Nella giornata di oggi ricorre il nono anniversario dell’ultima convocazione di Juan Román Riquelme con la Selección. Una convocazione arrivata da parte dell’allora commissario tecnico Alejandro Sabella, a due anni di distanza dall’addio di Román alla sua nazionale. Un doppio impegno con il Brasile a cui però il número diez non riuscì a partecipare a causa di un infortunio. Ogni ricorrenza speciale merita voci capaci di far contemplare il mito. Le voci in questione sono quelle di Stefano Borghi e Massimo Callegari, due esperti di calcio sudamericano che al momento ricoprono il ruolo di commentatori rispettivamente per Fox Sports e Mediaset Premium. Ma anche la voce di Alessio Tacchinardi, unico giocatore italiano che può vantare di essere stato un suo compagno di squadra. Erano i tempi del Villarreal di Manuel Pellegrini, arrivato in semifinale di Champions League contro l’Arsenal, fallendo però almeno l’approdo ai tempi supplementari a causa di un calcio di rigore sbagliato nei minuti finali, proprio dallo stesso Román.

«Una costante nella carriera di Riquelme», comincia Stefano, «è che nel bene o nel male ha deciso sempre tutto lui». «Obiettando le decisioni e prendendo posizioni anche abbastanza rigide», continua, «ma ha sempre deciso tutto lui». «Nei passaggi più importanti ci sono stati sicuramente all’inizio i successi con il Boca di Bianchi», prima di passare al Barcellona. «Al Barça il problema è stato il suo rapporto personale e tecnico con Louis van Gaal», sostiene invece Massimo, il quale praticamente gli espose la seguente tesi: «Se la palla ce l’hanno gli avversari con te giochiamo uno in meno». Un’esperienza, quella blaugrana, di cui ha parlato anche ad Alessio ai tempi del Villarreal. «Ricordo che quando parlavamo del suo ruolo di esterno nel tridente del Barcellona», afferma l’ex compagno di squadra, «mi diceva di aver sofferto perché era come se fosse incastrato». C’è spazio anche per un aneddoto riguardante l’Inter. «Quando Mancini e Mihajlović mi chiamarono all’Inter per avere informazioni su Riquelme», rivela Alessio, «io ne ho parlato benissimo». «Quando lui mi chiedeva del campionato italiano», però, «io gli dicevo che è un campionato “noioso” dal punto di vista tattico». Un campionato in cui «eri capace di fare cinque ore a settimana di movimento codificati», continua, «che però non era il suo calcio». «Se sei un cane che non ha mai avuto il guinzaglio», conclude il cremasco, «non puoi indossarlo dopo vent’anni».

«Román era un giocatore che se lasciato senza ruolo», prosegue Alessio, «non sapevi mai come prendere, ti cuciva il gioco e ti metteva il pallone in porta». Non è un caso, infatti, che Diego Forlán viaggiò con la media di 0.46 goal a partita. «Se trovi due attaccanti con il veleno addosso da mettergli davanti», sostiene l’ex Juventus, «Riquelme ti fa fare sessanta goal all’anno». Una formazione, quella del Villarreal di Pellegrini, che arrivò ad un passo dalla finale di Parigi. «Durante quella stagione davanti c’erano José Mari e Forlán», ricorda, «poi in mezzo c’era un centrocampo composto da me, Senna e Sorín». «Pellegrini era intelligente perché gli costruiva la squadra intorno», afferma Alessio. «Riquelme al Villarreal ha fatto cose straordinarie», continua Massimo sulla stessa scia, ricordando «la leadership che ha dimostrato in momenti cruciali», per esempio «nel duello psicologico stravinto contro Verón nella sfida contro l’Inter in Champions League». «Purtroppo il passaggio fondamentale della sua carriera è il rigore sbagliato contro l’Arsenal in semifinale», sostiene invece Stefano, affermando che «se avesse segnato quel rigore ci sarebbe state tante storie diverse e forse anche lui avrebbe avuto un riconoscimento più globale», non rimanendo «purtroppo praticamente un calciatore di nicchia». Il rigore è stato «una delle sliding doors della sua carriera internazionale», sentenzia Massimo, così come «i Mondiali del 2006 ed il palo che lo ha fermato della finale di Copa America con il Brasile nel 2007».

«Ma non si è fermato lì», ricorda Stefano, in quanto va ricordato «il suo ritorno e come ha preso per mano il Boca». Poi arrivò infine il suo definitivo addio agli Xeneizes dopo la finale di Copa Libertadores persa nel 2012 contro il Corinthians, dichiarando di non aver più nulla da dare a quella società. Poi un’ultima parentesi all’Argentinos Juniors, società in cui era cresciuto, per poi ritirarsi dal calcio giocato. «Secondo me tutto sommato ha fatto bene», sostiene il commentatore di Fox, perché «se non si sentiva più di poter essere Riquelme, è bello non averne visto una versione polverosa». «Con il suo addio al calcio abbiamo perso forse l’ultimo vero e antico número diez», conclude, «ma secondo me ha detto basta al momento giusto», anche se «sono stati giorni molto tristi».

