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Calcio e Depressione: un problema sottovalutato

Lorenzo Semino

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Come è possibile? Un calciatore come l’ala dell’Everton, ai margini della rosa ma molto noto a chi ama la Premier League, è caduto in depressione ed oggi si trova ricoverato in un ospedale psichiatrico. Si è fermato in autostrada a bordo della sua auto, con lui tutto il mondo del calcio. Non per il grigiore della Gran Bretagna, a quello penso sia ormai abituato, più probabilmente perché la vita del calciatore è meno semplice di quanto possa sembrare da lontano o da semplici appassionati.

“Sono stato terribilmente depresso, mi veniva spesso da piangere. Era un inferno, una storia che sembrava non finire mai […] Graeme Souness mi ha salvato, ha salvato la mia carriera. So cosa pensano i tifosi di lui, ma per me è stato grandioso” Kieron Dyer ammette, in un’intervista al Newcastle Chronicle, di aver passato momenti durissimi nel corso della carriera.

Ne sono una prova questi dati, diffusi dopo la notizia che ha fatto finire il nome di Aaron Lennon su tutti i quotidiani sportivi e non solo: lo scorso anno ben 160 calciatori – militanti nel campionato inglese o ex-professionisti oggi in pensione – hanno richiesto un aiuto al dipartimento dedicato alla risoluzione di problemi mentali.

Andy Johnson invece, e con lui molti altri, hanno lanciato messaggi di supporto nei confronti dei calciatori che oggi – proprio come Aaron – nascondono un problema che può rivelarsi letale.


Ne sono una prova il “caso Gary Speed” e la follia suicida di Robert Enke , così come il colpo di pistola che l’ex giallorosso Di Bartolomei si sparò alla testa ed il vuoto lasciato da una lettera firmata Justin Fashanu, lasciata vicino al corpo trovato senza vita.

“Non voglio dare altri motivi di imbarazzo ai miei amici ed alla mia famiglia. Spero che il Gesù che amo mi accolga e che io possa infine trovare la pace”.

Che sia per un problema reale o immaginario, per depressione o per paura, per una ricchezza smodata e mal gestita o per una stagione piena di fischi e contestazioni, la vita del calciatore deve essere protetta come quella di ogni lavoratore che si rispetti. Perché non tutti hanno personalità da vendere, decidono di comprare una macchina costosa ma si trovano molto presto invischiati nelle sabbie mobili di una vita da vivere quasi di nascosto. Non che i calciatori siano sfortunati, tutto il contrario, ma non tutti riescono a gestire il patrimonio che gli viene messo in mano da un giorno all’altro. Se a scelte sbagliate, scelte da accettare e scelte non volute si aggiunge la solitudine, il gioco è presto fatto. Tanti privilegi ma pochi amici veri, qualcuno potrebbe dire sottovoce.

“Solo perchè sto perdendo non significa che io sia perso” canta una nota band inglese. Aaron Lennon, se ci ascolti, ricordati di chi non ce l’ha fatta e sorridi. Sorridi, perché nella sfortuna hai trovato qualcuno felice di starti accanto ed aiutarti. Cosa che, nella vita così come nel calcio, non è per nulla scontata.

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Un’altra storia: se la tecnologia fosse esistita nei Mondiali del passato

Emanuele Sabatino

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Il Mondiale di Russia 2018 sará ricordato per essere il primo Mondiale con l’utilizzo del VAR che, non senza polemiche,  vedi il Brasile, e assegnando forse un po’ troppi rigori sta però aiutando gli arbitri a prendere piú decisioni giuste possibili.

Immaginiamo quindi per un attimo cosa sarebbe successo e cosa sarebbe cambiato se il VAR fosse esistito anche nelle edizioni precedenti della Coppa del Mondo. Ecco i 5 casi piú eclatanti.

Italia vs Uruguay: 2014 Coppa del Mondo in Brasile

#5 Il morso di Suarez

Nel 2014 l’attaccante uruguagio Luis Suarez é tornato alla sua antica abitudine ovvero quella di mordere. Dopo averlo fatto in Olanda ed in Inghilterra con la maglia del club questa volta é toccato con quella del suo Uruguay.

Al 79esimo minuto durante un corpo a corpo Suarez morde Chiellini che cade a terra. L’arbitro Marco Rodriguez non vede nulla nonostante l’invito di Chiellino a vedere il vistoso morso sulla spalla e Suarez viene graziato del tutto non prendendo neanche un giallo. Godin di testa beffa gli azzurri e addio Mondiale. Con il VAR gli avversari degli azzurro avrebbero giocato in 10 i minuti rimanenti.

