Se lo Sport non basta: quattro atleti, quattro fughe, quattro tragedie

Se lo Sport non basta: quattro atleti, quattro fughe, quattro tragedie

Non sappiamo se fuggisse verso l’Italia o verso l’Europa, ma di certo fuggiva verso una vita migliore, Fatim Jawara. Originaria del Gambia, portiere titolare della nazionale di calcio femminile a soli diciannove anni, è annegata lo scorso ottobre nel Mar Mediterraneo, in seguito al rovesciamento dell’imbarcazione sulla quale era salita sulle coste della Libia.

Era un talento nato, Fatim – «Siamo disperati. È una grossa perdita per noi e per tutto il paese» ha commentato il presidente della Federcalcio del minuscolo stato africano dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa – ma in certi casi la bravura, per un atleta, non è sufficiente per sfuggire alla povertà. E allora, per non soccombere o per non rassegnarsi a un destino già scritto, si converte la fame sportiva in fame di vita, ci si fa coraggio, ci si mette alle spalle il passato e si prova a cercare la fortuna da un’altra parte, consapevoli comunque di affrontare una sfida dai rischi molto alti, talvolta fatali.

Come capitato a un’altra atleta, Saamiya Yusuf Omar, velocista somala che nel 2008 aveva partecipato alle Olimpiadi di Pechino nei 200 metri, concludendo le sue batterie sempre col tempo più alto. Anche lei nel 2012 era salita a bordo di uno dei tanti barconi della speranza. Anche lei, come Fatim, vide interrotta in maniera tragica e analoga la sua corsa verso un mondo migliore.

Un’esigenza che animò anche Lutz Eigendorf, centrocampista sì tedesco, ma dell’Est. Era nato a Brandeburgo, aldilà del Muro, in quella DDR dove anche il calcio era affar di Stato. Erich Mielke, il numero uno della Stasi (il Ministero addetto alla sicurezza del Paese) era anche il proprietario della Dinamo Berlino, il club più titolato del Paese, grazie anche a successi ottenuti con metodi non proprio all’insegna della glasnost (trasparenza) cara a Gorbaciov, nel quale militava lo stesso Eigendorf. Che però non ne poteva più del controllo massiccio dello Stato sulla sua vita e così, nel marzo 1979, approfittò di un’amichevole giocata a Ovest, contro il Kaiserslautern, per non fare più ritorno in patria.

A Occidente, oltre che giocarvi, Eigendorf voleva anche vivervi. Sembrava destinato a una carriera di successo, ma deluse le aspettative e quattro anni dopo fu ceduto al modesto Eintracht Braunschweig, dove però fu bersagliato dagli infortuni. Il 20 febbraio 1983, quello che con eccessiva fretta era stato ribattezzato il “Beckenbauer dell’Est”, rilasciò un’intervista televisiva dove elogiò la Bundesliga e le possibilità che avrebbe offerto ai calciatori orientali. Due settimane dopo, il 5 marzo, uscì di strada con la sua “Alfa Romeo nera”, sbattendo contro un albero e morendo dopo trentaquattro ore di ospedale. La Procura archiviò il caso sostenendo che si trattò di un incidente per guida in stato di ebbrezza, ma il tasso alcolemico del sangue era di 0.22 g/l. Caduto il Muro di Berlino e aperti gli archivi della Stasi, un’inchiesta del giornalista televisivo Heribert Schwan, basata su alcuni documenti desecretati, avanzò l’ipotesi che Eigendorf – la cui storia è trattata da Alessandro Mastroluca ne La valigia dello sport – fosse stato ucciso proprio dalla Stasi come punizione per l’affronto compiuto nei confronti dello Stato.

Dallo sport che non basta allo sport che sembra non bastare. E dal quale si fugge, ma per gettarsi nelle braccia della distruzione. Mediano tedesco di origini musulmane, Burak Karan da ragazzo aveva maturato anche alcune presenze nelle rappresentative giovanili della Mannschaft (Under 16, Under 17). Nel 2008 giocava nell’Aachen, serie-B tedesca e pareva avviato a un’onesta carriera che però lui stesso decise di interrompere per aderire alla Jihad, la guerra santa. Si trasferì con la famiglia in un villaggio della Turchia, ai confini con la Siria, imbracciò il kalashnikov e non di lui non si ebbero più notizie. Fino all’ottobre del 2013, quando il suo corpo fu ritrovato dilaniato dalle bombe.

