Un velo hi-tech per una rivoluzione culturale delle sportive islamiche

Un velo hi-tech per una rivoluzione culturale delle sportive islamiche

“L’importante non è vincere ma partecipare” è la frase simbolo dei Giochi olimpici pronunciata dal suo fondatore Pierre De Coubertin, il quale però decise anche che la partecipazione delle donne alla competizione ateniese (parliamo del 1896) fosse “poco pratica, poco interessante, antiestetica se non addirittura scorretta”.

Per fortuna il tempo passa, le cose cambiano e nell’arco di due secoli molto è mutato: la partecipazione delle atlete alle competizioni sportive di ogni livello, è elevata se non superiore a quella maschile. Ma è per tutte e in tutti gli stati così, oggi nel 2017?

In realtà no: per le donne atlete islamiche che vogliono partecipare ai Giochi Olimpici, alcuni problemi continuano a sussistere se si pensa che fino a 10 anni fa Arabia Saudita, Brunei e Qatar non consentivano alle donne di partecipare alla gare olimpiche.

Solo a Londra 2012 per la prima volta ogni paese ebbe la sua delegazione femminile non privo di problemi e contestazioni soprattutto per l’Arabia Saudita, ultimo baluardo islamico a cedere con Wodjan Shaherkani.



Per la judoka infatti la Federazione Internazionale di judo si oppose alla partecipazione ai Giochi di Londra sostenendo che questo sport prevedesse particolari mosse di strangolamento in cui l’utilizzo dello hijab potesse essere pericoloso. Le contrattazioni con il Cio (Comitato internazionale olimpico) hanno portato al compromesso: Wodjan salì sul tatami con lo hijab; prima atleta dell’Arabia Saudita a partecipare a una Olimpiade. A Rio 2016, altro “muro”  abbattuto: Ibtihaj Muhammad è stata la prima schermista del team Usa a partecipare ai Giochi olimpici con il velo.

Un processo continuo e costante al quale si aggiunge un aspetto altrettanto importante: l’abbigliamento. Finora la scelta delle atlete musulmane cadeva sul cotone che, da un lato assorbiva l’acqua, dall’altro lasciava la testa bagnata quando si iniziava a sudare.

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In quest’ottica un salto di qualità l’ha fatto la Nike con la linea a loro dedicata dal nome Pro Hijab, il copricapo per le atlete musulmane in poliestere leggero e traspirante, realizzato seguendo le indicazioni di Amna Haddad (sollevamento pesi) e Zahra Lari (pattinatrice sul ghiaccio). Un prodotto che è in commercio da pochi giorni, in tempo per le imminenti Olimpiadi invernali del 2018 in Corea del Sud.

Una scelta importante per la casa di abbigliamento sportivo che vuole rendere ancora più chiaro il concetto di inclusione e partecipazione insito nello sport e, al contempo, garantire la reale parità di genere nelle pratiche sportive.

Siamo alle porte di una rivoluzione per lo sport e le donne?

Bennet Omalu, l’uomo che scoprì la malattia che uccide i giocatori di Football Americano

Bennet Omalu, l’uomo che scoprì la malattia che uccide i giocatori di Football Americano

Un anno fa moriva l’ex giocatore di Football Americano Rashaan Salaam, suicidatosi con un colpo di pistola alla testa dopo anni di allucinazioni e voci immaginarie che non riusciva controllare. I sintomi erano tutti riconducibili alla CTE, una malattia del cervello tipica dei giocatori di Football, un allarme reale spesso inascoltato dai vertici sportivi.

La questione era salita alla ribalta grazie al film “Zona D’ombra – Una scomoda verità”, titolo originale “Concussion”. Protagonista della pellicola il Dr. Bennet Omalu, interpretato da Will Smith, l’uomo che scoprì la “CTE” (Chronic traumatic encephalopathy – Encefalopatia traumatica cronica), una malattia, incurabile, che colpisce maggiormente gli atleti degli sport quali football americano, boxe, wrestling, rodeo e motocross. Dagli Stati Uniti è arrivata tempo fa la notizia sugli sconvolgenti risultati di uno studio condotto da Ann McKee, a capo del dipartimento di neuropatologia del VA Boston Healthcare System, che ha esaminato il cervello di ex giocatori di football americano deceduti, rivelando che su 111 atleti 110 soffrivano di questa patologia. 

Ma cos’è la CTE?

La Chronic traumatic encephalopathy – Encefalopatia traumatica cronica è una condizione del cervello che si può verificare dopo l’aver subito numerosi colpi alla testa. I sintomi sono problemi cognitivi, perdita di memoria, cambio di personalità e di umore, depressione, atteggiamento immotivatamente aggressivo, impulsi suicidi. Questa condizione può non dare nessun segno della sua presenza anche fino a anni o decenni dopo l’ultimo infortunio alla testa subito. Purtroppo l’unica diagnosi di questa malattia si può fare con l’autopsia del soggetto dopo la sua morte. Non esiste cura ma solo prevenzione verso i colpi alla testa.

BENNET OMALU

Bennet Ifeakandu Omalu è un medico, patologo forense e neuropatologo. Nato a Nnokwa, sud-est della Nigeria, nel 1968, è il sesto di sette fratelli. Nato durante la guerra civile nigeriana, la sua famiglia fu costretta ad emigrare quando lui era ancora in fasce. Omalu è lo scopritore della “Encefalopatia traumatica cronica”. Ora è capo medico alla contea di San Joaquin, California, e professore del dipartimento di medicina all’Università della California.

LA SCOPERTA DELLA “CTE” E L’OSTRUZIONISMO DELLA NFL 

Anno 2002,  Pittsburgh , Bennet Omalu,  allora medico legale, è chiamato a fare l’autopsia di Mike Webster, ex centro dei Pittsburgh Steelers morto improvvisamente ed inaspettatamente, a soli cinquant’anni,  dopo anni di difficoltà tra diminuzione delle facoltà cognitive ed intellettuali, sbalzi d’umore, depressione, abuso di droghe e ripetuti tentativi di suicidio. A prima vista il cervello di Webster sembra normale, Omalu però non è convinto e decide di fare, in modo autonomo e autofinanziato, delle analisi supplementari perché sospetta che Webster soffrisse di “demenza pugilistica”, ovvero quel tipo di demenza indotta dai ripetuti colpi alla testa subiti nel corso della carriera, prima associata solamente al mondo del pugilato. Con queste analisi Omalu scopre un accumulo della proteina Tau nel cervello di Webster, proteina che influenza l’umore, le emozioni e le funzioni esecutive.

