“Quel che accade ai giocatori come Spinazzola rispecchia quello che fanno i grandi, non stupiamoci se poi anche gli altri fanno così. Questa è la realtà, e noi tappiamo il naso un po’ tutti”Gian Piero Gasperini

Ousmane Dembelé, Diego Costa, Sigurdsson, Coutinho, Bernardeschi, Keita Baldé e Naby Keità sono solamente una manciata di nomi, calciatori pronti a tutto pur di abbandonare anzitempo la propria squadra, cedendo alle lusinghe dei grandi club o accontentando le volontà di chi ne cura gli interessi. Dal caso Kondogbia fino alla telenovela legata a Kalinic, congedatosi dal ritiro della Fiorentina per presunta “inquietudine”, il calcio sta cambiando pelle molto rapidamente. Se a dare il buon esempio non sono i primi della classe, non c’è da stupirsi se anche il resto della truppa faccia allo stesso modo, concetto ripreso anche da un osso duro come Gasperini di fronte alle televisioni nazionali.

Al banale e navigato “mal di pancia” oggi sono subentrate nuove tecniche di sfinimento ed espressioni di malcontento: ne sono una prova i certificati medici di gastroenterite presentati da Federico Bernardeschi – lo stesso che poche ore dopo svolgeva sorridente le visite mediche con la Juventus – così come le telefonate del Borussia Dortmund senza ricevere risposta da Dembele, che resta in Francia nella speranza di ricevere un nulla osta verso la cessione al Barcellona. Più moderata la scelta di Coutinho, che almeno inizialmente ha optato per un comunicato nel quale metteva in chiaro la propria volontà, poi disattesa dal Liverpool e dallo stesso Klopp: “resta con noi”  è diventata la frase tormentone dell’estate, pronunciata anche da Piqué mentre il suo amico Neymar Jr firmava in gran segreto con il Paris Saint-Germain. Esiste poi un classico, la telenovela Diego Costa, che vede solamente l’Atletico Madrid nel suo futuro lontano da Londra. Niente Chinese Super League, perché “non è una questione di soldi”, citando Neymar Jr.

Se messo a confronto con il resto della truppa, Leonardo Bonucci si è comportato in maniera più cavalleresca – sicuramente meno vistosa a livello mediatico – non nascondendo la voglia di cambiare aria pur senza smettere di giocare con la maglia che proprio lui aveva scelto di vestire qualche anno prima, senza obblighi né restrizioni. Questo almeno all’apparenza, che in uno sport fatto di diritti d’immagine e televisioni è un fattore piuttosto importante.

Da qualsiasi lato si voglia osservare la situazione, oggi il calciatore è destinato a costruirsi un’immagine da conservare anche a costo di perdere la faccia, vivendo più di foto ricordo e cartoline che di viaggi vissuti per davvero. La voglia di fare un salto di qualità e finire sulle prime pagine vince su tutto il resto, noi liberissimi di credere o non credere alla nuova realtà. E se il mondo del calcio cambia per il tifoso, figuriamoci nel mestiere del giornalista sportivo, ancora vivo in un mondo che si sta lentamente congelando nonostante l’afa di Dubai e della Cina.

L’inverno sta arrivando, e non c’è nulla che si possa fare per fermarlo. Provare a viverlo dal vivo e da vicino, nella speranza che si possa trovare qualcosa di nuovo e di positivo anche in questo nuovo modo di vivere il calcio, è l’unica e l’ultima speranza rimasta per non restare fermi davanti ad un PC e fredde statistiche. Ed al massimo, se davvero a trionfare saranno lo show e le televisioni a pagamento, chi rimpiangerà l’estate del pallone potrà sempre cambiare canale.

 

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