Connettiti con noi

Sport & Integrazione

Bayern Monaco e Bundesliga : le curve danno il buon esempio per l’integrazione

Federico Corona

Published

on

Quando dall’urna del sorteggio di Nyon, uno Javier Zanetti in versione nemico immortale ha estratto la pallina contenente il nome Bayern Monaco quasi fosse un volontario sgambetto di marca interista, in casa juventina, al di là delle frasi di circostanza tipo: “se vuoi vincere la Champions devi in ogni caso battere le più forti” non saranno di certo mancati pugni al tavolo e imprecazioni. Contro la sfiga, il fato, lo storico capitano nerazzurro. Non che i bianconeri fossero inconsapevoli del rischio concreto di incrociare i top team europei dopo il secondo posto nel girone, ma tra tutte le big del torneo, gli scongiuri di non doversela vedere subito con il Barcellona e, appunto, i tedeschi, si sprecavano.

Il Bayern Monaco, la superpotenza tedesca che può contare su tanti campioni in campo quanti in panchina, diretta da quel guru del calcio moderno qual è Pep Guardiola, con il suo gioco asfissiante e snervante, che non ti lascia respirare e ti fa spazientire. Squadra dal rigore teutonico e la fantasia spagnola, che domina i campionati e arriva sempre tra le prime quattro in Europa.

Massimiliano Allegri, il suo staff, i giocatori e tutta la dirigenza sapevano bene chi stavano andando a incontrare, conoscevano bene lo spessore dell’avversario da battere per accarezzare di nuovo le grandi orecchie di quella coppa tanto sognata e solo sfiorata lo scorso anno. Il Bayern fa paura, è il Golia del pallone, e serve un Davide perfetto e fortunato per superarlo. Ma pensate che la sua grandezza si limiti a quello che si vede in campo? Al livello tecnico dei suoi interpreti? Ai perfetti meccanismi tattici? Alla storia gloriosa che porta con sé? Occhio, perché il club bavarese è molto di più.

È un esempio di solidarietà. Una corrente anticonformista contro il conservatorismo della Baviera. Un club e una tifoseria che fanno del progressismo la loro seconda bandiera, oltre a quella biancorossa che sventola all’Allianz Arena a sostegno della squadra.

Germania, 2015: l’esodo dei profughi di guerra è ai massimi storici. Più di un milione di migranti sono pronti a mettere piede in terra tedesca, e migliaia di loro hanno come ultima fermata di quella infernale “rotta balcanica”, che rappresenta l’unico sentiero possibile per lasciarsi alle spalle la guerra, proprio la Baviera. Ogni giorno i disperati richiedenti asilo giungono alla stazione di Monaco per provare a ricostruirsi una vita. Un flusso continuo e incontrollabile: solo a gennaio sono 92 mila i profughi arrivati in Germania. E mentre Angela Merkel spalanca le braccia e si fa paladina dell’accoglienza, generando dissapori e scontri politici e sociali, il calcio, e in particolare l’universo Bayern, risponde con appelli e gesti solidali.

 Il club di Monaco decide di stanziare 1 milione di euro per l’emergenza migranti e si prepara ad allestire un campo d’allenamento riservato ai giovani profughi, dove verranno distribuiti pasti quotidiani, l’equipaggiamento necessario per giocare a calcio e dove i ragazzi riceveranno lezioni gratuite di tedesco, per scacciare via la paura che quella parola genera ancora in molti angoli d’Europa: integrazione. I giocatori, in occasione della partita con l’Augsburg, sono entrati in campo tenendo per mano un bambino tedesco e un profugo. Javi Martinez, centrocampista basco del Bayern, corre dal campo allo scalo ferroviario della stazione di Monaco per donare palloni e magliette ai piccoli rifugiati.

