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Calcio

Calcio di Provincia: Zio e Nipote

Francesco Beltrami

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Il nostro viaggio sui campi del calcio minore si trasferisce questa volta in Lombardia. Siamo a Sesto Calende, in provincia di Varese, una bella cittadina sulle rive del Lago Maggiore, anzi proprio il posto dove le sue acque passano nel fiume Ticino per continuare la loro corsa verso il Po’.

Andiamo a casa della Sestese, società seria che non fa passi più lunghi della gamba, ha una prima squadra in Eccellenza che fa giocare sempre molti giovani del vivaio e combatte per mantenere la categoria. Il centro sportivo dove gioca la Sestese è degno di nota, oltre al campo più importante con annessa tribuna da 300 posti ce n’è un secondo sempre a undici e uno più piccolo, sintetico per la partite dei più giovani. Uffici, spogliatoi,bar, servizi, una sala stampa chiusa da un ampia vetrata in cima alla tribuna e tre campi da tennis.

E’ domenica mattina e non seguirò una partita della prima squadra, ma una gara di allievi regionali, contro la Varesina, società di Venegono che coi grandi gioca in Serie D. La tribuna si riempie lentamente mentre i giocatori scendono in campo, nel vero senso della parola perché l’edificio degli spogliatoi è posto su una collinetta e al prato, si arriva percorrendo  una breve discesa. Sono con lo Zio di uno dei calciatori della Sestese, uno dei miei più vecchi e cari amici, Giuseppe detto Pinuccio, anche lui un personaggio che con lo sport ha forti legami. Portiere fin da ragazzino all’oratorio e nelle giovanili del CSI nel calcio e per la bandiera della sua scuola media, la gloriosa GB Monteggia di Laveno Mombello ai Giochi della Gioventù nella pallamano. Non una scelta la sua ma un destino: qualche chilo di troppo e piedi non troppo buoni. Ancora portiere fino a quarant’anni nel calcio a 5 senza perdersi un torneo, e milanista doc, in passato assiduo frequentatore di San Siro. Adesso, da un po’ di anni over 50, acciaccato per   problemi alle anche, dopo aver provato col carrom, una sorta di biliardo indiano che si gioca da seduti tirando con le dita, è diventato un grande sportivo da divano e sa qualsiasi cosa non solo di calcio ma di parecchio altro, con una gran predilezione per gli sport invernali e il ciclismo.

Suo nipote Gianluca gioca con un numero importante, il dieci. A differenza dello Zio ha i piedi buoni e un fisico minuto. La partita inizia. La Varesina gioca il primo pallone e lo trasforma subito nel gol del vantaggio, un gran gol, un tiro dal limite dell’area che si insacca all’incrocio dei pali opposto. Il livello generale è buono, le squadre si affrontano a viso aperto. In tribuna sono tutti molto tranquilli, solo qualche  contestazione all’arbitro da ambo le parti, come inevitabile che sia. Finisce il primo tempo, le squadre raggiungono gli spogliatoi stavolta andando in salita.


Pinuccio mi racconta un episodio che non conoscevo e che testimonia ancora di più la sua passione per lo sport: al nostro paese, anni fa veniva organizzata una folle e bellissima manifestazione, la 40 ore. Per quaranta ore consecutive squadre giunte da tutta Italia si confrontavano in vari sport senza sosta, alternandosi sui vari campi. Giuseppe ovviamente ci andava ogni anno per fare il portiere al calcetto, ma una volta, dalle parti delle tre del mattino del secondo giorno il suo team aveva in calendario un match due contro due di basket e chi doveva disputarlo se ne era andato, distrutto dalla fatica. Se la squadra non si fosse presentata in campo sarebbe stata penalizzata e quindi andò lui a fare il secondo giocatore, disputando il primo e unico incontro di pallacanestro della sua carriera sportiva:

– Perdemmo senza segnare un punto, e rischiai di accecare gli avversari con le unghie quando saltavo in difesa per cercare di non farli tirare… toccavamo la palla solo per la rimessa dopo aver subito il canestro, ma almeno la squadra non subì punti di penalità. –

Inizia il secondo tempo, la Sestese preme alla ricerca del pareggio, e dopo venti minuti ci arriva. Si vorrebbe però vincere, visto che i bianco azzurri di Sesto Calende hanno ottenuto finora quattro pareggi e tre sconfitte, ma nonostante un buon finale arriva solo il quinto pareggio stagionale, per 1-1. I calciatori si avviano in salita alle docce, sulle tribune è tempo di saluti, si va a pranzo vista l’ora, mezzogiorno passato da poco.

