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Boxe: Fury alle corde, titolo mondiale addio e licenza a rischio

Massimiliano Guerra

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La carriera di Tyson Fury è ormai ad un bivio.Il pugile britannico ha 10 giorni di tempo per convincere la WBO di non privarlo del suo titolo mondiale dei pesi massimi. La situazione ormai è ben nota: Fury si ritirò dalla rivincita di ottobre con ucraino Wladimir Klitschko a causa di problemi di natura psicologia. In poche parole Fury è in depressione.  Inoltre il 28enne pugile ha anche rivelato che ha assunto cocaina proprio per contribuire ad affrontare la depressione. Il presidente della WBO Luis Batista-Salas ha dichiarato che Fury potrebbe perdere la sua cintura a causa di “inattività, violazione del contratto e doping”, sottolineando anche di essere estremamente preoccupato per la  “salute, il benessere, la felicità e le prospettive di un recupero pieno e completo dell’uomo oltre che del pugile”.  Di parere contrapposto il presidente WBA Gilberto Mendoza, che ha detto alla BBC che “Fury merita una chance per superare questa difficile situazione”, non scartando ,tuttavia, l’ipotesi che Fury possa perdere il suo titolo. “In definitiva però Fury ha assunto la una sostanza proibita che è contro le regole e non possiano non tenerne conto”. Martedì comunque il British Boxing Board of Control si riunirà per pronunciarsi sul caso Fury e sulla possibilità di togliergli la licenza per salire sul ring.

INATTIVO- C’è da dire che Fury non ha combattuto da quando ha sconfitto Klitschko lo scorso novembre e ha rimandato la rivincita nel mese di giugno a causa di un presunto infortunio alla caviglia. Dopo l’ultima cancellazione del match, Fury twittò addirittura di volersi ritirare, salvo poi ritrattare grazie anche all’intervento dello Zio, Peter: “Tyson è stato portato alla disperazione dai suoi problemi di salute di natura psicologica. Io però credo fortemente che possa tornare sul ring”. Fury potrebbe comunque salvare la sua licenza da pugile, nel caso venisse deciso che gli altri contendenti possano sfidarsi per la sua corona nel mentre che lui sia in grado di combattere. Quando poi si sentirà pronto potrà sfidare il nuovo detentore per provare a riprendersi il titolo. Una opzione che lo stesso zio caldeggia: “I titoli non devono rimanere bloccati. Mentre Tyson sarà fuori, è giusto che si combatta per il suo titolo” . Nel frattempo, quindi, il collega britannico e campione IBF Anthony Joshua potrebbe ora combattere contro Klitschko e giocarsi il titolo mondiale. Per Fury ora comincia la sua battaglia contro la dipendenza da cocaina: “Penso sia giusto e onesto per il bene della boxe che i titoli rimangano attivi e sia data l’opportunità ad altri contendenti di battersi per le corone vacanti che io ho orgogliosamente conquistato contro l’indiscusso campione mondiale dei pesi massimi Wladimir Klitschko, a lungo dominatore della categoria. Ho vinto i titoli sul ring e credevo che avrei dovuto perderli sul ring. Ma non sono in condizione di difenderli e così ho preso la decisione di rendere ufficialmente vacanti i miei titoli mondiali. Ora sarò impegnato in un’altra durissima sfida della mia vita. Spero che, come ho fatto contro Klitschko, riesca a uscirne vincitore”.

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Pugilato

Esteban de Jesus, l’ultimo abbraccio dal suo peggior “nemico”

Marco Nicolini

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Il 12 Maggio 1989 moriva Esteban de Jesus, sconfitto tragicamente dall’AIDS. Indimenticabili le sue sfide con Duran, il suo rivale di sempre e l’ultimo uomo che ha visto prima di chiudere per sempre gli occhi.

Esteban De Jesus, talentuoso peso leggero portoricano, conosciuto anche col soprannome di “Vita”, concluse la propria esistenza, vinto dall’AIDS, a soli trentasette anni.

Nel 1972, diciassette anni prima, aveva sbalordito il mondo battendo con decisione unanime, al termine delle dieci riprese previste, la stella di prima grandezza nel panorama pugilistico internazionale, Roberto Duran.