VenTo: ben più di una ciclovia, un’infrastruttura per il nostro Paese

VenTo: ben più di una ciclovia, un’infrastruttura per il nostro Paese

Dall’1 all’11 giugno si è svolta la quinta edizione del VenTo bici tour, per la prima volta aperto al pubblico: una pedalata attraverso le bellezze paesaggistiche del Po, durante i primi due weekend di giugno. Nel primo appuntamento, il percorso ha tracciato un itinerario dal Lido di Venezia, passando per il Delta del Po, Ferrara, sino al Mantovano, con destinazione finale a San Benedetto Po, riconosciuto tra i Borghi più belli d’Italia. Nel secondo weekend, dall’8 all’11 giugno, il tour è ripreso da Pavia, attraversando poi tutta la parte piemontese del Po, con l’arrivo a Torino, nella cornice del Parco di Valentino, a completamento di un percorso che non mette in mostra solo le bellezze – spesso sottovalutate – delle aree interne adiacenti al fiume più lungo d’Italia, ma anche le tipicità culinarie dei diversi luoghi, dove non è mancato il supporto di importanti organizzazioni come Slow Food. Tra i due weekend aperti al pubblico, nella giornata di mercoledì 7 giugno si è svolto il VentoDay, nei pressi Cremona, con la presenza del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, che si è anche concesso una pedalata assieme al VentoTeam, capitanato da Paolo Pileri, Professore ordinario di progettazione e pianificazione urbanistica presso il Politecnico di Milano, e dai suoi collaboratori Diana Giudici, urbanista, Alessandro Giacomel, architetto, e le giovani Camilla Munno, pianificatrice ambientale e territoriale, e Rossella Moscarelli, architetto. A questo team, si è anche aggiunto Witoor, associazione sportiva e gruppo di lavoro specializzato in cicloturismo. Ma il progetto non è semplicemente un bici tour; è molto di più. La pedalata rappresenta un’iniziativa di sensibilizzazione al Progetto VenTo, infrastruttura che impegna il gruppo di ricerca da diversi anni.

COS’E’ VENTO? – E’ una dorsale cicloturistica che va da Venezia a Torino, con una ramificazione da Pavia verso Milano, della lunghezza complessiva di 679 km. Ad oggi, dell’intera tratta individuata dai progettatori, solo il 15% è ciclabile in sicurezza, mentre la restante parte richiede interventi di trasformazione o di costruzione ex novo. Il progetto non è la sommatoria di tante piste ciclabili, termine assolutamente inadatto per spiegare Vento, ma rappresenta un’infrastruttura rivolta al cicloturismo nelle aree interne, ovvero i territori non metropolitani, aggregati di piccole-medie dimensioni finiti ormai fuori dai radar e marginalizzati, scavalcati dalle grandi reti autostradali e dalle alte velocità sui binari. Ritrovare il capitale territoriale e sociale di questi territori, è fra gli obiettivi della ciclovia, finalizzata a connettere, con un percorso da percorrere in sicurezza, le piccole realtà bagnate dal Po, dove una realtà di 121 comuni e 242 località possiede un patrimonio che il nostro Paese rischia di disperdere mentre focalizza la sua attenzione sullo sviluppo (sostenibile?) delle aree metropolitane. La Strategia Nazionale delle Aree Interne 2014-2020 concentra la sua attenzione su questi luoghi dell’abbandono, chiamati a ricostruirsi con opere di quella che oggi si ama chiamare resilienza, per riappropriarsi della propria identità. Il Progetto Vento, che incidendo sulle aree interne crea una connessione infrastrutturale tra Alpi e mar Adriatico, è entrato nella Legge di Stabilità n. 208, del 18 dicembre 2015, e da luglio 2016 ha visto diversi accordi e intese inter-istituzionali cui fa capo il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Dopo i quattro workshop tecnici del febbraio scorso, tenutisi a Venezia, Ferrara, Cremona e Trino (uno per ognuna delle quattro regioni attraversate dalla ciclovia), il bike tour è stato l’ultimo tassello per un progetto che ha ormai preso slancio verso una rete unificata di attori locali e di cittadini. A parere di chi scrive, Vento rappresenta la progettazione più importante per il Nord Italia (e non solo) non tanto per la sua caratteristica ecosostenibile e bike-friendly, quanto piuttosto per la sua capacità di ri-trasformazione non invasiva del territorio del Po attraverso il cicloturismo. Oggi, gli argini del Po sono un coacervo di aree interne dimenticate, dove i fascini di Ferrara e Cremona fanno da contraltare. Vento opera per connettere questi contesti locali, rendendo possibile lo sviluppo di un nuovo turismo in luoghi di cui, sono certo, buona parte dei cittadini italiani ignora le bellezze paesaggistiche e culturali. Chi di voi ha mangiato il Tiròt mantovano? Chi di voi ha mai visitato il parco del Delta o il Castello di Chignolo Po? Il turismo va ben oltre i last-minute verso l’estero, verso atolli, paradisi tropicali o indocinesi o capitali europee, e all’interno dell’Italia, non si ferma a Venezia, Roma, Firenze o le torri di San Gimignano.

