Fabio Aru: “Giro, che emozione la partenza in Sardegna. Nibali? Siamo amici ma non ci risparmieremo”

Fabio Aru: “Giro, che emozione la partenza in Sardegna. Nibali? Siamo amici ma non ci risparmieremo”

Ci sono atleti in questo meraviglioso sport chiamato ciclismo che ti conquistano dal primo istante, con un gesto, un sorriso, una smorfia di fatica o un’impresa a braccia alzate che ti emoziona scaldando il cuore, e Fabio Aru fa parte proprio di questa categoria. Un predestinato, un duro che lavora sodo sin da dilettante per arrivare lontano, l’uomo che stavamo aspettando per continuare a competere per vincere nelle grandi corse a tappe che, mai come quest’anno, si tingono di rosa col centenario della kermesse più amata del Belpaese. E’ il suo primo anno da leader maximo dell’Astana che ha perso Nibali, emigrato nella nuova formazione araba Bahrein Merida, ed è inutile nascondere che la corsa rosa sia l’obiettivo principale di Fabio, atteso il riscatto dopo un 2016 difficile. Lo Abbiamo incontrato, al termine di una sfortunata Tirreno Adriatico, pronto a ripartire per raggiungere la condizione ottimale.

Buongiorno Fabio e bentornato al Giro. Partiamo dalle sensazioni post Tirreno Adriatico, una brutta tracheobronchite ti ha costretto al ritiro. Come stai?

Si, purtroppo la bronchite ha segnato negativamente la mia Tirreno e mi è dispiaciuto davvero tanto lasciare la corsa, per i miei compagni e i miei tifosi. Ora sono sulla via della guarigione.

Edizione speciale del Centenario, e si parte dalla “tua” Sardegna. Una grande emozione al via per te?

La partenza dalla mia Sardegna del Giro del Centenario è davvero una bella cosa. Non potevo non essere al via per quella che rimarrà certamente un’edizione storica della Corsa Rosa. E poi, pensare che con i miei risultati possa aver contribuito almeno in parte a questa Grande Partenza dalla mia Isola, mi inorgoglisce tanto.

L’Aru che torna al Giro dopo i due podi del 2014 e 2015 e un 2016 difficile è un atleta diverso? In che cosa l’esperienza del Tour ti ha cambiato?

Di certo le esperienze ti segnano e ti fanno crescere. Tanto più le sconfitte, da cui si impara molto di più che dalle vittorie. Ma non credo di essere un atleta diverso: l’esperienza al Tour dello scorso anno è stata molto utile sotto tanti aspetti e ci tornerò presto per provare a fare bene.

Domanda d’obbligo visto che l’Italia si è sempre nutrita di grandi rivalità del pedale. Quest’anno affronti Vincenzo per la prima volta da avversario. Che effetto ti fa?

Ci siamo già affrontati ad Abu Dhabi, alla Strade Bianche e alla Tirreno, finchè non mi sono dovuto ritirare. Lo sanno tutti, con Vincenzo abbiamo un bel rapporto di amicizia e ci vediamo anche fuori dalle corse. Da quest’anno corriamo in due squadre diverse e in corsa saremo avversari e non ci risparmieremo.

Il lotto dei pretendenti e il più competitivo degli ultimi anni, oltre a Vincenzo e il ritorno di Quintana ci sono Landa, Pinot e tanti possibili outsider. Il percorso si addice alle tue caratteristiche?

Il lotto dei pretendenti alla vittoria finale è davvero incredibile, credo che, senza esagerare, ci saranno una quindicina di atleti in grado di fare molto bene in classifica per cui la sfida sarà molto aperta. Il percorso è difficile e ci sono anche due cronometro che non agevolano gli scalatori come me, credo però che ci sarà da lottare ogni giorno.

Torniamo alle origini: quando hai iniziato a pedalare e hai capito che questa potesse essere la tua vita? Aru si nasce o si diventa col lavoro?

Ho iniziato a pedalare abbastanza tardi, con la mountain bike. Vicino a casa mia ci sono tanti percorsi per fare fuori strada. Prima di allora avevo giocato a calcio e a tennis, con scarsi risultati, in tutta onestà. Dopo la MTB ho provato con il ciclocross e poi sono passato alla bici da strada. Quando ho firmato il mio primo contratto da professionista ho pensato che la bici potesse diventare il mio lavoro. Aru si nasce ma poi è la dedizione per il lavoro che ti fa vincere le corse.

Tu e Vincenzo siete i simboli puliti della rinascita di questo sport che sta vincendo la sua battaglia contro il doping. Ne siamo usciti definitivamente o ci sono ancora in giro avvoltoi che speculano sulla salute dei ragazzi? Quanto è importante a livello giovanile diffondere i valori sani dello sport?

Mi fa piacere che io e Vincenzo veniamo identificati in questo modo… è giusto però dire che ci sono tanti ragazzi che fanno onestamente il mestiere. Credo fermamente che continuare a diffondere a livello giovanile la cultura sana dello sport sia il modo migliore per far rinascere questo bellissimo sport.

Il tuo team crede fortemente in te e nelle tue potenzialità. Senti questa pressione addosso ora che sei il leader unico? La squadra che ti affiancherà al Giro è già decisa o ci state lavorando ancora? Quali saranno i tuoi fedelissimi?