Inghilterra vs Germania Ovest – 1966 Coppa del Mondo in Inghilterra

#4  Il goal fantasma di Hurst

Nella finale del Mondiale del 1966, i padroni di casa dell’Inghilterra beneficiano del goal fantasma più famoso della storia che gli ha permesso prima di passare in vantaggio per 3-2 nei confronti della Germania Ovest e poi di alzare la prima ed unica Coppa del Mondo con il definitivo 4-2. La goal-line technology avrebbe annullato il goal del vantaggio Inglese essendo il tiro carambolato sulla parte bassa della traversa, toccato la linea di porta, non oltrepassandola, e poi tornato in campo. L’arbitro, lo svizzero Gottfried Dienst, stava per assegnare il calcio d’angolo, quando improvvisamente fu chiamato dal guardalinee sovietico Tofiq Bəhramov, il quale lo convinse ad assegnare il gol agli inglesi. Sul risultato di 2-2, sarebbe potuta essere tutt’altra partita.

Brasile vs Turchia – 2002 Coppa del Mondo in Corea e Giappone

#3 Il teatro di Rivaldo contro la Turchia

Primo incontro del girone C tra Brasile e Turchia. I verdeoro tornavano a giocare il Mondiale dopo la sconfitta in finale contro la Francia nel 1998 e schieravano un attacco stellare con Rivaldo, Ronaldo e Ronaldinho.

Il momento della discordia arriva quando Hakam Unsual tira il pallone contro Rivaldo e lo colpisce sulla mano e sulla gamba ma il talento brasiliano in pieno metodo Stanislavskij finge un colpo al volto e rotola per terra. L’arbitro estrae il cartellino lasciando la Tuchia in 10. Il VAR avrebbe facilmente chiarito la situazione. Rivaldo fu anche multato di 4.500 € dal Comitato disciplinare della FIFA.

Inghilterra vs Germania – 2010 Coppa del Mondo in Sud Africa

#2 Il Goal fantasma di Lampard

I tedeschi conducono per 2-0 grazie alle reti di Klose e Podolski ma al 37’ Lampard con un pallonetto beffa Neuer ma la palla colpisce la parte bassa della traversa e torna in campo. L’arbitro fa proseguire ma dal replay e qualora ci fosse stata la goal-line technology il goal sarebbe stato convalidato e l’Inghilterra avrebbe accorciato le distanze prendendo coraggio e forse la partita sarebbe stata una storia diversa.

Argentina – Inghilterra – 1986 Coppa del Mondo in Messico

#1 La mano di Dio di Maradona

Prima di fare il goal del secolo e chiudere la contesa dribblando tutta l’Inghilterra, Maradona sblocca la partita con il famigerato colpo di mano che ha beffato il portiere inglese Peter Shilton tra le proteste degli inglesi. L’Argentina vincerà poi quel Mondiale ma il VAR avrebbe scritto una storia diversa annullando uno dei goal più famosi della storia del calcio e portando all’ammonizione del Pibe de Oro.

 

 

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#NoBan4Women: i tifosi iraniani a Russia 2018 contro il divieto delle donne allo stadio

Emanuele Sabatino

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I tifosi iraniani durante l’inno nazionale prima del calcio d’inizio della loro prima gara del Mondiale contro il Marocco hanno mostrato dei cartelloni contro il divieto per le donne iraniane di poter assistere alle gare sportive in patria.

 

 

I cartelloni con scritto #NoBan4Women e “Support Iranian Women to Attend Stadiums” sono stati tenuti in alto a lungo durante il match contro il Marocco di venerdì scorso a San Pietroburgo.

Sin dalla rivoluzione islamica del 1979, le donne iraniane sono state bandite dal poter assistere dal vivo ai match di football e a tutti gli eventi sportivi maschili. Eccezione parziale a questa regole quella del 2015 dove ad uno sparuto numero fu concesso di assistere ad una partita di volley a Teheran.

Questa eccezione, alcuni affermano di facciata, fu la risposta al clamore mediatico provocato dalla storia di Ghoncheh Ghavami, studentessa inglese-iraniana che provò ad assistere proprio ad una partita di volley un anno prima e venne condannata ad una detenzione di oltre 100 giorni di prigione.

Prima del match di venerdì scorso, i tifosi di Iran e Marocco si sono incontrati lungo le strade sventolando le bandiere delle loro nazioni, cantando e suonando fischietti in modo del tutto pacifico  il tutto con la numerosa presenza di supporter di sesso femminile. Di contro, in una delle maggiori piazze a Teheran, un cartellone gigante portava lo slogan, riferito al Mondiale e alla nazionale: “One nation, one heartbeat – Una nazione, una battito cardiaco”. Nella foto non sono presenti donne.

Ovviamente per alcune di queste donne la sfida contro il Marocco è stata la loro prima volta allo stadio come quella di una coppia che aveva con se un cartellone con scritto: “4127 Km per essere allo stadio finalmente come una famiglia”.

Già in passato alcune donne, camuffandosi, sono riuscite ad entrare negli stati postando le foto sui social media. Su Twitter c’è proprio un movimento chiamato OpenStadiums che si descrive come “un movimento di donne iraniane con l’obiettivo di mettere fine alla discriminazione e permettere alle donne di entrare negli stadi”.

