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Storie dell'altro mondo

Bjorn Borg, l’uomo di ghiaccio vissuto nell’eccesso

Lorenzo Martini

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Compie oggi 62 anni il fenomeno del Tennis Bjorn Borg. Un uomo di ghiaccio che nascondeva una vita privata fatta di eccessi e sregolatezza. Vi raccontiamo il suo lato più oscuro.

Bjorn Borg. Sport e droga, due mondi che in teoria non dovrebbero avere nulla in comune. Da un lato i valori di competitività,  sportività  e rispetto reciproco, dall’altro offuscamento della ragione, dipendenza, straniamento dalla realtà esterna.  Eppure si sa, gli opposti si attraggono, e i casi di atleti dipendenti da droghe hanno falcidiato qualsiasi disciplina. Il caso di Borg.

Nel calcio l’esempio più illustre non può che essere il Pibe de Oro, che dopo essere risultato positivo alla cocaina nei controlli antidoping decise di fuggire all’estero, nel 1991.  Anche il basket non è da meno: lampante è la vicenda di Robert Swift,  promessa dei SuperSonics che nel 2009, dopo anni di abuso di droga, fu arrestato strafatto in possesso di un vero e proprio arsenale di armi; oppure la triste storia di Lamar Odom, ex stella dei Lakers, ritrovato qualche tempo fa tra la vita e la morte in una camera di un albergo-bordello, a causa di un cocktail di cocaina, alcool e metanfetamina.

Cambiano gli sport, ma la musica non cambia: dall’arresto del centauro Walter Migliorini, colto nell’84 a trasportare quintali di hashish, alla condanna per possesso di cocaina per il pugile Ubaldo Sacchi fino alla squalifica del centometrista John Carlos per uso di droghe.

E anche il tennis non può non esimersi dall’entrare in questa lista tutt’altro che speciale.

Già negli anni ’20 si vociferava che la vincitrice di oltre 20 Slam Suzanne Lenglen facesse uso di un bicchierino di cognac nella pausa tra due set. Poi negli anni ’70 e ’80, con l’arrivo di nuove sostanze stupefacenti vennero sorpresi i vari Yannick NoahVitas Gerulaitis e Mats Wilander, per poi arrivare fino agli anni 2000:  Martina Hingis abbandonò il tennis per essere stata trovata positiva alla cocaina, Richard Gasquet cercò di mascherarne la sua positività giustificandola con un bacio dato ad una ragazza cocainomane, fino alla travagliata storia di Jennifer Capriati, andata in overdose nel 2010 e viva per miracolo.

Ma nel tennis il caso più eclatante è sicuramente quello che riguarda uno dei tennisti più vincenti di sempre, simbolo di un’epoca e idolo di migliaia di tifosi: Bjorn Borg. Proprio così, lo svedese vincitore di Wimbledon per  cinque volte di fila, l’Uomo di Ghiaccio per via del suo carattere, fuori dal campo non seppe resistere alle innumerevoli tentazioni che lo avrebbero portato sulla strada dannata di sesso & droga.

Eppure fino al 1980 Borg era stato il re incontrastato del tennis: benché neppure venticinquenne, aveva già vinto 10 titoli dello Slam e aveva spesso avuto la meglio sui suoi storici rivali, Jimmy Connors e John McEnroe.

Poi, nel 1981, qualcosa sembrò incrinarsi. Dopo aver vinto per la sesta volta l’Open di Francia, in finale a Wimbledon Borg incappò nella dolorosissima sconfitta contro McEnroe, la quale lo segnò profondamente. Nel 1982 decise di giocare solo il torneo di Montecarlo e l’anno successivo tornò in campo in condizioni fisiche pietose, rimediando roboanti sconfitte che lo indussero al ritiro, a soli 26 anni. Qualcosa era decisamente cambiato.

Come si spiega un calo di rendimento così repentino e inaspettato, una parabola discendente così improvvisa per un giocatore che fino a allora sembrava invincibile?

 Un risposta venne data da Loredana Bertè molti anni dopo. La stravagante cantante italiana fu dal 1989 al 1992 la moglie del campione svedese, con cui visse una relazione tanto intensa quanto drammatica. E, benché la Bertè ancora non fosse la compagna di Borg nel 1981, le sue rivelazioni, contenute nel libro intervista “Traslocando – E’ andata così”, scritto con Malcom Pagani e anticipate da Dagospia,  che non hanno avuto ancora la replica dell’interessato, non possono che far riflettere:Per la cocaina lasciò vincere McEnroe in finale a Wimbledon, con grande scorno della madre, che aveva preparato nella madia lo spazio per la sesta coppa”.

Sempre nell’autobiografia, la Bertè aggiunge, inoltre, che nella pausa tra un game e l’altro Borg avrebbe detto che dovevano sbrigarsi a finirla, perché doveva “farsi una striscia”. E’ inutile dire che tali parole destarono grande scalpore ma, nel contempo, sono a tutt’oggi da prendere con le pinze, visto che un personaggio sopra le righe come la Bertè potrebbe aver esagerato nel raccontare . Inoltre, Borg e McEnroe avevano dato vita ad una rivalità senza precedenti e pensare che Borg se ne fosse infischiato in questo modo resta difficile da credere.

