Quando dall’urna del sorteggio di Nyon, uno Javier Zanetti in versione nemico immortale ha estratto la pallina contenente il nome Bayern Monaco quasi fosse un volontario sgambetto di marca interista, in casa juventina, al di là delle frasi di circostanza tipo: “se vuoi vincere la Champions devi in ogni caso battere le più forti” non saranno di certo mancati pugni al tavolo e imprecazioni. Contro la sfiga, il fato, lo storico capitano nerazzurro. Non che i bianconeri fossero inconsapevoli del rischio concreto di incrociare i top team europei dopo il secondo posto nel girone, ma tra tutte le big del torneo, gli scongiuri di non doversela vedere subito con il Barcellona e, appunto, i tedeschi, si sprecavano.

Il Bayern Monaco, la superpotenza tedesca che può contare su tanti campioni in campo quanti in panchina, diretta da quel guru del calcio moderno qual è Pep Guardiola, con il suo gioco asfissiante e snervante, che non ti lascia respirare e ti fa spazientire. Squadra dal rigore teutonico e la fantasia spagnola, che domina i campionati e arriva sempre tra le prime quattro in Europa.

Massimiliano Allegri, il suo staff, i giocatori e tutta la dirigenza sapevano bene chi stavano andando a incontrare, conoscevano bene lo spessore dell’avversario da battere per accarezzare di nuovo le grandi orecchie di quella coppa tanto sognata e solo sfiorata lo scorso anno. Il Bayern fa paura, è il Golia del pallone, e serve un Davide perfetto e fortunato per superarlo. Ma pensate che la sua grandezza si limiti a quello che si vede in campo? Al livello tecnico dei suoi interpreti? Ai perfetti meccanismi tattici? Alla storia gloriosa che porta con sé? Occhio, perché il club bavarese è molto di più.

È un esempio di solidarietà. Una corrente anticonformista contro il conservatorismo della Baviera. Un club e una tifoseria che fanno del progressismo la loro seconda bandiera, oltre a quella biancorossa che sventola all’Allianz Arena a sostegno della squadra.

Germania, 2015: l’esodo dei profughi di guerra è ai massimi storici. Più di un milione di migranti sono pronti a mettere piede in terra tedesca, e migliaia di loro hanno come ultima fermata di quella infernale “rotta balcanica”, che rappresenta l’unico sentiero possibile per lasciarsi alle spalle la guerra, proprio la Baviera. Ogni giorno i disperati richiedenti asilo giungono alla stazione di Monaco per provare a ricostruirsi una vita. Un flusso continuo e incontrollabile: solo a gennaio sono 92 mila i profughi arrivati in Germania. E mentre Angela Merkel spalanca le braccia e si fa paladina dell’accoglienza, generando dissapori e scontri politici e sociali, il calcio, e in particolare l’universo Bayern, risponde con appelli e gesti solidali.

 Il club di Monaco decide di stanziare 1 milione di euro per l’emergenza migranti e si prepara ad allestire un campo d’allenamento riservato ai giovani profughi, dove verranno distribuiti pasti quotidiani, l’equipaggiamento necessario per giocare a calcio e dove i ragazzi riceveranno lezioni gratuite di tedesco, per scacciare via la paura che quella parola genera ancora in molti angoli d’Europa: integrazione. I giocatori, in occasione della partita con l’Augsburg, sono entrati in campo tenendo per mano un bambino tedesco e un profugo. Javi Martinez, centrocampista basco del Bayern, corre dal campo allo scalo ferroviario della stazione di Monaco per donare palloni e magliette ai piccoli rifugiati.