Omalu pubblica le sue scoperte, nel 2005, sulla rivista Neurosurgery, in un articolo denominato “Chronic Traumatic Encephalopathy in a National Football League Player”. Omalu crede che i dottori della NFL rimarranno compiaciuti delle sue scoperte e, anzi, le useranno per risolvere il problema. Dopo una piccola attenzione iniziale, i membri del “Mild Traumatic Brain Injury” (MTBI) della NFL considerano gli studi di Omalu completamente sbagliati e addirittura un fallimento. Il luminare nativo della Nigeria però non si dà per vinto e continua la sua ricerca.

Nel Novembre 2006 arriva la seconda pubblicazione, sempre sulla rivista Neurosurgery, basata sulle scoperte fatte sul cervello di Terry Long, anche lui ex giocatore di NFL, suicidatosi a soli 45 anni. Anche in questo caso la concentrazione della proteina Tau presente nel cervello della vittima è alle stelle. Stessa altissima concentrazione di proteina Tau anche nei cervelli di Justin Strzelczyk, morto a 36 anni, Andrew Waters, morto a 44 anni, e Tom McHale, morto a 45 anni. Tutti ex giocatori di football americano.

Nel 2007 Omalu presenta di nuovo la sua ricerca al Commissioner NFL Roger Goodell, ma la ricerca viene di nuovo confutata ed archiviata. Il presidente della MTBI, Dr. Ira Casson afferma alla stampa: “La mia opinione è che è scientificamente provato con valide prove che la encefalopatia cronica sia collegata solamente agli atleti del pugilato”.


La NFL, la massima lega di Football Americano, non ha riconosciuto nessun collegamento tra le commozioni cerebrali del football e l’Encefalopatia traumatica cronica sino al 2009, sette anni dopo la scoperta di Bennet Omalu. Gli studi di Omalu, con la forte opposizione da parte della NFL, vennero portati alla luce dalla giornalista Jeanne Marie Laskas sulla rivista GQ in un numero del 2009. La stessa giornalista, scrisse in seguito il libro “Concussion” che da il nome, in lingua originale, al film uscito lo scorso anno. Una parte dei proventi del film sono stati utilizzati per la creazione di centri di ricerca contro la “CTE”.

Il Ping Pong impossibile di Ibrahim Hamato

Il Ping Pong impossibile di Ibrahim Hamato

Il 3 Dicembre si celebra la Giornata Internazionale delle persone con disabilità. Vi raccontiamo la storia di un atleta paralimpico che ha dimostrato che, anche nelle difficoltà, la volontà può superare qualsiasi ostacolo. Ecco la storia di Ibrahim Hamato.

Ricordate la famosa pubblicità dell’Adidas che vedeva vari campioni raccontare in pochi minuti la loro storia, terminando con un imperativo, diventato lo slogan pubblicitario del marchio tedesco, Impossible is Nothing?. Una pubblicità che, senza dubbio, ha trasmesso tanto. La scelta di puntare sulle emozioni avrà sicuramente attirato l’attenzione della popolazione.

Conoscendo la storia dell’egiziano Ibrahim Hamato, viene automatico collegarlo a quella schiera di atleti che nella loro vita non hanno mai mollato e hanno sofferto per raggiungere e coronare i loro sogni. Al tempo, forse, avrebbe potuto rappresentare al meglio lo slogan, diventato un mantra per molti.


Ibrahim Hamato, 41 anni, è un giocatore di ping pong egiziano. A soli 10 anni ha avuto un grave incidente in cui ha perso le braccia, ma la passione per il tennistavolo no. Anzi, proprio lo sport e la sua forte passione per questo gioco gli ha permesso di riscoprirsi e continuare a dilettarsi con amici e avversari. Ha studiato tutte le strategie che gli potessero permettere, anche senza braccia, che apparentemente sembrano essenziali per praticare questo sport, di esprimersi e divertirsi. In un primo momento ha provato a posizionare la racchetta al di sotto di una spalla, ma l’esperimento non ha funzionato. Troppo difficoltoso e poco economico. La seconda strategia si è rivelata quella più adeguata: ha deciso di provare a sorreggere la racchetta con la bocca, lanciando la pallina con il piede quanto deve effettuare la battuta. Dopo tanto esercizio ed allenamento è riuscito a trovare la via per colpire la pallina senza troppa fatica.

Su internet si possono vedere numerosi video dove lo stesso Ibrahim gioca e racconta la sua storia. Una storia che ha fatto il giro del mondo e che ha colpito anche la federazione mondiale di Ping Pong (International Table Tennis Federation) che infatti gli ha dato la possibilità di esibirsi con i maggiori esponenti mondiali di questo sport. Una soddisfazione che per Hamato non ha prezzo. Proprio ai microfoni della federazione dichiara che «nulla è impossibile, se lavori duro». Senz’altro una dichiarazione che ha messo in luce la sua fonte di ispirazione maggiore, la forza mentale che gli ha permesso di rialzarsi, di ripensarsi e di continuare a praticare ciò che più lo appassiona e diverte.

Dopo tutto, di conquiste Ibrahim Hamato ne ha ottenute parecchie, ma sono due, in particolare, quelle a cui non riesce a fare a meno: «Mia moglie, che per me è tutto, e il tennistavolo, nel quale ogni punto conquistato è una gioia». Due “gioie” che gli permettono di continuare ad esprimersi e ad essere se stesso, indipendentemente da tutto. Forse, tenere dentro di sé sempre e comunque una fonte gioiosa, può rendere tutto incredibilmente piacevole.

