Gli italici media: disegnatori di fumetti parlanti che riuscirebbero a far detestare persino un santone in grado di salvare centinaia di vittime da un disastro naturale. La chiamano “retorica”. E viene esercitata soprattutto in occasione di grandi eventi. Questa retorica spazza via spesso ogni argomentazione logica, ed è prima nemica dell’approfondimento e della conoscenza dettagliata dei più disparati argomenti. Essendo appassionato di calcio, ovviamente non potevo rimanere digiuno di fronte alle televisioni che, in questo periodo, ogni sera sprizzano frammenti di Campionati Europei da ogni tubo catodico. Resta altrettanto impossibile tapparsi le orecchie, evitando di ascoltare commenti e analisi ai limiti di un patriottismo, passatemi il termine, becero, o semplicemente il racconto di storie che: o nella realtà dei fatti sono ben differenti, e vengono quindi stravolte con arte sublime, o semplicemente non esistono.

Prendiamo ad esempio la dolorosa sconfitta ai rigori con la Germania. Un momento certamente triste per tutti i calciofili, e non, dello Stivale. La Nazionale di Conte ha entusiasmato, regalando una bella immagine di unità e compattezza, talmente forte da superare marchiani limiti tecnici e sorvolare su una delle rose più scarse degli ultimi venticinque anni. Detto e sottoscritto ciò, i minuti che succedono il rigore di Hector, che beffa l’impeccabile Buffon e ci rimette sull’aereo per Malpensa, sono ai limiti del tragicomico. Commentatori, sia su fronte Sky che su quello Rai, ammutoliti, voci lagnanti, quasi mortifere, pochissime i commenti lucidi. Tutto ciò al termine delle classiche cronache da Nazionale. Condite da quell’imbarazzante patriottismo di cui sopra, e, almeno nel caso della Rai, dai commenti tecnici all’amatriciana orchestrati dal pessimo Zenga (evidentemente il problema non era il povero Trap). È quanto meno curioso sapere che le due principali emittenti televisive (ma il nostro riferimento è soprattutto alla Rai, se non altro in quanto televisione pubblica che tutti paghiamo tramite il Canone) abbiano nelle proprie scuderie cavalli di razza, ma per gli eventi più importanti e più seguiti, schierino sistematicamente le “seconde linee”. In grado di emozionare con qualche frasuccia su quanto l’Italia sia bella, rasentando quasi stereotipi a noi cari (cfr. mafia, pizza, mandolino).

Insomma, io al termine di Italia-Germania, con tutta la delusione comprensibile, mi sarei aspettato un’analisi lucida. Pura. Non il silenzio degno di una cronaca parziale, se non addirittura di quelle condotte da Carlo Zampa o Carlo Alvino (peraltro molto più bravi di molti cronisti mainstream, persino più freddi e obiettivi a volte). Da piccolo ho avuto la fortuna di sintonizzarmi tutte le domeniche su un’emittente privata: Teleroma 56. Esiste ancora. Così come esiste ancora uno dei suoi programmi più famosi: “In campo con Roma e Lazio”. Un vero e proprio laboratorio che ha saputo sfornare talenti e giornalisti in gamba, in grado di colonizzare l’etere con il passare degli anni. E pensare che teoricamente avrebbe dovuto essere un qualcosa di estremamente “partigiano”. E invece, una televisione a carattere locale, celebre soprattutto in una ambiente tutt’altro che amichevole come quello capitolino, è stata ed è tutt’oggi molto più oggettiva e interessante, dal punto di vista della dialettica dei suoi cronisti, di grandi broadcaster che raccontano la propria Nazionale di calcio.

E lo stesso esempio potremmo farlo per la carta stampata. Sono un abituale lettore de l’Equipe, che in patria è un po’ l’equivalente dei nostri giornali sportivi a grossa tiratura. Ovviamente da molti è considerato abbastanza sommario. Si sa, quando si ha un pubblico vasto e spesso svogliato, non si può certo presentare un trattato calcistico o recitare la Divina Commedia per spiegare come Dante avrebbe sintetizzato la differenza tra calcio fiorentino e football tradizionale. Eppure dalle pagine dell’Equipe, che consulto in serata, quando l’occhio ha forza di restare aperto soltanto su letture sensate, spesso spuntano fuori ottimi articoli. Originali, e comunque significativi. Difficilmente iper qualunquisti o dediti ad accalappiare forzatamente la massaia di Perpignan che vuol sentir parlare di questo piuttosto che di quello. Ci pensavo proprio mentre noi stavamo per affrontare i tedeschi e loro gli islandesi. Beh, ciò che ho potuto leggere sui nostri impeccabili quotidiani sportivi è al limite del patetico. Tra sfottò da quattro soldi e dileggio delle virtù sessuali degli italiani nei confronti delle ragazze tedesche sulla costiera romagnola. Mentre i colleghi transalpini tiravano fuori prima la storia di un club islandese che, iniziando a giocare i preliminari di Champions League si ritrovava lo stadio vuoto perchè tutti i tifosi di calcio erano in Francia, poi il curioso aneddoto dell’unico giocatore francese che ha militato sull’isola dei vulcani e una serie di spassose ma approfondite analisi degli avversari e del match. L’assioma dell’erba degli altri, che è sempre più verde della nostra, piace tanto a noi italiani, ma ovviamente quasi sempre nei casi sbagliati.