NARRAZIONE – La decisione di scrivere del Progetto Vento non nasce da un semplice interesse di stampo giornalistico, ma prende forma da un’attività di supporto svolta empiricamente sul campo, lungo il tracciato del ciclovia, che mi ha lasciato non solo la soddisfazione di dare un contributo fattivo all’iniziativa, ma anche il riconoscimento della grande importanza di un progetto nato dall’ateneo in cui, ad oggi, lavoro. Per quattro giorni, durante il primo weekend del bici tour, da venerdì 2 a lunedì 5 giugno, ho svolto attività di supporto alla logistica. In tutte le piazze attraversate dal tour ciclistico, il professor Pileri, responsabile scientifico di Vento, ha sempre presentato e introdotto finalità e obiettivi del progetto con una passione encomiabile, davanti a platee composte da partecipanti al tour, cittadini e istituzioni locali, sindaci compresi, da Rosolina Mare (area nord del Delta del Po) a Papozze (nel Polesine), dal bici-grill Il Mulino di Ro Ferrarese alla darsena di Ferrara, dall’Agriturismo Corte Nigella di Felonica, l’ultimo comune del mantovano verso il ferrarese, alla suggestiva piazza di San Benedetto Po. Concluso il primo weekend di tour aperto al pubblico, dove la carovana ha raggiunto più di 40 adesioni, il Vento Team ha proseguito il suo viaggio verso il Vento Day di Cremona, passando per Luzzara, comune del reggiano al confine con la Provincia di Mantova, che ha dato i natali a Cesare Zavattini, storico regista del secolo scorso, la cui memoria è oggi tenuta viva dal Centro Culturale Zavattini, polo culturale del piccolo paese. Un gioiello. Quest’ultima visita è stata il lampo finale di una quattro giorni di grandi paesaggi e incontri dove il Vento Team ha, ancora una volta, «ricucito la bellezza» del Po e delle aree circostanti. Il patrimonio conoscitivo che mi ha lasciato questa esperienza di supporto, è riduttivo per raccontarlo in poche righe. I pedali, con Vento, assumono un valore che va ben oltre l’attività ciclistica lungo l’argine maestro del Po, ben oltre la pista ciclabile che costantemente diventa mezzo di promozione politico-elettorale, ben oltre un progetto di unione fra regioni e contesti territoriali ancora oggi agresti. Vento è l’occasione di rilancio nel contesto delle politiche e progettazioni finalizzate a rilanciare le aree interne, attorno al Po. Una ciclovia, che unisce persone, territori e partnerships, dalle biciclette Cinelli alla A2A, azienda lombarda di erogazione di energia, da Slow Food al MIUR. Vento non è un infrastruttura per chi ama la bicicletta, è un bene per il nostro Paese.

 

Immagini per Gentile Concessione del gruppo di ricerca Vento ©

Riparte Street Games, lo sport etico attento ad ambiente e territorio

Riparte Street Games, lo sport etico attento ad ambiente e territorio

Lo sport come canale di riqualificazione delle aree urbane e di valorizzazione del territorio. Questa è una delle tante missioni degli “Street Games” giunti alla loro dodicesima edizione che si apriranno ufficialmente il 16 giugno nel Comune di Trecate fino al 18 e proseguiranno dal 24 giugno al 1 luglio a Novara, poi ad Omegna e si concluderanno a Torino dal 14 al 16 luglio.

La grande kermesse ospita oltre diciannove discipline sportive con una presenza complessiva di oltre tremila atleti internazionali. Tre tornei principali (Basket, Calcio a 5 e Beach volley) e moltissime esibizioni di arti marziali, atletica, hockey su pista ed esibizioni di grande intrattenimento, scuole di danza e un’area concerti dedicata alla musica dal vivo che ogni sera accompagnano la manifestazione. Un’organizzazione partita dodici anni fa e promossa da un gruppo di “ragazzi” che si prodigano per superare ostacoli che a volte sembrano insormontabili. Lo sport aiuta i giovani a restare “puliti”, a crescere la loro autostima, a confrontarsi e rispettarsi.

Ma Street Games pensa anche al loro ambiente e, oltre a valorizzare le aree ed occuparsi degli importanti momenti di aggregazione, punta al territorio; infatti la manifestazione si svolge con luci a basso consumo energetico e segue le regole per la raccolta differenziata dei rifiuti, secondo il mantra “Streetgames loves the world”. “#Urbanstyle, Passione Sportiva”: è una filosofia di partecipazione e aggregazione, la città si trasforma in un grande palcoscenico dove l’amore per lo sport genera un tutt’uno con l’architettura del paesaggio, diventando la cornice unica e spettacolare da offrire al pubblico. Si tratta di una manifestazione che permette di contaminare le città con tutto ciò che fare sport comporta: inclusione, relazioni, ambiente, corretto stile di vita e benessere.