Eppure, il cambiamento nello stile di vita del tennista svedese era palese. Il giovane ragazzo che si dedicava a tempo pieno allo sport iniziò ad abbandonare la semplice quotidianità e scoprì i piaceri del sesso, della vita notturna, dello sballo. Nel 1983 divorziò  con la moglie Mariana Simionescu, con cui aveva un figlio, e cominciò a tenersi in contatto con persone poco raccomandabili, che lo avvicinarono sempre di più alle droghe.

Nel 1988 incontrò Loredana Bertè, che aveva già conosciuto nel lontano 1973, quando ancora era la compagna di Adriano Panatta. Ed è la stessa Bertè che raccontò un altro triste episodio sulla dipendenza di Borg dalle droghe, nella sua autobiografia.

E’ il 7 febbraio 1989 e, a detta della cantante italiana, alle 7 di sera suonò il campanello della sua abitazione. Loredana apre la porta e si sarebbe trovata davanti un Bjorn Borg in uno stato pietoso: pallido come un cadavere, emaciato, con gli occhi di fuori. Non ha idea di cosa abbia fatto nelle ore precedenti, entra in casa e si chiude oltre mezz’ora al bagno, per poi uscirne mezz’ora dopo con una scatola di Roipnol in mano. Una scatola vuota.

Dopo poco, avrebbe avuto prima una crisi di pianto, poi iniziò a perdere i sensi, gli occhi cominciarono a roteare, la bava alla bocca. La Bertè ha la prontezza di chiamare un’ambulanza e Borg viene salvato per il rotto della cuffia. La lavanda gastrica sancirà che aveva fatto uso di cocaina, droga e dosi massicce di vari medicinali.

Nonostante la tragedia sfiorata, i due si sposarono nel settembre dello stesso anno, vivendo una vita sopra le righe, piena di eccessi e di spiacevoli figuracce. Come quando, durante un viaggio a Los Angeles, pernottarono in un lussuoso albergo a Beverly Hills e, al momento di saldare il conto, si venne a sapere che Bjorn e la moglie avevano visto lo stesso film pornografico per 24 volte di fila. Questo perché, a detta della Bertè, Borg era talmente strafatto da costringerla a compiere gli stessi identici gesti delle attrici pornografiche finchè non raggiungeva le movenze perfette.

Storie e aneddoti che fanno accapponare la pelle. Se solo si immagina all’incredibile talento di quel tennista biondo, amato e idolatrato da migliaia di fan, non si può non pensare a quanto spreco ci sia stato, a come la sua vita sia stata buttata.

Nel 1992 il matrimonio tra la Bertè e Borg ebbe fine, ma non sappiamo per certo se Borg chiuse i rapporti anche con la droga. Gli scoop dei giornali di gossip sul suo conto diminuirono di anno in anno, il successo e la fama attorno alla sua immagine si ridimensionarono, l’incedere degli anni prese il sopravvento. E, speriamo, anche il buonsenso.

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8 Commenti

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  1. Vittorio t.

    dicembre 14, 2015 at 6:26 am

    Un altro grandissimo capace di regalare (regalare si fa per dire) immense emozioni e che dopo finisce in maniera miseria!
    in un ipotetico immaginario collettivo potrebbe andare a fare triste e sublime compagnia a J. Belushi, J. Joplin o Maradona…

  2. Vittorio t.

    dicembre 14, 2015 at 6:29 am

    No miseria ma miserrima!
    Grazie

  3. zawix

    dicembre 14, 2015 at 6:40 am

    Borg è stato per tutti quelli che giocavano a tennis negli anni 70 e 80 un mito. Aveva rivoluzionato il modo di giocare, era un atleta formidabile.
    Mi ricordo che un giovane talento delle mie parti, lo imitava in tutto, abbigliamento, racchette, colpi, stile di gioco. Quando l’immagine di Borg cominciò a incrinarsi ebbe una tale repulsione per il tennis che abbandonò i tornei e si dedicò al calcetto.
    Il grande campione ha purtroppo una grossa responsabilità: deve essere da esempio per i giovani, un modello sia dentro che fuori il campo.
    Maradona, Pantani, Borg non lo hanno capito.
    Per rimanere nel tennis, McEnroe e Agassi hanno scelte strade diverse, campioni in discussi per atteggiamenti particolari durante l’attività agonistica, persone perbene una volta appesa la racchetta al chiodo.

    • marco

      dicembre 14, 2015 at 10:20 am

      Ciao, scusa, non è una morale corretta dicendo che Pantani non lo ha capito, mentre Agassi è una persona per bene.
      Da sportivo analizzo la storia di Agassi a partire da Open, e non lo consiglierei come esempio.. un fenomeno, che riconosco e stimo (ne ero tifoso), ma la disciplina sportiva è ben altro.
      Pantani era convinto, si impegnava e soffriva, aveva disciplina, come quando ha cercato di ripartire, ma con il peso ingiusto del giudizio di gente tendenziosa, perché di questo si parla.
      Gli altri paesi rimettono in gioco persone scorrette a loro favore, noi affossiamo i nostri campioni, credo semplicemente per invidia, ma sosteniamo i nostri politici….che ne fanno di peggio.

