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Storie dell'altro mondo

Boxe e arte: il dadaismo di Omar Hassan

Federico Corona

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Pugni, violenti e precisi. Tecnici. Raffiche di montanti, diretti e jab, che si schiantano su tela carichi di vernice colorata. Il risultato è un’opera d’arte fatta di decine e decine di cerchi colorati, impronte di guantoni che colano fino ai piedi della tela come sudore che fluisce sul volto di un pugile sul ring. Si chiama “breaking through” la forma d’arte che Omar Hassan, 28enne milanese dalle mani di piombo e il sorriso lucente ha ideato dopo una vita nel segno del pugilato e della pittura. “Breaking through”, letteralmente: “rompere attraverso”, eppure i suoi pugni più che demolire, creano: “è una metafora: abbattere le barriere artistiche attraverso la boxe”, spiega Omar.

Nato da madre italiana e cristiana e padre egiziano e musulmano, che hanno generato in lui una dicotomia esistenziale e artistica, e che non finirà mai di ringraziare perché “grazie a loro ho una visione più ampia delle cose, che si riflette anche nella mia arte”, Omar ha cominciato imbrattando muri e treni in corsa con tag e murales accompagnando amici writers della zona est di Milano, dove è cresciuto e si è formato più come uomo che come artista, perché “quell’adrenalina che spingeva i miei amici a dipingere non mi coinvolgeva, non faceva per me”.

Quei fuggevoli spruzzi di bomboletta non erano abbastanza, Omar voleva di più. E la vocazione artistica che sentiva dentro scalciava sempre più forte, ma non voleva venire fuori in maniera clandestina, voleva essere cullata e cresciuta con amore e dedizione. Poi la morte di Marco, fratello di quartiere travolto da uno dei tanti treni che dipingeva, ultima fermata di una vita all’insegna del rischio. Un diretto al cuore che manda Omar al tappeto. Ma quel dolore così inaspettato e lacerante si trasforma in spinta decisiva per partorire la sua arte: “sentivo che gli dovevo qualcosa, gli ero riconoscente”.

Decide di iscriversi all’Accademia delle Belle arti di Brera, ed è qui, studiando Manzoni, Pollock e Fontana, che avverte la necessità di cercare un gesto pittorico che lo raccontasse. Lo trova nel “pallino che cola”, lo spruzzo primordiale, quello che ogni street artist è obbligato a fare prima di iniziare un lavoro con la bomboletta e che diventa il suo tratto distintivo: “uso i pallini perché sono la prima lettera dell’alfabeto della cultura street”. Migliaia e migliaia di pallini colorati che Omar realizza ovunque, partendo da muri e passando per calchi in gesso raffiguranti vittorie alate e veneri mutile, scarti di discarica e objects trouvés, fino a riportarli su tela, come una vero dadaista che sovverte ogni codice artistico e culturale.

Ma parallelamente all’arte c’era anche la boxe, eccome se c’era la boxe. A 16 anni Omar è un vero e proprio portento del pugilato e, proprio come con l’arte, con la boxe ha un approccio intimo, cogliendone immediatamente il lato filosofico: “l’arte è la perfetta metafora della vita: combattere, da solo, per rimanere in piedi”. Potente come un tuono e veloce come una farfalla, sul ring stende chiunque. A prenderlo sotto i suoi insegnamenti è il grande maestro Ottavio Tazzi, per tutti “il nonno”, che dopo aver allenato otto campioni del mondo tra i quali Rocky Mattioli e Giacobbe Fragomeni, si trova tra le mani questo ragazzino prodigio, accorgendosi subito che in lui c’è qualcosa di speciale. Ad attenderlo c’erano già Clemente Russo e i guantoni della nazionale, ma i sogni di gloria di Omar durano il tempo di qualche visita agonistica, quelle che alla voce “diabete” impongono senza riserva lo stop obbligato dall’attività. La sua carriera si chiude dopo 18 incontri amichevoli, dai quali solo una volta è uscito sconfitto.

Dalla legge della medicina sportiva non si può difendere, contro l’eccessivo glucosio il suo spirito guerriero non può nulla. Ancora oggi, le parole di Tazzi gli rimbombano nella testa: “La boxe ti riesce come camminare, ma non la puoi fare. Metti le tue qualità a disposizione degli altri”.

Così Omar inizia a insegnare e fare da sparring partner a giovani pugili che ancora possono coltivare quel sogno che lui ha dovuto abbandonare, mettendoli sempre a disagio perché puntualmente meno bravi di lui. Il dolore, nel frattempo, diventa arte. Ancora una volta. Quei pallini che aveva cominciato a sviluppare diventano il riverbero della sua malattia: “dipingevo 5 pallini al giorno, equivalenti alle mie insuline”.

