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Calcio

Calcio e Isis: Non smetteranno di giocare i ragazzi di Baghdad

Ezio Azzollini

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Il 9 Maggio si celebra la Giornata della Memoria dedicata alle vittime del Terrorismo. Per l’occasione ricordiamo la storia di quei ragazzi che, malgrado la paura nei territori afflitti dal regime di Daesh, non hanno mai smesso di giocare. E sognare.

Le medaglie sono nella terra. La coppa sul fondo polveroso di un campo senza erba, e tinto di rosso. Nelle immagini che hanno fatto il giro del mondo, è congelato il momento in cui, prima della festa, della vittoria e del suo riconoscimento, è arrivato l’orrore.

Nel villaggio di Iskandariyah, a pochi chilometri da Baghdad, l’attentato suicida di fine marzo 2016 con il quale l’Isis ha ucciso 41 persone (la metà tra i 10 e i 17 anni) durante un torneo di calcio per ragazzi, ferendone più di 100, è la conferma dell’indirizzo strategico del terrore firmato dal califfato. E cioè, più che i grandi eventi sportivi, quelli più blindati, colpire lo sport al suo stato più naturale e primitivo: il gioco. I ragazzi. Il divertimento e il confronto semplice, la gioia come nuovo obiettivo sensibile. È possibile monitorarla, blindarla, proteggerla la gioia, come si fa con ogni obiettivo sensibile, come ogni grande evento?

Il grande evento dei ragazzi di Iskandariyah era il torneo che non ha mai assegnato medaglie e coppa. È arrivato un ragazzino, loro coetaneo, arruolato dallIsis. Per colpire, per tenere in casa i ragazzi che verranno domani, per tenerli distanti non da un peccaminoso concerto hard rock come a Parigi, ma da un campo di calcio. Isis ha colpito in Iraq il 25 marzo non per fare più vittime possibili: non ha colpito in un mercato o in un locale pubblico. Ha colpito la gioventù, e la passione più forte della gioventù irachena. Accettando una sfida improba persino per il terrore: tenere i ragazzi iracheni lontani dalla gioia, lontani dal calcio.

Da decenni, in barba a occupazioni, dittature e guerre, la gente dellIraq è pazza per il calcio, come probabilmente pochissime altre popolazioni al mondo. Non ha mai smesso di commentarlo ad ogni angolo di strada, di giocarlo in ogni spazio aperto, raccontano all’unisono i tanti reporter arrivati in tempi di guerra, come in tempi di pacificazione, come in tempi di dittatura, in quella che sui libri di scuola chiamano Antica Mesopotamia. Senza che facesse differenza. Gli iracheni morivano sotto la dittatura di Saddam Hussein, e impazzivano per il calcio. Sognavano le Olimpiadi del 2012, e impazzivano per il calcio. Le bombe intelligenti  facevano a pezzi le loro città, e loro impazzivano per il calcio. Sognandolo di giorno e di notte.

Non hanno mai smesso. Non hanno smesso neanche quando Uday Hussein, il figlio di Saddam fanatico di pallone almeno al pari dei suoi connazionali, da presidente della Federcalcio irachena (oltre che del comitato olimpico nazionale) faceva torturare tutti gli atleti che non riuscivano a conseguire risultati sportivi all’altezza delle aspettative.

Non hanno smesso quando diventò di pubblico dominio il racconto di quel giocatore della nazionale, trascinato dagli uomini di Uday sulla ghiaia con la schiena nuda, come Ettore da Achille, ma da vivo. E poi gettato dentro un serbatoio fognario, e chiuso a doppia mandata, per far infettare le ferite.

Non hanno smesso quando Sports Illustrated pubblico la testimonianza di Issam Thamer al-Diwan, ex pallavolista iracheno, che affermava di essere in possesso di una lista di cinquantadue atleti torturati e uccisi dal regime di Saddam.

Non hanno smesso quando la commissione della FIFA, inviata in Iraq proprio per indagare sulle prime informazioni, sui primi spifferi su ciò che accadeva sotto l’illuminata presidenza di Uday, disse di aver trovato tutto nella norma, e stese un rapporto in cui riteneva infondate le accuse.