Si, la mia squadra crede tanto in me e ne sono fiero. Non sento particolarmente la pressione da fuori perché io caratterialmente, chiedo sempre molto a me stesso e quindi essere il leader unico è solo una conferma del fatto che devo fare bene, per me e per tutti i miei compagni e tifosi. La squadra è quasi decisa ma saranno, come è giusto che sia, i direttori sportivi ad avere l’ultima parola.

I tuoi fans, ne hai tantissimi che accorreranno in massa lungo le strade in ogni tappa. In quali dovranno aspettarti per la grande impresa? 

Beh è difficile indicare una tappa in particolare. Di certo immagino che saranno in tantissimi nei primi giorni in Sardegna e io spero di riuscire a farli divertire, sia quelli che verranno sulla strada che quelli che mi seguiranno davanti alla tv… le tappe di montagna, lo sapete, sono il mio pane.

Per chiudere un tuo commento e un doveroso omaggio alla nostra cara Italia: quest’anno il percorso attraverserà lo stivale portandoci per mano attraverso le meraviglie uniche del BelPaese, grazie anche all’eccezionale sforzo di Mamma Rai. Un motivo di orgoglio per te e per tutti noi in un momento storico non particolarmente felice? 

Sì è vero, il momento storico ed economico non è tra i migliori ma io credo che dalle eccellenze della nostra Italia si possa ripartire alla grande. Il Giro d’Italia e la Rai sono tra queste ed io sono onorato di far parte di questo grandissimo evento.

Milano: lo “scippo” del Comune inteso come sport

Milano: lo “scippo” del Comune inteso come sport

Troppo spesso quando un appalto pubblico riguarda un impianto sportivo la vicenda finisce con un contenzioso. Da una parte l’amministrazione pubblica non adeguatamente strutturata per gestire procedure complesse e dall’altra concessionari quasi sempre mossi dalla volontà di “costruire” e dal desiderio di poter vedere un “sogno avverato”. Troppo spesso il concessionario è guidato dall’inesperienza e dalla passione che lo porta a non puntualizzare quando andrebbe puntualizzato, a buttare il cuore dall’altra parte della siepe quando invece bisognerebbe fermarsi a tutelare i propri interessi.

Il concessionario protagonista di questa vicenda è un uomo in carne e ossa, Walter Bertini – ex giocatore di livello nazionale, apprezzato maestro di tennis, nonché Presidente dell’omonima Associazione Sportiva Dilettantistica – che si è visto revocare la concessione dell’impianto sportivo nel quale aveva investito soldi, tanti, e vita. Il Comune, mai efficiente come per la revoca, in pochi mesi ha ripreso il possesso del centro sportivo, ravvisando interesse pubblico all’immediata riacquisizione, per poi consegnarlo in affidamento temporaneo alla Federazione Italiana Baseball.

Lo incontro dopo 38 anni da quando sovvertendo il pronostico, sfruttando il fatto che giocavano in casa, i miei ragazzi della Virtus Roma vinsero il titolo italiano a squadre Under 16 contro lo Junior Milano degli inarrivabili Bottazzi e Bertini. Siamo al Convegno Nazionale della Lega Tennis Uisp e tra un ricordo e l’altro Walter mi racconta la sua storia da maestro e imprenditore.

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Ho partecipato a un bando per la concessione di uno storico impianto del Comune di Milano, il Kennedy, in A.T.I. insieme ad altre 2 società, una delle quali si sarebbe dovuta occupare dell’area del baseball. In pochi anni, dal 2008 al 2013 il Centro che era in uno stato di degrado massimo – strutture fatiscenti, tennis di 8 campi sottoutilizzato (solo estivo), tribune non a norma (tennis e baseball), nessuna certificazione (termica,elettrica,ecc), addirittura privo di accatastamento – è rinato arrivando a 620 soci praticanti il tennis per tutto l’anno più altrettanti frequentatori, raggiungendo importanti risultati agonistici: 6 titoli Italiani Vinti, Primo Club Milanese che ha creato un’accademia di tennis, allievi con risultati di livello internazionale (Golarsa a Wimbledon, Borroni a Roma, allievi partecipanti alle Nazionali Italiane, Medaglia di bronzo al valore atletico Coni), quarto club Lombardo per numero di soci.

Alla mia domanda se ha dovuto far fronte ad investimenti mi risponde: “Certo, 750.000€ che ho dovuto investire da solo poiché gli altri soci dell’ATI si sono tirati indietro per la loro parte di finanziamento in attesa che il Comune ci rilasciasse la fidejussione a garanzia del finanziamento stesso. Intanto sono cominciati problemi seri con l’Amministrazione che oltre i lavori oggetto del bando ha chiesto dei lavori aggiuntivi e di far fronte a debiti della gestione precedente.

