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Calcio

Borghi, Callegari e Tacchinardi raccontano Riquelme, el ultimo Diez

Matteo Calautti

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Nella giornata di oggi ricorre il nono anniversario dell’ultima convocazione di Juan Román Riquelme con la Selección. Una convocazione arrivata da parte dell’allora commissario tecnico Alejandro Sabella, a due anni di distanza dall’addio di Román alla sua nazionale. Un doppio impegno con il Brasile a cui però il número diez non riuscì a partecipare a causa di un infortunio. Ogni ricorrenza speciale merita voci capaci di far contemplare il mito. Le voci in questione sono quelle di Stefano Borghi e Massimo Callegari, due esperti di calcio sudamericano che al momento ricoprono il ruolo di commentatori rispettivamente per Fox Sports e Mediaset Premium. Ma anche la voce di Alessio Tacchinardi, unico giocatore italiano che può vantare di essere stato un suo compagno di squadra. Erano i tempi del Villarreal di Manuel Pellegrini, arrivato in semifinale di Champions League contro l’Arsenal, fallendo però almeno l’approdo ai tempi supplementari a causa di un calcio di rigore sbagliato nei minuti finali, proprio dallo stesso Román.

«Una costante nella carriera di Riquelme», comincia Stefano, «è che nel bene o nel male ha deciso sempre tutto lui». «Obiettando le decisioni e prendendo posizioni anche abbastanza rigide», continua, «ma ha sempre deciso tutto lui». «Nei passaggi più importanti ci sono stati sicuramente all’inizio i successi con il Boca di Bianchi», prima di passare al Barcellona. «Al Barça il problema è stato il suo rapporto personale e tecnico con Louis van Gaal», sostiene invece Massimo, il quale praticamente gli espose la seguente tesi: «Se la palla ce l’hanno gli avversari con te giochiamo uno in meno». Un’esperienza, quella blaugrana, di cui ha parlato anche ad Alessio ai tempi del Villarreal. «Ricordo che quando parlavamo del suo ruolo di esterno nel tridente del Barcellona», afferma l’ex compagno di squadra, «mi diceva di aver sofferto perché era come se fosse incastrato». C’è spazio anche per un aneddoto riguardante l’Inter. «Quando Mancini e Mihajlović mi chiamarono all’Inter per avere informazioni su Riquelme», rivela Alessio, «io ne ho parlato benissimo». «Quando lui mi chiedeva del campionato italiano», però, «io gli dicevo che è un campionato “noioso” dal punto di vista tattico». Un campionato in cui «eri capace di fare cinque ore a settimana di movimento codificati», continua, «che però non era il suo calcio». «Se sei un cane che non ha mai avuto il guinzaglio», conclude il cremasco, «non puoi indossarlo dopo vent’anni».

«Román era un giocatore che se lasciato senza ruolo», prosegue Alessio, «non sapevi mai come prendere, ti cuciva il gioco e ti metteva il pallone in porta». Non è un caso, infatti, che Diego Forlán viaggiò con la media di 0.46 goal a partita. «Se trovi due attaccanti con il veleno addosso da mettergli davanti», sostiene l’ex Juventus, «Riquelme ti fa fare sessanta goal all’anno». Una formazione, quella del Villarreal di Pellegrini, che arrivò ad un passo dalla finale di Parigi. «Durante quella stagione davanti c’erano José Mari e Forlán», ricorda, «poi in mezzo c’era un centrocampo composto da me, Senna e Sorín». «Pellegrini era intelligente perché gli costruiva la squadra intorno», afferma Alessio. «Riquelme al Villarreal ha fatto cose straordinarie», continua Massimo sulla stessa scia, ricordando «la leadership che ha dimostrato in momenti cruciali», per esempio «nel duello psicologico stravinto contro Verón nella sfida contro l’Inter in Champions League». «Purtroppo il passaggio fondamentale della sua carriera è il rigore sbagliato contro l’Arsenal in semifinale», sostiene invece Stefano, affermando che «se avesse segnato quel rigore ci sarebbe state tante storie diverse e forse anche lui avrebbe avuto un riconoscimento più globale», non rimanendo «purtroppo praticamente un calciatore di nicchia». Il rigore è stato «una delle sliding doors della sua carriera internazionale», sentenzia Massimo, così come «i Mondiali del 2006 ed il palo che lo ha fermato della finale di Copa America con il Brasile nel 2007».

