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Calcio, tifo e periferie: perché a Roma uccidono la gioventù?

Simone Meloni

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Vogliono uccidere la nostra gioventù. Vogliono disgregare, annientare e stracciare tutto quello che i ragazzi possono creare: sogni, speranze, fantasia e passione. Ci diranno che lo fanno “per ordine pubblico”, ci diranno che lo fanno per “riportare le famiglie allo stadio”, ci diranno che lo fanno “per la nostra sicurezza”. Dalle piazze agli stadi, passando per le semplici comitive o assemblee di quartiere. Roma deve fungere da esempio, la Capitale d’Italia deve diventare il fulcro di una politica repressiva e volta alla “normalizzazione” di qualsiasi fenomeno di interazione sociale. Poco importa se lo stesso è anche pacifico e ludico. L’importante è che sia aggregante: questo è il “mostro a tre teste” da combattere. L’importante è che tanga innanzitutto le fasce più deboli e più facilmente colpibili o strumentalizzabili: le periferie, i giovani, i tifosi, i manifestanti e chiunque osi anche lontanamente pensare di uscire dalla “retta via” in cui le istituzioni romane quotidianamente ci convogliano. Una città gestita, ormai è il caso di dirlo, in tutto e per tutto come uno Stato a parte. Con un Doge (in questo caso il Questore D’Angelo) che ordina e dispone senza trovare alcun contrasto da una classe politica perennemente impegnata a guardarsi allo specchio e ad armarsi per combattere le più intense battaglie intestine, con nessun fine utile alla cittadinanza.

Non è solo lo stadio Olimpico l’esempio. Non è il trattamento discriminante e dispotico nei confronti di Roma e Lazio a suffragare quanto detto. C’è molto di più. Sebbene potremmo parlare dell’ennesima multa piovuta sulle teste di supporter giallorossi per l’esposizione di un drappo raffigurante Alberto Sordi nelle vesti di Otello Celletti, ne “Il Vigile”, corredato dall’ironico striscione “Multras”. Altri 167 Euro di inettitudine e prepotenza a scapito di un pubblico ormai tramortito, che con l’ironia ha provato a rispondere a chi dell’ironia e del folklore ne ha fatto un reato. E sono tentacoli che si estendono ben oltre l’impianto di Viale dei Gladiatori, arrivano fino ai margini del Grande Raccordo Anulare, in quelle zone dove altri figli di questa città spesso sono alle prese con problemi ben più duri e intricati di un posto da rispettare allo stadio o uno striscione esposto per strappare una risata e rendere l’idea dell’assurdità di talune regole. In quelle periferie dove sovente non resta neanche più l’aggregazione. Per mancanza di strutture, per mancanza di attenzioni, per un menefreghismo sempre più dilagante e quasi rassegnato. Benché dall’aggregazione si sviluppi una società più empatica e duttile.

Ne feci cenno in un articolo di qualche tempo fa. Quando parlando dei ragazzi che seguono il Tor Sapienza (in Eccellenza) sottolineai il particolare trattamento riservato loro dal commissariato locale. In un contesto con pochi spettatori e totalmente privo di qualsiasi criticità (vista anche l’assenza cronica di tifoserie ospiti), il gruppo al seguito della compagine gialloverde si vide vietare l’ingresso di striscioni e fumogeni per una coreografia da agenti in borghese, pronti a riprendere per tutti i 90 minuti i ragazzi con le telecamere. Alla stregua di pericolosi camorristi. Il culmine di un clima repressivo che attanaglia i supporter del Tor Sapienza ormai da qualche stagione. Si è ripetuto un qualcosa di simile a Torrenova, domenica scorsa, per una partita di Promozione tra la squadra locale, seguita da un manipolo di tifosi, e il La Rustica. Arrivati al campo i ragazzi si sono visti bloccare da alcuni agenti in borghese per dei controlli meticolosi. Questo il racconto di uno di loro: “Come tutte le mattine quando giochiamo in casa – esordisce –  siamo arrivati al campo verso le 10,30. Questa volta però abbiamo subito notato uno strano dispiegamento di forze dell’ordine. Entrando al campo ci hanno chiamato per una perquisizione, aprendo i nostri zaini dove c’erano gli striscioni e qualche fumogeno. Con un fare abbastanza aggressivo uno dei cinque agenti ci ha intimato di lasciare i fumogeni, le aste delle bandiere e alcuni striscioni (peraltro non c’era scritto nulla di offensivo). In maniera educata alcuni di noi hanno chiesto spiegazioni per questo trattamento, vedendosi rispondere in modo alquanto tracotante e a mo’ di sfida che il Tre Torri (nome del campo) “diventerà come l’attuale stadio Olimpico”. Come se non bastasse, all’80’ è arrivata una terza volante con tutti gli strumenti anti-sommossa a disposizione (caschi e manganelli). Sembrava un’operazione anti mafia”.