E quindi, lo incalzo, come si arriva alla revoca?: “Dopo che scopro che la Federazione Baseball è interessata a subentrare nella mia gestione iniziano ispezioni continue da parte dei dirigenti comunali atte a screditarmi con l’obiettivo evidente di mettermi in difficoltà. Infatti ad agosto 2013 arriva, puntuale, l’avvio del procedimento di revoca. A questo punto nonostante diverse proposte di soluzione da me prospettate a ottobre del 2015 il Comune procede allo sgombero e consegna l’impianto alla FIBS con affidamento temporaneo in attesa che producesse un piano di fattibilità economica. E da allora di proroga in proroga – cinque – fino al 31 luglio 2017…”

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Adesso cosa succede?: “Dopo aver perso il ricorso al Tar sono in attesa, fiducioso, del Consiglio di Stato. Oltre al danno la beffa. Poiché mi hanno revocato oggi non sono in grado di poter partecipare a future procedure, una sorta di “damnatio memoriae”. Il Comune abusando della propria posizione dominante attraverso imposizione continue mi ha messo in difficoltà e oggi non mi permette, qualora il giudizio fosse confermato, di partecipare a procedure future. Secondo me, al contrario, il Comune si è reso inadempiente già da prima del contratto e poi subito dopo la stipula  e di seguito durante la esecuzione e infine dopo l’avvio delle trattative per risolvere consensualmente il contratto.

Onore, lealtà, integrità, correttezza dovrebbero essere alla base degli atti e dei comportamenti di chi agisce per conto dell’amministrazione, poiché i suoi atti coinvolgono persone sotto un profilo di immagine, morale, economico, lavorativo, specialmente e soprattutto quando questi atti portano ad azioni sanzionatorie e punitive come quello della decadenza che preclude la partecipazione a future procedure di appalto o concessione.

Oggi, da quanto racconta Walter Bertini, l’inettitudine dei dirigenti comunali ha portato alla distruzione di tutto ciò e, cosa molto più grave, ha portato alla dispersione di sane energie che sempre più sono carenti nell’ambito sportivo.

Lo sport è una cosa seria e proprio per questo andrebbe salvaguardato.

E’ di pochi giorni fa, venerdi 17 per la precisione, la notizia della chiusura del Kennedy da parte dell’affidatario temporaneo, la Federazione Italiana Baseball, che a seguito di una nota da parte del Comune di Milano che metteva in luce delle criticità riscontrate in assenza di contraddittorio, ha deciso, per ragioni di sicurezza, tale atto.

La situazione è sempre più grottesca. Il concessionario precedente revocato nonostante gli investimenti realizzati e ora l’affidatario temporaneo che gli è succeduto che chiude il centro per ragioni di sicurezza. E i cittadini allibiti osservano…

 

Stramilano: sport, solidarietà e divertimento all’ombra del Duomo

Stramilano: sport, solidarietà e divertimento all’ombra del Duomo

A Milano è arrivata la primavera e – insieme a clima mite e profumi tiepidi – nella “capitale del nord” è ritornata anche Stramilano: l’evento podistico che dà il via alla nuova stagione in città. Stiamo parlando di una delle manifestazioni più conosciute e apprezzate dai meneghini, ideata da Renato Cepparo (imprenditore italiano che ha legato il proprio nome a diverse iniziative in campo sportivo e culturale) agli inizi degli anni ‘70 e che ancora oggi raccoglie moltissimi appassionati della corsa. Nata come semplice “camminata” in notturna che Cepparo amava fare insieme a qualche amico e familiare stretto, negli anni è diventata un appuntamento storico per molti milanesi doc. La prima edizione si svolse un martedì del 1972, con partenza dall’oratorio di Viale Suzzani. Proprio da qui l’imprenditore e i suoi compagni (molti erano gli amici del Gruppo Alpinistico Fior di Roccia) percorsero ben 24km in lungo e in largo per la città.

La 46ma edizione della competizione si è corsa ieri e fra i 60mila partecipanti che hanno tagliato il nastro di partenza davanti al Duomo c’era anche il podista della Forti e Veloci isola d’Ischia Giuseppe Iacono, già conosciuto per aver corso una settimana fa la Romaostia. Tre i percorsi a cui i partecipanti hanno potuto aderire: la Stramilano di 10 chilometri, la Stramilanina di 5 e la Stramilano Half Marathon. E la run competition di ieri è stata dedicata a Fabio Cappello, il podista che l’anno scorso perse la vita subito dopo aver corso l’Half Marathon. Madrina dell’evento l’atleta paralimpica e campionessa italiana dei 100 e 200 metri Giusy Versace, che ha preso parte alla manifestazione con la sua associazione, Disabili no limits onlus. Nata nel 2011, questa onlus raccoglie fondi per donare ai disabili strumenti ed ausili che il Sistema sanitario nazionale non prevede, aiutando chi ne ha bisogno a vivere una vita più autonoma. Nello specifico l’associazione si occupa di fornire “sedie a ruote ultraleggere e protesi in fibra di carbonio, per attività quotidiane e sportive a sostegno di coloro che vivono condizioni economiche svantaggiate”, organizzando anche eventi che possano promuovere la pratica sportiva consentendo soprattutto ai più giovani di vivere al meglio la propria disabilità, guardando allo sport come terapia e nuova opportunità di vita (http://www.disabilinolimits.org/).

Una Stramilano solidale dunque, non solo con i disabili ma anche con chi soffre le difficoltà dell’integrazione in un paese non suo: è una bella novità di quest’edizione infatti la presenza all’evento di 100 richiedenti asilo della caserma Montello e di altri centri di accoglienza meneghini. Socialità, confronto, dibattito, cibo, musica sono dunque state le parole chiave della gara di ieri, senza però perdere di vista la cosa più importante: i veri campioni, i grandi protagonisti sono stati soprattutto i piccoli corridori, gli amatoriali, gli appassionati. Loro, che in nome dello sport, hanno condiviso con chi avevano accanto un pezzo di strada, per una volta senza dar troppa importanza al colore della pelle o alla prestanza fisica.

