Steven Bradbury: quando l’idolo della Gialappa’s rischiò di morire

Steven Bradbury: quando l’idolo della Gialappa’s rischiò di morire

Il titolo olimpico conquistato da  Steven Bradbury a Salt Lake City nel 2002 è rimasto nella storia come una delle maggiori sorprese di sempre. Il pattinatore australiano superò i quarti di finale nella gara dei 1000 metri dello Short Track grazie a una squalifica, poi pattinò ultimo per tutta la semifinale riuscendo a qualificarsi solo grazie a una serie di cadute avvenute davanti a lui negli ultimi due giri, mentre in finale fu una singola caduta generale all’ultimo giro che gli permise di risalire da quinto e ultimo a primo, per un soffio davanti allo statunitense Apollo Ohno che dopo essersi rialzato in qualche modo si era lanciato verso il traguardo senza però riuscire a tagliarlo prima di Bradbury che sopraggiungeva dalle retrovie. Il successo dell’australiano rimase in dubbio per lunghi minuti, si parlava di ripetere la finale, ma i giudici visionati i filmati non poterono far altro che convalidare l’ordine di arrivo: Bradbury, staccatissimo, non aveva ovviamente nessuna responsabilità nella caduta avvenuta davanti a lui, e aveva regolarmente completato il percorso, quindi non c’era motivo alcuno per cui dovesse essere costretto a rifare la gara, venne quindi proclamato Campione Olimpico, il primo atleta dell’emisfero sud a riuscire nell’impresa ai Giochi invernali.

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Venne a lungo considerato l’uomo più fortunato del mondo e anche preso in giro: in Italia circola un video della Gialappa’s dove viene crudelmente e ingiustamente sbeffeggiato. Invece dietro a quell’oro fortunato c’è la storia di un ragazzo che per il pattinaggio ha rischiato la morte, che non ha voluto cedere quando tutti gli consigliavano di smettere di rischiare e che alla fine il destino ha voluto ricompensare.

Steven Bradbury, nato a Camden il 14 ottobre 1973, fu un ottimo interprete dello Short Track fin da ragazzo, come componente della staffetta australiana  nel 1991, appena diciottenne, fu medaglia d’oro ai Mondiali, nel 1993 bronzo, nel 1994 bronzo ai Mondiali e argento alle Olimpiadi di Lillehammer dove fu anche ottavo nei 1000 metri individuali. Poche settimane dopo quei risultati olimpici, durante una gara di Coppa del Mondo a Montreal  dopo uno scontro con il pattinatore italiano Mirko Vuillermin subì un gravissimo taglio all’arteria femorale causato dalla lama dei pattini dell’altro atleta. Perse quattro litri di sangue, rimase qualche giorno tra la vita e la morte, venne ricucito con 111 punti, lottò diciotto mesi per ristabilirsi: ci riuscì pienamente ma non poté più essere un pattinatore di primo livello. Non volle però smettere, non accettando di essere sportivamente finito a soli 21 anni. In Australia i praticanti della disciplina non sono molti, e dunque riuscì sempre a mantenere un posto in Nazionale, fu olimpionico anche a Nagano ’98, ottavo in staffetta, diciannovesimo sui 500 metri e ventunesimo sui 1000, e decise di proseguire ancora.

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Quando a Salt Lake City superò il primo turno dei 1000 metri qualificandosi ai quarti fu certamente lui il primo a pensare di aver fatto il massimo. Dopo aver raggiunto anche le semifinali grazie a una squalifica come dicevamo all’inizio, Steven sapeva di non avere nessuna possibilità di andare ancora oltre, e decise di concerto col suo allenatore di giocare la carta dell’attesa. Nello Short Track le cadute e le squalifiche sono all’ordine del giorno, la pista cortissima come dice il nome stesso della disciplina, 111,2 metri, e cinque atleti lanciati a oltre 50 orari senza essere divisi da corsie, provocano autentiche battaglie che spesso si concludono con pattinatori che rotolano sul ghiaccio e giurie che prendono provvedimenti per sanzionare i contatti non leciti. Sicuramente Bradbury non pensava sistemandosi ultimo a distacco di poter arrivare alla medaglia d’oro, ma magari a un piazzamento un po’ migliore dell’ultimo posto in semifinale.

Invece il destino quel giorno decise di ricompensarlo per tutte le sue sofferenze e di premiare la sua cocciuta determinazione nel voler continuare ad ogni costo ad essere un pattinatore, e non lo fece regalandogli  una finale o una medaglia di bronzo, traguardi che sarebbero stati già enormi per il livello di Bradbury dopo l’incidente, ma con la gloria olimpica. Steven  non poteva chiedere altro e non lo fece. Non gareggiò mai più e dal 2003 fu attorno alle piste di Short Track come commentatore televisivo. Per non farsi mancare nessuna emozione, negli anni seguenti divenne pilota automobilistico per qualche stagione nella Formula Vee australiana: è salito due volte sul podio nel 2007.

Guardiamo allora la sua impresa commentata dalla Gialappa’s

 

Correre per guarire: le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Correre per guarire: le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Cominciò tutto con due sorsi di birra, a tredici anni. Iniziò così la road to perdition di Todd Crandell: tredici anni di dipendenza da droga e alcool. Sarà lo sport a fargli riveder le stelle. E il più faticoso di tutti, l’Ironman, il triathlon estremo: 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e una maratona, da completare in meno di 17 ore. Veloce verso il traguardo per alleviare l’agonia. Il fisico provato oltre ogni limite diventa testimonianza di rinascita. È questo che insegna oggi a generazioni di americani nei suoi discorsi motivazionali e attraverso l’associazione che ha creato, Racing for Recovery. Correre per guarire.

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Ma da cosa doveva guarire il tredicenne Todd? La risposta è nascosta nelle ombre di una foto di famiglia. È scattata a Sylvania, nel 1968: Terry, 24 anni, abbraccia la bionda Louise, di 21. Si sono conosciuti quando Louise ne aveva 16 e Terry uno studente della Ohio State University tornato a casa a trovare i genitori. La nascita di Todd cambia la vita di Louise, che cerca di dimenticare la depressione con l’eroina, lo speed, l’LSD. Terry ottiene il divorzio e la custodia del figlio. Louise promette che vuole rimanere sobria ma il 23 settembre 1970 prende la macchina e si lancia a tutta velocità giù da un ponte sulla Route 23: è il primo suicidio al volante nella storia dell’Ohio. Todd ha tre anni.