«Io penso di aver giocato con grandissimi giocatori», esordisce l’ex centrocampista di Juve e Villareal, «ma ho visto pochi giocatori giocare come nel cortile di casa loro e pochi giocatori in grado di farti vincere le partita come lui». Román era uno di quelli, «un anarchico totale», continua, «ma un anarchico sano». Arriva dunque il momento dei paragoni, e quelli scelti da Alessio sono di quelli importanti. «Lo dico da tanto tempo anche se molti mi danno del matto», afferma il cremasco: «Dal punto di vista tecnico Román è solo un piccolo gradino sotto Zidane». «Magari Zidane raccordava di più la squadra», ammette, «ma Riquelme calciava meglio». La sua ammirazione nei confronti dell’ex compagno di squadra  si evince ancor di più quando si parla di quello che definisce il suo «ultimo passaggio». «L’ultimo passaggio di Riquelme lo paragono all’ultimo passaggio di Totti», afferma, «quegli ultimi passaggi che ti ammazzano perché illuminano il gioco». Nessun dubbio anche sulla sua tenuta atletica. «L’unico difetto che posso riscontrare», sostiene Alessio, «è che si gestiva in allenamento un po’ come a volte faceva Totti». «Sono giocatori talmente forti che finiscono per gestirsi al di fuori delle partite», continua l’ex giocatore, ricordando però che «in occasione dei test atletici ti ammazzava letteralmente perché era un grandissimo atleta». Ama definirlo come un «falso lento», ricordando di averlo visto rincorso da gente come Verón, Materazzi ed Adriano.

Stefano, invece, ne elogia una caratteristica rimasta secondo lui «unica nel suo tempo», ovvero la sua difesa del pallone. «Quando prendeva la palla non gliela portavi mai via anche se lui stava fermo», afferma Stefano, «in quanto puntava i piedi e ti teneva lontano con il posteriore». Senza dimenticare però «i suoi piedi, i suoi goal e le sue geometrie». «C’è un aggettivo che ho usato e mi tengo solo per Riquelme ed il suo calcio», continua il pavese: «Riquelme è il giocatore più lirico che abbiamo mai visto giocare dal vivo». «Un giocatore fuori dalle mode e dallo sviluppo del tempo», insiste, «ma ad un livello in un qualche modo superiore». Una partita su tutte lo emoziona se ripensa alla sua carriera. Era una sfida tra la sua Argentina ed il Cile, ad un mese dal suo ritorno al Boca e valida per le Qualificazioni ai Mondiali in Sudafrica nel 2010. Pur essendo fuori rosa al Villarreal, Alfio Basile decise di convocarlo e lui ripagò la fiducia con gli interessi. «Ricordo quella partita», afferma il pavese, «due goal pazzeschi su punizione che ho ancora negli occhi». Ironia della sorte proprio al Monumental, la casa dei rivali di sempre del River Plate. Quale invece la giocata che più lo emoziona? Per rispondere a questa domanda bisogna ritornare al torneo di Apertura del 2008, in una sfida a La Bombonera tra il Boca di Carlos Ischia ed il Racing di Avellaneda. Il risultato è ancora di parità quando Riquelme serve tra le linee un Luciano Figueroa che si fa travolgere dal portiere, conquistando così un calcio di rigore che Román realizzerà. «La mia sensazione chiara nel momento in cui parte il passaggio era che la palla fosse troppo lungo per l’attaccante», ricorda Stefano, «ma ad un certo punto la palla si ferma». «Quella è una giocata per la quale io non sapevo più cosa dire e che mi rimarrà per sempre», conclude.

