Pro Recco: come si gestisce la comunicazione della “Juventus” della pallanuoto

Pro Recco: come si gestisce la comunicazione della “Juventus” della pallanuoto

Lo sport sta cambiando, ad un ritmo che spesso non riusciamo a percepire. E con loro anche la relativa comunicazione. Per comprendere ciò basta soffermarsi sull’ineffabilità dei ricordi circa la gestione del rapporto tra società e tifosi prima dell’avvento dei social network. Qualcosa di inimmaginabile al giorno d’oggi. Così, per comprendere le caratteristiche di questa nuova imprescindibile figura societaria e per comprenderne gli sviluppi passati e futuri, abbiamo fatto una chiacchierata con Matteo Ioriosocial media manager della Pro Recco.

Matteo Iorio

«La passione in questo settore si è sviluppata anno dopo anno durante il mio percorso di studi e si è concretizzata ormai dieci anni fa», esordisce Matteo, «quando ho cominciato a lavorare in un’agenzia a Milano seguendo la comunicazione e quindi anche i social network di clienti legati al mondo del fashion». Quello sportivo, tuttavia, rimane un settore più impegnativo in quanto «c’è un riscontro immediato e diretto con i fan». Quando i primi contatti con la Pro Recco? «Ho avuto i primi contatti con l’allora Direttore Generale ed attuale Presidente Maurizio Felugo nell’agosto 2015», ricorda, in quanto «era alla ricerca di una figura specifica che potesse valorizzare la comunicazione del club sui social network». Un primo giorno di lavoro di quelli che non si dimenticano facilmente. «Coincise con la presentazione della squadra a Punta Sant’Anna in seguito al triplete conquistato nella stagione precedente». «Fu una grande emozione», ricorda Matteo.

Un’evoluzione inevitabile quella del social media manager nelle società sportive. «Tutte le società curano ormai in maniera maniacale i propri canali social», afferma Matteo, «che di fatto sono il modo più diretto per comunicare le notizie e le curiosità del club ai propri tifosi». Tuttavia, «sono anche ormai fondamentali per avere un feedback costante e quotidiano soddisfacendo nei limiti tutte le curiosità e le domande». Un ruolo, quello di questa figura societaria, che ha perfino modificato il processo con cui vengono diffuse le notizie. «Se desidero sapere tutto sulla mia squadra non aspetto più il TG ma mi collego ai canali web ufficiali della squadra o a quelli dei singoli giocatori», aggiunge, «un ruolo quindi anche di responsabilità».

Quali le prospettive future di questo ruolo? «Penso che si andrà sempre più verso una partecipazione attiva dello spettatore nell’evento». «Ce ne stiamo accorgendo negli ultimi anni», continua Matteo, «con telecamere nello spogliatoio prima delle partite, contatto diretto con giocatori e addetti ai lavori tramite i social, telecamere personalizzate». Canali di comunicazione e partecipazione di cui si rende protagonista anche la Pro Recco con la Pro Recco Experience e la Mascotte che interagisce con il pubblico presente sugli spalti delle piscine. «Il tifoso deve sentirsi il più coinvolto possibile dalla società», afferma, «tutto ciò si traduce in attaccamento ai colori sociali e di conseguenza anche in business».

Con il successo nel derby contro il Quinto è arrivato per la società recchellina un record storico, ovvero quello della striscia vincente più lunga della storia dello sport italiano: 73 vittorie, una in più delle pallavoliste della Teodora Ravenna, ex primatista. «Nonostante sia una società abituata a dominare da anni il campionato credo che con la vittoria di sabato questo club entri con tutte le carte in regole nell’olimpo dello sport italiano». «Fa piacere esserne diretto testimone», ammette Matteo, «un record fantastico». Cercando di elaborare un parallelismo calcistico, grande passione di Matteo, a quale squadra potrebbe essere paragonata la Pro Recco? «Dal punto di vista dei successi internazionali sicuramente al Real Madrid». «L’obiettivo sportivo è quello di vincere a breve la decima Champions League», afferma il social media manager, «proprio come sono riusciti a fare i Blancos».

Un altro paragone, tuttavia, viene suggerito dal social media manager: «da un punto di vista di potenzialità, fame di vittorie, sviluppo societario e programmazione devo dire che la Juventus è il nostro modello di crescita». Una Juventus che ha invitato una delegazione proprio della Pro Recco due settimane fa presso il suo museo, «Una bella emozione», racconta Matteo, «la Juventus nella figura del Presidente del J Museum Garimberti ha omaggiato con delle maglie bianconere personalizzate Tempesti, Filipović e Vujasinović». «Sabato è stato ospite il campo il mio Genoa», sua squadra del cuore, «e sono stati dolori».