Ma per comprendere al meglio l’impegno preso dal club bavarese occorre riavvolgere il nastro, perché questa nobile iniziativa parte da lontano, e trova le radici nello spirito altruista della sua tifoseria, legata visceralmente alla storia del club e del Paese. È il 22 agosto 2014, quando nel settore dell’Allianz occupato dal gruppo ultrà Schickeria, viene srotolato un enorme striscione contenente il messaggio esplicito verso la dirigenza di accogliere i rifugiati: “Ob in der Bayernkaserne oder sonst wo: Solidaritaet statt Ressentiment. Refugees welcome“. Un gesto che negli stadi d’Europa non si vede tutti i giorni, ma che rappresenta solo il corollario di un attivismo che da anni caratterizza il tifo organizzato del Bayern. A sostegno della squadra, ma anche dei diritti. Il capo ultrà Simon Mueller, in occasione del ricevimento del premio antirazzismo vinto dalla Schickeria nel 2014, si presentò sul palco indossando una maglietta su cui campeggiava la scritta: “nessuna persona è clandestina”, al fianco di Karl Heinz Rummenigge e dell’ex presidente della Federcalcio tedesca Wolfgang Niersbach, stretti nei loro abiti firmati.

“Qui la tragedia della Seconda Guerra Mondiale ha cambiato il modo di pensare delle persone. Da noi gli estremisti di destra non sono accettati” racconta Mueller in un’intervista. Da queste parti sostenere gli altri è una tradizione. Una lezione che arriva dalla storia.

Perché così avvenne con il presidente ebreo del primo scudetto Kurt Landauer, deportato al campo di concentramento Dachau – dove oggi è stato allestito uno spazio proprio per ospitare i profughi – dopo la Notte dei Cristalli, poi costretto a riparare in Svizzera perché perseguitato da Hitler e tornato in Baviera solo nel 1947. Anche lui fu sostenuto dalla sua gente, il suo ricordo da queste parti è indelebile e ha contribuito alla creazione di quel manifesto di valori morali che oggi i tifosi del Bayern non perdono occasione di manifestare a costo di evadere il recinto dello sport ed entrare in quello di politica e società.

In occasione della partita con l’Eintracht Francoforte, la curva bavarese allestì un’enorme coreografia per rendere omaggio a Landauer, dopo che per oltre 50 anni il suo ricordo era stato tenuto nel cassetto dalla dirigenza: “era prima del mio tempo” rispose lapidario il manager Uli Hoennes. E poi ancora magliette, convegni, eventi, giornate di studi per diffonderne la memoria. “Aiutare gli altri è per noi un dovere morale” continua il capo-ultrà. E lo si capisce anche dai progetti che portano avanti durante l’anno: nel corso della settimana che anticipa le partite casalinghe, la Schickeria organizza attività sociali come visite periodiche agli ex campi di concentramento, invitando le tifoserie ospiti a unirsi a loro.

E mentre alcuni gruppi neonazisti attivi nel mondo del tifo organizzato assaltano e danno fuoco alle strutture che accolgono i profughi, nel palazzo della sede della Schickeria, oggi, vengono ospitati un gran numero di rifugiati, perlopiù minorenni.

Uno sforzo costante per combattere violenza e intolleranza, per abbattere un altro muro, questa volta invisibile. Diverse squadre di Bundesliga hanno seguito l’esempio del Bayern scendendo in campo per aiutare i rifugiati. Dal Borussia Dortmund che riserva ai migranti una quota di biglietti per assistere alle partite in casa e lancia messaggi sul proprio sito ufficiale affinché la Germania non finga di non avere le risorse per accogliere quella povera gente, all’Hoffenheim, che ha distribuito 900 paia di scarpe e 300 palloni da calcio ai bambini. Fino ad arrivare alle serie minori, dove il Babelsberg di Berlino ha fondato una squadra composta esclusivamente da immigrati, il Welcome United, che attualmente milita in una serie dilettantistica tedesca.

