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Pugilato

Billy Collins e quel pugno “dopato”che ha distrutto la sua vita

Matteo di Medio

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Commissario! Commissario! Non c’è la dannata imbottitura!”.

Comincia così, o meglio, finisce così la storia che vi stiamo raccontando.

A fare da sfondo alla  nostra narrazione, gli anni 80 e il Madison Square Garden di New York. Il tempio della Boxe, o della “Noble Art” così com’è conosciuta ai più. Già, Arte nobile. Perché, malgrado i volti dei protagonisti, non certo dei fotomodelli, e quei colpi sferrati con impeto e violenza, il pugilato è fatto di regole ben precise che vanno rispettate, così come deve essere rispettato l’atleta che ti trovi di fronte su quel ring. Quel quadrato in cui sei tu contro un altro come te, da soli, dove coraggio e paura si fondono e solo chi saprà trovare il giusto equilibrio tra le due forze potrà emergere e conquistare la gloria in questa personale guerra contro il fallimento, fatta di concentrazione e tecnica.

Facciamo un passo indietro nella storia e torniamo alla nascita delle regole in questo sport: dopo che il pioniere James Figg, considerato da molti colui che ha coniato il termine “noble art”, ritiratosi dall’attività pugilistica per divenire allenatore, ha dato il via al movimento boxeristico moderno con tutta una serie di incontri tra atleti, la disciplina, durante tutto il 1700, prese sempre più piede e, di pari passo, anche le implicazioni economiche, quali premi vittoria e il traffico di scommesse.

Proprio per questo, nel 1865, il marchese di Queensberry, John Sholto Douglas scrisse, a quattro mani con l’atleta John Graham Chambers, le regole della boxe, contenenti il “codice della boxe scientifica“. All’interno di questo codice, vengono elencati i fondamenti base del pugilato moderno utilizzati da allora fino ai nostri giorni, chiaramente con qualche modifica apportata negli anni.

Vengono introdotte le categorie di peso, il sistema del conteggio e del KO, la durata dei round e, dulcis in fundo, i guantoni. Infatti, prima di Douglas, la disciplina veniva praticata a mani nude. Con l’introduzione dei guantoni, essendo spesso gli incontri organizzati tra persone di alto rango, si evitava, nelle uscite in pubblico, un imbarazzo estetico a fronte dei colpi ricevuti durante il combattimento.

Finita la digressione storica, molti di voi si staranno chiedendo il perché di tutte queste precisazioni in merito alle regole del pugilato.

Ebbene, perché la storia di Billy Collins nasce, esclusivamente, dal mancato rispetto dei principi per cui questa disciplina è praticata: mancato rispetto delle regole che si traduce in mancato rispetto del pugile, dell’uomo che combatte contro di te, mancata lealtà, mancata fierezza.

E i guantoni sono i protagonisti della nostra storia.

Andiamo ai fatti: figlio di un ex pugile degli anni 50, Billy nasce a Antioch, un sobborgo di Nashville in Tennessee, il 21 Settembre 1961. Di origini irlandesi, il giovane Collins, con quella faccia da eterno bambino incorniciata dalla tipica chioma rossa, è, in realtà, una macchina di pugni, come ci racconta lo scrittore Dario Torromeo nel suo “Non fare il furbo, combatti“. Il padre allenatore lo ha istruito bene e il suo record è di 11 vittorie di cui otto per KO e tre ai punti. Si presenta, quella sera del 16 marzo del 1983, da imbattuto. Di fronte a lui il pugile Luis Resto, portoricano di Juncos. Resto, è la nemesi di Collins: cresciuto nel Bronx, a 14 anni deve scontare 6 mesi in un centro per persone con problemi psichici, avendo preso a gomitate il professore di matematica.

Al Madison, il pubblico è quello delle grandi occasioni: in cartello la sfida mondiale tra Moore e Duran, ma c’è molta curiosità anche per l’incontro tra i due pesi welter.
L’incontro è duro e violento. Nessuno dei due pugili si risparmia e il match è in bilico fino al finale: dopo 10 riprese e 30 minuti di feroce battaglia, la bilancia pende, a sorpresa di tutti, verso Luis Resto, che pensa già all’incontro per il titolo mondiale con Don Curry.