Quali i giocatori che più lo hanno stupito in questi mesi? «Di una squadra come la Pro Recco e dei suoi giocatori in questi due anni ho imparato a stupirmi poco», ammette, poiché «se giocano in questo club significa che sono già delle certezze». Tuttavia, se proprio dovesse rispondere alla domanda, menzionerebbe i giovani arrivati ad inizio stagione. «Si sono calati alla perfezione in questa mentalità vincente e stanno facendo passi da gigante per colmare il prima possibile il gap con i campionissimi». E poi, come non spendere due parole su un campione come Stefano Tempesti? «C’è un solo aggettivo per uno sportivo come lui: leggendario». «Al di là del suo valore sia in vasca che fuori», rivela Matteo, «mi ha impressionato la voglia e la costanza di recuperare a 37 anni dall’infortunio all’occhio che gli ha impedito di giocare la Final Six di Champions a Budapest l’anno scorso». Il tutto al fine di poter partecipare da protagonista alle Olimpiadi di Rio, in cui ha portato a casa la Medaglia di Bronzo. «Per lui era troppo importante salutare la Nazionale con una medaglia e ce l’ha fatta», conclude il social media manager.

Quale un aneddoto divertente durante la sua esperienza con la società recchellina? «L’anno scorso a Busto Arsizio dopo la vittoria della Coppa Italia», ricorda Matteo, «uscendo dallo spogliatoio della squadra con la felpa sociale un bambino mi ha chiesto l’autografo». «Una cosa che mi ha fatto sorridere». E quale il momento più emozionante? «Il momento più emozionante è stata la vittoria del trentesimo scudetto», afferma il manager, «al termine della finale contro il Brescia davanti ad una piscina stracolma». «Siamo riusciti ad organizzare con grande impegno un evento fantastico in una località logisticamente non agevole come Sori», continua, «non poteva non finire così». Ma ricorda piacevolmente anche l’ingresso sul prato dello Stadio Luigi Ferrari con la squadra prima del derby dello scorso anno: «un’esperienza che mi ha sinceramente messo i brividi».

Per concludere, quali i suoi progetti futuri e quali quelli comunicativi della Pro Recco? La risposta è precisa: «Spero che le due cose possano coincidere a lungo». «Di sicuro ormai ho i colori biancocelesti nel cuore», conclude Matteo. E noi non possiamo far altro che augurarglielo.

 

Esports, il salto “ufficiale”: i giochi elettronici saranno riconosciuti come Sport alle Olimpiadi 2022

Esports, il salto “ufficiale”: i giochi elettronici saranno riconosciuti come Sport alle Olimpiadi 2022

La notizia è recentissima: l’Olympic Council of Asia (OCASIA) ha annunciato ufficialmente l’ingresso degli eSports (che tutti noi conosciamo come videogiochi) nei Giochi Asiatici del 2022 che si terranno ad Hangzhou, in Cina. Molti potrebbero domandarsi cos’hanno da “spartirsi” gli atleti reali con quelli da tastiera o da joystick, la realtà però è proprio questa: all’interno delle normali competizioni sportive gli eSport si stanno integrando rapidissimamente. Non si sa ancora quali giochi parteciperanno, ma questi saranno considerati validi per la salita al podio e per l’assegnazione di medaglie. Inutile dirlo, enorme è stata la felicità dei gamers che finalmente si vedono riconosciuti come atleti a tutti gli affetti. Già da qualche tempo infatti, ogni giocatore virtuale, in relazione alla “categoria” sportiva a cui appartiene può anche tesserarsi: proprio come uno sportivo vecchio stampo.

L’evento olimpico del 2022 è la seconda manifestazione sportiva più numerosa del mondo dopo i giochi olimpici veri e propri, di cui rappresenta un evento circoscritto al solo territorio asiatico. C’è da precisare però che già nell’edizione del 2018 dei giochi che si svolgerà in Indonesia, gli eSport saranno presenti come sport “dimostrativo”. L’enorme successo – a detta di esperti e appassionati – deriverebbe dall’enorme diffusione che gli eSport stanno avendo, fra i più giovani ma anche fra gli adulti. Come ha dichiarato in un comunicato stampa (riportato da diversi giornali orientali) Ahmad Fahad Al-Sabah, presidente dell’OCAL’Organizzazione proseguirà nel suo impegno per lo sviluppo e la promozione degli sport asiatici. Non vediamo l’ora di scoprire le idee lungimiranti di Alisports e come si applicheranno al settore degli eSport”. Dichiarazioni – queste – importantissime nel percorso di crescita degli eSport e dei videogiochi, probabilmente trampolino di lancio per il successo futuro del settore. Al momento non è chiaro su quali titoli si sfideranno gli atleti digitali ma è stato rivelato da fonti certe che, in occasione degli Asian Indoor and Martial Arts Games (AIMAG) che si svolgeranno a settembre in Turkmenistan, i giochi coinvolti saranno Fifa 17, Moba (Multiplayer Online Battle Arena) e RTA (Real Time Attack).

Dobbiamo aspettarci l’arrivo degli eSport nei prossimi giochi olimpici mondiali? Magari già a Tokyo 2020? Per ora è ancora tutto molto sfumato ma c’è da sottolineare un’evidenza: questa è la prima volta che le discipline elettroniche vengono inserite nel programma ufficiale di una manifestazione riconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Da non sottovalutare nemmeno il ruolo che in questa faccenda ha avuto Alibaba, uno dei colossi economici della Cina, che nel 2016 aveva annunciato di aver stretto una partnership con la Federazione Nazionale degli sport elettronici, investendo nel progetto circa 150 milioni di dollari. Il processo di canonizzazione degli eSport all’interno delle manifestazioni sportive più amate e conosciute sembra essere ormai vicino alla sua conclusione. Chi ama mettersi alla prova attraverso i giochi elettronici piuttosto che in un campo da calcio, in uno da basket, da tennis o in acqua, può finalmente iniziare a sorridere di felicità.