“Le persone presenti – continua – hanno provato a sottolineare quanto questo atteggiamento fosse del tutto fuori luogo, soprattutto a fronte di un quartiere afflitto da tantissimi problemi che vengono regolarmente ignorati dalle istituzioni. Ci tengo a precisare come tra noi ci siano tutti ragazzi che lavorano e vanno a scuola, siamo tutti incensurati e paghiamo regolarmente le tasse; la società ci ringrazia per quello che facciamo, aiutando la squadra durante le partite e rendendo l’ambiente festoso e colorato. Basti pensare che il Presidente del Torrenova, all’oscuro di tutto ciò, una volta appresa la notizia ci ha immediatamente portato la propria solidarietà. Non vogliamo fare le vittime, ma ci chiediamo per quale motivo dobbiamo essere trattati come criminali? Nessuno scredita l’operato generale della Polizia ovviamente, ma la repressione che sta investendo la nostra città è a dir poco allucinante”.

A margine viene da chiedersi, anzitutto, quanto sia normale un così ampio e puntiglioso impiego della forza pubblica (pagata dalla collettività) per forgiare questa pretestuosa “caccia all’ultras” inaugurata nella Capitale ormai da quasi due anni? Provocazioni ed esasperazioni mirate, anche nei confronti di ragazzi compresi tra i 16 e i 22 anni, spesso con l’unica colpa di saper costruire movimenti aggreganti e di svago in zone degradate o prive dei più basilari servizi. C’è ancora qualcuno disposto a credere che il fine di queste operazioni sia il contrasto della violenza attorno alle manifestazioni sportive? La contraddizione in termini è lapalissiana proprio perché la repressione è giunta anche dove di atti violenti non ce ne sono mai stati. Un vero e proprio accanimento da parte della Questura, che nel frattempo, forse, dimentica quanto la città più grande del Paese imploda su se stessa. Dimentica come quotidianamente dal Centro alla periferia tante zone vengano adibite a piazze di spaccio a cielo aperto, dimentica la prostituzione minorile che lambisce la strade attorno alla stazione Termini come le vie consolari che portano fuori città, dimentica la corruzione atavica e certificata dei tanti corpi ufficiali che compongono Roma Capitale e l’hanno resa l’epicentro del malaffare e degli stravizi. Dimentica o fa finta di dimenticare? Gli ultras e i tifosi di calcio sono davvero il più grande e irrisolvibile problema della città? Oppure si vuole semplicemente silenziarli, per uccidere anche uno degli ultimi movimenti in grado di far sognare i ragazzi e, perché no, farli sentire parte di una comunità? Si ha paura che tutti assieme si ragioni e ci si contrapponga a politiche, scelte e trame che sempre più debbono essere imposte senza nessuna opposizione e senza nessun dialogo?

Da quando l’Olimpico è stato trasformato in un lager in tanti hanno deciso di popolare i campetti delle categorie inferiori, per esportare là il folklore e l’aspetto più bello e colorato del tifo. E guarda caso, a distanza di tempo, il trattamento sconsiderato riservato ai supporter del “calcio che conta” sta cominciando a investire anche queste “oasi” di libertà. Ma è proprio questa libertà a dare fastidio? È l’unione di ragazzi, la possibilità di creare assieme un qualcosa di diverso dal grigio piattume delle periferie romane, abbandonate a loro stesse,  l’obiettivo di chi opta per determinate scelte?