Il tempo passa, e per Tazzi, ormai vecchio e stanco, suona l’ultima campanella. Lì, sul letto di morte, nonostante l’eredità e gli insegnamenti di boxe e di vita che per 70 anni ha dispensato a tanti pugili e uomini, a tenergli la mano fino alla fine c’è Omar, quel ragazzo che più di tutti, forse, il “nonno” avrebbe voluto vedere con una medaglia d’oro al collo. Per Omar è un altro addio difficile, ma anche un nuovo momento di svolta. L’ultimo respiro di Tazzi è il lascito che lo convince a declinare la boxe all’arte, e intrecciare così i due fili della sua vita.

È il 2009, e Omar comincia a sviluppare la sua idea del “breaking through”, con qualche indugio. La paura del giudizio di chi non avrebbe compreso e apprezzato la fusione di questi due mondi, e l’intenzione di portare un concetto, quello dello sport, nell’arte, lo spaventa. Non che questo fosse un binomio inesplorato, da “Le boxeur” dipinto da Alberto Savinio negli anni Venti a Guttuso e i suoi cicli pittorici sulle varie discipline sportive, sono tanti i riferimenti dell’arte allo sport. Ma nel caso di Omar la questione è diversa: lo sport, invece che essere rappresentato nell’arte, diventa mezzo per generare arte. Un vero e proprio “mariage des muscles et d’ésprit”, per dirla con Pierre De Coubertin. Gli chiedo di associare un pugile a un artista e sta al gioco: “Muhammad Ali e Amedeo Modigliani, per la loro sana sfrontatezza. Anche Tyson e Lynch è un accostamento suggestivo”, come a volere dire che un ponte fra le due cose c’è, e non è nemmeno troppo immaginario.

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Passeranno sei anni prima che riesca a spogliarsi del tutto di quella paura: è il 2015, e Omar espone per la prima volta in pubblico la sua arte visionaria, frutto della sua esperienza di vita, in una mostra alla galleria di arte moderna Contini Art Uk di Londra, tra lo stupore del curatore e di tutti i presenti che assistono dal vivo alla creazione del suo “breaking through”.

Dopo quell’evento, Omar ha esposto le sue opere a Miami, Singapore, Londra, Tokyo, e oggi i suoi pugni colorati sono richiesti in ogni angolo del mondo. Ad aprile si esibirà in una performance al Pirellone di Milano, dove tra gli invitati pare ci sia Salvini: “spero di no, non vorrei che mi scappasse un pugno”.

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12 Commenti

12 Comments

  1. andrea

    gennaio 29, 2016 at 12:41 pm

    Articolo bellissimo e rubrica interessantissima.
    complimenti

  2. Francesco

    gennaio 29, 2016 at 11:38 pm

    Che storia!
    Amo lo sport, la cultura e l’essere umano. Spero proprio che questa rubrica possa avere lunga vita.
    Gran bella idea!
    Non vedo l’ora di leggere il prossimo racconto.

  3. giovanni

    gennaio 30, 2016 at 7:50 am

    Bella storia, raccontata con calore e passione dalla penna magica di Federico Corona

  4. Federica

    gennaio 30, 2016 at 2:05 pm

    Contenuti raccontati con grande espressivita’. E’ un binomio che merita, quello dell’arte e dello sport, e raccontandolo cosi e’ stato meritatamente esaltato.

  5. Riccardo

    gennaio 30, 2016 at 5:51 pm

    Salvini invitato numero uno

  6. elzevier

    febbraio 1, 2016 at 4:35 pm

    Federico Corona è una piacevole rivelazione in punta di penna. Complimenti

  7. c.a.

    febbraio 3, 2016 at 6:42 pm

    veramente bello, di in’intensità emotiva notevole. Grande Federico.

  8. Marco

    febbraio 3, 2016 at 7:54 pm

    Coinvolgimento emotivo molto intenso ed articolo scritto con gusto e stile inconfondibile . Bravo Federico . Marco

  9. Luana

    febbraio 7, 2016 at 9:49 am

    Grande amico e grande artista! Un bellissimo articolo che rispecchia la tua personalità e l amore che hai verso il prossimo. Sei un grande Omar ??

  10. Alessio

    febbraio 7, 2016 at 2:58 pm

    Notevole Omar. Non si può che augurarti ogni bene.

  11. Marco

    febbraio 7, 2016 at 3:46 pm

    Grande Mido!