E l’Italia? Dalle curve della Serie A niente striscioni, nessuna iniziativa, nessun “welcome”. E pensare che il tifo organizzato tedesco nacque negli anni 90′ proprio sulle orme delle nostre curve. I supporters del Bayern prendevano il treno e venivano nei nostri stadi per studiare da vicino come sostenere con calore, passione e organizzazione la propria squadra. E hanno imparato. Oggi, forse, siamo noi che dobbiamo prendere esempio da loro.

FOTO: www.overpress.it

Comments

comments

9 Commenti

9 Comments

  1. Emanuele

    marzo 4, 2016 at 10:14 am

    Per essere tra le società e non solo di calcio tra i migliori al mondo ci sarà più di un motivo. Vado spesso a Monaco di Baviera e ai miei figli faccio studiare tedesco..chissà magari un giorno saremo fortunati ad appartenere a quella società. Complimenti per l’articolo.
    Grazie.

  2. Lapo

    marzo 4, 2016 at 1:27 pm

    Vedrete appena gli cominceranno a rubarep osti di lavoro come li accoglieranno a braccia aperte. I bimbetit non capiscono mica niente: proprio le manifestazioni pro.migranti erano principalmente frequentate da studenti che ahimé sono ben lontani dalla realtà. LA societÀ a monaco é nel 90% deicasi contro la politicadiimmigrazione della merkel. Il ceto medio-basso é tutto contro. Tra quelli con cui ho parlato io non ce n’é uno che sia felice di trovarsi 50 migranti accanto casa o altri 400mila in germania a cui poi dovrà pagare gli aiuti sociali. Quindi inutule che la stampa faccia propaganda di regime. LA SOCIETÀ TEDESCA É TUTTA CONTRO QUESTA POLITICA.

  3. giancarlo

    marzo 4, 2016 at 1:49 pm

    certo, dopo aver affamato Grecia, Portogallo e Italia adesso i tedeschi sono solidali con i profughi. Che ipocriti. E non mi dite che voi credete veramente che un Afghano che chiede asilo politico in Svezia è un profugo vero. Vicino ci sta l’India, il PAkistan, l’Iran la Turchia ma lui vuole fare 10.000Km per andare in Svezia ! Ancora credete alla favole.

  4. rehfix@gmail.com

    marzo 4, 2016 at 2:56 pm

    Grüner Weg
    18

  5. rehfix

    marzo 4, 2016 at 3:11 pm

    Chi conosce la societa’ tedesca non si lascia trasportare da commenti rozzi e volgari. L’altruismo.tedesco e’ cosa che tocchi tutti i i giorni . Io ci vivo da 35 anni e so di cosa parlo, i pregiudizi che noi italiani nutriamo verso questo mondo sono senza analisi e contenuti. La tifoseria del Bayern München e’ un esempio vivente di solidarieta’ quotidiana in cui molti Clubs della Bundesliga si identificano. Qui non esistono Salvini vari, qui non trovono spazio

  6. oliviero

    marzo 4, 2016 at 3:50 pm

    Lo striscione si riferisce a quasi un anno fa:-)
    Quando la Merkel aprì le porte ai rifugiati (siriani, non i seneglaesi e nigeriani che arrivano da noi non si sa a quale titolo..).
    Le organizzazioni umanitarie accoglievano i profughi nelle stazioni e la gente solidarizzava.
    Vi garantisco che da Agosto dell’anno scorso le cose sono cambiate, e se forse non ve ne siete accorti, Germania e Austria hanno chiuso le frontiere:-)
    Ragazzi, quando scrivete un articolo documentatevi meglio

  7. Italokrukko

    marzo 4, 2016 at 3:57 pm

    Penso che come al solito la verità stia nel mezzo e anche “il fatto” faccia sensazionalismo con casi mediatici.