«Ma non si è fermato lì», ricorda Stefano, in quanto va ricordato «il suo ritorno e come ha preso per mano il Boca». Poi arrivò infine il suo definitivo addio agli Xeneizes dopo la finale di Copa Libertadores persa nel 2012 contro il Corinthians, dichiarando di non aver più nulla da dare a quella società. Poi un’ultima parentesi all’Argentinos Juniors, società in cui era cresciuto, per poi ritirarsi dal calcio giocato. «Secondo me tutto sommato ha fatto bene», sostiene il commentatore di Fox, perché «se non si sentiva più di poter essere Riquelme, è bello non averne visto una versione polverosa». «Con il suo addio al calcio abbiamo perso forse l’ultimo vero e antico número diez», conclude, «ma secondo me ha detto basta al momento giusto», anche se «sono stati giorni molto tristi».

«Io penso di aver giocato con grandissimi giocatori», esordisce l’ex centrocampista di Juve e Villareal, «ma ho visto pochi giocatori giocare come nel cortile di casa loro e pochi giocatori in grado di farti vincere le partita come lui». Román era uno di quelli, «un anarchico totale», continua, «ma un anarchico sano». Arriva dunque il momento dei paragoni, e quelli scelti da Alessio sono di quelli importanti. «Lo dico da tanto tempo anche se molti mi danno del matto», afferma il cremasco: «Dal punto di vista tecnico Román è solo un piccolo gradino sotto Zidane». «Magari Zidane raccordava di più la squadra», ammette, «ma Riquelme calciava meglio». La sua ammirazione nei confronti dell’ex compagno di squadra  si evince ancor di più quando si parla di quello che definisce il suo «ultimo passaggio». «L’ultimo passaggio di Riquelme lo paragono all’ultimo passaggio di Totti», afferma, «quegli ultimi passaggi che ti ammazzano perché illuminano il gioco». Nessun dubbio anche sulla sua tenuta atletica. «L’unico difetto che posso riscontrare», sostiene Alessio, «è che si gestiva in allenamento un po’ come a volte faceva Totti». «Sono giocatori talmente forti che finiscono per gestirsi al di fuori delle partite», continua l’ex giocatore, ricordando però che «in occasione dei test atletici ti ammazzava letteralmente perché era un grandissimo atleta». Ama definirlo come un «falso lento», ricordando di averlo visto rincorso da gente come Verón, Materazzi ed Adriano.

Stefano, invece, ne elogia una caratteristica rimasta secondo lui «unica nel suo tempo», ovvero la sua difesa del pallone. «Quando prendeva la palla non gliela portavi mai via anche se lui stava fermo», afferma Stefano, «in quanto puntava i piedi e ti teneva lontano con il posteriore». Senza dimenticare però «i suoi piedi, i suoi goal e le sue geometrie». «C’è un aggettivo che ho usato e mi tengo solo per Riquelme ed il suo calcio», continua il pavese: «Riquelme è il giocatore più lirico che abbiamo mai visto giocare dal vivo». «Un giocatore fuori dalle mode e dallo sviluppo del tempo», insiste, «ma ad un livello in un qualche modo superiore». Una partita su tutte lo emoziona se ripensa alla sua carriera. Era una sfida tra la sua Argentina ed il Cile, ad un mese dal suo ritorno al Boca e valida per le Qualificazioni ai Mondiali in Sudafrica nel 2010. Pur essendo fuori rosa al Villarreal, Alfio Basile decise di convocarlo e lui ripagò la fiducia con gli interessi. «Ricordo quella partita», afferma il pavese, «due goal pazzeschi su punizione che ho ancora negli occhi». Ironia della sorte proprio al Monumental, la casa dei rivali di sempre del River Plate. Quale invece la giocata che più lo emoziona? Per rispondere a questa domanda bisogna ritornare al torneo di Apertura del 2008, in una sfida a La Bombonera tra il Boca di Carlos Ischia ed il Racing di Avellaneda. Il risultato è ancora di parità quando Riquelme serve tra le linee un Luciano Figueroa che si fa travolgere dal portiere, conquistando così un calcio di rigore che Román realizzerà. «La mia sensazione chiara nel momento in cui parte il passaggio era che la palla fosse troppo lungo per l’attaccante», ricorda Stefano, «ma ad un certo punto la palla si ferma». «Quella è una giocata per la quale io non sapevo più cosa dire e che mi rimarrà per sempre», conclude.

