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Sport & Integrazione

Calcio Femminile, Gioia Masia: “Non basta la Champions League per far crescere il movimento”

Francesca Di Giuseppe

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Gioia Masia, difensore del Chieti calcio femminile, neo promossa in Serie A. Traguardo che si somma a 3 campionati vinti con la Torres, 6 Coppe Italia (cinque con la Torres e una con la Lazio) e due Supercoppe italiana sempre con la Torres. Dal 1995 in Nazionale. Insomma, una carriera costellata di trofei a sommare questo traguardo storico delle ragazze abruzzesi.

Raccontaci a mente fredda la grande impresa del Chieti

“È passato poco tempo dall’impresa neroverde ma ancora ho i brividi quando rivedo le foto, guardo i video o penso semplicemente a quella giornata. È stata una domenica intensa dall’inizio alla fine. La possiamo considerare un’impresa non perché non fossimo quotate per vincere questo campionato ma perché abbiamo dovuto far fronte ad un sacco di infortuni e il mister spesso si è ritrovato non solo a cambiare formazione ma proprio ad inventarla. È  stata sì un’impresa, un sogno che si è realizzato”.

Qual è stato l’avversario più difficile da battere?

“Sicuramente noi stesse. Mi sono resa conto che l’ultima parte del campionato all’inizio della partita faticavamo parecchio ma si vedeva che era un blocco mentale, la paura di fallire si faceva sentire”.

Sei arrivata lo scorso anno nella città abruzzese: che squadra hai trovato e che squadra è quella di oggi?

Ho trovato una squadra fin da subito ottimista, allegra e con la voglia di vincere questo campionato, forse poco consapevole dei propri mezzi. Ora invece siamo diventate consapevoli di essere una squadra forte ma per la Serie A bisogna prepararsi al meglio”.

Nella tua carriera hai vinto 3 campionati, 6 Coppe Italia, 2 Supercoppe italiane: c’è un trofeo al quale sei più legata?

“Ho vinto 3 scudetti, 3 campionati di B, 1 di A2, 6 coppa Italia, 2 supercoppe, 2 coppe Uefa. Dico solo che ho pianto al primo scudetto con la Torres e domenica con il Chieti, non aggiungo altro!”.

La finale di Women’s Champions league in Italia, può davvero far cambiare le cose all’interno del movimento calcio femminile?

“Spero che la finale di Champions femminile disputata a Reggio Emilia serva a qualcosa ma, si torna sempre al solito discorso: non è un evento sporadico che fará crescere un movimento ma la volontà degli organi federali. Io comunque continuo a sperare”.

Cosa o chi ti ha avvicinato al calcio?

“In realtà la mia è una passione innata che non ha avuto bisogno di nessuno per esplodere, se non un pallone la strada e dei buoni amici con cui giocare pomeriggi interi. E dei genitori che fortunatamente non hanno mai interferito nella mia scelta anzi l’hanno sempre condivisa”.

Prossimo anno Serie A: sarai ancora a Chieti?

“Il prossimo anno?! Bella domanda….. Ho quasi deciso di smettere non provate a convincermi sono debole in questo e potreste riuscirci”.

Cosa vorresti fare da grande?

“A 39 anni sentirsi dire cosa farai da grande è fantastico….mi fa sentire giovane. Sono già grande ma capace di emozionarmi come una bambina al fischio finale di una partita di calcio,ma non una partita qualunque, una partita che vale un campionato, una partita che entrerà nella storia e che rimarrà per sempre nel mio cuore, come il Chieti e i suoi tifosi! Approfitto per ringraziare il mister Di Camillo, la società e ogni singola giocatrice per questa stagione indimenticabile”.

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Calcio

Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

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Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

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Calcio

Il Trofeo PUPI di Javier Zanetti per un calcio e un mondo migliore

Utente

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Se parliamo di Javier Zanetti, sarebbe riduttivo raccontare solo il calciatore e non l’uomo. L’ex capitano dell’Inter, infatti, è riconosciuto universalmente come simbolo di integrità e correttezza e non è un caso che molti giovani talenti abbiano come ispirazione il suo cammino e la sua carriera. Una volta svestita definitivamente la divisa da gioco, ma anche prima, Javier è sempre stato in prima linea per aiutare i più sfortunati. Con la Fondazione P.U.P.I. Onlus di Paula e Javier Zanetti infatti sono anni che organizza iniziative di raccolta fondi per le zone disagiate di Buenos Aires ma non solo.