Quella patita contro De Jesus sarebbe poi risultata essere l’unica sconfitta dell’imbattibile Manos de Piedra nei primi tredici anni di carriera.

I due si affrontarono in altri due incontri, andando a comporre un’epica trilogia rimasta nella storia: nel 1974 a Panama City e nel 1978, a Las Vegas.

Entrambi i match furono vinti da Roberto Duran, ma vi furono strascichi polemici per il rifiuto di combattere a Porto Rico da parte del fuoriclasse panamense.

Nel 1981, per una banale lite stradale, avvenuta subito dopo essersi iniettato una dose di cocaina, Esteban uccise un diciassettenne in circostanze mai chiarite, con una pistola che non gli apparteneva e senza testimonianze ben circostanziate; per tale delitto fu condannato a passare i suoi restanti anni di vita nel carcere di Rio Pedras.

Profondamente pentito per il proprio gesto di cui pur non ricordava nulla, che sicuramente era stato di dubbia intenzionalità e le cui dinamiche avevano un’infinità di punti oscuri, si trasformò in un detenuto modello.

Saputo della morte del fratello, con cui aveva condiviso siringhe di eroina in gioventù, fece il test per l’HIV, scoprendo di essere già in uno stato avanzato della malattia.

Ormai giunto allo stadio terminale, nell’ottobre del 1989 ricevette la grazia dal governatore di Porto Rico, potendo così attendere la morte nel proprio letto.

Tra i tanti amici che gli gravitavano attorno nei tempi in cui era stato un celebrato campione, tra i molti avversari, tecnici e compagni di allenamento, l’unico a fargli visita fu il suo acerrimo nemico sul quadrato, Roberto Duran.

In quei tempi, il virus HIV era misconosciuto e terrorizzava le persone; eppure, in un gesto di grande compassione, Roberto Duran Samaniego, giunto al capezzale di De Jesus accompagnato dal figlioletto, abbracciò l’uomo che tanto rispetto si era meritato sul ring.

Nella squallida e triste stanzina, in cui tutti sapevano che la morte non avrebbe tardato a calpestare l’uscio, si trovava pure il vecchio José Torres, argento alle olimpiadi di Melbourne ‘56 nei medi junior, che immortalò il momento con questa fotografia passata alla storia.

Esteban morì quattro settimane più tardi, stringendo un crocifisso sul petto.

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Pugilato

Nino Benvenuti, il pugile istriano che incantò Ali

Marco Nicolini

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Per gli 80 anni compiuti oggi, vi raccontiamo la storia di Nino Benvenuti, il pugile istriano campione del Mondo e medaglia d’oro olimpica ai Giochi di Roma del 1960.

Nel 1954 si chiudeva il cerchio di sofferenza di chi era divenuto ospite, sempre più precario, in casa propria: l’esodo istriano fu una delle tante pagine tragiche originate dall’ottusità e dalla follia che fecero da combustibile al secondo conflitto mondiale.

Costretto a fuggire con i propri averi in un sacco, con al fianco i genitori e i fratelli a completare il triste quadro, un giovanissimo e promettente pugile d’Isola d’Istria di nome Giovanni  lasciava la bella casa di famiglia per un incerto futuro che partiva da un fangoso campo di raccolta per profughi.

Nino, com’era chiamato, conosceva bene la strada fino a Trieste. La faceva da anni, in bicicletta, per andarsi ad allenare; cinquanta chilometri al giorno per migliorarsi, per sfruttare quell’immenso talento che gli permetteva di dominare la scena pugilistica giovanile delle terre dalmate e giuliane.

Dall’Accademia Pugilistica Triestina, quindi, egli riprese la difficile strada, tutta in salita, del deportato.

Il suo record d’incontri, immacolato sin dall’esordio, si macchiò in Turchia nel 1956, a fronte di un verdetto molto contestato; in quello stesso anno dovette sopportare l’esclusione dai giochi di Melbourne e, soprattutto, la morte della madre, la cui improvvisa dipartita rischiò di fiaccarne il grande spirito combattivo.

Al contrario, incassati i duri colpi di quell’anno infausto, Giovanni “Nino” Benvenuti inanellò una nuova, infinita serie positiva che gli permise di partecipare alla splendida olimpiade romana del 1960, una delle più belle e ricche edizioni di tutti i tempi.