È il vuoto di quella morte che cerca di riempire. La prima volta diventa presto una seconda, dall’assaggio di birra a un’intera bottiglia di Jack Daniels il passo è brevissimo. Presto si aggiungono marijuana, cocaina, eroina, e poi Valium, Percodan, Quaaludes (grazie a un amico farmacista). Eppure, riesce a nascondere la dipendenza dall’alcool in famiglia e ai compagni di squadra. Sì, perché Todd è la stella della squadra di hockey della  Northview High School, il portiere che li sta portando verso il titolo dell’Ohio del 1985. Ma prima di una partita, Todd viene scoperto a tirare di coca. Il coach, Jim Cooper, decide di cacciarlo dalla squadra. È una decisione difficile, uno dei giocatori gli dice senza troppi giri di parole: “Così sta buttando via il titolo dello stato”.

Todd butta via anche di più: la borsa di studio per la Ohio University, il sogno di giocare un giorno nella National Hockey League, il rispetto della famiglia. “Questo è il giorno più brutto della mia vita dopo il suicidio di tua madre” gli dice il padre in lacrime. Passeranno otto anni perché Todd tocchi il fondo, perché decida di reagire.

È il 13 aprile 1993, Todd viene fermato per la terza volta per guida in stato di ebbrezza. Ha una concentrazione di alcool nel sangue di 0,36: 0,4 è considerato coma etilico. “È la cosa migliore che mi sia mai capitata” ha detto. “In quel momento mi son detto che avrei messo per restare sobrio la stessa determinazione con cui ero rimasto dipendente da alcool e droghe per tutti quegli anni”.

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Anni in cui ha guardato le gare di triathlon estremo e sognato un giorno di provare a correrle, fino a quel 6 novembre 1999, alle Hawaii.Quel giorno sono diventato una delle poche persone al mondo, forse meno di 50mila, che hanno finito un Ironman. Mi ha reso un uomo migliore dal punto di vista fisico, emotivo, spirituale”.

Così,ha provato a restituire, a condividere un messaggio di speranza, ha insegnato a correre per guarire, ha promosso lo sport per prevenire, per evitare di vedere giovani prendere la sua stessa cattiva strada. Oggi attraverso Racing for Recovery organizza incontri di gruppo, è diventato un counselor molto richiesto e viene invitato a tenere discorsi anche nelle scuole. Ha raccontato la sua vita in un libro, From Addict to Ironman, e in due film, Addict: racing for recovery Running with Demons.

L’associazione, spiega il padre che vive poco lontano da Todd, dalla moglie Melissa e dai loro quattro figli, “fa per Todd, ogni quanto, tanto quanto lui fa per tutti quelli che partecipano dagli eventi. È questo il suo percorso per rimanere sobrio e per stare dove ha bisogno di essere”. Perché, come ha scritto anche in un suo secondo libro, There’s More Than One Way to Get to Cleveland: 10 Lifestyles of Recovery That Lead to Freedom From Addiction, non c’è una sola via per liberarsi dalla dipendenza. C’è, questa sì, un solo punto di partenza. Comincia tutto con la forza di volontà individuale. “La strada verso la libertà è disponibile per tutti” spiega. “Ma non è una strada per quelli che vogliono. È per quelli che lo fanno”.

Professionismo contro Dilettantismo: se in Italia esiste lo Sport di Serie A e Serie B

Professionismo contro Dilettantismo: se in Italia esiste lo Sport di Serie A e Serie B

La definizione di Sport della Commissione Europea definisce che “qualsiasi forma di attività fisica che, mediante una partecipazione organizzata o meno, abbia come obiettivo il miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche, lo sviluppo delle relazioni sociali o il conseguimento di risultati nel corso di competizioni a tutti i livelli”…è Sport.

E allora perché qualche giorno fa il Presidente dello CSEN, il più grande Ente di Promozione Sportiva italiano, ha dichiarato che si cerca di “istituzionalizzare”, di rendere stabile, il convincimento che esista una “superiorità” oserei dire “genetica”, concettuale, culturale delle Federazioni e delle Discipline Associate nei confronti degli Enti di Promozione Sportiva, quasi quest’ultimi rappresentassero il movimento sportivo di serie B “ quando alla luce della definizione di Sport della Commissione Europea citata precedentemente e in pratica la base associativa di chi fa Sport è largamente e solidamente appannaggio degli Enti di Promozione.

Il Coni, organo supremo dello Sport in Italia, centro di tutte le dinamiche del mondo dello sport italiano, decide quali sono gli sport “ufficiali” e questa scelta ha come conseguenza pratica quella di poter fruire delle agevolazioni fiscali tipiche dell’associazionismo sportivo e quindi va a impattare su migliaia di operatori e milioni di fruitori delle discipline sportive. E’ di pochi giorni fa la notizia che lo Yoga è stato inserito, seppur tardivamente, nell’elenco.

“Il CONI insiste ad elaborare e a mettere in pratica norme in tema di promozione  sportiva, in regime, passatemi il termine, di assoluta autoreferenzialità, inaudita altera parte; si ha, insomma, la netta sensazione che gli Uffici preposti perseguano una politica “federo-centrica” creando una simbiosi Uffici/Commissioni (e qui il mio pensiero, è palese a tutti!, necessariamente, corre a quella fiscale) che ha scontentato tutti finendo per mettere in crisi l’intero sistema sportivo nazionale” dichiara ancora il Presidente Proietti.

Siamo sicuri che la difesa dello sport italiano debba passare da un elenco di sport riconosciuti? Non è un’attività sportiva in sé che ha il bollino di onestà, utilità, qualità ma come viene svolta e gestita l’attività, come non è possibile catalogare un lavoratore sportivo come dilettante o al contrario professionista a seconda dell’attività sportiva che svolge.

Purtroppo non è così. Per poter fruire delle norme agevolative l’associazione sportiva deve essere riconosciuta dal Coni e quindi far parte degli sport “ufficiali”. Tutto questo è folle. Servirebbero dei criteri il più oggettivi possibili ma cercando di non “togliere” ad alcune attività sportive per fare in modo che a beneficiarne siano solo alcune sulla base di una presunta superiorità ontologica che favorisce in modo sfacciato lo sport competitivo in confronto a quello che competitivo non è.

 

 

Olimpiadi a picco: se il CIO deve scendere a patti per rifilare i Giochi a qualcuno

Olimpiadi a picco: se il CIO deve scendere a patti per rifilare i Giochi a qualcuno

I dirigenti della città di Los Angeles hanno annunciato un accordo con il Comitato Olimpico Internazionale per ospitare le Olimpiadi del 2028, lasciando così i Giochi 2024 a Parigi. Una vera e propria trattativa, quella che è andata avanti in questi mesi e che ha portato a questo accordo a dir poco sorprendente.