Domani, 12 maggio 2018, si terrà la seconda giornata dell’evento “IN CAMPO PER UN SORRISO – 7° TROFEO PUPI” che dopo la prima tappa del 28 Aprile a Milano, si ripeterà nel capoluogo meneghino presso il Centro Sportivo Triestina di Via Alessandro Fleming 13. Il torneo di calcio a 7 che coinvolgerà aziende e singoli individui over 30 è arrivato alla settima edizione e rientra nel progetto della Fondazione chiamato “Lo Sport ci rende uguali” dove il calcio è utilizzato come strumento per migliorare il comportamento e l’educazione in campo e l’integrazione dei ragazzi che attraverso il pallone cancellano le diversità e capiscono l’importanza dell’aspetto inclusivo che ogni attività sportiva dovrebbe avere. Il torneo si svolgerà attraverso qualificazioni, semifinali e finali e tante squadre hanno aderito, riconfermando la loro presenza come nelle scorse edizioni. Tra queste, ovviamente, non poteva mancare la squadra della Fondazione Pupi capitanata proprio da Javier Zanetti.

Negli ultimi anni l’evento ha visto un grande richiamo mediatico e la partecipazione di ex giocatori come Walter Samuel, Ivan Cordoba, Benito Carbone, Maurizio Ganz, Beppe Baresi oltre a quella di importanti aziende come Porsche, Aviva Italia Holding, Mercedes Benz, Unipol, Libraccio, Adidas, Reale Group, Pirelli, Umbro e altri ancora. Quest’anno tra le aziende che hanno voluto dare il proprio contributo c’è il marchio di abbigliamento sportivo JAKO che ha donato le divise da gioco e i palloni ai partecipanti.

Eventi del genere, ci fanno capire, ancora una volta, come nel mondo dorato del pallone che muove costantemente un volume di soldi inimmaginabile ci debba essere la presa di coscienza da parte degli attori protagonisti di come il calcio e lo sport in generale deve essere strumento di condivisione, arricchimento personale e aiuto verso coloro che nella vita quotidianamente combattono per la sopravvivenza e che vedono nei loro beniamini un modello da seguire e una speranza per un futuro migliore. E Javier Zanetti e la sua Fondazione PUPI sono una realtà che tutti dovrebbero prendere ad esempio.

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Altri Sport

Niente Rugby e Pugilato per le Donne: anche Tonga ha i suoi divieti medievali

Francesca Ceci

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Discriminazione e sport: in Tonga le donne non possono giocare a rugby né praticare pugilato. Anche nel Pacifico esistono ancora divieti medievali.

Essere donna è ovunque, e da sempre, una sfida. In alcuni paesi lo è più che in altri, persino ai giorni nostri.  Una lunga storia di diritti negati e conquistati a suon di dure battaglie e rivendicazioni, molte delle quali tuttora rimaste inascoltate. Ce n’è per tutti i gusti e in ogni campo: dalla disparità salariale tra uomini e donne sul posto di lavoro, tanto per trattare un tema di attualità,  passando per la politica, fino alla letteratura, se vogliamo andare un po’ indietro nel tempo. Non è mistero, infatti,  come le donne siano state tenute lontane dalla scrittura,  in parte fino ai primi dell’Ottocento, epoca in cui le scrittrici smettono di celarsi dietro uno pseudonimo (pensiamo a Currer Bell, alias Charlotte Brontë, o a George Eliot, alias Mary Anne Evans) o di pubblicare come “anonimo” i loro scritti.

