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Becero patriottismo e ipocrisia sui tifosi: l’Europeo dei media italiani

Simone Meloni

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Gli italici media: disegnatori di fumetti parlanti che riuscirebbero a far detestare persino un santone in grado di salvare centinaia di vittime da un disastro naturale. La chiamano “retorica”. E viene esercitata soprattutto in occasione di grandi eventi. Questa retorica spazza via spesso ogni argomentazione logica, ed è prima nemica dell’approfondimento e della conoscenza dettagliata dei più disparati argomenti. Essendo appassionato di calcio, ovviamente non potevo rimanere digiuno di fronte alle televisioni che, in questo periodo, ogni sera sprizzano frammenti di Campionati Europei da ogni tubo catodico. Resta altrettanto impossibile tapparsi le orecchie, evitando di ascoltare commenti e analisi ai limiti di un patriottismo, passatemi il termine, becero, o semplicemente il racconto di storie che: o nella realtà dei fatti sono ben differenti, e vengono quindi stravolte con arte sublime, o semplicemente non esistono.

Prendiamo ad esempio la dolorosa sconfitta ai rigori con la Germania. Un momento certamente triste per tutti i calciofili, e non, dello Stivale. La Nazionale di Conte ha entusiasmato, regalando una bella immagine di unità e compattezza, talmente forte da superare marchiani limiti tecnici e sorvolare su una delle rose più scarse degli ultimi venticinque anni. Detto e sottoscritto ciò, i minuti che succedono il rigore di Hector, che beffa l’impeccabile Buffon e ci rimette sull’aereo per Malpensa, sono ai limiti del tragicomico. Commentatori, sia su fronte Sky che su quello Rai, ammutoliti, voci lagnanti, quasi mortifere, pochissime i commenti lucidi. Tutto ciò al termine delle classiche cronache da Nazionale. Condite da quell’imbarazzante patriottismo di cui sopra, e, almeno nel caso della Rai, dai commenti tecnici all’amatriciana orchestrati dal pessimo Zenga (evidentemente il problema non era il povero Trap). È quanto meno curioso sapere che le due principali emittenti televisive (ma il nostro riferimento è soprattutto alla Rai, se non altro in quanto televisione pubblica che tutti paghiamo tramite il Canone) abbiano nelle proprie scuderie cavalli di razza, ma per gli eventi più importanti e più seguiti, schierino sistematicamente le “seconde linee”. In grado di emozionare con qualche frasuccia su quanto l’Italia sia bella, rasentando quasi stereotipi a noi cari (cfr. mafia, pizza, mandolino).

Insomma, io al termine di Italia-Germania, con tutta la delusione comprensibile, mi sarei aspettato un’analisi lucida. Pura. Non il silenzio degno di una cronaca parziale, se non addirittura di quelle condotte da Carlo Zampa o Carlo Alvino (peraltro molto più bravi di molti cronisti mainstream, persino più freddi e obiettivi a volte). Da piccolo ho avuto la fortuna di sintonizzarmi tutte le domeniche su un’emittente privata: Teleroma 56. Esiste ancora. Così come esiste ancora uno dei suoi programmi più famosi: “In campo con Roma e Lazio”. Un vero e proprio laboratorio che ha saputo sfornare talenti e giornalisti in gamba, in grado di colonizzare l’etere con il passare degli anni. E pensare che teoricamente avrebbe dovuto essere un qualcosa di estremamente “partigiano”. E invece, una televisione a carattere locale, celebre soprattutto in una ambiente tutt’altro che amichevole come quello capitolino, è stata ed è tutt’oggi molto più oggettiva e interessante, dal punto di vista della dialettica dei suoi cronisti, di grandi broadcaster che raccontano la propria Nazionale di calcio.

E lo stesso esempio potremmo farlo per la carta stampata. Sono un abituale lettore de l’Equipe, che in patria è un po’ l’equivalente dei nostri giornali sportivi a grossa tiratura. Ovviamente da molti è considerato abbastanza sommario. Si sa, quando si ha un pubblico vasto e spesso svogliato, non si può certo presentare un trattato calcistico o recitare la Divina Commedia per spiegare come Dante avrebbe sintetizzato la differenza tra calcio fiorentino e football tradizionale. Eppure dalle pagine dell’Equipe, che consulto in serata, quando l’occhio ha forza di restare aperto soltanto su letture sensate, spesso spuntano fuori ottimi articoli. Originali, e comunque significativi. Difficilmente iper qualunquisti o dediti ad accalappiare forzatamente la massaia di Perpignan che vuol sentir parlare di questo piuttosto che di quello. Ci pensavo proprio mentre noi stavamo per affrontare i tedeschi e loro gli islandesi. Beh, ciò che ho potuto leggere sui nostri impeccabili quotidiani sportivi è al limite del patetico. Tra sfottò da quattro soldi e dileggio delle virtù sessuali degli italiani nei confronti delle ragazze tedesche sulla costiera romagnola. Mentre i colleghi transalpini tiravano fuori prima la storia di un club islandese che, iniziando a giocare i preliminari di Champions League si ritrovava lo stadio vuoto perchè tutti i tifosi di calcio erano in Francia, poi il curioso aneddoto dell’unico giocatore francese che ha militato sull’isola dei vulcani e una serie di spassose ma approfondite analisi degli avversari e del match. L’assioma dell’erba degli altri, che è sempre più verde della nostra, piace tanto a noi italiani, ma ovviamente quasi sempre nei casi sbagliati.