Il sindaco di Los Angeles, Eric Garcetti, ha commentato in maniera positiva la notizia:  “Sappiamo che dovremo onorare l’eredità olimpica e dovremo farlo nel migliore dei modi”. In tutti i modi si tratta di una procedura piuttosto inusuale per quanto riguarda il comitato olimpico. Una trattativa con Los Angeles e Parigi che mette fine quindi alla corsa ai Giochi olimpici per i prossimi 10 anni. Una vittoria per tutti: per Parigi che avrà quindi i suoi giochi nel 2024 e per Los Angeles che, temendo di perdere il confronto con la capitale francese, ha preferito differire l’impegno olimpico di 4 anni per provare a riproporre il modello, vincente, dei Giochi del 1984. Un successo anche per il Cio che stava avendo non poche difficoltà a trovare città disponibili a candidarsi per ospitare i giochi. Una questione che stava diventando sempre più annosa, e che per il momento, l’accordo Parigi-Los Angeles-Cio, ha risolto in maniera positiva. Dopo i ritiri di Roma, Budapest e Amburgo, il Cio aveva paura di non avere più città pronte ad ospitare i Giochi. Con questa duplice soluzione, invece, si risolve il problema e si da ossigeno alle casse del Cio sempre più in difficoltà. In America sono convinti che questi altri 4 anni di preparazione ai Giochi possano essere solamente positivi, per permettere alla città degli Angeli di prepararsi al meglio, consentendo una maggiore espansione del sistema metropolitano della città.

I Dettagli dell’accordo- Secondo l’accordo, il CIO darà almeno 1,8 miliardi di dollari alla commissione organizzatrice di Los Angeles ed effettuerà un pagamento anticipato di 180 milioni di dollari per compensare il comitato locale per i quattro anni supplementari che deve lavorare oltre che a 160 milioni di dollari per i programmi per i giovani sportivi.

Thomas Bach, il presidente del CIO, aveva in un primo momento smentito questa soluzione, dichiarando che i Giochi stessi erano un dono, salvo poi rivedere la sua posizione. Come parte dell’operazione, il CIO ha anche accettato di perdere la sua consueta quota del 20 per cento di qualsiasi potenziale eccedente relativamente alle entrate dall’evento al comitato organizzatore locale. Il consiglio urbano di Los Angeles e il comitato olimpico degli Stati Uniti voteranno l’accordo in agosto e, se approvato, lo invieranno al CIO per il suo voto a settembre. Il CIO, a sua volta, dovrebbe annunciare formalmente l’assegnazione dei Giochi in una riunione a Lima, in Perù, il 13 settembre.

Rischio d’Impresa e Polemiche – Le stime di costo e logistica che Los Angeles si è preparata ad affrontare sono probabilmente superiori a quelli se i giochi si fossero tenuti nel 2024. Il piano di Los Angeles dipende dal suo sistema di stadi e arene, alcune rimaste dalle Olimpiadi del 1984, e appartenenti a grandi squadre sportive e a campus universitari, che in teoria dovrebbero sensibilmente ridurre i costi di costruzione. Il costo stimato è di 5,3 miliardi di dollari, anche se i funzionari della città prevedono che il finanziamento possa venire da fonti private e vendite di biglietti. Si pensa quindi che l’organizzazione dei giochi si possa praticamente autofinanziare. Negli Usa comunque la candidatura di Los Angeles ha destato non poche polemiche: in primis perché Il Comitato Olimpico statunitense aveva in un primo momento scelto Boston come città da candidare. Candidatura poi decaduta, come quella di Roma, a causa di una fortissima pressione dei cittadini di Boston. Proteste che stanno montando anche a Los Angeles dove è sorto anche un comitato chiamato proprio “No Olympics La”: Nel sito ufficiale del comitato si leggono tutte le motivazioni supportate anche da profonde analisi: “Se LA dovesse ospitare le Olimpiadi, vedremo violati i diritti umani di vasta portata e la perdita della nostra città agli interessi dei contraenti, degli sviluppatori, delle società di media e degli interessi speciali che hanno progettato l’offerta.  C’è un motivo per cui Roma, Boston, Amburgo, Budapest, Cracovia, Oslo, Stoccolma e altre “città intelligenti” hanno recentemente abbandonato la corsa olimpica; Ascoltarono la pressione di base – vale a dire le voci effettive nelle loro città – e alla fine fecero la cosa giusta”. Una presa di posizione netta che rende comunque più tortuosa la strada verso il 2028 perché gli organizzatori sono pronti a dare battaglia per impedire quello che secondo loro potrebbe essere un vero e proprio scempio.

 

Di certo le cifre che verranno stanziate per le Olimpiadi del 2024 e del 2028, potrebbero lasciare un po’ l’amaro in bocca per la rinuncia da parte di Roma alla corsa olimpica. Tanti soldi che in una città così bisognosa di rinnovamento e manutenzione, sarebbero stati una vera e propria manna dal cielo. Di certo poi c’è il rovesciamento della medaglia: Roma sarebbe stata un città pronta ad altri anni di lavori, disagi e quant’altro? La disquisizione in merito sarebbe lunga e, a questo punto, praticamente inutile. Solo dopo le prossime olimpiadi sapremo chi avrà avuto ragione e chi no, per ora parola ai cantieri.

Bolt arriva terzo ma vince lo stesso. E l’atletica si scopre “rosicona”

Bolt arriva terzo ma vince lo stesso. E l’atletica si scopre “rosicona”

Si può vincere arrivando terzi? Certo che si può. Anche perché non ci crediamo, Usain, che la tua Ultima Corsa si chiuda con una sconfitta. La notte di Londra celebra l’ultimo lampo di Bolt, che risplende su una medaglia di.. bronzo Su una medaglia. Va bene, il cronometro non ha sentimenti. Premia Justin Gatlin (9.92) davanti a Christian Coleman (9.94). Il giamaicano, soltanto bronzo in 9.95. Ma ha vinto. Eccome. Il tributo è tutto per lui.

Justin il guastafeste. Come ti sei permesso?

Just in Time per rovinare la festa. Vince Gatlin e rimane l’amarezza. Forte. Una delusione enorme. Talmente intensa da spingere il civilissimo pubblico inglese a fischiare un trentacinquenne che, comunque, se la a va a cercare portandosi l’indice all’altezza della bocca. Reazione comprensibile. Paradossale. Campione del mondo senza onore. Ha vinto la medaglia d’oro nel momento più sbagliato possibile. E, oltre ai fiori, si becca anche fischi. Macchiatosi, proprio a Londra, del reato di lesa maestà. Come si è permesso di vincere? Perchè questo eccesso di confidenza? In un impeto di pancia che non appartiene al mondo della atletica, si consuma un momento di rara antisportività. La gente abbandona gli spalti. Roba che non succede mai. Sembra calcio. Non lo è. Semplicemente, si va via, perché non c’è nessuna festa.

