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Calcio e corruzione: Gegio Gaggiotti e i suoi capolavori

Francesco Beltrami

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Eugenio “Gegio” Gaggiotti, classe 1924, nasce a San Secondo Parmense, nella casa di campagna del padre, e tra San Secondo e Brescia dove il padre lavorava come insegnante. Cresce coltivando le sue passioni, quella per il calcio e quella per le motociclette, che condivideva con un altro bresciano, Mario Rigamonti, difensore del Grande Torino, di cui fu amico e che accompagnò spesso nelle trasferte dei granata e della nazionale. Ebbe anche due fratelli calciatori, uno dei quali, Giuseppe, professionista.

Il suo nome oggi non dice probabilmente più molto, ma ci fu un periodo in cui nel nostro calcio Gaggiotti giocò un ruolo importante quanto oscuro. Fu mediatore e talent scout, girava per i campi di provincia tra Brescia e Bergamo, ad osservare giovani calciatori per poi proporli a società più importanti e guadagnare una percentuale, ma soprattutto prestava la sua opera ai dirigenti delle squadre qualora volessero comprarsi una partita. Pare tutto sia iniziato dopo la tragedia di Superga, Eugenio scosso dalla morte dell’amico avrebbe deciso di disturbare in ogni modo possibile il calcio italiano fino a quando non gli fosse stato assegnato dalla Federcalcio il ruolo ufficiale che riteneva di meritare. Fu operativo per quasi vent’anni, e solo all’inizio degli anni Settanta si riuscì ad estrometterlo dal giro. In una famosa intervista concessa nientemeno che a Indro Montanelli dichiarò di aver alterato il risultato di almeno una settantina di partite, definendole “una serie di capolavori”. Nel 1973 intervistato stavolta da Beppe Bracco di Stampa Sera, che lo aveva incontrato all’Hilton di Milano dove tentava di rientrare nell’ambiente in occasione del Calciomercato, ridusse la cifra a “più di venti” spiegando anche che: “sono tante le squadre che devono a me la permanenza in Serie A”. Certo è che rimane a tutt’oggi il più grande corruttore del calcio italiano: si dice che nel 1955 sia arrivato ad offrire i suoi servigi in tal senso a diversi Presidenti di Serie A, B e C scrivendo loro una lettera.

Il primo episodio per cui è noto è il tentativo di corruzione del portiere del Catanzaro Luigi Ziletti per alterare il risultato di Catanzaro-Reggina di Serie C, finito poi 1-0. Ziletti finse di accettare la somma di 150.000 lire, ma aveva informato i suoi dirigenti che a loro volta avevano allertato la Federcalcio, un dirigente della Reggina, il mandante, venne radiato, e la squadra poté continuare il campionato ma con tutti i punti conquistati alla data della corruzione annullati.

Successivamente fu coinvolto nell’aggiustamento del risultato della partita di Serie A, tra Pro Patria e Udinese, vinta 3-2 dai friulani, che necessitavano di un successo per avere la certezza di non retrocedere. I lombardi avevano chiuso il primo tempo in vantaggio per 2-0, e poi nella ripresa si erano resi protagonisti di una controprestazione evidente, fino a perdere la gara. Era l’ultima giornata del torneo 1952/53. Nulla emerse per due anni, poi, terminato il Campionato 54/55 durante le indagini per una sospetta combine di Lazio – Pro Patria del novembre 1954, un giocatore di quest’ultima squadra, Rinaldo Settembrino rivelò che durante l’intervallo di quel Pro Patria-Udinese, due suoi compagni gli avevano detto che c’erano 150.000 lire per ciascun giocatore bustocco che avesse partecipato a un accordo per lasciar vincere l’Udinese, somma che fu poi effettivamente pagata a diversi giocatori. L’Udinese invocò la prescrizione visto che erano decorsi due anni ma la richiesta non fu accolta, e i bianconeri spediti in Serie B, curiosamente però non fu provata la responsabilità personale di nessun dirigente e nessuno fu squalificato nonostante fosse stata condannata la società.

Sempre nel 1953, ma a dicembre, Gaggiotti prestò la sua opera per combinare una gara di Serie B, tra Fanfulla ed Alessandria, avvicinò il portiere dei grigi, Emanuele Dalla Fontana, e propose stavolta ben 350.000 lire affinché favorisse con qualche errore il Fanfulla, Dalla Fontana finse di accettare ma anche lui informò chi di dovere: i lodigiani furono penalizzati di cinque punti e alcuni suoi dirigenti interdetti, ma anche questa volta Gegio Gaggiotti riuscì non si sa come a uscirne senza conseguenze. Proprio del 1953 è il film Gli eroi della domenica, di cui ci ha raccontato Lorenzo De Vidovich qualche giorno fa, e in cui pare che la squadra di provincia di cui si raccontano le vicende sia ispirata proprio all’Alessandria. Anche nel film si parla di un episodio di corruzione, chissà se ispirato a questa impresa del Gaggiotti.

Di innumerevoli altre partite si conoscono tentativi riusciti o meno di aggiustamenti operati da Gegio: Brescia-Palermo, Serie B 1945, Padova-Legnano, sempre Serie B nel 1955, Piombino-Piacenza, nel 1956 in Serie C che costò la retrocessione al Piacenza dove tra l’altro giocava suo fratello Giuseppe, Padova-Atalanta, Serie A nel 1958, svelata da una fidanzata delusa da un matrimonio che non arrivava mai, fu infatti l’ex indossatrice Silveria Marchesini a raccontare che il suo compagno tanto restio al matrimonio, il mediano del Padova Renato Azzini, aveva accettato denaro per favorire l’Atalanta. E vari altri episodi fino al 1967, quando Gaggiotti avrebbe tentato di alterare il risultato di Arezzo -Genoa e Verona-Arezzo in Serie B. Il portiere aretino Ghizzardi aveva però denunciato i fatti permettendo alle partite di svolgersi regolarmente.

Nel 1959 addirittura aveva corrotto un giocatore a sua insaputa: il capitano del Parma Ivo Cocconi, che era contemporaneamente calciatore e fornaio si era visto arrivare Gegio in negozio, gli aveva venduto dei prodotti del suo forno e aveva avuto un’offerta di 300.000 lire per aggiustare una partita di Serie B col Brescia. Cocconi pensò scherzasse e non vi diede peso. Giocò però poi veramente male la partita col Brescia, che vinse 2-0 grazie anche a una sua autorete, e pochi giorni dopo ricevette una nuova visita dal Gaggiotti che insistette per consegnarli le 300.000 lire in pezzi da 10.000! A quel punto però Cocconi denunciò il tutto: venne aperta un’inchiesta che si chiuse con l’archiviazione.

Nel frattempo Eugenio Gaggiotti, pur inibito dalla FIGC aveva continuato a svolgere la sua attività di mediatore e scopritore  di calciatori, fino ad essere nei primi anni Settanta finalmente allontanato dal mondo del calcio italiano da cui fu presto dimenticato. Le sue gesta restano, tanto criminali quanto grottesche, probabilmente avrebbero meritato un film, una di quelle commedie all’italiana che tanto rappresentano vizi e virtù che ci sono tipici.

 

 

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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