In un’epoca in cui la spettacolarizzazione dello sport è all’ordine del giorno, in cui si assiste ad una miriade di ostentazioni esibizionistiche da parte di sportivi, o presunti tali, stride enormemente la storia di un campione schivo, un antidivo. Un uomo semplice, che picchiava forte, fatto di un’altra pasta in altri tempi, un vero pugile: Bruno Arcari.

Nasce ad Atina il 1º gennaio del 1942. L’anno dopo la famiglia si trasferisce a Genova, che diventerà la sua città adottiva. Da ragazzino gioca a calcio come ala sinistra, temperamento combattivo ma poca tecnica. Su quel campo Bruno usa più le mani che i piedi.

Gli consigliano di darsi al pugilato. Ed è quello che fa. L’ingresso alla palestra Mameli nel 1957 è all’insegna dello sberleffo. I due maestri di boxe, Alfonso Speranza e Armando Causa, lo prendono in giro per via delle sue gambe grosse e lo rimandano al giorno successivo. In realtà mettono alla prova la sua decisione. Vogliono solo duri in quell’ambiente. E il giorno dopo Bruno ritorna. Serve ben altro per farlo desistere. Il ragazzo ha stoffa. Lavora come garzone in un negozio di frutta e verdura a Nervi e quando combatte Duilio Loi a Milano si mette nel bagagliaio della giardinetta degli amici più grandi e va a vederlo. Sogna di salire sul ring e diventare come il suo idolo. La palestra è un mondo dove si sente a suo agio, sempre pronto a dimostrare di essere il migliore.

Passa dilettante e diventa campione italiano (1962 e 1963). Nel 1963 conquista anche il bronzo ai Campionati europei e vince il torneo preolimpico di Tokyo. Parte favorito per le Olimpiadi del 1964 dove è però costretto a ritirarsi per ferita durante l’incontro di apertura. L’avversario, il keniano Alex Oundo, gli rifila una testata e Bruno deve abbandonare così un match in completo controllo.

Il suo punto debole sono quelle arcate sopraccigliari fragili come uova, che colpite sanguinano copiosamente. L’unico modo per arginare la furia agonistica dell’italiano è picchiare su quella parte usando ogni mezzo, lecito o meno.

Esordisce tra i professionisti, pesi superleggeri, l’11 dicembre 1964 a Roma. Una sconfitta inattesa contro Franco Colella, il quale si rende protagonista di un atto sleale: ancora una volta una testata al sopracciglio. Il combattimento viene interrotto al 5º round e Arcari, nonostante sia indubbiamente in vantaggio ai punti, esce battuto.

La seconda sconfitta arriva dopo una serie di dieci vittorie consecutive, il 10 agosto 1966 a Senigallia, durante il dodicesimo match da professionista contro Massimo Consolati, valido per il titolo italiano. L’arbitro ferma l’incontro per ferita al 10º round, sempre con il pugile di Atina in palese vantaggio.

Bruno è un pugile pragmatico e concreto. Boxare è il suo lavoro. Migliora la guardia destra per difendere il suo unico punto debole e continua a menare con il sinistro devastante. Un mix esplosivo che lo rende invincibile. Quelle rimarranno le uniche due sconfitte di una carriera incredibile, da imbattuto quasi assoluto (record di 70-2-1). 73 incontri e 70 vittorie, di cui 38 per KO. Non perderà più un incontro dei successivi 61 disputati, vincendone 57 consecutivamente e pareggiando in modo controverso solo il suo quartultimo match, nel 1976 contro Rocky Mattioli a Milano. Il 7 dicembre 1966 a Genova, Arcari ha la meritata rivincita contro Consolati. Un match sporcato dai reiterati tentavi di colpi proibiti dell’avversario, che viene squalificato al 7º round. Bruno diventa così campione italiano dei welter junior.