Usain, però, non perde il buonumore

Quantificare la delusione in nove secondi e novantacinque centesimi non è facile. Specialmente se arrivi a tre centesimi di secondo dalla vittoria più importante. Un anelito. Un soffio di fiato. Un attimo. Sarebbe bastato azzeccare la partenza. Il giamaicano,come sempre, scatta dai blocchi senza scioltezza e mantiene un passo rigido, quasi bloccato, sino agli ultimi trenta. Poi quattro cinque falcate da Bolt. Quanto basta per entrare in zona medaglia. Non sufficiente a centrare il gradino più altro del podio. Usain si amareggia, ma non come il pubblico. Capisce che la gente ha bisogno comunque di lui, anche se non ha vinto. E allora, in un gesto d’amore, non rinuncia al suo Show. Grazie, arrivederci. Alla staffetta. Perché c’è ancora una medaglia: quella della 4X100. Lì non si scappa. Festa solo rimandata, ma non importa. Faccelo ancora, l’arciere. Una volta sola…non puoi lasciarci così…

 

 

 

 

Calcio Balilla: quando lo sport è vintage

Calcio Balilla: quando lo sport è vintage

Il gioco è una delle fonti principali di intrattenimento. Ne esistono di varie tipologie. Ce ne sono alcuni che richiedono un maggior dispendio fisico e altri che richiedono capacità mentali complesse. Un’attività ricreativa che può essere intrapresa semplicemente come momento di puro divertimento e di svago oppure  a livello competitivo, con regole e obiettivi ben definiti.

Nella storia, il gioco ha avuto un’evoluzione esponenziale. In passato la natura era il compagno di gioco principale: alberi, sassi, terra e acqua erano parte integrante del divertimento. Con l’avanzamento e la crescita tecnologica ha preso sempre più campo la dimensione virtuale, che ha portato a staccare sempre di più la connessione con la realtà terrena, tanto bella quanto vitale.

Tutto cambia e anche i giochi passano. Alcuni rimangono, altri dopo il periodo “di moda” lasciano una flebile traccia mentre altri non tramontano e non tramonteranno mai. Il calcio balilla è uno di questi.

Il “calcetto” è un gioco che è conosciuto in tutto il mondo. Negli oratori e nelle sale giochi non fa mia mancare la sua presenza. È un gioco che soprattutto per chi ama il calcio, fa sognare: si simula una partita di calcio, in cui i giocatori manovrano, in un tavolo da gioco apposito con sponde laterali e  tramite barre, le sagome di piccoli giocatori cercando di colpire con essi una pallina per spingerla nella porta avversaria.

Le origini del calcio balilla risalgono al periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale in Europa, ma non si conosce con certezza l’autore. Tra i possibili inventori sono citati in Germania il tedesco Broto Watcher e in Francia un operaio della Citroen, in Inghilterra Harold Sea Thornton registrò il brevetto di un “apparato per giocare un gioco di footbal” nel 1922, ma comunque nei primi anni del XIX secolo sono stati registrati numerosi brevetti per giochi di questo tipo, con piccoli miglioramenti e differenze, rendendo difficile riuscire a stabilire con precisione l’inventore originale.

In Spagna l’invenzione viene accreditata a Alejandro Finisterre,  che ha registrato un brevetto per il futbalìn solo nel 1937. Il primo calcetto italiano sarebbe stato costruito artigianalmente da un artigiano di Poggibonsi nel 1937. La produzione industriale dei calcio balilla è iniziata in Francia nel 1947 grazie al marsigliese Marcel Zosso che creò i primi biliardini in serie, simili a quelli che conosciamo oggi. Il successo è stato immediato, tanto che Zosso ha iniziato a esportare all’estero la propria attività. Nel 1949 Zosso è arrivato in Italia. La famiglia Garlando è stata tra le prime a produrre calcetti: nel 1950 è stato realizzato il primo di una lunghissima serie, visto che oggi Garlando è diventato leader mondiale del settore.

Negli anni cinquanta il calcetto si è diffuso anche negli Stati Uniti d’America. Qualche anno dopo ci fu in vero boom negli States: i soldati americani che avevano combattuto in guerra in Europa ritornarono a casa e lo fecero conoscere a parenti e amici. Dagli anni ’50 la disciplina ha iniziato ad assumere le caratteristiche di sport, con tanto di federazioni, associazioni, tornei e campionati. A Parigi si è svolta la prima Coppa del Mondo nel 1998.

Nei vari paesi del mondo il calcio balilla ha avuto una propria evoluzione: esistono differenze di tavoli da gioco, regole e discipline. Quello che li accomuna è la voglia di divertirsi e sfogare il proprio istinto. Un’espressione del proprio istinto e della propria creatività sempre più bloccata e repressa dai giochi da salotto che da alcuni anni hanno preso campo nelle case degli italiani. Computer, Playstation, Nintendo, Wii, Xbox eccetera, ipnotizzano e incollano i giovani davanti ad uno schermo senza però spingerli a socializzare e a “buttare fuori” la loro energia, potente, giovane e bella.

Per ovviare a questi e tanti altri inconvenienti c’è chi vuole portare i tavoli da calcetto nei salotti degli italiani e in quelli di tutto il mondo. Un passo che porta a guardare avanti “guardando indietro”, ricordandosi che molto di quello che è stato costruito (fisicamente e mentalmente) non va abbandonato o distrutto forse, si procede con più chiarezza.

Per questo a Ivrea l’azienda che fornisce i tavoli alla federazione (Roberto Sport di Lessolo) ha deciso di creare dei modelli appositi da poter posizionare nei salotti, magari riempiendo uno spazio vuoto oppure come sostituzione di un armadio. Una decisione che vuole essere una vera e propria sfida ai videogame. Questa sfida, al giorno d’oggi forse invincibile, è sicuramente una proposta che può essere apprezzata da molti, soprattutto da quelli che considerano il gioco come fonte di crescita e socializzazione.

Pensare, conoscere, socializzare, ridere, scherzare, faticare, esultare, consolare: c’entrano qualcosa con la vita? Se lasciamo troppo spazio al virtuale rischiamo di non cercare, di non conoscerci e di non trovarci più e tutto ciò può diventare davvero un errore mortale.

Se lo Skateboard regala una speranza ai bambini in Afghanistan

Se lo Skateboard regala una speranza ai bambini in Afghanistan

Nel celebre cartone animatoI Simpson, il simpatico e pestifero Bart adora la tv, fare gli scherzi e andare sullo skateboard. Dalla finzione alla (ben più dura) realtà, quella che si vive in Afghanistan, dove però i bambini hanno trovato il modo di evadere, anche solo per qualche ora, dalle difficoltà quotidiane. Merito di Skateistan, un’organizzazione no profit nata nel 2007 dall’idea di Oliver Percovich, un ragazzo di Melbourne appassionato di skateboard (nel corso della sua vita ha viaggiato in oltre 50 paesi del mondo, portando sempre con sé la tavola). Giunto a Kabul per seguire la sua fidanzata, Oliver si rende conto dell’appeal che lo skate esercita sui ragazzi del posto. Da qui l’idea di fondare una Ong. Il risultato? Oggi Skateistan gestisce due progetti in Afghanistan (a Kabul e a Mazar-i Sharif), coinvolgendo circa 1.200 studenti di età compresa tra i 5 e i 17 anni, alcuni dei quali – letteralmente strappati dalla strada – sono diventati responsabili dei centri e aiutano i nuovi. E ancora, skatepark in Cambogia (Phnom Penh) e Sudafrica (Johannesburg). Dato curioso: complessivamente, oltre il 40% degli alunni sono bambine e ragazze.