StreetGames 12 è ancora di più: sport e solidarietà. Un valore antico che, anche in una società moderna e avanzata come la nostra, vuole riservare un primo posto sul podio per contribuire a migliorare il futuro, perché: “Se vuoi arrivare primo, corri da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina insieme”. Nel 2011 nasce l’idea di creare una scuola calcio per ragazzi e ragazze con disabilità fisica e motoria, cognitivo relazionale, affettivo-emotiva e comportamentale; il progetto denominato INSUPERABILI di cui Giorgio Chiellini ne è il Testimonial Nazionale. Attraverso il calcio si mira a garantire la crescita e l’integrazione di ragazzi con disabilità all’interno della società. Individuando nello sport uno strumento di socializzazione e integrazione che con il divertimento e l’allenamento può portare miglioramenti al livello di salute psico-fisica, alla soddisfazione personale e più in generale alla qualità della vita del singolo atleta. La filosofia si fonda sulla voglia di mettersi in gioco e migliorarsi giorno dopo giorno, seguendo i principi etici di lealtà, sportività e correttezza per trasmettere passione ed emozione ai nostri atleti e a chi li circonda. Insomma: lo sport oltre lo sport anche come risorsa turistica per valorizzare i territori.

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Lasciamo le carrozzine e…kartiamo! I ragazzi disabili diventano piloti per un giorno

Lasciamo le carrozzine e…kartiamo! I ragazzi disabili diventano piloti per un giorno

Chi ha detto che i piloti disabili non possono provare l’emozione di una staccata all’ultimo metro? Di una derapata? Di un sorpasso? Si chiamaLasciamo le carrozzine’ ed è la manifestazione che ha animato la pista Jonica di Mottola, in provincia di Taranto, lo scorso 21 maggio: qui, infatti, in maniera del tutto gratuita, i ragazzi disabili delle associazioni HBARI2003 e VOLARE PIU’ IN ALTO, hanno provato l’ebbrezza di guidare in pista go kart modificati con comandi al volante, e go kart biposto per essere accompagnati da tutor specializzati. Tutto è iniziato nel 2012, quando è nata l’associazionePiloti per un giorno’: “L’obiettivo principale è quello di coinvolgere le persone e avvicinarle a questo sport con costi bassissimi”, racconta il fondatore Gaetano Caradonna. Il sistema funziona più o meno così: “Noleggiamo l’impianto in tale data e a tale orario: possono girare tutti quelli che vogliono partecipare, non necessariamente professionisti”. Bastano 15 euro per scendere in pista.

I piloti con disabilità si cimentano in una simulazione di gara di 12 giri e una prova a cronometro. L’obiettivo è moltiplicare questi eventi, ed anche i go kart modificati a disposizione: “L’unica pista che è dotata di go kart modificato dalla casa è quella di Mottola, con comandi al volante”. Ma non finisce qui: “Faremo girare anche disabili mentali, spesso non autonomi – continua Gaetano – Li porterò io stesso, senza casco, per fare provare loro almeno l’ebbrezza del vento tra i capelli. Per il momento sono coinvolte almeno 30 piloti speciali alla prima tappa. Tra paraplegici e disabili mentali. Con le loro famiglie.”

Sono previsti altri appuntamenti? Magari un campionato? Per scelta personale dell’organizzazione non ci saranno premi, ma maglie commemorativi per tutti i partecipanti. Ma c’è già un calendario con tappe in Puglia e Basilicata. “A giugno partiamo per Spa-Francorchamps il kartodromo accanto alla Rouge, la curva mitica di uno dei circuiti più famosi al mondo. A novembre andremo a Madrid al circuito Carlos Sainz, e in più abbiamo già qualche data per il 2018. Ma sembra prematuro svelare…”. Buon viaggio, ragazzi.

 

Italia, fatta la Legge trovato l’Interesse. E lo Sport rimane ancora una faccenda per pochi

Italia, fatta la Legge trovato l’Interesse. E lo Sport rimane ancora una faccenda per pochi

In un paese dove si legifera per lo più col l’uso del Decreto Legge è poi normale che quando il decreto viene convertito in legge si possano inserire norme e codicilli che vanno a favorire ora l’uno ora l’altro o che addirittura si cerchi di dare una botta al cerchio e una alla botte.

Ai primi di maggio avevo già scritto sulla follia italica di legiferare sullo sport solo ed esclusivamente quando ci sono in ballo grossi interessi e quello che è accaduto poi non fa altro che confermare i miei pensieri.

Pochi giorni fa è stato presentato in pompa magna al Festival del Fitness di Rimini un disegno di legge su una Legge Quadro di Riforma dello Sport ideata e voluta dall’ANIF (Associazione Nazionale Impianti e Fitness) e dall’On.Sbrollini del PD e contemporaneamente veniva approvata la conversione di un decreto legge, quello che ha al suo interno le modifiche alla Legge sugli Stadi, recante disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo.

Cosa hanno in comune queste 2 cose? Il motore, ossia si legifera se c’è un interesse.

