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Calcio

Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Andrea Loiacono

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Carlo Petrini: il coraggio di denunciare

Avrebbe compiuto oggi  70 anni Carlo Petrini , il calciatore che degli anni 70-80 che ha vissuto sulla sua pelle i grandi scandali del pallone nostrano, tra partite truccate e doping. Ed ebbe il coraggio di denuciare, pagandone le conseguenze.

Carlo Petrini rappresenta senza dubbio una delle figure più controverse del calcio italiano, un uomo capace di essere presente in quasi la totalità degli scandali che hanno coinvolto il mondo pallonaro negli anni ‘70 e ‘80, ma altrettanto capace di scoperchiare il calderone dell’ipocrisia sul nostro apparentemente inattaccabile sistema calcio, facendo venire a galla verità scomode che sono sempre state nascoste dall’omertà dilagante che caratterizza questo sport.

Carlo Petrini nasce a Monticiano (stesso paese di un certo Luciano Moggi) nel 1948, ma le difficoltà familiari lo portano a Genova ad appena 9 anni, al seguito del padre Aldo, che verrà a mancare di lì a qualche anno assieme alla sorella minore. Un’infanzia difficile la sua, ma la svolta sembra arrivare nel 1960 quando il giovane Petrini entra a far parte delle giovanili del Genoa, squadra con la quale 5 anni dopo debutterà non ancora maggiorenne nei professionisti. Dopo la solita gavetta in prestito sui campi di Serie C, con la maglia del Lecce, Petrini torna alla base, gioca benissimo due anni in Serie B che gli valgono la chiamata da parte del Milan di Nereo Rocco. Adattarsi al carattere del Paròn però è molto difficile, specie per Carlo che, come sua stessa ammissione, è un ragazzo che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno; la rottura arriva in poco tempo, Petrini dopo una lite con Rocco abbandona di punto in bianco l’allenamento e torna a casa. La rottura a fine stagione è inevitabile, ma le porte della Serie A non sono affatto chiuse, negli anni successivi infatti vestirà le maglie di Torino, Varese, Catanzaro, Ternana, Roma, Cesena, Verona e Bologna. In quest’ultima città però, ormai 32enne, Petrini viene coinvolto nello scandalo scommesse del 1980, il primo grande caso di partite combinate scoppiato in Italia, e verrà squalificato per 3 anni e 6 mesi in seguito alla combine di Bologna-Avellino, poi amnistiati in seguito alla vittoria del mondiale ‘82. Torna per qualche anno a giocare, ma ormai ha fatto il suo tempo, e a 37 anni decide di dire basta col calcio.

 

Dopo una carriera ventennale divisa tra A e B, apre una propria società finanziaria, che inizialmente, grazie anche alle enormi conoscenze, va a gonfie vele, salvo invertire la rotta nel giro di poco tempo, costringendo Petrini a farsi aiutare da usurai e criminali che lo mettono alle strette. Non riesce a ripagare i debiti e le pressioni diventano insostenibili. E’ giunto il momento di scappare, si rifugia in Francia.

Per anni non si sente più parlare di lui, fino a quando nel 1995 il figlio Diego, promessa del settore giovanile della Sampdoria, si ammala di tumore al cervello. Ormai le condizioni sono critiche, e prima di morire lancia un appello ai giornali, vuole rivedere il padre, di cui non ha notizie da ormai 6 anni. Attorno a questa vicenda si crea un vero e proprio caso, tutta l’Italia ne parla, ma Petrini ha troppa paura di tornare in Italia, sa perfettamente che la criminalità organizzata lo troverebbe e gli farebbe fare una bruttissima fine. Non vedrà mai l’ultimo respiro del povero Diego.

Sconvolto da questa incredibile vicenda però, decide che è arrivato il momento di parlare, vuole raccontare la sua storia, vuole fare qualcosa di buono per il calcio, lo sport che gli ha dato tanto, ma che nel momento di difficoltà gli ha anche voltato le spalle (come lui stesso dichiarerà). Inizia a lavorare alla sua autobiografia, che verrà pubblicata nel 2000, dal titolo Nel fango del dio pallone. Il libro scritto da Petrini è devastante, parla di un mondo apparentemente dorato, che in realtà nasconde del marcio ovunque, fa nomi e cognomi senza paura, parla dei calciatori morti a causa del doping, parla delle combine, parla di Luciano Moggi, della Juventus e della sua influenza sul calcio italiano.

