disabili ma riuscire a vedere, ad esempio, un bambino con una disabilità motoria che, anche allenandosi con noi e non solo, riesce a fare 50 metri quando un anno fa ne faceva appena 5. Tutto questo davvero ci rende felici ed orgogliosi. E’ un lavoro bellissimo perché giochiamo a calcio e riusciamo a conoscere storie e persone incredibili.

 Il progetto viene portato avanti assieme alla Reset Academy che già a livello giovanile ha introdotto metodi di allenamento innovativi con ottimi risultati. Puoi descriverci in cosa consistono?

Possiamo parlare di un allenamento adattato, perché chiaramente lavoriamo con diverse disabilità e quindi ogni disabilità deve essere tratta in maniera differente. Di base però l’insegnamento e la filosofia sono sempre le stesse. L’insegnamento rimane sempre quello del calcio sia dai primi calci fino a ragazzi più grandi. Le uniche differenze sono negli obiettivi che sono diversi. Lavoriamo in team perché con i ragazzi che hanno una disabilità mentale è fondamentale riuscire ad entrare in empatia per riuscire a trasmettere determinati concetti. Il nostro lavoro si svolge molto fuori dal campo sia a livello di programmazione ma anche a livello di monitoraggio posteriore. Tutti gli allenamenti sono videoregistrati e ad ogni fine allenamento tutto il team monitora l’andamento dell’attività. Tutto questo confronto di dati a fine percorso ci permette di monitorare la crescita e le varie difficoltà.

 Molte volte quando si parla di ragazzi con disabilità si fa l’errore di essere superficiali ed accontentarsi di qualsiasi risultato raggiungano. Voi invece volete che questi ragazzi raggiungano il massimo delle loro capacità.

Noi dobbiamo individuare degli obiettivi realizzabili. Se ogn’uno di noi può arrivare ad un determinato livello ha l’obbligo morale di arrivarci, perché allora potremmo dire di aver dato provato. Anche noi istruttori abbiamo l’obbligo di far raggiungere ai ragazzi il loro massimo. Proprio questo ci ha fatto scattare la molla per far iniziare tutto questo progetto. Purtroppo in Italia delle volte si associa il disabile al pietismo. Questo è l’errore più grande che si possa fare. Io posso dire che sono un privilegiato ed un fortunato perché ho potuto conoscere tanti ragazzi straordinari.

 In questo progetto hanno un ruolo fondamentale le famiglie che vengono costantemente coinvolte in tutti i diversi momenti di crescita e di difficoltà. Inoltre avete dato la possibilità a diversi ragazzi di poter lavorare nel vostro negozio a Torino, questo a conferma di come Gli Insuperabili non riguardano solo il campo ma lo sviluppo dei ragazzi a 360°.

Il lavoro con le famiglie è una vera e propria esigenza per noi. Quando parliamo di una ragazzo disabile bisogna pensare a 360° a tutto ciò che ruota intorno a lui. Abbiamo un team di psicologi che può sostenere la rete famigliare per spiegargli il lavoro che facciamo e quello che proviamo ad insegnare ai ragazzi. Il negozio è nato fondamentalmente da due fattori: la prima era quella di riuscire ad inserire i ragazzi in un contesto lavorativo dato che dopo i primi anni ci eravamo accorti dell’enorme funzionalità che i ragazzi stessi potevano avere in un contesto lavorativo. In più ci dava l’occasione di iniziare a sviluppare un nostro brand per reperire fondi dato che le nostre scuole calcio sono completamente gratuite.

 Come ci si può iscrivere agli Insuperabili Reset Academy?