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Un’ottima iniziativa, che esprime il vero senso di questo sport”, afferma lo skater romano Francesco Plini, classe 1978, appassionato della tavola fin dagli otto anni. “Lo skate è uno sport completo – continua – ed insegna, già da quando si è piccoli, a cadere e a rialzarsi. A farcela da soli, a non arrendersi mai”. Certo, in Italia questo movimento è ancora visto da molti solo appannaggio dei  giovanissimi. “Niente di più sbagliato – riprende lo skater – per andare sulla tavola la carta d’identità non contaMa la curiosità sì, magari anche nell’approcciarsi grazie a film come California skate, Thrashin’ o Lords of Dogtown, veri e propri punti di riferimento”.

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Dunque Skateistan rappresenta un approdo sicuro per bambini e bambine, ragazzi e ragazze, con lo sport a rappresentare una sorta di “aggancio”. Le iniziative della Ong  sono tre (tutte rigorosamente gratuite):Skate and create coniuga un’ora di skateboard e un’ora di arti creative; “Back to school” è un programma di apprendimento accelerato dedicato ai bambini che non vanno a scuola ma che possono recuperare i primi tre anni in uno (poi sono aiutati a iscriversi regolarmente); “Youth leadership” dedicato agli studenti più brillanti degli altri corsi. Un’ora di skateboard è la ricompensa per tutti al termine di ogni giornata di studio, insieme alla promessa di un pasto caldo che rappresenta un grande incentivo per le famiglie. Nota a margine: nel 2012 la fotografa Jessica Fulford-Dobson è andata a Kabul per fotografare le bambine vestite in abiti tradizionali ma protette con ginocchiere e caschetto. Scatti che sono convogliati sia una mostra presso la  Saatchi gallery di Londra sia nel volume fotografico dal titolo “Skate girls of Kabul”. Recuperatelo.

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Jesse Owens: il nero che incantò Hitler

Jesse Owens: il nero che incantò Hitler

Il 4 Agosto 1936 a Berlino durante le Olimpiadi del Fuhrer va in scena una delle gare più colme di leggenda della storia a cinque cerchi. La nascita del mito di Jesse Owens, il fenomeno afroamericano nella terra del Nazismo. Una giornata che ancora oggi è molto dibattuta per le varie versioni che riguardarono Adolf Hitler. E una scomoda verità.

Quando nel 1931 il Comitato Olimpico Internazionale individuò nella Germania il paese organizzatore dei Giochi del 1936, non avrebbe mai immaginato che, a distanza di due anni, proprio in terra teutonica, potesse salire al potere un ometto di piccole dimensioni e ancor più piccole ideologie, divenuto famoso per essere stato l’impersonificazione del male assoluto di tutta la storia del’umanità. Al secolo, Adolf Hitler.

Come non si poteva neanche minimamente ipotizzare lo sfavillio di svastiche, aquile inquisitrici e 120 mila braccia tese il giorno della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Berlino, 1 agosto 1936. Ma cosa sarebbe, anche nell’immaginario collettivo, una nazi olimpiade senza i suoi simboli e i significati ad essi associati?

I presupposti per una manifestazione organizzata seguendo i dettami del movimento del Führer sembravano cosa banale e scontata. E infatti così fu: per ordine di Hitler, all’interno della delegazione tedesca non furono selezionati atleti di origine ebraica.

E che ti aspettavi? L’elite sportiva della razza ariana, rappresentata da “omuncoli torvi e dal naso adunco“? Fosse mai. Peccato, però, che tra questi “non meritevoli” atleti ci fossero i migliori nelle loro discipline, compresa Gretel Bergmann, record di salto in alto. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Torniamo alle Olimpiadi e torniamo agli interrogativi. Come è possibile che venisse organizzato un evento mondiale ispirato da De Coubertin con i valori dell’integrazione, della lealtà e della libertà, nel Paese che aveva voluto come proprio leader colui che rappresentava in tutto l’opposto dell’essenza stessa dei Giochi?
La domanda, oltre a noi, se la saranno posta anche gli Stati che, nel 1933, chiesero al CIO lo spostamento della sede in un’altra città. La risposta del Comitato olimpico fu semplice quanto sorprendente. No.

Come non servì a nulla la visita da parte di Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico a stelle strisce, mandato in Germania prima delle Olimpiadi dal Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, per monitorare la situazione e decidere se boicottare o meno la partecipazione, come fece la Spagna in lotta con Franco. Quello che Roosevelt, forse, non sapeva è che Brundage era fan sfegatato di Hitler, e non ravvisò particolari motivi per non far partire gli atleti americani alla volta di Berlino. La cosa curiosa è che, come nella Germania, anche all’interno della delegazione USA gli unici due atleti di origine ebraica, furono sostituiti all’ultimo. Alle volte, il caso.

Anche il Führer, a dir la verità, non faceva salti di gioia all’idea di dover organizzare una manifestazione del genere. Fu il suo uomo dietro le quinte, Joseph Goebbels, ministro della propaganda, a spingere affinché fossero fatte a Berlino. Il gerarca nazista, sì era  terribilmente diabolico, ma non per questo stupido: aveva individuato nella manifestazione iridata, il mezzo ideale per allargare il consenso del partito, usando lo stesso strumento, le Olimpiadi appunto, per veicolare, però, non i valori decoubertiniani ma, bensì, la grandezza della Germania.

E grandezza fu. I giochi del 1936 vennero ricordati come una delle edizioni meglio organizzate nella storia delle Olimpiadi. Per la prima volta furono trasmesse in televisione e vennero adibiti dei teatri per consentire la visione anche a coloro che non disponevano del piccolo schermo. Vennero costruiti impianti e nuovi stadi. Ristrutturati quelli vecchi e portati a termine importanti lavori di urbanistica. La cerimonia di apertura, tolte le svastiche di cui sopra, fu solenne e precisa. L’apoteosi al momento dell’ingresso della fiaccola, dopo oltre 3 mila chilometri percorsi in giro per il mondo, fu un momento da ricordare. Anche questa fu una pratica che iniziò ad essere di routine a partire dal 1936.

Come è semplice immaginare, l’idea di una Germania potente e fiera doveva trasmettersi anche sul campo, attraverso le vittorie sportive. E, anche in questo caso, così fu: il medagliere ci racconta un podio in cui a primeggiare è proprio la nazione del Führer con 89 medaglie totali, seguita da Stati Uniti e Ungheria.

