“Su Internet ci sono tante sciocchezze sulla mia infanzia. C’è scritto che aiutavo mio padre a vendere il pesce e non è vero. Che mio nonno paterno aveva cambiato il nostro cognome e non è vero. Però è vero che mi davo da fare per aiutare la mia famiglia e che il mio sogno era diventare un calciatore”. Quando si pensa alla carriera di un calciatore, specie di uno tra i più forti in circolazione, si immagina un percorso netto, una strada senza ostacoli verso i soldi e la gloria. A dimostrarci che spesso non è così è la storia di Carlos Bacca, classe 1986, da alcuni mesi efficacissimo centravanti del Milan, uno dei più spietati killer dell’area di rigore del calcio mondiale.

Ormai la Colombia del pallone è considerata come una solida realtà sportiva: dopo decenni di subalternità i ‘Cafeteros’ sono tra le squadre sudamericane più forti, e oltre che su Bacca possono contare sul talento, ad esempio, di due stelle assolute come James Rodriguez e Radamel Falcao. Gli anni in cui Bacca cresce a Barranquilla, città tutt’altro che tranquilla affacciata sul Mar dei Caraibi, la squadra di Higuita e Valderrama fa parlare di se’ a Italia ’90, diventando una delle rivelazioni del torneo delle notti magiche.

Ma non sempre lo sport in Colombia fa rima con spensieratezza, e a riportare il calcio e la già scossa società civile colombiana nello sconforto è l’esecuzione di Andres Escobar dopo il Mondiale del 1994, voluta da alcuni narcotrafficanti che avevano perso ingenti somme di denaro al totonero a causa di una sfortunata autorete del difensore nel corso del match perso contro gli Stati Uniti. Per i colombiani è la fine di un’epoca, e nonostante la vittoria nella Coppa America del 2001 con Ivan Cordoba capitano (unico trofeo vinto dai ‘Cafeteros’ nella loro storia) la Nazionale di Bogotà scompare dai radar internazionali per un decennio circa.

Emergere in questo contesto non è facile, e non lo è nemmeno per Bacca: prima della grande occasione nel calcio che conta la necessità primaria è quella di sopravvivere, e tra un allenamento e l’altro il futuro centravanti della Nazionale si prodiga in vari lavori extra-calcio, tra cui quello di controllore dei biglietti dell’autobus. Quasi sempre i giocatori poi protagonisti di una grande carriera esordiscono presto se non prestissimo nel professionismo, specie in Sudamerica: per Bacca non è così, tanto che la prima partita da professionista, nell’Atletico Junior Barranquilla, la disputa quando ha quasi 23 anni.

Superfluo dire come Bacca si faccia notare subito a suon di gol, attirando su di se’ le attenzioni di alcuni grandi club sudamericani e di alcuni osservatori del calcio europeo. A gennaio 2012 si trasferisce in Belgio, per indossare la maglia del Bruges.

Nel giro di un anno e mezzo esplode definitivamente, laureandosi capocannoniere del campionato e guadagnandosi la grande occasione chiamata Siviglia. In Andalusia, agli ordini di Unai Emery, fa vedere di poter essere grande protagonista anche in palcoscenici di primissimo livello come la Liga e soprattutto l’Europa League, che il Siviglia si aggiudica per due volte di fila anche e soprattutto grazie ai suoi gol. Nel Mondiale del 2014 che la Colombia vede interrompersi ai quarti di finale dopo aver sognato ad occhi aperti il suo ruolo è marginale, anche se è proprio un suo spunto a regalare il rigore dell’illusione alla squadra di Pekerman nel match perso con il Brasile padrone di casa.

Attaccante rapido e scaltro davanti alla porta, a molti ricorda il grande Ronaldo, e lo stesso colombiano ha in più di un’occasione detto di ispirarsi al ‘Fenomeno’. Il resto è storia recente, con il Milan che punta su di lui per affidargli il ruolo che in rossonero è stato, tra gli altri, di gente del calibro di van Basten, Inzaghi e Ibrahimovic. Da Barranquilla a San Siro l’accelerazione di Bacca è stata fulminea, e i traguardi da conquistare, in uno slancio che non sembra avere più ostacoli, sono ancora tanti.

FOTO: www.gazzettaworld.gazzetta.it

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