GUARDA IL VIDEO DI IBRAHIM HAMATO

FOTO: www.albawaba.com

Hooligans della Palla Ovale: Papua Nuova Guinea, dove il Rugby è una questione di vita o di morte

Hooligans della Palla Ovale: Papua Nuova Guinea, dove il Rugby è una questione di vita o di morte

Papua Nuova Guinea, Paese di 8 milioni di abitanti a nord dell’Australia. Occupa la zona orientale dell’isola della Nuova Guinea, divisa con l’Indonesia. Contraddistinto da corruzione dilagante tra politici e funzionari, è dilaniato da decenni di conflitti, instabilità e miseria. L’economia è quasi per nulla diversificata e la situazione  generale è difficile anche per quanto riguarda sanità e istruzione: alta incidenza delle malattie infettive e analfabetismo diffuso. Le precarie condizioni di sicurezza e l’elevato tasso di criminalità ne fanno uno degli Stati più pericolosi nel panorama mondiale. Violenza e giustizia sommaria sono la norma soprattutto nelle baraccopoli e nei mercati della capitale, Port Moresby, nel porto di Lae e nelle zone rurali interne.

In una nazione in cui gli insediamenti sono distanti e isolati e la maggior parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà, la passione per il rugby league è uno dei pochi collanti a livello comunitario, al di là di ogni differenza culturale e delle 852 lingue parlate. Assume una importanza fondamentale in cui, tuttavia, confluiscono anche tutti gli aspetti negativi del disagio sociale. Lo sport diviene causa scatenante di scontri e faide tribali.

Gli abitanti della Papua Nuova Guinea hanno la reputazione di essere i tifosi più accaniti nel mondo della “palla ovale”. I minatori australiani portarono per la prima volta il rugby league in queste terre nella corsa all’oro degli anni ’30. Durante e dopo la seconda guerra mondiale furono sempre gli australiani, in particolare i soldati di stanza nel Paese, a dare una spinta decisiva al movimento. Dagli anni ’60 il rugby league è considerato sport nazionale. Oggi registra un enorme tasso di partecipazione generale ed è entrato stabilmente a far parte del programma scolastico.

La National Rugby League (NRL) di Australia e Nuova Zelanda ha un larghissimo seguito ed è vissuta con fervore mistico. I giocatori sono considerati delle autentiche celebrità e le partite dello State of Origin sono l’evento sportivo più visto e atteso dell’anno. Nelle comunità rurali si rimane incollati alle radio e nelle città le folle si riuniscono davanti ai grandi schermi. Le bandiere d i Maroons e Blues sventolano ovunque, i venditori ambulanti si aggirano con la loro merce contraffatta e i manifesti riempiono gli spazi vuoti sugli edifici. Le attività quotidiane vengono scandite dalle ore che mancano alla partita. E ogni match porta con sé il suo carico di violenza. Annualmente si registrano centinaia di incidenti con morti e feriti. Proprio per tale ragione si è proposto da più parti di vietare qui la copertura live dell’evento.


 

I problemi si amplificano quando gli idoli della National Rugby League raggiungono queste terre per il consueto incontro al National Football Stadium di Port Moresby tra la rappresentativa dell’Australian Prime Minister’s XIII, composta da giocatori australiani dei club che non si sono qualificati per le NRL Finals Series, e la Papua New Guinea Prime Minister’s XIII, rappresentativa formata da giocatori del campionato nazionale. Sfida annuale patrocinata dall’Australian Department of Foreign Affairs and Trade per sensibilizzare la popolazione locale su tematiche importanti quali la violenze sulle donne e la prevenzione dell’HIV. È un evento così popolare che richiama migliaia di persone, molte delle quali non riescono però a entrare allo stadio. Spesso si scatenano rivolte, sedate con difficoltà in una mortale escalation di violenza. Gli autobus della formazione australiana vengono affiancati e sovente assaliti dalla folla. Il caos regna per le strade tra incidenti, auto date alle fiamme e sassaiole.

Senza dubbio è il lato oscuro di una passione in ogni caso fortissima, riconosciuta a livello internazionale con la storica opportunità di ospitare, insieme a Australia e Nuova Zelanda, la Coppa del Mondo di Rugby League 2017. Le sfide della fase a gironi tra i Kumuls, ovvero la nazionale della Papua Nuova Guinea, e il Galles, l’Irlanda e gli USA sono state disputate in casa, a Port Moresby. Tre vittorie e cammino mondiale interrotto solo dall’Inghilterra ai quarti.

L’amore per il rugby è qui qualcosa che va oltre ogni immaginazione. Atmosfera a tratti religiosa, devozione smisurata verso i giocatori, scelta manichea della squadra: il tifo si fa concretamente fede. Non è importante il luogo della partita a migliaia di chilometri, in un’altra città o in un altro Paese; in Papua Nuova Guinea il rugby è molto più di uno sport, è un credo, per il quale si vive o si muore.

Miracolo Italiano: Israele e Palestina unite (per la prima volta) contro il Giro d’Italia 2018

Miracolo Italiano: Israele e Palestina unite (per la prima volta) contro il Giro d’Italia 2018

Trovare la parola unità in una frase con Palestina e Israele è davvero impensabile. Ma a riuscire nell’impresa di far convergere gli sforzi di due comunità che si odiano da sempre, c’è riuscita l’Italia. La politica non c’entra niente, almeno non direttamente, perché la questione questa volta riguarda lo sport. E, in effetti, anche la parola unità in termini assoluti è qualcosa di sbagliato. Sarebbe più opportuno parlare di fuoco incrociato nei nostri confronti. La pietra dello scandalo, incredibilmente, il Giro d’Italia. Ma andiamo con ordine. La Corsa Rosa nella sua storia ha visto partire molte volte i ciclisti fuori dai confini nazionali, in Danimarca, Olanda, Irlanda del Nord e via dicendo. Per l’edizione 2018 si è optato per Gerusalemme che sarà la sede oltre che della partenza, anche delle due tappe successive. Le motivazioni sono riconducibili anche alla tappa finale del Giro che si terrà a Roma, con l’intento di unire e consolidare un messaggio di fratellanza e pace. E anche il fatto che il nostro Gino Bartali sia stato dichiarato ‘Giusto tra le nazioni’ dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto fondato nel 1953,che ha sede proprio a Gerusalemme, non può essere un caso. Ma la scelta di iniziare il Giro nella capitale dello Stato di Israele ha subito causato l’indignazione delle tante associazioni che si battono per i diritti del popolo Palestinese che hanno chiesto a gran voce l’accantonamento di tale soluzione. Nello scorso weekend nelle principali piazze italiane si sono riuniti centinaia di ciclisti per partecipare ad una manifestazione a pedali in cui si evidenziasse come la decisione di far iniziare un così grande evento a Gerusalemme fosse sbagliata, il tutto evidenziato con un percorso fatto di ostacoli e muri ad enfatizzare le difficoltà di movimento che hanno i palestinesi nel territorio israeliano. A condire la corsa, striscioni, bandiere, volantini e l’hashtag #cambiagiro.

