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Calcio Femminile pronto alla consacrazione? Intervista a Katia Serra

Francesca Di Giuseppe

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26 maggio 2016: una data che entrerà negli annali del calcio femminile italiano. A Reggio Emilia la finale della Uefa Women’s Champions League, che dal 2010 è abbinata alla finale maschile (si terrà a Milano due giorni dopo), si disputerà allo stadio Città del Tricolore che attualmente ospita le partite casalinghe del Sassuolo.

Un’occasione più unica che rara per il paese e per tutto il movimento calcistico femminile il quale, secondo i dati della Figc è in crescita con oltre 20mila calciatrici tesserate e 390 società affiliate alla Federcalcio.

Ma è davvero in crescita il calcio femminile? Si può parlare di rivoluzione? Di tutto questo e di tanto altro, abbiamo parlato con Katia Serra. Dal Bologna, alla Roma, alla Lazio fino al Levante in Spagna, Katia è stata un’atleta di grande spessore internazionale avendo disputato una Champions League nel 2002/2003 e vinto una Coppa Uefa.

Qualche altro numero? Detto fatto: 25 presenze in Nazionale e  un gol; 316 presenze e 70 gol in Serie A, è  scesa in campo 151 volte per 58 reti in Serie B. In carriera, oltre alla Coppa Uefa, ha vinto un campionato, tre Coppe Italia, tre Supercoppe italia, un Oscar del calcio come migliore calciatrice nel 2007 ed è campione d’Italia da allenatore dell’Under 14 femminile.

Dopo il ritiro, avvenuto nel 2010, è entrata nello staff della Rai come commentatrice e, attualmente, è l’unica voce femminile nel commento tecnico delle partite maschili.

Il calcio femminile di ieri e di oggi, cosa è cambiato?

“Quando giocavo non esisteva il settore femminile e non si poteva giocare con i maschietti. Questo, a 14 anni, mi ha portato a ‘vivere’ in uno spogliatoio di adulte che, inevitabilmente, ha influito sul percorso adolescenziale. Oggi la realtà è molto diversa ma non basta, si deve e si può fare di più; è vero, esistono le squadre miste ma tutti sono disposti ad accettare e fare sforzi davanti alla presenza di bambine? Quando tengo i miei corsi ad allenatori di calcio femminile, spiego sempre: se hai in squadra delle calciatrici, invertite la gestione dello spogliatoio permettendo, a settimane alterne, alle ragazze di cambiarsi prima dei ragazzi. Un gesto, una scelta semplice che però dà alle giovani motivazioni e voglia di tornare. Sai cosa mi rispondono in molti? ‘Non ci avevo pensato’. In generale un miglioramento c’è, ma manca la sensibilità che permetta alla regola di diventare prassi cosa che non accade perché mancano le condizioni. C’è un altro aspetto che vorrei sottolineare nel rapporto passato-presente: ai miei tempi si stava meglio; avevamo più visibilità, c’era più interesse ed eravamo più valorizzate. E non sto parlando di tanto tempo fa, ti parlo dei primi anni del 2000 e ti posso confermare che ora si sta peggio. C’era, inoltre, più organizzazione nei campionati cosa che attualmente non c’è anzi: noi siamo andati via via peggiorando mentre gli altri si sono rinforzati. Dall’altro lato c’è da dire che prima non c’erano le Nazionali giovanili oggi invece si gioca a livello internazionale su tutti i livelli e questo migliora l’approccio delle ragazze. Chiudo dicendoti che ora come ora è cresciuta l’attenzione da parte della componente maschile del calcio ma, nel movimento femminile, manca una programmazione, non c’è progettualità ed è questo il vero problema”.

La finale della Women’s Champions League il 26 maggio a Reggio Emilia, un’occasione per l’Italia.

Sì perché è abbinata alla finale maschile. Sarà l’occasione per far vedere agli italiani dal vivo che il calcio delle ragazze è uno sport bello e da praticare. Sarà la possibilità per far capire che siamo il modo attraverso cui costruire il calcio come meriterebbe”.

A proposito di Champions, il Brescia calcio femminile a un passo dall’impresa, peccato!

Scontato direi, più che peccato. È un miracolo siano stati solo 6 i gol subito tra andata e ritorno. Il Wolfsburg investe 4 milioni di euro sul calcio femminile e, in generale, il calcio maschile è tra i primi cinque al mondo. Noi? Non vinciamo niente, non c’è partita”.

Come reputi sotto il profilo qualitativo il campionato femminile di Serie A?

“Conferma che meno squadre partecipano e maggiore è la qualità; è il primo nel quale non è scontato il vincitore ma si gioca sul campo. Non è ancora l’ideale però è una buona base da tener presente per una crescita costante di livello e competitività. A tal proposito lancio una proposta: secondo me, per far appassionare gli italiani al calcio femminile, le partite dovrebbero giocarsi in un periodo diverso dalla Serie A maschile. Quando? Per esempio d’estate, la sera. Sarebbe un modo efficace per consentire al movimento di ritagliarsi lo spazio che merita. E poi credo che giocando di sera, per le persone può essere una soluzione alternativa è piacevole quella di andare allo stadio a vedere una partita di calcio femminile”.

“Quelle che il calcio”, 90’ minuto all’interno della B. Due conquiste importanti in tv per il movimento calcio donne. Quanto può essere decisivo il ruolo dei media per la sua crescita?

“Fondamentale. Penso sia più importante vedere qualcosa di meno e più qualità, per un paese scettico come il nostro è essenziale. Siamo sulla Gazzetta dello Sport perché c’è un accordo economico, ma il prossimo anno, che succede? Chissà… Noi non abbiamo i soldi ma siamo portatrici di valori sportivi importanti. I media sono uno strumento essenziale per ridare al a tutto il movimento calcio  un’immagine diversa che, attualmente, è solo business”.

Cosa sogna Katia Serra per calcio femminile?

“Che possa diventare un lavoro a tempo pieno per tutti gli addetti dalle calciatrici ai magazzinieri. E poi sogno di vedere l’Italia alle Olimpiadi”.

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FOTO: Imagoeconomica

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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