Al momento della proclamazione, Collins è devastato: occhi tumefatti e tagli su tutto il volto. Ma è normale: la boxe è questo, si vince o si perde, il fisico è sempre quello che ha la peggio. Ma lo spirito va salvaguardato: per questo, il padre, sale sul ring, consola il ragazzo e si va a congratulare con lo sfidante, uscito vincitore. In quel momento, il sangue di Collins Senior gela: stringendo i guantoni di Resto, sente che sono sottili, troppo sottili.

Non c’è l’imbottitura – urla – hanno tolto l’imbottitura!”.

Lo sguardo di Resto da felice si trasforma in incredulo: si volta verso il suo angolo, verso il suo coach Panama Lewis, che si affretta a portarlo negli spogliatoi.

Il commissario sequestra i guantoni di Resto e, dopo attenta analisi, viene rinvenuto un profondo foro all’interno e la mancanza di gran parte dell’imbottitura, all’epoca crine di cavallo. Il risultato è che Resto, in quell’occasione, aveva “boxato” praticamente a mani nude.

I risultati di questa negligenza da parte dell’entourage del portoricano sono tragici: Collins viene portato in ospedale e gli viene diagnosticata la lesione dell’iride dell’occhio destro, nonché gravi danni al sinistro. Il giovane irlandese, a soli 22 anni, rischia di rimanere cieco.

Col tempo, le sue condizioni fisiche migliorano, ma del pugilato non se ne parla minimamente: Billy non sarà più atleta, e i risvolti psicologici fanno più male dei pugni presi sul ring: trova, in sequenza, due lavori, che perde in breve tempo, annegato dalla depressione e dell’alcol.

Nel frattempo, la commissione di inchiesta espone il caso alla Commissione di Atletica di New York, la quale riconosce colpevoli Luis Resto e Panama Lewis di aggressione, possesso criminale di un’arma (i pugni di Resto) e cospirazione per un periodo totale di detenzione di 3 anni.

Ma questo non basta: non può bastare a chi della boxe aveva fatto la sua vita: Billy Collins, a distanza di nove mesi dal maledetto incontro, viene ritrovato morto dentro un fiume, vicino casa, con la sua auto. E’ il 6 marzo 1984, ma Billy era, ormai, “morto” da tempo. Il tasso alcolico rinvenuto sul corpo è a livelli altissimi e la moglie Andrea Collins-Nile, così come il padre del pugile, sono sicuri che non si trattasse di un incidente, ma bensì di un suicidio.


A distanza di anni il dubbio ancora resta, come restano molte ombre circa l’inappropriato comportamento da parte degli organi di controllo di correttezza da parte della commissione nei momenti antecedenti l’incontro e posteriori allo stesso (ad esempio, i guantoni di Resto, in fase processuale, non furono confiscati).

Ma il peggio deve ancora essere svelato: dopo due anni e mezzo di reclusione, Panama e Resto escono di prigione. Panama, sebbene radiato dalla boxe, continua ad allenare i futuri campioni e a fare la bella vita circondato da lusso e denaro, pur non potendo più presiedere agli incontri. Luis Resto, invece, quasi inseguito dal fantasma di Billy Collins, vuota, definitivamente, il sacco e porta alla luce la più tremenda delle verità: prima dell’incontro, sul bendaggio delle sue mani, il suo staff aveva spruzzato una polvere indurente, una sorta di stucco a presa rapida con il quale era inevitabile che Billy venisse irrimediabilmente reso inabile a continuare l’attività agonistica. Aggiunge, inoltre, che questo stratagemma era stato usato anche in altri due incontri precedenti a quello con Collins. In pratica, Luis Resto combatteva con dei sassi al posto delle mani.

“Basta che lo colpisci al volto e vincerai”. Queste le parole di Panama, urlate ripetutamente al pugile, a detta di Resto.

Pare che il suo clan avesse scommesso una grande cifra su di lui, largamente sfavorito.

Ma, a volte, il destino viene tragicamente influenzato dal karma: la vita di Luis Resto, dopo l’accaduto, ha preso una parabola vertiginosamente discendente: ha vissuto per 10 anni in uno scantinato di 6 metri quadrati sotto una palestra, senza bagno, lontano dai figli, dalla moglie e dai nipoti. Ha chiesto accoglienza alla sorella, in un monolocale dove vive con i suoi tre figli. Divorato dall’alcol e dalla droga, soffocato dalla depressione, a 59 anni, piange ogni notte. Tornato nel Bronx, ha cominciato il suo percorso di redenzione, allenando i ragazzi in una palestra del suo vecchio quartiere. Insegna la tecnica, il coraggio e la lealtà. Quella che non ha avuto lui, artefice, e vittima allo stesso tempo, vista la sua condizione, di un mancato rispetto delle regole.