    Vivo in Germania da alcuni anni sposato con una ex tedesca dell’est.
    Germania come Italia è una moltitudine di idee e opinioni,però usare il Bayern come stile e buon esempio è ridicolo (città più ricca di Germania, disoccupazione inesistente e benessere)
    Prova un pò ad andare a Dresda a srotolare uno di quelli striscioni e poi ne parliamo.
    In Germania ti inculcano a scuola che “non devi” essere razzista per motivi storici, io preferisco il 99% di italiani che lo sono per indole (ricordiamoci che siamo primi al mondo per solidarietà e di solito nelle fasce più basse di reddito!)

  8. antonio conte

    marzo 4, 2016 at 4:14 pm

    …giusto per rispondere a Lapo, sara’ anche vero quello che dici ma rimane che nelle curve hanno sostenuto gli immigrati e da noi al contrario fanno solo cori razzisti! allora vuol dire che il livello culturale delle curve tedesche é molto alto!
    Quindi in questo sicuramente meglio di noi!

  9. fulviosiani23@gmail.com

    marzo 7, 2016 at 11:48 am

    Caro Oliviero, l’articolo parla della solidarietà e delle manifestazioni di accoglienza delle curve tedesche, non delle politiche europee sull’immigrazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

Come la Fifa cerca di rifarsi la reputazione…e trattenere gli Sponsor

Emanuele Sabatino

Published

on

La Fifa, la massima federazione internazionale calcistica ha un problema di reputazione. Nel 2015 l’allora presidente Sepp Blatter fu accusato e poi condannato per curruzione dopo l’assegnazione del mondiale in corso alla Russia ed il prossimo del 2022 al Qatar. Un duro boomerang pubblico vista la povertà di questi due paesi in fatto di diritti umani.

Come parziale risarcimento delle sue azioni la FIFA ha stabilito una richiesta di un minimo in fatto di diritti umani da parte dei paesi che ospitano e ospiteranno il mondiale, inclusa la zero tolleranza in fatto di discriminazioni basati sull’orientamento sessuale.

Il primo test di questa nuova politica è partito insieme all’inizio del mondiale di Russia 2018, un paese apertamente ostile alle persone LGBT. Con l’arrivo di tantissimi visitatori e tifosi, la Coppa del Mondo dovrebbe essere una festa di sport con l’intento di celebrare l’umanità.

La FIFA aveva il bisogno di mettere in chiaro cosa aspettarsi dalla Russia circa il rispetto delle sue regole durante il torneo e che stabilire una politica di totale concessione dei diritti umani deve essere il primo necessario e vitale step.

Giugno è anche il mese del quinto anniversario della legge “propaganda” e discriminante contro i gay adottata mesi prima i giochi Olimpici di Sochi del 2014. Questa legge penalizza le persone LGBT e crea un clima di tensione nei confronti di quest’ultimi spesso sfociato in episodi di violenza tant’è che molte guide hanno suggerito ai tifosi omosessuali giunti in Russia di non tenersi per mano per non rischiare ripercussioni.

Nel 2017 la Cecenia fu teatro di una bieca e terribile purga anti-gay. Le forze dell’ordine cecene accerchiarono un gruppo di persone sospettate di essere gay e bisessuali che vennero torturate ed alcuni di loro rapiti. Scioccanti le parole del leader militare ceceno Ramzan Kadyrov: “Qui non abbiamo nessun gay. Per la purificazione del nostro sangue, dovessimo trovarne qualcuno, lo prenderemo”.

Invece di prendere una posizione forte, la FIFA ha chiuso un occhio sull’omofobia tant’è che la capitale della Cecenia, Grozny, è stata inserita come uno dei siti di allenamento per il Mondiale.

Il Qatar che ha una legge che punisce le persone gay con una condanna da uno a tre anni di prigione, sarà il nuovo paese ospitante il Mondiale nel 2022. Questa legge anti-gay contrasta ovviamente le regole FIFA che al contrario proibiscono assolutamente ogni forma di discriminazione pena la sospensione e l’espulsione.

