Ci sono film che segnano la Storia del Cinema.

E’ riduttivo parlare di fantascienza citando certi lungometraggi, ma se apriamo le dita di un pugno e ci mettiamo a contare quelli che insieme all’effetto, colpiscono perché più “alti” e filosofici, che aprono dibattiti bioetici, possiamo dire che, cronologicamente parlando, dopo Metropolis di Fritz Lang (1927) e 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick (1968, praticamente uno spartiacque del cinema), arriva quasi sempre Blade Runner di Ridley Scott. Nel 1982. Anche se ci mise diversi anni a diventare un cult.

Osare quindi, rimettere le mani su tale pezzo pregiato è stata sicuramente un’operazione discutibile. Purtroppo inevitabile, secondo le logiche dello show business. Per fortuna supervisionata dal team stesso dell’originale. A cominciare dal produttore:

Sir Ridley Scott. Forse l’ultimo maestro di cinema.

Ebbene, da fan generazionale del primo film, il preferito in assoluto nel mio personale cinepanorama, debbo dirvi che, giunto ovviamente scettico alla proiezione stampa di Blade Runner 2049, credo di poter ammettere di averlo promosso. Vi dico rapidamente perché, non lesinando le critiche.

Da qui in poi il post non deve essere letto da chi teme spoiler (che non scriverò, ma basta un aggettivo di troppo per qualcuno). Come richiesto da Denis Villeneuve.

Prima considerazione: pur potendo contare su effetti audiovisivi ovviamente superiori, il film di Villeneuve non impatta come accadde per chiunque vide al cinema la prima volta Blade Runner. Per anni.

Ciò è dovuto essenzialmente al fatto che siamo ormai “abituati a vivere nel futuro”. Vaccinati. Quel 2019 (a proposito, perché non aver progettato di farlo uscire proprio fra due anni?) dal 1982 sembrava molto più remoto di quanto possa sembrare il 2049 da oggi.

Forse perché abbiamo già scavallato il fascino ansioso del Millennio, e l’intelligenza artificiale già fa parte dei nostri orizzonti, con droni, stampanti 3D e realtà aumentata. Per non parlare della globalizzazione asiatizzante, le megalopoli, lo smog, le piogge acide oltre alle apocalissi quotidiane dei cambiamenti climatici. Per molti versi già viviamo nel mondo oscuro che Ridley Scott invece ci rivelava negli anni ‘80, ispirandosi alle skylines di Osaka e di Hong Kong e ad un futuro manga. Aggiungeteci la rivoluzione del web, e capirete come le video telefonate del primo film, facciano quasi nostalgia.

 

Detto questo Villeneuve e soci si sono molto impegnati per riprodurre scenari credibili, nonché pessimistici e distopici, proprio come aveva fatto Ridley. E tutto sommato la scenografia funziona. Forse si nota troppo poco il ruolo delle colonie extramondo e della Terra semi abbandonata. Che poi era un tema centrale nel racconto di P. K. Dick.

Quello che comunque piacerà, ne sono convinto, ai vecchi ipnotizzati da Blade Runner, in tutte le versioni conosciute, sarà l’aver seguito con attenzione maniacale il filo logico della storia. Rispettando con cura i 30 anni di “buco” tra il primo e il secondo. A tal proposito, ricordatevi se potete, prima di andare al cinema, di vedervi rapidamente i 3 corti, particolarmente quello animato di Watanabe. “2022: Black Out”.

(qui trovate tutti i link utili  https://www.warnerbros.it/recap/blade-runner-2049/?recap=blade-runner-2049)

Per la prima volta nella storia dei sequel, infatti, in una sceneggiatura così fragilmente perfetta, non ci sono evidenti aporie e conflitti. In confronto la saga di Star Wars sembra una telenovela sudamericana. Quello che hanno provato, in parte riuscendoci, in questo secondo film è stato di rovesciare diametralmente le parti. Non più l’umano che indaga e scopre l’esistenza, anzi l’essere dell’androide, i sentimenti dell’organismo cibernetico, quanto il replicante che va a caccia del proprio residuo umano, fra generazioni di replicanti, ormai consapevoli degli “innesti”.

