Le medaglie sono nella terra. La coppa sul fondo polveroso di un campo senza erba, e tinto di rosso. Nelle immagini che hanno fatto il giro del mondo, è congelato il momento in cui, prima della festa, della vittoria e del suo riconoscimento, è arrivato l’orrore.

Nel villaggio di Iskandariyah, a pochi chilometri da Baghdad, l’attentato suicida di fine marzo con il quale l’Isis ha ucciso 41 persone (la metà tra i 10 e i 17 anni) durante un torneo di calcio per ragazzi, ferendone più di 100, è la conferma dell’indirizzo strategico del terrore firmato dal califfato. E cioè, più che i grandi eventi sportivi, quelli più blindati, colpire lo sport al suo stato più naturale e primitivo: il gioco. I ragazzi. Il divertimento e il confronto semplice, la gioia come nuovo obiettivo sensibile. È possibile monitorarla, blindarla, proteggerla la gioia, come si fa con ogni obiettivo sensibile, come ogni grande evento?

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Il grande evento dei ragazzi di Iskandariyah era il torneo che non ha mai assegnato medaglie e coppa. È arrivato un ragazzino, loro coetaneo, arruolato dallIsis. Per colpire, per tenere in casa i ragazzi che verranno domani, per tenerli distanti non da un peccaminoso concerto hard rock come a Parigi, ma da un campo di calcio. Isis ha colpito in Iraq il 25 marzo non per fare più vittime possibili: non ha colpito in un mercato o in un locale pubblico. Ha colpito la gioventù, e la passione più forte della gioventù irachena. Accettando una sfida improba persino per il terrore: tenere i ragazzi iracheni lontani dalla gioia, lontani dal calcio.

Da decenni, in barba a occupazioni, dittature e guerre, la gente dellIraq è pazza per il calcio, come probabilmente pochissime altre popolazioni al mondo. Non ha mai smesso di commentarlo ad ogni angolo di strada, di giocarlo in ogni spazio aperto, raccontano all’unisono i tanti reporter arrivati in tempi di guerra, come in tempi di pacificazione, come in tempi di dittatura, in quella che sui libri di scuola chiamano Antica Mesopotamia. Senza che facesse differenza. Gli iracheni morivano sotto la dittatura di Saddam Hussein, e impazzivano per il calcio. Sognavano le Olimpiadi del 2012, e impazzivano per il calcio. Le bombe intelligenti  facevano a pezzi le loro città, e loro impazzivano per il calcio. Sognandolo di giorno e di notte.

Non hanno mai smesso. Non hanno smesso neanche quando Uday Hussein, il figlio di Saddam fanatico di pallone almeno al pari dei suoi connazionali, da presidente della Federcalcio irachena (oltre che del comitato olimpico nazionale) faceva torturare tutti gli atleti che non riuscivano a conseguire risultati sportivi all’altezza delle aspettative.

Non hanno smesso quando diventò di pubblico dominio il racconto di quel giocatore della nazionale, trascinato dagli uomini di Uday sulla ghiaia con la schiena nuda, come Ettore da Achille, ma da vivo. E poi gettato dentro un serbatoio fognario, e chiuso a doppia mandata, per far infettare le ferite.

Non hanno smesso quando Sports Illustrated pubblico la testimonianza di Issam Thamer al-Diwan, ex pallavolista iracheno, che affermava di essere in possesso di una lista di cinquantadue atleti torturati e uccisi dal regime di Saddam.

Non hanno smesso quando la commissione della FIFA, inviata in Iraq proprio per indagare sulle prime informazioni, sui primi spifferi su ciò che accadeva sotto l’illuminata presidenza di Uday, disse di aver trovato tutto nella norma, e stese un rapporto in cui riteneva infondate le accuse.

La speranza dell’Isis, con quelle medaglie finite nella terra, coperte di polvere e sangue, anziché finite al collo sottile e imberbe dei ragazzi tra i più bravi di Iskandariyah a giocare a pallone, è quello di tenerli lontani dal gioco. Dal confronto, dalla speranza e dalla vita. Ci hanno già provato, in Iraq. Questa, per i militanti suicidi del califfo, rischia di essere la guerra più complicata di tutte da vincere.

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