Il ricordo di Billy Collins, punta i riflettori su tutto quello che l’interesse economico può scatenare all’interno dell’attività sportiva, eludendo la fatica, le ore di allenamento e le regole, riuscendo così a sporcare, anche, una nobile arte come il pugilato.

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Pugilato

Lassù qualcuno mi ama: la vera Storia di Rocky Graziano

Francesco Gallo

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Lassù qualcuno mi ama: la vera Storia di Rocky Graziano

Apprezzato dal Presidente Harry Truman, omaggiato da Al Capone e fotografato mirabilmente da un giovanissimo Stanley Kubrick. La vita del boxeur Thomas Rocco Barbella, meglio conosciuto come Rocky Graziano, è una delle più belle e affascinanti della storia del pugilato.

Figlio unico di un famiglia di origini abruzzesi e siciliane, il piccolo Rocco crebbe nei bassifondi di Manhattan, ovverosia in quelle pericolose strade dell’East-Side di New York che all’inizio degli anni Trenta rappresentavano il borough più vivace, colorato e chiassoso della zona, un vero e proprio mosaico di popolazioni. C’erano tutti: irlandesi, tedeschi, cinesi e, ovviamente, tanti, tantissimi italiani che all’epoca venivano ancora offensivamente apostrofati come «dago» (dalla parola inglese dagger, pugnale, per la loro innata propensione a risolvere con una coltellata qualunque controversia) oppure come «wop», da cui la pronuncia italiana “guappo” poiché spesso privi di documenti di riconoscimento (w.o.p. = With Out Passport).

Rocco, che però già tutti avevano preso a chiamare Rocky, visse un’adolescenza in continua fuga dalla polizia, lontano dalla scuola e molto vicino, invece, ad alcuni suoi coetanei con i quali si rendeva protagonista di piccoli o grandi furtarelli, risse per strada ed estorsioni nei confronti di malcapitati. Tra questi ce n’era uno in particolare con il quale, presto, avrebbe condiviso anche le gioie sul ring: Giacobbe, che però tutti chiamavano Jake. Jake La Motta. Il futuro “Toro del Bronx”. 

Continuamente dentro e fuori le prigioni minorili, un bel giorno il destino della sua vita cambiò durante una rissa in carcere. Mentre colpiva con tutta la sua forza un altro detenuto, la sua proverbiale violenza venne notata da una delle guardie (un ex procuratore di pugili), che gli disse qualcosa come: «Cosa ne dici di infilare quella dinamite in un guantone?». E da quel giorno nulla fu più come prima.

Da Rocco Barbella a Rocky Graziano

Un po’ a causa dei suoi turbolenti sospesi con la giustizia (gravava su di lui anche un’accusa di renitenza alla leva), un po’ per il conflittuale rapporto con il padre, agli inizi degli anni Quaranta, per salire la priva volta sul quadrato come pugile dilettante, si cambiò il nome in Rocky Graziano. Combatté il suo primo incontro da protagonista già nella primavera del 1942, contro un altro italoamericano, un “paisà” di nome Mike Mastandrea. Ma quella che lui avrebbe considerato la sua prima vera prova del fuoco, arrivò il 9 marzo del ’45 con Billy Arnold, un pugile afroamericano che deteneva un invidiabile record di trenta vittorie consecutive per k.o.

Sovvertendo alla sua maniera tutti i pronostici, la vittoria di Rocky arrivò dopo soli sei round. Il che non mancò di suscitare grande entusiasmo tra la folla del Madison Square Garden di New York. Tra i tanti spettatori entusiasti ce n’era uno in particolare che alla fine dell’incontro volle conoscere di persona Rocky. Si chiamava Harry Truman e dopo solo un mese sarebbe diventato il trentatreesimo Presidente degli Stati Uniti.