 

Un velo hi-tech per una rivoluzione culturale delle sportive islamiche

Un velo hi-tech per una rivoluzione culturale delle sportive islamiche

“L’importante non è vincere ma partecipare” è la frase simbolo dei Giochi olimpici pronunciata dal suo fondatore Pierre De Coubertin, il quale però decise anche che la partecipazione delle donne alla competizione ateniese (parliamo del 1896) fosse “poco pratica, poco interessante, antiestetica se non addirittura scorretta”.

Per fortuna il tempo passa, le cose cambiano e nell’arco di due secoli molto è mutato: la partecipazione delle atlete alle competizioni sportive di ogni livello, è elevata se non superiore a quella maschile. Ma è per tutte e in tutti gli stati così, oggi nel 2017?

In realtà no: per le donne atlete islamiche che vogliono partecipare ai Giochi Olimpici, alcuni problemi continuano a sussistere se si pensa che fino a 10 anni fa Arabia Saudita, Brunei e Qatar non consentivano alle donne di partecipare alla gare olimpiche.

Solo a Londra 2012 per la prima volta ogni paese ebbe la sua delegazione femminile non privo di problemi e contestazioni soprattutto per l’Arabia Saudita, ultimo baluardo islamico a cedere con Wodjan Shaherkani.

Per la judoka infatti la Federazione Internazionale di judo si oppose alla partecipazione ai Giochi di Londra sostenendo che questo sport prevedesse particolari mosse di strangolamento in cui l’utilizzo dello hijab potesse essere pericoloso. Le contrattazioni con il Cio (Comitato internazionale olimpico) hanno portato al compromesso: Wodjan salì sul tatami con lo hijab; prima atleta dell’Arabia Saudita a partecipare a una Olimpiade. A Rio 2016, altro “muro”  abbattuto: Ibtihaj Muhammad è stata la prima schermista del team Usa a partecipare ai Giochi olimpici con il velo.

Un processo continuo e costante al quale si aggiunge un aspetto altrettanto importante: l’abbigliamento. Finora la scelta delle atlete musulmane cadeva sul cotone che, da un lato assorbiva l’acqua, dall’altro lasciava la testa bagnata quando si iniziava a sudare.

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In quest’ottica un salto di qualità l’ha fatto la Nike con la linea a loro dedicata dal nome Pro Hijab, il copricapo per le atlete musulmane in poliestere leggero e traspirante, realizzato seguendo le indicazioni di Amna Haddad (sollevamento pesi) e Zahra Lari (pattinatrice sul ghiaccio). Un prodotto che sarà commercializzato in tempo per le Olimpiadi invernali del 2018 in Corea del Sud.

Una scelta importante per la casa di abbigliamento sportivo che vuole rendere ancora più chiaro il concetto di inclusione e partecipazione insito nello sport e, al contempo, garantire la reale parità di genere nelle pratiche sportive.

Siamo alle porte di una rivoluzione per lo sport e le donne?

Le Olimpiadi del 1936 a teatro: storie di uomini, di guerra e di sport

Le Olimpiadi del 1936 a teatro: storie di uomini, di guerra e di sport

Piccole, grandi storie, che si rincorsero durante l’edizione più controversa delle Olimpiadi – quella dei Giochi di Berlino del 1936, trasformati dal gerarca nazista Joseph Goebbels in un incredibile strumento di propaganda per il regime di Adolf Hitler – narrate con uno stile incalzante, senza fronzoli, per coinvolgere il pubblico fin dalle prime battute. Il riferimento è allo spettacolo teatrale “Le Olimpiadi del 1936”, in tour lungo la penisola, che vede protagonista sul palco Federico Buffa, giornalista e telecronista sportivo per Sky. Vestendo i panni di Wolfgang Furstner, il comandante del villaggio olimpico, Buffa fa rivivere quei momenti – esaltanti e tremendi – che hanno contraddistinto non solo un’epoca ma la storia dell’umanità. Vicende sportive che sono – prima di tutto – vicende di uomini, come sottolinea lo stesso Buffa, autore della pièce insieme ad Emilio Russo, Paolo Frusca e Jvan Sica: “Sono storie che scorrono assieme al tempo dell’umanità, seguono i cambiamenti e i passaggi delle epoche, a volte li superano. Hitler e Goebbels volevano trasformare le Olimpiadi nell’apoteosi della razza ariana e del nuovo corso. E invece quelle Olimpiadi costruirono i simboli più luminosi dell’uguaglianza”.

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Ed ecco dunque rivivere sul palco la storia dei due atleti neri Cornelius Johnson e Dave Albritton, che il primo giorno di gara salirono sul podio del salto in alto. E ancora, Jesse Owens che di medaglie se ne aggiudicò addirittura quattro, conquistando due record mondiali e un record olimpico, il tutto documentato in diretta dalle immagini della regista, attrice e fotografa tedesca Leni Riefenstahl (la sua libertà creativa ha permesso di regalare all’umanità la straordinaria smorfia di disappunto di Hitler al terzo oro di Owens). Uomini e donne indimenticabili, nel bene e nel male, le cui storie hanno solleticato la curiosità del regista Stephen Hopkins, che ha diretto l’ottimo film biografico Race – Il colore della vittoria, incentrato proprio sulla vita dell’atleta afroamericano Owens e sulle Olimpiadi del 1936.

