Pedala veloce Bradley Wiggins. Più veloce di chiunque al mondo, è stato capace di percorrere 54,526 km in un’ora, roba da multa per eccesso di velocità. Pista, strada, per lui non ha mai fatto differenza. Il parquet dei velodromi, il pavé del Belgio, dove è nato, l’asfalto delle strade di mezzo globo, nulla riesce a resistergli. Ogni metro, prima o poi, cede il passo alla sua ruota, al colpo sul pedale, al rapporto costante. Chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. È un sport di fatica il ciclismo, mica una passeggiata. È una di quelle discipline che una volta erano quasi sacre, ma che ora molti non praticano più. Come la marcia, o la boxe. Spesso la passione non basta. Chi sceglie di trascorrere gran parte della sua esistenza su un sellino ha quasi sempre un ottimo motivo. C’è chi su due ruote sogna di raggiungere qualcosa, magari la fama o il denaro. E c’è chi invece su di una bicicletta fugge. Come se ogni pedalata, ogni scatto, ogni sprint non fosse altro che un modo di tenere lontani i propri demoni. Bradley Wiggins fa parte di questa categoria.

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È stato in fuga per una vita. Dal mondo, ma anche da se stesso. Puoi essere veloce quanto vuoi, ma da quello che hai dentro non puoi scappare. Non basta il denaro, non basta la notorietà, non è abbastanza neanche un oro olimpico. E un argento. E un bronzo. Atene, estate 2004, sei il primo atleta britannico a vincere tre medaglie nella stessa olimpiade. Eppure non è abbastanza, quel vuoto non lo colmi. Cerchi di riempirlo come puoi. E tenti con l’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Giorno dopo giorno, dalle undici di mattina alle sei di pomeriggio, una sorta di lavoro a tempo pieno. Qualche partita a biliardo, un po’ di sport sulla TV del pub sotto casa, e poi ancora birre. La vita che molti sognano, ma che ti allontana dal resto. Gli affetti, il mondo circostante, la bici. La bici è lì, a casa, a prendere polvere. Tanto non è servita a nulla, non è bastato portare a casa le medaglie in nome di Sua Maestà. Niente contratti pubblicitari milionari, niente ingaggi faraonici, niente di niente. Solo quel vuoto che niente e nessuno è in grado di colmare.

I giorni diventano settimane, le settimane scorrono e si trasformano in mesi. Due. Cinque. Nove. Nove mesi, giusto il tempo necessario a Catherine per dare alla luce il piccolo Benjamin. È la scossa che serve. Il senso di un’esistenza che sembrava perduta ritrovato nel pianto di un neonato. C’è un tempo per tutto, lo dice anche la Bibbia, ed il tempo della crisi finisce in quell’istante. Ora ogni metro, ogni salita, ogni scatto ha una ragione d’essere. Sedersi su quel sellino è l’unico modo che Wiggins conosce per stare accanto a sua moglie e a suo figlio. E quindi di nuovo chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Lentamente l’alcol viene spurgato dall’organismo ed i chili presi pian piano se ne vanno. Ritorna invece la voglia, lo spirito di competizione, la necessità di mettersi alla prova. E se la pista è stata la sua casa, ora Bradley torna sulla strada. Vince una cronometro al Circuit de Lorraine, poi partecipa al Giro d’Italia. Centoventicinquesimo. Per carità, non uno di quei risultati di cui vai fiero, ma arrivare a Milano dopo tre settimane di fatica e reduce da mesi d’inferno vale quanto una medaglia d’oro. Ben gli ha salvato la vita, Wiggins lo sa. Non sorprende quindi che tra i mille tatuaggi sparsi per tutto il corpo, suo figlio abbia il posto d’onore. Tre semplici lettere, tatuate sopra il cuore. Qualche anno dopo ci aggiungerà Isabella.

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In un certo senso, essere un campione è semplice. Essere padre, un buon padre, è una sfida molto più complessa. E anche questo Bradley Wiggins lo sa bene. Se è nato a Ghent, nel cuore delle Fiandre, dove il pavé ti spacca le gambe e gli ammortizzatori della macchina, c’è una ragione. Suo padre, Gary, è un ciclista professionista. Uno specialista delle Sei Giorni, che tutti chiamano Doc. Per la preparazione meticolosa delle gare, forse. Oppure per quelle brutte storie che lo indicano come fornitore di sostanze stimolanti ai colleghi. Una carriera trascorsa nei velodromi di mezza Europa, lui che viene dalla lontana Australia dove ha lasciato una moglie ed una bambina. A Londra conosce Linda ed è colpo di fulmine. La coppia si trasferisce in Belgio ed è lì che Bradley impara a camminare e a dire le sue prime parole. Ma l’idillio si spezza, Gary lascia di colpo moglie e figlio, che fanno ritorno in Inghilterra. Per sedici lunghi anni non avranno contatti. Nessun ricordo, giusto qualche foto assieme. Eppure qualcosa rimane. Bradley ha dodici anni, a Barcellona ci sono le Olimpiadi. E sul parquet del Velòdrom d’Horta c’è una bicicletta che schizza a velocità supersonica. Sul sellino c’è un ragazzo con indosso la Union Jack che spinge sui pedali come se ne andasse della sua vita. Chris Boardman vince l’oro nell’inseguimento e conquista il cuore di Wiggins. Linda comprende, sa che il piccolo Bradley ha le due ruote nel DNA. Certe cose non si cancellano. Inizia così una carriera strepitosa.