  12. Silvia

    febbraio 10, 2016 at 12:35 pm

    Una grande persona, un grande artista, con tutta la vita davanti per continuare ad esprimersi e a mostrarci le sue opere piene della sua personalità e del suo amore per le persone e per l’arte.
    S.

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Basket

Il cuore grande di Marc Gasol

Lorenzo Martini

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Questa è l’immagine che da ieri sta facendo il giro del mondo. Una donna, stremata e incredula, salvata da una nave di Open Arms a 80 miglia dalle coste libiche. Il suo nome è Josephine e la sua è una storia tragica: partita dal Camerun, dopo un lungo periodo in Libia stava per esaudire il suo sogno di raggiungere l’Europa. Un sogno però infrantosi sul suo gommone, rivoltatosi a causa del mare mosso. Lei, inspiegabilmente ignorata dalla guardia costiera libica, è rimasta in balia del Mediterraneo per ore e ore, aggrappata ad un pezzo di legno e alla speranza di non dover morire. Una speranza che, alla fine, non è stata tradita.

Una foto che tocca nel profondo. E tra i milioni di pensieri che possono venire in mente guardando una scena simile, dovrebbe far riflettere che al fianco di Josephine c’è un uomo che guadagna 20 milioni di dollari l’anno. Guardatelo attentamente: è proprio lui, Marc Gasol. Il centro spagnolo dei Memphis Grizzlies, superstar NBA che non solo ha vinto di tutto con la sua Spagna, ma da anni si conferma come uno dei lunghi più forti nel basket oltreoceano.

Cosa ci fa un personaggio di questo spessore su una nave delle ONG, su una nave di volontari? Ebbene, fa il volontario. A raccontarlo è stato lo stesso Marc, in un’intervista a El Pais: “Nel 2015 ho incontrato Óscar Camps di Open Arms e sono rimasto impressionato dalla sua convinzione, dal modo in cui ha messo a disposizione di questa causa tutte le sue risorse finanziare, logistiche e personali per aiutare queste persone. Ammiro questo tipo di persone, che fanno qualcosa, che non aspettano che gli altri lo facciano”.

Da allora il più piccolo dei Gasol ha iniziato a collaborare con Open Arms, trascorrendo parte delle sue vacanze estive a sostenerne la causa. Un gesto bellissimo, che si va a aggiungere a quanto lui e il fratello Pau fanno con la Gasol Foundation, un’associazione no-profit il cui scopo consiste nel sostenere famiglie americane in difficoltà economiche, con programmi alimentari e attività fisiche salutari.

A El Pais Marc ha spiegato cosa lo ha spinto a supportare Open Arms: Ho due figli e voglio essere da esempio per loro. Posso immaginare la situazione di un padre che deve affrontare viaggi come questi in cui si rischia tutto per raggiungere un paese dove poter vivere in pace e con dignità. Penso che se fossi al suo posto vorrei che qualcuno mi aiutasse mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi soldi, dandomi una mano. Penso che dovremmo tutti contribuire in qualche modo. È molto diverso sentire o leggere che un tot persone sono morte in mare. Molto diverso è vederle, vedere una persona morta e capire che quella persona era il centro del mondo nella vita di qualcuno.

Del resto, nel salvataggio di Josephine, Marc ha anche assistito al ritrovamento di due corpi privi di vita, una donna e un bambino adagiati su un pezzo di legno. Ed è per questo che oltre alla gioia per aver salvato una vita c’è tanta amarezza, manifestata con un tweet fin troppo esplicito:Frustrazione, rabbia, impotenza. È incredibile come così tante persone vulnerabili vengano abbandonate alle loro morti in mare. Profonda ammirazione per quelli che stavolta chiamo i miei compagni di squadra”.

Evitando di entrare nel merito della questione e dei relativi risvolti politici, non si può che applaudire al gesto di Marc. Una star internazionale, un atleta famosissimo, ma anche una persona umile, concretamente vicina ai problemi umanitari dei nostri tempi. Un campione sul campo, che in quest’occasione ha dimostrato il suo valore anche nella vita. Un modello, un esempio, da cui non ci resta che imparare.

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Altri Sport

L’indipendenza basca e il ciclismo: Iban Mayo e la macchia arancione

Lorenzo Siggillino

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Compie oggi 41 anni Iban Mayo, il ciclista basco che durante il Tour de France 2003 con la vittoria sull’Alpe D’Huez divenne simbolo identitario di un popolo che ha sempre lottato per l’indipendenza.