  4. marco

    dicembre 14, 2015 at 10:06 am

    Scusate.
    Forse Pantani è citato in modo improprio nell’articolo.
    Non era in albergo a drogarsi in un festino con donnine. Pare sia stato vittima di qualcos’altro di più grande (non solo contro di lui, ma contro tutta l’Italia) che voi giornalisti dovreste conoscere e divulgare in modo corretto e per di più, visto l’episodio, cercare di stare dalla parte di uno dei migliori campioni italiani e simbolo dell’Italia nel mondo, infangato perché troppo forte, non travisare sempre gli argomenti a favore di un articolo di basso profilo…soprattutto sul Fatto Q.
    E’ a partire dai media che si costruisce una nazione…questi articoli mettono sempre l’italiano in secondo piano ed invece bisognerebbe insistere sull’episodio, a seguito anche delle recenti vicende di Amstrong (americano), grande denigratore di Pantani (italiano).
    X ZAWIX: ma Pantani ha avuto un passato e/o durante le gare vincenti era già cocainomane? Non mi pare. Se n’è parlato dopo l’ingiusta squalifica per doping. Uno che si droga per disperazione (abbandonato e infamato dai suoi stessi tifosi e connazionali, sapendo di non essere colpevole), non è la stessa cosa di chi lo fa per divertimento..
    Ha cercato di rimettersi in bici, ma invece che sostenerlo, l’Italia lo ha affossato e abbandonato.
    NON SI PUO PARAGONARE PANTANI A MARADONA O BORG SULL’USO DI DROGHE….STORIE COMPLETAMENTE DIVERSE.

  5. alfonso

    agosto 9, 2016 at 12:15 pm

    Pantani no.. per favore. Un cucciolo in mezzo ai leoni che lo hanno sbranato e inscenato un’overdose

  6. Maurizio

    novembre 3, 2017 at 2:03 pm

    È una storia triste la sua. Ritirarsi a 26 anni non è normale. Poteba giocare altri 10 anni e vincere ancora tanto. Io non l’ho visto giocare perché ero troppo piccolo ma credo che la sua sia una storia molto triste. Arrivare bolliti a 26 anni quando un’agonista dovrebbe iniziare a dare il meglio di se stesso vuol dire che a livello personale non ci stava già più. Peccato sentire queste storie. Io ho cone esempio tennisti come nadal,federer, campioni nella vita non solo in un rettangolo di gioco. Questi rimarranno come esempi per sempre.

  7. Marcella

    aprile 15, 2018 at 11:55 pm

    Ma chi dice che Borg ha avuto una vita sprecata e triste? Lui sara’ sempre ricordato come uno dei grandi campioni di tennis dei nostri tempi. Quando decise di ritirarsi aveva ormai raggiunto l’apice della sua carriera e aveva gia’ dato il meglio di se’.
    Sara’ anche vero che conseguentemente abbia fatto uso di droghe…….pero’ non e’ mai diventato un tossicodipendente o un alcolista come e’ capitato ad altri personaggi sportivi.
    Per quanto se ne sa lui conduce una vita tranquilla in Svezia con la sua famiglia. Loredana non era la persona giusta per lui……tutto qui.

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Calcio

Quanto sono strani i nomi delle squadre di calcio giapponesi

Nicola Raucci

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Il Giappone è un mondo lontano dal fascino immenso. Paese dalla cultura straordinaria in cui storia millenaria e modernità fantascientifica formano un connubio inestricabile. Terra dove le stravaganze sono peculiari tanto quanto le tradizioni.

Il calcio non fa eccezione e sfogliando i nomi delle squadre si rimane colpiti dalla grande varietà. Il tutto risale alla nascita della J.League (J リ ー グ ) creata nel 1992, quando la Japan Football Association (日本 サッ カー 協会 ) (JFA) decise di dare vita all’attuale campionato professionistico nipponico per incrementare il livello generale del movimento calcistico nel Paese e rendere competitiva la Nazionale. Fino ad allora la massima serie era la Japan Soccer League (JSL), campionato dilettantistico di scarso interesse per media e tifosi. Venne attuato un cambio radicale che ebbe importanti conseguenze anche nei nomi delle squadre. Le società, già esistenti e di nuova fondazione, optarono per il definitivo abbandono della propria identità aziendale per assumere denominazioni in grado di rappresentare in maniera accattivante la storia, la cultura e le tradizioni locali.

Ecco che troviamo così soluzioni eccentriche e fantasiose, in pieno stile nipponico, dove a farla da padrone sono i richiami alle esotiche lingue delle patrie del calcio: Europa e Sud America.

Le attuali 18 squadre della J1 League:

Cerezo Osaka (セレッソ大阪) – Osaka

Club fondato nel 1957 come Yanmar Diesel, è dal 1993 Cerezo Osaka. Cerezo è in spagnolo il “ciliegio”, albero tipico della città, il cui fiore ne è simbolo distintivo. Indubitabile richiamo al caratteristico paesaggio di ciliegi fioriti lungo i corsi d’acqua di Osaka.