Ce lo ha raccontato bene Virginia Woolf nel saggio “Una stanza tutta per sé” rivendicando a gran voce per il genere femminile la possibilità di essere ammesse ad una cultura che fino a quel momento si era rivelata di esclusivo appannaggio maschile, in una società, nella fattispecie quella inglese, di stampo profondamente maschilista. Da allora tanto si è fatto. Ma molto c’è ancora da fare. Basti pensare alle donne dell’Arabia Saudita che hanno dovuto attendere fino al 2017 per l’abolizione di un divieto, quello di guidare,  che, negli anni e nel mondo, era diventato il simbolo della repressione e delle restrizioni che le donne subiscono nel paese.

Insomma, secoli di sudditanza in qualsiasi campo hanno relegato la figura femminile al silenzio, escludendola dalle sale della cultura a quelle del potere. E di certo non fa eccezione il mondo dello sport. Un esempio? Le donne in Afghanistan non posso praticare, per legge, sport in pubblico. 

 

E’ notizia di pochi giorni fa il decreto emesso dal governo tongano che vieta alle studentesse di partecipare a eventi sportivi di rugby e pugilato. Motivazione? “Preservare la dignità delle donne di Tonga e tener fede ai valori tongani”. La nuova direttiva è arrivata alle scuole con una lettera nelle ultime settimane e se ne è cominciato a parlare pochi giorni fa quando la squadra femminile di rugby di una scuola dell’arcipelago di Tonga è stata fatta ritirare da un torneo.

Neanche a dirlo, la decisione è stata criticata molto duramente da studentesse, atlete e attiviste di Tonga ed è subito stata oggetto di giudizi molto aspri. Tra le prime a scagliarsi contro la decisione, l’avvocatessa per i diritti delle donne, Ofa Guttenbeil-Likiliki, ha espresso la sua indignazione a Radio New Zealand: “Questo ci riporta indietro al pensiero che l’educazione per le ragazze è solo accademica e che lo sport è un’alternativa solo per i ragazzi. È un danno per tutto il lavoro che abbiamo fatto nel provare a portare avanti una maggiore equità tra generi nelle Tonga”.

Secondo Guttenbeil-Likiliki, la cultura è utilizzata soltanto come una scusa, mentre la storia è ricca di donne tongane forti e da prendere ad esempio, come la neozelandese – ma di origini tongane, per l’appunto – Teuila Fotu-Moala, Woman of the Match nella finale dell’ultima Coppa del Mondo di rugby League.

Dall’amministrazione tongana, intanto, corrono ai ripari e  arrivano le prime spiegazioni a quello che, secondo le autorità, potrebbe essere stato giudicato un fraintendimento, tesi però che convince pochi. Il Ceo del Ministero, Manu ‘Akau’ola, ha spiegato che la misura è stata adottata dopo il passaggio del devastante ciclone Gita nello scorso febbraio, giudicata come la peggiore tempesta abbattutasi sull’isola negli ultimi sessant’anni.

“A causa del ciclone, il nostro ministro ha disposto che tutte le scuole statali non sarebbero state coinvolte in alcuna attività sportiva durante questo periodo, poiché era stato già sottratto troppo tempo alla scuola”. Una marcia indietro che sa tanto di obbligata dopo le polemiche e una spiegazione che non convince, soprattutto quanti credono che invece la decisione abbia molto a che vedere con il lungo elenco di  disuguaglianze e discriminazioni che hanno costellato, negli anni, anche il mondo dello sport.

Eppure, una delle più belle storie sportive mai raccontate è tutta al femminile, protagonista la formidabile Nadia Comaneci, la più conosciuta ginnasta di tutti i tempi.  Leggenda mondiale, campionessa rumena che il 18 luglio 1976 a Montreal è stata la prima ginnasta ai Giochi Olimpici ad ottenere un 10 alle parallele asimmetriche. La votazione, dopo la sua stupefacente prestazione, fu addirittura ritardata poiché i computer del Cio erano programmati per registrare votazioni fino al 9,99, il “10” non era previsto. Per questo, al posto del 10 fu inserito nel computer il voto 1,00 che fu moltiplicato per dieci volte.
Fino a quel momento la perfezione non era contemplata. Da quel momento lo fu altre 6 volte, tutte con lei.
La rivista “TIME”, la più autorevole in tutti i settori del giornalismo mondiale, la consacrò con una copertina storica e con quel “She’s Perfect” che la ricorderà per sempre.

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