Benvenuti, esule istriano ventiduenne, scese di categoria per stare nei welter e dominò la competizione davanti ai propri connazionali, aggiudicandosi uno splendido oro che gli valse, inoltre, il riconoscimento come miglior pugile della kermesse, ulteriore gratificazione data la concorrenza, nei mediomassimi, di un certo Cassius Clay, il futuro Muhammad Ali.

Entrato dalla porta principale nel professionismo, continuò la progressione vincente di una carriera che già si era dipanata nel massimo fulgore tra i dilettanti, conquistando il titolo italiano dei pesi medi e, soprattutto, tornando nei superwelter per strappare e difendere il titolo mondiale in due epici incontri, entrambi del 1965, con Sandro Mazzinghi, altro grandissimo pugile italiano.

Conseguito, l’anno successivo, il titolo EBU dei medi, vinto in Germania sul detentore Jupp Elze, il quale tre anni più tardi avrebbe tristemente trovato la morte sotto i colpi di Juan Carlos Duran, Benvenuti volò in Corea del Sud per mettere in palio il proprio titolo mondiale dei superwelter.

In un ambiente infuocato, davanti al presidente coreano, il pugile di casa Ki-Soo Kim diede battaglia per gran parte dell’incontro, finendo per trovarsi in difficoltà con l’avanzare delle riprese quando, con la grande stanchezza, la superiore classe di Benvenuti cominciò a palesare il segno del divario tra lui e l’asiatico.

Nel momento di massimo forcing del pugile italiano, durante il tredicesimo round, una forte esplosione squassò l’aria e zittì il pubblico, fermando l’azione del nostro campione: le molle angolari che reggevano le corde si erano violentemente schiantate, lasciando il ring senza perimetro e costringendo l’arbitro a fermare il match.

I dieci minuti d’interruzione furono l’insperata salvezza per il coreano, che riuscì ad arrivare al termine ed ebbe un pesante aiuto da due dei tre giudici. Con una sanguinosa split decision terminava la lunghissima serie di vittorie del nostro atleta.

Gli eventi di Seoul non fermarono la rincorsa alla grandezza di Nino, che presto avrebbe incontrato l’avversario con il quale, in una trilogia di leggendari match, avrebbe fatto leva su arene infuocate, chilometri di carta stampata, sangue e sudore per entrare di diritto nella storia del pugilato.

Emile Griffith, campione dei pesi medi, si vide strappare la cintura in un Madison Square Garden entusiasta, se la riprese nel Queens in virtù di una decisione maggioritaria ed infine la restituì all’italiano dopo altre soffertissime quindici riprese, il 4 marzo del ’68. I tre incontri si erano disputati nell’arco di soli undici mesi.

Raggiunto il tetto del mondo, Nino Benvenuti difese i propri titoli per quattro volte, fino allo schianto sull’invalicabile muro argentino di nome Carlos Monzon.

Alla fine della rivincita persa con Escopeta, due settimane dopo il proprio trentatreesimo compleanno, Nino Benvenuti decise di appendere i guantoni al chiodo e chiudere una carriera immensa.

Il bell’aspetto, la personalità gioviale ed espansiva ne favorirono il lancio nel cinema ed in televisione.

Sposatosi due volte, Nino è padre di sei figli.

Da anni è una presenza fissa a bordo ring nei match più importanti che si svolgono in Italia eppure io, che raramente salto una riunione di richiamo e che non posso nemmeno contare le volte che l’ho visto commentare gli incontri dal vivo, non sono mai riuscito a parlargli.

Una volta, credo quattro o cinque anni fa, non ricordo se si trattasse di Padova per l’Europeo tra Boschiero e De Vitis o di una piazza romagnola per un incontro di Signani, lo incrociai all’uscita dai bagni.

Essendo egli dell’età di mio padre, avevo sino ad allora avuto la sensazione che, incontrandolo, avrei provato quel misto di tenerezza e affetto che normalmente si nutre per chi si avvii verso l’ottantina.

Mi feci rispettosamente da parte, ricevendo da lui il cordiale e franco sorriso di un uomo senza età e mi resi conto che quella dritta figura e quelle mani forti appartenevano ancora ad un pugile di tutto rispetto e non erano connotato di chi si potesse definire ‘anziano’.