E non è la prima volta che l’Intifada entra prepotentemente nel mondo dello Sport, ed è emblematica la situazione nell’universo calcio in cui la Fifa ancora deve risolvere la questione delle squadre israeliane che giocano nei territori occupati illegalmente della Cisgiordania, così come stabilito anche dall’ONU, che ha spinto la Federcalcio palestinese a richiederne l’espulsione dai campionati israeliani. Insomma, ogni scusa è buona pur di litigare. Eppure, questa volta, sembrano aver messo nel mirino lo stesso nemico. Infatti, è notizia di ieri che anche il Governo israeliano se l’è presa col Giro. I ministri dello Sport, Miri Regev, e del Turismo, Yariv Levin hanno esplicitamente minacciato l’organizzazione della Corsa di sospendere i vitali finanziamenti alla manifestazione a causa della dicitura “West Jerusalem” apparsa nella presentazione ufficiale di ieri. Quell’Ovest accanto a Gerusalemme ha indispettito non poco i vertici israeliani perché ci riporta indietro di 50 anni quando, in una città ancora divisa in due in cui l’Est era arabo e l’Ovest israeliano, proprio lo Stato di Israele si appropriò della parte orientale alla fine della Guerra dei Sei Giorni, occupandone i territori così come stabilito dalla risoluzione 242 dell’Onu. Una zona che è ritenuta di fatto dal popolo Palestinese la capitale della loro Nazione. Ma che il rapporto tra Israele e le grandi istituzioni mondiali ultimamente non fosse idilliaco, ancora meno del passato, era chiaro già da quando l’Unesco si è riferita alla zona denominata Monte del Tempio dagli ebrei solo con la dicitura araba Spianata delle Moschee tanto da spingere Stati Uniti prima e Israele poi ad uscire dell’organizzazione perché “troppo filo-palestinese”.



“Gerusalemme è una città unita, è la Capitale di Israele, non vi sono Est e Ovest, e quelle pubblicazioni sono un’infrazione delle intese. Se ciò non sarà cambiato Israele non parteciperà all’evento”.

Queste le dichiarazioni del Governo che hanno messo subito paura ai vertici del Giro D’Italia, tanto da spingerli all’immediata correzione e a diramare un comunicato in cui si sottolineava che la scelta di apporre Ovest era solo relativa alla zona di Gerusalemme in cui in effetti sarebbe partita la prima tappa della Corsa, anche perché si parla di 12 milioni di euro, di cui 4 milioni andrebbero direttamente a Rcs Sport per i diritti di hosting. “Nel presentare il percorso di gara è stato utilizzato materiale tecnico contenente la dicitura ‘Gerusalemme Ovest’, imputabile al fatto che la corsa si svilupperà logisticamente in quell’area della città. Si sottolinea che tale dicitura, priva di alcuna valenza politica, è stata comunque subito rimossa da ogni materiale legato al Giro d’Italia”Allarme rientrato e pace suggellata da quanto dichiarato dai prima citati ministri: “Ci rallegriamo dell’accordo raggiunto dal direttore generale del ministero della cultura e dello sport, Yossi Sharabi, con la direzione del Giro. In base ad esso la direzione del Giro e i suoi organizzatori verranno in Israele nei prossimi giorni per coordinare il tracciato e garantire che la gara si svolgerà come progettato dalla Torre di Davide e la Porta di Jaffa, e quindi da là attraverso Gerusalemme”. Per i soldi, questo ed altro.

Ma la questione della Città Santa per le tre religioni monoteiste va ben oltre una dicitura di un comunicato stampa. Infatti, sebbene nel 1980 il parlamento israeliano abbia emanato una legge fondamentale che proclamava Gerusalemme «unita ed indivisa» capitale di Israele, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu attraverso la risoluzione 478 ha giudicato questa decisione contraria alle leggi internazionali, ritenendola “inammissibile acquisizione di territorio con la forza” e giudicando tale legge come “nulla e priva di validità” oltre che da “rescindere”. Quindi di fatto, riferirsi ad una Gerusalemme Est e una Gerusalemme Ovest, avrebbe avallato e supportato la tesi delle Nazioni Unite che tanto non piace al Paese che ci ospiterà e foraggerà per tre giorni. Ma, in questo caso, è bastata un mano di bianco per risolvere una questione che, da anni, è indiscutibilmente a tinte grigie.

Nino Bibbia: storia di un fruttivendolo diventato Campione Olimpico

Nino Bibbia: storia di un fruttivendolo diventato Campione Olimpico

Tra poco più di due mesi, a Pyeongchang in Sud Corea si disputeranno i ventitreesimi Giochi Olimpici Invernali. Un appuntamento atteso da tutti gli appassionati con enorme interesse, come ovvio e con un po’ di preoccupazione vista la vicinanza col confine della Nord Corea tanto al centro delle cronache ultimamente per esperimenti nucleari vari e scaramucce, per ora solo verbali, con gli Stati Uniti.

Per le rappresentative italiane nelle varie discipline l’obiettivo sarà quello di tornare a conquistare una medaglia d’oro dopo il clamoroso zero di Sochi 2014, dove arrivarono solo due argenti e sei bronzi, e il risicato singolo oro di Vancouver insieme a un argento e tre bronzi. Due Olimpiadi disastrose dopo un periodo eccezionale che ci aveva visti stabilmente nelle prime posizioni del medagliere dietro alle superpotenze del settore da Albertville 92 (4-5-4) a Torino 2006 (5-0-6) passando per i trionfali giochi norvegesi di Lillehammer dove erano arrivati sette ori, cinque argenti e otto bronzi. Poi il ritorno al passato, vengono alla memoria i per noi tristissimi Giochi di Lake Placid 1980 dove per gli azzurri erano arrivati solo due argenti.

Andiamo ancora più indietro però per vedere quale fu la prima medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali per un atleta azzurro. Arrivò tardi, nella prima edizione post Seconda Guerra Mondiale, St. Moritz 1948, dopo una serie di “mourinhiani” zeru tituli da Chamonix 1924 a Garmisch 1936.