Mentre in quella stessa estate il mondo assisteva in colpevole silenzio alla tragedia della guerra civile spagnola, e la pace scricchiolava sull’asse Roma-Berlino-Tokyo, le Olimpiadi illuminavano il cielo con un’altra storia, forse la più incredibile”, si legge nella presentazione dello spettacolo. Che prosegue: “Due atleti giapponesi arrivarono primo e terzo alla maratona di Berlino. Alla premiazione, mentre ascoltavano l’inno, la loro testa era china. Non erano giapponesi, erano coreani. Il vincitore Sohn Kee-chung, 52 anni dopo, portava dentro lo stadio di Seul la fiamma olimpica del 1988 indossando come una seconda pelle la maglia della sua nazione, la Corea”. Diretto da Emilio Russo e Caterina Spadaro, lo spettacolo teatrale vede sul palcoscenico, oltre a Buffa, i musicisti Alessandro Nidi, Nadio Marenco e la cantante Cecilia Gragnani, abili narratori, tra parole e musica, di quelle storie di sport che “sono storie di uomini, scorrono assieme al tempo, ma a volte lo fermano, quasi a chiedere a tutti una riflessione, una sospensione”.

 

Mai Stati Uniti: ecco perchè alle Olimpiadi non vedremo mai il Team Europa

Mai Stati Uniti: ecco perchè alle Olimpiadi non vedremo mai il Team Europa

Qualche giorno fa un membro del Comitato Esecutivo dell‘Istituto Affari Internazionali, Carlo Musso, ha lanciato l’idea, per poter far appassionare gli europei alla bandiera e allo spirito dell’UE di competere almeno a livello olimpico con un unica squadra in rappresentanza dell’Unione. Lo stesso Musso ha specificato che bisognerebbe farlo solo in alcune discipline, escludendo a priori tutti gli sport di squadra, in primo luogo il calcio, e ha dichiarato che sarebbe l’ideale iniziare dall’atletica leggera.

La questione apre a varie perplessità: innanzitutto non è per nulla detto che avere gli atleti più forti raggruppati sotto un’unica bandiera calamiti intorno ad essa tutti gli appassionati dei 27 paesi, la maggior parte dei quali avrebbero ben pochi se non nessun rappresentate. Emblematico è quello che succede quando si fondono due squadre di calcio, o di rugby come sembra avverrà in Francia a breve tra Racing e Stade Francais: proteste, tifosi inviperiti, e polemiche a non finire. C’è anche l’esempio britannico, ora fuori dall’Unione, che storicamente ha sempre problemi enormi a schierare nel calcio una squadra unica tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda al punto da non presentarsi mai alle Olimpiadi, facendo a fatica un’eccezione per i Giochi londinesi del 2012 dove una selezione messa insieme tra le polemiche non è andata oltre i quarti di finale eliminata dalla Corea del Sud.

Per alcuni sport il team unico europeo sarebbe la morte della gara olimpica da un punto di vista tecnico, escludiamo pure gli sport di squadra, ma quale sarebbe il livello del tennis con quattro giocatori e quattro giocatrici in tutto in rappresentanza di Spagna, Germania, Italia, Francia, Paesi Bassi, Slovacchia, Repubblica Ceca e quant’altro? E andrebbe ancora bene perché Federer e Wawrinka sono svizzeri e che la Gran Bretagna se ne è uscita togliendo Murray dal conto. E lo sci alpino con quattro rappresentanti per disciplina tra Italia, Francia, Germania, Austria, Slovenia? Già ora col limite dei quattro atleti per nazione negli sport invernali le gare di Olimpiadi e Mondiali sono tecnicamente inferiori a quelle di Coppa del Mondo dove i paesi più forti possono schierare molti più rappresentanti, con una rappresentativa europea diverrebbero contese dove alle spalle dei primissimi al mondo ci sarebbe il vuoto assoluto.

 Anche limitandoci alla sola atletica leggera introdurre una formula del genere sarebbe anche un duro colpo per il movimento nei paesi più piccoli dell’UE: non bisogna infatti dimenticare che in molte realtà si gareggia non per vincere una medaglia olimpica, o anche solo centrare la finale, ma per esserci, e a questo punto moltissimi atleti e atlete che essendo i migliori della loro nazione e in grado di ottenere il minimo di partecipazione saprebbero in partenza che non varrebbe nemmeno la pena provarci in quanto mai e poi mai sarebbero selezionati tra i primi tre europei, non solo, ma superstar a parte, si finirebbe col fare delle convocazioni politiche per non scontentare nessuna nazione e dar e a tutti almeno un paio di rappresentanti. Immaginiamo anche la gioia delle federazioni, che spesso si vedono attribuire fondi dai governi in base al numero dei praticanti e a quanti riescono a portarne ai Giochi, vetrina fondamentale per una nazione non solo a livello sportivo. Un esperimento poi è già stato tentato, con la Coppa del Mondo di atletica, che vedeva al via gli USA, le prime due nazioni della Coppa Europa e cinque selezioni continentali. Fu disputata dal 1977 al 2006 per un totale di dieci edizioni che non riscaldarono gli animi di nessuno e poi fu soppressa. Quindi suvvia, almeno nello sport lasciateci le nostre vecchie bandiere…

Michael e Valentina, storie di italiani alle Olimpiadi speciali

Michael e Valentina, storie di italiani alle Olimpiadi speciali

L’obiettivo?Capire il senso più puro dello sport, quello che si pratica insieme ad amici, non avversari. Quello che ti fa esultare qualunque sia il risultato”. Michael Carollo ha 22 anni, è affetto da sindrome di Down e sarà il portabandiera azzurro ai prossimi Special Olympics in Austria. Il giovane atleta è stato “adottato” da La Ruota Internazionale, organizzazione no profit che da anni si impegna in progetti sociali in Italia e a livelli internazionale. Insieme a lui ci sarà Valentina Pettinacci, 36 anni, con una disabilità intellettiva dall’infanzia.