Ma per comprendere al meglio l’impegno preso dal club bavarese occorre riavvolgere il nastro, perché questa nobile iniziativa parte da lontano, e trova le radici nello spirito altruista della sua tifoseria, legata visceralmente alla storia del club e del Paese. È il 22 agosto 2014, quando nel settore dell’Allianz occupato dal gruppo ultrà Schickeria, viene srotolato un enorme striscione contenente il messaggio esplicito verso la dirigenza di accogliere i rifugiati: “Ob in der Bayernkaserne oder sonst wo: Solidaritaet statt Ressentiment. Refugees welcome“. Un gesto che negli stadi d’Europa non si vede tutti i giorni, ma che rappresenta solo il corollario di un attivismo che da anni caratterizza il tifo organizzato del Bayern. A sostegno della squadra, ma anche dei diritti. Il capo ultrà Simon Mueller, in occasione del ricevimento del premio antirazzismo vinto dalla Schickeria nel 2014, si presentò sul palco indossando una maglietta su cui campeggiava la scritta: “nessuna persona è clandestina”, al fianco di Karl Heinz Rummenigge e dell’ex presidente della Federcalcio tedesca Wolfgang Niersbach, stretti nei loro abiti firmati.

“Qui la tragedia della Seconda Guerra Mondiale ha cambiato il modo di pensare delle persone. Da noi gli estremisti di destra non sono accettati” racconta Mueller in un’intervista. Da queste parti sostenere gli altri è una tradizione. Una lezione che arriva dalla storia.

Perché così avvenne con il presidente ebreo del primo scudetto Kurt Landauer, deportato al campo di concentramento Dachau – dove oggi è stato allestito uno spazio proprio per ospitare i profughi – dopo la Notte dei Cristalli, poi costretto a riparare in Svizzera perché perseguitato da Hitler e tornato in Baviera solo nel 1947. Anche lui fu sostenuto dalla sua gente, il suo ricordo da queste parti è indelebile e ha contribuito alla creazione di quel manifesto di valori morali che oggi i tifosi del Bayern non perdono occasione di manifestare a costo di evadere il recinto dello sport ed entrare in quello di politica e società.

In occasione della partita con l’Eintracht Francoforte, la curva bavarese allestì un’enorme coreografia per rendere omaggio a Landauer, dopo che per oltre 50 anni il suo ricordo era stato tenuto nel cassetto dalla dirigenza: “era prima del mio tempo” rispose lapidario il manager Uli Hoennes. E poi ancora magliette, convegni, eventi, giornate di studi per diffonderne la memoria. “Aiutare gli altri è per noi un dovere morale” continua il capo-ultrà. E lo si capisce anche dai progetti che portano avanti durante l’anno: nel corso della settimana che anticipa le partite casalinghe, la Schickeria organizza attività sociali come visite periodiche agli ex campi di concentramento, invitando le tifoserie ospiti a unirsi a loro.

E mentre alcuni gruppi neonazisti attivi nel mondo del tifo organizzato assaltano e danno fuoco alle strutture che accolgono i profughi, nel palazzo della sede della Schickeria, oggi, vengono ospitati un gran numero di rifugiati, perlopiù minorenni.

Uno sforzo costante per combattere violenza e intolleranza, per abbattere un altro muro, questa volta invisibile. Diverse squadre di Bundesliga hanno seguito l’esempio del Bayern scendendo in campo per aiutare i rifugiati. Dal Borussia Dortmund che riserva ai migranti una quota di biglietti per assistere alle partite in casa e lancia messaggi sul proprio sito ufficiale affinché la Germania non finga di non avere le risorse per accogliere quella povera gente, all’Hoffenheim, che ha distribuito 900 paia di scarpe e 300 palloni da calcio ai bambini. Fino ad arrivare alle serie minori, dove il Babelsberg di Berlino ha fondato una squadra composta esclusivamente da immigrati, il Welcome United, che attualmente milita in una serie dilettantistica tedesca.

E l’Italia? Dalle curve della Serie A niente striscioni, nessuna iniziativa, nessun “welcome”. E pensare che il tifo organizzato tedesco nacque negli anni 90′ proprio sulle orme delle nostre curve. I supporters del Bayern prendevano il treno e venivano nei nostri stadi per studiare da vicino come sostenere con calore, passione e organizzazione la propria squadra. E hanno imparato. Oggi, forse, siamo noi che dobbiamo prendere esempio da loro.

FOTO: www.overpress.it

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