Quella che viene pomposamente presentata come “Legge di Riforma dello Sport Dilettantistico” vede come promotore un’associazione di imprenditori sportivi ed ha come obiettivo quello di istituire una nuova figura giuridica che possa dividere utili facendo impresa sportiva: la società ordinaria sportiva dilettantistica. Per avere questo si dà in cambio un minimo di tutela per gli operatori del settore. Non sono assolutamente critico sulle legittime istanze di chi fa impresa sportiva, ma mi piacerebbe che una legge del genere fosse condivisa con tutto il mondo dello sport in modo da poter, finalmente, avere una vera legge quadro sullo sport. Mi viene obiettato che comunque la sua approvazione sarebbe un passo in avanti. Io credo, al contrario, che se non si cercherà di riformare totalmente il settore si avranno solo ed esclusivamente provvedimenti tampone che vanno, come ho già detto, a favorire ora uno ora l’altro.

E cosa dire della conversione in legge del decreto che modifica la “legge degli stadi”? Sembra che si sia cercato di porre un rimedio alla possibilità di costruzione di edifici residenziali limitando il residenziale solo ed esclusivamente ad alloggi per atleti e dipendenti per un 20% delle cubature edificabili, lascio a voi pensare cosa potrebbe accadere in un città come Roma, tristemente famosa per cambi di destinazione d’uso a dir poco discutibili. Altra norma inserita nell’ultima stesura quella di poter prevedere nei nuovi impianti o in quelli da ristrutturare classificati come “piccoli impianti” 200 metri quadri di ristorazione e 100 metri quadri di attività commerciali in deroga agli strumenti urbanistici e ai regolamenti delle regioni e degli enti locali. Questa è una bella notizia per chi giornalmente si confronta con l’inettitudine dei dirigenti degli enti pubblici e nell’inefficienza di chi avrebbe dovuto già legiferare in tal senso a livello regionale e comunale ma purtroppo penso abbia delle caratteristiche di anticostituzionalità. Per una volta che si era legiferato per i piccoli…

Taekwondo, Kim e Liù: 1400 bambini tra sport, disciplina e passione

Taekwondo, Kim e Liù: 1400 bambini tra sport, disciplina e passione

A Roma, all’interno dello stadio dei Marmi, si è svolto il torneo di Taekwondo “Kim e Liù”, la più grande manifestazione sportiva interamente dedicata ai bambini giunta alla sua dodicesima edizione.

Sotto il sole battente capitolino, nelle giornate di sabato 10 e domenica 11 giugno, 1400 bambini di età compresa tra i sei e gli undici anni si sono dati battaglia nel torneo a loro dedicato. Una giornata di sport nel senso più profondo, con la presenza si della rivalità ma soprattutto di un grande rispetto, disciplina, educazione e passione per questo sport.

I PARTECIPANTI:

Bambini che combattono alla dodicesima edizione del torneo di Taekwondo "Kim e Liù"

Bambini che combattono alla dodicesima edizione del torneo di Taekwondo “Kim e Liù”

1400 bambini sono accorsi da tutta Italia per non mancare a questo evento imperdibile, e con loro tantissimi genitori ed amici che hanno portato il totalizzatore degli ingressi sopra quota 5000. Girando per i vari stand si poteva vedere di tutto: dai “mini atleti” alle primissime armi in questa disciplina a quelli un po’ più grandicelli che già sapevano il fatto loro e mettevano in campo tutto l’agonismo del caso sempre ovviamente nel rispetto delle regole.

GLI OSPITI DI ECCEZIONE:

Lo chef stellato Ilario Vinciguerra

Lo chef stellato Ilario Vinciguerra

Invitati speciali della kermesse sportiva sono stati la campionessa Olimpica Bebe Vio e lo Chef stellato Ilario Vinciguerra che ha cucinato il piatto del giorno ricordando quanto lo sport non sia solo duro allenamento ma anche e soprattutto  una corretta e sana alimentazione. Ad entrambi è stata consegnata la cintura nera.

CHI SONO KIM E LIU’

Kim e Liù

Kim e Liù

Sono i due fratellini che amano il Taekwondo protagonisti di un fumetto a puntate inserito all’interno della rivista ufficiale della FITA (Federazione Italiana Taekwondo). Sono stati creati con lo scopo di aggiungere l’elemento didattico a quello promozionale. Attraverso le storie dei due eroi i bambini potranno amare ancor di più questo sport e soprattutto imparare le otto “mosse segrete” (forme) per diventare dei campioni.

 

“Ogni Sport Oltre”, l’applicazione per la sport inclusivo che abbatte le barriere

“Ogni Sport Oltre”, l’applicazione per la sport inclusivo che abbatte le barriere

“Disabilita i tuoi limiti” è la call to action della nuova piazza virtuale realizzata da Fondazione Vodafone per condividere informazioni, fare comunità, approfondire storie, cercare professionisti e tecnici. Il minimo comune denominatore è lo sport, pensato per le persone con disabilità. Si chiama Oso e l’acronimo sta per ‘Ogni sport oltre’: la prima piattaforma digitale, sviluppata con app per iOS e Android, unisce famiglie, istruttori e professionisti verso l’obiettivo della partecipazione sempre maggiore, non solo digitale. Mette in rete tutte le informazioni utili a chi vuole praticare sport in Italia e creare una comunità di utenti fra persone con disabilità, le famiglie, gli istruttori ed i professionisti sportivi e tutti coloro che sono appassionati di sport, veicolando un modello inclusivo di partecipazione, perché lo sport sia davvero un’opportunità per tutti.