Tuttavia, quella non fu l’unica visita “di riguardo” che Rocky ebbe durante la sua pittoresca carriera di pugile. Un giorno, come ha raccontato nella sua biografia dal titolo Somebody down here likes me, too, alla fine di un altro match vincente, nel suo spogliatoio si presentò niente meno che Al Capone. Dapprima spaventato, il campione dei pesi medi fu subito rassicurato dal gangster che volle invece fargli addirittura dono di un preziosissimo anello di cinque carati. «Sono orgoglioso di te» gli disse “Scarface”, all’epoca in libertà vigilata dal carcere di Alcatraz. E quella fu una delle ultime volte che si fece vedere in giro, prima di finire i suoi giorni da ammalato in una clinica di Miami.

 La trilogia con Tony Zale

A portare alla ribalta pugilistica l’ex poco di buono dei bassifondi di Manhattan, fino alla possibilità di giocarsi il titolo mondiale dei pesi medi, furono senz’altro le sue incredibili doti di lottatore animate da un infaticabile dinamismo e da un’eccezionale voglia di vincere.

Fin dal primo colpo di gong, Rocky Graziano si lanciava sull’avversario come se dovesse addirittura difendere la propria vita. Nessuno ha conservato un ricordo della sua tecnica sopraffina, anche perché ne era sprovvisto, ma il suo inimitabile stile di combattimento, mosso da un insanabile astio nei confronti degli avversari, era di un’innegabile potenza distruttiva. Sul ring dava l’impressione di essere un animale tenuto troppo tempo in gabbia e che, una volta fuori, era pronto ad assalire il primo che gli passava davanti. Graziano non boxava con i suoi avversari, li sommergeva sotto un diluvio di colpi micidiali di una potenza terrificante. Nei corpo a corpo si avventava a testa bassa, del tutto incurante se, combattendo in tal modo, avrebbe fatto esplodere l’arcata sopracciliare o uno zigomo a colui che in quel momento osava pararglisi davanti. Quanto poi a proteggersi, Rocky certo se ne preoccupava, ma non più di tanto. Avventarsi era il suo primo ed unico pensiero, tant’è che tutti lo chiamavano “The Rock”. Anche per questo, il boxeur italoamericano è ancora oggi considerato uno dei più famosi e illustri rappresentanti dei pesi medi, la categoria reputata insieme a quella dei massimi la regina della boxe.

Nel 1946 ebbe finalmente l’occasione di combattere per il titolo. Il suo avversario era il grande e temibile Tony Zale, pugile di origine polacca il cui vero nome era Antoni Florian Załęski. I due, insieme, diedero vita a una delle più famose trilogie della storia del pugilato. Tre grandissimi incontri, combattuti nel giro di due anni, che hanno fatto epoca.

Il polacco era un picchiatore e un incassatore senza pari, proverbiale per il suo sangue freddo e la sua impassibilità che mostrava sul ring e che gli era valsa il soprannome di “uomo d’acciaio”. Era talmente considerato un maestro dell’arte della boxe che a fine carriera sarebbe diventato anche un buon allenatore.

Tra i primi pugili che avviò al ring ce ne fu uno in particolare che si sarebbe distinto rispetto agli altri. Era un azero fuggito dall’Iran nel 1941 dopo che nel suo Paese l’atmosfera si era fatta molto tesa in seguito all’invasione anglo-sovietica, una gigantesca operazione militare finalizzata a creare un canale sicuro di rifornimenti e aiuti militari ai russi che nel frattempo stavano tentando di contenere l’avanzata nazista. Si chiamava Emmanuel B. Aghassian, era figlio di un armeno a sua volta scappato dal terribile genocidio di qualche anno prima, e in quel momento non poteva immaginare che a pochi chilometri da casa sua due anni dopo si sarebbero decise le sorti del pianeta con la celebre Conferenza di Teheran. Emmanuel sotto la guida di Zale vince il Golden Gloves (il guanto d’oro), ma parteciperà senza successo a due edizione delle Olimpiadi, quelle di Londra del 1948 e quelle di Helsinki del 1952. Prima di allora, però, una volta giunto a Chicago, aveva falsificato il proprio documento cambiando il proprio nome in Mike Agassi. Si era dunque presentato con questo pseudonimo alle sfortunate gare dei Giochi e lo mantenne anche dopo aver abbandonato la boxe per andare a lavorare al Caesars Palace di Las Vegas. Nella capitale mondiale dell’intrattenimento ci si sposerà, anche, e dal suo matrimonio nasceranno quattro figli che in seguito avrebbe cercato in tutti i modi di avviare allo sport. Ci riuscirà solamente con uno, il più piccolo, a cui avrebbe dato due nomi. Il secondo era Kirk — come Kirk Kerkorian, il magnate proprietario dei maggiori casinò di Las Vegas verso cui fu sempre riconoscente — e il primo era Andre. Non con i guantoni, ma con una racchetta da tennis in mano, presto avrebbe vinto tutto ciò che era possibile vincere; e tutto il mondo lo avrebbe conosciuto semplicemente come Andre Agassi.