Sulla scorta di questo, voglio proprio collegarmi a un altro caso di analisi infelice, perchè dettata dalla poca capacità di informare. Tutto deve rientrare nel grande pentolone dove cuoce quello sciapo e annacquato minestrone costituito dai nostri grandi mezzi di divulgazione. Andiamo a prendere un caso specifico: i simpaticissimi tifosi islandesi. E non ho usato il superlativo in maniera ironica, ma lo penso davvero. A chiunque ami il calcio ha fatto piacere vedere la nazionale nordica arrivare fino ai quarti. Facendolo in maniera meritata. Altro che favola. L’Islanda ha giocato al calcio, ha messo in campo un’organizzazione meticolosa e così intelligente da sopperire ai limiti tecnici. In tutto ciò anche i supporter giunti dal profondo nord sono saliti sugli scudi. Ovviamente i nostri prodi giornalisti non potevano mancare di incensare il loro comportamento. Sperticandosi in analisi fallaci, ricche di luoghi comuni e inesattezze.

Ci hanno frantumato i maron, come dicono a Bologna, con questa Geyser Sound. Il battito di mano ritmato, effettuato da squadra e giocatori, all’unisono. Roba bella, per carità. Roba che ricordo una decina di anni fa in Grecia, a opera dei tifosi del Paok Salonicco, per non parlare di quelli di Cavese e Savoia, che sono stati forse tra i primi, una quindicina di anni fa, a fare un qualcosa di simile al termine di ogni partita. Ma soprattutto, vi svelo un segreto, tale usanza nella nostra Penisola è in voga da almeno quarant’anni. Si chiama “treno”, proprio perché il suo incedere assomiglia allo sferragliare di un convoglio. Guarda caso, sempre quel giornale transalpino di cui sopra, ricordava come questo coro fosse già in voga da anni all’interno di molte tifoserie francofone. Ma si sa, se ci si chiude in uno studio televisivo, o in una redazione, è assai difficile conoscere il mondo che ti circonda. Pure quello che dista da te cinque chilometri.

Così come è difficile sapere che, al pari degli islandesi, in Italia per avere un tamburo dentro lo stadio bisogna chiedere autorizzazioni e rispondere a lungaggini burocratiche che neanche al Catasto ormai sono più contemplate, senza contare che la maggior parte degli strumenti di tifo che tanto si sono esaltati, sono vietati dal marzo 2007, secondo una direttiva (non un regolamento) dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. Spesso vietati sono anche altri atteggiamenti legati al tifo, come le trasferte di massa che hanno caratterizzato i supporter islandesi. Pure se si è possessori dell’inutile tessera del tifoso. Oppure si fa finta di non sapere che il Consiglio Federale della Lega ha da qualche tempo approvato due commi nel Codice di Giustizia Sportiva che regolamentano i rapporti tra tifosi e società. Il comma 9 dell’articolo 7 stabilisce che: “Ai tesserati è fatto divieto di avere rapporti con rappresentanti di associazioni di sostenitori che non facciano parte di associazioni convenzionate con le società”. Pertanto tutto bello. Bello il video che state postando a migliaia con i giocatori dell’Islanda rientrati in patria e trattati come eroi dal popolo, con gli stessi che impugnano un tamburo e invitano la folla a seguirli nella non-originale Geyser SoundBella ‘a boisierie, bello l’armadio. Ma io nun te pago“. Così concludeva il buon Marchese del Grillo nei confronti del falegname Aronne Piperno. A noi invece tocca sottolineare che questo, a casa nostra, è semplicemente combattuto e malvisto. Salvo se a farlo sono gli altri. Il tifoso italiano deve essere per forza brutto, sporco e cattivo. Questo, peraltro, ha portato a sotterrare l’interesse per tutto quello che il pallone significa a livello culturale e folkloristico nel nostro Paese.

“Eh, se solo i tifosi italiani avessero questa cultura sportiva”“Queste sono le immagini che vorremmo vedere nei nostri stadi”“Ecco il vero tifo, non come le nostro curve, padrone del calcio”, e via dicendo con gli sproloqui da strilloni che tanto piacciono. Peccato che l’ignoranza in materia sia davvero latente e lapalissiana. Potremmo fare un passo a ritroso, e fare del sarcasmo su altri dogmi dell’italica ipocrisia inerente al mondo del tifo. Come quel “succede solo in Italia” legato a episodi di violenza. Ma ritirar fuori gli incidenti di Marsiglia tra inglesi e russi, e la gestione complessiva dell’ordine pubblico in questo torneo, sarebbe persino superfluo. Chi vuol capire capisca.

Insomma, di certo l’Europeo rimane un appuntamento cardine per ogni tifoso. Tuttavia sarebbe bello che a fare da Cicerone, a livello di informazione, fossero elementi coscienti e misurati. Ma nell’era della quantità che viene prima della qualità, è una richiesta quasi effimera.

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