Dai taglialegna canadesi a fenomeno di massa: il Paintball, non chiamatelo guerra

Dai taglialegna canadesi a fenomeno di massa: il Paintball, non chiamatelo guerra

Se fosse uno sport olimpico sarebbe tra i dieci più praticati al mondo ma poiché non lo è e probabilmente non lo sarà mai rimane sempre e comunque una delle discipline più praticate. Avete mai visto una partita di Paintball? 2 squadre contrapposte di 5/7 elementi che gareggiano per sconfiggere la squadra avversaria o rubare una bandierina nel campo avversario cercando di eliminare – eliminare e non uccidere – gli avversari colpendoli con palline piene di vernice biodegradabile. Ad oggi il Paintball conta nel mondo circa 14 milioni di giocatori e oltre 100 paesi dove viene praticato, quasi altrettanti sono gli spettatori che lo seguono con interesse. Nasce lo scorso secolo, agli inizi degli anni ottanta, nei boschi del Canada, dove i tagliaboschi erano soliti utilizzare alcuni marcatori che lanciavano palline di vernice per contrassegnare gli alberi che successivamente sarebbero stati tagliati. Un giorno, più per caso che per altro, un tagliaboschi decise di fare uno scherzo ad un suo collega e ritenne alquanto divertente “marcarlo” con una di queste palline piena di vernice.

Come potete intuire il tagliaboschi marcato decise di rispondere al suo collega con la stessa moneta. Fu allora che venne disputata la prima e vera partita di quello che anni dopo sarebbe diventato uno degli sport più affascinanti, dinamici e coinvolgenti del nostro secolo, il PAINTBALL.

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Il 27 Giugno del 1981, grazie a Hayes Noel, Charles Gaines e Bob Gurnsey, che testarono solo qualche mese prima, il primo e vero marcatore da Paintball ad uso dilettantistico sportivo. Nella prima partita di Paintball, nella modalità “conquista la bandiera” presero parte 12 persone e successivamente nel 1983 in New Hampshire venne intrapreso il primo campionato a squadre con il montepremi in denaro.

Il Paintball è molto diffuso sia in Europa che negli Stati Uniti dove ci sono dei Campionati che sono molto seguiti da un pubblico più numeroso del football americano.

La Lega Europea è conosciuta come “EPBF – European Paintball Federation”, e il torneo più importante che si svolge in Europa si chiama “The Millennium Series”.

I colori delle vernici all’interno delle paintballs è del tutto ininfluente, tranne per il fatto che, non si potranno mai trovare paintballs che contengano colore rosso, in quanto si vuole totalmente distaccare questo sport da eventuali associazioni a simulazioni militari e quindi ad eventuali ferite di guerra. Ricordiamo che l’intento è solo quello di marcare il giocatore avversario.

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Al di là di quello che si potrebbe immaginare il Paintball è uno degli sport più sicuri al mondo, basti pensare che la percentuale di infortunio su 1000 giocatori è lo 0,2 % ben al di sotto di sport comuni come il calcio (il Paintball non rientra nemmeno tra i 25 sport al mondo con il più alto rischio di infortunio, dati forniti dall’American Sport Data Inc.).

Infatti questo sport viene praticato con la totale esclusione dei contatti fisici tra i giocatori e con l’ausilio di protezioni che garantiscono ulteriormente la riduzione della possibilità di infortunio.

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Non è una guerra, è uno sport di squadra molto intenso. Qualche anno fa ho assistito a una prova del Circuito Europeo. 20 squadre da tutta Europa che per 3 giorni hanno giocato in un’atmosfera gioiosa e sana. Ricordo gli sguardi di chi curiosando si avvicinava per la prima volta. Qualcuno diceva:” Sembra lo sbarco in Normandia” ma poi, rimanendo un po’ a vedere, quasi tutti rimanevano affascinati. Nessuno scontro fisico e niente di più di una moderna “acchiapparella”.

Sapete a chi piace tantissimo il Paintball? Ai cani.…le palline di vernice sono riempite di una sostanza composta da soia della quale sembra i cani siano molto ghiotti….

Giuseppe Tesoro, campione italiano di Karate: “I sacrifici vengono sempre ripagati”

Giuseppe Tesoro, campione italiano di Karate: “I sacrifici vengono sempre ripagati”

Giuseppe Tesoro, giovane 20enne di Giugliano, in provincia di Napoli, è il nuovo campione italiano di Karate, nella categoria 84kg.
Il ragazzo ha battuto in finale Nello Maestri per 2-1 in un bellissimo incontro che ha infiammato tutti i presenti ai campionati che si sono tenuti al Centro Olimpico Federale di Ostia.

Il campionato italiano, la competizione più difficile.

“Ho vinto i campionati italiani assoluti a Ostia, la competizione più importante con i più grandi campioni. Ho battuto il campione d’Europa in carica e titolare della nazionale. L’anno scorso persi la finale proprio con Nello Maestri, ma ho preso una grande rivincita allenandomi 3 volte al giorno perché i sacrifici ripagano sempre e sono contento del risultato ottenuto”

Nello Maestri è un grande della disciplina, Campione d’Europa tra le altre cose, ha “rosicato” a perdere contro uno di oltre 10 anni più giovane?