La speranza dell’Isis, con quelle medaglie finite nella terra, coperte di polvere e sangue, anziché finite al collo sottile e imberbe dei ragazzi tra i più bravi di Iskandariyah a giocare a pallone, è quello di tenerli lontani dal gioco. Dal confronto, dalla speranza e dalla vita. Ci hanno già provato, in Iraq. Questa, per i militanti suicidi del califfo, rischia di essere la guerra più complicata di tutte da vincere.

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Calcio

Russia 2018: Vince la Svizzera, esulta il Kosovo

Ettore zanca

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La partita Serbia – Svizzera non sarebbe stata facile per loro tre.
Loro sono Behrami, Shaqiri e Granit Xhaka. Giocano nella nazionale svizzera ma hanno radici kosovare. Behrami e Shaqiri hanno avuto la storia meno cruenta dei tre. Se così si può dire. Entrambi fuggiti in Svizzera con le famiglie ai primi venti di guerra nella ex Jugoslavia nel 1991. Shaqiri pur legato molto alla Svizzera, è stato molto tentato di abbandonare la nazionale per giocare in quella kosovara, poi rinunciò per gratitudine a chi diede ospitalità alla sua famiglia.

La storia di Granit Xhaka è molto più affondata nella sua carne e in quella dei suoi familiari.
Le milizie serbe capitanate da Slobodan MIlosevic infatti, arrestarono il padre di Granit, accusato di essere un attivista delle cause kosovare. Condannato a sei anni, fu rilasciato dopo 3 anni e mezzo in cui fu torturato e percosso. Una volta fuori e prima che la situazione precipitasse, decise di scappare a Basilea. Dove nacquero Granit e suo fratello Taulant.

La curiosità è che mentre Granit difende i colori della Svizzera, suo fratello gioca per la nazionale albanese. Agli europei di due anni fa, la madre era allo stadio con una maglietta divisa in due parti per non fare torto a nessuno dei due. Granit dice di suo padre che è il suo idolo indiscusso, che però non gli ha mai raccontato tutto della prigionia, forse per risparmiargli il dolore.

Ieri sera la Svizzera ha vinto. Il gol della vittoria lo ha segnato Shaqiri, uno dei tre kosovari. Per completare la favola, occorreva che a pareggiare fosse l’uomo con la storia più affondata nella carne. Beh, indovinate un po’ chi ha fatto il gol del pareggio. Un gran bel gol tra l’altro.

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Il senso di Lukaku per la vita

Ettore zanca

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In mezzo ad un mondo che si urla di tutto, le immagini edificanti sono ormai delle oasi da tenersi strette. Dopo la fine della partita vinta dal Belgio contro Panama, c’è stata una delle più belle immagini del mondiale, finora. E sono immagini che rimandano alla storia personale di uno dei due. Nella foto che vedete, ci sono il panamense Fidel Escobar e il belga Romelu Lukaku, in divisa rossa. Durante la partita se le sono date di santa ragione per arrivare prima sul pallone. Lukaku ha segnato una doppietta. Alla fine entrambi, comunque hanno pregato, una preghiera di ringraziamento, evidentemente, che al di là delle religioni di ognuno, Lukaku è cattolico, Escobar cristiano evangelico, fa rendere entrambi paghi per quello che hanno avuto. E non è poco. Ancora più raro è vederlo su un campo da calcio.

La storia personale di Lukaku poi, è di quelle da fame nera. Nato ad Anversa, quindi Belga di cittadinanza e non naturalizzato, ha cominciato a sgomitare la vita prima degli avversari. Se c’è un momento in cui si realizza di essere poveri, Romelu lo ricorda nitidamente, aveva sei anni e tornava a casa da scuola e vide dipinta sui volti della famiglia la disperazione. Erano senza nulla. I topi erano i suoi coinquilini, mangiavano pane con latte allungato con acqua.
Si faceva la doccia dentro una pentola e non aveva elettricità. Promise a se stesso che tutto sarebbe cambiato per lui e per la famiglia.