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Michael sarà il più giovane a partecipare alle Olympics: 2.700 atleti, 107 nazioni rappresentate, 3.000 volontari, 1.100 coach, oltre 20.000 biglietti venduti. L’evento animerà l’Austria in 3 differenti location: Graz, Schaladming-Rohrmoos e Ramsau. La cerimonia d’apertura è prevista per sabato 18 marzo, alle ore 19 allo stadio Planai. Le gare, da domenica 19 fino al 23 marzo, si articoleranno in 9 discipline sportive invernali, tra cui pattinaggio artistico, sci alpino, sci nordico, floorball, corse con le racchette da neve e snowboard.

L’Italia si presenta con una delegazione di 48 atleti.

Tutto è nato grazie ad una serata di beneficenza promossa dall’ambasciatore d’Austria presso la sua residenza – racconta Anna Maria Pollak, responsabile di La Ruota InternazionaleCi siamo attivate nella raccolta fondi, abbiamo conosciuto tanti giovani atleti dell’Associazione Special Olympics e le loro famiglie”. Il progetto è stato presentato anche a Roma, in una conferenza stampa convocata nella Sala della Lupa di Montecitorio.

Michael si è avvicinato allo sci per seguire la passione di famiglia: parteciperà alle gare nello sci alpino. Valentina, invece, si esibirà nello sci di fondo. Entrambi si allenano oltre 5 ore a settimana, e “grazie allo sport – continua Pollak – si mettono alla prova tutti i giorni, superano i limiti imposti dai loro problemi”.

È la prima volta che l’associazione La Ruota Internazionale si impegna in progetti simili: l’obiettivo è continuare a seguire con entusiasmo per “riuscire nell’impresa di aiutare ancora una volta ragazzi speciali”. Valentina e Michael sono emozionati: il debutto si avvicina e l’ansia cresce. Ci sono storie, però, in cui si vince sempre, al di là del risultato.

 

Baseball: l’Italia esce con onore dalle World Classic

Baseball: l’Italia esce con onore dalle World Classic

Terminano le World Baseball Classic per l’Italia che esce sconfitta dallo spareggio con il Venezuela a chiusura del primo turno del Gruppo D.
Ottima prova per gli azzurri che meritavano ampiamente di passare il turno contro i sudamericani dato l’immediato vantaggio e gli 0 punti concessi al Venezuela per 5 riprese ma poi i colpi dei campioni venezuelani hanno avuto la meglio grazie al fuoricampo di Miguel Cabrera, uno dei migliori battitori del mondo che gioca con i Detroit Tigers ed ha vinto le World Series nel 2003 con i Marlins.

Alex Liddi, il primo italiano in MLB, ci ha provato fino all’ultimo dimezzando lo svantaggio al nono inning ma non riuscendo a compiere l’impresa.
Esce dunque l’Italia dal grupo de la muerte come lo avevano ribattezzato oltreoceano dato che le avversarie degli azzurri sono state tutte latine e tutte comprese tra la sesta e la dodicesima posizione del Ranking Mondiale. Venezuela, Messico e Porto Rico, tutte squadre ricche di giocatori della Major League Baseball, la più importante lega del mondo, con l’Italia hanno però regalato spettacolo e la squadra di coach Mazzieri ha dimostrato al mondo che il livello del baseball italiano è cresciuto esponenzialmente ed ora anche l’Italia può stare al tavolo dei grandi.

Zuckerberg e Amazon alleati: MLS in streaming su Facebook

Zuckerberg e Amazon alleati: MLS in streaming su Facebook

Direttamente dal Wall Street Journal arriva una notizia che probabilmente cambierà la storia dello sport in tv: Facebook ha siglato un contratto con la MLS, la lega di calcio americana e Univision, per trasmettere 22 partite durante questa stagione.

Facebook si impegnerà ad avere i diritti in lingua inglese mentre Univision li otterrà per la lingua spagnola ma non finisce qui.

Amazon da tempo è in trattativa con la MLS per acquisire i diritti online ed infatti produrrà quest’anno 40 giornate Live in cui gli utenti potranno addentrarsi online nella vita MLS con domande e trasmissioni streaming visibili esclusivamente su Facebook, l’obiettivo è interagire con i fan più giovani in modi nuovi.

La sfida tra Atlanta United e Chicago Fire del 18 marzo sarà dunque una pietra miliare dello sport a stelle e strisce e forse un precursore di quello che accadrà nel resto del mondo anche perché non sarà il primo match di una massima serie ad essere trasmesso in streaming su Facebook, dato che già ad agosto ci fu la proiezione di una partita femminile.
Amazon non vuole fermarsi al calcio però ed è in trattativa con MLB, NBA ed NFL, le leghe rispettivamente di baseball, basket e football.