FC Tokyo (FC 東京) – Tokyo

Società nata nel 1935 con il nome di Tokyo Gas Football Club (東京ガス FC), squadra ufficiale della compagnia Tokyo Gas. Una delle poche formazioni a mantenere una denominazione neutra dopo che nel 1998 le aziende Tokyo Gas, ampm, Culture Convenience Club, TEPCO e TV Tokyo fondarono la Tokyo Football Club Company.

Gamba Osaka (ガンバ大阪) – Suita

Il nome assunto nel 1992 gioca sulla sostanziale omofonia tra la parola italiana gamba e il giapponese ganbaru ( 頑 張 る ) che significa “dai il meglio”, “resisti”, caratteristica fondamentale dell’etica societaria imperniata sul lavoro. Club fondato nel 1980 come squadra della Matsushita Electric Industrial Co., Ltd. (Panasonic), era essenzialmente la squadra riserve degli attuali rivali del Cerezo Osaka.

Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌) – Sapporo

Il nome deriva dall’unione di consado, anagramma del giapponese dosanko (道 産 子 “popolo di Hokkaidō”), con lo spagnolo ole, che simboleggia il tifo per la squadra da parte di tutti gli abitanti dell’isola. Società nata come Toshiba SC con sede a Kawasaki nel 1935, venne spostata dalla compagnia nel 1996 a Sapporo. Niente più lega la squadra all’azienda fondatrice fuorché il rosso- nero delle divise.

Júbilo Iwata (ジュビロ磐田) – Iwata

Fondato nel 1970 come club calcistico della Yamaha Motor Corporation, azienda con cui mantiene ancora legami, è dal 1993 Júbilo Iwata. Júbilo significa in portoghese “esultanza”, “gioia”.

Kashima Antlers (鹿島アントラーズ) – Kashima

Società fondata come Sumitomo Metal Industries Factory Football Club nel 1947 con sede a Osaka fino al trasferimento nella prefettura di Ibaraki nel 1975. Antlers indica in inglese i palchi dei cervi.

La denominazione si connette al nome stesso della città di Kashima ( 鹿 嶋 市 Kashima-shi che letteralmente significa “città dell’isola dei cervi” 鹿 ka / cervi – 嶋 shima / isola – 市 shi / città).

Kashiwa Reysol (柏レイソル) – Kashiwa

Fondata nel 1940 come squadra della compagnia Hitachi, Hitachi, Ltd. Soccer Club, è dal 1992 Kashiwa Reysol, nome dato dalla fusione delle parole spagnole rey (re) e sol (sole).

Kawasaki Frontale (川崎フロンターレ) – Kawasaki

Fondato nel 1955 come club dell’azienda Fujitsu, Fujitsu Soccer Club, divenne società professionistica nel 1997, anno nel quale avviò una collaborazione con il Grêmio, a cui si ispira, e adottò la parola italiana frontale nel proprio nome.

Nagoya Grampus (名古屋グランパス) – Nagoya

Società fondata nel 1939 come club calcistico della Toyota, Toyota Motor SC, era nota fino al 2007 con il nome di Nagoya Grampus Eight. Grampus è il nome scientifico del grampo o delfino di Risso e si rifà alla coppia di delfini presenti sul Castello di Nagoya. La parola inglese eight si ispirava all’emblema della città, ovvero all’“otto” (八) nella numerazione giapponese.

Sagan Tosu (サガン鳥栖) – Tosu

Società fondata nel 1997. Nome dal doppio significato, sagan ( 砂 岩 ) è in giapponese l’arenaria, ovvero l’unione di tanti elementi a formare un oggetto (la squadra) resistente a tutto. Inoltre, Sagan Tosu può essere inteso come “Tosu (città della prefettura) di Saga” (佐賀 ん 鳥 栖 Saga-n Tosu) nel dialetto locale.

Sanfrecce Hiroshima (サンフレッチェ広島) – Hiroshima

Club fondato nel 1938 come Toyo Kogyo Syukyu Club ( 東 洋 工 業 サ ッ カ ー 部 ), cambiò nome nel 1981 in Mazda SC (マツダ SC) e nel 1992 assunse la denominazione attuale. Insieme al JEF United Ichihara Chiba e agli Urawa Red Diamonds, è stata una delle società fondatrici del campionato professionistico. Sanfrecce è una combinazione del numero “tre” ( 三 San) nella numerazione giapponese con la parola italiana frecce e si rifà alle parole dell’eroe locale, il daimyō Mōri Motonari, che disse ai suoi figli “Una singola freccia può essere facilmente spezzata, ma tre frecce tenute insieme non saranno mai piegate”.

Shimizu S-Pulse (清水エスパルス) – Shizuoka

Società fondata nel 1991 come Shimizu FC dall’iniziativa della cittadinanza locale senza il sostegno di grandi aziende, cambiò rapidamente la denominazione in Shimizu S-Pulse per mettere in primo piano i tifosi. Difatti, la S si rifà a Shimizu (città), Shizuoka (prefettura) e alle parole inglesi supporters (tifosi) e soccer (calcio), unita all’altra parola inglese pulse (impulso) a indicare l’energia dei suoi instancabili sostenitori.

