Vogliono uccidere la nostra gioventù. Vogliono disgregare, annientare e stracciare tutto quello che i ragazzi possono creare: sogni, speranze, fantasia e passione. Ci diranno che lo fanno “per ordine pubblico”, ci diranno che lo fanno per “riportare le famiglie allo stadio”, ci diranno che lo fanno “per la nostra sicurezza”. Dalle piazze agli stadi, passando per le semplici comitive o assemblee di quartiere. Roma deve fungere da esempio, la Capitale d’Italia deve diventare il fulcro di una politica repressiva e volta alla “normalizzazione” di qualsiasi fenomeno di interazione sociale. Poco importa se lo stesso è anche pacifico e ludico. L’importante è che sia aggregante: questo è il “mostro a tre teste” da combattere. L’importante è che tanga innanzitutto le fasce più deboli e più facilmente colpibili o strumentalizzabili: le periferie, i giovani, i tifosi, i manifestanti e chiunque osi anche lontanamente pensare di uscire dalla “retta via” in cui le istituzioni romane quotidianamente ci convogliano. Una città gestita, ormai è il caso di dirlo, in tutto e per tutto come uno Stato a parte. Con un Doge (in questo caso il Questore D’Angelo) che ordina e dispone senza trovare alcun contrasto da una classe politica perennemente impegnata a guardarsi allo specchio e ad armarsi per combattere le più intense battaglie intestine, con nessun fine utile alla cittadinanza.

Non è solo lo stadio Olimpico l’esempio. Non è il trattamento discriminante e dispotico nei confronti di Roma e Lazio a suffragare quanto detto. C’è molto di più. Sebbene potremmo parlare dell’ennesima multa piovuta sulle teste di supporter giallorossi per l’esposizione di un drappo raffigurante Alberto Sordi nelle vesti di Otello Celletti, ne “Il Vigile”, corredato dall’ironico striscione “Multras”. Altri 167 Euro di inettitudine e prepotenza a scapito di un pubblico ormai tramortito, che con l’ironia ha provato a rispondere a chi dell’ironia e del folklore ne ha fatto un reato. E sono tentacoli che si estendono ben oltre l’impianto di Viale dei Gladiatori, arrivano fino ai margini del Grande Raccordo Anulare, in quelle zone dove altri figli di questa città spesso sono alle prese con problemi ben più duri e intricati di un posto da rispettare allo stadio o uno striscione esposto per strappare una risata e rendere l’idea dell’assurdità di talune regole. In quelle periferie dove sovente non resta neanche più l’aggregazione. Per mancanza di strutture, per mancanza di attenzioni, per un menefreghismo sempre più dilagante e quasi rassegnato. Benché dall’aggregazione si sviluppi una società più empatica e duttile.

Ne feci cenno in un articolo di qualche tempo fa. Quando parlando dei ragazzi che seguono il Tor Sapienza (in Eccellenza) sottolineai il particolare trattamento riservato loro dal commissariato locale. In un contesto con pochi spettatori e totalmente privo di qualsiasi criticità (vista anche l’assenza cronica di tifoserie ospiti), il gruppo al seguito della compagine gialloverde si vide vietare l’ingresso di striscioni e fumogeni per una coreografia da agenti in borghese, pronti a riprendere per tutti i 90 minuti i ragazzi con le telecamere. Alla stregua di pericolosi camorristi. Il culmine di un clima repressivo che attanaglia i supporter del Tor Sapienza ormai da qualche stagione. Si è ripetuto un qualcosa di simile a Torrenova, domenica scorsa, per una partita di Promozione tra la squadra locale, seguita da un manipolo di tifosi, e il La Rustica. Arrivati al campo i ragazzi si sono visti bloccare da alcuni agenti in borghese per dei controlli meticolosi. Questo il racconto di uno di loro: “Come tutte le mattine quando giochiamo in casa – esordisce –  siamo arrivati al campo verso le 10,30. Questa volta però abbiamo subito notato uno strano dispiegamento di forze dell’ordine. Entrando al campo ci hanno chiamato per una perquisizione, aprendo i nostri zaini dove c’erano gli striscioni e qualche fumogeno. Con un fare abbastanza aggressivo uno dei cinque agenti ci ha intimato di lasciare i fumogeni, le aste delle bandiere e alcuni striscioni (peraltro non c’era scritto nulla di offensivo). In maniera educata alcuni di noi hanno chiesto spiegazioni per questo trattamento, vedendosi rispondere in modo alquanto tracotante e a mo’ di sfida che il Tre Torri (nome del campo) “diventerà come l’attuale stadio Olimpico”. Come se non bastasse, all’80’ è arrivata una terza volante con tutti gli strumenti anti-sommossa a disposizione (caschi e manganelli). Sembrava un’operazione anti mafia”.