La FIFA ha dichiarato che sarà tempestivo il suo intervento qualora venisse verificata la violazione di ogni tipo di diritto umano e la discriminazione di ogni genere anche quella sull’orientamento sessuale. Tra il dire ed il fare però c’è di mezzo il mare.

Ospitare il Mondiale significa anche concedere un po’ della propria sovranità alla FIFA che storicamente ha messo bocca su delle leggi locali come nel caso del Mondiale in Sudafrica dove furono create dozzine di corti istantanee per perseguire i reati commessi durante il torneo o come in Brasile dove venne cambiata la legge che impediva di vendere la birra dentro lo stadio. Questo tipo di pressioni dovrebbero essere usate per cambiare cose molto più importanti come i diritti umani.

La FIFA ha dichiarato pubblicamente, prima dell’inizio del Mondiale, che si sarebbe aspettata dalla Russia un’atmosfera di benvenuto per i tifosi LGBT sottolineando che, in caso di violenze su questi ultimi, il paese sarebbe stato l’unico responsabile. L’intenzione è quella di mandare anche un fortissimo segnale al Qatar prossimo paese organizzatore nel caso non dovesse riformare le sue regole anti-gay. D’altronde quattro anni per farlo sono tempo a sufficienza.

Se la massima federazione calcistica non dovesse riuscire a forzare la sua linea rischierebbe anche di perdere tantissimi sponsor come Coca Cola, Adidas, McDonald’s, Visa ecc. tutte multinazionali che hanno nel loro statuto l’assoluto divieto di ogni tipo di discriminazione e che devono salvaguardare la loro reputazione e che quindi non possono legarsi ad eventi in paesi con idee contrarie. Ad esempio McDonald’s ha già annunciato che per paura dell’immobilismo della FIFA su questo tema nei prossimi Mondiali in Qatar non prenderà parte come sponsor dell’evento.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Quanto è difficile essere LGBT a Russia 2018

Emanuele Sabatino

Published

on

Nonostante l’opera di prevenzione della polizia inglese e di quella Russa nell’impedire ai tifosi più esagitati di entrambe le tifoserie di prendere parte al Mondiale di Russia 2018, rimane alto il rischio per il contatto tra le due tifoserie rivali e soprattutto per l’incolumità dei tifosi inglesi appartenenti alla comunità LGBT

Gli hooligans russi, infatti, stanno mandando continue minacce di morte ai tifosi inglesi gay e transgender presenti sul territorio russo. La minacce più diffuse vertono sull’accoltellare i gay e cacciarli dal loro paese.

Alcune minacce sono ritenute così pericolose che l’associazione “Pride in Football” legata ai gruppi LGBT ha dovuto denunciarle alla polizia.

Joe White, leader di questa associazione ha dichiarato: “Ci hanno fatto arrivare il messaggio che qualora dovessero trovarci ci accolteranno a morte”. L’indagine è tutt’ora aperta.

Non è un mistero che la Russia, dal punto di vista dell’orientamento sessuale ma non solo, sia uno dei paesi più intolleranti ed infatti nel 2017 si è posizionata al 48° posto su 49 paesi europei a proposito dei diritti della comunità LGBT. Proprio per questo sui giornali inglesi è stata pubblicata una guida indirizzata ai tifosi inglesi omosessuali sul come comportarsi in Russia onde evitare spiacevoli sorprese ed episodi di violenza.

Questa guida suggerisce di evitare di tenersi la mano o di baciarsi in pubblico, oltre al fatto di non portare e sventolare bandiere arcobaleno. Contrario a questa guida è però Joe White poiché a suo dire questa suggerisce il nascondersi ed invece la comunità LGBT non nasconderà affatto la propria natura.