Guardandolo tornare alla postazione televisiva, non mi fu difficile immaginare lo stesso ragazzo col ciuffo ribelle che lasciava silenzioso la propria terra, che correva ogni mattino alle gelide folate di bora, che affrontava con rabbia e lealtà i mille combattimenti, che costringeva l’intera nazione a svegliarsi nel cuore della notte affinché potesse sognare con le sue grandi imprese d’oltreoceano.

La prossima volta che lo incontrerò, gli chiederò di stringermi la mano, perché nella sua storia di riscatto, c’è l’alito vitale di quella religione che noi chiamiamo pugilato.

 

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La vera storia di Jack Johnson: un perdono lungo 100 anni

Francesco Gallo

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L’imperdonabile nero

«I am considering a Full Pardon!». Così ha twittato sabato 21 aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Contattato da Sylvester Stallone (che vestirà per l’ottava volta i panni di Rocky Balboa nel sequel Creed 2), Trump su Twitter ha scritto di aver ascoltato la «complessa» e «controversa» storia del pugile Jack Johnson e di voler quindi prendere «in considerazione» la possibilità di poterlo perdonare. Già dai tempi del repubblicano John McCain, molti politici americani stanno chiedendo a gran voce l’ufficiale riabilitazione della figura di Jack Johnson, il pugile vittima di pregiudizi razziali — prima di Joe Louis e Muhammad Ali — e per «aggiustare il torto» subìto dal primo campione nero dei pesi massimi. Ma né Bush, né tantomeno Obama, in maniera forse ancora più incredibile, hanno mai risposto a questo accorato appello. Ma cosa ha combinato di tanto grave Jack Johnson tanto da aver scomodato addirittura tre presidenti al fine di ricevere un postumo perdono?

Il gigante di Galveston

Nato nel 1878 a Galveston, in Texas, da una famiglia di ex schiavi affrancati, il piccolo John Arthur Johnson — che tutti però avrebbero cominciato a chiamare in maniera più familiare «Jack» — dotato di una grande robustezza fisica, sin dall’adolescenza cercava il naturale sfogo di una così prorompente fisicità in diversi sport: dalle corse in bicicletta a quelle in sella ai purosangue. Scappato da casa e rifugiatosi a Boston, trovò lavoro come inserviente nelle stalle dei cavalli nelle scuderie di un ippodromo dove, un giorno, scalciato brutalmente da uno di essi, si ruppe il femore sinistro. Una lunga cicatrice che dalla coscia gli arrivava al ginocchio gli sarebbe restata come ricordo per tutta la vita. Per questa ragione, abbandonata l’idea di domare puledri, decise di darsi al pugilato e si ritrovò a tu per tu con i primi avversari a bordo di un ring nei campionati di boxe per soli neri.

Jack si fece notare dal pubblico delle itineranti fiere del Massachusetts, nel corso di alcune esibizioni in cui riusciva a sbarazzarsi in pochi minuti di tutti i coraggiosi pretendenti che avevano avuto il fegato di battersi con un muscoloso colosso di un metro e novanta. Tuttavia, la segregazione razziale nel Sud e l’inaccessibile mondo del pugilato per soli bianchi, cominciarono a far emergere in lui una sorta di complesso di inferiorità del nero da cui non sarebbe mai più riuscito a guarire. Un’inibizione psicologica alienante che, c’è da capirlo, feriva nella profondità dell’animo.

Tuttavia, la sua carriera pugilistica cambiò un minuto dopo l’incontro con  Joe Choynski, soprannominato «il Terrore della California». I due in quel freddo febbraio del 1901 finirono dentro per «turbativa dell’ordine pubblico», poiché in Texas all’epoca erano ammesse le esibizioni ma non gli incontri professionistici. Ma proprio durante quel periodo di reclusione, Jack ebbe modo di imparare l’arte della boxe direttamente dal suo avversario — uno dei grandi pionieri della boxe, autentico fuoriclasse e appassionato lettore dei classici della letteratura. Benché Jack sul ring risultasse una forza della natura, era però privo dei fondamentali tecnici e per questo quando combatteva appariva spesso confuso e arruffone. Choynski fu quindi l’allenatore che lo istruì avviandolo verso la futura gloria e, dopo quattro anni, a battersi addirittura per il titolo mondiale.