Basta visitare il nostro sito internet (www.insuperabili.eu) e li si possono trovare l’Academy più vicina alle proprie esigenze. Diamo la possibilità a tutti di poter allenarsi con noi. Svolgiamo 2-3 prove solo in funzione dei ragazzi per capire se hanno voglia di giocare noi. Delle volte capitano dei bambini che inizialmente non sono molto convinti, in quel caso con la famiglia insistiamo un po’ perché siamo convinti che dopo qualche allenamento si divertano e decidano di far parte della nostra scuola calcio. I primi allenamenti ci servono sempre individuare la categoria più idonea alla funzionalità del ragazzo e poi una volta che ha iniziato ad allenarsi con noi capiamo quali obiettivi possiamo prefissarci

I rivoluzionari dello Sport: Bill James, l’inventore dell’algoritmo vincente

I rivoluzionari dello Sport: Bill James, l’inventore dell’algoritmo vincente

Lo scorso anno, le dichiarazioni del dimissionario Walter Sabatini avevano attirato l’attenzione di molti. Nel corso della conferenza stampa d’addio, infatti, l’ex direttore sportivo della Roma aveva indicato come motivo principale della separazione un vero e proprio scontro di filosofie tra lui e il resto della dirigenza. Ecco le sue parole:

Il presidente e i suoi collaboratori, giustamente, puntano su altre prerogative, stanno cercando un algoritmo vincente, io vivo dentro il mio istinto, non vedo il pallone come un oggetto sferoidale, per me la palla è qualcosa, vivo il mio calcio, un calcio che non può essere freddamente riportato alla statistica che descrive un giocatore.”

Senza entrare nel merito delle frasi di Sabatini, concentriamoci sul concetto di ricerca di un algoritmo vincente. A noi del vecchio mondo, infatti, risulta ancora indigesto il tentativo di applicazione di una scienza esatta se riferita ad un contesto sportivo. Di conseguenza la differenza tra vittoria e sconfitta è sì frutto di un’attenta pianificazione, ma è anche e soprattutto il risultato del susseguirsi di tanti fattori non calcolabili, che sono comunemente definiti intangibles.

Dall’altra parte dell’oceano, invece, la mentalità a riguardo è leggermente diversa. Da anni ormai, è in corso una ricerca spasmodica di un metodo scientifico che aumenti le possibilità di una società sportiva di vincere. Penso sia giusto specificare che, proprio perché si parla di aumentare le possibilità e non di garantire un successo, anche gli Americani sono consapevoli di non poter eliminare (o calcolare) tutte le intangibles. Lo sport, in fondo, altro non è che un microcosmo dell’esistenza e in quanto tale è impossibile arrivarne al nucleo più profondo.

Billy Beane è il primo nome che ci viene in mente quando si parla di applicazione di metodi scientifici al mondo dello sport. Beane, infatti, è stato il primo Direttore Sportivo di una franchigia professionistica in MLB ad aver utilizzato la Sabermetrica (analisi empirica del Baseball) come unico criterio da tenere in considerazione nei processi di decision making. Visto l’enorme impatto che ha generato sullo sport americano e non solo, la storia di Beane è stata raccontata dal libro Moneyball, da cui è tratto il film L’arte di vincere.

Se considerassimo la Sabermetrica come una pistola, non sarebbe sbagliato affermare che Beane sia stato il primo a fare fuoco. Ma la domanda a cui vorrei rispondere è ancora più a monte: chi è l’inventore dell’arma?

Il colpevole nasce in Kansas nel 1949 e risponde al nome di Bill James.

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Bill si innamora presto del baseball e col passare degli anni partorisce un pensiero rivoluzionario: introdurre nel mondo del baseball un approccio scientifico.

La scienza è come una lavagna pulita ed è proprio questo a renderla efficace,” dichiarò James in un’intervista. “Tu puoi anche essere un laureando in fisica e pensare che Einstein abbia sbagliato, però se porti una tesi supportata da fatti concreti, la gente ti starà a sentire. Ed è esattamente quel che ho provato a fare io con il baseball: puoi essere un esperto quanto vuoi ma i fatti parlano chiaro.