Sulla scorta di questo, voglio proprio collegarmi a un altro caso di analisi infelice, perchè dettata dalla poca capacità di informare. Tutto deve rientrare nel grande pentolone dove cuoce quello sciapo e annacquato minestrone costituito dai nostri grandi mezzi di divulgazione. Andiamo a prendere un caso specifico: i simpaticissimi tifosi islandesi. E non ho usato il superlativo in maniera ironica, ma lo penso davvero. A chiunque ami il calcio ha fatto piacere vedere la nazionale nordica arrivare fino ai quarti. Facendolo in maniera meritata. Altro che favola. L’Islanda ha giocato al calcio, ha messo in campo un’organizzazione meticolosa e così intelligente da sopperire ai limiti tecnici. In tutto ciò anche i supporter giunti dal profondo nord sono saliti sugli scudi. Ovviamente i nostri prodi giornalisti non potevano mancare di incensare il loro comportamento. Sperticandosi in analisi fallaci, ricche di luoghi comuni e inesattezze.

Ci hanno frantumato i maron, come dicono a Bologna, con questa Geyser Sound. Il battito di mano ritmato, effettuato da squadra e giocatori, all’unisono. Roba bella, per carità. Roba che ricordo una decina di anni fa in Grecia, a opera dei tifosi del Paok Salonicco, per non parlare di quelli di Cavese e Savoia, che sono stati forse tra i primi, una quindicina di anni fa, a fare un qualcosa di simile al termine di ogni partita. Ma soprattutto, vi svelo un segreto, tale usanza nella nostra Penisola è in voga da almeno quarant’anni. Si chiama “treno”, proprio perché il suo incedere assomiglia allo sferragliare di un convoglio. Guarda caso, sempre quel giornale transalpino di cui sopra, ricordava come questo coro fosse già in voga da anni all’interno di molte tifoserie francofone. Ma si sa, se ci si chiude in uno studio televisivo, o in una redazione, è assai difficile conoscere il mondo che ti circonda. Pure quello che dista da te cinque chilometri.

Così come è difficile sapere che, al pari degli islandesi, in Italia per avere un tamburo dentro lo stadio bisogna chiedere autorizzazioni e rispondere a lungaggini burocratiche che neanche al Catasto ormai sono più contemplate, senza contare che la maggior parte degli strumenti di tifo che tanto si sono esaltati, sono vietati dal marzo 2007, secondo una direttiva (non un regolamento) dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive. Spesso vietati sono anche altri atteggiamenti legati al tifo, come le trasferte di massa che hanno caratterizzato i supporter islandesi. Pure se si è possessori dell’inutile tessera del tifoso. Oppure si fa finta di non sapere che il Consiglio Federale della Lega ha da qualche tempo approvato due commi nel Codice di Giustizia Sportiva che regolamentano i rapporti tra tifosi e società. Il comma 9 dell’articolo 7 stabilisce che: “Ai tesserati è fatto divieto di avere rapporti con rappresentanti di associazioni di sostenitori che non facciano parte di associazioni convenzionate con le società”. Pertanto tutto bello. Bello il video che state postando a migliaia con i giocatori dell’Islanda rientrati in patria e trattati come eroi dal popolo, con gli stessi che impugnano un tamburo e invitano la folla a seguirli nella non-originale Geyser SoundBella ‘a boisierie, bello l’armadio. Ma io nun te pago“. Così concludeva il buon Marchese del Grillo nei confronti del falegname Aronne Piperno. A noi invece tocca sottolineare che questo, a casa nostra, è semplicemente combattuto e malvisto. Salvo se a farlo sono gli altri. Il tifoso italiano deve essere per forza brutto, sporco e cattivo. Questo, peraltro, ha portato a sotterrare l’interesse per tutto quello che il pallone significa a livello culturale e folkloristico nel nostro Paese.

“Eh, se solo i tifosi italiani avessero questa cultura sportiva”“Queste sono le immagini che vorremmo vedere nei nostri stadi”“Ecco il vero tifo, non come le nostro curve, padrone del calcio”, e via dicendo con gli sproloqui da strilloni che tanto piacciono. Peccato che l’ignoranza in materia sia davvero latente e lapalissiana. Potremmo fare un passo a ritroso, e fare del sarcasmo su altri dogmi dell’italica ipocrisia inerente al mondo del tifo. Come quel “succede solo in Italia” legato a episodi di violenza. Ma ritirar fuori gli incidenti di Marsiglia tra inglesi e russi, e la gestione complessiva dell’ordine pubblico in questo torneo, sarebbe persino superfluo. Chi vuol capire capisca.

Insomma, di certo l’Europeo rimane un appuntamento cardine per ogni tifoso. Tuttavia sarebbe bello che a fare da Cicerone, a livello di informazione, fossero elementi coscienti e misurati. Ma nell’era della quantità che viene prima della qualità, è una richiesta quasi effimera.

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1 Commento

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  1. giancarlo

    luglio 7, 2016 at 3:30 pm

    Articolo qualunquistico e mediocre!

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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