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Bradley Wiggins, una vita in fuga

Bradley Wiggins, una vita in fuga

Pedala veloce Bradley Wiggins. Più veloce di chiunque al mondo, è stato capace di percorrere 54,526 km in un’ora, roba da multa per eccesso di velocità. Pista, strada, per lui non ha mai fatto differenza. Il parquet dei velodromi, il pavé del Belgio, dove è nato, l’asfalto delle strade di mezzo globo, nulla riesce a resistergli. Ogni metro, prima o poi, cede il passo alla sua ruota, al colpo sul pedale, al rapporto costante. Chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. È un sport di fatica il ciclismo, mica una passeggiata. È una di quelle discipline che una volta erano quasi sacre, ma che ora molti non praticano più. Come la marcia, o la boxe. Spesso la passione non basta. Chi sceglie di trascorrere gran parte della sua esistenza su un sellino ha quasi sempre un ottimo motivo. C’è chi su due ruote sogna di raggiungere qualcosa, magari la fama o il denaro. E c’è chi invece su di una bicicletta fugge. Come se ogni pedalata, ogni scatto, ogni sprint non fosse altro che un modo di tenere lontani i propri demoni. Bradley Wiggins fa parte di questa categoria.

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È stato in fuga per una vita. Dal mondo, ma anche da se stesso. Puoi essere veloce quanto vuoi, ma da quello che hai dentro non puoi scappare. Non basta il denaro, non basta la notorietà, non è abbastanza neanche un oro olimpico. E un argento. E un bronzo. Atene, estate 2004, sei il primo atleta britannico a vincere tre medaglie nella stessa olimpiade. Eppure non è abbastanza, quel vuoto non lo colmi. Cerchi di riempirlo come puoi. E tenti con l’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Giorno dopo giorno, dalle undici di mattina alle sei di pomeriggio, una sorta di lavoro a tempo pieno. Qualche partita a biliardo, un po’ di sport sulla TV del pub sotto casa, e poi ancora birre. La vita che molti sognano, ma che ti allontana dal resto. Gli affetti, il mondo circostante, la bici. La bici è lì, a casa, a prendere polvere. Tanto non è servita a nulla, non è bastato portare a casa le medaglie in nome di Sua Maestà. Niente contratti pubblicitari milionari, niente ingaggi faraonici, niente di niente. Solo quel vuoto che niente e nessuno è in grado di colmare.

I giorni diventano settimane, le settimane scorrono e si trasformano in mesi. Due. Cinque. Nove. Nove mesi, giusto il tempo necessario a Catherine per dare alla luce il piccolo Benjamin. È la scossa che serve. Il senso di un’esistenza che sembrava perduta ritrovato nel pianto di un neonato. C’è un tempo per tutto, lo dice anche la Bibbia, ed il tempo della crisi finisce in quell’istante. Ora ogni metro, ogni salita, ogni scatto ha una ragione d’essere. Sedersi su quel sellino è l’unico modo che Wiggins conosce per stare accanto a sua moglie e a suo figlio. E quindi di nuovo chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Lentamente l’alcol viene spurgato dall’organismo ed i chili presi pian piano se ne vanno. Ritorna invece la voglia, lo spirito di competizione, la necessità di mettersi alla prova. E se la pista è stata la sua casa, ora Bradley torna sulla strada. Vince una cronometro al Circuit de Lorraine, poi partecipa al Giro d’Italia. Centoventicinquesimo. Per carità, non uno di quei risultati di cui vai fiero, ma arrivare a Milano dopo tre settimane di fatica e reduce da mesi d’inferno vale quanto una medaglia d’oro. Ben gli ha salvato la vita, Wiggins lo sa. Non sorprende quindi che tra i mille tatuaggi sparsi per tutto il corpo, suo figlio abbia il posto d’onore. Tre semplici lettere, tatuate sopra il cuore. Qualche anno dopo ci aggiungerà Isabella.

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In un certo senso, essere un campione è semplice. Essere padre, un buon padre, è una sfida molto più complessa. E anche questo Bradley Wiggins lo sa bene. Se è nato a Ghent, nel cuore delle Fiandre, dove il pavé ti spacca le gambe e gli ammortizzatori della macchina, c’è una ragione. Suo padre, Gary, è un ciclista professionista. Uno specialista delle Sei Giorni, che tutti chiamano Doc. Per la preparazione meticolosa delle gare, forse. Oppure per quelle brutte storie che lo indicano come fornitore di sostanze stimolanti ai colleghi. Una carriera trascorsa nei velodromi di mezza Europa, lui che viene dalla lontana Australia dove ha lasciato una moglie ed una bambina. A Londra conosce Linda ed è colpo di fulmine. La coppia si trasferisce in Belgio ed è lì che Bradley impara a camminare e a dire le sue prime parole. Ma l’idillio si spezza, Gary lascia di colpo moglie e figlio, che fanno ritorno in Inghilterra. Per sedici lunghi anni non avranno contatti. Nessun ricordo, giusto qualche foto assieme. Eppure qualcosa rimane. Bradley ha dodici anni, a Barcellona ci sono le Olimpiadi. E sul parquet del Velòdrom d’Horta c’è una bicicletta che schizza a velocità supersonica. Sul sellino c’è un ragazzo con indosso la Union Jack che spinge sui pedali come se ne andasse della sua vita. Chris Boardman vince l’oro nell’inseguimento e conquista il cuore di Wiggins. Linda comprende, sa che il piccolo Bradley ha le due ruote nel DNA. Certe cose non si cancellano. Inizia così una carriera strepitosa.