Shonan Bellmare (湘南ベルマーレ) – Hiratsuka

Bellmare è una combinazione delle parole italiane bello e mare per indicare la bellezza dell’area costiera di Shōnan (湘南) nella baia di Sagami.

Urawa Red Diamonds (浦和レッドダイヤモンズ) – Saitama

Fondata nel 1950 come sezione calcistica della Mitsubishi con sede a Kobe, Mitsubishi Heavy Industries Football Club, diventò nel 1993 Urawa Red Diamonds. Red Diamonds è un chiaro riferimento all’emblema della Mitsubishi (三菱) nome traducibile come “tre diamanti”.

V-Varen Nagasaki (V・ファーレン長崎) – Nagasaki

Club formatosi nel 2005 dalla fusione di Ariake Football Club e Kunimi Football Club. Il nome V- Varen combina la V del portoghese vitória (vittoria) e dell’olandese vrede (pace) con varen che significa, sempre in olandese, “navigare”. Scelta ispirata alla grande tradizione marinara di Nagasaki, città portuale punto di attracco per portoghesi e olandesi durante lo shogunato Tokugawa (1600-1868).

Vegalta Sendai (ベガルタ仙台) – Sendai

Società fondata nel 1988 con la denominazione di Tohoku Electric Power Co., Inc. Soccer Club. Nel 1999 assunse il nome Vegalta in omaggio alla festa Tanabata (七夕 “settima notte”) che celebra il ricongiungimento delle divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentate rispettivamente dalle stelle Vega e Altair. I due amanti separati, secondo la leggenda, dalla Via Lattea possono incontrarsi solo una volta all’anno. La denominazione celebra tale incontro.

Vissel Kobe (ヴィッセル神戸) – Kōbe

Club fondato nel 1966 con il nome di Kawasaki Steel Soccer Club, aveva sede a Kurashiki, nella prefettura di Okayama. Nel 1994 la città di Kobe raggiunse un accordo con la Kawasaki per spostare la squadra da Okayama a Kobe, con la nuova denominazione di Vissel Kobe. Vissel nasce dalla combinazione delle parole inglesi victory (vittoria) e vessel (vascello), in riferimento alla tradizione portuale della città.

Yokohama F·Marinos (横浜 F・マリノス) – Yokohama

Società fondata nel 1972 come sezione calcistica della Nissan, Nissan Motors FC. Prese la forma attuale nel 1999 mediante la fusione delle due squadre di Yokohama: Yokohama Marinos e Yokohama Flügels. La F ricorda i Flügels (dal tedesco Flügel che significa “ali”) mentre marinos è la parola spagnola per “marinai” e si rifà alla importante storia di città portuale di Yokohama. La maggior parte dei tifosi dello Yokohama Flügels, rifiutando la fusione con i rivali, diedero vita nello stesso anno al Yokohama FC.

L’ammirazione per il calcio italiano, che proprio negli anni ’90 dominava la scena, riecheggia in tante altre squadre giapponesi a indicare una smisurata passione per il Belpaese.

Di seguito una breve lista:

J2 League

Fagiano Okayama FC (ファジアーノ岡山) – Okayama

Il nome fagiano si riferisce al compagno di avventure di Momotarō, protagonista della omonima celebre fiaba giapponese.

Kamatamare Sanuki (カマタマーレ讃岐) – Takamatsu

Kamatamare unisce il giapponese Kamatama (ciotola per udon tipica della zona) con la parola mare.

Montedio Yamagata (モンテディオ山形) – Yamagata

Fusione di monte e dio a indicare le maestose montagne di Yamagata.

Oita Trinita (大分トリニータ) – Ōita

Riferimento alla trinità di cittadinanza, aziende e governo locale nel supporto del club.

Roasso Kumamoto (ロアッソ熊本) – Kumamoto

Il nome Roasso deriva dall’unione di rosso e asso. Simbolo (cavallo rampante) e colore (rosso) sono un chiaro riferimento alla Ferrari.

Tokushima Vortis (徳島ヴォルティス) – Tokushima

Il nome vortis è preso da vortice e si riferisce al Vortice di Naruto, che non è il cartone ma un fenomeno marino che si verifica nele acque giapponesi.

J3 League

Gainare Tottori (ガイナーレ鳥取) – Yonago

Combinazione del giapponese gaina (“grande” nel dialetto di Tottori) e sperare.

Giravanz Kitakyushu (ギラヴァンツ北九州) – Kitakyushu

Unione delle parole girasole, simbolo floreale di Kitakyushu, e avanzare.

Kataller Toyama (カターレ富山) – Toyama

Combinazione di 勝 た れ (katare), che nel dialetto di Toyama significa “vincere”, e aller, francese per “andare”. Inoltre, è un gioco di parole tra “cantare” e 語 れ (katare) che significa “parlare”.