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Vittorie su vittorie, la diffusa sensazione di trovarsi davanti a un fenomeno. Inviti, sponsorizzazioni, ogni porta si spalanca. Il trionfo nell’inseguimento ai mondiali giovanili del 1998 certifica quello che gli addetti ai lavori avevano capito da tempo. Bradley Wiggins è la nuova speranza del ciclismo britannico. Neanche il tempo di poter prendere la prima birra al pub, che la Nazionale lo chiama. C’è un’Olimpiade da preparare, chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Ed è proprio in previsione dell’appuntamento a cinque cerchi che a fine 1999 Bradley sta scavando solchi sul parquet di un velodromo di Sydney. Ma c’è un altro motivo. Gary Wiggins. Un contatto a sorpresa, poi un altro, e la sofferta quanto logica decisione di rivedersi. Non c’è molto tempo, le Olimpiadi incombono. Un anno ed un bronzo dopo, Wiggins decide di tornare in Australia. Tre mesi di allenamenti e la possibilità di passare finalmente del tempo con suo padre. È una delusione totale. Gary vive in una roulotte, gli è stata ritirata più volte la patente per guida in stato di ebbrezza. È un uomo disilluso, segnato da un incidente che gli ha distrutto la vita e la carriera e che ha cercato e trovato rifugio nell’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Nessuna possibilità di recuperare un rapporto ormai compromesso. I due non si rivedranno mai più. Wiggins senior termina i suoi giorni in un vicolo di Aberdeen, New South Wales, colpito alla testa durante una lite. È il gennaio 2008. Bradley Wiggins non partecipa ai funerali di suo padre, ma nella roulotte vengono ritrovati ritagli di articoli e fotografie che documentano la sua carriera. Un abbraccio postumo, ma certamente sincero. La morte però non cancella il passato. Bradley sarà per sempre segnato dall’abbandono in tenera età. Anche e soprattutto per questo è ben attento a non ripetere gli errori paterni.

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Pechino 2008, Londra 2012, il record dell’ora, altri ori, altri trionfi, ma un solo comune denominatore. La famiglia. Catherine, Ben e Isabella sono sempre lì, accanto a lui. Cambiano i tagli di capelli, passano gli anni, ma non i sorrisi. E quando il parquet della pista lascia il posto all’asfalto o al pavé, il discorso è sempre lo stesso. Il 2012 è l’anno di grazia. Delfinato, Parigi-Nizza, Romandia. Preparazione perfetta per il Tour. Lo ripete da sempre Bradley, un giorno vincerò un oro olimpico, indosserò la maglia gialla. Con le medaglie vinte può già replicare i cinque cerchi, ma la parata sugli Champs-Élysées è tutta un’altra storia. Due tappe vinte, ovviamente entrambe le cronometro, ma anche tanta gamba sulle Alpi e sui Pirenei. È un Wiggins totalmente in controllo, capace di tenere testa ai migliori scalatori del mondo. L’obiettivo è a portata di mano, la penultima tappa, la seconda crono, lo certifica. E quando il traguardo finale è tagliato, quando, già leggenda del ciclismo su pista, entra di diritto nella storia delle due ruote su strada, c’è un ultimo sogno da realizzare. Il giro d’onore è con la Union Jack al collo e con accanto Ben, un po’ fuori tema con camicia e pantaloni lunghi, ma evidentemente a suo agio su di una bici.

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La storia agonistica di Wiggo termina nel 2016, con l’ennesimo oro olimpico a Rio de Janeiro. In mezzo una fama stratosferica, stavolta molto ben gestita. Apparizioni TV, sorprese graditissime come suonare la chitarra assieme al suo idolo Paul Weller, addirittura una linea di abbigliamento personalizzata, in collaborazione con uno dei marchi simbolo della cultura Mod. Ma anche tanto impegno sociale, con la nascita della Fondazione Wiggins, sportivo, con l’impegno a tenere alto l’interesse per il ciclismo nel Regno Unito e letterario, con ben quattro libri all’attivo. Eppure, nonostante una carriera eccezionale, probabilmente unica, il premio che sta più a cuore a Bradley è il sorriso dei suoi cari. Del resto mamma Linda insegna. Certo, la maglia gialla è importante, ma nel cuore di una madre la vera medaglia è vedere il proprio figlio felice e sereno, libero dai propri demoni. Una vita complicata quella del ragazzo di Ghent, sempre sospesa tra la gloria e l’inferno, passata a scappare da fantasmi che ogni tanto hanno avuto la meglio. Ma ad ogni caduta, reale o metaforica, è sempre seguita una rinascita. Un percorso, metro dopo metro, pedalata dopo pedalata, che ha portato Bradley Wiggins alla grandezza eterna e alla soddisfazione di potersi guardare allo specchio e vedere il ciclista e l’uomo che ha sempre desiderato essere. Il traguardo è arrivato, Wiggo può scendere dal sellino e appendere la bici al chiodo. Finalmente non gli servirà più. La fuga, quella più importante, è riuscita.

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