 

I racconti sono agghiaccianti, soprattutto quelli riguardanti il doping. Petrini fa notare ai lettori come un gran numero di calciatori della sua generazione siano morti a causa di gravi malattie, tumore, leucemia, aneurisma, ad esempio Giuliano Taccola, morto nello spogliatoio durante Roma-Cagliari, Beatrice, Longoni, Brignani, Umile, solo per citarne alcuni. Così racconta di come il doping negli anni settanta fosse una pratica comune nel mondo del calcio italiano. Prima di un Verona-Genoa ad esempio, il medico societario si presentò nello spogliatoio con una boccetta piena di uno strano liquido, e con una siringa (specifica non sterilizzata) fece ben cinque iniezioni a cinque giocatori diversi; Petrini sostiene come quel giorno riuscisse a saltare quasi fino al soffitto del tunnel antecedente al campo da gioco, e una volta dentro, dopo qualche minuto, una bava verde iniziasse ad uscire dalla sua bocca e da quella degli altri compagni. L’effetto di questa “miracolosa” siringa durava addirittura oltre cinque ore, lasciandoti però stremato una volta terminato l’effetto, gonfiandoti la lingua “tanto da non riuscire a tenere la bocca chiusa” . Ma racconta anche di quando Giorgio Ghezzi, allenatore del Genoa, utilizzò il secondo portiere, il giovane Emmerich Tarabocchia, come cavia, facendogli bere un intruglio (convincendolo fosse del vino bianco)  prima di un allenamento; tutto bene, fino a quando il ragazzo collassò a terra dopo un’uscita in presa alta, stramazzando al suolo con gli occhi rivoltati.

Probabilmente però il racconto che descrive al meglio la situazione del calcio dell’epoca è quello riguardante la combine di Bologna-Juventus del 13 gennaio 1980, a suo dire partita combinata, ma per la quale non ci fu nessuna squalifica da parte della giustizia sportiva, in quanto il fatto non sussistesse.

Come racconta, all’epoca la Juventus non navigava in buone acque, così il martedì prima della gara, Roberto Bettega, centravanti juventino, chiamò Beppe Savoldi, giocatore del Bologna, in quel momento in compagnia di Michele Plastino, noto giornalista romano, chiedendo di accordarsi per un pareggio. Il giorno dopo, all’allenamento, dopo qualche evidente telefonata da parte della dirigenza juventina, Riccardo Sogliano, DS del Bologna, convocò tutti i giocatori, compreso lo staff, nello spogliatoio, chiedendo chi non fosse d’accordo a pareggiare l’incontro, perché in tal caso non sarebbe stato convocato. Nessuno disse nulla. Si parlò allora di scommettere, e tutti, tranne Sali e Castronaro, vollero guadagnare qualcosa da questo accordo. I giocatori si rivolsero a Petrini, erano infatti noti i suoi rapporti con Massimo Cruciani, personaggio conosciuto ai tempi della Roma, che aveva un banco di scommesse clandestine, addirittura l’allenatore Marino Perani chiese a Petrini di aggiungere 5 milioni in più da parte sua. Tutto pronto, arrivata la domenica, in ballo c’erano 50 milioni di lire, così prima della partita Petrini parlò nel tunnel con Trapattoni e Causio per confermare l’accordo. Qualcuno, sponda Juve, rispondendo ad una domanda di Petrini disse “non abbiamo avuto tempo di scommettere, ma il colpaccio l’abbiamo fatto due domeniche fa” riferendosi al clamoroso Juve- Ascoli 2 a 3. Entrati in campo, dopo un primo tempo a suo dire ridicolo, i giocatori vennero addirittura presi a pallate di neve dai tifosi tanta la sfacciataggine dell’accordo; nel secondo tempo tutto sembrava andare secondo i piani, ma un tiro senza pretese di Causio, complice un errore di Zinetti (attuale osservatore della nazionale) si insaccò in rete. I giocatori della Juventus sembrava non volessero più rispettare più gli accordi, e Perani per cercare il pareggio gettò nella mischia Petrini. A suo dire gli insulti in campo si sprecavano, fino a quando su un calcio d’angolo Bettega non sentenziò “basta litigare, adesso ci penso io a farvi pareggiare”. Il caso volle però che su quello stesso corner Sergio Brio infilasse la palla nella porta sbagliata, aggiustando il risultato secondo gli accordi.

Il bello però avvenne due mesi dopo, in seguito alla denuncia sulle partite truccate da parte di Trinca e Cruciani. Infatti dopo i famosi arresti negli stadi, quando lo scandalo scommesse ormai imperversava, e stava per colpire anche Juve e Bologna, Petrini ricevette una telefonata, era Giampiero Boniperti. L’allora presidente della Juventus offrì a Petrini ben 200 milioni di lire, depositati in un conto svizzero, per assumersi tutta la responsabilità sulla combine, offerta però declinata prontamente. Allora la seconda proposta: se Petrini avesse convinto Cruciani, con una cospicua somma di denaro pagata dalla Juventus,  a non presentarsi all’interrogatorio su Bologna-Juventus, lo avrebbe aiutato in qualche modo durante il processo. Petrini accettò, e incontrò Cruciani alla porta 5 dello Stadio San Siro; Cruciani accettò la proposta di Boniperti, e non presentandosi al processo, scagionò sia la Juventus che il Bologna.