 

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Calcio

Coppa del Mondo: in Russia c’era anche l’Italia. Quella della musica

Tommaso Nelli

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C’è un’Italia che ha comunque partecipato al Mondiale in Russia. È quella della musica che, grazie al compositore Ettore Grenci, può dire anche di essersi tolta delle belle soddisfazioni. Il singolo realizzato dall’artista di origini napoletane, “United by love”, una delle canzoni di accompagnamento della rassegna iridata, nel giro di pochi giorni ha superato i 9 milioni di visualizzazioni sul canale YouTube della Warner Mùsica.
Interpretato dall’uruguagia Natalia Oreiro, star internazionale della musica pop latina, il brano, le cui parole sono di Silvia Molina (moglie dello stesso Grenci) è cantato in tre lingue – russo, inglese e dialetto castigliano – ed è un inno alla pace, all’amore e alla fratellanza.

Per Grenci, che ha realizzato l’opera con il produttore discografico Diego Córdoba e che ha dedicato al padre scomparso da poco, si tratta di un altro risultato di prestigio all’interno di una carriera che lo ha visto collaborare, fra gli altri, con altri personaggi di spicco del panorama musicale mondiale, fra i quali Demi Lovato, Marc Anthony e Ricky Martin.
Proprio quest’ultimo, rimanendo in tema di canzoni mondiali, fu l’interprete de ‘La copa de la vida’, colonna sonora dell’edizione di ‘Francia’ 98′, culminata col successo in finale dei padroni di casa per 3-0 sul Brasile di Ronaldo.
A differenza del successo dell’asso portoricano, quello di Grenci non è stato il singolo ufficiale della rassegna russa, riconoscimento andato a “Live it up” di Nick Jam (con la partecipazione di Era Istrefi e Will Smith), bensì uno di quelli di accompagnamento.

Un riconoscimento più che considerevole se si pensa che, dal 1962 a oggi (cioè da quando è previsto che la Coppa del Mondo abbia un suo motivo canoro), questo onore, per gli artisti italiani, era spettato soltanto al “Nessun Dorma”, con voce dell’indimenticato Luciano Pavarotti, durante “Italia’ 90”. In quell’occasione altri due artisti nostrani, Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, dettero forma a “Un’estate italiana”, canzone ufficiale della manifestazione che stampò indelebili nelle menti dei tifosi le gesta degli azzurri di Azeglio Vicini e di Totò Schillaci. E pensando anche al maestro Ennio Morricone, compositore della “Marcha del Mundial” argentino del 1978 assieme alla “Orquesta Filarmonica de Buenos Aires”, Grenci è quindi in ottima e illustre compagnia nella galleria dove s’incontrano la musica e il calcio ai suoi massimi livelli.
E l’auspicio è che le ottime intenzioni emanate da “United by love” arrivino anche alle orecchie e soprattutto al cuore della Nazionale di Roberto Mancini, spingendola a leggere nell’assenza da questo Mondiale una grande occasione per risollevare la testa e ambire a un deciso riscatto internazionale sul piano dell’immagine e dei risultati.

Non ci resta che ascoltarla..

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Calcio

Sudafrica 2010: l’Africa (e le vuvuzelas) celebrano la prima volta delle Furie Rosse

Paolo Valenti

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Arrivati all’alba di un nuovo decennio, i mondiali di calcio arrivano dove finora erano stati solo immaginati. E’ il Sudafrica a farsi carico dell’organizzazione di una competizione che dello spirito pionieristico della prima edizione tenutasi nel 1930 in Uruguay in dote porta ormai poco. La FIFA di Blatter ha deciso di portare la coppa del mondo per la prima volta nel continente africano: che la nazione di Nelson Mandela, storica icona vivente della lotta all’apartheid, sia stata scelta come paese ospitante è frutto di decisioni manovrate più dagli strumenti della corruzione che da scelte liberamente sostenute. Come emerso nel 2015 dall’indagine condotta dall’FBI, infatti, il paese votato per organizzare il mondiale fu il Marocco ma il versamento di tangenti per un importo pari a dieci milioni di dollari avrebbe spinto la coppa verso il Sudafrica. Meglio, allora, parlare d’altro.

L’Italia si presenta col fregio di campione in carica come in Messico nell’86. Anche l’approccio al torneo è analogo: Marcello Lippi, tornato in panchina dopo i due anni di parentesi senza infamia e senza lode di Roberto Donadoni, giubilato dopo l’eliminazione agli Europei del 2008 rimediata ai calci di rigore con i futuri campioni della Spagna, affronta la competizione cercando un equilibrio tra chi ha vinto quattro anni prima e le forze nuove suggerite dal campionato. E’ un equilibrio difficile da trovare, soprattutto perché i candidati a rimpiazzare i campioni del mondo, per qualità tecnica e personalità, si rivelano inadeguati. Lippi si trova nella stessa situazione già sperimentata da Enzo Bearzot nel suo terzo mondiale alla guida degli azzurri e vive lo stesso destino del tecnico friulano, con una nota di demerito in più: l’Italia, infatti, non riesce a superare nemmeno il primo turno, ultima di un girone che la vede in affanno con formazioni non irresistibili come Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Era da trentasei anni, da Germania 1974, che gli azzurri non arenavano il loro percorso al primo turno: un’amarezza sportiva sconosciuta a molti appassionati italiani.