Il primo incontro tra Rocky Graziano e Tony Zale, quello combattuto il 27 settembre 1946 allo Yankee Stadium di New York, raggelò tutti gli spettatori. La violenza dello scontro superò ogni limite concepibile e se Zale seppe trionfare su Graziano per k.o. al sesto round, secondo il parere di tutti, fu soltanto grazie a un colpo fortunato, quello che nella boxe viene chiamato lucky punch.

Zale, nonostante fosse dotato di una tecnica superiore a quella del proprio avversario, fu in qualche modo costretto ad adeguarsi alla boxe di Graziano contro cui l’unica possibilità era quella di battersi come se si lottasse per sopravvivere. Dunque talvolta poteva capitare di avere fortuna in quella gragnola di pugni. Questo però non capitava sempre.

Il 16 luglio 1947, infatti, quando Zale affrontò nuovamente Graziano a Chicago, fu lui, dopo un’orribile mischia, a subire questa volta il k.o. al sesto round. Lo spettacolo fu allucinante. I due pugili imbrattati di sangue, feriti al volto, sembravano prossimi all’agonia: fu certamente un grande momento della leggenda del pugilato. Rocky si mostrò formidabile, quasi terrificante. E nello scontro, Zale perse il titolo di campione del mondo dei pesi medi.

I due risalirono nuovamente sul ring, ancora una volta per contendersi il titolo, il 10 giugno 1948. Il terzo e ultimo match lo vinse Zale, ma durò solo tre round, come accade di solito negli incontri tra due dilettanti. Tuttavia, lo scontro raggiunse i vertici del parossismo. Ogni colpo, praticamente, avrebbe dovuto provocare un k.o.

Dopo questa sfida, Tony Zale si ritirò in seguito alla sua ultima sconfitta con Marcel Cerdan. Invece Graziano proseguì la sua carriera per altri quattro anni. Alla fine, su 83 combattimenti ne vinse 52 per k.o. e non subì che tre sconfitte, l’ultima delle quali contro Ray Sugar Robinson, il 16 aprile del 1952.

Una vita da film, la sua. E infatti nel 1956 la Metro-Goldwyn-Mayer decise di affidare la regìa per la riduzione sul grande schermo della sua storia a Robert Wise — che sei anni prima aveva già avuto modo di dirigere un altro film di successo sulla boxe, Stasera ho vinto anch’io — e con un cast d’eccezione: Paul Newman, Anna Maria Pierangeli, Sal Mineo e Steve McQueen. Il titolo sarebbe stato Lassù qualcuno mi ama, preso a prestito dalla battuta finale del film che Newman/Graziano rivolge alla moglie mentre tutti lo acclamano per il titolo appena conquistato, perché: «…Quello che ho vinto non possono togliermelo sul ring. Sono stato fortunato, lassù qualcuno mi ama!».

 

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Pugilato

Esteban de Jesus, l’ultimo abbraccio dal suo peggior “nemico”

Marco Nicolini

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Il 12 Maggio 1989 moriva Esteban de Jesus, sconfitto tragicamente dall’AIDS. Indimenticabili le sue sfide con Duran, il suo rivale di sempre e l’ultimo uomo che ha visto prima di chiudere per sempre gli occhi.

Esteban De Jesus, talentuoso peso leggero portoricano, conosciuto anche col soprannome di “Vita”, concluse la propria esistenza, vinto dall’AIDS, a soli trentasette anni.

Nel 1972, diciassette anni prima, aveva sbalordito il mondo battendo con decisione unanime, al termine delle dieci riprese previste, la stella di prima grandezza nel panorama pugilistico internazionale, Roberto Duran.

Quella patita contro De Jesus sarebbe poi risultata essere l’unica sconfitta dell’imbattibile Manos de Piedra nei primi tredici anni di carriera.

I due si affrontarono in altri due incontri, andando a comporre un’epica trilogia rimasta nella storia: nel 1974 a Panama City e nel 1978, a Las Vegas.