Ma lasciamo spazio anche alla fantasia. Se Borghi dovesse scegliere due aggettivi con cui descrivere la storia di Riquelme con il Boca Juniors quali sceglierebbe? «Sicuramente passionale», esordisce Stefano, «in quanto la sua storia con il Boca è stata pervasa da un sentimento di profondissimo». «Poi direi vincente», continua il commentatore, «perché con Riquelme il Boca ha prodotto il ciclo più vincente della sua storia, soprattutto a livello internazionale». E come dargli torto? Cinque campionati argentini, tre Copas Libertadores ed una Recopa Sudamericana in un totale di tredici stagioni, considerando ambedue le sue avventure a Buenos Aires. E se Callegari dovesse paragonarlo ad un artista? «Sceglierei Juan José Campanella» afferma Massimo, ovvero il regista il cui film Il segreto dei suoi occhi è stato insignito del Premio Oscar come miglior film straniero nel 2010. «Anche Campanella ha vissuto a lungo all’estero», a New York per la precisione, «ma poi non ha saputo resistere al richiamo di Buenos Aires». Un legame indissolubile che l’ha portato a «trovare l’ispirazione per il meglio della sua carriera» proprio nella capitale argentina. Non solo. Il ferrarese non avrebbe dubbi neanche su un’eventuale assegnazione dell’Oscar di Riquelme come miglior attore protagonista. Il riferimento è alla Copa Libertadores del 2007, «vinta quasi da solo con due prestazioni memorabili contro il Grêmio». Ed è proprio qui che si chiude il cerchio. «In tribuna nella sfida d’andata a La Bombonera c’era Francis Ford Coppola», sottolinea Massimo, «uno dei modelli di ispirazione di Campanella».

«Il suo carattere era particolare», ricorda Alessio. Riquelme, infatti, era soprannominato el Mudo proprio per questo suo carattere introverso. «Un ragazzo molto chiuso ma che se eri in grado di aprire quella “porticina” nella sua testa», continua, «si dimostrava un ragazzo divertente e di grande compagnia». «Io ho dei grandissimi ricordi di Román in quanto è una persona meravigliosa», insiste Alessio lasciando trasparire profonda ammirazione per l’ex compagno di squadra. «È molto passionale con le amicizie e con gli affetti cari poiché è una persona di grande cuore», aspetto caratteriale che spesso lo portava rapidamente a passare «dai sorrisi più smaglianti alla momenti più bui», infatti «a volte sembrava che ce l’avesse con il mondo e veniva al campo di allenamento un po’ giù». «Un allenatore deve amarlo», sentenzia Alessio. «Pur facendogli capire due o tre atteggiamenti», continua, «se non lo ami non puoi avere il suo cuore». Quello con Carlos Bianchi, praticamente il suo secondo padre dopo quattro anni complessivi da suo allenatore agli Xeneizes, era un rapporto profondissimo. «Mi ricordo che mi parlava tantissimo di lui», sostiene l’ex Juventus, «un allenatore per cui aveva una predilezione». Tre sono invece gli aneddoti che menziona riguardo all’argentino. «Mi viene in mente sempre questa Coca Cola che beveva prima della partita», ricorda sorridendo, «la musica sempre a manetta e tanto carisma», grazie al quale costituiva un vero e proprio «accentratore di energie e leadership».