“La disciplina insegna rispetto, le arti marziali insegnano prima il rispetto dell’avversario e poi l’agonismo. Dopo i 3’ di combattimento siamo amici come prima e lui è un grande del karate”

Come sei arrivato a questa sfida?

“Questo è stato il titolo più difficile e sofferto della mia vita, la prima volta arrivai terzo a 18 anni, perdendo col campione del mondo in carica, alla seconda occasione arrivai secondo e ora finalmente ho vinto, dopo 3 anni di sacrifici”.

Cosa c’è nel futuro di Giuseppe Tesoro?

“Sto per partire con la nazionale maggiore e cercherò di strappare un pass per andare gli europei dove nel 2015 l’Italia si è presentata con 4 atleti ed ha vinto 3 medaglie. La nazionale italiana ha grandi campioni, il karate in Italia è messo bene, ci sono tanti grandi atleti”.

Da agosto 2016 il karate è diventata disciplina olimpica ed andrà nella sua terra natia, il Giappone

“Nel 2020 ci voglio essere a Tokyo, ci sono tante gare per qualificarsi e voglio fare di tutto per andare alle Olimpiadi perché il ritorno del karatè ai Giochi è una cosa assolutamente fantastica”.

Succede che siamo Campioni del Mondo di Calcio a 5 e nessuno ce l’ha detto

Succede che siamo Campioni del Mondo di Calcio a 5 e nessuno ce l’ha detto

Mentre tutti, stampa in primis, si interrogano su vita morte e miracoli dell’arbitro Kassai e di quanto sia stato antisportivo il Barcellona a non restituire un pallone, succede che l’Italia zitta zitta si è portata a casa il Mondiale di Calcio a 5. Così, a bruciapelo. Colpiti dolcemente al cuore da una grande notizia per il nostro sport, quello azzurro, che di grande vede poco, e se lo vede, lo fa solo per gli altri, sottolineandolo a più riprese, consumando tastiere, libido e bile su notizie che poco interessano ma che tanto infiammano l’etere, unico sherpa spirituale dell’informazione che ben si districa tra quello che piacevolmente tira e condivisibilmente divide. E succede che in questo giustificabilissimo Bar di cui tutti noi facciamo parte, quelli che dovrebbero darti da bere si comportano esattamente come coloro che bevono e chiacchierano (giustamente, loro), offrendoti il solito drink annacquato fatto di moviole e tweet al veleno. E succede, anche, che i ragazzi della nazionale di calcio a 5 della Fisdir (Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva Relazionale) conquistano il Mondiale di Futsal in Portogallo e vengono relegati, se gli dice proprio bene, nelle brevi a fondo pagina.

E che ci vuoi fare, siamo il Paese dell’Estero è bello, della polemica su ogni cosa, della vittoria a corrente alternata dove l’interruttore lo pigia il virus della viralità. Succede. E allora chissenefrega se il tricolore sventola alto grazie a questi sconosciuti ragazzi che sconosciuti resteranno. Chi avrà voglia di leggere di Francesco Leocata, Marco Fasanella, Luca Magagna, Davide Vignando, Cristian Palaia, Simone Di Giovanni, Carmelo Messina, Marco Sfreddo, Matteo Simoni, Riccardo Piggio, Amedeo Alessi e Luca Casciotti che, partiti l’8 aprile da favoriti alla volta di Viseu, cittadina lusitana, si sono imposti sui padroni di casa in finale per 4 a 1, conquistando il primo mondiale FIFDS dedicato a giocatori con disabilità intellettive e relazionali? Chi vorrà parlare del miglior portiere del torneo Francesco Leocata e del capocannoniere Luca Magagna?

Troppo impegnati a scrivere (male) dell’Italia e raccontare (bene) fino allo sfinimento le imprese degli altri, ci siamo dimenticati dei dimenticabili, di persone considerate diverse ma più normali di noi, incapaci di godere anche quando vinciamo, distratti dagli ultrasuoni asfissianti dell’informazione standardizzata che ci vengono proposti a scadenza fissa e quotidiana, come un medicinale per appiattirci. E in questo limbo emozionale, ci facciamo scappare i nostri successi, ce li nascondono, li ignorano, non se ne parla. Troppo poco salati, eventi del genere. Non richiamano, e quindi non servono. Succede oggi come succede in tante altre situazioni, vedi sport minori e paralimpici. Vittorie di Serie B, trionfi senza fotografi ma con campioni veri, perché essere eroi sotto i riflettori è sempre più semplice che farlo nell’ombra soprattutto quando, pur illuminato dal successo, ti si preferisce in prima pagina un fuorigioco non fischiato o una litigata tra calciatori a mezzo social. E quando tra questi sfortunati vincenti la mano meccanica del Signore dei trend pesca il tuo nome mettendo finalmente la tua faccia nel ristretto (mica tanto) circolo degli sportivi che “contano”, succede che vieni fagocitato, sfruttando questa inattesa notorietà, facendoti credere importante perché porti un messaggio positivo quando di positivo, per loro, c’è solo la tua immagine che regala una stretta al cuore di chi ti vede e un allargata al portafoglio di chi ti usa, firmando contratti illusori in cambio della messa in mostra della tua debolezza fattasi forza, della tua rivincita. E il finale, seppur insperato e insperabile, è sempre lo stesso: sedotto e abbandonato da lustrini dal pollice alzato. Avanti il prossimo, avanti una nuova storia da svuotare.

