Da domenica sei diventato ufficialmente campione d’Europa. Un’impresa che non era mai riuscita a gente come Eusébio, Luís Figo e Rui Costa, solo per citarne alcuni. Ma a te sì.

Ricordo ancora quando, in televisione, ti osservavo galoppare sulla fascia sinistra del Manchester United con quella maglia, la numero 7, che era stata prima di George Best, Bryan Robson, Éric Cantona e di David Beckham. Ricordo i tuoi dialoghi palla al piede con Ruud van Nistelrooij ad Old Trafford, vere e proprie scintille che hanno incendiato la mia passione per il calcio.

Non dev’essere stato facile coltivare i tuoi sogni a Funchal, una cittadina di circa centomila abitanti situata nell’isola di Madeira. Sì, sotto il governo portoghese, ma distante più di 500 km dalle coste marocchine. Un’isola in cui ancora oggi pulsa forte un genuino cuore calcistico: nel campionato al via nella prossima stagione, infatti, ci saranno ben due squadre isolane come il Marítimo ed il Nacional, senza considerare l’União appena retrocessa. Una passione viscerale, la tua per il pallone, che ha saputo sublimare un’infanzia difficile. «Cristiano ha visto molto da vicino i danni causati dalla droga e dall’alcool», rivelava nel 2007 tua madre Maria Dolores al Sunday Mirrors. «Mio marito Dinis ha bevuto tanto da morirne», affermò, «mentre mio figlio maggiore Hugo ha cominciato a drogarsi quando Cristiano aveva quattordici anni». Nonostante la tua partenza verso la penisola iberica, il rapporto con tuo padre è stato solido e profondo fino alla sua morte. Un lutto, avvenuto nel 2005 a causa di una malattia al fegato, che ti ha segnato profondamente.

Nel frattempo iniziavi già a sorprendere il mondo intero. Cresciuto tra i Nacionalistas, lo Sporting Lisbona ti porta nella Capital all’età di dodici anni. Dodicimila euro ti permettono di diventare il ragazzino più costoso della storia del calcio lusitano, un leitmotif che ricorrerà per tutta la tua carriera. Cinque anni nel settore giovanile dei Leões ti hanno permesso di guadagnarti un piccolo spazio in prima squadra e di metterti in luce tra gli osservatori. Chissà come sarebbe andata la tua carriera se il Parma fosse riuscito a strapparti a quello che diventerà il tuo secondo padre: lo scozzese sir Alex Ferguson.

Così Manchester United fu. Per la precisione, il primo portoghese della storia dei Red Devils. Era il 2003 e stavi per intraprendere la tappa più importante della tua carriera. Sei anni impreziositi da 118 goal e 62 assist in 291 partite, ma anche densi di successi: tre Premier League, una FA Cup, due League Cup e due Community Shield. Ma fu la stagione 2007/08 a consacrarti come campione assoluto. Un campionato conquistato con due punti di vantaggio sul Chelsea, con annesso titolo di capocannoniere e Scarpa d’Oro grazie a 31 goal in 34 partite. Ma soprattutto una Champions League strappata con le unghie e con i denti ai calci di rigore, sempre contro i Blues. Prima realizzi la rete del vantaggio, poi fallisci ai calci di rigore, con ″strigliata″ finale del buon Ryan Giggs. Ma la coppa dalle ″grandi orecchie″ è tua, così come il Pallone d’Oro. Ma tutto deve ancora succedere.

È dopo la finale Champions League disputata a Roma nella stagione seguente, persa contro il Barcellona di Pep Guardiola, che realizzi di dover lasciare Manchester. La voglia di confermarti ad altissimi livelli in un altro campionato è grande e l’offerta del Real Madrid, alla ricerca della maledetta Decima, è un’offerta che non può esser rifiutata. Così nel 2009 ti trasferisci a Madrid, città nella quale dai un seguito al duello romanzesco avviato allo Stadio Olimpico con l’argentino Lionel Messi. Real Madrid e Barcellona, un’antitesi calcistica che grazie a voi due è diventata leggenda.