L’indipendenza basca è un capitolo della geopolitica che ha legami con l’origine sconosciuta di una lingua misteriosa. Si lega alla cultura della sinistra estrema, al genere musicale del Rock Radical Vasco, al terrorismo dell’Euskadi Ta Askatasuna, al secolo ETA. È una storia scritta anche nello sport, basta ricordare l’Athletic Club Bilbao. L’indipendenza basca ha toccato anche il ciclismo, grazie alla favola Euskaltel Euskadi (la squadra arancione formata solo da baschi, finanziata dal governo regionale, schierata a favore dell’indipendenza da Madrid). Proprio l’Euskaltel trasformò un meraviglioso scalatore in un leader popolare, un capotribù, il simbolo di un orgoglio: era un ragazzo di Igorre, Iban Mayo Diez.

Il momento in cui Iban Mayo entra nel cuore della sua gente è chiaro a tutti: 13 luglio 2003. Pensare solo a tutta la fatica che aveva fatto il destino per portare Mayo lì, in quel giorno d’estate del Tour de France: è da non credere. Iban Mayo Diez, o anche Iban Mayo e basta, nasce ad Igorre (15 km da Bilbao) e si avvicina al ciclismo per pura fortuna: i dirigenti sportivi di una scuola ciclistica avevano organizzato un giro della cittadina e avrebbero regalato un panino a tutti i ragazzi che lo avessero terminato. Iban si iscrive, vince la merenda e non lascia più la bicicletta, inizia così la sua avventura costellata di tanti successi già da junior. Nel 1997 il passaggio ai professionisti era vicino, ma durante il servizio militare per la Croce Rossa basca Mayo ha un incidente d’auto nel quale si frattura entrambe le caviglie e un braccio. Sedia a rotelle per tre mesi, con molti medici che esprimevano pessimismo riguardo il suo approdo nel professionismo: “Pensa a tornare a camminare Iban, poi per pedalare c’è tempo…”. Riesce a rientrare nel 1999, imponendosi in 13 gare, con il titolo di miglior giovane spagnolo dell’anno. Arriva nei professionisti nel 2000 con l’Euskaltel, con un soprannome già stabilmente incollato addosso: in Spagna lo chiamano tutti il Gallo. Da lì una crescita continua: nel 2001 vince il Midi Libre, nel 2002 arriva quinto nella generale della Vuelta a Espana. Fino ad arrivare al 13 luglio 2003 alla frazione 8 del Tour de France, con traguardo in cima alla montagna più famosa del ciclismo: l’Alpe d’Huez.

È l’arrivo in salita dei giganti: 14 km al 7,9% di pendenza media con 21 tornanti, ognuno dedicato ad uno o due dei vincitori su questa storica vetta. La prima curva che si incontra salendo è la 21, che celebra Fausto Coppi (successo nel ’52). I tornanti 3 e 2 sono quelli di Marco Pantani (che aveva fatto doppietta – ’95 e ’97), al numero 11 c’è Hinault, al 7 e al 6 si ricorda Gianni Bugno. Qui sopra c’è l’Olimpo del ciclismo. Mayo è al Tour per aiutare il suo capitano Zubeldia a fare classifica, mentre la maglia gialla è affare tra Armstrong e Ullrich. Sull’Alpe d’Huez Iban ha un gamba stratosferica: stacca tutti e vince in solitaria, rifilando 2 minuti ad Armstrong e 3 ad Ullrich. L’Euskaltel era in crescita ma per far scoppiare il movimento c’era bisogno di qualcuno che fosse in grado di lottare con i più forti e quello era Iban Mayo. Il Gallo ottiene il successo più prestigioso della storia della squadra, finisce sesto in classifica generale e il capitano Zubeldia arriva quinto: il tifo nei Paesi Baschi esplode letteralmente. Mayo diventa l’eroe che aveva riscattato l’orgoglio della sua gente.

Il Gallo con quella vittoria, oltre ai cuori, conquista anche un posto sui tornanti, viene messo al numero 20, mentre al 10 c’era l’unico altro spagnolo che fino a quel momento era riuscito ad imporsi sull’Alpe d’Huez: Federico Echave, o Etxabe, sì un altro basco! Inoltre quel successo rappresentava un manifesto del movimento, indicando la via che molti Euskaltel dopo Mayo avrebbero seguito: rispettare la maglia, attaccare senza paura e mettere il cuore dove non arrivano le gambe. Dal 2004 in avanti non c’è più una salita del Tour de France senza la macchia arancione dei sostenitori della squadra, non c’è più una montagna senza le bandiere dei Paesi Baschi. I tifosi baschi sull’Alpe d’Huez si moltiplicarono e quello diventò per loro il luogo giusto dove aspettare un’altra impresa, cogliendo l’occasione per ribadire la propria identità.

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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