Entrambi i match furono vinti da Roberto Duran, ma vi furono strascichi polemici per il rifiuto di combattere a Porto Rico da parte del fuoriclasse panamense.

Nel 1981, per una banale lite stradale, avvenuta subito dopo essersi iniettato una dose di cocaina, Esteban uccise un diciassettenne in circostanze mai chiarite, con una pistola che non gli apparteneva e senza testimonianze ben circostanziate; per tale delitto fu condannato a passare i suoi restanti anni di vita nel carcere di Rio Pedras.

Profondamente pentito per il proprio gesto di cui pur non ricordava nulla, che sicuramente era stato di dubbia intenzionalità e le cui dinamiche avevano un’infinità di punti oscuri, si trasformò in un detenuto modello.

Saputo della morte del fratello, con cui aveva condiviso siringhe di eroina in gioventù, fece il test per l’HIV, scoprendo di essere già in uno stato avanzato della malattia.

Ormai giunto allo stadio terminale, nell’ottobre del 1989 ricevette la grazia dal governatore di Porto Rico, potendo così attendere la morte nel proprio letto.

Tra i tanti amici che gli gravitavano attorno nei tempi in cui era stato un celebrato campione, tra i molti avversari, tecnici e compagni di allenamento, l’unico a fargli visita fu il suo acerrimo nemico sul quadrato, Roberto Duran.

In quei tempi, il virus HIV era misconosciuto e terrorizzava le persone; eppure, in un gesto di grande compassione, Roberto Duran Samaniego, giunto al capezzale di De Jesus accompagnato dal figlioletto, abbracciò l’uomo che tanto rispetto si era meritato sul ring.

Nella squallida e triste stanzina, in cui tutti sapevano che la morte non avrebbe tardato a calpestare l’uscio, si trovava pure il vecchio José Torres, argento alle olimpiadi di Melbourne ‘56 nei medi junior, che immortalò il momento con questa fotografia passata alla storia.

Esteban morì quattro settimane più tardi, stringendo un crocifisso sul petto.

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Pugilato

Nino Benvenuti, il pugile istriano che incantò Ali

Marco Nicolini

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Per gli 80 anni compiuti oggi, vi raccontiamo la storia di Nino Benvenuti, il pugile istriano campione del Mondo e medaglia d’oro olimpica ai Giochi di Roma del 1960.

Nel 1954 si chiudeva il cerchio di sofferenza di chi era divenuto ospite, sempre più precario, in casa propria: l’esodo istriano fu una delle tante pagine tragiche originate dall’ottusità e dalla follia che fecero da combustibile al secondo conflitto mondiale.

Costretto a fuggire con i propri averi in un sacco, con al fianco i genitori e i fratelli a completare il triste quadro, un giovanissimo e promettente pugile d’Isola d’Istria di nome Giovanni  lasciava la bella casa di famiglia per un incerto futuro che partiva da un fangoso campo di raccolta per profughi.

Nino, com’era chiamato, conosceva bene la strada fino a Trieste. La faceva da anni, in bicicletta, per andarsi ad allenare; cinquanta chilometri al giorno per migliorarsi, per sfruttare quell’immenso talento che gli permetteva di dominare la scena pugilistica giovanile delle terre dalmate e giuliane.

Dall’Accademia Pugilistica Triestina, quindi, egli riprese la difficile strada, tutta in salita, del deportato.

Il suo record d’incontri, immacolato sin dall’esordio, si macchiò in Turchia nel 1956, a fronte di un verdetto molto contestato; in quello stesso anno dovette sopportare l’esclusione dai giochi di Melbourne e, soprattutto, la morte della madre, la cui improvvisa dipartita rischiò di fiaccarne il grande spirito combattivo.

Al contrario, incassati i duri colpi di quell’anno infausto, Giovanni “Nino” Benvenuti inanellò una nuova, infinita serie positiva che gli permise di partecipare alla splendida olimpiade romana del 1960, una delle più belle e ricche edizioni di tutti i tempi.

Benvenuti, esule istriano ventiduenne, scese di categoria per stare nei welter e dominò la competizione davanti ai propri connazionali, aggiudicandosi uno splendido oro che gli valse, inoltre, il riconoscimento come miglior pugile della kermesse, ulteriore gratificazione data la concorrenza, nei mediomassimi, di un certo Cassius Clay, il futuro Muhammad Ali.