Neanche a dirlo, nella capitale spagnola ti dimostri disumano. Una cifra-monstre di 364 goal e 114 assist in 348 partite distribuite in sette stagioni in camiseta blanca. Una leggenda merengue come Raúl completamente oscurata e privata del suo numero 7, simbolo incontrastato per 16 lunghe stagioni in cui ha collezionato ″solo″ 323 reti. La bellezza di 41 goal in meno di Ronaldo, ma con nove stagioni in più. Una Liga, una Supercopa, due Copa del Rey e due Champions League (Décima e Undécima), che ti sono valsi altri due Palloni d’Oro.

Bastano per essere considerato il numero uno? Non per tutti. Sono anni in cui il dibattito calcistico si è polarizzato come mai prima d’ora: da un lato gli ammiratori di Messi, dall’altro i tuoi. Un duello senza esclusione di colpi, ma che spesso è sembrato non ad armi pari. Basti pensare all’ottobre del 2013 quando Joseph Blatter, presidente della FIFA, ha dichiarato che l’argentino fosse il figlio che tutte le madri vorrebbero avere mentre che tu, Ronaldo, pensassi di più a spendere i soldi dal parrucchiere. Parole che non hanno intaccato il tuo aplomb e che hanno di fatto preceduto il tuo secondo riconoscimento personale. Oppure come quando nel 2011, due anni prima, l’argentino aveva vinto il suo terzo riconoscimento consecutivo nonostante un palmarès stagionale insignificante, davanti al vicecampione del mondo e vincitore della Champions Wesley Sneijder, nonché davanti sia ai freschi campeónes Xavi ed Andrés Iniesta sia ad un incredibilmente escluso Diego Milito.

Sei stato attaccato per la tua presunta antipatia, per il tuo atteggiamento nei confronti dei compagni e perfino per l’eccessiva cura del tuo corpo. Sgradevole poi il continuo utilizzo dell’espressione «quello vero» per distinguerlo dal Ronaldo brasiliano. Non c’è da stupirsi considerata l’epoca degli haters internauti che stiamo vivendo in questa seconda decade del nuovo millennio. Cos’altro si può richiedere ad un campione come te per dimostrare la sua grandezza? Esattamente ciò che viene chiesto invano da anni al tuo rivale Lionel Messi: un successo con la propria nazionale. Un trionfo che ti è sfuggito nel 2004 contro la Grecia di Aggelos Charisteas, causa di un dramma collettivo da cui il Portogallo non si era più ripreso. Almeno fino a domenica.

Sono passati dodici anni da quella drammatica sera all’Estádio da Luz. Dopo aver portato i tuoi compagni in finale contro il Galles grazie ad un poderoso colpo di testa e un assist, l’avversario di domenica allo Stade de France era la Francia padrone di casa, vincente nelle precedenti undici sfide contro i Lusitani. Una maledizione che sembra materializzarsi anche all’inizio del primo tempo. Dimitri Payet, senza troppi problemi, entra duro sul tuo ginocchio e ti costringe ad uscire in lacrime. Tutto un Paese mantiene a stento le lacrime mentre tu stringi la fascia da capitano attorno al braccio di Nani, tuo compagno ai tempi dello United, sussurrandogli qualcosa nelle orecchie. Così, come nelle più belle favole, si realizza il trionfo della normalità: Éder, attaccante reduce da una stagione travagliata tra Swansea a Lille, prima fa a sportellate con la difesa transalpina e poi lascia partire una ″rasoiata″ che fa esplodere di gioia un Paese intero. Tu, zoppicante, dopo aver caricato i tuoi al termine dei novanta minuti, prima scoppi a piangere poi indossi metaforicamente l’abito del mister in seconda, spingendo perfino in campo un dolorante Raphaël Guerreiro. La coppa è tua, così come lo sarà il Pallone d’Oro. Per la quarta volta.

La tua storia insegna che il talento cristallino di per sé è nulla se non supportato da mentalità vincente e dalla voglia di migliorarsi giorno dopo giorno. Ma insegna anche che si può rimanere se stessi anche se sommersi da montagne de denaro. «Ci sono stati tanti calciatori segnalati come miei eredi», affermò nel 2008 un ″umile″ ex giocatore come George Best, «ma questa è la prima volta che è un complimento per me». Leader e vincente nei due campionati più prestigiosi del Vecchio Continente, così come leader e vincente con la sua Seleção. Basterà questa volta?

Cristiano Ronaldo, o maior.

FOTO: Matteo Calautti

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