Campione del mondo!

Nel frattempo Marvin Hart aveva perso il trono di campione contro il franco-canadese Tommy Burns, il cui vero nome era Noah Brusso. Burns era considerato un abile picchiatore, e spesso vinceva i suoi incontri ancor prima che suonasse la campana del terzo round. Ciò nonostante, Jack Johnson era convinto di poterlo battere e per questo lanciò pubblicamente più sfide per contendergli il titolo. Dopo una serie di rifiuti, finalmente, il 26 dicembre del 1908, in Australia, Jack poté affrontare Tommy Burns.

Era la prima volta che un campionato del mondo dei pesi massimi si sarebbe disputato in Australia — gli Stati Uniti non avrebbero mai ospitato un match valido per il titolo con un “negro” a contenderselo — e l’incontro si sarebbe disputato in una grande arena capace di ospitare più di quindicimila persone, fatta costruire appositamente per l’occasione dal promoter di origini scozzesi Hugh D. McIntosh. D’altronde l’iniziativa nella famiglia McIntosh non era mai mancata. Il nonno, circa cento anni prima, in uno dei suoi terreni agricoli, aveva scoperto una nuova qualità di mela molto succosa e dal colore rosso. Decise così di dare il suo nome a quel particolare frutto, ma in quel momento non poteva immaginare che duecento anni dopo il suo nome e la sua mela (morsicata) avrebbero fatto bella mostra sui portatili e sugli smartphone di milioni di persone in tutto il mondo.

L’incontro ebbe un inizio impetuoso e Jack Johnson prese subito possesso dell’intero ring. Non solo era fisicamente superiore all’avversario, ma dal secondo round in poi cominciò a sovrastarlo anche psicologicamente provocandolo con frasi del tipo: «Che cosa ti fa paura, Tommy?» oppure «sei già stanco, campione?». E mantenne un sorrisetto beffardo per quasi tutto la durata del match, frastornando l’impreparato Burns.

Il campione canadese stava cedendo, ora, anche fisicamente e toccò varie volte il tappeto con la schiena. Il pubblico era in visibilio e oramai incontenibile, così la polizia decise di intervenire al quattordicesimo round dopo che Burns era ruzzolato ancora una volta a terra gambe all’aria. L’arbitro non poté far altro che alzare il braccio di Jack dichiarandolo campione del mondo dei pesi massimi.

La speranza bianca

Cominciò così la grande epoca di Jack Johnson. Ma quando in America arrivò la notizia che Johnson aveva stravinto, l’unica parola che riecheggiò sui giornali fu: «inaccettabile». Un quotidiano di San Francisco titolò: «La vittoria del negro è peggio del terremoto di due anni fa!». Un nero non poteva essere il campione del mondo dei massimi e rappresentare, di conseguenza, tutti gli Stati Uniti. La pensava così anche Jack London, uno dei più famosi scrittori dell’epoca che, di tanto in tanto, amava assistere agli incontri di boxe per poi scrivere sui giornali appassionanti resoconti. Su un articolo per il New York Herald scrisse testualmente: «Bisogna togliere il sorriso dalla faccia di quel negro. L’uomo bianco deve essere salvato».

Ma Jack, al massimo della forma, era davvero un campione senza sfidanti davvero in grado di tenergli testa. Inoltre, la sua pittoresca carriera fu contraddistinta non solo da schiaccianti vittorie ma anche da alcuni insistenti e ostentati atteggiamenti eccentrici in grado di far infuriare i «poor whites», i bianchi benpensanti e conservatori. Jack Johnson si proclamava a gran voce il più forte di tutti, mantenne sempre un atteggiamento provocatorio, indossava pelli di animali, grossi cappelli a cilindro e, da grande appassionato di automobili e dell’alta velocità (sarebbe morto più tardi in un incidente stradale), lo si vedeva spesso sfrecciare in maniera sprezzante sulle highway del Texas con la sua nuova Ford. Una volta venne fermato dalla polizia. Gli agenti, non appena videro che alla guida c’era Jack Johnson, tentarono di approfittarne per avvalersi di una postuma rivalsa, e gli affibbiarono una contravvenzione di cinquanta dollari. Il campione, però, dopo aver firmato il verbale, esibì una banconota da cento e aggiunse: «Agente, fra cinque ore torno indietro e forse andrò ancora più veloce di così, perché perdere tempo dopo?».