So a cosa state pensando. Volete arrivare subito alla conclusione che in effetti la “tesi” dell’originale è che Deckard scopra infine di essere a sua volta un replicante? Non vi preoccupate, senza alcun rischio di spoiler. Non lo capirete nemmeno stavolta. Ecco perché il film funziona. Il cerchio resta sempre aperto. Ognuno trae le proprie conclusioni.

Cito la battuta migliore del film, non a caso sulla bocca del vecchio e scanzonato cacciatore magico, sempre antieroe in balìa degli eventi, Rick Harrison Ford: “il cane è vero?” – “non lo so, chiediglielo!”. Mentre sulla sintenticità (in senso biologico) di K’ Ray Gosling credo che nessuno possa avere dubbi. Senza colpi di scena. Solo Terminator ha avuto un protagonista con physique du rôle migliore.

Diciamo che questa volta si fa davvero fatica a capire chi è rimasto, fra gli umani. La cosa genera un po’ di confusione. Ammettiamolo. Sicuramente rimane la concezione di base che allaccia i due film, per cui i “lavori in pelle”, siano davvero “più umani degli umani”, e quindi tutto sommato molto meglio. Se non altro si fanno delle domande.

Anche la trama, che a molti critici è sembrata contorta e prolissa, secondo me funziona. Non starò certo qui a ‘spiattellarla’. Ma non è difficile indovinare cosa accada e accadrà durante il film. Mi restano solo da segnalare invece i preziosi camei, che vi faranno emozionare. Come il vecchio Gaff (E.J. Olmos) all’ospizio che regala dubbi amletici e origami. O la kareniniana apparizione di Rachael (Sean Young). Veramente sbalorditiva. Numerose anche le scene omaggio, come i vari “deicidi” fra macchine e creatori o viceversa. La ricerca che parte da un oggetto semplice. I “riconoscitori” di materiali. E la fotografia, però con molta più luce e bianco (e rosso), rispetto al maestro del chiaroscuro e della penombra. Ma qui siamo nel campo squisitamente tecnico che va dai plastici all’inquadratura fino alla pellicola, ormai tutto digitale.

Se devo proprio trovare un anello debole, mi sento di bocciare il ruolo e l’intera storia d’amore della dolcissima Joi (Ana de Armas) con K, incredibilmente ripresi da Her di Jonze che però faceva bingo con l’essenza/assenza fisico estetica di tale rapporto. Meglio lasciarla sexy esca gigante virtuale che farla entrare così direttamente nella storia. Forse occorreva per giocare con la piccola sosia di Pris (Daryl Hannah) Mariette (Mckenzie Davis). Ma il tentativo è modesto, non pare nemmeno lontano parente della storia punk tra Roy (Rutger Hauer) e Pris.

Comunque, sì. Se avete amato e amate Blade Runner (tutti i cut che volete) quanto il sottoscritto (ne dubito), potete andare a vederlo. Anzi dovete. Certo sappiate che non rivivrete le chandleriane atmosfere noir fra tapparelle e blues, né soprattutto gli epicizzanti dialoghi, tipici di Scott, con quel monologo finale di Roy Hauer divenuto cult virale, che anche Shakespeare avrebbe oggi recitato a memoria.

Ecco. Quello che manca stavolta è proprio Shakespeare. Per meglio dire la Tragedia Greca, Nonostante le parole bibliche di cui fa indigestione il pallido ed impalpabile Wallace Leto, non si avverte mai quella sensazione da coro ditirambico nel rimanere senza verbo davanti all’incompletezza del Tempo e del Destino in cui ci si ritrova ancora oggi, anche solo sulle note incombenti e melanconiche della prima colonna sonora del grande Vangelis

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