“Che bello vederli giocare a calcio! Una soddisfazione per tutto lo staff vedere come i ragazzi sono stati in grado di mettere in campo quello che è stato fatto negli allenamenti! Vincere il mondiale è stata la classica ciliegina sulla torta, un’emozione immensa ma, soprattutto, un evento che garantirà l’ulteriore sviluppo del nostro calcistico riservato ad atleti con sindrome di Down”. Queste le parole di Roberto Signoretto, il referente tecnico che insieme a Gianluca Oldani e Edoardo Scopigno ha guidato la nazionale a questo trionfo.

Hanno cantato i ragazzi della Fisdir negli spogliatoi dopo aver festeggiato in campo. Come succede quando si vince una Coppa del Mondo. Arrivati all’apice del successo, dopo sacrifici e costanza, hanno esultato e gridato, almeno loro. E allora gridate più forte, magari succede che qualcuno la prossima volta se ne accorge.

Gran Premio della Liberazione: qualche volta bisogna credere ai miracoli

Gran Premio della Liberazione: qualche volta bisogna credere ai miracoli

Il 23 marzo scorso il Presidente dell’ASD Primavera Ciclistica Andrea Novelli lanciava uno spaventoso grido di dolore annunciando che quest’anno il Gran Premio della Liberazione, che fu disputato per la prima volta nel 1946, non si sarebbe disputato.

Dopo 71 anni la storica corsa ciclistica, un vero e proprio Campionato Mondiale Under 23 sarebbe morta. Tante parole ma veramente in pochi hanno mostrato di avere davvero a cuore la corsa.

Qualche volta, però, accade l’inaspettato e con un colpo di reni come un velocista di razza a pochi metri dal traguardo il Gran Premio della Liberazione si risolleva dall’orlo di un precipizio senza fondo e si prepara per l’edizione numero 72 grazie all’inatteso intervento del Ministro dello Sport Luca Lotti e della preziosa collaborazione di Cicli Lazzaretti.

Cosa è accaduto?

Il grido di dolore del Presidente Novelli è stato ascoltato da chi ha dimostrato di credere in questa ricorrenza davvero importante per la storia civile del nostro Paese.

L’appuntamento con il Liberazione, infatti, vola oltre il traguardo e le transenne della corsa ciclistica e si conferma sempre più un simbolo irrinunciabile della lotta di Liberazione e del sacrificio di tanti partigiani che soffrirono e morirono per la libertà di tutti noi; un simbolo a cui il Governo del Paese, per volontà esplicita del Ministro per lo Sport Luca Lotti, non rinuncia e sostiene con grande forza. Il Gran Premio della Liberazione rappresenta valori civili di enorme rilevanza così come enormi sono i valori che la corsa rappresenta per i corridori Under 23.

Su sollecitazione del Ministro, la Federciclismo ha dato tutto l’appoggio richiesto e insieme, Ministro Lotti e Presidente Federcislismo Renato Di Rocco, hanno garantito la disputa dell’edizione di quest’anno.

Da sempre la gara capitolina è il “mondiale di primavera” a cui quest’anno parteciperanno le nazionali di Australia, Kazakistan, Russia, Ucraina e Bielorussia, alcune squadre straniere e venti squadre italiane. Uno schieramento che conferma la tradizione di corsa di riferimento del panorama internazionale per i corridori che ambiscono ad un successo che spalanca loro le porte al professionismo.

Il circuito di Caracalla sta al Gran Premio della Liberazione come l’Olimpico alla Roma e alla Lazio o il Madison Square Garden agli incontri di basket e pugilato. Difficile immaginare questa corsa lontano dal percorso aggrovigliato attorno alle Terme dell’Imperatore Caracalla, Porta Ardeatina, le Mura Romane, la Piramide Cestia e l’iscrizione in marmo che proprio a Porta San Paolo ricorda l’eroismo dei Partigiani nel 1943. Il GP della Liberazione Pink, dallo scorso anno c’è infatti anche la gara femminile, avrà inizio alle ore 10.45 con sedici giri da percorrere per un totale di km 96 e farà da prologo al GP della Liberazione U23 che partirà alle ore 14.00 con 23 giri da percorrere per un totale di km 138.

Speriamo che questa edizione sarà ricordata come quella del definitivo rilancio di questa storica manifestazione.

Premier Futsal League: Dinho, Giggs e Co. si sfidano nell’evento di calcio a 5 più seguito al mondo

Premier Futsal League: Dinho, Giggs e Co. si sfidano nell’evento di calcio a 5 più seguito al mondo

Correva l’anno 2002 quando il marchio statunitense Nike lanciò nel mondo una serie di spot destinata ad entrare nella storia per ogni appassionato di calcio che si rispetti. Per i pochi (immaginiamo) che non lo ricordassero, si parla delle clip pubblicitarie in cui molte tra le più grandi stelle del calcio mondiale si sfidavano in una gabbia, con Eric Cantona a divertirsi nei panni di padrone di casa (o, in questo caso, per meglio dire, di gabbia).