“Le persone presenti – continua – hanno provato a sottolineare quanto questo atteggiamento fosse del tutto fuori luogo, soprattutto a fronte di un quartiere afflitto da tantissimi problemi che vengono regolarmente ignorati dalle istituzioni. Ci tengo a precisare come tra noi ci siano tutti ragazzi che lavorano e vanno a scuola, siamo tutti incensurati e paghiamo regolarmente le tasse; la società ci ringrazia per quello che facciamo, aiutando la squadra durante le partite e rendendo l’ambiente festoso e colorato. Basti pensare che il Presidente del Torrenova, all’oscuro di tutto ciò, una volta appresa la notizia ci ha immediatamente portato la propria solidarietà. Non vogliamo fare le vittime, ma ci chiediamo per quale motivo dobbiamo essere trattati come criminali? Nessuno scredita l’operato generale della Polizia ovviamente, ma la repressione che sta investendo la nostra città è a dir poco allucinante”.

A margine viene da chiedersi, anzitutto, quanto sia normale un così ampio e puntiglioso impiego della forza pubblica (pagata dalla collettività) per forgiare questa pretestuosa “caccia all’ultras” inaugurata nella Capitale ormai da quasi due anni? Provocazioni ed esasperazioni mirate, anche nei confronti di ragazzi compresi tra i 16 e i 22 anni, spesso con l’unica colpa di saper costruire movimenti aggreganti e di svago in zone degradate o prive dei più basilari servizi. C’è ancora qualcuno disposto a credere che il fine di queste operazioni sia il contrasto della violenza attorno alle manifestazioni sportive? La contraddizione in termini è lapalissiana proprio perché la repressione è giunta anche dove di atti violenti non ce ne sono mai stati. Un vero e proprio accanimento da parte della Questura, che nel frattempo, forse, dimentica quanto la città più grande del Paese imploda su se stessa. Dimentica come quotidianamente dal Centro alla periferia tante zone vengano adibite a piazze di spaccio a cielo aperto, dimentica la prostituzione minorile che lambisce la strade attorno alla stazione Termini come le vie consolari che portano fuori città, dimentica la corruzione atavica e certificata dei tanti corpi ufficiali che compongono Roma Capitale e l’hanno resa l’epicentro del malaffare e degli stravizi. Dimentica o fa finta di dimenticare? Gli ultras e i tifosi di calcio sono davvero il più grande e irrisolvibile problema della città? Oppure si vuole semplicemente silenziarli, per uccidere anche uno degli ultimi movimenti in grado di far sognare i ragazzi e, perché no, farli sentire parte di una comunità? Si ha paura che tutti assieme si ragioni e ci si contrapponga a politiche, scelte e trame che sempre più debbono essere imposte senza nessuna opposizione e senza nessun dialogo?

Da quando l’Olimpico è stato trasformato in un lager in tanti hanno deciso di popolare i campetti delle categorie inferiori, per esportare là il folklore e l’aspetto più bello e colorato del tifo. E guarda caso, a distanza di tempo, il trattamento sconsiderato riservato ai supporter del “calcio che conta” sta cominciando a investire anche queste “oasi” di libertà. Ma è proprio questa libertà a dare fastidio? È l’unione di ragazzi, la possibilità di creare assieme un qualcosa di diverso dal grigio piattume delle periferie romane, abbandonate a loro stesse,  l’obiettivo di chi opta per determinate scelte?

E la classe politica cosa fa in tutto ciò? Sonnecchia e se ne disinteressa. Quando, invece, sarebbe ora che scendesse in campo e prendesse posizione. Perché, de facto, Roma è attualmente sotto l’egida di un Doge, lasciato libero di decidere e radere al suolo ciò che meglio crede. Non va dimenticato il valore sociale e interattivo che una città deve sempre e comunque garantire ai suoi ragazzi. Eppure nella Capitale sta avvenendo l’esatto contrario. C’è bisogno che venga ricreato un collante tra tutte le componenti del tessuto urbano e che la Capitale torni a essere una città come le altre, anziché un insieme di esperimenti che l’hanno trasformata in un laboratorio socialmente invivibile. Si hanno davvero a cuore le sorti dei nostri giovani? In questa maniera, costringendoli a diventare seriosi e stressati adulti sin dalla tenera età si sta facendo esattamente l’opposto. E di certo non li si aiuta a crescere in maniera sana. Consentiamogli di avere i loro spazi. Il che non vuol dire trasgredire le regole o eccedere in comportamenti al di fuori del concesso. Bisognerebbe uscire da questa malsana forma di giustizialismo. È proprio il non capire ciò che sta rendendo Roma una città dall’anima e dalla mente chiusa e retroattiva ad ampliare sempre più il solco tra politica, istituzioni e cittadini. Infine, una comunità che non ha rispetto e senso di protezione per il proprio futuro, è una comunità destinata a crollare, sfaldarsi ed essere in grado soltanto di reprimere, vietare e proibire. E per questo, siamo già sulla buona strada.

Vista dai giovani, la vita è un avvenire infinitamente lungo. Vista dai vecchi, un passato molto breve. (Arthur Schopenhauer).

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