Il 2 febbraio 2008, il calcio romano piangeva la morte di Alessandro Bini. Un giovassimo calciatore di 14 anni che, nel corso della partita di calcio, Almas-Cinecittà Bettini, della categoria Giovanissimi Provinciali, perdeva la vita, dopo un crudele impatto contro la leva di un rubinetto piantato a settanta centimetri dalla linea del fallo laterale.

Una morte ingiusta, straziante, esito drammatico di un incidente assurdo. Una tragedia, la morte di Alessandro, che sortiva subito l’effetto di riaccendere una luce sull’annoso problema della sicurezza sui campi di calcio della Capitale. In quei giorni, la domanda che molti genitori ( e non soltanto loro) si ponevano, ripensando alla tragedia di Alessandro, era infatti una: ma i campi di calcio, dove giocano abitualmente le squadre locali e nelle quali militano centinaia di ragazzi, sono impianti sicuri?

Facendo un giro per quelli che erano allora i campi sportivi del calcio romano, la risposta più onesta doveva essere che no, molti campi di calcio, non erano impianti sicuri. La morte di Alessandro, infatti, avvenne per un’irregolarità dell’impianto dovuta alla presenza di quel rubinetto assassino che, lì, su quel campo, non ci sarebbe dovuto essere. I genitori di Alessandro, dopo la perdita del figlio, hanno voluto fare della sicurezza sui campi di calcio e degli impianti sportivi in generale una missione di vita. Attraverso la fondazione di un’associazione senza scopo di lucro, l’ “Alessandro Bini Onlus” che, dal 2008, è l’occhio vigile di genitori e ragazzi sul tema della sicurezza sui campi di calcio.

Che cosa diceva e dice oggi la normativa

La normativa in materia, contenuta nell’articolo 31 del regolamento sugli impianti sportivi, approvato dalla Lega Nazionale Dilettanti, era, infatti, piuttosto chiara: e al punto 1 del regolamento, alla voce “dimensioni e segnature”, prevedeva che “lungo il perimetro di gioco deve essere prevista una fascia di larghezza non inferiore a mt 1,5 priva di asperità e ostacoli al camminamento e al gioco. Tale fascia deve essere estesa per ragioni di sicurezza fino a mt 2,5 lungo le linee laterali e fino a 3,4 mt delle linee di porta”. Un campo di calcio, per essere considerato in regola, doveva insomma avere una “fascia di larghezza” di almeno un metro e mezzo, che fosse libera, però, da qualsiasi “ostacolo”.

Va da sé che la presenza di un rubinetto, che di per sé è già un ostacolo e, peraltro, piantato a 70 cm dalla linea del fallo laterale, rendeva quel terreno di gioco irregolare secondo le norme e, allo stesso tempo, anche insicuro. Eppure, come ricordano a distanza di anni anche i genitori di Alessandro Bini, quel terreno di gioco era stato, come si dice nel gergo, “omologato”. Ossia dichiarato agibile dagli ispettori della Federazione. Perché? Vallo a sapere. O meglio, vallo a chiedere a loro: a coloro che dovevano controllare e invece non hanno controllato. Ma, ormai, come dice il proverbio, è inutile guardare indietro; meglio guardare avanti. E provare a capire che cosa, a distanza di anni dalla morte di Alessandro Bini, può essere veramente cambiato.

Intanto, per quanto riguarda le “dimensioni e signature”, è cambiata la normativa. Laddove le modifiche all’articolo 31 prevedono che oggi “qualora per difficoltà strutturali tale di fascia di sicurezza non possa essere adeguatamente ricavata, debbono essere previste protezioni idonee, fermo restando la misura del campo di destinazione di 1,5 mt su tutto il perimetro del terreno di gioco”.

E per quanto riguarda i campi? Che cosa è davvero cambiato? Abbiamo cercato di scoprirlo, facendo un giro su alcuni campi di calcio della Capitale. E abbiamo scoperto che, in effetti, dalla morte di Alessandro, qualche cosa è veramente cambiato. Nel senso che alcune società (ma solo alcune) hanno voluto prendere, finalmente, le dovute precauzioni, sia attraverso la rimozione degli ostacoli ai bordi del campo (come quel maledetto rubinetto), che attraverso una restrizione vera e propria del terreno di gioco. In modo da consentire una “fascia di larghezza” più ampia tra il perimetro del campo e le eventuali “recinzioni esterne”. Le quali, come da regolamento, erano, e devono ancora, essere in muratura “non abbattibile né scavalcabile”. A una distanza dal perimetro del campo di 2,5 metri.

Poi, come abbiamo avuto modo di vedere c’è chi, tra le società più virtuose, ha voluto coprirsi, anche, dal rischio che quei 2,5 metri di distanza possano comunque non bastare e, per questo, ha voluto “rivestire” i muretti con uno strato di gomma che serva ad attutire gli eventuali impatti. Ma, al contrario, e purtroppo, ci sono anche società che, ancora, come dicono a Roma, sono rimaste a carissimo amico. Nel senso che i campi di calcio dove giocano, sono, oltre che fuori norma, anche piuttosto insicuri.

E se vengono comunque omologati? Ecco, questo è un altro problema. Perché l’omologazione spetta alla Lega Nazionale Dilettanti che, attraverso il Comitato Regionale, invia ogni volta gli ispettori a verificare se quel campo sia effettivamente “a norma”. Per le società di calcio, l’omologazione del campo è un costo (circa 100 euro) che viene pagato alla Lega. Ma perché alcuni campi, che non sono in regola, vengono comunque omologati? Nella nostra video inchiesta, cercheremo di trovare una risposta.

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