Spesso e volentieri la normalità, prima di essere considerata tale, deve superare perplessità e pregiudizi. E per James non è stato diverso. Guardando una partita dei Dodgers ai tempi del liceo, Bill rimase confuso da un episodio: Wes Parker, prima base della squadra di Los Angeles, pur essendo un battitore con basse percentuali aveva salvato la partita grazie ad uno spettacolare salvataggio nel nono inning. Nonostante ciò, i Dodgers volevano a tutti i costi mettere Parker in panchina per far spazio ad un battitore migliore.

Perché la fase difensiva non dovrebbe essere considerata alla stregua di quella offensiva? Ecco la domanda che James non riusciva a togliersi dalla testa. Il testardo liceale allora scrisse una lettera di sette pagine a The Sporting News in cui spiegava animatamente il suo punto di vista. La lettera, naturalmente, non fu mai pubblicata.

Difatti, affinché i pensieri di James fossero finalmente ascoltati dovremo aspettare quattro anni passati all’University of Kansas, una breve parentesi nell’esercito e un posto di lavoro come guardiano notturno di un’azienda che produceva fagioli in scatola. Proprio durante quelle lunghe notti, James riordina i propri pensieri, cercando di rispondere ad alcune domande che nessun amante del baseball si era neanche mai posto.

Bill decide quindi di riprovarci, inviando nuovamente alcuni articoli a “The Sporting News”. Questa volta il giornale li accetta, innescando un effetto a cascata che in quel momento era totalmente imprevedibile. I pezzi vengono pubblicati poco dopo anche da Sports Illustrated e James scopre che molte più persone di quelle che pensava erano interessate alla sua filosofia.

Quando proponi una nuova idea è normale che tutti provino a cercare il perché non dovrebbe funzionare piuttosto che il contrario. La maggior parte delle persone vedono il mondo nel modo in cui è in quel dato momento. Se provi a suggerire un’alternativa ti diranno subito che non può funzionare. Ma io non mi sono curato di loro e mi sono continuato a chiedere: perché non dovrebbe esistere una scienza del baseball?

A dirla tutta il Baseball è sempre stato uno sport di numeri. A differenza del passato però, James e altri studiosi si sono chiesti quali fossero i numeri che importavano davvero. Del resto, nonostante il processo di quantificazione dello sport più popolare d’America sia continuato imperterrito, il fattore umano resta comunque imprescindibile. E, paradossalmente, proprio l’inventore della Sabermetrica accompagna la sua mentalità puramente analitica ad una consapevolezza di scuola socratica:

Non capirò mai il Baseball. Non arriverò mai a capire neanche l’1% di quello che vorrei. Quello che facciamo con il nostro lavoro è paragonabile ad attaccare una montagna di ignoranza (nel senso vero e proprio di ignorare, ndr) con uno spazzolino e un dentifricio usato. Le cose che non sappiamo sono infinite.

Pur non mettendo in dubbio la sincerità delle parole di Bill, non si può negare che grazie all’utilizzo delle statistiche analitiche adesso il nostro livello di comprensione del Baseball sia molto più accurato rispetto a prima. Di orizzonti da scoprire ce ne saranno sempre per carità, ma nel mondo dello sport la figura di James è paragonabile a quella di Cristoforo Colombo. L’impatto generato dal nativo del Kansas è stato tanto straordinario che una rivista autorevole come il Time nel 2006 lo ha inserito tra le cento persone più influenti al mondo.

Non accontentandosi di aver cambiato l’approccio verso il Baseball da outsider, James è riuscito a dare il suo contributo pure da insider. Nel 2003, infatti, il padre della sabermetrica è stato assunto niente meno che dai Boston Red Sox, per riportare in Massachusetts un titolo che mancava dal 1918. Risultato? Dal 2003 ad oggi i Red Sox hanno conquistato tre titoli, di cui il primo proprio nel 2004. Va bene credere alle coincidenze…ma così è troppo.