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Vittorie su vittorie, la diffusa sensazione di trovarsi davanti a un fenomeno. Inviti, sponsorizzazioni, ogni porta si spalanca. Il trionfo nell’inseguimento ai mondiali giovanili del 1998 certifica quello che gli addetti ai lavori avevano capito da tempo. Bradley Wiggins è la nuova speranza del ciclismo britannico. Neanche il tempo di poter prendere la prima birra al pub, che la Nazionale lo chiama. C’è un’Olimpiade da preparare, chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Ed è proprio in previsione dell’appuntamento a cinque cerchi che a fine 1999 Bradley sta scavando solchi sul parquet di un velodromo di Sydney. Ma c’è un altro motivo. Gary Wiggins. Un contatto a sorpresa, poi un altro, e la sofferta quanto logica decisione di rivedersi. Non c’è molto tempo, le Olimpiadi incombono. Un anno ed un bronzo dopo, Wiggins decide di tornare in Australia. Tre mesi di allenamenti e la possibilità di passare finalmente del tempo con suo padre. È una delusione totale. Gary vive in una roulotte, gli è stata ritirata più volte la patente per guida in stato di ebbrezza. È un uomo disilluso, segnato da un incidente che gli ha distrutto la vita e la carriera e che ha cercato e trovato rifugio nell’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Nessuna possibilità di recuperare un rapporto ormai compromesso. I due non si rivedranno mai più. Wiggins senior termina i suoi giorni in un vicolo di Aberdeen, New South Wales, colpito alla testa durante una lite. È il gennaio 2008. Bradley Wiggins non partecipa ai funerali di suo padre, ma nella roulotte vengono ritrovati ritagli di articoli e fotografie che documentano la sua carriera. Un abbraccio postumo, ma certamente sincero. La morte però non cancella il passato. Bradley sarà per sempre segnato dall’abbandono in tenera età. Anche e soprattutto per questo è ben attento a non ripetere gli errori paterni.

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Pechino 2008, Londra 2012, il record dell’ora, altri ori, altri trionfi, ma un solo comune denominatore. La famiglia. Catherine, Ben e Isabella sono sempre lì, accanto a lui. Cambiano i tagli di capelli, passano gli anni, ma non i sorrisi. E quando il parquet della pista lascia il posto all’asfalto o al pavé, il discorso è sempre lo stesso. Il 2012 è l’anno di grazia. Delfinato, Parigi-Nizza, Romandia. Preparazione perfetta per il Tour. Lo ripete da sempre Bradley, un giorno vincerò un oro olimpico, indosserò la maglia gialla. Con le medaglie vinte può già replicare i cinque cerchi, ma la parata sugli Champs-Élysées è tutta un’altra storia. Due tappe vinte, ovviamente entrambe le cronometro, ma anche tanta gamba sulle Alpi e sui Pirenei. È un Wiggins totalmente in controllo, capace di tenere testa ai migliori scalatori del mondo. L’obiettivo è a portata di mano, la penultima tappa, la seconda crono, lo certifica. E quando il traguardo finale è tagliato, quando, già leggenda del ciclismo su pista, entra di diritto nella storia delle due ruote su strada, c’è un ultimo sogno da realizzare. Il giro d’onore è con la Union Jack al collo e con accanto Ben, un po’ fuori tema con camicia e pantaloni lunghi, ma evidentemente a suo agio su di una bici.

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La storia agonistica di Wiggo termina nel 2016, con l’ennesimo oro olimpico a Rio de Janeiro. In mezzo una fama stratosferica, stavolta molto ben gestita. Apparizioni TV, sorprese graditissime come suonare la chitarra assieme al suo idolo Paul Weller, addirittura una linea di abbigliamento personalizzata, in collaborazione con uno dei marchi simbolo della cultura Mod. Ma anche tanto impegno sociale, con la nascita della Fondazione Wiggins, sportivo, con l’impegno a tenere alto l’interesse per il ciclismo nel Regno Unito e letterario, con ben quattro libri all’attivo. Eppure, nonostante una carriera eccezionale, probabilmente unica, il premio che sta più a cuore a Bradley è il sorriso dei suoi cari. Del resto mamma Linda insegna. Certo, la maglia gialla è importante, ma nel cuore di una madre la vera medaglia è vedere il proprio figlio felice e sereno, libero dai propri demoni. Una vita complicata quella del ragazzo di Ghent, sempre sospesa tra la gloria e l’inferno, passata a scappare da fantasmi che ogni tanto hanno avuto la meglio. Ma ad ogni caduta, reale o metaforica, è sempre seguita una rinascita. Un percorso, metro dopo metro, pedalata dopo pedalata, che ha portato Bradley Wiggins alla grandezza eterna e alla soddisfazione di potersi guardare allo specchio e vedere il ciclista e l’uomo che ha sempre desiderato essere. Il traguardo è arrivato, Wiggo può scendere dal sellino e appendere la bici al chiodo. Finalmente non gli servirà più. La fuga, quella più importante, è riuscita.