La vittoria di Johnson per il mondo dei bianchi stava diventando sempre più una vera e propria iattura. E il diffuso motto categorico in quei giorni divenne: «bisogna farla finita». Sì, ma come? Dopo alcune proposte della stampa sportiva, il nome più caldeggiato che rimbalzava un po’ ovunque fu quello dell’ex campione James J. Jeffries. «The Boilermaker» dopo una breve carriera si era ritirato a vita privata, e nel 1905 aveva lasciato ad altri il titolo conquistato sei anni prima. La sua rentrée era invocata a gran voce dall’intera America bianca, umiliata «da quell’imbecille di negro». Alcuni americani credevano in lui — la speranza bianca — più di quanto egli credesse in se stesso. In ogni caso, alla fine, il richiamo del ring fece presa su Jim che accettò finalmente di battersi con Jack Johnson con l’obiettivo di dimostrare «che un uomo bianco è superiore a un uomo nero».


Il match del secolo

La scelta della sede dell’incontro cadde su Reno, una cittadina nel deserto del Nevada di trentacinquemila abitanti, dove c’era stato bisogno di costruire in tutta fretta un’arena capace di contenere oltre ventimila spettatori: si trattava pur sempre del match del secolo. La polizia, allora, temendo il peggio, per la prima volta nella storia della boxe, obbligò gli spettatori a deporre pistole e fucili nel guardaroba. L’atmosfera era elettrica e oltretutto il pubblico accolse il campione nero con il famoso canto popolare: «All coons look alike to me», tutti i procioni sembrano uguali. Una canzone piena di stereotipi sugli afroamericani, dove «procione», coon, era considerato all’epoca uno dei peggiori epiteti che un bianco potesse riservare a un nero. Il ritornello fu accolto da un fragoroso applauso da parte del pubblico che pregustava la carneficina.

Ma il match, però, fu per Jeffries un’esecuzione. Al terzo round, stava sanguinando già abbondantemente e Johnson lo incalzava come aveva fatto due anni prima con Burns: «È già stanco, signor Jeffries? Ma se non abbiamo ancora cominciato». A quel punto, un colpo di pistola risuonò nello stadio. Uno spettatore, che era riuscito a conservare la sua arma, aveva sparato a Johnson, ma la pallottola era andata a vuoto perché un altro spettatore aveva fatto in tempo ad alzare la canna della pistola. Anziché innervosirsi, Johnson si fece sempre più preciso, ironico e astioso a tal punto che Jeffries, con il labbro spaccato, provò a urlargli: «ti ucciderò!». Molti spettatori, quelli più vicini al ring, tra cui Jack London, si accorsero che Johnson si stava divertendo a tirare il match per le lunghe. Colpiva e scherniva l’avversario. In qualche momento dell’incontro, addirittura, addizionò una sorta di commento: «ed ecco che arriva un destro, guarda!» e poi bang, un montante sull’occhio ormai completamente tumefatto di Jeffries.

Poi decise di concludere l’incontro spedendo l’avversario fuori dal ring attraverso le corde. In quel frangente, Jeffries, avrebbe pronunciato le ultime parole di resa: «Jack, non colpire più». Era la fine. All’arbitro non rimase altro che proclamare la vittoria del campione in carica.

L’America bianca da quell’incontro ne uscì irrimediabilmente umiliata. Ma soprattutto spaventata a morte: Johnson privò i bianchi del loro senso di immortalità, della loro certezza di vivere in un posto privilegiato nel mondo. Sostenere, però, che la vittoria di Johnson rappresentava la vittoria del popolo nero sarebbe eccessivo, sebbene un certo naturale orgoglio, o comunque un seme di speranza di poter un giorno porsi allo stesso livello sociale dei bianchi, cominciò gradualmente a lievitare nelle coscienze di molti afroamericani. Stanchi di essere continuamente vessati e finalmente liberi di godere di questa grande vittoria, per le strade di molte città qualcuno di loro cominciò a cantare: «The white man pulled the trigger, but the world champions still a nigger», «l’uomo bianco ha premuto il grilletto, ma il campione del mondo è comunque un nero». In oltre cinquanta città, però, la musica aveva lasciato il posto alla violenza e gli agenti di polizia dovettero interrompere decine di tentativi di linciaggio. Durante i disordini, le cronache dell’epoca registrarono comunque la morte di ventitré afroamericani e un centinaio di feriti.