In questo clima di orgoglio ed identità nazionale, tra festeggiamenti e marce trionfali, cosa mai sarebbe potuto andare storto? La risposta è Jesse Owens.

James Cleveland Owens, nasce ad Oakville, Alabama, nel 1913. Jesse, soprannome dato dal suo insegnante per via della sua pronuncia “slangata” di J.C., è il settimo di dieci figli di una famiglia che definire povera è un complimento. All’epoca della sua infanzia, l’America viveva la Grande Depressione e gli Stati del Sud erano la fotografia esatta della situazione in cui versava la gente di colore all’epoca. A nove anni si trasferì in Ohio e cominciò a praticare la corsa e il salto in lungo. Gli allenamenti, tra le pause del suo lavoro in un negozio di scarpe, presso l’Università dell’Ohio.

Ma cosa c’entra questo ragazzo del sud, figlio di un contadino, con la magnificenza di Berlino?

C’entra perché Jesse Owens, in quelle Olimpiadi, a 23 anni compiuti, si portò a casa 4 medaglie d’oro rispettivamente dei 100 metri, i 200, la staffetta 4×100 e il salto in lungo. Un afroamericano sul tetto mondiale di fronte al Führer sotto al cielo svasti-stellato. Incredibile.

Ancora più incredibile fu, però, la reazione del Leader tedesco. E qui la storia si mescola con il mito. O meglio dire, la politica si mescola con lo sport. Perché esistono due versioni diverse circa l’episodio.

Siamo in occasione della finale di salto in lungo, 4 agosto 1936. Jesse Owens ha ottenuto l’ingresso all’ultima gara per la medaglia d’oro, in extremis, grazie, anche, ai consigli del suo primo rivale per il podio Luz Long. L’atleta in questione, è un tedescone slanciato dalla chioma bionda, in pieno stile “ariano è meglio”. Ebbene questo simbolo del Reich cosa fa? Aiuta il suo avversario, americano, nero, ad andare in finale? I due, in realtà, nel corso della manifestazione iridata sono diventati buoni amici ed è lo stesso Long a congratularsi per l’oro ottenuto da Owens a suo discapito.

Ma la cosa più sorprendente è che un nero abbia sbattuto in faccia la vittoria al primo sostenitore della superiorità della razza.

Hitler al momento del podio, è una maschera. Lo sguardo fermo non fa presagire niente di buono. Lascia il balcone della tribuna autorità e evita di vedere la premiazione finale. C’era da aspettarselo: la Grande Germania nazista che si inchina ad un “inferiore uomo nero dai tratti primitivi”? Impossibile. I giornali e i media ci mettono poco a trasmettere la notizia del mancato riconoscimento del valore di Owens da parte del leader nazista. E l’opinione pubblica ci mette ancora meno a confermare quanto dietro a quei comici baffetti austriaci si celi il male assoluto da combattere e annientare.

Che Hitler fosse il male, non doveva mica confermarcelo con un gesto del genere. Si sapeva. Ma quello che non si sapeva era che, come in Germania, allo stesso modo negli Stati Uniti, la propaganda svolgeva un ruolo fondamentale nella politica nazionale.

Tanto che quanto appena raccontato è semplicemente falso.

Infatti, come dice lo stesso Jesse Owens nella sua autobiografia, al termine della premiazione in occasione del salto in lungo, al momento di rientrare negli spogliatoi, passando sotto la tribuna riservata ai gerarchi nazisti, il suo sguardo e quello di Hitler si incrociarono per qualche secondo. A rompere l’indugio, fu lo stesso Führer, il quale, alzatosi dalla sua poltrona, agitando la mano per salutare Jesse, riconosceva nei fatti il valore dell’atleta afroamericano.

E’ qui il miracolo: l’impresa di Owens nel vincere quattro ori in terra nazista è qualcosa di incredibile, un gesto che potrebbe rientrare benissimo all’interno di una favola dove c’è un buono e un cattivo e il buono vince.  Questo è sicuro. Un’impresa.

Ma quello che è successo, se è successo, il 4 Agosto 1936 è un altro tipo di miracolo, uno vero. L’uomo senza anima che scopre la sua umanità perché non può fare altrimenti. La  luce della vittoria che penetra nel muro dell’ignoranza e dell’oscuro ideale, palesandosi nella più semplice e spontanea delle manifestazioni: salutare il campione che lascia il campo da vincitore. E allora Hitler diventa il bambino che va allo stadio a vedere i suoi idoli e si innamora dell’uomo nero venuto da lontano. La razza inferiore che fa vacillare i pensieri del leader superiore.

Stiamo esagerando. Sicuramente le idee del Führer non cambiarono: tre anni dopo, infatti, cominciò la sua campagna in terra Europea e gli schifosi rastrellamenti razziali ben noti a tutti. Quello che è sicuro è che in quel giorno il Führer non poté fare altro che complimentarsi con colui che aveva battuto i suoi atleti.

Ad avvalorare questa sensazione impensabile per un Leader senza cuore e coscienza, le parole del giornalista sportivo Siegfried Mischner che ci racconta come Hitler avesse inviato, ad Olimpiadi terminate, una foto autografata da lui a Jesse Owens. Continua, poi, dicendo che l’atleta dell’Alabama tenesse la foto del Führer nel portafoglio.

Il giornalista conclude rilevando un episodio non confermato: dietro il palco sembrerebbe che ci sia stato un incontro tra  Owens e Adolf Hitler in persona e una stretta di mano suggellata da una foto, fatta prontamente sparire.

E’ la verità? Chi lo sa. Di sicuro, quello che traspare in modo netto e chiaro nelle parole di Owens è che durante le Olimpiadi il colore della sua pelle non portò a nessun comportamento discriminatorio nei suoi confronti come la stampa americana voleva fortemente raccontare.

Al suo ritorno in patria, Jesse provò a più riprese a difendere la sua verità in merito ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 ma le sue parole vennero ignorate dai giornalisti che invece volevano convincere la gente del contrario.

“Vero, Hitler non mi ha stretto la mano ma fino a qui non lo ha fatto neanche il Presidente degli Stati Uniti.”

Questa la sua batosta al Presidente Roosevelt. Che si tradurrà  più avanti nel supportare il Partito Repubblicano nella corsa alla elezioni.

Il Presidente, per impegni legati alla campagna elettorale, non aveva potuto, o voluto, organizzare un incontro con il campione dell’atletica per magnificare le sue gesta alla Casa Bianca, cosa che era già accaduta in passato e regolarmente per gli altri atleti. Si diceva, infatti, che il leader democratico avesse portato a termine qualche buona iniziativa in merito alle condizioni della popolazione nera in America ma, nei fatti, aveva chiuso l’occhio di fronte ai molti trattamenti inumani subiti dagli afroamericani, come la quasi assenza di diritti sul lavoro. Anche il New Deal aveva avuto effetti benefici soprattutto per i bianchi.