Sono altre le nazionali che vanno avanti e si affacciano sull’Olimpo delle semifinali: l’Olanda ci ritorna dopo aver battuto un Brasile in buona parte vittima dell’irrazionale incontinenza agonistica di Felipe Melo, protagonista negativo nelle azioni dei due gol olandesi nonché di una sacrosanta espulsione; la Germania dopo aver strapazzato l’inconsistente Argentina guidata dall’inadeguato coach Diego Armando Maradona; Uruguay e Spagna raggiungono l’obiettivo soffrendo non poco per aver ragione, rispettivamente, della nazionale alfiere del calcio africano, il Ghana, e di un ostico Paraguay. Non basta un superlativo Diego Forlan a negare l’accesso alla finale agli Oranje, mentre la Germania si arrende alfine al calcio latino delle Furie Rosse spagnole, che nell’atto decisivo si impongono grazie alla zampata vincente di uno dei centrocampisti migliori di tutti i tempi. Il gol di Andrès Iniesta porta per la prima volta nella storia la Roja sul tetto del mondo.
I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Sudafrica 2010

LE CURIOSITA’

Non c’è due senza tre

Nel 2010 in Sudafrica la nazionale olandese raggiunge per la terza volta la finale della coppa del mondo. Gli Oranje, pur poco superstiziosi, dovrebbero fare gli scongiuri visto l’andamento non positivo delle due precedenti esperienze nel 1974 e nel 1978. Nel 2010 il fatto di non dover incontrare i padroni di casa, come era successo in passato, forse rende meno problematico l’approccio alla finale, anche se alla fine il risultato, seppur in extremis, si allinea alla perfezione con le sconfitte maturate in Germania e in Argentina.

Waka Waka (This Time for Africa)

Questo il titolo della canzone ufficiale dei mondiali 2010 cantata da Shakira, la pop singer colombiana attualmente compagna del difensore del Barcellona e della nazionale spagnola Gerard Piquè. Il singolo raccolse un notevole successo nonostante le iniziali polemiche provocate da una parte dell’opinione pubblica sudafricana, che avrebbe preferito che a cantare l’inno del mondiale fosse un autoctono. Waka Waka fu una hit di quel periodo raggiungendo il numero uno delle classifiche in moltissimi paesi, tra i quali l’Italia, vendendo circa dieci milioni di “copie” in tutto il mondo. Nel video della canzone comparivano anche alcuni calciatori, tra i quali Cristiano Ronaldo e Leo Messi. 

Only for Africa

Il processo di selezione del paese ospitante la diciannovesima edizione della coppa del mondo fu aperto solo alle nazioni africane. Era molto forte, infatti, il desiderio della FIFA di portare per la prima volta il mondiale in quel continente. L’assegnazione venne ufficializzata nel 2004 a favore del Sudafrica, la cui candidatura fu preferita a quelle di Egitto e Marocco con meccanismi, come accennato in precedenza, affatto trasparenti.

La prima volta

Diverse le prime volte verificatesi in occasione del mondiale 2010: due riguardano il Sudafrica e due la Spagna. Le Furie Rosse ottengono il loro primo titolo mondiale col quale, oltretutto, diventano anche la prima nazionale europea a vincere la coppa fuori dal continente di appartenenza. Quanto al Sud Africa, oltre al già richiamato esordio come paese ospitante facente parte del continente africano, la selezione di mister Carlo Alberto Parreira è la prima nazionale padrona di casa a venire eliminata al primo turno.

Portare gioia a tutti

E’ più o meno questa la traduzione del termine Jabulani, il nome del pallone ufficiale dei mondiali 2010 che, come il precedente Fevernova del 2002, solleva diverse perplessità tra i giocatori, che ne rilevano l’anomalia delle traiettorie atta, secondo il brasiliano Julio Cesar, a rendere più difficile il compito dei portieri e a favorire l’incremento del numero di gol, tanto da arrivare a definirlo come un pallone da supermercato.

Vuvuzelas

Ancor più che per il Jabulani, le critiche dei calciatori che disputarono il mondiale si levarono a causa dell’utilizzo da parte degli spettatori delle Vuvuzelas, una sorta di trombette di plastica a corno lungo (65 centimetri) che il pubblico si divertiva a “suonare” durante lo svolgimento delle partite, generando un effetto acustico decisamente invasivo che rendeva talvolta difficile la comunicazione in campo tra giocatori. Le Vuvuzelas misero in difficoltà anche le televisioni, per le quali il frastuono di sottofondo generato dalle trombette locali andava in sovrapposizione alla cronaca delle partite affidata a giornalisti e commentatori.

LA FINALE

L’11 luglio è il giorno della finale, una data sempre evocativa per gli italiani che esattamente ventotto anni prima ebbero la fortuna di seguire i mondiali. Siamo, però, nel 2010 e al Soccer City di Johannesburg la partita che determina il vincitore della coppa del mondo se la vanno a giocare Spagna e Olanda: entrambe, in caso di vittoria, porteranno per la prima volta a casa il massimo successo. Per gli iberici è comunque l’esordio in una finale mondiale mentre gli Oranje tornano ad assaporarla dopo le deludenti esperienze di Germania 1974 e Argentina 1978. Anche se, stavolta, l’avversario non è la nazionale del paese ospitante, non c’è da stare troppo tranquilli: la squadra di Vicente Del Bosque gioca un calcio annichilente, basato sul possesso palla infinito di giocatori che, anche nei piedi dei difensori, trovano abili sponde di palleggio funzionali a un giro palla che, alla fine, riesce a trovare un modo per arrivare al gol. L’Olanda pratica un football dalle fondamenta muscolari a sostegno della classe evidente dei protagonisti avanzati: Sneijder sulla tre quarti, Robben su una delle due fasce e Van Persie nell’area avversaria. La partita è dura, spezzettata e l’arbitro, l’inglese Webb, è costretto a mettere più volte mano al taschino per usare i cartellini: a fine gara saranno ben quattordici.

