Incastonata sulla spina dorsale d’Italia. Laddove storie di antiche civiltà e fieri popoli si intrecciano perdendosi nella notte dei tempi. “Un Tibet affollato”, così qualcuno ha definito quelle montagne e quegli altopiani che separano il versante tirrenico da quello adriatico del nostri Appennini. Benevento. Irta sul colle da cui sembra mostrare l’armatura dei guerrieri sanniti. Enclave per definizione (lo fu davvero, sotto il potere temporale, ai tempi del Regno di Napoli) e culla di popoli pre romani, ancora presenti nelle nostre tradizioni e nella nostra lingua. Basti pensare al nome originario della città: Maleventum, poi mutato in Beneventum perché, secondo i romani, di cattivo auspicio. Sebbene la radice “Mal” dovrebbe derivare da un termine osco indicante la pietra. Ma c’è di più, al mondo Benevento è famosa per essere la città delle streghe. Una masnada di leggende e storie si sono tramandate nei secoli. Quella più accreditata farebbe riferimento a dei riti pagani svolti dai Longobardi, in cui partecipavano anche delle donne. Le Janare (così vengono chiamate le streghe più temute, al pari delle Zucculare, delle Manalonghe e delle Urie) erano solite radunarsi sotto un ponte sul fiume Sabato, andato distrutto nella seconda guerra mondiale, portando in città eventi nefasti e sciagure.

E la Janara è davvero ovunque. Anche nei simboli della squadra cittadina. È in ogni strada e in ogni vicolo, dove si aspettava da 88 anni il grande salto in Serie A , ancora increduli per quanto accaduto la scorsa stagione con la promozione dalla Lega Pro alla Serie B, dopo un’attesa durata quasi un secolo. Ce l’avevano fatta a giugno 2016 e hanno bissato oggi: il Benevento è in Serie A. Un risultato davvero impensabile dopo solo un anno dalla gioia per la prima salita in cadetteria. La Serie B l’avevano conquistata nella stagione 1945/1946, ma il club rinunciò, per motivi finanziari, pochi anni prima di affidare la guida a un certo Oronzo Pugliese, ma anche pochi anni prima del fallimento, negli anni ’50, che farà di un piccolo club cittadino, il Sanvito (che prendeva il nome dall’omonima fabbrica di mattoni), il vero e proprio erede del Benevento Calcio.

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Il Sud Italia vive di pallone e i suoi stadi sono stati per anni delle vere e proprie polveriere, dove campanilismo, passione ed esuberanza si scontravano in maniera quasi unica. È la passione che negli anni ’20 spinge i giocatori della neonata società locale ad aiutare manualmente il presidente Francesco Minocchia nella costruzione dell’impianto. Il Campo Littorio sorge nel Rione Libertà, e deve il suo nome a Gennaro Meomartini, storico presidente che nel dopoguerra permise la ricostruzione dell’impianto e la messa in sicurezza per la disputa dei match. Il campo in pozzolana (rimarrà così fino a quando il Benevento si trasferirà al Santa Colomba), le gradinate ruvide e le case costruite attorno, il Sabato che scorre sornione a pochi metri, sotto al ponte Santa Maria degli Angeli. “Vieni che ti racconto la storia– mi dice Guido De Rosa, responsabile del Meomartini, vedendomi entrare -. Io qua ci sono cresciuto e ho vissuto il Benevento da tifoso, prima di entrare in società (è stato responsabile del settore giovanile a cavallo tra gli anni novanta e i primi duemila, ndr). È un dispiacere che ne abbiano buttato giù gran parte – continua indicando il vecchio settore Distinti, sostituito da un anonimo vialetto d’accesso – si è perso un monumento sportivo. Qua si sono giocate partite caldissime, come i derby con Salernitana, Casertana e Avellino. Oggi la capienza è ridotta a 1.500 spettatori, e lo stadio ospita le partite interne del Forza e Coraggio e della Giorgio Ferrini”.

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Un calcio completamente diverso: “Rispetto a quello di oggi, c’era molta più competitività – sostiene De Rosa – da queste parti sono transitati giocatori come Domenico Penzo, bomber del Verona che militò anche nella Roma e nella Juventus, Zana e Sartor. In quei campionati di Serie C degli anni settanta, avevamo tutte le carte in regola per salire, ma non centrammo l’obiettivo sempre per poco. Qualcuno pensava che la società preferisse evitare, non avendo i mezzi economici per affrontare il torneo cadetto. Nella mia mente resta scolpita la partecipazione al Torneo Anglo Italiano, nel 1976, quando avemmo l’onore di portare il nome di Benevento oltre i confini nazionali (gli avversari furono il Wimbledon, e il Nuneaton Town n.d.r.)”.