Ogni ambito della nostra società può contare su pionieri eccellenti, su persone che si sono spinte oltre i confini di ciò che sembrava logico in un preciso momento storico. E il mondo dello sport moderno non fa eccezione. A partire da Pierre de Coubertin, colui che ha riportato in auge in concetto di Olimpiade nel 1896, sono pochi i personaggi che hanno influito prepotentemente sul mondo dello sport come Bill James. Che vi piaccia o meno, infatti, lo sport è orientato sempre più verso l’oggettivizzazione, verso un approccio asetticamente scientifico a discapito del romanticismo. E gran parte dei meriti di questa evoluzione vanno attribuiti a Bill James, padre della sabermetrica.

Roma Sport Experience: nella Capitale un weekend che ha fatto il pieno di Sport e Passione

Roma Sport Experience: nella Capitale un weekend che ha fatto il pieno di Sport e Passione

Un trionfo. 5000 ingressi in tre giorni. Il weekend di Roma Sport Experience, l’evento organizzato da O.P.E.S. – Organizzazione per l’Educazione allo Sport – è andato oltre ogni rosea aspettativa. Migliaia di partecipanti entusiasti, per una tre giorni che ha regalato momenti indimenticabili. Dalla gioia degli studenti – che hanno allietato la cerimonia d’apertura del venerdì – sino al sudore e all’impegno degli “eroici” partecipanti della WAS Obstacle Race, vero motore di una iniziativa che ha avvicinato i cittadini alla scoperta degli sport meno praticati. Quelli che, per capirci, finiscono in prima pagina ed emozionano gli italiani solo in occasione delle Olimpiadi.

I numeri dell’evento e il palinsesto

Il successo di questa iniziativa si basa sull’aver messo in piedi un programma ricco e variegato: un progetto che ha risposto alle esigenze di tutti i portatori di interessi del mondo dello sport.  Roma Sport Experience ha alternato attività sportive aperte a tutti (fornendo così a spettatori, sportivi e curiosi l’occasione di avvicinarsi a discipline che non conoscevano) ad appuntamenti formativi per i professionisti del settore, esibizioni e vere e proprie competizioni. Un successo testimoniato dai numeri: 5000 ingressi, 24 attività sportive, 10 Federazioni e Discipline Sportive Associate, 50 tra esponenti del mondo dello sport e relatori.

Roma Sport Experience: una sfida vinta

Pienamente soddisfatto il presidente di OPES Marco Perissa: “Un’esperienza straordinaria. Portare lo sport insieme al CONI e alle Federazioni in un parco divertimenti è stata una scommessa coraggiosa, ma vinta. La miglior dimostrazione è la risposta del pubblico. Stiamo già lavorando alle prossime due edizioni, che si terranno ancora a Cinecittà World. L’obiettivo è quello di creare un appuntamento fisso per il mondo dello sport nella Capitale”.

Olimpiadi 2024: se Parigi è convinta di aver fatto l’affare. E Roma?

Olimpiadi 2024: se Parigi è convinta di aver fatto l’affare. E Roma?

Che ti sei persa Roma. Se a Parigi dovessero scrivere una canzone sulla candidatura alle Olimpiadi del 2024, potrebbe essere questo il titolo. Già perché, nella capitale transalpina la parola Olimpiadi provoca ben altre reazioni rispetto a quelle ad esempio che hanno avuto quelli del Movimento 5 Stelle.

I parigini sono convinti infatti di aver fatto un vero e proprio affare. Nell’essere stati scelti come città ospitante le Olimpiadi del 2024. Ma perché se, come hanno scritto i ricercatori di Oxford, nella maggior parte dei casi chi ospita le Olimpiadi spende sempre di più di quanto incassa? Lo hanno scritto in un report finito sotto gli occhi di Beppe Grillo e della sindaca Virginia Raggi i quali anche per questo si sono convinti che no, la candidatura di Roma non doveva essere presentata. Con forte disappunto di chi invece la candidatura l’avrebbe portata avanti se solo fosse stato eletto. Come l’ex candidato del Pd Roberto Giachetti il quale come racconta Milano Finanza nel numero settimanale del 23 settembre scorso, all’annuncio dell’assegnazione a Parigi, avrebbe commentato lasciandosi andare con un tipicamente romano quanto me rode er culo. Eh già, e forse Giachetti non è neanche l’unico. Perché mentre quelli del Movimento 5 Stelle continuano a ripetere di aver evitato alla città altri sprechi con il bilancio già esangue per il debito monstre  di 14 miliardi, a Parigi la pensano in tutt’altro modo.