A undici anni sembrava già uno di diciotto, i genitori degli altri ragazzini stentavano a credere che avesse quell’età. A dodici anni andò dal tecnico dell’Anderlecht under 19, gli chiese di farlo giocare, quello gli rise in faccia, e Romelu disse: “facciamo così, tu mi fai giocare e io ti prometto di fare 25 gol in un anno, se perdo mi sbatti in panchina o mi cacci, se vinco, pulisci il pulmino della squadra e cucini i pancakes per tutti. A fine stagione mangiammo dei buonissimi pancakes”.

Da allora è stato il sostegno per tutta la famiglia. E conosce bene la fame, per questo lotta come un disperato per tutto il campo. E ha un mantra, che tanti dovrebbero ricordare: “non bisogna mai scherzare con chi ha lottato tra miseria e povertà sconfiggendo la fame”. 
No, c’è poco da scherzare, Romelu, con chi fa a gomitate prima di tutto col fato e lo abbatte. Poi preghiamo insieme, poi. A partita finita. E non importa chi ha vinto.

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I tifosi messicani e il problema degli insulti omofobi

Emanuele Sabatino

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La Fifa ha aperto un’indagine disciplinare contro il Messico dopo che i suoi supporter hanno usato cori discriminanti e di stampo omofobo durante il loro match contro la Germania vinto per 1-0. I tifosi messicani potrebbero vedere il loro “Fan ID” confiscato.

Uno degli osservatori anti-discriminazione della FIFA ha riportato la reiterata pronuncia del coro “Puto” all’interno dello stadio Luzhniki di Mosca durante la sfida tra Messico e Germania. Un insulto tipicamente omofobo nella lingua spagnolo-messicana, rivolto all’avversario nello specifico Neuer, portiere della Germania ogni volta che effettuava un rinvio dal fondo.

I tifosi del Messico sono stati aspramente criticati in passato dalle organizzazioni a difesa dei diritti dei gay in quanto l’insulto “Puto”, letteralmente “prostituta di sesso maschile o gigolò” è ravvisato dagli stessi come omofobo. La federazione calcistica messicana è stata più volte multata per questi insulti durante le Qualificazioni Mondiali ma queste sono sempre state poi annullate dalla Corte di Arbitraggio Sportivo che lo ha ritenuto insultante ma non discriminante.

La cosa strana è che ai tifosi messicani, beccati di aver trasgredito ben 12 volte i regolamenti anti-discriminazione, non sia stato ancora impedito di accedere allo stadio, cosa invece avvenuta per i tifosi di Cile e Honduras colti in flagrante rispettivamente 10 e 5 volte.

Il nuovo regolamento della massima federazione calcistica mondiale, introdotto durante la scorsa Confederation Cup, vuole che ci sia un annuncio da parte dello speaker dello stadio e poi la sospensione ed eventuale abbandono della gara. Procedura che non è stata eseguita durante il match contro la Germania.

L’insulto “Puto” non rientrerebbe nell’articolo 58 della codice disciplinare della FIFA, che previene la discriminazione in base alla razza, colore, lingua, religione e origine. Non vi è traccia invece della discriminazione in base all’orientamento sessuale. La pena minima per la violazione dell’articolo 58 è pari a 30.000 franchi svizzeri che può sfociare in casi reiterati e ben più gravi dapprima nel divieto di ingresso per i tifosi ed in ultimo all’esclusione della squadra dal torneo.

L’insulto “Puto” violerebbe invece l’articolo 67 dello stesso codice disciplinare in quanto “parola offensiva generica” ma in questo caso non è prevista una pena minima.

La Federazione calcistica messicana ha subito e veementemente intimato i suoi tifosi a fermare questo tipo di cori, invitandoli a pensare al fatto che sono la rappresentanza dei migliori tifosi del mondo. Se beccati a comportarsi male, i tifosi messicani potrebbero vedersi confiscare il loro “Fan ID”, un documento ufficiale richiesto per entrare negli stadi e sostitutivo della Visa necessaria per entrare nel paese durante il torneo.

Sempre la federazione messicana, su Twitter, ha pregato i suoi tifosi a comportarsi bene e non farsi arrestare. I tifosi del Messico, dal canto loro, sono recidivi in quanto già ammoniti durante la scorsa Confederation Cup tenutasi lo scorso anno sempre in Russia. Vedremo se riusciranno a fare di peggio nella partita di oggi contro la Corea del Sud

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