La piattaforma digitale OSO è stata presentata oggi in una conferenza stampa presso la Sala delle Armi al Foro Italico che, con la partecipazione di Giovanni Malagò, Presidente del CONI, Luca Pancalli, Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Alex Zanardi e Bebe Vio, ha riunito tutte le realtà sportive dedicate alle persone con disabilità.

La Fondazione Vodafone ha selezionato in particolare quattro progetti che si sono distinti per il loro forte impatto di sensibilizzazione verso l’integrazione e la diffusione della pratica sportiva. Soprattutto verso il mondo dei giovani e delle scuole. Tra questi c’è Special Olympics Italia con il suo Progetto Scuola che propone percorsi educativi rivolti alle scuole di ogni ordine e grado che mettano al centro del percorso l’alunno con disabilità intellettiva.
Alessandra Palazzotti, Direttore Nazionale di Special Olympics, è intervenuta in conferenza stampa per presentare il progetto e per lanciare il pallone rosso, icona del Movimento e simbolo dello sport che mira all’inclusione.

Lo Sport è coinvolgimento: tutto pronto per i Giochi Nazionali Estivi Special Olympics 2017

Lo Sport è coinvolgimento: tutto pronto per i Giochi Nazionali Estivi Special Olympics 2017

La Spezia è pronta ad accogliere, per il secondo appuntamento dei Giochi Nazionali Estivi Special Olympics 2017 in programma dall’11 al 15 giugno, circa 1000 atleti provenienti da 15 regioni italiane, 73 i Team Special Olympics presenti sul territorio nazionale e 7 delegazioni straniere, provenienti da Romania, Malta, Spagna, Andorra, Svizzera, Gibilterra e Repubblica di San Marino. Sono 5 le discipline sportive in gara: basket, calcio, badminton, ginnastica artistica e ritmica. Games for Inclusion, i Giochi Nazionali Estivi, giunti alla XXXIII edizione, mettono in evidenza il potere dello sport come strumento in grado di generare inclusione, in tutte le discipline sportive, oltre alle gare tradizionali, sono previste gare di Sport Unificato attraverso il quale atleti con e senza disabilità intellettive giocano insieme nella stessa squadra. Attraverso un progetto di formazione e sensibilizzazione, realizzato in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale e l’Ufficio Educazione Fisica e Sportiva, sono coinvolti all’evento 800 giovani volontari delle scuole secondarie.

La Cerimonia di apertura, che segue come di consueto il protocollo olimpico e decreta l’inizio ufficiale dei Giochi, si svolge lunedì 12 giugno alle 20.30 in Piazza Europa a La Spezia. Lo stesso giorno, prima delle gare ufficiali in programma dal 13 al 15 giugno, sono previsti i preliminari al fine di testare le capacità di ogni atleta e formare, conseguentemente, batterie di pari livello di abilità.
Presente a La Spezia per l’occasione, nella giornata di mercoledì 14 giugno dalle ore 15 alle ore 17.00, il Ministro dello Sport Luca Lotti. Parallelamente alle gare si svolgono i programmi sportivi non competitivi dello YAP (Young Athletes Program), programma innovativo di gioco e attività motoria per bambini fino agli 8 anni d’età e MATP (Motor Activity Training Program) programma di allenamento studiato per bambini ed adulti con disabilità intellettive gravi e gravissime e disabilità fisiche e/o sensoriali con associata una disabilità intellettiva. Durante i Giochi gli atleti hanno inoltre la possibilità di sottoporsi ad esami medici gratuiti nell’ambito del Programma Salute promosso da Special Olympics che vede l’attuazione di specifici protocolli di accoglienza, prevenzione e diagnosi per persone con disabilità intellettiva ed il coinvolgimento di centinaia di volontari clinici.

I Giochi Nazionali Estivi 2017, quest’anno suddivisi in tre differenti località in relazione alle diverse discipline sportive proposte con un coinvolgimento di 17 paesi stranieri, hanno preso il via dal 10 al 14 maggio scorso a Terni e Narni (circa 1000 atleti nelle discipline sportive dell’atletica, canottaggio, golf, indoor rowing, nuoto e tennis) e si concluderanno, dopo La Spezia, a Biella che, dal 3 all’8 luglio, vedrà gareggiare 1400 atleti nelle discipline sportive delle bocce, bowling, equitazione, nuoto, nuoto in acque aperte, pallavolo, rugby e vela.