The Eiffel Tower is lit in the colours of the Olympic flag during the launch of the international campaign for the Paris bid to host the 2024 Olympic Games, in Paris, France, February 3, 2017. REUTERS/Benoit Tessier

Piuttosto sono convinti che le Olimpiadi del 2024 porteranno dal punto di vista economico, soltanto benefici. A partire dai soldi stanziati come budget che come raccontano quelli di MF supererà abbondantemente i 3 miliardi di euro. Con un contributo importante fornito dal CIO (il Comitato Internazionale Olimpico) che sarà di circa di 750 milioni. Al quale si andranno ad aggiungere tra le voci in entrata di maggiore entità gli sponsor (previsti per circa 1 miliardo e 400 milioni) il contributo governativo (altri 100 milioni) e la vendita dei biglietti che dovrebbe portare nelle casse parigine oltre 1 miliardo e 100 milioni di euro. Gli altri ricavi e le lotterie andranno a completare il budget. Tra le spese, invece, le voci di maggiore entità saranno legate alle infrastrutture, i costi operativi e il personale. Per una cifra complessiva di 3 miliardi e 800 milioni circa. Con le spese relative alla logistica, ai servizi per gli atleti e la gestione dei villaggi che rappresenteranno circa il 23 % (890 milioni circa) dei costi totali. Perché Parigi, a differenza di altre città che hanno ospitato la kermesse, non avrà bisogno di costruire così tante nuove strutture potendo usufruire già di quelle esistenti. Come nel caso del tennis i campi del Roland Garros oppure nel caso del calcio lo Stade de France costruito in occasione dei Mondiali del 1998. A Parigi sono talmente convinti di chiudere il bilancio in pareggio da aver stanziato come voce costi imprevisti, quasi 350 milioni di euro. Senza dimenticare l’indotto economico che potrà essere generato dall’influsso turistico. E in questo caso, ormai, si può solo provare ad immaginare che cosa sarebbe stato nel caso di Roma.

L’hockey in un territorio di frontiera: Matthias Mantinger, il gioiellino di Vipiteno

L’hockey in un territorio di frontiera: Matthias Mantinger, il gioiellino di Vipiteno

Vipiteno (Sterzing in tedesco) sorge ad una delle maggiori latitudini del territorio italiano, conta poco meno di 7.000 abitanti, dista meno chilometri da Innsbruck rispetto a Bolzano, e fa parte dei Borghi più belli d’Italia, a una manciata di minuti dal Brennero. In questo vero e proprio territorio “di confine”, l’ultimo in terra italiana prima di passare da basso all’alto Tirolo, l’hockey viene preso in considerazione con molta serietà, dimostrando come oggi sia ormai l’Alto Adige il punto di riferimento per l’hockey su ghiaccio nazionale. I Broncos Vipiteno, team locale, possono contare su un piccolo tifo organizzato comparso solo di recente ed assente appena tre anni fa, ma soprattutto, negli ultimi anni hanno investito molte delle loro energie su un aspetto chiave, su cui si dibatte da tempo per risollevare le sorti di un hockey in difficoltà: il settore giovanile. Campione dell’ultima Serie C (oggi diventata iHL Divisione I), il team giovanile del Vipiteno è uno dei più floridi d’Italia, e proprio da quella cantera è emerso un giocatore che quest’anno invece si sta per ritagliare, una volta per tutte, lo spazio in prima squadra, in AlpsHL: Matthias Mantinger, classe 1996, già nel giro della nazionale italiana di hockey. I fari sono puntati su di lui, talento cristallino, elemento della prima linea e studente universitario a Innsbruck. Un frontaliero, con «doti fuori dal comune», come sostenuto da Hockey 33, che ogni giorno attraversa il Brennero tra libri di studio e hockey. Mentre è di ritorno da una trasferta, ci dedica il suo tempo per raccontarci del suo futuro e del Vipiteno, che quest’anno è partito col piede giusto nella seconda edizione dell’Alps Hockey League. Si scusa per il suo italiano incerto, dimostrandoci sin da subito l’umiltà che lo contraddistingue, anche nello sport. Dall’altro lato, non possiamo aiutarlo: chi lo intervista non parla tedesco seppur mastichi hockey da diversi anni.