Ma lasciamo spazio anche alla fantasia. Se Borghi dovesse scegliere due aggettivi con cui descrivere la storia di Riquelme con il Boca Juniors quali sceglierebbe? «Sicuramente passionale», esordisce Stefano, «in quanto la sua storia con il Boca è stata pervasa da un sentimento di profondissimo». «Poi direi vincente», continua il commentatore, «perché con Riquelme il Boca ha prodotto il ciclo più vincente della sua storia, soprattutto a livello internazionale». E come dargli torto? Cinque campionati argentini, tre Copas Libertadores ed una Recopa Sudamericana in un totale di tredici stagioni, considerando ambedue le sue avventure a Buenos Aires. E se Callegari dovesse paragonarlo ad un artista? «Sceglierei Juan José Campanella» afferma Massimo, ovvero il regista il cui film Il segreto dei suoi occhi è stato insignito del Premio Oscar come miglior film straniero nel 2010. «Anche Campanella ha vissuto a lungo all’estero», a New York per la precisione, «ma poi non ha saputo resistere al richiamo di Buenos Aires». Un legame indissolubile che l’ha portato a «trovare l’ispirazione per il meglio della sua carriera» proprio nella capitale argentina. Non solo. Il ferrarese non avrebbe dubbi neanche su un’eventuale assegnazione dell’Oscar di Riquelme come miglior attore protagonista. Il riferimento è alla Copa Libertadores del 2007, «vinta quasi da solo con due prestazioni memorabili contro il Grêmio». Ed è proprio qui che si chiude il cerchio. «In tribuna nella sfida d’andata a La Bombonera c’era Francis Ford Coppola», sottolinea Massimo, «uno dei modelli di ispirazione di Campanella».

«Il suo carattere era particolare», ricorda Alessio. Riquelme, infatti, era soprannominato el Mudo proprio per questo suo carattere introverso. «Un ragazzo molto chiuso ma che se eri in grado di aprire quella “porticina” nella sua testa», continua, «si dimostrava un ragazzo divertente e di grande compagnia». «Io ho dei grandissimi ricordi di Román in quanto è una persona meravigliosa», insiste Alessio lasciando trasparire profonda ammirazione per l’ex compagno di squadra. «È molto passionale con le amicizie e con gli affetti cari poiché è una persona di grande cuore», aspetto caratteriale che spesso lo portava rapidamente a passare «dai sorrisi più smaglianti alla momenti più bui», infatti «a volte sembrava che ce l’avesse con il mondo e veniva al campo di allenamento un po’ giù». «Un allenatore deve amarlo», sentenzia Alessio. «Pur facendogli capire due o tre atteggiamenti», continua, «se non lo ami non puoi avere il suo cuore». Quello con Carlos Bianchi, praticamente il suo secondo padre dopo quattro anni complessivi da suo allenatore agli Xeneizes, era un rapporto profondissimo. «Mi ricordo che mi parlava tantissimo di lui», sostiene l’ex Juventus, «un allenatore per cui aveva una predilezione». Tre sono invece gli aneddoti che menziona riguardo all’argentino. «Mi viene in mente sempre questa Coca Cola che beveva prima della partita», ricorda sorridendo, «la musica sempre a manetta e tanto carisma», grazie al quale costituiva un vero e proprio «accentratore di energie e leadership».

Fu difficile invece il rapporto con l’altro idolo de La Bombonera, ovvero quel Diego Armando Maradona che però sembra esser stato soppiantato dall’Ultimo Diez nei cuori dei tifosi. Infatti, prima in un sondaggio del 2008 il 33% dei boquensi hanno votato per Román mentre solo il 26% per Diego. In seguito, quando Maradona era CT della Selección, i tifosi lo hanno letteralmente scaricato a causa dei dissidi che hanno portato al momentaneo addio alla maglia albiceleste di Román. «Per quanto io abbia amato Riquelme», ammette Massimo, «non posso paragonarlo a Maradona, Pelé, Messi Cruijff e Di Stefano», ma neanche a «Cristiano Ronaldo e Ronaldo il Fenômeno». Il risultato dei sondaggi, invece, viene considerato dal ferrarese come un «risultato logico». «Prima di tutto perché questi sondaggi online sono condizionati dall’età di chi vota», continua, «poi perché Riquelme per il Boca ha giocato e vinto nettamente più di Maradona». Infine, una conclusione inequivocabile: «Tra il Riquelme giocatore ed il Maradona commissario tecnico, infine, anche io non avrei dubbi a scegliere il primo».

Come detto, il minimo comun denominatore di qualsiasi analisi sulla sua carriera è senz’altro il grandissimo “se” che l’ha colorata. Un velo ipotetico che, indipendentemente da tutto, purtroppo ha sempre offuscato, se non sminuito, la sua carriera nel senso stretto del termine. Ma un velo ipotetico che ha tuttavia anche alimentato l’epicità della sua figura. Un personaggio, quello di Román, che è stato largamente alimentato dalla gelosia con la quale il suo ricordo viene custodito dagli amanti del fútbol. Un personaggio che forse il mainstream avrebbe finito per inquinare, sbiadendo gli odierni connotati. Connotati preziosi, la cui polvere viene soffiata di tanto in tanto da coloro che l’hanno amato e che l’hanno potuto contemplare.

Juan Román Riquelme da San Fernando. In altre parole: el Ultimo Diez.

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