A partire dallo scorso anno, in India sta andando in scena qualcosa di molto simile. Nessuna gabbia, però, il teatro in cui va in scena la ‘grande bellezza’ del calcio (visti i nomi presenti) è semplicemente un campo di futsal.

Nel 2016, leggende come RonaldinhoGiggs, Crespo, Scholes Salgado si sono sfidate nella Premier Futsal League, la prima lega internazionale che porta sul parquet ex campioni del calcio a 11, star del calcio a 5 e giocatori locali.

Questa fantastica iniziativa ha riscosso un successo talmente vasto, tanto in India quanto nel resto del mondo, che solo qualche giorno fa è stata presentata l’edizione del 2017, tra volti noti del calcio che fu e diverse novità anche nella formula della competizione.

Voluta dagli imprenditori indiani Abhinandan Balasubramanian, Dinesh Raj e Nithyashree Subban e finanziata dal magnate Xavier Britto e dalla moglie Vimala, la lega è presieduta da Luis Figo (guarda caso, uno di coloro che prese parte alle riprese del leggendario spot di cui si parlava sopra).

Nella passata edizione erano presenti sei squadre, ognuna guidata da una delle star invitate: l’ex Manchester United Giggs era il capitano di Mumbai, Ronaldinho il leader di Goa, Crespo il bomber di Kolkota, mentre l’altro ex Red Devils Scholes e l’ex Real Madrid Salgado difendevano i colori rispettivamente di Bangalore e Kochi.

La sesta formazione, invece, il Chennai, era capitanata da Alessandro Rosa Vieira, meglio noto come Falcão. Il giocatore di futsal universalmente riconosciuto come il più forte di tutti i tempi.

Per il 2017, intanto, l’organizzazione ha introdotto una vasta gamma di novità e miglioramenti: aumento del numero di giornate da 8 a 14, con conseguente e significativo incremento del numero di partite stesso (da 15 a 27); presenza del torneo in tre città, rispetto alle due dell’anno passato; finale che andrà in scena direttamente sulle coste straniere.

Oltre a tali modifiche, i fondatori della Premier Futsal League hanno lanciato un programma tutto nuovo dal nome di LaunchPad.

Si tratta di un dispositivo che agirà come programma di scouting per identificare i migliori (ma sconosciuti) talenti in circolazione; i giocatori dilettanti potranno così arrivare a un provino e mostrare le loro abilità per essere selezionati per le squadre delle loro città durante l’evento.

Tali calciatori saranno poi allenati e consigliati dalle varie superstar del calcio messe sotto contratto dalla PFL.

I candidati devono avere tra i 18 e i 30 anni di età ed i principali fattori di valutazione riguarderanno: forma fisica, tenuta mentale e capacità tecniche.

La prima stagione della Premier Futsal League è stata vista da oltre 61 milioni di persone in tutto il mondo. Il torneo è stato trasmesso in Europa, Sud America, Sud-Est asiatico e Medio Oriente.

C’è da scommettere che anche per l’edizione del 2017 i numeri saranno eccellenti vista la caratura di chi scenderà in campo.

 

 

Futsal, Francesco Ceccaroni: “Prima gli italiani avevano più qualità. Nel Calcio a 5 mancano i vivai”

Futsal, Francesco Ceccaroni: “Prima gli italiani avevano più qualità. Nel Calcio a 5 mancano i vivai”

“La SS Lazio calcio a 5 viene fondata nel 1996 a Roma dopo l’acquisizione del titolo sportivo del Torrino Sporting club dai soci fondatori Roberto Sordini Fabio Cragnotti e Fabio Quaglia” si legge nel sito ufficiale della società di futsal.

Tra i protagonisti in campo che hanno visto nascere la società e partecipato ai successi del club, c’era Francesco Ceccaroni, laterale, con i quale abbiamo ripercorso la sua carriera a posto l’accento sull’attuale campionato di Serie A maschile.

Il calcio a 5, tu e la Lazio: un rapporto speciale.

“Direi di sì visto che ho giocato con i biancocelesti dal 1996 al 2004 vedendo nascere la squadra SS Lazio sotto la presidenza di Cragnotti. I primi anni sono stati fantastici e ricchi di successi; il tempo ha poi ampliato la portata del futsal rendendo il campionato più competitivo con la presenza di fenomeni come Jesùs Velasco. Un cambiamento portato anche dai tanti stranieri, brasiliani in particolare, davvero bravi. Ritengo però che, ai miei tempi, la qualità era superiore. Il livello ovviamente è cresciuto, i brasiliani nascono mangiando calcetto, ma i giocatori italiani di una volta non ci sono più: persone che ‘di calcio’ con un bagaglio diverso dal futsal che si sono dovuti adeguare alle sue regole, al contrario dei brasiliani che lo conoscono a memoria. Se ti devo fare un nome di un italiano che per talento sembrava verdeoro di nascita, ti dico Andrea Rubei: pur avendo una formazione iniziale nel calcio a 11, è un fenomeno. Ti parlo al presente perché nonostante i suoi 50 anni gioca ancora… Tornando ai miei tempi, quando disputammo la finale di Coppa Campioni a Mosca, eravamo un gruppo di italiani forti e determinati; perdemmo con la padrona di casa della Dinamo Mosca ma loro erano invincibili. Invasione straniera attuale paragonabile a quella del calcio ‘grande’? Sì ma con una differenza: il calcio a 11 ha i vivai da cui prendere giovani talenti nostrani, cosa che il calcio a 5 non ha”.