I rapporti tra i due paesi sono al minimo storico sia a livello di tifoserie dopo che nel 2016, in occasione degli Europei, ci fu quella che venne definita “la battaglia di Marsiglia” con tantissimi feriti da ambo i lati e sia dal punto di vista diplomatico con il caso dell’avvelenamento dell’ufficiale russo Sergei Skripal e di sua figlia Yulia a Salisbury.

La speranza generalizzata è che essendo il Mondiale osservato e sotto gli occhi di tutti sia in un’occasione per promuovere i diritti delle comunità LGBT anche in un paese restio come la Russia ed in scondo luogo un repellente per gli hooligans dal creare episodi di caos e violenza.

Anche se quello che è accaduto prima dell’inizio di Russia 2018 non fa certo ben sperare.

Uno spazio per i tifosi gay e per quelli appartenenti alle minoranze etniche sito a San Pietroburgo durante il Mondiale è stato, infatti, costretto ad essere rilocato all’ultimo minuto.

Il proprietario del palazzo che avrebbe ospitato questo “spazio sicuro” avrebbe comunicato agli organizzatori il suo ritiro da questo evento a pochi giorni dall’inizio del torneo.

Piara Powar, direttore del FARE, network internazionale anti-discriminazione che stava supervisionando il progetto, ha dichiarato in un comunicato che il trasloco forzato è un qualcosa di familiare, un metodo con il quale le autorità cittadine fanno spesso chiudere le attività che non sono conformi alla loro politica, un attacco politico che dimostra ancora una volta la forza del potere conservativo in Russia.

Nonostante questo, anche se in ritardo, l’organizzazione è riuscita a trovare un’altra location sempre all’interno della città ed aprire le porte alla comunità di tifosi LGBT e delle minoranze etniche. Al momento ancora nessuna protesta, minaccia o attacco politico sono giunti né agli organizzatori né alla nuova sede.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Senza di me che gioco è?

Enrico Fabbro

Published

on

Quando ti invitano alla consegna di un Premio ci vai spesso se in quel momento della giornata non hai particolari impegni e se la persona che ti ha invitato è una persona che ritieni “speciale” alla quale non puoi dire no. Io al “Premio Sport e Legalità 2018” , che quest’anno è stato consegnato alla Feralpisalò (club che partecipa al campionato di serie C) e al suo presidente Giuseppe Pasini ci sono andato inizialmente per entrambi i motivi.

Ascoltando le motivazioni sembravano le solite belle favole che possono nascere solo nell’Italia ricca, dove qualche  industrialotto locale, per sentirsi importante e considerato dai concittadini si mette a fare il Presidente della squadra di calcio promettendo a tutti grandi risultati e almeno la Champions League, però più passavano i minuti, più mi impregnavo del livello di emozione che si respirava nell’Aula della Giunta del Coni dove si consegnava il Premio.

Tutto quello che immaginavo all’inizio, con infinita gioia, è stato smentito.

Non mi metto a dire del fenomeno sportivo Feralpisalò, di quello parlano gli specialisti della Serie C, un bacino d’utenza di 100.000 persone, una squadra che esce ai play off con il Catania, a Catania, oltre 500 tesserati e uno scudetto vinto qualche giorno fa dalla Berretti. 

No, questi sono numeri da specialisti che indicano dei risultati sportivi che con la programmazione scientifica, con appropriati mezzi tutti posso raggiungere.

Io sono rimasto “emotivamente colpito” dal progetto “senza di me che gioco è?“.

Si chiama Senza di me che gioco è? il progetto della Feralpisalò dedicato a bambini e ragazzi con disabilità.

La nuova scuola calcio è una delle più importanti iniziative pensate per la scorsa stagione 2016-17 e la Feralpisalò è stata la prima società professionistica ad adottare questo modello all’interno del proprio settore giovanile.
Dall’attenzione da sempre riservata ai giovani è nato il desiderio di utilizzare le proprie risorse per dare la possibilità a tutti di partecipare all’attività calcistica. Un’idea sentita e fortemente condivisa, alla quale ci si è approcciati con slancio ma con la cognizione del fatto che fosse necessaria una competenza specifica per dare delle basi solide ad una iniziativa che non voleva essere fine a sé stessa ma che potesse crescere e strutturarsi nel tempo.