La legge Mann

Ciò nonostante, sentendosi oramai intoccabile, «il gigante di Galveston» continuò a incattivire l’America bianca con le sue rodomontate. Acquistata una grande villa in un quartiere residenziale, se ne andava in giro per quelle eleganti strade, atteggiandosi con la nuova Ford Modello T. Ma ciò che più di tutto i bianchi non riuscirono mai a perdonare a Johnson fu quando infranse l’ultimo tabù sposando una donna bianca: Etta Terry Duryea. La loro relazione fu alquanto burrascosa. Lei non poteva mettere piede in un bar senza che qualcuno la etichettasse con i peggiori soprannomi possibili, e così, un giorno, non essendo più capace di reggere alle pressioni feroci che quasi quotidianamente doveva sopportare, si suicidò. Johnson non si fece fermare nemmeno da questo tragico evento, e tempo dopo divenne anche l’amante di Lupe Velez, diva messicana del cinema muto, che tra i suoi amanti poté vantare anche Gary Cooper e Johnny Weissmuller, con cui convolò a nozze.  Morta anche lei suicida (ma per cause non imputabili al pugile), a Jack non rimase che accompagnarsi alle più famose cantanti di cabaret dell’epoca, per continuare a ridicolizzare indirettamente la sessualità e la forza dell’uomo bianco.

A quel punto l’America bianca decise che Johnson doveva sparire. Per farlo, questa volta, non si cercò un pugile in grado di poterlo battere, ma una nuova norma legislativa. E la si trovò. La legge Mann del 1910 proibiva il trasporto di una donna per motivi «di libidine» da uno Stato all’altro. In questo modo, Jack venne accusato e processato per aver fornito un biglietto ferroviario a una delle sue tante donne per farla spostare da una città all’altra.

Era la sua fine civile. Quella pugilistica, invece, arrivò il 5 aprile 1915 quando Jack Johnson su un ring cubano si ritrovò ad incrociare i guantoni con Jesse Willard, un colosso di due metri che pesava più di cento chili. Jack fu presto sopraffatto dalla fatica e i suoi colpi si fecero sempre più lenti. Al ventiseiesimo round accadde, dunque, l’irreparabile: cadde nuovamente a terra e non si rialzò. Jesse Willard venne così proclamato il nuovo campione del mondo e per vedere nuovamente un nero indossare quella cintura ci sarebbe voluto il 1937 e un certo Joe Louis.     

Tributo a Jack Johnson

Johnson, ridotto in miseria, abbandonò la boxe dalla scala di servizio alla veneranda età di quarantotto anni. Morì il 10 giugno 1946 in un incidente stradale. Quel giorno, una volta di troppo, aveva corso troppo veloce. A distanza di oltre un secolo dalla sua vittoria, nessuno può negare il rilevante impatto che ha avuto nella storia degli Stati Uniti. Talmente grande che, come abbiamo visto, ancora oggi è sulla bocca dell’attuale presidente degli Stati Uniti.

Ma come spesso accade, dove non arriva la politica supplisce l’arte. Dalla poesia al cinema, passando per la musica, gli elogi a Jack Johnson nel corso dei decenni sono stati numerosi. Vale la pena ricordare il film parzialmente ispirato alla sua vita dal titolo Per salire più in basso (The Great White Hope, Martin Ritt, 1970), nonché i pregevoli soffi di Miles Davis contenuti nell’album del 1971 A Tribute to Jack Johnson. Proprio questo disco ha recentemente accompagnato, come colonna sonora, il bel documentario di Ken Burns Unforgivable Blackness: The Rise and Fall of Jack Johnson.

Basato sull’omonimo libro del 2004 di Geoffrey C. Ward, il documentario si conclude con queste profetiche parole: «Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei pesi massimi. Sono nero. Non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. In ogni caso io sono nero. E non permetterò mai che lo dimentichino!».

Francesco Gallo

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