In una partita avete affrontato proprio la Lazio a 11 e avete vinto voi, giusto?

“Sì, ma era un’amichevole all’interno dell’annuale Memorial in ricordo di Cragnotti padre. A dire la verità, loro non si impegnarono in modo particolare…”.

Come vedi l’attuale campionato con il Pescara in testa alla classifica?

“Ti premetto che non seguo molto la competizione. Ti dico però che conosco mister Colini, è stato un mio allenatore, ha una passione smisurata per questo sport; credo di non aver mai conosciuto una persona più appassionata di lui e si sta meritando tutti questi successi. Persona educatissima e molto preparata”.

Qual è la partita che ricordi più volentieri della tua carriera?

“La semifinale di Coppa Campioni contro la Spagna. Vincemmo 2-1 con un mio gol. Fu un successo storico dato che in quegli anni gli spagnoli erano imbattibili”.

Ora cosa fa Francesco Ceccaroni?

“Lavoro e non ho più tempo di allenare cosa che ho fatto con un club Under 21 e con i giovani di Colleferro che ho portato in B”.

 

Teheran Marathon: in corsa tra discriminazioni di genere e automobilisti imbufaliti

Teheran Marathon: in corsa tra discriminazioni di genere e automobilisti imbufaliti

E’ passata poco più di una settimana da quando si è disputata la prima Maratona di Teheran, un evento che ha richiamato l’attenzione del mondo intero, non tanto per la sua importanza sportiva, non c’erano certo atleti di grido alla partenza, quanto per la sua simbolica valenza di apertura del paese verso il resto del mondo. L’organizzatore è Sebastian Straten, di cui si sa che è europeo, tedesco secondo il nostro Corriere della Sera, olandese per il giornale di Singapore Straits Times, titolare di un’agenzia viaggi a Teheran e sposato a una donna iraniana dal 2005,  che dichiara di aver voluto mostrare a tutti che l’Iran vuole costruire ponti, non muri, e farne conosce l’ospitalità, visto anche che è lo stesso governo a puntare molto sul turismo, con l’obiettivo dei 20 milioni di visitatori l’anno entro il 2025. Già ora, a seguito di una recente decisione, i turisti provenienti da 180 nazioni, tra cui l’Italia, che volessero entrare nel paese non hanno più l’obbligo del visto preventivo, ma possono ottenerlo in aeroporto. Oltre che sul turismo dall’occidente si punta molto su quello dai paesi mussulmani, con la realizzazione di strutture ben separate tra uomini e donne, in modo da poter ospitare le famiglie osservanti.

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Proprio sulla presenza delle donne alla Maratona sono nati i primi problemi per la manifestazione, in quanto gli organizzatori hanno accettato iscrizioni femminili, sembra circa cinquanta su mille totali, senza indicare particolari limiti, ma le concorrenti, una volta giunte sul posto hanno scoperto che le autorità avevano loro vietato di prendere parte alla prova sui 42 chilometri sul percorso cittadino, e anche a quello di 21 della mezza maratona, obbligandole a disputare una prova di soli 10 chilometri, da svolgersi su strade secondarie nei pressi dello stadio Azadi e con partenza alle 16, ben otto ore dopo la gara principale, quando era ragionevole pensare che pubblico e telecamere se ne fossero già andati. In diverse hanno chiesto la restituzione della quota ma l’organizzazione avrebbe rifiutato.

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Pare, lo riferisce sul Corriere della Sera l’inviato Martino Spadari, che una signora cinese molto agguerrita si sia travestita da uomo e abbia comunque disputato in barba al divieto la mezza maratona. Sui media iraniani è stato il ministro dello sport, Massoud Soltanifar a spiegare personalmente che fin dall’inizio non era in discussione che la manifestazione sarebbe stata mista. Polemiche ci sono state anche sull’abbigliamento, infatti alle partecipanti alla prova femminile sarebbero state consegnate una lunga maglietta bianca e una hijab per coprire il capo, da indossare obbligatoriamente durante la corsa nonostante la calura incombente su Teheran alla quattro del pomeriggio. Gli uomini sono stati invece autorizzati a correre coi pantaloncini corti, una deroga visto che le norme ne vietano l’uso in strada, ma con la raccomandazione di non girare così per Teheran fuori dalla corsa.

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Dei mille iscritti attesi pare in realtà che alla partenza ce ne fossero poco più di 500, in rappresentanza di 42 nazioni. Una ventina i corridori italiani, dei 28 statunitensi annunciati nemmeno l’ombra, ad eccezione di un ragazzo con doppia nazionalità. Lungo il percorso, che ha bloccato la capitale iraniana già caotica in condizioni normali, ci sono stati svariati problemi, i posti di rifornimento dopo il passaggio dei primi sono stati abbandonati dagli addetti, e anche in alcune zone la Polizia ha smesso di presidiare gli accessi costringendo molti maratoneti a completare il percorso tra le auto, spesso puntati di proposito, come riferisce sempre Spadari che era in corsa e ha sperimentato personalmente la situazione, dagli autisti imbestialiti per le code.