Fu difficile invece il rapporto con l’altro idolo de La Bombonera, ovvero quel Diego Armando Maradona che però sembra esser stato soppiantato dall’Ultimo Diez nei cuori dei tifosi. Infatti, prima in un sondaggio del 2008 il 33% dei boquensi hanno votato per Román mentre solo il 26% per Diego. In seguito, quando Maradona era CT della Selección, i tifosi lo hanno letteralmente scaricato a causa dei dissidi che hanno portato al momentaneo addio alla maglia albiceleste di Román. «Per quanto io abbia amato Riquelme», ammette Massimo, «non posso paragonarlo a Maradona, Pelé, Messi Cruijff e Di Stefano», ma neanche a «Cristiano Ronaldo e Ronaldo il Fenômeno». Il risultato dei sondaggi, invece, viene considerato dal ferrarese come un «risultato logico». «Prima di tutto perché questi sondaggi online sono condizionati dall’età di chi vota», continua, «poi perché Riquelme per il Boca ha giocato e vinto nettamente più di Maradona». Infine, una conclusione inequivocabile: «Tra il Riquelme giocatore ed il Maradona commissario tecnico, infine, anche io non avrei dubbi a scegliere il primo».

Come detto, il minimo comun denominatore di qualsiasi analisi sulla sua carriera è senz’altro il grandissimo “se” che l’ha colorata. Un velo ipotetico che, indipendentemente da tutto, purtroppo ha sempre offuscato, se non sminuito, la sua carriera nel senso stretto del termine. Ma un velo ipotetico che ha tuttavia anche alimentato l’epicità della sua figura. Un personaggio, quello di Román, che è stato largamente alimentato dalla gelosia con la quale il suo ricordo viene custodito dagli amanti del fútbol. Un personaggio che forse il mainstream avrebbe finito per inquinare, sbiadendo gli odierni connotati. Connotati preziosi, la cui polvere viene soffiata di tanto in tanto da coloro che l’hanno amato e che l’hanno potuto contemplare.

Juan Román Riquelme da San Fernando. In altre parole: el Ultimo Diez.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Francisco Franco e quell’odio per il Barcellona che andava oltre il calcio

Simone Nastasi

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Il 17 Luglio 1936 la sollevazione dell’esercito spagnolo in Marocco nei confronti del Generale Quintero dà inizio alla Guerra Civile Spagnola dalla quale dopo tre anni ne uscì vincitore Francisco Franco. Il dittatore nazionalista governò fino al 1975. La sua storia è legata al calcio e al suo rapporto con il Barcellona, simbolo dell’opposizione al Regime.

Se fosse vivo oggi, Hegel probabilmente direbbe che la sintesi del calcio è tutta qui. In questa sfida tra le due squadre che sono tra le più vecchie del pianeta ma sono anche le più titolate. Che in Spagna chiamano El Clasico, per ripetere a tutto il mondo che quando Barcellona e Real Madrid si incontrano, è come se il calcio mettesse davanti la tesi e l’antitesi. Non è solo una storia, ora finita con il passaggio alla Juventus, tra Leo Messi e Cristiano Ronaldo, che non a caso sono attualmente considerati i più importanti giocatori di calcio al mondo. Come non è stata in passato una questione tra Diego Armando Maradona o Emilio Butragueno, o tra Zidane e Ronaldinho. I più grandi calciatori della storia del calcio ad eccezione di Pelè (e pochi altri) hanno vestito chi la maglia dell’una o chi la maglia dell’altra. In qualche caso, come quello di Ronaldo Nazario da Lima, entrambe.

Eppure la storia del Barcellona o del Real Madrid non è legata a questo o quel calciatore. E’ piuttosto la storia di due squadre che rappresentano due modi diversi di intendere il calcio. Che sono anche e prima di tutto due modi diversi di intendere la Spagna. Due popoli, con storia, tradizioni diverse. Due lingue diverse. Da una parte quella della casa reale, che è anche la lingua ufficiale del Paese, il castigliano; dall’altra il catalano, la lingua ufficiale della Catalogna, che a Madrid considerano alla stregua di un dialetto. E che nel 1923 fu addirittura bandito dal generale Miguel Primo de Rivera. Una rivalità che risale ai primi anni di storia dei due club. Che si alimenta negli anni della guerra civile spagnola e successivamente del “franchismo”.