Arrivò in una disciplina, lo skeleton, tornata olimpica da poco, Salt Lake City 2002, dopo essere stata disputata solo nel 1928 e nel 1948 in occasione dei Giochi di St. Moritz, vera culla della disciplina. Arrivò per merito di un fruttivendolo di Bianzone, un piccolo paese in provincia di Sondrio, Nino Bibbia, classe 1922.

Il padre, appunto fruttivendolo, aveva l’abitudine di salire a St. Moritz valicando il Passo del Bernina per andare a vendere i prodotti della terra al mercato, e aveva iniziato presto a portarsi dietro il piccolo Nino, fino alla decisione, quando il figlio aveva quindici anni, di trasferire la famiglia in Svizzera, scelta che permise al ragazzo di non partire per il fronte durante la Seconda Guerra Mondiale.



Pur lavorando duramente nell’attività di famiglia Nino è un grande sportivo, gareggerà nel salto con gli sci, nella combinata nordica, e troverà anche il tempo di far parte di una squadra di hockey su ghiaccio. Poi quasi per caso scopre il budello di ghiaccio, la leggenda dice a bordo di una casetta della frutta, a livello di divertimento, poi nel 1946 il passaggio all’agonismo e il titolo svizzero, non però nello skeleton, ma nello slittino. Poco prima del Natale 1947, dice sempre la leggenda, ma questo episodio è quasi certamente reale, un cliente gli propose di scambiare una cassa di Chianti che aveva sul carro con cui consegnava la verdura con uno skeleton, e fu la svolta della sua vita: iniziò a lanciarsi sulla mitica Cresta Run, la pista di St. Moritz dove un paio di mesi dopo si sarebbero disputate le prime Olimpiadi del dopoguerra, certo senza pensare di potervi prender parte.  I dirigenti della squadra nazionale italiana, in ricostruzione dopo i drammatici anni del conflitto erano però alla ricerca di qualcuno all’altezza di rappresentare la loro federazione ai Giochi nel bob e nello skeleton, e il Conte Bonacossa segnalò loro questo scavezzacollo valtellinesi che univa alle doti di spericolato funambolo anche una grande serietà verso gli impegni presi. Nino accettò entusiasta, e disputò per prima la prova di bob a due sulla pista della Celerina, chiudendo all’ottavo posto insieme al compagno Edilberto Campadese.

Il 3 febbraio però inizia la prova di skeleton, prevista sull’interminabile distanza delle sei discese lungo l’amatissima Cresta Run. Le prime tre prove partono dalla partenza più bassa, detta Junction, circa a due terzi del tracciato, Nino se la cava sempre meglio, quarto tempo nella prima discesa, secondo nella successiva e primo nella terza, chiudendo la giornata al secondo posto assoluto.

Le gare del 4 febbraio partono in cima alla pista, e, dice sempre la leggenda mai prima di allora Nino era sceso partendo da lì. Scoprirà lungo il budello di essere perfettamente a sua agio a partire dalla cima: stabilirà per tre volte il miglior tempo di manche conquistando un incredibile oro olimpico. Secondo lo statunitense John Heaton, già argento vent’anni prima nelle Olimpiadi di st. Moritz del 1928, e terzo il britannico Crammond. Nei giorni successivi Bibbia partecipò anche al bob a quattro chiudendo al sesto posto.

Negli anni seguenti Nino Bibbia divenne il Re della Cresta Run, gareggiò ancora per trent’anni, vincendo 231 corse sulla pista e tre titoli mondiali, nel 1955, 1959 e 1965, a 43 anni, più otto titoli svizzeri e otto Grand National, gara storica che si teneva sul Cresta Run fin dalla sua costruzione nel 1885., che  vinse per l’ultima volta nel 1972 a cinquant’anni. Con lo skeleton naturalmente non si guadagnava e dunque Nino per vivere proseguì l’attività del padre, gestendo per molti anni la sua bottega di frutta e verdura nel centro del Dorf di St. Moritz. E’ stato presente invitato con tutti gli onori  alle Olimpiadi di Torino 2006, dove una curva della pista di Cesana Pariol era a lui dedicata ed ha vissuto fino al 2013, quando  novantunenne è mancato nell’ormai sua St. Moritz

I Mondiali “dimenticati” ai quali l’Italia parteciperà

I Mondiali “dimenticati” ai quali l’Italia parteciperà

Avete presente la California? Posto assolato, mare, le onde, le belle donne in bikini e i palestrati ricoperti d’olio abbronzante? E Los Angeles, con le sue luci? E poi ancora Hollywood, con i suoi grandi nomi, Palm Springs e i suoi hipster che conquistano anche i deserti assolati di questo Stato della West Coast USA.

Ebbene, dal prossimo 29 novembre (oggi) fino al 3 dicembre, proprio le spiagge e i mari affacciati sull’oceano Pacifico ospiteranno gli “Isa World Adaptive Surfing Championship”, che altro non sono che i mondiali per atleti con disabilità organizzati dall’International surfing association.

A rappresentare per la prima volta i colori della Nazionale italiana ci sono loro, Massimiliano Mattei, Lorenzo Bini, Fabio Secci e Matteo Fanchini, che dell’adaptive surfing (il surf ripensato per chi in piedi non ci può stare più o non ci è mai stato, per i non vedenti e per chi ha subito un’amputazione o è nato già così) sono gli “esperti”. La competizione esiste dal 2015 ma questa è la prima volta in cui un team di azzurri vi partecipa, col sostegno della Federazione italiana sci nautico e wakeboard, del Coni (che ha riconosciuto la Federazione qualche mese fa) e del Comitato italiano paralimpico.

I fantastici quattro

 Massimiliano Mattei e Fabio Secci. Il primo è un ex chef livornese, finito sulla sedia a rotelle a 27 anni dopo un incidente in moto. La sua vita cambia sì, ma non finisce: a salvarlo è lo sport. Dopo aver provato i campi da basket, quelli da tennis, tirato pugni con la boxe decide di comprarsi una tavola da surf – adattandola al suo corpo, installando dei cuscinetti e delle maniglie a cui aggrapparsi – e gettarsi nel suo mare, quello pisano. Fabio invece, è nato con una agenesia tibiale, ossia senza tibia e perone, ma a poco più di un anno aveva già la sua protesi e fin da piccolo ha iniziato a fare sport, alternandosi fra basket e skateboard. I limiti per Secci, 35 anni, non esistono se non nella propria testa. “Non ho mai pensato che la mia protesi potesse rappresentare un problema: per me è sempre stata una gamba a tutti gli effetti, come le altre. Anzi l’ho sempre considerata un modo alternativo per affrontare tutte le sfide della vita e imparare ogni giorno qualcosa di nuovo su me stesso”. Per i due partecipare all’ “Isa World Adaptive Surfing Championship” a La Jolla non è una “novità”: già l’anno scorso erano volati in California pagandosi da soli le spese del viaggio e delle uniformi per gareggiare.