I Giochi Nazionali Estivi Special Olympics 2017 sono sostenuti da Mitsubishi Electric, Adidas, Coca-Cola, iZilove Foundation, Mattel, Wuerth.

Melbourne Cricket Ground, quando in Australia lo Stadio è un Santuario

Melbourne Cricket Ground, quando in Australia lo Stadio è un Santuario

“The next station is Jolimont”. Si scende. Banchina con struttura in mattoni rossi di inizio Novecento, all’orizzonte i grattacieli del CBD di Melbourne. Cinque minuti a piedi nel verde australiano e si è di fronte al monumento di maggior prestigio e importanza. È uno stadio e molto di più. Imponente come una montagna, da lasciare senza fiato. È il Melbourne Cricket Ground (MCG).

Costruito a partire dal 1853, 19 anni dopo la fondazione di Melbourne, è considerato l’anima della città. Il santuario d’Australia, dove sport, cultura e religione spesso si confondono in un’unica fede.

Il MCG sorge sulla riva destra del fiume Yarra, nella zona sportiva del Melbourne Sports and Entertainment Precinct, vicino alla Rod Laver Arena, alla Hisense Arena e all’AAMI Park.

L’impianto è a poca distanza da Federation Square (circa 1 km), centro della città, e dalla stazione principale, Flinders Street station, ed è servito da due linee metro dedicate (Jolimont, nota anche come MCG station, e Richmond), da diverse linee tranviarie, bus e perfino taxi d’acqua.

È lo stadio più grande d’Australia e dell’emisfero meridionale, il decimo a livello mondiale e il più grande stadio di cricket al mondo.

Nella lontana metà dell’Ottocento il Melbourne Cricket Club (MCC), uno dei club sportivi più antichi del Paese, costretto a trasferirsi a causa dello sviluppo della ferrovia, scelse l’area di Birrarung Marr, appartenuta alla originaria popolazione aborigena dei Wurundjeri, come luogo ideale per la costruzione del proprio campo. Tuttora il MCC ha sede all’interno dello stadio. Le prime gradinate per il pubblico risalgono al 1861 (6.000 posti). Da allora si sono susseguiti diversi ampliamenti per ospitare i più grandi eventi d’Australia. Nel 1877 si è tenuto il primo Test cricket della storia tra Australia e Inghilterra. Dal 1859 l’impianto ospita anche le partite di football australiano. Durante la Seconda Guerra Mondiale, tra il 1942 e il 1945, è stato campo base dell’aviazione e del corpo dei Marines statunitensi e della Royal Australian Air Force (RAAF).

Le Olimpiadi del 1956 sono state indubbiamente il momento più importante, per le quali la capienza è stata portata fino a 120.000 posti. Nel 1970, in occasione della VFL Grand Final di football australiano tra Carlton and Collingwood, si è registrata la maggiore affluenza, 121.696 spettatori. L’anno seguente, nel 1971, il campo ha ospitato il primo One Day International di cricket. Ulteriori modifiche sono state effettuate per la Cricket World Cup del 1992 e per i Giochi del Commonwealth del 2006, con ridimensionamento della capienza agli attuali 100.024 posti.

Oggi, lo stadio è sede di diversi eventi sportivi e non solo. Cricket e football australiano prima di tutto, ma anche atletica, baseball, hockey su prato, calcio, rugby, rugby league nonché concerti e avvenimenti di rilievo internazionale. Ogni anno, il 26 dicembre, si tiene il Boxing Day Test match che attira migliaia di tifosi ed è pura tradizione australiana.

Durante la stagione di AFL, è l’indiscutibile punto di riferimento per milioni di tifosi, che si riversano a seguire le partite delle diverse squadre che giocano in questo impianto (Carlton, Collingwood, Hawthorn, Melbourne FC, Richmond) fino all’evento dell’anno in Australia, il rituale conclusivo, la Grand Final, che si svolge qui fin dal 1902.

Ma il MCG è più di uno stadio. È un luogo mistico, nel quale gli australiani riscoprono le proprie radici e riaffermano i propri valori. All’interno è situato il National Sports Museum, ricco di cimeli e pietre miliari della storia sportiva del Paese, che comprende l’Australian Gallery of Sport and Olympic Museum e le Hall of Fame dello sport australiano, di cricket e di AFL.

Dal 2005 fa parte dell’Australian Heritage ed è considerato monumento nazionale. È aperto al pubblico tutti i giorni ed è meta di turisti da ogni parte del mondo. The ‘G, come è colloquialmente chiamato con reverenza e affetto dagli abitanti di Melbourne, è un luogo dove si respira sport e storia ad ogni passo, dove sogni e ricordi vivono nelle statue delle leggende e nelle targhe commemorative.

È un santuario e i giocatori sono eroi moderni. In Australia, terra di sport.