Primo de Rivera odiava il Barca tanto quanto il suo successore Francisco Franco. Il quale, tifosissimo del Real Madrid, vide nella Catalogna l’ultima roccaforte di chi si stava opponendo al suo colpo di Stato. Come racconta Franklin Foer nel suo libro “Come il calcio spiega il mondo” quando le truppe di Franco, una volta conquistato il potere, entrarono in città, “tra quelli da punire c’erano in ordine: i comunisti, gli anarchici, i separatisti e il Barcellona Football Club. A tal punto che quando il suo esercito lanciò l’offensiva finale bombardarono il palazzo dove erano custoditi i trofei del club”. Addirittura il regime spinse per cambiarne il nome imponendo una versione castigliana: da “Barcellona Football Club” in “Club de Futbol Barcelona”.

Ma negli anni del “franchismo” arriva anche una delle sconfitte più cocenti della storia del Barca. Nella finale della Coppa del Generalissimo del 1943 il Real Madrid (la squadra del regime) surclassa per 11-1 i rivali blaugrana. Un divario che in realtà non ci sarebbe mai stato. Se, come racconta lo stesso Foer nel suo libro, un funzionario di Franco, prima della partita non fosse andato negli spogliatoi del Barcellona a “ricordare” a molti giocatori del Barca di poter scendere in campo quel giorno soltanto “grazie alla generosità del regime” che aveva concesso l’amnistia anche a chi si era opposto al colpo di Stato. In Catalogna considerano ancora quella sconfitta come “un altro favore” al potere di Franco. Durante il quale la squadra di calcio (come anche l’economia della città stessa che beneficiò dei sussidi e delle tariffe imposti dalla dittatura) conobbe però e nonostante l’avversione del Generalissimo, uno dei periodi più vittoriosi della sua storia. Paragonabile soltanto al periodo più recente nel quale il Barca a partire dall’era Rijkaard in avanti (passando per Guardiola e finendo a Luis Enrique) è stata la squadra per anni riconosciuta per essere la migliore al mondo. Mes que un club come recita la scritta che campeggia sulle tribune del Camp Nou. Uno stadio che sostituì il “Les Corts” che Franco, a differenza del suo predecessore Primo de Rivera, non volle mai radere al suolo. Per molti è sempre rimasto un mistero. Visto il suo odio nei confronti del Barcellona.

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Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Gioco d’Azzardo: Parola al Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Il Decreto Dignità voluto dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha tra i suoi provvedimenti quello del divieto di pubblicità per quel che riguarda il gioco d’azzardo. Abbiamo intervistato Carmelo Mazza, amministratore delegato di Betaland, per capire le reazioni dei bookmakers alle decisioni del Governo. Ecco cosa ci ha detto.

Decreto Dignità quanto ci perdono in termini economici i bookmakers, calcolando il risparmio delle sponsorizzazioni e il mancato guadagno che questo potrebbe portare?

La risposta dipende molto dai diversi modelli di business legati alle scommesse (e sottolineo che non sto parlando degli altri comparti di gioco per i quali valgono altre considerazioni). Alcuni bookmakers hanno una presenza sulla rete retail che gli consente di assorbire la mancanza di pubblicità. In altri casi, e soprattutto per i nuovi entranti che hanno presentato richiesta di acquisire una concessione per il gioco telematico lo scorso marzo, non avere a disposizione la pubblicità rappresenta un limite molto consistente. Mi chiedo se questo non possa generare contenziosi.

Le persone, a prescindere dalle pubblicità sanno tutto su come scommettere: alla luce di questo, il decreto colpisce economicamente più le squadre o i bookmakers?