Le occasioni non mancano per entrambe le squadre, talune clamorose come quelle non finalizzate da Fabregas e, soprattutto, Robben. Lo zero a zero non si sblocca nemmeno all’inizio del secondo tempo supplementare, quando il difensore olandese Heitinga viene espulso per doppia ammonizione. L’inerzia della partita sembra declinare verso i calci di rigore quando, a quattro minuti dal fischio finale, un cross verso l’area di Fernando Torres viene respinto dai difensori olandesi sui piedi di Fabregas che, dal limite dell’area, serve prontamente Iniesta: il palleggio in avanti dell’iberico serve a caricare un diagonale sul quale Stekelenburg non trova riparo. E’ il sigillo della vittoria di una squadra che col suo gioco, forse più catalano che spagnolo, avvicina il calcio europeo alle sponde del Sud America.

I PROTAGONISTI

Andres IniestaIl Don del calcio spagnolo degli anni Duemila è un giocatore che, come capita solo ai più grandi, sembra formare un tutt’uno quanto tiene la palla tra i piedi. Sarà per l’altezza (171 centimetri), per una certa rotondità del viso accentuata dall’incipiente calvizie oppure semplicemente perché, nella gestione del pallone, la fluidità dei movimenti corporei è pienamente armonizzata col rotolare della sfera, resta il fatto che Andres Iniesta, nel pur eccelso livello tecnico del centrocampo delle Furie Rosse, è il cantore principe dei campioni del mondo 2010. Capace di prender palla e giostrarla in qualunque zona del campo, Iniesta possiede la capacità inestimabile di unire elementi che spesso faticano a dialogare: la bellezza e la funzionalità, l’orpello e il risultato, l’estetica e la funzionalità. Difficile vederlo sbagliare una scelta, che sia legata al tempo di gioco, al passaggio da fare o al tiro da scoccare. Un vero califfo del centrocampo, in grado di diventare un decisivo supporto avanzato quando l’intelligenza calcistica glielo suggerisce con la naturalezza con cui tratta il pallone, come dimostrato paradigmaticamente nel gol col quale regala al suo Paese un titolo mondiale mai conquistato prima della finale di Johannesburg, con quell’alzarsi la palla per scaricarla in rete che ricorda la preparazione del gesto che milioni di ragazzini eseguono nelle strade e nei cortili di tutto il mondo. La sapienza con la quale alterna la stoccata al ricamo è il frutto di algoritmi istintivi finalizzati sempre all’efficacia della giocata che ne costruiscono la dimensione di calciatore universalmente adattabile a qualunque schema di gioco. Vincerà un altro Europeo nel 2012 e disputerà altri due mondiali, ultimo incluso, prima di mostrare gli ultimi abbagli di una classe illuminante nella terra del Sol Levante.

Diego Forlan – Se l’Uruguay dopo quarant’anni torna a classificarsi tra le prime quattro nazionali del mondo, in buona misura lo deve alle ottime prestazioni del suo attaccante più carismatico, Diego Forlan, che, in assoluto, è anche tra i migliori giocatori di tutto il mondiale. Anzi: il migliore, essendo insignito del Golden Ball award, riconoscimento assegnato al più bravo calciatore della coppa del mondo di cui, a pari merito con Thomas Mueller, Wesley Sneijder e David Villa, vince la classifica dei cannonieri. Nativo di Montevideo e icona dell’Atletico Madrid, con un passato da promettente tennista, Forlan è un attaccante di movimento che, godendo degli spazi che gli aprono compagni del calibro di Cavani e Suarez, riesce a svariare su tutto il fronte offensivo con movimenti che, in relazione alla necessità del momento, riecheggiano quelli del centravanti, dell’ala o del numero dieci. Giocatore di puro talento, si impone a critica e pubblico partendo dalle retrovie di un campionato che attendeva le meraviglie di Messi e Kakà e si ritrova a celebrare gol e assist di un ragazzo biondo capace di una leadership basata sulla ricerca dell’obiettivo comune tramite la valorizzazione del senso di appartenenza al gruppo. Pronto alle triangolazioni come all’uno contro uno, abile nel colpo di testa e nel calciare le punizioni, Forlan in Sudafrica raggiunge l’apice di una carriera che l’anno successivo lo porta anche a vestire la maglia dell’Inter. In Italia inizia una parabola discendente che non gli impedisce di partecipare alla spedizione della Celeste nel successivo campionato mondiale, quando è proprio l’Uruguay di Tabarez a condannare all’uscita anticipata gli azzurri di Prandelli.

 

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