Matthias, ho letto di un bel 4-0 in trasferta, cui sono seguiti altri ottimi risultati…

«Sì abbiamo vinto 4-0 a Salisburgo, però loro pattinano come matti…»

Eh sì, nella scuola Red Bull lavorano bene, ma parliamo di te: sei uno dei migliori prodotti del vivaio del Vipiteno, fai già parte della Nazionale, e hai un’intera carriera per migliorare. Intanto, cosa ti aspetti da questa stagione?

«Per me la cosa più importante è giocare. In questa stagione ho la possibilità di giocare con due stranieri, in prima linea. All’inizio non era facile, non sono abitato a giocare costantemente in power-play, e non mi sentivo al loro livello, ma ora ho la possibilità di assumermi più responsabilità. Ho ancora tanto da imparare, ma voglio sfruttare al meglio questa possibilità e migliorare il mio gioco il più possibile».

Capitolo Blue Team: stai lavorando per essere convocato per i prossimi mondiali? O è ancora troppo presto parlarne?

«Sì, sto lavorando per essere convocato. Quest’estate mi sono allenato 5-6 volte a settimana in palestra e in pista di atletica leggera, ho anche fatto il bagnino al lago di Caldaro 7 giorni alla settimana: una combinazione faticosa. Ho lavorato sino all’ultimo giorno prima della ripresa del campionato. Ad Aprile in vista dei Mondiali, sono stato l’ultimo ragazzo ad andare a casa, appena una settimana prima dell’inizio, ma non ero ancora pronto per il livello dei mondiali. Se continuo a migliorare però, secondo me posso avere una chance per i prossimi mondiali».


Parliamo dei Broncos Vipiteno: puntate a raggiungere i playoff?

«Sì, logicamente puntiamo ai playoff. Il nostro obiettivo dichiarato è arrivare tra i primi 6, poi, arrivati ai playoff, tutto diventa possibile, ma secondo me quest’anno, con questa squadra, possiamo farcela (l’anno scorso i playoff sono sfumati per un soffio, ndr)».

Il Vipiteno sta anche lavorando benissimo sul settore giovanile, negli ultimi 3 anni tanti giovani, come te, sono passati in prima squadra e hanno avuto modo di crescere. C’è qualcosa nel team dei Broncos che fa la differenza a tuo parere?

«Secondo me la differenza la fa la scuola sportiva (il liceo scientifico con lo sport come punto chiave), e la collaborazione con la società. Per me è stato determinante, senza quella scuola non sarei mai andato a Vipiteno. Adesso studio scienza dello sport e scienza dell’alimentazione all’Università di Innsbruck. Tanti giovani della mia età sono andati a Vipiteno per la scuola. In più, sicuramente, allenatori come Jeff Job e Michael Pohl hanno fatto la differenza nel settore giovanile, e negli ultimi due anni anche Clayton Beddoes come head coach: mai conosciuto un allenatore in gamba come lui. Senza di lui e senza Pohl, non sarei a questo punto adesso».

 Beddoes, infatti, è diventato il nuovo coach della Nazionale Italiana…

«Sì, rimane sulla linea già tracciata da Stefan Mair (dimissionario, ndr), è la scelta migliore».

Con le scuole superiori il passaggio a Vipiteno, ma dove hai cominciato a giocare a hockey?