Sul bacino esistente di scommettitori, la pubblicità incide maggiormente nel rendere note promozioni specifiche. Circa il ruolo della pubblicità nell’attrarre chi non è ancora un giocatore, chiunque è nel settore sa quanto sia difficile. L’idea che la pubblicità convinca milioni di non giocatori a diventarlo è del tutto fantasiosa per quanto riguarda le scommesse sportive. Non voglio qui dare valutazioni non fondate, ma la mia sensazione è che nel breve il costo maggiore sarà per le squadre che dovranno sostituire il portafoglio degli investitori. Ma voglio sottolineare, ricordando esperienze passate con il tabacco, che le realtà più in vista facilmente troveranno rimedio mentre le seconde linee patiranno effetti negativi più a lungo. In questo senso interpreto la levata di scudi della Serie B di calcio e del basket.

Quali saranno le strategie pubblicitarie alternative visto il divieto su tv, radio, internet e giornali?

Bisognerà capire bene l’applicazione del decreto sul mondo digitale. Difficile adesso parlare di alternative tranne ipotizzare una maggiore rilevanza della rete retail di scommesse. 

Una postilla del decreto lascia vigenti gli accordi stipulati in precedenza: chi detiene questi contratti? vedremo accordi tutto d’un tratto molto lunghi? (come si fa nelle aziende che quando assumono fanno già firmare il foglio delle dimissioni lasciando la data in bianco)

E’ normale che, ad esempio, contratti di sponsorizzazione di squadre di calcio e di sport popolari possano avere durata pluriennale. Tuttavia non credo ad un’esplosione di contratti di lungo termine per attività pubblicitarie che normalmente sono pianificate trimestralmente. Semmai sarà curioso vedere una partita di calcio della Liga o della Premier dove i campi e le squadre sono fortemente sponsorizzate da bookmakers che sono anche concessionari in Italia, o partite di coppa tra squadre italiane e squadre estere sponsorizzate da bookmakers: sarà proibito loro mostrare il logo del bookmaker quando giocano in Italia? Avevo visto queste cose in passato, speravo di non vederle più; oggi in un mondo con copertura globale degli eventi sportivi mi sembra davvero voler tagliare il salame con il cucchiaino (per citare una vecchia clip del grandissimo Corrado Guzzanti) .

Avesse potuto scegliere, tra il divieto di pubblicità ed il rischio di un taglio netto all’offerta del palinsesto, cosa avrebbe scelto?

Come operatore legale preferisco il divieto di pubblicità; il taglio netto all’offerta del palinsesto renderebbe di nuovo felici gli operatori illegali. Basta chiedere all’Agenzia delle Dogane dei Monopoli per sapere di quanto si è limitato il fenomeno delle scommesse senza licenza italiana da quando il palinsesto è stato aperto. Ma, al di là della retorica imperante sul gioco, l’incidenza delle scommesse su avvenimenti minori è molto limitata e la gran parte delle scommesse sta sulle 4-5 tipologie principali. Pensare che si possa diventare ludopatici scommettendo sul numero di cartellini gialli in una partita di serie D è segno di una limitata conoscenza delle dinamiche del settore. Ma capisco che questo non è il tempo dell’approfondimento.

L’origine della Ludopatia è secondo lei dato dalla forte presenza della pubblicità o ha origine dal nucleo familiare ed amicale dell’individuo ludopatico?

Io credo che, come per tutte le addiction, la ludopatia sia l’effetto di una società più individualista ed alienante. Lo sviluppo delle addiction nasce da una tendenza a rinchiudersi e a non trovare supporto in reti di socializzazione (amicali o familiari) che fanno da paracadute rispetto a queste patologie, di fatto disinnescandole. E’ chiaro che in un contesto che sostiene meno chi è debole rispetto alle addiction, la presenza di pubblicità o di facili attrazioni ha un effetto maggiore. E questo merita una riflessione maggiore ed un’azione mirata per limitare l’accesso all’offerta di gioco. Io temo sempre le proibizioni a largo spettro perchè, non essendo mirate, finiscono per nascondere più che risolvere.

La parte gialla del governo giallo-verde ha dovuto battere un colpo, c’è davvero timore per questo decreto nel mondo del Gambling o si ha la sensazione che siamo di fronte alla classica legge italiana dove una volta fatta, si trova subito l’inganno e soprattutto non c’è controllo?