Da qui nasce il paradosso di Jesse Owens: un nero trattato meglio dai nazisti che dai suoi fratelli americani?

Bastava anche una telefonata. Ma il telefono di Jesse non squillò mai. O un telegramma. Niente.

Dopo le Olimpiadi, Owens continuò a gareggiare e a vincere per poi divenire allenatore.

Muore a 66 anni, in povertà, abbandonato, portato via da un tumore ai polmoni a Tucson nel 1980. E’ sepolto a Chicago.

 Nel 1976 riceve la massima onorificenza per un civile, la “Medaglia Presidenziale della Libertà“. Berlino gli ha dedicato una via nel 1984 nel 1990, Bush padre gli conferisce la “Medaglia D’Oro al Congresso”.

Eppure, all’epoca, Jesse Owens non era considerato come oggi. Le sue parole contro Roosevelt avevano indispettito i giornalisti e l’opinione pubblica.

Ma come? Difende Hitler?

La verità è che per Jesse la situazione in Germania nei confronti degli ebrei non differiva molto dalla condizione che la sua gente sopportava ogni giorno in suolo a stelle e strisce. I neri vivevano in baracche, senza alcun diritto o quasi. I campi dove lavoravano più che “posti di lavoro” erano molto simili ai ben più noti e demonizzati “campi di lavoro” nazisti. E a lui non andò mai bene che, buttando fumo negli occhi della gente con il mostro del nazismo e delle leggi razziali, con la sua faccia a fare da testimonial, il popolo dimenticava le sofferenze patite dai propri connazionali.

Jesse Owens è due volte un simbolo di libertà. Da una parte il campione che si innalza sopra la riluttanza nazista di fronte al primo rappresentante della folle discriminazione razziale e dall’altra l’uomo che combatte affinché la sua verità, seppur scomoda, venga portata alla luce priva del servilismo monotematico della propaganda americana.

Perché in Germania c’era il razzismo. Ma negli Stati Uniti pure.

Un Rabbino insegna ai bambini come prendere a calci e pugni il cancro

Un Rabbino insegna ai bambini come prendere a calci e pugni il cancro

Cintura nera di Choi Kwang Do, un ex rabbino del Michigan aiuta da anni i bambini a combattere il cancro con calci, pugni e un atteggiamento positivo.

Elimelech Goldberg, affettuosamente conosciuto come Rabbi G, ha aiutato più di 5.000 bambini a sconfiggere il dolore, la paura e lo stress, le armi della malattia, attraverso le arti marziali, la meditazione e gli esercizi di respirazione.

Rabbi G, professore di Pediatria alla Wayne State University School of Medicine, ha trovato l’ispirazione e ha capito l’importanza di insegnare tecniche di respirazione seguendo un campo di oncologia dopo la morte della figlia, Sara Basya, di 2 anni, nel 1981, malata di leucemia.

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Nel 1999 crea il Kids Kicking Cancer, un’organizzazione no-profit che offre sostegno alle famiglie e corsi gratuiti a bambini che stanno combattendo una grave malattia.

Questa realtà cresce ed ora le classi sono disponibili non solo presso la sede di Southfield, Michigan, ma anche in ospedali e cliniche in tutto il mondo.

L’8 novembre 2011 l’organizzazione sbarca nel nostro paese e viene costituita l’Associazione Onlus Kids Kicking Cancer Italia con l’obiettivo, portando le tecniche messe a punto negli Stati Uniti, di affiancare il lavoro dei medici entrando a far parte della terapia e del processo di guarigione.

L’associazione vive con auto finanziamento e grazie a sponsorizzazioni mirate di privati e aziende. I servizi gratuiti che vengono offerti sono aperti anche ai famigliari e prevedono corsi di arti marziali, meditazione e sostegno individuale in caso di ricoveri e interventi. Vengono anche organizzati corsi di formazione rivolto al personale ospedaliero ed eventi per le famiglie.

All’interno operano solo volontari, istruttori esperti di arti marziali, che hanno seguito training specifici per poter lavorare con bambini affetti da patologie oncologiche e croniche, Martial Art Therapist .

Quello che si vuole promuovere è un approccio che porti il paziente ad avere una partecipazione attiva durante la cura.

A inizio e fine lezione i bambini recitano un saluto speciale di tre parole: Power, Peace, Purpose.

In questo motto sono sintetizzati i principi alla base del metodo seguito per alleviare le sofferenze di questi pazienti.

Power: sviluppare la forza per fronteggiare una situazione di crisi.

Peace: raggiungere la tranquillità interiore attraverso la consapevolezza della propria forza.

Purpose: lo scopo è che i bambini diventino ambasciatori dell’associazione e che desiderino aiutare altre persone in questa condizione a trovare la propria forza. A questo proposito è d’ispirazione la storia di Michael Hunt, uno dei primi studenti di Rabbi G., che dopo aver raggiunto la guarigione decide di seguire alla lettera l’ultimo dei tre comandamenti ed ora è insegnante all’interno del KKC.

Lo stesso Rabbi G., in un’intervista rilasciata allo show statunitense Today (NBC), spiega come non ci sia alcun contatto durante le lezioni per la fragilità delle ossa dei bambini in queste condizioni, in particolare di chi segue la chemioterapia. Tutto si basa sulla ricerca di un potere interiore e le arti marziali diventano la metafora di questo percorso.

Lo scopo di Rabbi G. e dei volontari è di trasformare l’immagine e la percezione che hanno di se stessi i pazienti, da vittime a vincitori.

Da Campionesse a Escort: Suzy & Florica, atlete “d’alto bordo”

Da Campionesse a Escort: Suzy & Florica, atlete “d’alto bordo”

Il sogno di ogni atleta, qualunque disciplina egli pratichi, è quello di poter calcare i palcoscenici mondiali per rappresentare la propria Nazione e divenire una personalità da tutti rispettata. Tuttavia, esistono contesti e situazioni che ti portano ad odiare quello che hai fatto da tutta una vita, costellata di successi e soddisfazioni, e ti portano a valutare qualsiasi alternativa purché diametralmente opposta a quello che ti ha accompagnata da quando eri ancora un adolescente. Pur avendo un lavoro considerato da privilegiati, infatti, l’atleta è un essere umano come ogni normale lavoratore: viaggi estenuanti, la distanza dalla famiglia e dalla consueta quotidianità necessitano di una gestione dello stress spesso più determinante dell’allenamento e della fatica. Tanto più per le discipline ignorate dai media, dove la pratica è una questione personale e mentalmente snervante. Un esempio concreto è rappresentato dalle storie di Suzy Favor Hamilton e Florica Leonida e la loro trasformazione da Atlete a Escort di professione.