Difeso il titolo italiano in tre occasioni, il 7 maggio 1968 sfida alla Stadthalle di Vienna l’idolo locale, il campione europeo Johann “Hans” Orsolics. Incontro epico, l’arcigno italiano di 165 cm contro l’austriaco oltre il metro e settanta. Atmosfera infuocata e assordante di fronte a 15 mila spettatori che per tutto il combattimento battono i piedi e fanno letteralmente tremare il palazzetto. Pur essendo considerato sfavorito, Arcari non mostra minimamente timore. Domina il match e picchia duro. L’arbitro è costretto a fermare l’incontro al 12º round per KOT, prima che Orsolics vada definitivamente al tappeto. Titolo europeo conquistato. È il combattimento della consacrazione, che lo rende un mito per i ragazzi italiani. Difende poi la cintura in quattro occasioni, vincendo sempre per KO.

Il 31 gennaio 1970 al Palazzetto dello Sport di Roma, Arcari combatte per il titolo mondiale contro il campione in carica, il filippino Pedro “the rugged” Adigue Jr, uno di quelli che colpisce senza remore, non curante dei regolamenti. L’incontro comincia male, alla terza ripresa Arcari incassa un gancio destro alla mascella e piega le gambe rischiando il KO. Una sassata che si fa sentire, ma da lì sembra scuotersi ed inizia ad affondare i colpi. Il match è arduo, tirato, di una cattiveria quasi brutale. Un’autentica battaglia. Al termine della dodicesima ripresa tutto è ancora in gioco. Così Arcari decide di chiudere la partita e dà il via a tre riprese leggendarie. Attacca mantenendo l’iniziativa in continuazione, ma Adigue non molla. Al quindicesimo round l’italiano assesta un preciso gancio sinistro al filippino, che però rimane ancora in piedi. Entrambi finiscono il match esausti, ma il verdetto è unanime: Arcari vince ai punti ed è il nuovo campione del mondo WBC.

Nei quattro anni seguenti difende il titolo per nove volte. Il suo avversario più tenace sarà un boxeur dal talento cristallino, il brasiliano Joao Henrique, contro il quale combatte in due occasioni.

Il 6 marzo 1971 a Roma si assiste al loro primo match. Un combattimento ad armi pari in cui Arcari vince ai punti. La rivincita arriva il 10 giugno 1972, al Palazzo dello Sport di Genova. Un evento attesissimo, seguito da 200 milioni di spettatori in mondovisione e che fa registrare uno share dell’87% in Italia. Un match duro tra due grandi pugili. Il brasiliano è sicuro di vincere, ma Bruno si è preparato al massimo. Tira le prime due riprese a tutta, carico oltremisura. Continua a sferrare pugni micidiali negli altri round fino a rompere la mascella a Joao, che oppone una stoica resistenza alla furia dell’italiano. Alla dodicesima ripresa Bruno gli rifila un colpo allo stomaco. Joao Henrique va giù, si rialza, ma fa segno di non voler proseguire. Arcari è ancora campione del mondo.

Lascia volontariamente il titolo da imbattuto la sera del 2 settembre 1974. Prosegue ancora tra i welter prima di abbandonare la carriera agonistica nel 1978. Si ritira a vita privata in Liguria, nella Riviera di Levante.

Un pugile concreto, senza alcuna concessione allo spettacolo e agli eccessi. Mancino spaccasassi, preciso nel portare i colpi alla figura. Intelligente nello studio minuzioso dell’avversario e con una inesauribile velocità dei movimenti. Per anni ha evitato la popolarità preferendo alle copertine patinate dei rotocalchi il sudore della palestra e il suono sordo dei sacchi scazzottati da due mani pesanti come macigni. Ha onorato l’antica e nobile disciplina del pugilato nei suoi valori di agonismo, forza e rispetto dell’avversario. Ha fatto della boxe la sua professione senza distrazioni, consapevole della fugacità dei successi e del valore del coraggio e del sacrificio.

Un uomo che ha fatto dell’umiltà la sua firma, dei pugni la sua vita. L’ultimo imbattibile del pugilato italiano: Bruno Arcari.

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