Io mi auguro fortemente che non sia così. Io mi auguro di confrontarmi con chi ha una visione del settore diversa dalla mia per spiegare le mie ragioni ed avere una regolamentazione equilibrata, non importa quanto restrittiva. Di sicuro, situazioni in cui si fanno iniziative legislative e poi si trovano scorciatoie o, semplicemente, non vi sono controlli, sono le peggiori possibili per chi vuole operare seriamente. Se mi è possibile dare un giudizio in merito, io mi auguro che il cambiamento politico in atto possa mettere in cantina definitivamente vecchi approcci come “fatta la legge trovato l’inganno” che tanto hanno nuociuto complessivamente al paese

Secondo lei, sempre al fine del rischio ludopatia, gioca un ruolo più importante la pubblicità o il fatto che si può scommettere su ogni partita, anche amatoriale, e soprattutto su ogni tipo di evento, anche il numero di fuorigioco, rimesse laterale, cartellini?

Ho risposto in parte in precedenza. Voglio però sottolineare che a spingere verso la ludopatie sono l’istantaneità e la ripetitività. Le scommesse non sono giochi caratterizzati da questi elementi. Se osservo l’andamento delle giocate, è praticamente inesistente la scommessa ripetuta su quegli eventi e, soprattutto, non vi è mai l’istantaneità dell’esito. Inoltre, come ho già detto, l’ammontare raccolto su quelle tipologie di giocate è molto limitato e normalmente viene ulteriormente limitato dai bookmaker. Non sono quelle le scommesse sulle quali i bookmaker costruiscono il loro conto economico, quindi faccio fatica a pensare che possano avere alcun effetto sull’estensione del fenomeno della ludopatia.

Da persona esperta del settore: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare in primis il numero sempre crescente di ludopatici e soprattutto che lo Stato italiano optasse per una legge ad hoc contro i bookmakers?

Io vorrei per prima cosa avere un dato attendibile sul numero dei ludopatici. Leggo a volte delle analisi che denotano più conformismo ad una retorica prevalente che una reale conoscenza del fenomeno. E vorrei anche poter distinguere tra tipologie di giochi. Detto questo, che non è certo elemento secondario per comprendere il fenomeno, per onestà intellettuale devo riconoscere che si è trattato il gioco con meno cura di quanto fosse opportuno. E per cura intendo una strategia cauta e condivisa di introduzione di nuove tipologie di giochi. Per la verità, questo è accaduto in una prima fase di apertura regolata del settore, diciamo tra il 2000 ed il 2010. Successivamente, all’apertura regolata si è sostituita un’apertura tout court, in cui si è consentito tutto troppo rapidamente. Se in quella fase il settore fosse stato più compatto e lungimirante ed avesse proposto una maggiore gradualità nel lancio di nuove tipologie di prodotto, forse oggi saremmo in una situazione migliore. Vero è, però, che accelerare è anche servito per riuscire a contrastare il fenomeno del gioco illegale che non si è riusciti a reprimere efficacemente, oltre che (è sempre bene ricordarlo) per aumentare il gettito erariale in anni di pesante contrazione delle entrate per via della crisi economica. Allora forse diventa evidente che la partita che si è giocata sul settore è stata molto più complessa di quanto emerge dalla poco informata vulgata sulle lobby del gioco e la politica.

C’è un rischio di ritorno al toto-nero con questo decreto?

Il toto-nero, nella sua versione 2.0, già esiste come spiegato in diverse inchieste giornalistiche che ho apprezzato molto da cittadino prima ancora che da esperto del settore. Diciamo che questo decreto non lo tocca e non crea condizioni per ridurne la diffusione. E, per la mia esperienza, alla disperazione del ludopatico si associa la spregiudicatezza dell’offerta di gioco. Tanto più si è ludopatici tanto più si è vittime di soggetti operano al di fuori delle regole sull’offerta di gioco ma che consentono di giocare a credito (cosa vietata nel sistema legale), di regolare mensilmente l’esito delle giocate e non volta per volta (altra cosa vietata), etc. Dove mancano tutele e regole per il giocatore si crea il perfetto brodo di coltura della ludopatia e non solo: su questo il decreto non incide.