E la classe politica cosa fa in tutto ciò? Sonnecchia e se ne disinteressa. Quando, invece, sarebbe ora che scendesse in campo e prendesse posizione. Perché, de facto, Roma è attualmente sotto l’egida di un Doge, lasciato libero di decidere e radere al suolo ciò che meglio crede. Non va dimenticato il valore sociale e interattivo che una città deve sempre e comunque garantire ai suoi ragazzi. Eppure nella Capitale sta avvenendo l’esatto contrario. C’è bisogno che venga ricreato un collante tra tutte le componenti del tessuto urbano e che la Capitale torni a essere una città come le altre, anziché un insieme di esperimenti che l’hanno trasformata in un laboratorio socialmente invivibile. Si hanno davvero a cuore le sorti dei nostri giovani? In questa maniera, costringendoli a diventare seriosi e stressati adulti sin dalla tenera età si sta facendo esattamente l’opposto. E di certo non li si aiuta a crescere in maniera sana. Consentiamogli di avere i loro spazi. Il che non vuol dire trasgredire le regole o eccedere in comportamenti al di fuori del concesso. Bisognerebbe uscire da questa malsana forma di giustizialismo. È proprio il non capire ciò che sta rendendo Roma una città dall’anima e dalla mente chiusa e retroattiva ad ampliare sempre più il solco tra politica, istituzioni e cittadini. Infine, una comunità che non ha rispetto e senso di protezione per il proprio futuro, è una comunità destinata a crollare, sfaldarsi ed essere in grado soltanto di reprimere, vietare e proibire. E per questo, siamo già sulla buona strada.

Vista dai giovani, la vita è un avvenire infinitamente lungo. Vista dai vecchi, un passato molto breve. (Arthur Schopenhauer).

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11 Commenti

11 Comments

  1. Manuel71

    ottobre 11, 2016 at 10:13 am

    Sintesi perfetta della politica dittatoriale di uno Stato falsamente democratico. Bisogna lobotomizzare i giovani a repressione e monnezza social. Le curve, paradossalmente, sono università di vita ed aggregazione nonché laboratorio di libero pensiero.

  2. Filippo

    ottobre 11, 2016 at 11:26 am

    Una città totalmente allo sbando in mano ad incompetenti. Vergogna

  3. ame

    ottobre 11, 2016 at 12:11 pm

    il drappo che raffigura sandra milo che piangeva per prendere in giro Antonella Leandri la madre dell’eroe civile Ciro Esposito…ricordo solo quello di drappo!
    covo di fascisti codardi questa è la curva della roma, la galera è poco per gentaglia come voi

  4. Giovannino Malagò

    ottobre 11, 2016 at 12:36 pm

    A parte il commento generalista e volto solo ad offendere, forse non ti sei accorto che il pezzo non parla della Curva Sud. Brutta bestia l’ignoranza. Leggi prima di commentare.

  5. questetto

    ottobre 11, 2016 at 1:49 pm

    Multras! Multras! cosi entrerò domenica prossima allo stadio…inneggiando il Multras!
    circa le istituzioni capitoline, si spera in un veloce riciclo della natura
    saluti

  6. Cristian

    ottobre 11, 2016 at 1:51 pm

    Eroe civile???ma eroe de che???

  7. gianluca

    ottobre 11, 2016 at 2:09 pm

    Ecco ci mancava il solito commento campanilista…. Certo che se bastano 200 kilometri a trasformare un teppista sfortunato in un eroe civile questo paese ha ben poco avvenire…..

  8. ame

    ottobre 11, 2016 at 3:29 pm

    dura la verità, Ciro Esposito eroe civile per aver difeso donne a bambini dall’assalto codardo di un neofascista!
    andate a vedere video, carte processuali, l’infame è inchiodato alle sue responsabilità come voi che cercate di difenderlo!
    non ci dividono certo 200 km, a Napoli gente come De santis alla gogna, da voi è un eroe.

    p.s.
    Ciro Esposito è stato insignito della medaglia d’oro al valor civile dal Comune di Napoli, teppista è chi offende la sua memoria

    • Matteo

      ottobre 11, 2016 at 3:46 pm

      Scusa ma cosa c’entra Ciro Esposito, il Napoli, la Roma con un articolo del genere. Ma lo avete letto? Se ogni scusa è buona per aprire la polemica su un argomento poi così delicato allora non andiamo da nessuna parte. Il drappo Multras quale collegamento ha con quello di Sandra Milo? A cosa serviva citarlo? Il trattamento dei tifosi è una cosa che riguarda tutte le squadre e almeno in questo ci dovrebbe essere un coro comune e non trovare terreno fertile per parlare di quello che conviene.
      Per non parlare del voler fare di tutta un’erba un fascio e additare come codardi e infami una tifoseria di milioni di persone. Tale e quale a quando a voi napoletani vi chiamano camorristi e voi giustamente vi incazzate. La prossima volta rifletti su questo prima di sputare sentenze.