L’IDEA – La Convenzione ONU definisce la disabilità come la risultante complessa della relazione tra la persona, nella sua condizione personale, e gli ambienti di vita. Partendo da tale assioma è chiaro che la variabile su cui è necessario lavorare per diminuire il livello di disabilità è l’ambiente. Dal desiderio della società e da questa riflessione è nato il desiderio di creare un’iniziativa concreta ed efficace che veda come protagonisti i bambini e il loro contesto di vita.

IL PROGETTO – è stato sviluppato un progetto articolato che prevede lo sviluppo di due aree di attività: l’inclusione sociale, attraverso la pianificazione e l’organizzazione di incontri formativi per insegnanti, operatori di gruppi sportivi e genitori, e il benessere emozionale, attivando uno spazio ludico con personale adeguatamente formato che permetta ai ragazzi di svolgere attività sportiva.

A CHI SI RIVOLGE – “Senza di me che gioco è?” è un progetto che è rivolto a bambini e ragazzi diversamente abili. Essi sono seguiti da educatori e tecnici sportivi. L’attività sportiva si svolge con allenamenti settimanali il mercoledì con divisione per fasce di età (8-13 e 14+).

QUARTA CATEGORIA – La Feralpisalò ha composto una squadra di Over 14 nel corso della stagione 2016-17, partecipando al campionato di Quarta Categoria #iovogliogiocareacalcio…in Lega Pro. Questo è stato il primo torneo ufficiale al quale hanno partecipato i Leoni del Garda. Un primo grande traguardo che ha permesso ad essi di vivere a pieno la realtà sportiva, caratterizzata non solo da singole sessioni di allenamento ma anche da quel pizzico di sano e divertente agonismo dato dal confronto con altri amici sul campo.

Durante la premiazione è stato presentato un video che è stato “partecipato” molto intensamente a livello emotivo. Per un attimo tutti i partecipanti (c’era gente navigata nel calcio come Gravina, Abete, Ghirelli) sono rimasti magnetizzati dalle immagini che vedevano ragazzi dai 14 ai 33 anni “giocare” felici una partita vera. Ho visto la gioia di fare un gol, la gioia di fare una parata, la meraviglia nell’essere riuscito a fare un passaggio a un amico con la maglia dello stesso colore “personalizzata”. Uno stadio attento che seguiva e che applaudiva, una forte sensazione che il nostro “pallone” basta che rotoli nel mondo sa regalare. Tutto questo in un silenzio “emozionato”.

Lo so è stato solo una piccola parte di una delle tante giornate calde di giugno senza la nostra Italia al mondiale.

Ma se la nostra Italia tornasse ad essere più tollerante verso chi vive tutti giorni enormi difficoltà, se si aprisse di più a questo mondo ormai solo pieno di cose e ambizioni sfrenate, torneremmo sicuramente a vincere il Mondiale della solidarietà e del rispetto verso tutti. Questo è un campionato che non boccia nessuno e che promuove tutti.

Grazie Presidente Pasini per quello che fa con il cuore per questa parte del nostro Paese troppo spesso abbandonata a se stessa. Sono felice che in Italia esistano ancora delle persone che nella professione hanno raggiunto importanti gratificazioni morali e materiali e che sanno mettere contemporaneamente a disposizione le loro energie e passioni per rendere la vita della comunità migliore. Bisogna sperare, e lei ci ha regalato un po’ di speranza, che ciascuno di noi riconosca nel vicino un amico e che la cooperazione e solidarietà restituiscano al nostro Paese la giusta serenità e normalità, che in questo momento purtroppo manca.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending