L’altro ieri si è conclusa la decima giornata di Serie A che ha chiuso in eccesso il primo quarto di campionato. I primi verdetti sono alquanto grotteschi con squadre come il Benevento ancora a zero punti e le prime che vincono sempre e si tolgono solo punti a vicenda.

SERIE A1 e A2:

Campionato diviso perfettamente in due. Le prime dieci non hanno mai perso con le seconde dieci. Questo oltre a rendere evidente la spaccatura e la diversa qualità delle contendenti, ci fa mettere anche in discussione due capisaldi del campionato italiano: 1) IL CAMPIONATO SI VINCE CON LE PICCOLE. I fatti ed i numeri ci dicono che c’è una forte controtendenza e che, al momento, saranno gli scontri diretti ad incoronare la regina del campionato. 2) LA MIGLIOR DIFESA VINCE SEMPRE. Potrebbe essere così ma la sensazione è che a vincere non sarà necessariamente la miglior difesa generale ma probabilmente quella negli scontri diretti.

IL PROBLEMA DELLA SERIE B:

Definito il campionato degli italiani per la miriade di giovani che vengono mandati in prestito, la Serie B sta diventando di fatto un campionato Primavera 2.0 con l’aggiunta di un po’ di fisicità grazie alla presenza e l’esperienza di mestieranti per lo più sul viale del tramonto. Una volta riportati alla base questi giovani spesso non sono pronti e hanno bisogno di tanto tempo per adattarsi. A peggiorare la situazione il pompaggio mediatico attribuito ad ogni calciatore Under 21 azzurro che fa qualche prestazione positiva e viene spacciato subito per fenomeno. I nodi però prima o poi vengono al pettine ed il “Dream Team” azzurro Under 21 è uscito con le ossa rotte dall’ultimo Europeo di categoria. Altro problema, forse il più grande legato alla serie B, è quello che essendo un campionato, passateci il termine, abbastanza casuale, ha permesso negli ultimi cinque anni a tre squadre Benevento, Spal e Frosinone, di fare il doppio salto dalla Serie C alla Serie A. Queste squadre una volta giunte nella massima serie hanno dimostrando o stanno dimostrando la loro inadeguatezza.

C’ERA UNA VOLTA IL CATENACCIO: IL PROBLEMA PAREGGI

Andando ad analizzare la schedina della decima giornata di Serie A notiamo subito un qualcosa di insolito: dieci partite, zero pareggi. Sintomo ultimo di un problema ramificato indicatore di una deriva del calcio nostrano. In questa stagione al momento solo il 17% delle partite ha regalato un punto a testa alle due contendenti. Se andiamo ad analizzare le sette stagioni precedenti, notiamo percentuali superiori con picchi importanti come nella stagione 14/15 con il 32% e quella 11/12 con 29%. Il pareggio indica equilibrio, squadre che se la giocano, un campionato avvincente. Neanche a dirlo, allo stato attuale delle cose, il confronto con gli altri campionati è impietoso: le massime leghe delle nazioni più importanti hanno dal 5% all’ 8% in più di pareggi. Nessuno fa più il catenaccio, le squadre piccole non lottano, non si difendono, non perdono tempo e vengono travolte. Se putacaso passano in vantaggio non portano via il punto ma vengono puntualmente rimontate.

MONEY TALKS E LO STRAPOTERE DELLE TV: CHE FINE HA FATTO IL “LESS IS MORE” ?

“MONEY TALKS – I soldi parlano”. E se i soldi parlano gli unici ad avere voce in capitolo sono le TV. Ma avere un campionato con 380 partite, alcune di qualità infima, conviene davvero? Quanto share in più generano queste partite? Ma soprattutto che fine ha fatto l’ultimo dogma del marketing: “LESS IS MORE – Fare meno è di più” basato sul principio che meno eventi ma di qualità superiore offrono una spettacolo migliore e soprattutto generano nei tifosi e negli appassionati la febbre in attesa dell’evento?

 

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