L’avevano presentato come un possibile e pericoloso focolaio. Un altro veicolo di instabilità sia per la Spagna che per l’Unione Europea. Un altro derby Madrid-Barcellona, non bastasse già El Clasico tra Real e Barca. Se avesse vinto il sì, dicevano i giornali di tutta Europa, se la Catalogna avesse proclamato l’indipendenza, sarebbe stato un problema. Politico prima di tutto, con un possibile effetto a cascata anche sulle prossime tornate referendarie che si terranno in Veneto nel prossimo novembre. Giacché dal punto di vista legale ci aveva già pensato la Corte Suprema di Spagna a stabilire che comunque fossero andate le cose, il referendum era da considerarsi come un atto illegale.

Una sceneggiata come sarebbe arrivato a definirla il premier spagnolo Mariano Rajoy il quale non esiterà ad inviare un contingente di 10 mila membri delle forze dell’ordine (tra Guardia Civil e Policia Nacional) per chiedere di reprimere con la violenza le proteste dei catalani scesi in piazza per reclamare il loro diritto al voto. E a conti fatti, con gli 844 feriti tra i manifestanti, è stato veramente un miracolo che non ci sia scappato il morto. Nella cornice di violenza che purtroppo ha caratterizzato quella che sarebbe dovuta essere un’altra pacifica giornata di democrazia (ma non lo è stata), coloro che sono riusciti a votare (il 42% degli aventi diritto), lo hanno fatto in netta maggioranza per il Sì all’indipendenza. Dunque, se il voto fosse stato accettato da Madrid, oggi forse, della Spagna, si scriverebbe un’altra storia. Ma alla fine, nonostante la repressione del governo, il voto per l’indipendenza della Catalogna, si è rivelato molto di più che un referendumMés que come direbbero i tifosi del Barca. E probabilmente la storia non finirà soltanto con le dichiarazioni al vetriolo di una parte (Madrid con Rajoy che rivendica le violenze dei poliziotti) e l’altra ( Barcellona con il presidente della Regione Puigdemont che annuncia di voler portare il governo di fronte alla giustizia internazionale). Perché intanto gli strascichi arrivano a farsi sentire anche in ambito sportivo. Con la squadra di calcio del Barcellona, fortemente schierata a favore dell’indipendenza, che prima gioca a porte chiuse contro il Las Palmas e poi annuncia lo sciopero degli allenamenti.

Dopo le lacrime in diretta televisiva di Piquè, alle quali hanno fatto seguito le proteste dei tifosi della Spagna che hanno chiesto al giocatore di lasciare il ritiro della nazionale, sono arrivate anche le dichiarazioni dell’ex centrocampista blaugrana Xavi che non ha esitato a definire i fatti accaduti come “una vergogna”. A stimolare, poi,  la fantasia dei giornalisti ci aveva pensato il ministro dello Sport catalano Gerard Figueras dichiarando che se l’indipendenza fosse stata proclamata, il Barcellona sarebbe andato a giocare all’estero. Questo perché, la mancata partecipazione alla Liga avrebbe avuto anche delle inevitabili conseguenze anche dal punto di vista economico e commerciale. Con ad esempio, una forte riduzione delle entrate da diritti tv. Senza dimenticare che un ipotetico campionato catalano sarebbe stato giocato veramente a ranghi ridotti, con il Barca, l’Espanyol il Girona e qualche altra squadra di serie minori a giocarsi il titolo. Da qui la provocazione (ma chissà poi quanto) di Figueras di andare a giocare in Italia o in Inghilterra. Con l’esempio del Monaco, squadra del Principato di Montecarlo che milita nelle massima serie francese, a fare da caso di scuola. Anche se un’ipotesi del genere, difficilmente avrebbe potuto essere seguita. Sia per il probabile se non scontato no dell’UEFA e sia per le regole di iscrizione ai campionati. Nel caso della nostra serie A come prevede il regolamento della Lega Calcio, una società deve prima essere “affiliata” alla FIGC la quale, secondo l’articolo 13 dello Statuto federale, “prevede le regole di affiliazione delle società e disciplina l’ordinamento dei campionati” . Per questo, come ha detto il presidente del CONI Giovanni Malagò l’impressione è che per il momento ci sia soltanto,molto spazio per la fantasia.

 

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