Maurizio De Tata è uno storico tifoso del Benevento, fondatore delle Brigate Giallorosse, primo gruppo organizzato al seguito delle Streghe. “La mia passione nasce nel 1966, quando avevo quattro anni – esordisce -. Carlo Fracassi, storico capitano e terzino sinistro purtroppo scomparso nel 2001, venne a casa mia. Fu amore a prima vista. Nel 1974, quando fummo promossi in C, al Meomartini c’erano soltanto tribuna e distinti, nonostante al campo ci si andasse in 6/7.000. Prima dell’esordio costruirono la Curva Sud, ma il martedì cadde e dovettero rifare i lavori in fretta e furia. Sotto la curva vennero costruiti gli spogliatoi; come si usava allora, erano una vera e propria casucola con qualche doccia”. Il ricordo di una storica partita con il Bari, data 1975, è ancora vivo: “Mancarono soltanto i morti – racconta -. A fine giornata si contarono duecento feriti, con le forze dell’ordine che alle 3 del mattino erano ancora intente a sedare gli animi. Io ero in tribuna con la mia famiglia, mentre mio fratello era in curva. Si trattava di una partita importante, il Bari in quella stagione era la prima squadra deputata a salire. Al vantaggio dei pugliesi l’ambiente rimase tutto sommato tranquillo, ma quando Alfredo Zica siglò il pareggio per noi si scatenò il finimondo. I supporter biancorossi cominciarono a tirare di tutto e la recinzione della curva cadde letteralmente giù. L’incontro fu sospeso. La sera i due contenitori sportivi dell’epoca, 90esimo Minuto e La Domenica Sportiva, aprirono le proprie edizioni con i fatti di Benevento, anche se quarant’anni fa queste cose succedevano spesso, le tifoserie non erano separate e a livello mediatico c’era meno esasperazione”.

Meomartini, come tanti stadi italiani, rappresentazione sacra dei nostri tempi, per dirla alla Pasolini. “C’era una falegnameria là vicino – afferma –  e ricordo che tanta gente saliva sui tetti per assistere alla partita. Addirittura qualcuno pure sugli alberi. Del resto ci sono state occasioni in cui 13.000 persone si sono stipate là dentro, come in quel Benevento-Lecce del 1975. Semplicemente non si respirava. Impossibile, poi, dimenticare personaggi come Cecere. Un signore della tribuna che passava tutta la partita a seguire il guardalinee dalla recinzione per offenderlo e provocarlo. Un’altra partita sentita da queste parti, è quella col Campobasso. Nel 1976 furono addirittura i sindaci e i presidenti delle rispettive province a intervenire per calmare le acredini che stavano trasbordando anche nella vita comune. Spesso, infatti, capitava che macchine targate BN o CB venissero sfregiate in “territorio nemico”. Era un calcio più genuino ma ovviamente anche un’altra società, e quando si andava in trasferta bisognava davvero stare attenti. Io ricordo di aver seguito la prima partita fuori a Latina, nel 1978”.

Un personaggio legato trasversalmente a Benevento è Costantino Rozzi, a cui si deve la costruzione dello stadio Santa Colomba (oggi intitolato a Ciro Vigorito, fratello di Oreste, il presidente della promozione in B scomparso nel 2010), inaugurato nel 1979. “Lo sentiamo nostro in tutti i sensi – dice orgoglioso – quello è un impianto costruito dai beneventani. Io stesso ho lavorato per la sua realizzazione. Rozzi era sempre là vicino, ci trattava come dei figli. Ricordo che il giorno dell’inaugurazione c’era un buffet, presi in mano un panino con la porchetta e lui si avvicino con fare scherzoso dicendomi: “Giuggiolone, ma che cazzo te magni il pane? Prendi solo la porchetta!”. Peraltro devo dire che inizialmente le istituzioni cittadine volevano collocare il tifo più caldo in Curva Nord, così da avere l’imbocco della Superstrada più vicino per i tifosi ospiti. Questo durò una partita, contro il Teramo. Poi le nostre rimostranze vennero accolte. Ho passato tutta la mia vita tra Meomartini, Santa Colomba e trasferte. La mia curva non può che essere la Sud”.

Alfredo Zica, l’autore del pari nella celebre sfida col Bari, nonché icona del tifo giallorosso per le sue sei stagioni nel Sannio, ricorda così quella giornata: “Eravamo al primo anno di C davamo filo da torcere a tutti. Quel giorno già i presupposti non furono buoni, con alcune scaramucce al casello autostradale. Il Meomartini aveva una curva abbastanza grande, dove erano mischiati 3.000 tifosi di casa e ospiti. Al mio gol successe il finimondo. Al di fuori di questo, quello stadio per noi ha rappresentato un vero e proprio fortino. Quando arrivavano squadroni con giocatori esperti, avevano quasi paura a giocarvi e per gli ospiti diventava un tabù. Noi eravamo tutti giovani e affamati. Gente come Cascella e Cornaro ti metteva in grandissima difficoltà. Ho giocato sei anni a Benevento, prima di andare a Reggio Calabria e Nocera, per poi tornare qua, dove tutt’ora vivo assieme alla mia famiglia”.

E nella mente sembra ancora di sentire le grida dei tifosi in quel vecchio fortino dalle tribune spartane e dal campo che diveniva fanghiglia dopo una pioggia o una nevicata: Unguento unguento, portami al noce di Benevento, sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo”. E nell’aria volteggiano le immagini di Carlo Fracassi, Carmelo Imbriani, Pedro Mariani, capitani di tempi diversi, capitani di tutti i tempi.

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