Il 29 novembre del 1997 è un sabato. In molte parti del mondo, è un giorno come un altro che da inizio ad un fine settimana qualsiasi. In Italia i giornali raccontano del passaggio di Beppe Signori dalla Lazio alla Sampdoria. Dopo 5 anni e oltre 100 gol segnati con la maglia biancoceleste, Beppe-gol, incoronato dai tifosi laziali come l’ottavo Re di Roma, saluta e se ne va. Approda nella Genova blucerchiata chiuso dall’arrivo nella Capitale di Roberto Mancini, ex capitano della Sampdoria. I due (il Mancio e Beppe-Gol) si scambiano quindi le maglie passandosi anche un testimone difficile: quello di riempire il vuoto lasciato nei cuori dei rispettivi ex tifosi. Mentre in Italia la chioma bionda e il volto sbarazzino di Signori riempiono le pagine dei giornali sportivi, in Iran il 29 novembre del 1997 gli occhi sono tutti puntati sulla nazionale di calcio. Il pallone, bollato dal regime degli ayatollah come “inutile perdita di tempo tipica degli occidentali”, rappresenta  invece per molti cittadini iraniani, una speranza di libertà.

Lo è soprattutto per le donne, che hanno visto cambiare le cose con il ritorno al potere (nel febbraio del 1979) dell’ayatollah Khomeini. Se prima, come racconta Franklin Foer nel suo libro “Come il calcio spiega il mondo”, negli anni dello scià Reza Pahlavi (e prima ancora con il padre Reza Khan) il calcio era diventato a mano a mano “l’attività prediletta del regime”, con l’ayatollah Khomeini diventa un’attività da mettere al bando. Non a caso, tra le prime azioni politiche del nuovo regime (di forte carica simbolica) c’è anche la presa in possesso del campo di calcio dell’Università di Teheran che lo Scià aveva espropriato. Sotto Khomeini, il campo, viene invece riadattato come centro di preghiera.

Recita un’invettiva dell’epoca che anche Foer riporta nel suo libro, che il calcio nell’Iran degli ayatollah diventa  un modo per scimmiottare inglesi e americani per brillare nelle arene internazionali anziché impegnarsi nella jihad nei villaggi dove mancano le cose più elementari”.

Per le donne iraniane invece il pallone significa ben altro: modernità, libertà, riconoscimento dei loro diritti. Come quello di poter assistere ad una partita di calcio e senza limitazioni. Un diritto che invece il regime degli ayatollah ha severamente vietato. E il divieto valeva anche quel sabato 29 novembre 1997. Quando la nazionale iraniana è chiamata ad ottenere una storica qualificazione ai mondiali di calcio che dovranno disputarsi in Francia. L’avversario in programma è l’Australia e la partita decisiva si gioca a Melbourne. L’andata è terminata sul risultato di 1-1. Nella sfida di ritorno l’Australia, è avanti per due reti a zero quando manca un quarto d’ora al triplice fischio. Fino a quel momento, l’Iran è una squadra irriconoscibile. Come scrive lo stesso Foer “sembra quasi che il regime abbia ordinato la sconfitta”.

Ma negli ultimi quindici minuti invece accade l’incredibile. La formazione allenata dal brasiliano Valdeir Vieira (l’allenatore in “giacca e cravatta”) rimonta lo svantaggio e riesce ad agguantare il pareggio. Per la regola dei gol fuori che valgono doppio sono gli iraniani a qualificarsi. E, al fischio finale, non può essere altrimenti, a Teheran è il tripudio. La gente scende nelle piazze a festeggiare. Donne comprese, che per l’occasione vogliono liberarsi dei vincoli che il regime impone loro. Come quello di portare l’hijab che infatti tolgono e gettano via. Racconta  lo stesso Foer, che anche i basiji (le guardie della milizia religiosa) una volta sul posto, si sarebbero fatti coinvolgere nei festeggiamenti. E’ un clima di festa generale che però preoccupa e non poco il governo di Khatami. Il quale, infatti prende provvedimenti. La paura tra gli uomini del regime, è quella che la festa del popolo possa trasformarsi in ben altro. Forse in un’altra straordinaria ondata di rivoluzione come quella che permise a Khomeini di ritornare in Iran, diciotto anni prima.

Per questo che alla nazionale di calcio viene imposto di fermarsi a Dubai per qualche giorno, per permettere che la situazione torni alla normalità. E quando i ragazzi di Vieira ritornano in patria viene organizzata una grande festa allo stadio Azadi di Teheran. La squadra arriva addirittura in elicottero. Alle donne però, il regime per un’altra volta ancora, ha imposto di non poter prendere parte ai festeggiamenti. Migliaia di ragazze si radunano così fuori dallo stadio. Molte di loro iniziano un’azione di protesta contro la polizia.  Vogliono assolutamente entrare allo stadio e festeggiare la qualificazione ai Mondiali. La polizia, forse intimorita dalla possibilità di incidenti, cede e concede l’ingresso ad alcune migliaia di loro che vengono  sistemate in un settore speciale. Ma sono le altre migliaia rimaste fuori che non accettano la decisione. E allora decidono di farsi giustizia da loro: sfondano il cordone della polizia ed entrano allo stadio. A quel punto, anche i poliziotti capiscono che non possono farci niente. Quel giorno, possono solo restare a guardare. E festeggiare insieme agli uomini e alle donne iraniane. Per un giorno, il regime degli Ayatollah si è sentito meno forte. E il popolo iraniano più libero.

Vollero chiamarla così: la rivoluzione del pallone.

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