 

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Calcio

Bruno Neri, il calciatore partigiano simbolo della disobbedienza al Regime Fascista

Simone Nastasi

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Per la Festa della Liberazione, vi raccontiamo la storia di un giocatore simbolo della Resistenza al Regime Nazifascista, Bruno Neri, il calciatore partigiano.

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

 

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Johan Cruijff, la dittatura argentina e il rifiuto ai Mondiali del ’78

Maria Scopece

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Avrebbe compiuto oggi 71 anni Johan Cruijff, il Profeta del Goal, massimo interprete del calcio totale olandese. Nella sua infinita carriera, ci fu un episodio che ancora oggi è avvolto nel mistero: il suo rifiuto a partecipare ai Mondiali del 1978 in Argentina. C’è chi parlò di boicottaggio, ma la verità sembra essere un’altra.

Il 24 marzo di 42 anni fa si insediava in Argentina uno dei regimi più sanguinari della storia del Sud America. Un colpo di stato guidato dal tenente generale Jorge Rafael Videla spodestò Isabel Peròn e instaurò una dittatura militare che produsse qualcosa come 30mila desaparecidos, una triste pagina sulla quale, ancora oggi, non è stata fatta piena luce.

La dittatura di Videla (conosciuto anche come “Hitler della Pampa”) durò dal 1976 al 1981, cinque anni sanguinari che videro però anche un momento di gloria. Fu il 1978 quando l’Argentina si trovò ad ospitare i mondiali di calcio e a vincerli in una storica finale contro l’Olanda. Gli Orange, dati da tutti per favoriti, erano a caccia della definitiva consacrazione perché, nonostante il bel gioco, non avevano ancora alzato alcun trofeo. Non l’alzarono nemmeno quella notte perché l’Argentina s’impose ai tempi supplementari per 3 reti ad uno. Per molti, tra commentatori e tifosi, la responsabilità di quella sconfitta e della mancata consacrazione di una generazione di calciatori, che non arriverà nemmeno successivamente, fu di Johan Cruijff che decise di non partecipare ai campionati mondiali.

Molte furono le ipotesi in merito a questo “gran rifiuto”. C’era chi parlava di questioni economiche e contrasti tra sponsor, chi delle pressioni della moglie Danny Coster e  chi, ricordando il suo “no” nel 1973 al Real Madrid, allora ritenuta la squadra del dittatore Francisco Franco, e il suo approdo sull’indipendentista sponda blaugrana a questioni di natura politica.

A dirimere la faccenda ci ha pensato lo stesso Cruijff, 30 anni dopo. In un’intervista a Radio Catalunya nel 2008 il campione orange rivelò che a farlo desistere fu un tentativo di rapimento, non andato a buon fine, a danno della sua famiglia. “Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio.” – racconta Cruijff  – “Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona“. Dal racconto di Cruijff il rapimento si concluse in un nulla di fatto perché lui riuscì a liberarsi e i ladri – rapitori si diedero alla fuga. Se l’epilogo del crimine è fumoso, con molta chiarezza il campione orange ha raccontato che in seguito la sua vita cambiò in maniera radicale, i suoi figli furono sempre scortati dalla polizia e lui stesso si faceva accompagnare sempre da guardie del corpo anche agli allenamenti. Qualche anno dopo Cruijff lasciò l’Europa e concluse la carriera da calciatore negli Usa.