Lei hai detto che la ripetitività delle azioni porta alla ludopatia. I bookmakers offrono anche scommesse virtuali su ogni sport ogni tre minuti. Non sono queste uno strumento fertile per creare ludopatici visto che sono costanti nel tempo, con esito immediato, ripetitive ma in realtà senza nessun abilità o approccio statistico matematico?

Certamente le scommesse virtuali, introdotte dalla regolazione italiana nel 2014, hanno caratteristiche diverse dalle scommesse sportive. Tuttavia per ripetitività e istantaneità (l’altro carattere che induce alla ludopatia) sono ancora molto meno aggressive di altri prodotti di gioco come le slot e le videolotteries. Però non vorrei neanche mettermi a fare una classifica tra “giochi buoni” e “giochi cattivi”: tutti i giochi sono buoni se fatti con moderazione, tutti i giochi sono cattivi se fatti in modo estremo. Il problema reale è rendere l’offerta più controllata ed avere la capacità di intervenire quando fenomeni di ludopatia emergono nei comportamenti concreti dei giocatori. La rete retail deve meglio attrezzarsi in questo senso, il gioco online, già estremamente controllato e limitato, ha al suo interno tutti i dati perchè possa esserci un monitoraggio continuo. E, soprattutto, dobbiamo ricordarci che tutte queste iniziative possono essere fatte insieme agli operatori legali, mentre in reti illegali e parallele nessuna di queste azioni è possibile. Ogni volta che si agisce nel settore del gioco bisogna ricordarsi che esiste una rete illegale nella quale, di sicuro, non accade nulla che possa tutelare il giocatore. Creare spazi, indirettamente, in cui queste reti possono trovare sviluppo significa abbassare le tutele complessive per i giocatori che si vogliono proteggere

E’ vero che solo una parte del fatturato del gambling italiano deriva dalle scommesse sportive. E’ altresì vero che le scommesse, con approccio scientifico/matematico/statistico sono anche un gioco di abilità. Sarà possibile secondo te assistere, come già accaduto per il poker, italiano illegale in forma cash perchè puro azzardo, Texas legale in forma torneo, perchè considerato gioco di abilità con buy-in prestabiliti all’origine, vedere una regolamentazione aspra per le macchinette e video lottery (creano ludopatici e sono ripetitive e dall’esito immediato) ed invece molto più blanda, quasi nulla, per le scommesse sportive? E’ uno scenario plausibile e che potrebbe accontentare tutti? Lo stato che tutela i giocatori, i bookmakers, e le squadre dei massimi campionati?

Personalmente, la distinzione tra giochi buoni e cattivi non la comprendo. Io credo che sia opportuno responsabilizzare chi offre gioco e chi gioca. Limitare in modo eccessivo ciò che non piace può generare oggi effetti opposti inattesi. Io credo che sia opportuno aumentare le tutele ai giocatori e la qualità della rete retail in termini di attenzione al giocatore. Se poi si vuole ridurre la pubblicità per ridurre l’induzione al gioco posso essere d’accordo. E’ l’idea di usare la regolamentazione di settore per reprimere qualcosa che non piace (per motivi morali, sanitari o altro) che mi sembra sbagliata. Questo intento punitivo, associato ad una retorica piena di imprecisioni sul settore, mi sembra davvero un approccio molto deludente ad un problema che io per primo dico che esiste. Tuttavia parlarne tirando fuori i dati sulla tassazione calcolata sulla raccolta per dire che la pressione fiscale sul gioco è bassa (come ancora vedo fare anche da illustri opinionisti) mi pare più che una notizia giornalistica interessante un segno di sciatteria nell’analisi. E mi chiedo quanto il settore del gioco ha sbagliato negli scorsi anni per meritarsi adesso tanta approssimazione nel modo in cui viene rappresentato…

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