Matteo Fanchini, Lorenzo Bini. Per Matteo, 46 anni, essere non vedente non è mai stato un limite, nella vita come anche nello sport. La scorsa primavera si è gettato da un’altezza di 4000 metri con i paracadutisti della Folgore di Bracciano. Una caduta libera a 200 km all’ora, ma il surf era il suo “sogno proibito” che alla fine è riuscito a realizzare, nonostante tutti glielo avessero sconsigliato: “Ormai faccio surf con una sola guida, riesco a sentire il suono dell’onda che arriva e a percepire la profondità dell’acqua sotto la mia tavola. Non è un percorso semplice da realizzare, ma il mio motto è sempre stato: ‘Non è possibile che sia impossibile”. Lorenzo, fiorentino di 32 anni, è stato l’ultimo dei quattro ad essere convocato per volare in California. Bini, sulla sedia a rotelle da quando aveva 18 anni per colpa di un incidente in vespa, dice che acqua e surf gli hanno cambiato la vita. Quando non è in acqua, lavora per l’associazione toscana Dynamo Camp, dove forma i volontari da inserire nei percorsi di terapia ricreativa per bambini con patologie croniche o gravi. Insieme a Mattei (che l’ha fondata) fa parte del progetto Surf4All, prima scuola di adaptive surf in Italia. “Mi sono buttato nello sport e nel turismo accessibile: a tutti parlo di surf e di come questa disciplina possa aiutare chiunque, non solo a livello fisico, ma soprattutto a livello emotivo”.

La gara. Sei le categorie previste in gara, dagli amputati, con o senza protesi, a chi cavalca le onde da seduto o in posizione prona, da solo o con un assistente, a chi ha disabilità visive. A gareggiare oltre ai nostri azzurri ci saranno una settantina di surfisti provenienti da 24 nazioni diverse: 20 i minuti a disposizione di ognuno per la propria performance e, in base al punteggio, si deciderà chi passerà ai quarti di finale fino ad arrivare all’ultimo round. L’anno scorso l’Italia, pur non avendo alcun supporto dietro, si è classificata 12ma, con in testa Brasile e Stati Uniti. Nonostante il surf sia uno sport ancora di “nicchia” – soprattutto per chi ha una disabilità psico-motoria – nel nostro paese,  i fantastici quattro sono destinati a fare storia.



E se a Rio 2016, durante i giochi, il Comitato olimpico internazionale ha inserito cinque nuove discipline, tra cui il surf, aprendo la strada anche a tutti gli sportivi con disabilità, a Tokyo 2020 si potranno vedere i primi atleti intenti a cavalcare le onde. Il 2024 però è l’anno tanto atteso dai cavalieri delle onde. L’anno delle paralimpiadi di Parigi, dove la ricerca della “cresta perfetta” sarà sinonimo di passione e dedizione, impegno e sacrificio ma soprattutto sarà veicolo di un messaggio importantissimo: cambiare la propria vita, cercando di spingersi oltre i propri limiti, dando e dandosi la possibilità di sperimentare sport estremi, inseguendo i sogni, perché se ci credi nessun limite fisico è più capace di fermarti. In attesa di tutto questo però, in bocca al lupo a questi azzurri con tavola da surf, che dimostrano a tutti noi quanto sia bello

Sport e Molestie: una Storia di abusi sessuali, pedofilia e proposte indecenti

Sport e Molestie: una Storia di abusi sessuali, pedofilia e proposte indecenti

Negli ultimi tempi una vera e propria bomba è scoppiata nel mondo. Da Asia Argento in poi, come un effetto domino, il mondo ha “scoperto” le dinamiche becere di alcuni ambienti, le loro infami regole interne dove se le accetti sei dentro se ti opponi meglio cambiare lavoro. Tramutato nel concreto, dal punto di vista di una donna: se vieni molestata devi stare zitta, altrimenti addio sogni di carriera.

Nell’ipocrisia generale ed il finto stupore di chi da anni sapeva e non ha mai detto nulla facendo finta di cadere dalle nuvole, pian piano tantissime donne sono uscite allo scoperto denunciando i loro carnefici. Tra queste, va detto, alcune hanno visto un’opportunità per tornare alla ribalta dove un lungo periodo nel dimenticatoio facendo anche confusione tra avanche e molestie. Ma questo è un altro discorso.

Non solo Hollywood dunque ma anche lo sport ha vissuto e probabilmente sta ancora vivendo questo annoso problema legato ad abusi e molestie di tipo sessuale.

PENN STATE E L’ABUSO SU MINORI:

Era il 2011 quando Jerry Sandusky, assistente del coach della squadra di football americano a Penn State venne prima accusato e poi condannato per abuso su minori. Il numero delle vittime si è fermato a quota 45 e la pena per lui furono 60 anni di carcere. Il coach di Penn State, Joe Paterno, una leggenda, fu costretto a dimettersi perché accusato di aver coperto il collega .

NASSAR E LE GINNASTE:

125 ragazze molestate è invece il record di Larry Nassar, dottore sportivo della nazionale americana di ginnastica e di Michigan State, vero e proprio mostro senza limiti. Per lui la condanna a 25 anni di prigione.

HOPE SOLO E BLATTER:

Anche la campionessa e portiere della nazionale di calcio americana Hope Solo è uscita allo scoperto su una molestia subita nel corso della sua carriera ad opera dell’ex numero 1 della FIFA Blatter. Solo è conosciuta per una vita molto al di sopra delle righe, la sua denuncia riguardava una palpata al sedere subita dall’alto dirigente calcistico che ha smentito ovviamente l’accaduto.