«Abito a Caldaro (il Caldaro rothoblaas gioca in iHL, la nuova serie B, ndr), ed è qui che ho imparato a giocare a hockey, però ammetto che trasferirmi a Vipiteno ha fatto la differenza, le giovanili qui sono davvero di alto livello».

 Concludiamo con una ultima suggestione: se ti proponessero di trasferirti al Milano, la squadra per cui tifo, tu accetteresti?

«No, mi dispiace, soprattutto perché voglio finire gli studi a Innsbruck».

Davanti a così tante certezze, anche il più determinato dei tifosi deve arrendersi davanti alla tenacia e alla determinazione di chi divide la sua vita fra lo studio universitario ed un ruolo chiave nella prima linea di una squadra di hockey che scende sul ghiaccio almeno due volte alla settimana per giocare partite ufficiali. A Matthias Mantinger, va quindi il più grosso in bocca al lupo di tutti, con la speranza di regalarci presto tante gioie non solo per i suoi Broncos, ma anche per la Nazionale italiana.

L’apparenza prima di tutto: DNP, la pillola “magica” che fa dimagrire…e uccide

L’apparenza prima di tutto: DNP, la pillola “magica” che fa dimagrire…e uccide

DNP è l’acronico del 2,4-dinitrofenolo, nitrocomposto derivato dal fenolo. È un composto tossico per l’uomo e per gli animali; l’avvelenamento da dinitrofenolo provoca un brusco aumento del metabolismo, sudorazione intensa (con cui il corpo cerca di dissipare calore), collasso e quindi può portare alla morte.

E’ famoso del mondo del fitness per i suoi miracolosi effetti dimagranti tant’è che, neanche c’è bisogno di dirlo, è una sostanza molto famosa nel mondo del bodybuilding in fase di cutting – definizione.

Chi l’ha provato giura di aver sentito una sensazione di forte bruciore all’interno del corpo, come se il corpo “si stesse cuocendo dall’interno”, questo perché non c’è un limite massimo all’aumento di temperatura corporea che può comportare questa pillola. Una percezione sgradevole, unita a tachicardia, palpitazioni e forte sudorazione. In un articolo precedente abbiamo parlato dell’efedrina come metodo rischiosissimo per dimagrire, quest’ultima aumenta dal 3 al 10% il tasso metabolico a riposo, il DNP del 50%. Percentuali pazzesche che però devono far riflettere sulla possibile, anzi molto probabile, letalità di questo “veleno”.

Scoperto agli inizi del 1900, inizialmente il suo scopo principale era quello di detonatore della dinamite TNT, nel 1931 degli studi scientifici videro le incredibili proprietà dimagranti e il DNP venne introdotto in tantissimi integratori alimentari. Venne bandito due anni più tardi da una giovanissima FDA (Food and Drug administration).

Tra il 2007 e il 2013 sono stati registrati quasi sessanta casi di reazioni mortali dei quali si sospetta la causa sia l’assunzione di pillole a base di DNP. Ultimo dei più eclatanti quello di una ragazza inglese, Eloise Parry, morta dopo aver ingerito otto pillole di DNP.

La Food Standard Agency britannica ha preso molto sul serio la minaccia per la salute del DNP e ha lanciato una campagna per prevenire altri drammi causati da esso. Gli effetti collaterali della molecola sono oggi noti e non ci sono dubbi circa la sua pericolosità: si va dal vomito al mal di testa alle difficoltà nel respirare fino febbre molto alta (che può superare i 43°) al coma e, come spesso è successo nella storia del DNB, alla morte. Il problema è che una volta innescata la reazione che “velocizza il metabolismo” questa non si arresta.

Vietato ufficialmente, come spesso accade, il DNP è facilmente reperibile sul mercato nero. Il problema però è che i laboratori che lo producono, privi di ogni licenza, spesso mentono sulla grammatura di una singola pillola, aumentando quindi il rischio di letalità esponenzialmente. Anche i costi variano tantissimo ed una confezione di DNP va dai 180 ai 2000 euro.