Dopo la sua autobiografia Carlo Petrini continuerà a scrivere libri sulla sua esperienza nel mondo del calcio, farà scalpore ad esempio Il calciatore suicidato che racconta la storia di Denis Bergamini, calciatore del Cosenza trovato morto apparentemente schiacciato da un camion. Ci sarebbero tante altre storie alle quali pochi giornalisti sportivi hanno dato importanza, queste a mio modo di vedere sono le più interessanti, che spero facciano rivalutare un personaggio controverso che ha però pagato (a mio modo di vedere) ampiamente il proprio debito con il mondo del calcio, cercando in tutti i modi di ripulirlo.

Un’ultima considerazione, Carlo Petrini non ha mai ricevuto querele per ciò che ha scritto, coincidenze?

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4 Commenti

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  1. pietro vittorio

    febbraio 13, 2017 at 11:59 am

    questa storia l’avevo vista in tv qualche anno fa. Molto triste, ma se pensiamo che ancora oggi (x me) esiste perché è impossibile (anche se come si dice “il pallone è rotondo”) squadroni con oltre 30 giocatori tra campioni e fuoriclasse una domenica fanno sfracelli e la domenica dopo perdono con una squadra di bassa classifica. Buona giornata.

  2. Roby2001

    febbraio 13, 2017 at 6:16 pm

    L’ennesima dimostrazione di quanto siano luridi quelli con la maglia che sembra la divisa di Alcatraz; quella volta la sfangarono, la successiva hanno preso solo un buffetto sulla guancia

  3. mellin

    febbraio 13, 2017 at 8:04 pm

    …e adesso parliamo un po’ di Ferruccio Mazzola!!!!

  4. dino

    marzo 29, 2018 at 6:43 pm

    Scusate io il libro l’ ho letto e questo è un episodio dei tanti ed l’ unico che riguarda
    la Juve………direi alquanto di parte chi ha scritto l’ articolo.
    Provate a leggerlo il libro perché merita.

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Calcio

Calcio, Fede e Discriminazione: in Egitto puoi essere Ronaldo basta che non sei Cristiano

Emanuele Sabatino

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Come ti senti quando ti chiedono di cambiare nome perché con quel nome, chiaramente cristiano, non potrà mai giocare a calcio come professionista?

La storia è quella dell’egiziano Mina Bendary da Alessandria, 22 anni, ex giocatore di calcio che ha dovuto abbandonare il suo sogno di essere un calciatore professionista a causa di quella che lui ha percepito come una discriminazione religiosa. Il suo nome che lo definisce subito come un cristiano copto, è stato un ostacolo insormontabile che non gli ha mai reso possibile, dopo tre anni, il salto dalle giovanili alla prima squadra dell’ Al Ittihad, squadra della Premier League egiziana. “Il club mi ha detto di cambiare nome con uno musulmano per poter giocare in prima squadra. In Egitto non c’è spazio per i cristiani nel calcio professionistico.”

UNA QUESTIONE DI PERCENTUALI?

In Egitto il 90% della popolazione è di fede musulmana mentre il restante 10% cristiana. La rosa della nazionale che ha preso parte al Mondiale russo era composta interamente da giocatori musulmani. Anche in patria il discorso non è diverso con nessun giocatore cristiano attualmente in forza a nessuna delle squadre della Premier League egiziana. Non è solo un’impossibilità statistica ma un’anomalia che ha radici profonde prima nell’amministrazione del calcio egiziano e poi, allargando, nella società egiziana in generale.

Lo scorso aprile anche una ex stella del calcio egiziano come Mido, di fede musulmana, ha ammesso pubblicamente i problemi di natura discriminatoria a cui vanno incontro i giovani e talentuosi giocatori di fede cristiana: “Molti giocatori smettono da giovani a seguito delle discriminazioni da parte dei loro allenatori. Come è possibile che nella storia del calcio egiziano solo cinque giocatori di fede cristiana abbiano giocato nella massima divisione? E tra questi solo uno, Hany Ramzy, è stato l’unico cristiano ad indossare la maglia della nazionale”. Mido ha anche proposto un sistema di regole nuove con l’intento di costringere i top club egiziani ad avere in rosa una quota minima di giocatori di fede cristiana.

 

SHEHATA ED IL CRITERIO DIVINO

Hassan Shehata, ex allenatore della nazionale egiziana, di fede musulmana, che ha condotto i suoi a tre vittorie consecutive in Coppa d’Africa nel 2006, 2008 e 2010 ha sempre detto e ribadito che “Non solo le qualità tecniche saranno prese in considerazione per le convocazioni, ma anche e soprattutto il loro rapporto con Dio”.

L’ACCADEMIA “JE SUIS” A PROTEZIONE DEI CRISTIANI

 L’accademia “Je Suis” è stata fondata tre anni fa da Bendary per dare riparo ai giocatori di fede cristiana più volte respinti dai club. Qui possono giocare dai 5 ai 30 anni e migliorare le loro qualità anche insieme ai giocatori di fede musulmana e se bravi abbastanza essere pronti al salto tra i professionisti.

LA STORIA DI MINA

In questa accademia c’è Mina Samir, detto Ronaldo, per la somiglianza con il neo juventino CR7, ha 17 anni ed è già stato respinto più volte prima di entrare in questa accademia. La ragione del rifiuto sempre la stessa: il nome Cristiano. “Gioco a calcio da quando ho 12 anni. La mia esperienza è stata con El Ismaily, il mister mi ha detto che era impressionato dalle mie qualità ma quando mi ha detto che mi chiamavo Mina mi ha detto che mi avrebbe fatto sapere. Non l’ho mai più risentito. L’anno scorso ho provato con il Petrojet, ero l’unico ragazzo cristiano e l’unico ad indossare una maglia gialla mentre tutti gli altri avevano quella nera. Il mister ha detto “tu, maglia gialla, come ti chiami?” e quando ho risposto Mina, lui capendo che ero cristiano ha detto che stava parlando con il ragazzo affianco a me che indossava però la maglietta nera. Lì ho capito che non ce l’avrei mai fatta”.

Anche suo fratello Abanoub Samir, ora 21 anni, quando ne aveva 16 ha provato ad entrare nella squadra Al Ittihad ma  gli chiesero di cambiare il nome in Mostafa Ibrahim, musulmano, e lui rifiutandosi disse addio al contratto.

Un esposto è stato inviato dalla comunità dei cristiani copti alla FIFA che in accordo con i suoi nuovi regolamenti non tollera nessun tipo di discriminazione. La risposta dalla FIFA ancora non è arrivata anzi la massima federazione calcistica internazionale ha chiesto più materiale, come se non bastasse, per avere ancora più chiara e nitida la situazione.

NON SOLO CALCIO

Alle ultime Olimpiadi di Rio nella delegazione egiziana di 122 atleti nessuno era di fede cristiana. Lo stesso anche quattro anni prima a Londra.

NON SOLO SPORT

Per i cristiani copti in Egitto è difficile ottenere lavoro in primis e cariche istituzionali in secundis. Nessun posto di prestigio a livello istituzionale o governativo è in mano a persone di fede cristiana. Anche volendo nascondere la propria fede non è così semplice, perché questa è ben visibile sul documento di identità.

 

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Calcio

Il primo inno della Roma era un tango

Valerio Curcio

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A più di ottant’anni dalla sua composizione, la “Canzone di Testaccio” è ancora intonata dai tifosi della Roma. È un modo per coltivare la memoria dei tempi giocati all’ombra del Monte dei Cocci, ma è anche un’esortazione rivolta agli undici in campo: tirate fuori lo spirito testaccino di un tempo. Nonostante la sua diffusione, pochi sanno che la canzone fu composta sulle note di “Guitarrita”, un tango scritto da Bixio Cherubini e Armando Fragna nel 1930.

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Il compositore Fragna e il paroliere Cherubini scrissero “Guitarrita” per la colonna sonora del film romantico-popolare “La canzone dell’amore”, diretto da Gennaro Righelli e presentato a Roma il 6 ottobre 1930. Il film, tratto dalla novella “In silenzio di Pirandello, è la prima opera cinematografica col sonoro di produzione italiana.

L’anno successivo, il paroliere e poeta Totò Castellucci compose sulle note di “Guitarrita” quella che al tempo veniva chiamata la “Canzona de Testaccio”, oggi nota anche col semplice titolo di “Campo Testaccio”. Grazie al suo contributo, l’incipit del tango (“Sotto le stelle nell’Argentina / bruna regina regnavi tu”) divenne il celebre “Cor core acceso da ‘na passione / undici atleti Roma chiamò”.  L’attività di Castellucci come autore di testi dedicati all’AS Roma non si limitò a questa occasione, tant’è che negli anni ’50 uscì addirittura un suo “Canzoniere giallorosso”.

A Roma la tradizione di ideare canti calcistici sulle note di canzoni già famose ha dunque radici che vanno ben oltre i cori ideati su “La partita di pallone” di Rita Pavone o “La notte vola” di Lorella Cuccarini. Tuttavia, non dobbiamo immaginare la “Canzone di Testaccio” come un brano frutto di quella “creatività collettiva” che risiede nelle curve e che tanti capolavori ha regalato alla cultura sportiva italiana. Castellucci infatti compose il brano per il primo film italiano dedicato al calcio: “Cinque a zero” di Mario Bonnard, uscito nel 1932, del quale oggi sarebbe rimasta una sola pellicola in lingua francese.

Il film trae ispirazione dallo storico celebre 5-0 assestato dalla Roma alla Juventus il 15 marzo 1931 e vede la partecipazione di buona parte della rosa romanista, tra cui Ferraris IV, Bernardini, Volk e Masetti, nonché di Zi’ Checco, storico custode di Campo Testaccio. Nella commedia di Bonnard le vicende calcistiche fanno da sfondo a due storie di coppia: l’amore tra il centravanti della squadra e una ballerina del varietà e il rapporto tra il presidente, interpretato dal celebre Angelo Musco, e la moglie allergica al calcio, che alla fine del film diviene una grande tifosa.

Il primo inno della Roma era dunque un tango argentino, ma al tempo non doveva risuonare come una melodia esotica. La diffusione del tango in Italia era tale che anche una canzone a Roma considerata tradizionale come “Chitarra Romana”, scritta nel 1935 da Eldo Di Lazzaro, era originariamente un tango. E non è un caso se Ettore Petrolini, grande attore e drammaturgo vissuto a cavallo dei due secoli, compose proprio in quegli anni il suo “Tango romano”. Più di tutti, però, colpisce l’aneddoto di un giovane Renato Rascel che, per guadagnarsi da vivere, si spacciava per cantante argentino nei cabaret torinesi. Si racconta che un giorno, avvistati alcuni calciatori argentini nel pubblico, li pregò di non “farlo sgamare”.

Sarebbe bello oggi poter sapere cosa pensavano del tango giallorosso i tantissimi argentini e italo-argentini che fecero grande la Roma nei suoi primi decenni di vita. Due di questi sono anche citati nella canzone: Arturo Chini Ludueña e Nicolás Lombardo.

Chini, esterno tutto dribbling e velocità, arrivò nel 1926 in Italia con una laurea in giurisprudenza. L’Alba-Audace lo soffiò alla Juventus e, quando i biancoverdi si fusero con Roman e Fortitudo-Pro Roma, divenne il primo giocatore straniero della neonata AS Roma. Nel 1934 transitò alla Lazio per poi giocare le ultime tre stagioni della sua carriera nel Trastevere. Dopo il ritiro, si dedicò alle relazioni internazionali, arrivando a lavorare come alto diplomatico a Washington DC.

Lombardo fu invece acquistato dalla Roma nel 1930, anche se la sua storia in giallorosso durò poco: nel 1932 un grave infortunio al ginocchio lo costrinse a fermarsi per lungo tempo. Ma il suo ruolo nella società giallorossa era tutt’altro che esaurito: la società lo inviò in Argentina come mediatore per il calciomercato. Lì, mentre assisteva a una partita del Racing de Avellaneda, fu aggredito da un gruppo di tifosi perché colpevole di facilitare un club straniero nel “depredare” il campionato argentino.

Tuttavia, dopo aver attraversato l’oceano a bordo del piroscafo “Duilio”, il 18 maggio 1932 Lombardo approdò sul litorale romano in compagnia dei talenti oriundi Guaita, Scopelli e Stagnaro. I tre, comprati dalla Roma per fare il salto di qualità, arrivarono insieme nella capitale e insieme ne fuggirono nel 1935 per paura di finire a combattere in Abissinia. Furono visti entrare in una Lancia Dilamda, poi in Liguria su un treno per la Francia, dove si imbarcarono per tornare per sempre in Sud America. Non manca chi sostiene che a insinuare in loro la paura del tutto infondata di finire al fronte fu il Generale Vaccaro, gerarca fascista e presidente della FIGC, noché alta carica dirigenziale della Lazio.

La storia del primo decennio romanista ebbe dunque solo due passaporti, quello italiano e quello argentino, e queste sono solo alcune delle storie giunte fino ai giorni nostri. Negli anni successivi furono ancora numerosi gli argentini ad attraversare l’Oceano con il sogno di giocare nella Roma: Spitale, Provvidente, i futuri campioni d’Italia Allemandi e Pantò, fino ad arrivare al secondo dopoguerra con Di Paola, Peretti, Pesaola e Valle.

Ai celebri “Piedone” Manfredini e Francisco Lojacono seguì un decennio, quello dei Settanta, di chiusura delle “frontiere” calcistiche.  Negli anni Ottanta la Roma si risvegliò “brasileira”, come cantava Little Tony, e dovrà aspettare il 1993 per rivedere un argentino in squadra: è Abel Eduardo Balbo e con lui ricominciò l’unico rapporto che sia mai potuto esistere tra giallorossi e biancoazzurri, quello che su una nave collega Buenos Aires e Roma. L’apice raggiunto da questa relazione si incarna, a inizio del millennio, in una persona che è inutile nominare, perché è già venuta in mente a tutti da parecchie righe.

Si ringrazia Massimo Izzi per i preziosi consigli e per aver scritto il primo articolo in cui si cita “Guitarrita”, uscito su “Il Romanista” del 10 settembre 2008.

FOTO: asromaultras.org

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Calcio

Brasile 2014: la Grande Germania nei Mondiali della contestazione

Paolo Valenti

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Nel 2014 tocca al Brasile tornare a organizzare la fase finale della coppa del mondo. Tutto l’impegno del Paese è legato all’obiettivo di cancellare il ricordo del Maracanazo del 1950 dalla mente dei tifosi locali e del resto del mondo. La squadra è competitiva, una rosa di giocatori maturi con grande esperienza internazionale: Julio Cesar, Maicon, Dani Alves, Marcelo, Thiago Silva, Fernandinho, Paulinho, Fred sono la base di una piramide al cui vertice si posiziona Neymar, ritenuto capace di dare alla Selecao quel colpo di classe imprevedibile e incontenibile necessario per allungare le mani sulla vittoria.

Il processo di avvicinamento al mondiale non è dei più sereni: il governo brasiliano deve fronteggiare numerose manifestazioni di protesta interne sollevatesi contro le ingenti spese stanziate per organizzare il torneo mentre una buona fetta della popolazione deve affrontare i morsi della crisi economica. I lavori, poi, vengono finiti a ridosso dell’inizio del torneo, in alcuni casi in maniera approssimativa, come dimostra il cedimento di un cavalcavia a Belo Horizonte che causa la morte di due persone oltre ad alcuni feriti. Lo show, però, deve andare avanti e proprio a due passi dal sogno di cancellare il Maracanzo, la nazionale verde-oro incappa in una sconfitta di portata colossale, sportivamente molto più pesante di quella accusata sessantaquattro anni prima contro la Celeste di Schiaffino e Ghiggia anche se meno sentita per non essere arrivata in occasione della finale. O, più semplicemente, per avere proporzioni tali da rendere impensabile la possibilità di vincere il mondiale, diminuendo quindi la dimensione del rammarico. L’1-7 rimediato dalla Selecao a Belo Horizonte l’8 luglio batte una serie di record negativi che fanno vergognare Felipe Scolari e i suoi ragazzi che, intontiti dai colpi presi, chiudono al quarto posto perdendo male anche la finalina contro l’Olanda. E’ la Germania a salire per la quarta volta sul tetto del mondo, vincendo la tenace resistenza di un’Argentina che non riesce a trovare in Leo Messi il genio della lampada capace di trascinarla dove manca da tanto tempo. La squadra di Low vince sei partite su sette, lasciando sul campo l’impressione di una squadra solida, capace di combinare al meglio qualità tecnica e forza fisica.

Una mesta parentesi meritano gli azzurri di Prandelli, incapaci per la seconda volta di fila di superare il girone eliminatorio, pur avendo cominciato bene l’avventura con una buona vittoria ottenuta contro l’Inghilterra. La sconfitta con la sorprendente Costa Rica ci costringe a non dover perdere contro l’Uruguay di Mastro Tabarez e del duo delle meraviglie Suarez-Cavani. La disfatta, invece, puntualmente arriva, seppur intrisa di recriminazioni legittime: una severa espulsione di Marchisio lascia l’Italia in dieci a mezz’ora dalla fine mentre un morso cannibale del Pistolero Suarez a Chiellini, nell’ultimo mondiale senza VAR, rimane impunito nel corso della partita. L’eliminazione istantanea sembra diventata uno standard nelle performance della nazionale. Prandelli e il presidente federale Abete ne traggono le dovute conseguenze, lasciando ad altri il compito di riportare ai livelli che gli competono un calcio che sembra destinato a vivere uno dei periodi più bui della sua storia.



I RISULTATI

Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Brasile 2014

LE CURIOSITA’

Il Gotha del calcio

La ventesima edizione della coppa del mondo si presenta tirata a lucido: come già avvenuto anche in Sudafrica quattro anni prima, alla fase finale in Brasile partecipano tutte le nazionali che hanno scritto il loro nome nell’albo d’oro dei vincitori. In ordine strettamente cronologico si tratta di: Uruguay, Italia, Germania, Brasile, Inghilterra, Argentina, Francia e Spagna.

Largo alla tecnologia

Brasile 2014 passa agli annali come il primo campionato del mondo nel quale viene utilizzata la goal line technology. Sperimentata con successo nella Confederations Cup 2013, questa tecnologia consente agli arbitri di ricevere una segnalazione acustica quando il pallone oltrepassa completamente la linea di porta, secondo i termini richiesti dal regolamento. Per ottenere tale effetto, è necessario che il pallone di gara sia dotato di un microchip che, nel momento in cui la sfera varca la linea di porta, invii il segnale al direttore di gara.

Il time-out

Data per certi versi storica quella del 29 giugno 2014: nella partita Olanda-Messico, valida per gli ottavi di finale, venne fischiato per la prima volta il time-out durante una partita dei mondiali. A causa delle alte temperature, infatti, la FIFA aveva stabilito che, nelle partite con inizio alle ore 13 locali, l’arbitro avrebbe potuto decidere di sospendere le gare per tre o quattro minuti alla mezz’ora di ciascun tempo di gioco, per consentire ai giocatori di idratarsi e recuperare energie. Una disposizione che veniva incontro alle esigenze dei calciatori, messi in passato a dura prova quando costretti a scendere in campo con temperature troppo elevate in funzione delle esigenze televisive.

Il morso di Suarez

Finisce anzitempo il mondiale per Luis Suarez, attaccante dell’Uruguay che, nella partita decisiva contro l’Italia, morde Giorgio Chiellini senza che l’infrazione venga rilevata dall’arbitro. Suarez può finire la gara ma non sfugge alle sanzioni della FIFA che, dopo il gesto inconsulto, lo squalifica per le successive nove partite della nazionale e per quattro mesi da ogni attività calcistica, oltre a multarlo di una cifra pari a 100.000 franchi svizzeri. Non è la prima volta che Suarez cade vittima di questa “particolare” abitudine: nella stagione precedente, infatti, era stato costretto a saltare sei partite col suo club di appartenenza, il Liverpool, per scontare una squalifica conseguita per lo stesso motivo.

Schiuma e barriere

Dopo un periodo di sperimentazione, nei mondiali del 2014 la FIFA autorizzò l’utilizzo da parte degli arbitri di una schiuma dissolvente che i direttori di gara avrebbero potuto usare per segnalare la linea di demarcazione oltre la quale, ai giocatori in barriera sui calci di punizione, non sarebbe stato consentito avanzare. La novità si rivelò efficace, riducendo i tentativi dei calciatori di accorciare la distanza dal punto di battuta e consentendo agli arbitri di intercettare eventuali infrazioni in materia nei momenti in cui davano le spalle agli uomini della barriera.

Top scorer

Aria di festa negli spogliatoi della Germania, non solo per la vittoria della coppa del mondo. Miroslav Klose, infatti, con i due gol segnati durante la competizione stabilisce il record di miglior marcatore di sempre nelle fasi finali della coppa del mondo con sedici gol, superando il brasiliano Ronaldo. Non è il solo record che Klose stabilisce, visto che eguaglia anche quello di quattro edizioni consecutive dei mondiali con almeno una rete all’attivo, come Pelè e Uwe Seeler.  Altro dato di rilievo: ogni volta che ha segnato con la nazionale, la Germania non ha perso.

Non solo campioni

La nazionale verde-oro scende in campo per riuscire a vincere la sua sesta coppa del mondo: in qualità di paese ospitante e con la stella Neymar pronta a consacrarsi, l’aspettativa sembra ben riposta. Almeno fino all’approdo alle semifinali, quando la Selecao va incontro a una debacle che al confronto il Maracanazo del 1950 impallidisce. La sconfitta rimediata contro i futuri campioni della Germania (1-7) raccoglie una serie di record che, anche nelle successive edizioni, sarà difficile eguagliare: maggior passivo mai patito da una nazionale ospitante; maggior numero di gol subiti in una sola partita dalla rappresentativa del paese organizzatore; più alta differenza reti mai avuta in una semifinale. Inoltre, il parziale di 0-5 accusato alla fine del primo tempo è il maggior scarto mai registrato in un match a eliminazione diretta. La miglior condizione dei tedeschi e, probabilmente, la non ottimale gestione della pressione, portarono il Brasile a comparire anche nell’albo dei record negativi della coppa del mondo.     

LA FINALE

Cinque mondiali nella bacheca virtuale della finale di Brasile 2014: ai tre della Germania rispondono i due conquistati dall’Albiceleste, che ha quindi la possibilità di raggiungere i tedeschi nell’albo d’oro. Le due nazionali arrivano con modalità differenti all’appuntamento decisivo: i ragazzi di Low hanno fatto fuoco e fiamme devastando il Brasile con un 7-1 di proporzioni bibliche mentre Messi e compagni, nel remake della finale del 1978, sono riusciti a dare la spallata definitiva all’Olanda solo ai calci di rigore. Anche Argentina-Germania è il remake di un’altra partita epica per i sudamericani: quella della vittoria dell’86 in Messico. Allora fu Maradona a prendere per mano una nazionale di valore ordinario. Oggi tocca a Messi dimostrare di essere il degno erede del Pibe de Oro. Per i tedeschi vale il positivo ricordo di Italia 90.

