Torna in Italia il Circo Bianco nelle splendide ed abituali cornici della Gardena e dell’Alta Badia, veri e propri santuari viventi della Coppa del Mondo, all’insegna dello sport e del fare festa in allegria e occasione unica per assistere dal vivo alle performance di straordinari funamboli, tra i quali la pattuglia azzurra recita degnamente la propria parte con i sempreverdi Innerhofer, Paris e il due volte campione del mondo di discesa Peter Fill, con cui abbiamo avuto il piacere di scambiare due battute sulle gioie e i dolori dello sci azzurro e la sua straordinaria seconda parte di carriera. Atleta esemplare e vincente, faccia pulita e spirito indomito montanaro, cocktail perfetto che ha fatto di Peter un campione assoluto riservandogli un posto indelebile nella storia dello sci alpino.

Peter buongiorno, partiamo dall’attualità delle tue gare italiane per parlare delle variabili imponderabili di questo sport. Anche quest’anno qualcosa è andato storto.

Beh si, analizzando entrambe le gare posso dire che in Super G sono partito con un numero alto e sono riuscito comunque ad entrare nei dieci trovando un feeling che ancora non c’era. Ero carico e stavo bene anche in discesa, ma la sfortuna come avete visto anche quest’anno si è accanita ed è scritto che queste gare sotto casa mia siano segnate dal destino, meglio prenderla con filosofia.

Lasciamo l’attualità e riavvolgiamo il nastro della tua carriera. Le ultime due stagioni che si commentano da sole, traguardi incredibili e un posto nella storia. Il tuo segreto?

Difficile rispondere a questa domanda anche perché l’impegno e la dedizione verso questo sport sono rimasti gli stessi, forse nella mia testa è scattato qualcosa da quando mi sono sposato, ho trovato la serenità giusta e da quel momento in poi sono riuscito ad essere molto più scorrevole sui piani e questo mi ha  reso completo e vincente. E’ ovvio che oltre a questo devo ringraziare il team fantastico di allenatori e compagni di squadra che hanno funzionato alla perfezione permettendoci di lavorare in serenità.



Peter hai spento trentacinque candeline e sei al top, si è allungata di tanto la carriera media di uno sciatore moderno?

Secondo me sì, oggi si fa un po’ più fatica da subito a capire le dinamiche interne di questo sport, ma se ci si allena con costanza e si preserva il proprio fisico anno per anno i risultato possono arrivare anche con la maturità alla quale si unisce l’esperienza e la gestione delle tensioni che da giovani possono giocare brutti scherzi.

A proposito di giovani, anche nella vostra disciplina esiste il problema cronico del ricambio generazionale. Come ne usciamo?

E’ un problema serio, di sicuro manca la grinta e quel fuoco che spinge a concentrarsi  e a dare il massimo  per raggiungere degli obiettivi. Queste motivazioni partono dalle famiglie e dagli educatori, nel mio caso posso dire grazie ai miei e i miei allenatori che questi valori me li hanno trasmessi senza mai essere troppo invadenti. Poi il resto lo fai tu,  il mio amore per questo sport mi ha spinto a dare tutto me stesso per arrivare dove sono oggi.

Peter Fill come ha iniziato la sua storia sugli sci? Pensavi di farne la tua vita?

E’ chiaro che essendo nato e cresciuto in un posto con lo skilift a trecento metri non potevo non avere gli sci ai piedi e sin da bambino ne ho approfittato divertendomi. Era un modo per esprimerci e girare per far le gare, ma senza nessuna intenzione seria. Poi sulle orme di mia sorella che era veramente forte ho incominciato a curare gli aspetti tecnici e a migliorarmi e lì mi si è aperto un mondo, che è esploso dopo l’infortunio di mia sorella. Da li è toccata a me dimostrare chi ero.

Tema sicurezza. La morte di Poisson è dietro l’angolo e la questione è tornata di attualità.

E’ chiaro che la questione è sensibile anche perché durante gli allenamenti non abbiamo le stesse protezioni che abbiamo durante la gare, ma per Poisson posso dire che si è trattata comunque di una tragica fatalità e la cosa dispiace perché siamo tutti una famiglia che vive e condivide per mesi la stessa vita. Poisson era una persona solare ed allegra eravamo coetanei e anche lui era diventato da poco padre, dispiace davvero tanto.

Peter, Il tuo futuro. Ti vedo ancora immerso nel circo bianco a trasmettere il tuo sapere e il tuo entusiasmo alle giovani generazioni. Sbaglio?

Mah, francamente non ci ho mai pensato ancora sul serio, ma di sicuro mi andrebbe di poter insegnare ai giovani la mia esperienza per aiutarli a crescere, ma comunque ho ancora qualche stagione da vivere e spero di essere protagonista ancora per un po’, poi allenare sarebbe un’evoluzione a mio avviso naturale che rientrerebbe nelle mie corde.

Tanta fatica, pochi guadagni: perché un giovane dovrebbe scegliere di fare oggi lo sciatore?

Beh economicamente sono ben pochi quelli che oggi possono vivere di rendita con questo sport, ma senza la passione e la voglia di divertirsi e migliorarsi non vai dai nessuna parte, e se poi vai forte forte puoi anche guadagnare abbastanza . Non sono i soldi certamente che mi hanno spinto a diventare sciatore, ma la voglia di vivere in mezzo alla natura e alla montagna e poi l’adrenalina che ti da una gara di per se ripaga tutti i sacrifici e gli allenamenti. Vittoria, sconfitta ed emozioni così forti, questo è quello che ogni giovane deve provare nell’approccio a questo sport.

Per chiudere. La carovana bianca itinerante, il vostro mondo. Aggettivi?

Siamo una famiglia unita, una sorta di circo vivente che si sposta di settimana in settimana. C’è competizione ovviamente, ma si vivono tutte le emozioni possibili dentro la comunità e per noi che facciamo discipline veloci la condivisione è totale visto che dalle prove alla gara viviamo le stesse situazioni  tutta la settimana tra hotel, giornalisti e località. E’ il mio mondo, il mondo di uno sport tra i più belli, sani e pulito, lavoriamo e ci divertiamo e per questo mi sento un privilegiato.   

Close