  9. Giovannino Malagò

    ottobre 11, 2016 at 3:39 pm

    Un articolo dove si parla di tutt’altro. Non si capisce il perchè sotto si sfoci in commenti che non c’entrano niente. E ogni tanto cercate di vedere la mano e non solo il dito…

  10. gianluca

    ottobre 12, 2016 at 12:29 pm

    Caro Ame il fatto che uno sia un fascista codardo assassino non toglie che l’altro sia un teppista sfigato che si è trovato nel momento sbagliato durante un linciaggio! Non cominciamo a falsare la verità per crearci santini assurdi. Qui nessuno difende un assassino!!! L’articolo parla di tutt’altro e state tranquilli che toccherà anche a Napoli….basta aspettare!….

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Calcio

Mario Kempes racconta i Mondiali 1978

Paolo Valenti

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Mario Kempes fu l’eroe della nazionale argentina che nel 1978 conquistò il suo primo titolo mondiale, trascinando l’Albiceleste nella seconda fase del torneo. Oggi apprezzato commentatore della ESPN latinoamericana, Kempes ci ha rilasciato questa intervista esclusiva, nella quale ricorda l’atmosfera che si respirava nel giugno del 1978 all’interno della Seleccion di Menotti.

Mario, sai che prima del Mundial in Argentina alcuni non volevano che in nazionale andassero i calciatori che giocavano all’estero. Eri disturbato da quelle affermazioni?

No, non mi dava fastidio. In nazionale eravamo solo in tre a giocare all’estero, quindi non si può certo dire che l’Argentina avesse un numero esagerato di “stranieri”.

Qual era la squadra che temevate di più all’inizio di quel mondiale?

Temere nessuna. Direi più che altro che portavamo rispetto verso molte di quelle che avevamo avuto modo di veder giocare. Noi eravamo dei “novizi” in quel mondiale, nonostante qualcuno avesse già giocato in Germania nel 1974.

Quali furono i meriti di Luis Menotti?

Io credo che Menotti abbia dovuto fare un gran lavoro per far capire alla gente che quella era la selezione migliore, nonostante nelle sette partite che facemmo non si vide un gran gioco. Quella era la formazione più equilibrata e alla fine lui riuscì a trovare il tipo di gioco che cercava.

Nonostante la pressione che da un mondiale, riuscivate a scherzare, a trovare dei momento di svago?

Eravamo una squadra con molta meno esperienza di altre per cui non ci fu molto spazio per le risate. Tra un allenamento, la partita, il risposo dopo una partita e poi ancora l’allenamento successivo non ci fu materialmente il tempo per gli scherzi.

Dopo la morte del fratello, come riuscì Luque a ritrovare la voglia di giocare con voi?

Tra l’appoggio che gli assicurammo noi e la grande forza interiore che aveva, Leopoldo riuscì a superare il lutto e a concentrarsi sul mondiale.

Bertoni, in un’intervista rilasciata poche settimane prima del mondiale, disse che aveva sognato di fare il gol decisivo nella finale. Era un aneddoto che aveva raccontato anche a voi?

Io non sapevo di quell’intervista perché allora non vivevo in Argentina, però pare che andò proprio così e che la sua “visione” spettacolare divenne realtà.

Cosa pensasti quando l’Olanda prese il palo al 90°?

Non avemmo modo di pensare a nulla visto che il tempo che intercorse tra il tiro e il momento in cui il pallone colpì il palo durò solo decimi di secondo. Fu come festeggiare un goal: per quello servono quarantacinque secondi mentre per festeggiare un palo avversario ne bastano dieci.

Cosa sarebbe successo se quel pallone fosse entrato? Sarebbe cambiato qualcosa anche dal punto di vista politico-sociale?

Io credo che il problema della vittoria dell’Olanda sarebbe stato unicamente sportivo, socialmente e politicamente non sarebbe cambiato nulla. Quello che sarebbe davvero cambiato è che noi adesso non saremmo qui a fare questa intervista.

Cosa daresti per rivivere quella notte?

Purtroppo non sono cose che si possono ripetere. Però credo che aver giocato la finale di un mondiale, averla vinta per l’Argentina ed aver segnato due gol, tutto in una sola notte, sia più che sufficiente!

Aveva un segreto la vostra nazionale?

Ci sarebbero molte cose di cui potrei parlare, però credo che fu importante per noi argentini rimanere concentrati solo sul futbol, parlare tutto il giorno solo di quello. In quel modo diventammo sempre più forti e credemmo sempre di più nel gruppo. Certo, l’eventualità della sconfitta rimaneva ma noi beneficiammo molto di quella “concentrazione”, tanto da diventare campioni.

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Lazio, l’amarezza di una sera non cancella il valore di una stagione

Tommaso Nelli

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Sulla spiaggia lascia sempre qualcosa, la mareggiata. Detriti e bellezze, monili e chincaglierie. Da esaminare con attenzione, non appena le onde si placano. Per capire cosa tenere e cosa no. Vale anche per l’immaginario arenile di Formello. Dove se è comprensibile l’amarezza per la mancata qualificazione alla Champions League, sarebbe ora insensato trascurare i tesori depositati dai dieci mesi di una tempesta quasi perfetta.

A cominciare dalla Supercoppa Italiana, quarta della storia e seconda dell’era Lotito, vinta lo scorso agosto, al 93’, contro la Juventus, in un 3-2 cuore e orgoglio. Proprio il confronto con i bianconeri (sette scudetti e quattro coppe Italia consecutive) è la seconda perla del forziere biancoceleste. Perché la Lazio è stata l’unica, fra Italia ed Europa, ad averli battuti due volte (2-1 a Torino, con rigore respinto da Strakosha a Dybala al 97’). Nemmeno il Real Madrid c’è riuscito. Tra i gioielli, anche il miglior attacco della Serie-A (89 reti, 2.34 a partita), Immobile capocannoniere (29 gol), ma, soprattutto, una stagione da protagonista quando il copione iniziale aveva scritturato un ruolo da comparsa. Perché dei 28,9 milioni sborsati durante l’estate 2017, 11,5 erano andati per Pedro Neto e Bruno Jordão, lusitani freschi maggiorenni spediti a maturare in “Primavera”. Il restante budget perlopiù tra Marusic, pescato nella “Jupiler Pro League” (Serie-A belga) ma ben presto titolare, e Lucas Leiva, giunto dal Liverpool tra lo scetticismo generale salvo far dimenticare, in meno di un mese, quel Biglia ceduto per 17 milioni al Milan. Che ne aveva spesi ben 194 per arrivare sesto, a otto punti dai capitolini, senza mai lottare per quella Champions League suo obiettivo dichiarato e per la quale la Lazio ha invece combattuto fino a dieci minuti dalla fine del campionato. Con grinta e con ardore, sconfinando dalla normalità che l’avrebbe voluta alla periferia dell’empireo nell’eccezionalità di poterlo abitare. Una sfida che ha visto un club a dimensione economica locale fare leva sullo spessore umano dei suoi atleti per battersi alla pari contro società alimentate da capitali asiatici e americani. Una sfida che ha restituito al calcio una vena di romanticismo.

E aver generato sentimento e passione è un’altra gemma dell’annata laziale. Merito di una squadra che mai si è risparmiata, andando a volte anche oltre le proprie possibilità, e che ha sempre espresso un calcio spumeggiante. Dove ha brillato Luis Alberto, oggetto misterioso fino a dodici mesi fa, come sagace raccordo tra Immobile e il centrocampo; dove si è esaltato un futuro campione come Milinkovic-Savic; dove è stato lanciato un giovane d’avvenire come Luis Felipe. Alla prima stagione della carriera su tre fronti, Simone Inzaghi ha superato l’esame con ottimi voti. Perché la Lazio ha reso sia in campionato (terminato a pari punti con l’Inter che aveva annunciato aspettative di “Grande Europa” e a “-5” dalla Roma semifinalista di Champions), sia nelle coppe: semifinale di coppa Italia persa al settimo rigore e quarti di finale di Europa League, la migliore italiana di una manifestazione che prosciuga energie perché si gioca il giovedì sera, spesso in luoghi lontani (Kiev) o senza aeroporto (tipo Arnhem o Waregem). Tra i pregi del tecnico piacentino, aver tirato fuori il massimo da tutto il gruppo e averlo tenuto unito, recuperando un Felipe Anderson che in inverno, dopo qualche panchina di troppo, sembrava prossimo alla rottura.

Proprio il brasiliano è la chiave per aprire il baule delle chincaglierie. Dove si trova una rosa con un grosso limite per avere ambizioni in tre competizioni: l’ampia distanza, in termini di qualità, tra i titolari e le alternative.  A parte Felipe Anderson, unico alla pari della formazione maggiormente impiegata, soltanto Caceres, arrivato però a gennaio, Murgia e Lukaku si sono dimostrati all’altezza della situazione. Troppo poco per affrontare 55 partite (1,5 a settimana), impegni con le nazionali esclusi. Lucas Leiva, di fatto, non ha avuto un sostituto, perché il designato, Di Gennaro, causa anche problemi muscolari, ha disputato poco meno di 200 minuti. Anche Strakosha ha rifiatato soltanto in due occasioni. Un’inezia per un portiere del frenetico calcio odierno. Infine, sarebbe occorso anche un sostituto tecnico di Immobile. Perché Caicedo è sì un centravanti, ma di posizione, che non attacca lo spazio in velocità. Nani, invece, una seconda punta.

Dalla qualità alla mentalità. Altro limite. Alla Lazio è mancato il colpo dello scorpione, cioè saper iniettare all’avversario il veleno nel momento decisivo. A Salisburgo, sullo 0-1, fallì il raddoppio con Luis Alberto e poi crollò, subendo 3 gol in 6 minuti. Contro il Milan, in semifinale di coppa Italia, ai rigori, sull’1-0, per due volte non approfittò delle parate di Strakosha sui tiri di Rodriguez e Montolivo. In campionato, ha raccolto appena 2 punti all’Olimpico contro avversari alla sua portata come Spal, Bologna e Genoa, sprecando l’impossibile nel match-ball contro un Crotone poi retrocesso. La Champions League doveva arrivare dalle rive dello Ionio, senza aspettare un’ultima partita nella quale la motivazione del “Grande Traguardo”, ottimo omeopatico contro la stanchezza (vedi successi di fila contro Fiorentina, Samp e Torino), è stata insufficiente per stringere i denti anche nel quarto d’ora finale. Dove, al contrario, la squadra, come a Salisburgo, ha perso lucidità ed è andata in tilt al cospetto di un Inter tutt’altro che irresistibile. Da Strakosha a capitan Lulic, da De Vrij a Inzaghi: perché, sapendo d’Immobile autonomo per massimo 70’, non ha inserito Caicedo invece di chiudere senza punte di ruolo? E perché non la grintosa esperienza di Caceres, bensì Bastos, per Radu?

Nel quarto posto annegato tra gli ultimi flutti, anche più di un errore arbitrale a sfavore. Come il gol di mano di Cutrone nella sconfitta di San Siro o i calci di rigore non dati a Immobile (contro il Torino e a Cagliari) e a Lucas Leiva (contro la Juventus, all’Olimpico, sullo 0-0). Episodi che, più che sulla bontà del Var, portano a chiedersi come tanta solare visibilità sia potuta sfuggire all’occhio umano.

Dal recente passato al prossimo futuro. Dal tramonto di questa stagione la Lazio dovrà conservare il raggio verde funzionale alla nuova alba: ovvero quel felice connubio di solidarietà e spensieratezza tra giocatori e staff tecnico che l’ha spinta fino alle colonne d’Ercole del sogno. Senza di esso in uno spogliatoio sono inutili anche i migliori calciatori al mondo. Quindi scegliere prima la persona del giocatore. Perché, come scrisse Sallustio nel Bellum Iugurthinum, Concordie parvae res crescunt, discordie maximae dilabantur” (Nella concordia le piccole cose crescono, nella discordia le più grandi svaniscono). E dalle parti di Formello gli antichi hanno sempre esercitato un certo fascino.

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Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

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Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

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