 

 

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La partita nella piazza Rossa che decise il destino del calcio in Russia

Nicola Raucci

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Si stanno svolgendo i Mondiali di Russia 2018 nella terra che un tempo era in mano a Stalin. Ed è proprio lui che diede vitalità al calcio nella nazione oggi di Putin. Vi raccontiamo la storica partita nella Piazza Rossa.

Fiancheggiando in questo periodo il Cremlino in piazza Manežnaja, a 5 minuti dalla celebre piazza Rossa, si percorre la strada dei Mondiali: una pedana che si snoda lungo le rappresentazioni delle diverse città ospitanti. Ma proprio qui, nel cuore della Russia, il calcio, che ora viene atteso con crescente entusiasmo, ha giocato una partita decisiva.

Il futbol russo ha una storia contrastata. In epoca zarista è uno sport elitario. Snobbato dai nobili e non accessibile ai poveri, è prerogativa dei giovani borghesi. Sarà la Rivoluzione a favorirne la diffusione. Gli impianti sportivi, un tempo circoli esclusivi, vengono nazionalizzati diventando pertanto associazioni aperte a tutti. Negli anni ’20 ci si inizia ad interrogare sul valore politico dello sport nell’ideologia socialista. Il calcio è ormai popolare tra la gente comune, ma non è particolarmente apprezzato dalla classe dirigente che lo reputa diseducativo, borghese e straniero. Dopo il vano tentativo di riformarlo, il successo inarrestabile degli anni ’30 richiede una soluzione definitiva. Così è Iosif Stalin in persona a dover deciderne le sorti.

È il 6 luglio 1936, Giornata della Cultura Fisica. Introdotta nel 1931, consiste in una imponente serie di parate nelle maggiori città dell’URSS in cui le organizzazioni sportive danno prova di abilità e vigore. Una dimostrazione di forza e disciplina sovietica a livello nazionale e internazionale. La  cultura  fisica  va  ben  oltre  il  puro  esercizio, copre  questioni di  integrità e benessere  sociale,  spaziando  dalla  difesa  della  Patria  all’occupazione  lavorativa, dall’emancipazione al successo sportivo.

Sulla piazza Rossa di Mosca sfilano per rendere onore a Stalin, che osserva dall’alto del Mavzolej Lenina, i  più grandi atleti del Paese. Tra le associazioni presenti vi sono  anche  Spartak  e Dinamo. Società di calcio profondamente diverse, a partire dalle proprietà. Lo Spartak è la squadra del proletariato, finanziata dal sindacato Promkooperatsiia, mentre la Dinamo è controllata dal Commissariato del popolo per gli affari interni, il NKVD.

È il giorno in cui Stalin assisterà per la prima volta ad un incontro di calcio. L’audace idea è opera di Aleksandr Kosarev, segretario del Komsomol. Sostenitore di Nikolai Starostin, fondatore dello Spartak, è il patrono del club all’interno del Partito comunista sovietico. Lavrentij Berija, il presidente  onorario  della  Dinamo  e  capo  dei  servizi  segreti,  mosso  da  astio  personale  nei confronti dei fratelli Starostin,  si oppone. La Dinamo non  giocherà, come d’altronde le altre squadre. Troppo rischioso. Allora si opta per una soluzione alternativa: lo Spartak Mosca scenderà in campo in un match tra titolari e riserve.

Tutto è pronto. Kosarev prende posto vicino a Stalin, con un fazzoletto bianco che sventolerà al minimo cenno di noia del leader. La pavimentazione della piazza Rossa viene coperta da un gigantesco manto verde delle dimensioni di un campo da calcio, 12.000 m2  di feltro confezionato dagli operai tessili nei giorni precedenti. A bordo campo dieci mila persone. Un colpo d’occhio impressionante. Ai lati, le mura del Cremlino e la facciata del centro commerciale GUM decorata per l’occasione. Nelle curve, in lontananza, la magnificenza della Cattedrale di San Basilio e la maestosità del Museo statale di storia.

Partita di 30 minuti con due tempi da un quarto d’ora ciascuno. L’incontro è più una rappresentazione ideale della bellezza del calcio che una vera partita. Ci si gioca il futuro e non si può  rischiare di fallire.  L’intero evento viene supervisionato come un  avvincente spettacolo teatrale in una cornice unica. E Stalin apprezza, tanto da far protrarre il match per un totale di circa

43 minuti. Puro e sano agonismo, gioco entusiasmante e risultato combattuto: 4-3 per la prima squadra. Un autentico successo per il movimento calcistico in generale e per lo Spartak in modo particolare.

Pochi giorni dopo, l’11 luglio 1936, la Dinamo ottiene però la sua vendetta sconfiggendo 1-0 lo Spartak nella scontro decisivo che le garantisce il titolo della группа «А» di primavera, prima edizione del massimo campionato sovietico.

Sono le origini della storica rivalità tra le due compagini, nata nel cuore della capitale lo stesso giorno della sopravvivenza del calcio in Russia.

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