P COME PREMIER, P COME PEDOFILIA:

Anche la Premier League non è stata immune alle molestie. Quattro ex giocatori decisero di parlare alla BBC in merito a quanto accadeva nei settori giovanili di alcune squadre inglesi quando muovevano i primi passi nel football. A finire sul banco degli imputati l’ex tecnico dei vivai di alcune delle maggiori compagini britanniche, Barry Bennell, già accusato di pedofilia e di altri 23 capi d’accusa collegati, e finito in carcere negli anni 90.

Ad aprire il vaso di Pandora ci pensò la prima volta, nel 1997, Ian Ackley, che dichiarò di essere stato molestato sessualmente almeno 100 volte dal tecnico ai tempi in cui allenava le giovanili del Crewe Alexandra, nel periodo in cui aveva un’età compresa tra i 10 e i 14 anni. A fare da eco alle parole di Ackley, altri giocatori che attraverso il Mirror e il Guardian hanno confermato le sue parole, dichiarando che anche loro sono state vittime della attenzioni sessuali del tecnico.

ANCHE MARADONA:

Anche il pibe de oro è finito nella cronaca per una presunta molestia nei confronti della giornalista russa Katerina Nadolskaya finita nuda nella stanza di albergo di Maradona per “un’intervista”. La cosa è passata molto in sordina, fosse successo ora il caso avrebbe avuto un risvolto mediatico di gran lunga superiore. Lei disse che Maradona l’ha molestata mentre il suo entourage le tirava delle banconote in faccia, il pibe de oro racconta invece che lei si spogliò di sua intenzione contro la sua voglia.



NAZIONALE SVEDESE E LA PASSIONE PER IL DICK-PIC:

Gunilla Axen, ex giocatrice di calcio della nazionale svedese ha confessato che dal 2003 al 2010 riceveva, insieme ad altre due sue colleghe, foto del pene di alcuni giocatori della nazionale maschile svedese. Non ha fatto i nomi dicendo che solo il fatto che questi “signori” possano sentire una cosa li impaurirà talmente tanto da non farlo mai più.

FAUSTO CUSANO E LA CASTRAZIONE CHIMICA:

Fausto Cusano, ex allenatore romano di una scuola calcio dell’Eur a Roma, è stato prima accusato e poi condannato per abusi su minori. Aveva narcotizzato alcune vittime prima di abusarne e installato delle microcamere negli spogliatoi. La polizia trovò infatti in casa sua tantissime cassette con materiale pedopornografico. In sede di processo riconobbe la sua malattia tanto da chiedere di venirne liberato mediante l’utilizzo della castrazione chimica così da farlo tornare ad una vita normale.

TAVECCHIO E LA DIRIGENTE SPORTIVA:

Appena dimessosi da Presidente Federale, Carlo Tavecchio ha ricevuto un’altra brutta notizia. Sembrerebbe infatti che una dirigente federale sia pronta a denunciarlo per molestie sessuali e avrebbe prove audio e video per denunciarlo. I legali dell’ex presidente sono già all’opera e vedremo come andrà a finire questa storia.

Lina Khalifeh: la combattente giordana e la sua palestra in difesa delle donne

Lina Khalifeh: la combattente giordana e la sua palestra in difesa delle donne

Lina Khalifeh, fondatrice di “SheFighter”, tecnica di autodifesa per le donne, in Giordania ha formato più di 12.000 donne.

Lina Khalifeh ha una missione nella vita: quella di combattere la violenza di genere in Medio Oriente, insegnando alle donne vittime di bullismo e abusi le tecniche di base dell’autodifesa. Lina, 30enne giordana, ex campionessa e cintura nera di Taekwondo, dal 2010 diffonde il metodo di autodifesa “SheFighter”. I primi passi mossi nella cantina di casa con 4-5 ragazze al seguito. Nel 2012 riesce finalmente a realizzare il suo sogno e ad aprire una palestra ad Amman, Giordania, dove insegna il metodo da lei sperimentato, che mira a rafforzare le donne da un punto di vista fisico e mentale, per garantirne la dignità sociale.

Nel suo centro è vietato l’ingresso agli uomini, per far sentire le donne al sicuro e libere di indossare ciò che le fa sentire più a loro agio durante gli allenamenti, ma da poco la palestra è stata aperta anche ai bambini maschi vittime di bullismo nelle scuole.



La passione per l’autodifesa – Lina da piccola era una vera e propria combina guai. Subiva spesso atti di bullismo dai suoi coetanei maschi perché cercava di competere con loro per sfatare il mito delle bambine ‘sesso debole che vestono di rosa’. A 5 anni si iscrive ai corsi di arti marziali in una palestra vicino casa e a 14 anni sale per la prima volta sul ring, senza scendere più. “Sin da piccola, ogni volta che sento di abusi o atti di violenza sulle donne rimango scioccata. Penso che queste non dovrebbero essere colpite per nessun motivo e che non è vero che sono il sesso debole. Sono in grado di cambiare il mondo e invertire questa tendenza che le vede subordinate agli uomini, solo che non lo sanno”. “Così, conoscendo bene le arti marziali, ho deciso di fare qualcosa, per dar loro una voce e una linea guida per uscire dal pantano di una società ancora troppo a guida patriarcale”.

Riconoscimenti – I suoi sforzi e la sua passione l’hanno portata a ricevere riconoscimenti in tutto il mondo: nel 2015 viene invitata alla Casa Bianca, dove nel corso del Global Enterpreneur Event, Barack Obama elogia i suoi sforzi per rendere la sua società un posto migliore per donne e bambine; nel 2016 a Dubai vince il premio Naseba come miglior imprenditrice dell’anno; alle Nazioni Unite a Ginevra riceve il premio Women in Business Global Award 2016, nello stesso anno partecipa in Canada alla One Young World Forum dove allena, tra le altre, l’attrice Emma Watson. Altri riconoscimenti, workshop e presentazioni la portano in Brasile, Svezia, Repubblica Ceca, Turchia, Libano, Pakistan, Malesia, Arabia Saudita.

In questi anni la lottatrice giordana ha formato più di 12mila donne di tutte le età tra Giordania e Medio Oriente, collaborando anche con le scuole e le università locali. In particolare si dedica alle rifugiate siriane e palestinesi. Dal 2016 collabora con Un ponte per…, l’Ong attiva da anni nel nord della Giordania. L’organizzazione ha pianificato il primo tour in Italia di Lina, che sarà ospite a Pisa, Roma, Bologna e Padova presso i Comitati locali dell’organizzazione.

