In quel “tempo che fu”, giocare a pallone sotto casa era prassi quotidiana; una vera e propria abitudine di cui non si poteva proprio fare a meno. L’asfalto – poco colorato e tanto grigio – sbucciava, all’incirca, un milione di gomiti e ginocchia di ragazzini scalmanati in tutta Italia, mentre le partite continuavano senza sosta per pomeriggi interi.

Anzi, pomeriggi interi ma assai inoltrati, visto che gli incontri duravano, almeno, fino al nascere delle prime luci dei lampioni. E, quei “pomeriggi interi assai inoltrati” conoscevano la parola fine soltanto quando qualche strillo materno, ben poco affettuoso, veniva lanciato dai balconi o dalle finestre dei palazzi, “lassù”, verso uno o più giocatori sui marciapiedi o nelle piazze, “laggiù”.

Malgrado il bruciore delle ferite fosse maledettamente vivo e il sangue avesse già lasciato la sua perfida traccia “rossa fiammante”sui pantaloni vagamente sgarrati, in quel “campo di guerra” bisognava continuare a correre. Si stringevano forte i denti perché occorreva giocare e vincere la sfida, non si potevano mica lasciare i compagni da soli contro tutti gli altri. Anche perché, un “uomo” in meno significava, inesorabilmente, perdere il match. Occorreva giocare, punto, fregandosene del sangue e della sofferenza fisica. Tanto, poi, a casa c’erano litri d’acqua ossigenata o – peggio ancora – bottigliette di plastica da un litro con al loro interno quello spirito color rosa proprio come la pelle, insieme all’indimenticabile puzza d’alcool purissimo a ricordare i corridoi degli ospedali. Sì, ogni sera le bottigliette aspettavano felici per farci urlare dal dolore.

“Ora vedi quando arriva tuo padre..”, tuonava sempre minacciosa la mamma, “felicissima” di dover ancora rammendare, ricucire, aggiustare, rattoppare quell’immenso buco già bucato qualche giorno prima. L’asfalto, l’amico indiscusso d’ogni genitrice!

In quel “tempo che fu” il Golden Gol era già stato inventato; non ce ne vogliano Monsieur Blatter e la FIFA, ma il “vince chi segna” fa parte della Storia del nostro calcio di strada. Si poteva anche stare sotto di 18 gol, ma quel “vince chi segna” riportava immediatamente la gara in parità! Altro che Golden Gol..

Il “pre-gara” era così caratterizzato: finita la scuola si correva subito a casa per pranzare. Forchetta nella mano destra, mega bocconi e mente alla supersfida che stava per arrivare. Poi, il terrore che durava il tempo di un attimo – fra domanda di mamma e quel nostro innocente pensiero “Dio perdonami se sto per dire una bugia”.. – che dalla bocca d’ogni ragazzino – su ogni pianerottolo, in ogni palazzo italiano – uscivano sempre le solite otto paroline magiche “No mamma, oggi non ho compiti da fare..”. Approfittando di qualche secondo di confusione e della normale perplessità materna,… via!, come saetta si filava giù per le scale urlando nomi e cognomi degli amichetti di baldoria, mentre dall’alto s’udiva la solita litania: “Mi raccomando, alle sette a casa!”.

“Porca miseria!”, era già tardi – pressappoco le tre del pomeriggio.. – ed un sole sbiadito d’inverno o cocente subito dopo l’estate, dava il benvenuto a quel gruppetto di scalmanati, “laggiù”, sui marciapiedi o nelle piazze.

Tutti a darsi occhiate, occhiatacce, sbirciate, intese guardinghe nella speranza di poter giocare con l’amico del cuore. Ma, si sa, le squadre venivano fatte dai due ragazzetti più forti in assoluto, che sceglievano – di volta in volta – il calciatore da schierare nella propria squadra. Colui il quale era ritenuto il migliore, secondo i loro personalissimi canoni – che potevano andare dalla simpatia fino al “fratello di quella bella”, passando dall’evidente bravura tecnica – veniva selezionato.  C’era – inoltre – una sorta di corsia preferenziale per il bambino che portava sempre il pallone, perché, “se s’incazza lui”, addio partita.

Una volta fatte le squadre si iniziavano ad elencare le regole: “Battimuro non vale!”, quando si giocava sul marciapiede proprio a ridosso del muro di un palazzo; ciò significava non poter assolutamente “triangolare” con il muro, appunto.

“Portieri volanti”, se si era in pochi o si voleva dare maggiore suspense alla gara; in quel caso i portieri potevano uscire dalla porta quanto volevano fino ad andare – addirittura – a segnare nella porta avversaria. Dobbiamo dire che Rampulla – con il suo gol segnato all’Atalanta il 23 febbraio del 1992 – non ha fatto altro che imitare il calcio di strada..

“Dopo tre calci d’angolo un rigore”, regola che veniva applicata solo in quei contesti in cui era possibile batterli i calci d’angolo! Non sempre era così però, visto e considerato che spesso le porte prendevano tutto lo spazio fra muro da una parte – che agiva anche da palo – e fine del marciapiede dall’altra, con un lampione – solitamente – a fare da palo opposto.

