Se lo si chiedesse ad un economista direbbe che non c’è correlazione tra l’andamento della Roma dal punto sportivo e da quello finanziario. Detta in altri termini è come se due  vagoni dello stesso treno prendessero binari diversi. Ai risultati sul campo ottenuti dalla squadra di Di Francesco infatti, che a parte la parentesi sfortunata con l’Inter non ne ha sbagliata una, non equivale lo stato dei conti. Che ad oggi, numeri alla mano rivelano per la Roma ancora un rosso di 42 milioni di euro. Il terzo risultato negativo consecutivo dopo le annate 2015 e 2016. Un netto peggioramento rispetto al 2016 quando invece il passivo seppur esistente era stato “soltanto” di 16 milioni. Ben 30 milioni in meno rispetto all’anno precedente. Nonostante  la strada sembrava che fosse avviata verso un progressivo ritorno al bilancio in equilibrio.

Sotto l’occhio vigile della UEFA che nel 2015 aveva sottoscritto proprio con la Roma un accordo (nel gergo “settlement agreement”) in base al quale la società giallorossa si impegnava per il triennio 2015-18 ad intraprendere una road map finalizzata a mettere a posto i conti. L’obiettivo, come si legge al punto 1 dell’accordo, sarebbe stato quello di raggiungere il pareggio di bilancio “entro l’ultimo periodo di monitoraggio” vale a dire la stagione 2017-18. Alla Roma veniva concesso come direbbero in politica, un margine di flessibilità per il biennio 2015-16: a condizione però che il passivo aggregato del biennio non fosse stato superiore ai 30 milioni di euro.  Nell’aprile scorso la conferma che la strada intrapresa sembrava quella giusta. Anche l’UEFA riconosceva che la Roma per la stagione 2016-17 aveva fino a quel momento rispettato gli accordi. Limitando tra le altre cose, come previsto dal punto 5 dell’accordo, anche le operazioni di calciomercato. E da questo punto di vista, possono spiegarsi le operazioni in uscita come le cessioni di Salah, Leandro Paredes e Rudiger alle quali, a parte l’acquisto di Shick, non ha fatto seguito alcuna operazione in entrata di pari valore. Ma a quanto pare anche il mercato a risparmio non ha dato i frutti sperati. Adesso la strada obbligata dell’aumento di capitale da 120 milioni di euro. Ma la situazione non è così semplice. Perché di questi, 90 milioni sono però da restituire a Pallotta che li ha già anticipati attraverso la Neep Holding, cioè la controllante della Roma. Quindi è come se il socio di maggioranza avesse già partecipato all’aumento. Dunque all’appello, mancano “solo” 30 milioni che dovranno essere versati dai piccoli azionisti, sempre ammesso che decidano di partecipare all’aumento di capitale.

E se non lo facessero? A quel punto lo scenario si farebbe ancora più interessante. Perché le quote azionarie verrebbero diluite e la Neep dal 78% attuale arriverebbe ad avere il 90%. Con l’obbligo successivo come previsto dal Testo Unico della Finanza, di acquistare il restante 10% dal mercato. Pallotta che controlla la Neep con il fondo Raptor, farebbe così man bassa del capitale sociale, arrivando a controllare il 100% della Roma. Comunque sia i dubbi restano. Basteranno i 30 milioni che avanzano dall’aumento di capitale a scongiurare le sanzioni dell’UEFA? Ma soprattutto perché, nonostante l’accordo con l’UEFA e il mercato a risparmio, alla fine il passivo del 2017 anziché diminuire è aumentato? Secondo una nota ufficiale del club le ragioni che hanno portato “al peggioramento del risultato di esercizio” vanno cercate nella “mancata qualificazione ai gironi di Champions nella stagione 2016-17”. Dunque ai soldi della Champions che sono mancati. Come a voler ammettere una volta di più la “dipendenza” ormai diffusa nel calcio italiano, delle nostre cosiddette “grandi” (unica eccezione la Juve), dagli introiti legati alla qualificazione in Champions League. Un vero e proprio ossigeno per le casse dei club. Proprio come i diritti televisivi. In attesa che un domani (forse) arrivino gli introiti derivanti da uno stadio di proprietà. Pallotta aspetta solo questo. Anche perché come ha già detto, in caso contrario, fa le valigie. E bye bye Roma.

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