Quando l’addio di Lou Gehrig fece conoscere al mondo la SLA

Quando l’addio di Lou Gehrig fece conoscere al mondo la SLA

La sua è una storia molto triste, una di quelle storie che fa intuire, però, quanto lo sport sia più che un gioco, una vera e propria fede.

Lou Gehrig, nato a New York nel 1903, e’ stato il giocatore di baseball che tutti sognano di essere, collezionando statistiche e risultati tra i più gloriosi della storia del baseball. Risultati invidiabili resi possibili dalla sua dedizione per il baseball e per i suoi fan, dai quali traeva una forza e una determinazione senza pari. Nonostante questo, Lou condusse sempre una vita tranquilla e normalissima, senza storie eclatanti, rimanendo, in cuor suo, un semplice giocatore professionista, seppe incarnare alla perfezione lo spirito americano del tempo dimostrandosi un vero Yankee.

Sia i suoi compagni che i suoi avversari lo soprannominarono “The iron horse”, per via della sua straordinaria potenza e resistenza, otre che per la stazza: Lou, infatti, era alto oltre un metro e novanta. Nei New York Yankees stabilì diversi record, giocando ben 2130 partite consecutive, non saltando mai un solo match per 18 anni, nonostante le numerose fratture e contusioni subite durante le partite.

Incredibile, poi, è il numero delle occasioni difensive che eseguì, ben 22.857. Segnò nella sua carriera 493 home run, quarto assoluto nelle graduatorie dei grandi battitori di tutti i tempi, di cui la bellezza di 23 grand slam. Insieme a Babe Ruth formò una coppia leggendaria che diede filo da torcere a tutti i battitori della lega per anni.

Lou e Babe portarono gli Yankees sul tetto del baseball americano per anni.

La vita del cavallo di ferro non fu solo piena di record e di felici risultati sportivi: purtroppo, a Lou Gehrig venne diagnosticata una grave malattia, a quegli anni sconosciuta e senza cura ancora oggi, che minò la sua carriera ma soprattutto la sua salute, costringendolo a smettere di giocare.

Da quel momento in poi, la malattia che lo colpì prese il nome di “morbo di Gehrig”, oggi più conosciuta come SLA “sclerosi laterale amiotrofica”, che affligge 6000 persone in Italia, con un incremento annuale di circa 1500 soggetti.

Il 4 luglio 1939, quando ormai il terribile morbo aveva già fatto il suo corso, venne proclamato il “Lou Gehrig day” ed egli entrò per l’ultima volta nello Yankee Stadium per dare l’addio alla folla che tanto lo aveva acclamato, applaudito e amato.

In 60.000 erano presenti all’evento, compresi il sindaco e le maggiori autorità. Da un lato del diamante, erano schierati i suoi compagni di squadra al completo, sull’altro tutti i vecchi “Yankees” ancora in vita. Venne commemorata la sua incredibile figura, i suoi records e le sue grandi gesta. Quando fu invitato a parlare al microfono salutò e ringraziò il pubblico ed i compagni concludendo con una frase che rimase scolpita a fuoco nei ricordi dei presenti e non solo: “Sebbene io abbia avuto il duro colpo dalla sorte, mi considero l’uomo più fortunato sulla faccia della terra. Ho avuto i migliori genitori e la moglie più perfetta che possa toccare ad un uomo. Ho giocato nella più bella squadra e sotto i due più grandi manager che siano esistiti nel nostro sport. Ringrazio tutti perché ho avuto molto di cui vivere.”

Due anni dopo morì coraggiosamente all’età di 37 anni con la dignità che lo aveva sempre contraddistinto, lasciando dietro di sè il più nobile ricordo che uno sportivo abbia mai lasciato. Come grande tributo nei suoi confronti, venne ritirata la casacca numero 4 che per tanti anni aveva indossato con onore, entrando poco dopo di diritto nella Hall of Fame.

La morte di Lou Gehrig , in quanto giocatore famoso dell’MLB, portò l’opinione pubblica ed i media a far maggiormente luce su questa terribile malattia, all’ora completamente sconosciuta, aiutando così la ricerca e incrementando il sostegno nei riguardi degli sfortunati da essa colpiti.

Nel corso degli anni, sono stati tanti gli sportivi scomparsi a causa della SLA, in tutto il mondo. Ma, grazie a Lou, il mondo ha imparato a conoscerla e combatterla e sono sempre di più le associazioni che si occupano di sostenere e aiutare le persone che sono costrette ad affrontare questo terribile male.

La storia del cavallo d’acciaio ci insegna che lo sport unisce e può fungere da strumento di coesione tra la gente; grazie allo sport persone come Lou non verranno mai dimenticate. Esiste una grande dignità nell’affrontare la malattia nel modo giusto e accettarne le conseguenze: questo è un insegnamento per il quale saremo sempre grati al gigante americano. Perchè morire non vuol dire sempre cadere. Può voler dire diffondere ciò che siamo stati, per sempre.

FOTO: sports.mearsonlineauctions.com

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