 

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

In una famosa canzone Zucchero cantava “donne, tududu, in cerca di guai” e sono sempre donne quelle che ancora oggi – soprattutto nello sport – sono allo sbando e senza “compagnia”. Fece scalpore lo spot della Nike dello scorso marzo le cui protagoniste del video sono donne, ragazze, bambine che  fanno parkour, pattinaggio su ghiaccio, equitazione e anche boxe. Non in un paese occidentale ma nel loro, in Medio Oriente. Cosa diranno di te?, dice una voce fuori campo, mentre una di loro corre e si becca gli sguardi di disapprovazione di un uomo che la vede passare. Alla fine lo spot conclude: ”forse diranno che sarai la prossima campionessa”. L’azienda produttrice di abbigliamento e accessori sportivi aveva voluto polemicamente ricordare al mondo dello sport un’annosa questione, quella della discriminazione di genere.  In Medio Oriente – si sa – la situazione non è mai stata facile in materia di donne e diritti, in Arabia Saudita, però, la situazione è molto pesante. Alle donne viene assegnato un tutore di sesso maschile (il padre, il marito, il fratello o persino il figlio, purché maschio) che deve “accompagnarle” nelle attività quotidiane. Chi nasce donna, in Arabia Saudita, non può guidare l’auto e nemmeno praticare sport. Una legge del 1960 (anno in cui le scuole statali sono state aperte alle donne) sottolinea infatti come l’educazione fisica non sia prevista nel percorso di studi delle bambine e solo gli uomini possono appartenere a club sportivi o lavorare in ambienti del settore.

Non che nel nostro paese le cose vadano meglio. Citando l’enciclopedia Treccani, anche nel belpaese la questione è sempre legata a retaggi socio-culturali vecchi come il mondo. “Se per i giovani maschi lo sport costituisce ancora un rito di passaggio quasi obbligato, incarnando caratteristiche maschili idealizzate come la competizione, l’aggressività e la lealtà, […] l’attività fisica e sportiva è considerata nemica della femminilità: agli occhi della maggior parte delle popolazioni occidentali, le donne atlete sono apparse a lungo come una deviazione dalla femminilità, una virilizzazione anomala, tanto che persino la correttezza dei loro orientamenti sessuali è stata messa in discussione.” Le donne che praticano sport – secondo alcuni – non sono femminili o sensuali, non sono ammiccanti né “accoglienti”. Poco femmine, per dirla con una parola sola. E l’attività sportiva peggiora e mascolinizza l’aspetto delle donne che lo praticano, portando gli uomini a vederle come soggetti tendenti all’omosessualità.


E la situazione non cambia neanche se guardiamo l’aspetto giuridico della questione. In Italia, la legge del 23 marzo 1981 n 91 recita all’art. 1 che “l’esercizio dell’attività sportiva, sia essa svolta in forma individuale o collettiva, sia in forma professionistica o dilettantistica, è libero”, mentre all’art. 2 si trova scritto: “[…] sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI […]”. Nel testo però non si fa riferimento alle atlete. Cosa significa questo? Che in Italia non esistono atlete professioniste. Molte sono considerate sportive dilettanti (anche se di fatto sono campionesse olimpioniche) e non hanno accesso alle tutele previdenziali stabilite per il mondo dei professionisti; soprattutto vengono pagate molto meno rispetto ai colleghi maschi. Un esempio su tutti? Da noi il compenso delle calciatrici è uguale a quello di un impiegato. Nel resto d’Europa invece i compensi di uomini e donne calciatori/calciatrici sono quasi identici, anche se – c’è da dirlo – sulla rivista americana Forbes, fra i cento atleti più pagati al mondo si trovano fino a ora solo due donne (Serena Williams 28,9 milioni di dollari, 40° posto, e Maria Sharapova, 21,9, 88° posto). Niente parità fra i sessi nel settore sportivo insomma. E da noi, niente accesso alle categorie pro per chi nasce donna, come se fosse una colpa, un marchio, come se una legge dell’81 non potesse essere modificata una volta evidenziato l’errore. Su 60 solo 6 discipline sportive sono qualificate come professionistiche: calcio, pallacanestro, golf, pugilato, motociclismo e ciclismo. Nessuna prevede un settore “pro” per le atlete. Perché? Secondo la senatrice Josefa Idem – che da anni combatte per cambiare la legge 81/91 –   anche perché il Governo dello sport nazionale è in mani maschili: ai vertici delle varie Federazioni infatti, non c’è traccia di quote rosa.

Il punto è che per una donna, non è facile: nel lavoro, quando lo cerchi e ti ritrovi di fronte qualcuno che in realtà vuole altro, nei rapporti con i colleghi che spesso ti rendono difficile fare qualsiasi cosa, nella vita privata, perché una donna incinta è una perdita per qualsiasi azienda e quindi va mandata via. E nello sport: scendere in campo, in pista, in un palazzetto, in una piscina, e in qualunque luogo di competizione con un abbigliamento che esalta il fisico, mettendo a nudo qualunque difetto, rende tutto ancora più difficile. Nello sport femminile, ancora saturo di discriminazioni e luoghi comuni, alla fine, a parità di carriera sportiva, spesso conta solo una cosa: il fisico. Quello che il commentatore sottolinea, quello che  il presentatore tv sbircia, quello che il maschio da casa aspetta con eccitazione e il compagno di palestra scruta senza farsi notare, quello che invece qualcun altro definisce mascolino e omosessuale. Tutto il resto, è dimenticato.

Forse non c’è proprio tutta questa parità di genere che oggi si millanta, forse siamo ancora noi a essere viste come l’angelo del focolare, come quelle che non possono competere se non con un bel fondoschiena e una quarta di seno. E siamo sempre noi a doverci sottomettere a logiche sessiste e maschie, all’idea di dover essere condiscendenti, mansuete, docili. Non è così che dovrebbe essere. Meritiamo lo stesso stipendio di un uomo a parità di ruoli, meritiamo di non dover subire avances sessuali se ci presentiamo a un colloquio di lavoro, meritiamo di non essere viste come oggetti lussuriosi privi di qualsivoglia capacità mentale. E no, non è banale femminismo. Siamo ancora in un mondo pieno di cultura maschile e ancora una volta siamo noi a dover fare la differenza: spezziamo la catena. Nella vita, nel lavoro, nello sport.

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