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Il già citato Straits Times, da Singapore, fornisce invece numeri diversi, parlando di 600 iscritti di nazionalità iraniana, tra cui 156 donne e 160 atleti dal resto del mondo, 50 donne, affermando anche che sono state diverse le ragazze a correre camuffate insieme ai maschi, non la sola cinese Wu Juan, e che non è chiaro se ora subiranno delle conseguenze da parte delle autorità per questo loro gesto. Sono però gli stessi organizzatori, sul sito ufficiale, a dichiarare numeri più ridotti: 442 partenti, di cui 263 locali, in rappresentanza di 45 nazioni, mentre viene dato molto risalto al fatto che le donne, pur su percorso ridotto e separato, abbiano potuto correre su strade aperte e non all’interno di uno stadio chiuso al pubblico maschile come avviene di solito. Scorrendo le varie pagine del sito si trova anche una sezione fotografica con centinaia di immagini della gara, e molte informazioni, turistiche e comportamentali per conoscere Teheran e i suoi usi e costumi, nemmeno manca, del resto Sebastian Straten di mestiere è agente di viaggi, la possibilità di abbinare alla Maratona un tour organizzato dell’Iran in partenza il giorno dopo la gara. Totalmente assente invece è una classifica finale, per conoscere il nome del vincitore ci soccorre un sito canadese in lingua francese, Journaldemontreal.com, che ci informa che a tagliare per primo il traguardo è stato un corridore di casa, Mohammad Jafar Moradi.

Nuove opportunità: la riabilitazione in carcere riparte dallo Sport

Nuove opportunità: la riabilitazione in carcere riparte dallo Sport

RieducAzione Sport FormAttivo è il programma che vede impegnata l’amministrazione comunale di Pescara insieme alla USacli Nazionale, USacli Pescara, l’Asd Squali Pescara Sud, il BootCamp, Pescara Assistenza, Avis e l’Assonautica nel progetto di rieducazione, riabilitazione e formazione all’interno dell’istituto carcerario di Pescara.

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Un progetto che terminerà il 31 dicembre 2017, che ha tra i promotori Adamo Scurti, presidente provinciale USacli Pescara nonchè presidente dalla Commissione Sport Pescara: “Sono orgoglioso della nostra amministrazione che rivolge un pensiero e dimostra sensibilità verso persone che hanno avuto nel corso della vita intoppi ma che cercano un’opportunità sociale e lavorativa. L’attività sarà svolta in moduli che prevedono attività motoria con l’Asd Squali Pescara Sud, attività motoria con il BootCamp che prevede tecniche in uso nell’esercito e nella Marina militare Usa, attività di formazione con Pescara Assistenza attraverso l’uso di defibrillatori, iniziativa in collaborazione con l’Assonautica, tecniche di primo soccorso con rilascio di certificato e l’Avis per attività di prevenzione“.

E’ un progetto interessante per l’istituto che dirigo – afferma il direttore del carcere di Pescara Franco Pettinelliin quanto dà qualcosa in più al detenuto per crescere. Il fatto di poter eventualmente uscire fuori e mettere a disposizione di altri le conoscenze acquisite all’interno della struttura, è sicuramente un processo di crescita mentale molto importante. Le attività infatti si svolgeranno sia all’interno con corsi formativi in aula, sia negli spazi esterni della nostra camminata. Alla fine valuteremo la possibilità di far uscire all’esterno alcuni detenuti che ne avranno i requisiti. Quanti detenuti saranno coinvolti? Pensiamo una quindicina; però il progetto è aperto a tutti gli interessati, poi faremo una selezione studiamo il profilo e la posizione giudiziaria”.

L’istituto penitenziario di Pescara è rientrato tra le 15 strutture scelte in un bando della USacli nazionale che ha visto 30 partecipanti. “Svolgiamo diverse attività – afferma il presidente nazionale USacli Antonio Meola –  come i corsi da arbitro rivolto anche agli agenti penitenziari. Sono coinvolte anche le sezioni femminili delle carceri come teatro e danza. RieducAzione sport è interamente finanziato dalla USacli in quanto centro di promozione sportiva che terminerà il prossimo 31 dicembre. Non sono attività riconosciute dal Coni ma siamo ben lieti di partecipare a simili iniziative“.

La vera innovazione saranno le attività di Boot Camp o fitness militare: “E’ una tecnica usata nell’esercito e nei Marines Usa – afferma Sonia Irimieaper trasformare in tempi brevi le reclute attraverso un misto di atletica e percorsi militari. E’ una tecnica da poco nota in Italia ma diffusa da 40 anni in America e nata proprio come riabilitazione e rieducazione in carcere. La sua applicazione al mondo del fitness si pone quali obiettivi quello di imparare a fare squadra, avere una buona forma fisica e lavorare per un fine comune“.

Intanto Pescara si prepara per ricco e lungo weekend di sport che prenderà il via il prossimo 1° giugno: “A Pescara arriveranno 3mila atleti per 14 discipline; alle attività sportive si alterneranno convegni su alimentazione e comunicazione. Perchè abbiamo scelto Pescara? Per i bellissimi impianti sportivi che onorano anche gli atleti” le parole del presidente nazionale USacli Meola.