“Non valgono i tiri al volo” o “non valgono i tiri forti”, forse per paura di cannonate a far male. Di solito era il portiere che voleva venisse assolutamente “infilata” quella specifica “regoletta”, perché – poi – le mani nude ce le metteva lui; e quando tutta l’esplosione al volo arrivava, pizzicavano le mani, eccome se pizzicavano!

A proposito di tiri al volo, è bene ricordare “La tedesca”: si giocava in una sola porta e si tirava – in questo caso – soltanto al volo. Chi non tirava al volo andava in porta. Povero il malcapitato portierino.. Da ricordare, inoltre, un altro gioco con una sola porta: “Mondialito”, ossia tutti contro tutti! Una bellissima confusione..

Tornando alle regole di cui sopra, valeva quella del “ad ogni gol si cambia portiere” oppure “un gol fatto o subìto si cambia portiere”, dove c’era un viavai di ragazzini – soprattutto nella porta della squadra più scarsa – da far rabbrividire anche i pinguini. E ancora, “Non esistono i fuori”, quando si giocava fino a “là in fondo” e poi tutti a gridare “Aò! Tornateee!”.

Poi,“Niente fuorigioco”, regola voluta quasi sempre dai soliti “due” – gli stessi ad ogni partita – che poca voglia avevano di correre e se ne stavano “lì”, vicino alla porta, a chiacchierare del più e del meno. Abitualmente erano il portiere di una squadra e l’attaccante – o pseudo tale – dell’altra. “Due” che non c’entravano mai niente con il calcio..

Queste, suppergiù, le regole prima della sfida.

Poi c’era il “campo” da fare. S’iniziava sempre dalle porte: borse, secchioni, maglioni, lampioni, spigoli di muro, linee con il gesso, macchine, alberi, sassi. Tutto era un palo! Mentre la traversa si fantasticava “a occhio”; ossia, un pallone che “transitava” appena sopra la testa del portiere era gol, un pallone un pochino più in alto era considerato fuori. Tranne da quello che tirava!

Giocare in piazza era il massimo, c’era molto spazio – quadrato o rotondo che fosse – sempre tanto appariva. Il “terreno” sembrava proprio quello vero. Grande. Immenso! L’unico problema delle piazze è che transitavano – di tanto in tanto – le macchine, ma bastava tirare giù un urlo “Macchinaaa!”, che tutti i giocatori si fermavano immediatamente. Anche il pallone si bloccava. Chissà, forse per solidarietà..

Meno evidente era, invece, giocare sul marciapiede: campo lunghissimo e strettissimo. Ma durante quei divertentissimi pomeriggi tutto faceva brodo. Anche un campo non regolamentare..

Le squadre erano pronte, “facciamo due capitani”, poi la scelta della porta – sole alle spalle o calcio d’inizio -, nome della squadra, “noi Roma!”, “noi Juve!”, “noi Agguerriti!”, le facce tese, lo sguardo pronto, il sorriso quasi cattivo perché tutto stava per cominciare e….. caspita, è vero!, abbiamo dimenticato la prima discriminazione nel mondo del calcio: “Lo scarso va in porta..”!.. Comunque, scherzi a parte – pari o dispari – la partita iniziava e tutti a correre dietro a quel pallone. Felicissimi. Finalmente si sognava.

E la partita? Spesso, durante la sfida, capitava che venisse commesso un fallo all’interno dell’area – sempre approssimativa e molto inventata –  ma che, poi, si segnasse il gol immediatamente dopo. A quel punto, inesorabile, partiva il solito coro “rigore su gol è gol!”, specialmente da parte di chi aveva appena segnato.

“La busta” – pallone in mezzo alle gambe o cosiddetto “tunnel” – era spesso vietata, perché si trattava di vera e propria umiliazione nei confronti dell’avversario, mentre qualche piccola rissa veniva solitamente tollerata.

C’era, inoltre, il solito ragazzino preposto, nominato o eletto all’unanimità per il recupero della palla sotto le macchine. La scelta ricadeva sempre sul più magro con le gambe lunghe. Invece si mandava quello più abile e coraggioso per i ritrovamenti maggiormente difficili. Ad esempio, quando il pallone spariva oltre il muro di cinta e dall’altra parte c’era sempre lo stesso cane a rompere le scatole.

C’erano, poi, anche i simpaticoni che mentre giocavano imitavano la voce di Enrico Ameri o Sandro Ciotti e quelli che bevevano litri d’acqua dalla fontanella, ma che con un occhio seguivano ogni azione pericolosa.

Le partite non finivano mai. Duravano per ore e ore. Pomeriggi interi di puro divertimento e tanta spensieratezza.

Poi, inevitabile arrivava “dall’alto” l’urlo di mamma: “Luigi!”, “Marco!”, “Francesco”..”è pronto!”.

Tutti a guardarsi dritti negli occhi. E una magica orchestra di voci, “Chi segna vince!”…..

social banner

Close