Inevitabilmente dopo le sue rivelazioni si fecero molte ipotesi sulle identità dei banditi. Senza lasciare la traccia politica si pensò a balordi mandati da Videla in persona o a franchisti dell’ultima ora. La faccenda non fu mai chiarita.

Cruijff, con tutte le sue complessità e contraddizioni, ha scritto per sempre il suo nome accanto a quelli di una generazione splendida, per certi versi perdente, ma forse per questo eroica.

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Koulibaly, una rincorsa lunga una telefonata

Ettore zanca

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C’è chi dice che il treno delle occasioni passa una volta sola. E se non siamo bravi a prenderlo, la nostra vita non avrà la direzione che speravamo. Ogni scelta è un viale alberato o una discarica a seconda della scelta precedente. E invece c’è chi dice che a dispetto di futuro e coniugazioni varie, il nostro destino è segnato e va contro il nostro sbattergli la porta in faccia.

Oddio, il signore qui sotto il destino lo ha proprio sfidato, rischiando che fosse pure permaloso. Più che la porta in faccia, gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Quel viso in foto, da ieri lo avete tutti familiare. Kalidou Koulibaly, senegalese, difensore del Napoli di Sarri. Angelo d’ebano sceso dal cielo ad incornare la palla che ha riaperto una stagione. All’ultimo respiro ha trafitto la Juve in casa sua, riaprendo i giochi per lo scudetto e creando paradisi artificiali di prostrazione e gioia orgasmica a seconda della prospettiva.

Ma fermiamo un attimo tutto. Come ci è arrivato Kalidou su quella palla? Su calcio d’angolo, direte voi. No, non dicevo quello, perchè per arrivare lì, il ragazzo è partito da lontano e ha rischiato di non arrivare. La sua rincorsa parte dal 2014. Si trova a casa e riceve una telefonata. Dall’altro lato una voce dice: “pronto, sono Rafa Benitez, allenatore del Napoli, vorrei sapere se sei interessato a venire a giocare da noi”, la risposta è di quelle che lascerebbero interdetto anche un maestro zen: “piantala con questi scherzi, dai vieni a casa che ti aspetto, smettila, non ci casca nessuno”, e Kalidou, sorridendo, mette giù. La voce richiama, riproponendo lo stesso refrain, dice di essere davvero Benitez e di allenare il Napoli, ma niente, nuovamente “smettila dai, non è bello questo scherzo”, e giù la cornetta.

Kalidou era convinto che a chiamarlo fosse un suo amico che gli faceva continuamente scherzi telefonici, aveva chiuso e si era rimesso seduto a guardare la tv. Dopo cinque minuti riceve un messaggio del suo agente: “sta per chiamarti Benitez, deve parlarti, rispondi al telefono”. A quel punto la disperazione, che dura poco per fortuna, perchè Benitez dimostra che “poscia più che la permalosità, potè insistere” parafrasando Dante. E ritelefona. Stavolta Kalidou si scusa quasi in ginocchio e ascolta l’allenatore del Napoli. Ecco da dove arriva tutta la rincorsa per quel gol. Capite bene che dare un colpo di testa dopo questo correre non poteva che essere una sassata. Ma Kalidou è recidivo però.

 

Qualche tempo dopo un magazziniere del Napoli lo avvicina e gli dice: “Kalidou, mi dai una tua maglia? me l’ha chiesta Maradona”, capirai, stavolta è uno scherzo davvero, Kalidou è generoso però, per cui prende la maglia ma ammonisce: “se volevi la mia maglia potevi chiederla senza tante scuse, poi addirittura che la voglia Maradona, dai…”, appunto, dai. Qualche giorno dopo Kalidou riceve un messaggio, contiene una foto. Diego Maradona con la maglia di Koulibaly, Diego gli ha scritto e lo ringrazia per il dono.

Vai a fidarti di chi dice che siamo artefici del nostro destino. Qui il destino è arrivato sfondando la porta e entrando di prepotenza. Più o meno come ha fatto Kalidou dopo una corsa, con quella sassata di testa nella porta bianconera. Veniva da lontano, nonostante tutto.

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