La BBC ha intervistato una ragazza che ha assunto dinitrofenolo ma è riuscita a sopravvivere: “All’inizio senti un po’ di energia in più, ma poi quando pensi che questa energia svanirà non succede ed il corpo comincia a surriscaldarsi sempre di più. Ho avuto la sensazione di essere ricoperta dalle fiamme e sentivo la mia pelle bollire. E’ stato terribile, il mio cuore batteva così forte che temevo potesse esplodere o fermarsi da un momento all’altro. E’ stata la peggior esperienza della mia vita”.

In una società dove l’apparenza e la perfezione fisica viene intesa come chiave del successo, dove le persone, anche consci dei rischi, sono pronti a prendere di tutto pur di perdere un chilo di grasso, questi veleni altamente pericolosi avranno, purtroppo, sempre una grandissima fetta di mercato ed una clientela numerosa.

Non chiamatela “Basketball girl”: Quian Hongyan, la nuotatrice

Non chiamatela “Basketball girl”: Quian Hongyan, la nuotatrice

Restare aggrappata alla vita, non voler perdere neanche un attimo della propria esistenza nonostante le immense difficoltà che il destino ti pone davanti come un macigno e alla fine diventare il simbolo di un paese, di una comunità. Qian Hongyan a 4 anni perse gli arti inferiori a causa di un incidente stradale e la famiglia, povera coltivatrice e produttrice cinese di seta, non poté permettersi una sedia a rotelle. Il nonno della bambina, logoro nel vedere la nipote impossibilitata a muoversi, armato di quell’amore che solo i nonni provano, ingegnò un modo per permettere a Qian di essere un minimo autosufficiente: tagliò una palla da basket con la quale la bambina potesse rimbalzare aiutandosi con la spinta delle braccia e tenendo nelle mani dei sostegni di legno. Da quel momento il mondo conobbe la piccola cinese e la sua storia; “Basketball Girl” venne soprannominata, la “ragazza palla da basket” e da allora cominciò anche a frequentare la scuola grazie alle tantissime donazioni che arrivarono per lei ma soprattutto riuscì a recarsi a Pechino per farsi applicare delle gambe artificiali.

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Terminate le scuole elementari ed esauriti anche i fondi arrivatigli, la bambina che si avviava a vivere gli anni dell’adolescenza capì che i genitori non potevano permettersi il proseguo della sua istruzione e decise di scrivere una nuova pagina della propria vita: puntare tutto sullo sport. Venne convinta a provare il nuoto e si iscrisse ad una squadra locale per persone diversamente abili; la “South of the Cloud”, uno dei primi team per disabili. Anche in questa situazione, però, alla porta della giovane cinese bussò il fato avverso: “Sembrava non ci fosse modo di galleggiare, soffocavo sempre”, l’amputazione in un punto così alto del corpo, infatti, le rendeva complicato anche il semplice galleggiamento. La piccola Qian, ormai diventata una ragazza, prese nuovamente la vita di petto e come fatto a 4 anni, armata della sua straordinaria forza d’animo superò anche questo ostacolo.

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Da quel momento per lei arrivarono tantissimi premi e riconoscimenti: nel 2009 al Chinese National Paralympics Swimming Competition, i campionati nazionali cinesi di paralimpiadi del nuoto, vinse una medaglia d’oro e due d’argento. Nel 2011 venne a mancare, proprio a ridosso delle qualificazioni per le Paralimpiadi di Londra, il nonno di Qian che per primo aveva permesso alla nipotina di esplorare il mondo grazie alla sua piccola grande invenzione. In quella occasione riuscì a conquistare solamente la medaglia di bronzo, traguardo che non le permise di entrare nel team diretto alla manifestazione britannica. Ritorna in vasca nel settembre del 2014, durante i Yunnan Provincial Paralympic Games, i giochi paraolimpici dello Yunnan, vincendo la finale dei 100 metri rana ed entrando sempre più nei cuori delle persone di tutto il mondo. Una lottatrice, una guerriera e non più “Basketball girl” ma semplicemente Qian… la nuotatrice.

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