Entrato dalla porta principale nel professionismo, continuò la progressione vincente di una carriera che già si era dipanata nel massimo fulgore tra i dilettanti, conquistando il titolo italiano dei pesi medi e, soprattutto, tornando nei superwelter per strappare e difendere il titolo mondiale in due epici incontri, entrambi del 1965, con Sandro Mazzinghi, altro grandissimo pugile italiano.

Conseguito, l’anno successivo, il titolo EBU dei medi, vinto in Germania sul detentore Jupp Elze, il quale tre anni più tardi avrebbe tristemente trovato la morte sotto i colpi di Juan Carlos Duran, Benvenuti volò in Corea del Sud per mettere in palio il proprio titolo mondiale dei superwelter.

In un ambiente infuocato, davanti al presidente coreano, il pugile di casa Ki-Soo Kim diede battaglia per gran parte dell’incontro, finendo per trovarsi in difficoltà con l’avanzare delle riprese quando, con la grande stanchezza, la superiore classe di Benvenuti cominciò a palesare il segno del divario tra lui e l’asiatico.

Nel momento di massimo forcing del pugile italiano, durante il tredicesimo round, una forte esplosione squassò l’aria e zittì il pubblico, fermando l’azione del nostro campione: le molle angolari che reggevano le corde si erano violentemente schiantate, lasciando il ring senza perimetro e costringendo l’arbitro a fermare il match.

I dieci minuti d’interruzione furono l’insperata salvezza per il coreano, che riuscì ad arrivare al termine ed ebbe un pesante aiuto da due dei tre giudici. Con una sanguinosa split decision terminava la lunghissima serie di vittorie del nostro atleta.

Gli eventi di Seoul non fermarono la rincorsa alla grandezza di Nino, che presto avrebbe incontrato l’avversario con il quale, in una trilogia di leggendari match, avrebbe fatto leva su arene infuocate, chilometri di carta stampata, sangue e sudore per entrare di diritto nella storia del pugilato.

Emile Griffith, campione dei pesi medi, si vide strappare la cintura in un Madison Square Garden entusiasta, se la riprese nel Queens in virtù di una decisione maggioritaria ed infine la restituì all’italiano dopo altre soffertissime quindici riprese, il 4 marzo del ’68. I tre incontri si erano disputati nell’arco di soli undici mesi.

Raggiunto il tetto del mondo, Nino Benvenuti difese i propri titoli per quattro volte, fino allo schianto sull’invalicabile muro argentino di nome Carlos Monzon.

Alla fine della rivincita persa con Escopeta, due settimane dopo il proprio trentatreesimo compleanno, Nino Benvenuti decise di appendere i guantoni al chiodo e chiudere una carriera immensa.

Il bell’aspetto, la personalità gioviale ed espansiva ne favorirono il lancio nel cinema ed in televisione.

Sposatosi due volte, Nino è padre di sei figli.

Da anni è una presenza fissa a bordo ring nei match più importanti che si svolgono in Italia eppure io, che raramente salto una riunione di richiamo e che non posso nemmeno contare le volte che l’ho visto commentare gli incontri dal vivo, non sono mai riuscito a parlargli.

Una volta, credo quattro o cinque anni fa, non ricordo se si trattasse di Padova per l’Europeo tra Boschiero e De Vitis o di una piazza romagnola per un incontro di Signani, lo incrociai all’uscita dai bagni.

Essendo egli dell’età di mio padre, avevo sino ad allora avuto la sensazione che, incontrandolo, avrei provato quel misto di tenerezza e affetto che normalmente si nutre per chi si avvii verso l’ottantina.

Mi feci rispettosamente da parte, ricevendo da lui il cordiale e franco sorriso di un uomo senza età e mi resi conto che quella dritta figura e quelle mani forti appartenevano ancora ad un pugile di tutto rispetto e non erano connotato di chi si potesse definire ‘anziano’.

Guardandolo tornare alla postazione televisiva, non mi fu difficile immaginare lo stesso ragazzo col ciuffo ribelle che lasciava silenzioso la propria terra, che correva ogni mattino alle gelide folate di bora, che affrontava con rabbia e lealtà i mille combattimenti, che costringeva l’intera nazione a svegliarsi nel cuore della notte affinché potesse sognare con le sue grandi imprese d’oltreoceano.

La prossima volta che lo incontrerò, gli chiederò di stringermi la mano, perché nella sua storia di riscatto, c’è l’alito vitale di quella religione che noi chiamiamo pugilato.

 

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