Si comincia, senza troppe reverenze, con due squadre che provano a creare le proprie occasioni evitando di prestare il fianco alle offensive avversarie. Sui piedi di Higuain e la testa di Hoewedes capitano le occasioni più clamorose dei tempi di gioco: il centravanti argentino spreca malamente la fortuna di un retropassaggio malriuscito della retroguardia tedesca mettendo a lato di Neuer la sua conclusione, mentre il colpo di testa su calcio d’angolo del difensore dello Schalke 04 trova nel palo alla sinistra di Romero un ostacolo insormontabile. Si arriva così ai supplementari di una partita che non è noiosa ma, nonostante le occasioni, non riesce a trovare il colpo del tie-break fino al 113° minuto quando Mario Goetze, subentrato a Miro Klose a due minuti dal 90°, raccoglie un cross dalla sinistra, stoppa di petto a seguire e insacca con un diagonale incrociato che abbatte i sogni di gloria di tutti gli argentini che, come già a Montevideo nel 1930, avevano raggiunto Rio de Janeiro con tutti i mezzi a disposizione per riuscire a festeggiare un mondiale in casa d’altri. La Germania è la prima squadra europea a vincere una coppa del mondo nel continente americano.

I PROTAGONISTI

Lionel Messi – E’ lui l’emblema dell’Argentina finalista che nemmeno in Brasile riesce a tornare a vincere per interrompere un digiuno che dura dall’ormai lontano 1993, quando l’Albiceleste conquistò la sua ultima Coppa America. La Pulce, unico vero antagonista contemporaneo di Cristiano Ronaldo e, quanto al passato, di Diego Armando Maradona, nel 2014, al suo terzo mondiale, comincia col piede giusto: quattro gol nel girone eliminatorio, giocate fluide ai livelli di quelle sciorinate abitualmente indossando la maglia blaugrana, sembrano proiettarlo verso un torneo finalmente all’altezza delle aspettative che lo circondavano già in Sud Africa quattro anni prima. L’opinione pubblica mondiale ansima per vederlo sollevare la coppa del mondo come fece il suo celeberrimo connazionale in Messico nel 1986: è l’unica cosa che manca allo sterminato palmares di Leo per documentare definitivamente la legittimità delle affermazioni che lo riconoscono come unico erede del Pibe de Oro. In Argentina, poi, l’attesa è amplificata dalla quasi inspiegabile mancanza di vittorie a livello internazionale che si protrae da un ventennio. Quando, al fischio di chiusura del mondiale, l’onnipotente Germania lo getta nel burrone degli sconfitti, le domande amletiche relative al livello di grandezza sul quale Messi vada posizionato tornano prepotentemente alla ribalta, allungando i propri strascichi anche ai nostri giorni senza che abbiano trovato una risposta definitiva, che probabilmente solo la storia riuscirà a dare.

Manuel Neuer – Tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, nella cultura popolare aveva preso piede la fantasia di immaginare come sarebbero stati gli inizi del nuovo millennio. Astronavi, vite su altri mondi, ambienti urbani reimpostati alla luce di tendenze di là da venire riempivano pagine di libri, programmi televisivi e pellicole cinematografiche. Anche per il calcio si ipotizzava il prototipo del calciatore degli anni Duemila senza immaginare che avrebbe indossato maniche lunghe anche d’estate e guantoni alle mani. Si, perché se si deve pensare a chi ha maggiormente stravolto il modo di interpretare un ruolo di campo nei primi anni del nuovo secolo, non si può non pensare a Manuel Neuer, il portiere della Germania campione del mondo 2014. Qualcosa di più di un ottimo portiere: un atleta completo, un calciatore a tutto tondo, imperforabile tra i pali e capace di disimpegni anche fuori dall’area di rigore degni di un regista arretrato. Nonostante un fisico imponente (193 centimetri per 92 chili) è dotato di un’agilità nei movimenti inusuale, anche se la peculiarità che lo rende unico e atipico è la capacità di giocare coi piedi il pallone. Un elemento di tranquillità per tutto il reparto arretrato che, in nazionale come nel Bayern Monaco, trova in lui un riferimento determinante nell’alzare la linea difensiva a ridosso del centrocampo e nel disbrigo del palleggio d’impostazione quando gli attaccanti avversari esercitano il pressing alto. Non è un caso che il selezionatore tedesco Low nutre la convinzione che Manuel potrebbe giocare tranquillamente a centrocampo. Insomma, un mix di qualità che trasmettono a Neuer una leadership quasi sfrontata, determinante nel costruire la mentalità vincente della Germania campione 2014.

 

 

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