Suzy Favor Hamilton è stata una mezzofondista per la squadra di atletica leggera degli Stati Uniti. Nata in Winsconsin l’8 agosto 1968, già all’età di 9 anni indossava le sue scarpette e si allenava. Cresciuta a pane e corsa, in breve tempo venne considerata una delle atlete più promettenti della sua Università e, dopo il passaggio alla Pepperdine University di Malibù, si impone come una delle punte di diamante dell’atletica a stelle e strisce degli anni 90.

Le sue performance la portano alla partecipazione delle Olimpiadi del 1992 a Barcellona, del 1996 ad Atlanta e del 2000 a Sydney. La sua storia sembrerebbe la migliore delle favole di tipico stampo americano. Sposata dai tempi del college con un pitcher della squadra di baseball, Mark Hamilton, e madre di una figlia, Suzy vive la sua vita tra allenamenti e famiglia. Una vita normale. Con la fama arrivano soldi e sponsor illustri, tra cui la Nike e la Disney. Una bella vita.

Ma così non è. Suzy ha un segreto: è malata di sesso. I primi sintomi della sua dipendenza escono fuori in occasione dell’anniversario di 20 anni di matrimonio. L’atleta chiede a Mark di festeggiare in maniera insolita: propone un’avventura di una notte con un altro uomo, un menage a trois per intenderci. Il marito acconsente e da quel giorno cambia per sempre la vita dell’olimpionica.

Mi sono sentita sollevata ed euforica. Volevo farlo di nuovo. Queste le sue parole rilasciate al sito TheSmokingGun. Fin qui niente di così particolarmente assurdo. Ognuno, nel suo intimo fa quel che vuole, nei limiti legali, e la Hamilton non sarà stata né la prima né l’ultima a provare tali pratiche sessuali.

Il problema però è un altro: Suzy è bipolare, ma non lo sa, e assume regolarmente farmaci antidepressivi. A suo dire, queste sostanze avrebbero ridotto le sue inibizioni portandola a desiderare sesso in maniera irrefrenabile. Questo è quello che ha raccontato nella sua biografia, da lei stessa scritta, Fast Girl, dove descrive il cambiamento del suo stile di vita a partire dall’episodio dell’anniversario.

Da quel momento in poi si unisce ad un’agenzia di escort di Las Vegas e comincia la sua vita da prostituta parallelamente a quella di atleta. Sulla pista era Suzy Favor Hamilton, mezzofondista. La notte si trasformava in Kelly Lundy, una delle escort più pagate della capitale del Nevada.  Valanghe di soldi, regali, gioielli e vestiti alimentavano la sua irrefrenabile mania e il sesso era la sua “cura” contro l’infelicità. Ma, ai tempi, Suzy non sapeva della sua bipolarità.

Quando l’ha scoperto, ha voluto rendere pubblico il suo problema e la sua vita segreta: le conseguenze che ne sono scaturite sono state quelle che ci si poteva aspettare: indignazione, insulti e cattiverie, nonché perdita di sponsor e abbandono da parte della Federazione di atletica (al premio di Miglior Atleta dell’Anno, fino a quel momento intitolato a lei, fu cambiato il nome) .

Devi fare la fine di tuo fratello. Anche lui bipolare e morto suicida. Queste le reazioni. E per la serie “sbatti il mostro in prima pagina“, la Hamilton è stata abbandonata dall’opinione pubblica. Ma non dalla sua famiglia: oggi Suzy ha 47 anni, circondata dal marito e da sua figlia. Combatte la sua bipolarità con dei farmaci specifici che tengono a bada la sua inclinazione verso la perversione sessuale. La battaglia è lunga e faticosa ed è la stessa atleta a dichiarare quanto il confine tra la sua lucidità e il suo latente vizio sia molto sottile. D’altra parte, però, ha sempre considerato la prostituzione, tra adulti consenzienti, una pratica che non dovrebbe essere illegale.

La storia di Florica Leonida, seppur con connotati molto simili, ha delle motivazioni completamente opposte. Se per Suzy Hamilton il problema era dovuto ad un disagio mentale, per l’atleta in questione, le cause che l’hanno portata a diventare una escort sono riconducibili ad aspetti economici.
Nata a Bucarest il 13 Gennaio 1987, Florica Leonida è un ex ginnasta rumena, specialità la trave, allenata da un monumento della ginnastica artistica come Octavian Belu. Il suo talento la porta ad allenarsi negli Stati Uniti sin da giovane e a meritarsi una copertina, all’età di 12 anni, su International Gymnastics, per risaltarne il valore di atleta.

Gli anni che seguono sono costellati di vittorie e medaglie, tra cui l’oro agli Europei juniores a Patrasso nel 2002 e l’argento a squadre ai Mondiali di Anaheim, in California nel 2003.

Ma la ginnastica artistica non è il calcio. O il tennis. Gli sponsor che si trovano sono pochi e non così generosi come per gli atri sport. Le luci della ribalta non rendono giustizia ad atleti come Leonida, la cui vita è stata praticamente caratterizzata solo da allenamenti e fatica da quando era ancora una bambina. Per di più, la disciplina non è remunerativa: i soldi provenienti dalla Federazione sono pochi e Floarea, come la chiamano gli amici, decide di ritirarsi, a 20 anni, per intraprendere il lavoro di insegnante di ginnastica artistica. Non sarà più un’atleta ma di certo non vuole abbandonare il suo primo amore.

Ma le cose non cambiano: Florica non riesce ad arrivare a fine mese ed è sull’orlo della disperazione. Disperazione che la porta a prendere la più difficile delle decisioni per una donna: vendere il proprio corpo in cambio di una vita più dignitosa. A 27 anni l’atleta rumena, ammirata da tutti ,Florica Leonida si trasforma in Sascha Brown, escort di professione.

Si trasferisce in Germania e va a lavorare in un bordello. La sua vita cambia: dai pochi soldi che guadagnava al mese come ginnasta, adesso riesce ad intascarsi migliaia di euro al giorno. Somme importanti che servono a lei e alla sua famiglia a cui manda una parte mensilmente. I suoi genitori per molto tempo sono rimasti ignari riguardo al risvolto che la vita della figlia aveva preso, fin quando non è stata la stessa Florica a confessarlo.

In seguito al racconto della sua storia da parte dei giornali rumeni, dalla Germania si è trasferita in Austria, a Vienna e vive in un appartamento con una sua collega. Continua a prostituirsi e, per sua stessa ammissione, continuerà a farlo.
“E’ difficile cambiare vita. Devo sbarcare il lunario e faccio quello che devo

Il bagliore del successo e della fama di queste due atlete si è spento. A farle brillare, non più i flash dei fotografi ma la fioca luce, magari non di un lampione, ma di una stanza piena di sospiri sconosciuti. E di solitudine.